Capitolo IICalamitose condizioni d'Italia nel primo periodo della invasione longobarda — Gregorio il Grande. Raccolta delle sue lettere. Altissima importanza di esse per la storia d'Italia. I libri dei Dialoghi — Editto di Rotari — La «Origo Langobardorum» e scritti minori fino a Paolo Diacono — Vita di Paolo Diacono, sue opere e specialmente sua storia dei Longobardi.
Calamitose condizioni d'Italia nel primo periodo della invasione longobarda — Gregorio il Grande. Raccolta delle sue lettere. Altissima importanza di esse per la storia d'Italia. I libri dei Dialoghi — Editto di Rotari — La «Origo Langobardorum» e scritti minori fino a Paolo Diacono — Vita di Paolo Diacono, sue opere e specialmente sua storia dei Longobardi.
Caduto il regno dei Goti, l'Italia non fu affrancata. Belisario e Narsete colle loro imprese erano bastati a spezzar le armi gotiche ma non potevano erigere un baluardo sicuro dagli assalti nuovi. L'Impero in Occidente era davvero sfasciato e i suoi legami coll'Oriente gli erano inevitabile cagion di rovina. La corte di Bizanzio fiacca per corruzione non era sufficiente a sé stessa e sciupava le forze d'Italia col suo dominio non nazionale e non abbastanza straniero. Da ciò la rovina d'Italia. Se, come già si è venuto dicendo, il concetto di Cassiodoro avesse potuto avverarsi e il popol goto fondersi nelle stirpi latine, forse un vero regno italico sarebbe sorto capace di contrastare da un lato alle nuove immigrazioni barbariche, dall'altro alle sordide pretese dei Bizantini. Assicurata così per quanto comportavano i tempi una specie di nazionalità italica, forse la civiltàromana non sarebbe rimasta soffocata per tanto andare di secoli, e i giorni della rinascenza si sarebbero maturati prima e con minore stento. Se non che guida le vicissitudini umane una legge storica profonda come ogni decreto della Provvidenza e non facilmente scrutabile, e l'umanità attraversando tanto dolore ha forse invece affrettato il suo cammino. Ma se il rimpianto è vano, mal sa guardarsene chi s'affaccia a riconsiderar nella mente gl'immensi mali che sovrastavano in quell'ora all'alma parente delle nazioni moderne.
Il primo invadere e stabilirsi dei Longobardi in Italia segna il periodo più infausto della storia medioevale italiana. Venuti dalla Pannonia, sotto la guida d'un re prode e feroce, Alboino, i Longobardi scesero in Italia alcuni anni dopo l'ultima disfatta dei Goti. Trovarono poca resistenza. A Narsete era succeduto un dappoco, Longino, e le città abbandonate a sé stesse si difesero come poterono. In breve giro di tempo la dominazione loro incominciata nel Friuli si distese per una gran parte d'Italia. Diversi di religione perché altri d'essi erano ariani, altri idolatri ancora, i Longobardi vivevano ferocemente e ferocemente operavano verso i conquistati. Le rapine e le stragi, spargevano intorno squallore e desolazione echeggiate nel lamento che prorompeva dal cuore di papa Pelagio II quando in una lettera ad Aunacario vescovo di Auxerre, esclamava: «E perché non gemete in vedere sparso dinanzi agli occhi nostri tanto sangue d'innocenti, e profanati i sacri altari, e fatto insulto dagli idolatri alla fede cattolica?»Le condizioni giuridiche degli Italiani sotto i nuovi conquistatori furono durissime per tutto il tempo della loro dominazione che si mantenne due secoli finché fu abbattuta da Carlomagno. L'antica civiltà già scadente patì un ultimo colpo e fu gran pena se potè serbare qualche povero frammento di vita e la tradizione del gran nome di Roma.
E in Roma veramente giaceva il seme della redenzione futura. In quell'ora di dolore Roma si maturava ad una grande trasformazione, e l'antica dominatrice scaduta dalla primitiva grandezza e coi barbari alle porte, s'apparecchiava ad esercitare una influenza nuova e non meno vasta sul mondo. Mentre l'Italia era lacerata dal mal governo dei Bizantini di Ravenna e dalle devastazioni dei Longobardi, un uomo di genio, Gregorio il Grande, dalla cattedra di Pietro sorgeva a difendere l'Italia, e girando lontano lo sguardo, quasi inconscio e per istinto di romana grandezza poneva le fondamenta alla supremazia universale della Chiesa. Certo niun uomo poteva nascer temprato meglio di lui a condurre un rivolgimento così tenace e durevole, così riccamente fecondo d'eventi nella storia futura. «A pochi altri uomini,» ha scritto di recente uno storico, «natura e fortuna si fecero incontro con più benigna concordia, ma pochi uomini anche più solleciti di quello in spender bene i lor doni e cavarne il più largo frutto e farne ricco patrimonio altrui. Rampollo di illustre stirpe patrizia (si crede che fosse della gente Anicia; suo padre era il senatore Gordiano, tra gli antenati contava un papa, Felice IV) insieme colcenso cospicuo de' maggiori ne aveva ereditate le tempre robuste e l'assennatezza. La gravità del romano e l'ardore del cristiano si unirono in Gregorio come in nessun altro pontefice prima e dopo di lui.»[32]
Un uomo siffatto, mescolato com'era a quanto di notevole accadeva nel mondo, di necessità doveva riflettere l'età sua in quante scritture gli sgorgavano dalla penna feconda, onde talune di queste, intese allora a tutt'altro scopo, hanno oggi un valore storico altissimo che s'accresce per la gran povertà di ricordi contemporanei. Nato verso il 540, mentre Belisario contrastava ai Goti il dominio d'Italia, Gregorio studiò a Roma grammatica, rettorica, filosofia e diritto[33]. Giovanissimo ancora era salito alla dignità di Pretore o di Prefetto in Roma, ma le cure politiche non bastavano a distoglier lui uomo insieme di azione e di pensiero, dalle pie opere e dalle abitudini contemplative. Mosso da quella forza infaticabile che non gli fallì mai nella vita, egli dietro la guida d'Ambrogio e d'Agostino, fonti limpide e profonde com'ei le chiamava, intendeva la mente alla teologia e intanto volgeva le vaste ricchezze sue a fondare sei monasteri in Sicilia e un settimo a Roma al Clivo di Scauro là sul Celio, dove oggi ancora sorge una Chiesa che s'intitola dal suo nome. Inquesto monastero egli si chiuse alquanto più tardi a vita austera abbandonando la cosa pubblica, ma da questa non gli fu dato sottrarsi gran tratto. L'illustre casato e la potenza dell'ingegno suo non erano tali da lasciarlo rimaner nell'oscuro. Il pontefice Benedetto l'ordinò diacono per affidargli una delle sette regioni di Roma, e Pelagio secondo lo mandò come apocrisario a trattar gli affari della Chiesa a Costantinopoli. Quivi durante l'ambasceria acquistò credito presso l'Imperatore, e salì in tale riputazione, che al suo ritorno in Roma, morto nel 590 papa Pelagio, i Romani con voto unanime lo chiamarono a succedergli. La sua resistenza e la tentata fuga da Roma non valsero a salvarlo dal peso di quella gran dignità. Il volere del popolo e del clero di Roma ebbe a Costantinopoli la sanzione imperiale, e gli fu forza rassegnarsi ed accettare un incarico che tanto più lo sgomentava quanto al suo genio e al suo cuore ne apparivano più vasto il concetto e più tremendi i doveri. I tempi calamitosi imponevano all'alto ministero sempre nuove fatiche e suggerivano sempre nuovi pensieri, ma la sua mente anelando al cielo ritornava ogni ora al ricordo della pace perduta e richiamava con tenerezza infinita la solitudine del monastero. «Il dolore ch'io soffro continuamente, ormai per uso è antico ed è pur sempre nuovo. L'anima mia angustiata ricorda quale era un tempo nel monastero, e come ella sovrastava alle cose fugaci, e pensando solo delle celesti per virtù di contemplazione trapassava oramai il claustro della carne e la morte divenivale cara come principio di vita e premio dell'opera,sua.»[34]Con tale rimpianto egli apriva un giorno l'angosciata anima ad un amico che lo aveva sorpreso sedente in luogo solitario, a meditare in silenzio il suo dolore. Ma nè le tendenze ascetiche dello spirito nè le infermità che lo travagliavano ebbero forza di stornarlo dagli obblighi dell'ufficio suo. Un cuore romano gli batteva nel romano petto, ed ei ne seguiva i dettami con fermezza d'antico. La mente sua larga come il suo zelo spandeva in ogni plaga le cure benefiche, e per esse ei diveniva centro a popoli diversi e guida ad una nuova civiltà ignota ancora ma nascente per impulso di lui. Or tutte queste cure continue e varie, animate da una carità così intensa e così comprensiva, originarono tra gli altri suoi scritti uno stupendo volume di lettere che attestano la sublimità di sua vita e sono insieme il maggiore monumento storico dell'età sua. Divise in quattordici libri secondo gli anni del suo pontificato[35],e scritte ad ogni ceto di persone, queste lettere spiegano mirabilmente le condizioni dei tempi gregoriani e riflettendo l'immagine della vita d'allora mantengono o confermano il ricordo di fatti ignoti o mal noti. Semplici e prive d'ogni ornamento, ciascuna d'esse rivela la ispirazione momentanea per cui fu dettata, ma dal loro complesso si ricava il lungo e continuo pensiero dello scrittore. Lo stile dei profeti ai quali ispiravasi nelle altre opere sue, non veniva innanzi a Gregorio quando esprimeva caldamente e improvviso i pensieri suoi senza scopo letterario e stretto quasi sempre da motivi immediati e incalzanti. Perciò lo stile delle sue lettere scevro da mistica ampollosità procede piano e scorrevole ricordando talora la semplice e dignitosa latinità di tempi migliori[36]. I soggetti d'esse svariatissimi trattano ognimateria dalle più ardue questioni religiose e politiche alla minuta amministrazione dei beni della Chiesa, dalla ansiosa cura delle singole anime al patetico familiare racconto dei suoi lunghi e quasi continui patimenti morali e fisici[37]. Ma il riferire alcuna di queste lettere gioverà meglio d'ogni discorso a descriverne l'importanza e a dipingere lo squallore che ravvolgeva allora la storia nostra. Così la lettera seguente indirizzata all'imperatrice Costantina per ottenere alleviamento ai mali che gravavano sulla Corsica e la Sardegna, mostra qual fosse il governo dei Greci e come stesse l'Italia a strazio tra le due tirannidi dei nuovi e degli antichi oppressori.
«Posciaché» egli scrive «io conosco la serenissima Donna nostra esser pensierosa della patria celeste e della vita dell'anima sua, io terrei me gravemente colpevole, se tacessi quanto per timore dell'onnipotente Iddio è da suggerire. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti gentili, ed essi tuttavia secondo il loro mal uso, sacrificare agl'idoli, e i sacerdoti di quell'isola andare torpenti a predicare il Redentore, vi mandai uno de' vescovi italiani, che, aiutando Iddio trasse alla fede moltidei gentili. Ma egli mi ha annunciata una cosa sacrilega; che coloro, i quali colà sacrificano agl'idoli, pagano al giudice affinché ciò sia lecito loro. Dei quali essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciati quei sacrifizi, tuttavia il giudice dell'isola, anche dopo il battesimo, esige quella paga usata dare da loro. Ed avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli, aver promesso tanto in paga dell'impiego, che nol potrebbe riavere se non a quel modo. L'isola di Corsica poi è oppressa di tanta soverchieria degli esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitatori vi possono a mala pena supplire vendendo i proprî figliuoli; ondeché lasciando la pia repubblica e' sono sforzati a rifuggire alla nefandissima gente de' Longobardi. E qual cosa più grave, qual più crudele veramente, potrebbero eglino patire dai Barbari, oltre all'esser ridotti a vendere i propri figliuoli? In Sicilia dicesi d'un cotale Stefano cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre senza pronunziar giudizio i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni, tante oppressioni che s'io volessi dire tutte le opere riferitemi di lui, nol potrei compiere in un gran volume. Adunque vegga la serenissima nostra Donna tutte queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Ben sono io certo non essere elleno pervenute alle vostre pie orecchie; che se 'l fossero non avrebbero durato fino al presente. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinché dall'anima sua, dall'Imperio e da' suoi figliuoli ei rimova tale e tanto gravame di peccato. E ben so ch'ei dirà forse,mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole. Ma dico io: conceda meno per le spese d'Italia e tolga dal suo Imperio le lacrime degli oppressi. E perciò forse tante spese fatte per questa terra giovano meno perché con mescolanza di peccato lor si provvede. Comandino adunque i serenissimi Signori che nulla più si raccolga con peccato. E se così si attribuisca meno alle spese della repubblica, tuttavia le si gioverà più, e sarà meglio non provvedere alla vita nostra temporale che procacciare impedimento alla vostra eterna. Pensate di che animo, di che cuore, in che strazi esser debbano quei genitori che per salvarsene strappansi dappresso i figliuoli! E chi ha figliuoli ben può sapere come s'abbiano a compassionare gli altri. A me poi basti l'aver questo brevemente suggerito, affinché se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio appresso il severo Giudice incolpato e castigato.»[38]
In quella desolazione d'Italia, Gregorio conscio che il governo imperiale piuttosto era d'aggravio che di soccorso ai mali, cercava quando poteva di concluderpaci temporanee coi Longobardi per procacciare almeno a Roma e alle provincie dell'Impero qualche respiro in quella vita d'oppressione. Ma Romano esarca di Ravenna con gretta e gelosa politica gli faceva ostacolo e gli ruppe tra gli altri un accordo iniziato con Ariolfo duca longobardo di Spoleto. Ne conseguì una incursione longobarda intorno a Roma e stragi e rapine fin sotto le mura della città. Il pontefice oppresso dal gran dolore ne cadde infermo e solo riebbesi per andare incontro a nuove amarezze. Agilulfo, re dei Longobardi, volendo ricuperare alcune città ritoltegli per tradimento dai Greci, mosse rapidamente da Pavia verso Toscana, ricuperò Perugia e accostatosi anch'egli fin sotto le mura di Roma, recò ivi intorno nuovi guasti e saccheggi. Gregorio che a quel tempo spiegava ai Romani Ezechiele in un corso d'omelie, sopraffatto dalle calamità del suo popolo, non ebbe forza di seguitare. «Da ogni lato» sclamava «udiam gemiti; città distrutte, castella rase, campi devastati, la terra mutata in un deserto. Altri vediam tratti prigioni, altri mutilati, altri uccisi.» E di lì a poco cessando, così se ne scusava: «Non mi si faccia rimprovero s'io cesso dopo questo discorso, poiché, tutti lo vedete, le nostre tribolazioni s'accrebbero. D'ogni parte ne circondan le spade, da ogni parte temiamo un pericolo imminente di morte. Altri ci tornano innanzi colle mani mozzate, d'altri ci si annunzia che son captivi, d'altri che spenti. M'è necessario oramai trattener la lingua da questa esposizione.»[39]
Intanto ch'egli tentava d'alleggerir le sventure della patria e soffriva per esse nell'anima col doppio dolore di cristiano e di cittadino, i dignitari imperiali affaticandosi di scalzare l'autorità sua a Costantinopoli, l'accusavano d'esser caduto negli inganni del Duca di Spoleto e d'aver con ciò ingannato l'Imperatore. Gregorio indignato si difese, e scrivendo aperto ed austero all'Imperatore stesso: «Se la schiavitù di mia terra» diceva «non crescesse ogni dì, io pur tacerei del disprezzo e della derisione fatta di me. Ma questo mi duole che mentre mi si dà taccia di mentitore si strascina Italia più e più sotto al giogo de' Longobardi. Io dico al mio piissimo signore: pensi egli di me ogni male; ma intorno all'utile della repubblica e alla liberazione d'Italia, non dia facile le pie orecchie a ciascuno ma più creda ai fatti che alle parole. Contro ai sacerdoti poi non si sdegni nella sua terrena potestà il signor nostro sì prontamente; ma in considerazione di colui onde essi sono servi, comandi loro in modo da mostrar la dovuta riverenza.... Di quanto ebbi a soffrire dirò brevemente. Primo, mi fu guasta la pace ch'io senza spesa della repubblica avea fatta co' Longobardi in Toscana; poi, guasta la pace, si tolsero dalla città di Roma i soldati, e gli uni rimasero uccisi da' nimici gli altri collocati a Narni o a Perugia; e per tener Perugia si lasciò Roma. Fu peggio la venuta d'Agilulfo, quando io ebbi di miei occhi a vedere i Romani a guisa di cani colle funi al collo ire ad esser venduti in Francia. Noi, la Dio grazia, sfuggimmo, racchiusi nella città, dallecostoro mani; ma allora fu cercato d'incolparci che mancasser frumenti nella città, dove pure, com'io esposi altra volta, non si possono a lungo serbare. Nè di me duolmi; che fidato, il confesso in mia coscienza, purché salvi l'anima mia, mi tengo apparecchiato ad ogni cosa. Duolmi sì dei gloriosi uomini Gregorio prefetto e Castorio maestro de' militi, i quali fecero ogni cosa fattibile e durarono nell'assedio durissime fatiche di vigilie e guardie, e tuttavia poi furono colpiti dalla grave indignazione de' signori. Ond'io ben veggo aver ad essi nociuto non le azioni loro ma la mia persona; che dopo essersi con me affaticati con me ora son tribolati. E quanto a ciò che mi si accenna del terribile giudicio dello onnipotente Iddio, prego io per lo stesso onnipotente Iddio che mai più nol ripeta la pietà de' miei signori. Perché noi non sappiamo quale abbia ad essere quel giudicio; e dice Paolo egregio predicatore: Non giudicare anzi tempo, finché non venga il Signore il quale illuminerà i nascondigli delle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori. Questo io dico brevemente perché, indegno peccatore più m'affido nella misericordia di Gesù che nella giustizia della vostra pietà. E Iddio regga qui di sua mano il mio piissimo signore e in quel terribil giudicio lo trovi libero d'ogni delitto; e faccia poi piacere me, se è d'uopo, agli uomini; ma in cotal modo che io non offenda la sua eterna grazia.»[40]
Del resto nè calunnie nè ostacoli lo trattennero dal negoziar nuove tregue coi Longobardi studiandosi così di sollevar le campagne specialmente da quelle guerre devastatrici. Regnava allora sui Longobardi Agilulfo già duca di Torino principe di gran valore e conciliante d'animo, chiamato al trono da Teodelinda allorché rimasta vedova di re Autari, i nobili, al dire di Paolo Diacono[41]la lasciarono arbitra del regno invitandola ad eleggersi fra i duchi longobardi un successore all'estinto. Questa principessa, donna d'alte virtù, bavarese di nascita, cattolica di fede, esercitò una grande e salutare influenza nelle cose del regno e sui consigli del marito, e fu spesso mediatrice di pace. Dalle lettere di Gregorio apparisce sovente com'egli la tenesse in gran pregio e sperasse per lei di condurre al cattolicesimo i Longobardi. Riuscì in parte all'intento. Per le persuasioni di Teodelinda par che Agilulfo s'inducesse a lasciar l'arianesimo a quel modo che in Inghilterra le persuasioni di Berta aiutarono la conversione di Etelberto. Certo dopo Agilulfo i Longobardi a poco a poco, sebbene non senza molta resistenza, incominciarono a tenere una sola fede con gli Italiani e il fatto avea grande importanza perché valeva a scemare le divisioni tra i due popoli e n'aiutava la fusionealla quale peraltro fu sempre impedimento la coesistenza dell'Impero in Oriente. Verso quel tempo per cura di Teodelinda sorse la cattedrale di Monza a cui fu data in offerta la corona ferrea che servì da quel tempo a incoronare i re d'Italia e dopo aver cinta la fronte a Carlomagno e a Napoleone, apparve in un giorno di dolore solenne dietro al feretro di Vittorio Emanuele rinnovatore del regno italico. Quando nacque ad Agilulfo un figliuolo (A. D. 603), fu battezzato secondo il rito cattolico. Gregorio che afferrava bene la utilità di quell'evento, ne mandò lieto rallegramenti e lodi a Teodelinda. «Quello che mi mandaste in iscritto dalle contrade genovesi,» così le diceva Gregorio, «mi fece partecipe del gaudio vostro col farmi noto che per la grazia di Dio onnipotente vi fu concesso un figliuolo, e, quel che torna a lode della eccellenza vostra, ch'egli fu ascritto alla fede cattolica. Nè altro era da aspettarsi dalla cristianità vostra se non che avreste procurato di munir del sussidio della giustizia cattolica colui che v'era dato per dono divino, affinché il Redentore conoscesse in voi una serva fedele, e alimentasse nel suo timore il nuovo re alla nazione dei Longobardi. Perciò prego l'onnipotente Iddio ch'egli custodisca voi nella via de' suoi mandati e faccia crescer nell'amor suo l'eccellentissimo figliuol mio Adaloaldo per tal modo ch'egli già grande infra gli uomini anche per sue buone opere divenga glorioso dinnanzi agli occhi del nostro Iddio.
«Quanto a ciò che scrisse la eccellenza vostra che io dovessi sottilmente rispondere all'abbate Secondo,figliuol mio carissimo, chi mai, se infermità nol contrastasse, vorrebbe indugiarsi a soddisfare la domanda sua e il desiderio vostro il quale, vedesi, riuscirebbe utile a molti? Se non che mi opprime tale infermità di podagra, che non pur m'è negato il dettare, ma a stento posso levarmi a discorrere. Ciò sanno i legati vostri apportatori di queste lettere, i quali mi trovarono infermo al venire e mi lasciano in pericolo grande e dubbio della vita. Ma se l'onnipotente Iddio vorrà ch'io guarisca, a quanto egli mi scrisse risponderò sottilmente.
«.... All'eccellentissimo figliuol mio Adaloaldo re, mando alcune reliquie, cioè una croce col legno della santa croce del Signore, ed una lezione del Santo Vangelo inclusa in una teca persica. E alla figliuola mia, sua sorella, mando tre anelli, due con giacinti uno con onice, le quali cose prego sien date da voi a loro affinché per mezzo della eccellenza vostra riesca loro grato l'affetto mio.
«Nel mandarvi con amor paterno il debito saluto, chieggovi che al figliuol nostro eccellentissimo il re vostro sposo rendiate grazie per la fatta pace, e che per l'avvenire secondo l'uso vostro, lo esortiate con ogni maniera alla pace. Così tra le molte buone opere vostre potrete trovare innanzi al cospetto di Dio la mercé usata ad un popolo innocente che poteva perir nel dissidio.»[42]
Queste lettere scelte non senza esitazione tra molte d'ugual valore, possono in qualche modo mostrar laluce che viene alla storia d'Italia da questo singolare epistolario. Ma l'ampia mente di Gregorio, le ispirazioni del suo ministero, la larghezza cristiana della sua carità, non gli consentivano di restringere nella sola Italia l'opera sua, onde le sue lettere sono fonte di storia non pure italiana ma universale. La storia d'Europa si chiarisce mirabilmente per le lettere scritte nelle Gallie e in Ispagna, notevolissime tra le prime quelle dirette alla famosa Brunichilde[43], e tra le seconde quelle dirette a Leandro quel vescovo di Siviglia che indusse il re Recaredo e i suoi Visigoti ad abbandonar l'arianesimo. Del pari le letteredirette a Costantinopoli, ad Alessandria ed altrove in Oriente e in Affrica, descrivono lo stato dei paesi più lontani e le loro relazioni con Roma. Quali poi fossero le relazioni tra Gregorio e la Inghilterra, e qual parte egli avesse alla conversione di quel paese, è famoso al mondo. Beda il venerabile raccogliendo le tradizioni inglesi ne ha lasciato un racconto notissimo ripetuto per tutto il medio evo. Egli narra come Gregorio non ancora pontefice veduti in Roma alcuni schiavi inglesi, colpito dall'angelica bellezza loro, udendo ch'essi erano idolatri, concepisse il pensiero di convertir l'Inghilterra alla fede. Ottenutane licenza ei s'avviava missionario a quelle contrade, ma appena mosso, ecco il popolo romano a sollevarsi e costringere il papa a richiamarlo. Questo racconto della cui verità non apparisce traccia nelle opere di Gregorio, riflette non solo l'affettuosa venerazione che nutrivasi per lui in Inghilterra qualche secolo dopo la sua morte, ma puranco l'affettuosa sollecitudine che nelle lettere di Gregorio traluce continua per quella missione[44]. L'infiammato ardore di carità che lo ispira su tale argomento mi sforza a varcare i limiti di questo lavoro, e uscendo dalla storia particolare d'Italia raccolgo qua e là qualche frammento in cui Gregorio parla di questa impresa a lui cara, e nel compiacersi della riuscita, coi gravi e dolci ammonimenti la dirige al suo termine.
«Ma,» egli scrive ad Eulogio vescovo Alessandrino, «poiché io so che voi tanto vi rallegrate nel bene operato da voi quanto in quel che è operato dagli altri, rendovi cambio del favor vostro e v'annunzio non dissimili cose. Imperocché perfidiando finora nel culto de' tronchi e delle pietre la nazione degli Angli che vive nel più remoto angolo del mondo, a me collo aiuto delle orazioni vostre entrò nell'animo ch'io dovessi mandar colà un monaco del monastero a predicare colla grazia di Dio. Il quale con mia licenza fatto vescovo dai vescovi di Germania, anche col conforto loro fu condotto laggiù in fin del mondo a quella gente, e pur ora ci son pervenute scritte notizie di sua salute e dell'opera sua. E tra quella gente splendono di tanti miracoli ed egli e gl'inviati con lui, che sembrano imitar le virtù insigni ch'essi vanno sponendo degli apostoli. Nella festa della Natività del Signore occorsa in questa prima indizione, ci annunzia il fratello e convescovo nostro che oltre a diecimila Angli furono battezzati. La qual cosa io vi narro affinché sappiate ciò che parlando operate tra il popolo Alessandrino, e pregando operate ai confini del mondo. Le orazioni vostre sono dove voi non siete e dove siete appariscono le opere sante.»
Nel seguito di questa lettera così notevole per giusta compiacenza e per l'umile fede che ne traspare, si fa cenno d'una grave questione ch'egli ebbe in Oriente con Giovanni il Digiunatore patriarca costantinopolitano, intorno al titolo di vescovo universale ch'egli rifiutava per sé e non voleva riconoscerein altri. Ma una tale questione che originò molte lettere della raccolta importantissime per la storia della Chiesa, trasmoda troppo la cerchia di questo libro. È necessità tralasciarla e concludere queste citazioni, forse già troppo lunghe, coi brani di un'altra lettera scritta ad Agostino l'apostolo d'Inghilterra: «Gloria negli eccelsi a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà. Come il morto grano di frumento recò molto frutto cadendo a terra affinché non regnasse solo nel cielo, così noi viviamo per la morte sua, ci confortiamo per la sua infermità, pel suo patire siam tolti al patire, per l'amor suo cerchiamo in Britannia i fratelli che ci erano ignoti, per sua grazia troviamo quelli che noi ignoranti cercavamo. Chi varrà a dir quanta gioia sia nata quì in cuore di tutti i fedeli a udir che la nazione degli Angli per la grazia dell'onnipotente Iddio e le fatiche della fraternità tua, scacciate le tenebre dell'errore s'è circondata della luce della santa fede, che già con mente franca essa calpesta gl'idoli a cui prima soggiaceva insana per terrore; a Dio onnipotente si piega pura nel cuore, dalle prave opere è trattenuta per le regole della santa predicazione, ai precetti divini inchina l'animo e sollevasi coll'intelletto, infino a terra umiliasi coll'orazione per non giacer colla mente a terra? Di chi è questa opera se non di colui che dice: Il Padre mio opera fino ad ora ed opero anch'io?[45].... Or tu godi pure perché le anime degli Angeli pe' miracoli esteriorison tratti alla grazia interiore, ma temi che fra queste maraviglie che sono operate l'infermo animo non si levi a presunzione, e mentre esaltasi fuori ad onore non cada internamente per vanagloria... Imperocché ai discepoli del vero non deve arrecar gaudio se non quel bene che hanno comune con tutti e nel quale non hanno fine alla letizia. Resta dunque, o fratello carissimo, che tra ciò che tu per opera di Dio fai esternamente, sempre all'interno ti giudichi sottilmente, e che sottilmente osservi ciò che sei tu stesso e quanta grazia sia in quella gente per la cui conversione ottenesti perfino il dono di far miracoli. E se ti ricorderai d'aver mancato talora innanzi al Creatore nostro o colla parola o coll'opera, sempre ti richiamerai ciò a memoria affinché il ricordo della colpa reprima la insorgente vanità del cuore. E quanto di operar miracoli ti sarà o ti fu concesso, stimalo donato non a te ma a coloro per la cui salute ti si concede.... Molto adunque vuolsi premer giù l'animo tra i segni e i miracoli affinché esso non cerchi la propria gloria ed esulti nel gaudio privato della sua esaltazione.
«Le quali cose io dico perché desidero umiliar l'animo di chi m'ascolta, ma tuttavia abbia anche la sua fiducia l'umiltà tua. Imperocché io peccatore tengo speranza certissima che per la grazia dell'onnipotente nostro Creatore e Redentore Dio e Signore Gesù Cristo, già i peccati tuoi sono rimessi e perciò sei eletto affinché per te si rimettano i peccati altrui. Nè avrai afflizione d'alcunpeccato in avvenire tu che ti sforzi di far gaudio in cielo per la conversione di molti. Lo stesso Creatore e Redentore nostro, parlando della penitenza degli uomini, afferma: Io vi dico che si farà maggior gaudio in cielo per un peccatore penitente, che per novantanove giusti a cui non fa d'uopo pentirsi[46]. E se per un sol penitente è così grande gaudio nel cielo, qual gaudio crederem noi che si faccia per tanto popolo convertito dall'error suo, il quale venendo alla fede condannò col pentirsi il male che fece? In tanto gaudio di cielo e d'angeli ripetiam dunque quelle parole angeliche che premettemmo: “Gloria negli eccelsi a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà.”»[47]
L'anno 604, nel giorno 14 di marzo, chiudeva la santa vita Gregorio Magno e col cessare del suo epistolario la storia d'Italia perde la guida sua più luminosa attraverso que' secoli. Altre opere di Gregorio hanno pregio storico per le allusioni che vi si trovano a fatti contemporanei o recenti, e principale tra queste opere è il libro deiDialoghi. In questo libro singolare, uno di quelli che più hanno affascinata la fantasia del medio evo, Gregorio descrisse le vite e i miracoli di San Benedetto e d'alcuni altri Italiani in fama di santità vissuti intorno al suo tempo e i più d'essi o conosciuti da lui o da persone a lui note. È una raccolta di leggende strane e fantastiche narrate con ferma fede e con ferma fede ripetute persecoli, ed è maraviglioso insieme e caratteristico di que' tempi e di questa nostra natura umana il trovar tanta puerile credulità in uomo di genio così mirabile. Ma queste leggende riescon preziose alla storia sparse come sono di fatti reali e d'allusioni a luoghi ad usi a monumenti non ancora scomparsi, a personaggi che vissero e operarono in quella età momentosa[48].
Colla morte di Gregorio le testimonianze contemporanee e dirette sulla storia d'Italia nei tempi longobardi cessano quasi del tutto. Il documento di maggior valore è l'Editto di re Rotari (A. D. 643), che con le aggiunte fattevi dai re successivi raccoglie in sé tutta la legislazione longobarda. Rotari prefisse all'Editto un prologo il quale nella scarsità delle memorie serve molto alla storia essendo riferita in esse con diligenza la serie dei re longobardi coi nomi di loro famiglie ed una accurata genealogia per dieci generazioni della famiglia dello stesso Rotari che era degli Arodi.
Finché Rotari non le raccolse, nessuno aveva scritto le leggi dei Longobardi. Esse scendevano tramandate colla parola viva da generazione a generazione e il somigliante accadeva per la memoria di loro genealogie e di loro imprese che circonfuse di leggende erano affidate al canto. Verso il 670 un Longobardo tentò come seppe di ricavare da quelle saghe alquanti cenni intorno alla provenienza del suo popolo, e questolavoro elettoOrigo Langobardorums'aggiunseab anticonei codici al prologo dell'Editto di Rotari e parve quasi confondersi in quello[49]. Prima di questi tentativi esisteva una storia dei Longobardi compilata da quell'abbate Secondo di Trento († 612), che levò al fonte battesimale il fanciullo Adaloaldo e si trova nominato qui sopra nella lettera di Gregorio Magno alla Regina Teodelinda, ma di questa storia, che sembra essere stata importante, riman la sola menzione negli scritti di Paolo Diacono a cui siam giunti oramai[50]. Il continuatore di Prospero d'Aquitania il quale condusse la sua continuazione fino al 671 ed unmagister Stefanusche verso il 698 compose una rozzissima poesia in lode di re Cunipertosono le sole fonti contemporanee che abbiamo oltre laOrigoe l'Editto, e provenienti da scrittori di origine latina. I Longobardi stentarono sopra ogni altro popolo germanico ad avvicinarsi alla cultura latina e vi si avvicinarono sol quando la loro dominazione era presso al tramonto. Però, come osserva il Wattenbach, «i grammatici che malgrado la contrarietà dei tempi avevano sempre continuata l'opera loro, trovarono a poco a poco discepoli tra i Longobardi e quando la costoro signoria si appressò alla fine, già avevano educato al popolo straniero il suo storico che, come Giordane, alla caduta del regno ne serbò almeno la memoria.»[51]Questo storico fu Paolo Diacono, e di lui, insigne tra gli storici dell'antico medio evo italiano devesi ora trattar di proposito[52].
Paolo Diacono ci ha lasciato egli stesso memoria di sé qua e là ne' suoi scritti, e in essi possiamo seguir le traccie della sua vita che fu certo notevole. Nasceva da stirpe antica ed egli ne risalisce la storiaintessuta di leggende. Leupchis, lo stipite ch'egli menziona del suo casato, scese nel Friuli con Alboino al tempo della prima invasione longobarda e quivi morì lasciando cinque figliuoli che poco appresso presi in una incursione degli Avari furon tratti via dalla patria. Durava da lungo la lor prigionia quando Lopichis un d'essi, pervenuto alla virilità potè scampar colla fuga. Dopo un lungo vagar solitario alla ventura tra stenti immani e pericoli, un dì sulle Alpi mentre considerava incerto il suo cammino, ecco presentarglisi innanzi d'improvviso un lupo e farglisi guida per la via sconosciuta. Poi a un tratto sparitogli dagli ocelli misteriosamente il lupo, una visione gli venne a soccorso nel sonno e gl'indicò la rimanente strada fino al Friuli. Quivi trovò la deserta casa dov'era nato, e riconosciuto dai suoi parenti potè ristorarla e fondare in essa la sua famiglia. Da Lopichis derivò Arechis e da lui Warnefrit, il quale unitosi ad una Teodelinda, n'ebbe alquanti figliuoli. Un d'essi, nato per quanto si congetturatra il 720 e il 725 all'incirca, fu il nostro Paolo Varnefrido o, come più universalmente è chiamato. Paolo Diacono.
Paolo ebbe a maestro nelle lettere il grammatico Flaviano nipote ad un altro grammatico di nome Felice. Nelle scuole studiò la lingua greca non senza profitto come è da credere malgrado la modestia colla quale egli accenna a questo ramo del suo sapere. Non è ben sicuro in quale luogo Flaviano gl'impartisse l'insegnamento suo, ma par probabile ch'ei fosse educato in Pavia alla corte del re dove per questi grammatici la cultura latina schiudevasi un varco. Certo Paolo trovavasi in corte ai tempi del re Ratchis (A. D. 744-749), perché ci narra d'avere egli stesso veduto quel re mostrare dopo un convito la tazza famosa che Alboino fe' far col teschio di Cunimondo re dei Gepidi. Com'è noto, Alboino, ucciso in guerra Cunimondo di cui poscia sposò la figliuola Rosemunda, soleva ai solenni conviti ber nel suo teschio ridotto ad uso di coppa. Un giorno a Verona grave di vino oltre il dovere, il tiranno offrì la tazza orrenda alla regina invitandola a ber lietamente col padre. L'atroce ingiuria vendicata più tardi ferocemente par così enorme a Paolo che nel narrarcela esclama: «Affinché ciò ad alcuno non apparisca impossibile, dico la verità innanzi a Cristo, io stesso un dì di festa vidi il re Ratchis che tenea in mano questa coppa mostrandola a' convitati suoi.»
Questo episodio che s'introduce qui ad esempio della feroce barbarie de' primi Longobardi, bene ci aiuta a seguire la storia della vita di Paolo e nonè il solo per cui lo vediamo trattare familiarmente coi principi del suo tempo. Lo scritto più antico che ci rimane di Paolo (A. D. 763), è un carme sulle sei età del mondo, di cui le strofe recano acrosticamente il nome diAdelperga piafiglia del re longobardo Desiderio e moglie di Arichi duca di Benevento. Questa principessa che aveva avuto Paolo a maestro, gli rimase sempre amica e lo invitò più tardi ad aumentare e continuare la storia romana di Eutropio. Pare che egli componesse l'epitaffio in versi per la regina Ansa madre di Adelperga il cui cadavere fu ricondotto in patria dalla Francia dove Ansa era andata con Desiderio quando l'armi di Carlo Magno fransero il regno dei Longobardi. I versi della iscrizione che dallo stile pare sicuramente esser di Paolo, spirano una malinconia profonda e attestano l'affetto che l'autore portava alla stirpe sua longobarda. Non si sa in quale anno egli ricevesse i sacri ordini nè quando entrasse nel chiostro, ma il Waitz tiene per non improbabile ch'egli si rendesse monaco a Montecassino quando Ratchis balzato dal trono vi trovò un rifugio. Quivi la solenne pace del monastero presto pigliò tanto impero sull'animo di Paolo, che mai forse non si sarebbe indotto a lasciarla se gravi casi non l'avessero chiamato fuori. Nel 776 i Longobardi da breve conquistati si rivoltarono in varî luoghi contro a' Franchi e più vastamente nel ducato del Friuli. Se Paolo non s'immischiò in questa rivolta certo vi prese parte il fratel suo Arechis, il quale tratto prigioniero in Francia ebbe confiscate tutte le sostanze sue. Da questo fatto dee trarre origine unaleggenda intorno a Paolo nata verso il secolo decimo e largamente diffusa nei secoli posteriori. A voler seguire questa leggenda, Carlo Magno sospettando Paolo complice in una congiura, l'avrebbe cacciato in esilio e confinatolo nell'isoletta di Tremiti donde egli qualche anno appresso avrebbe potuto fuggire per miracolo, rifugiarsi a Benevento e di là a Montecassino. Ma tutto questo racconto è fantastico. Per contrario quando già Carlo era venuto a Roma e avea dato prova di temperata mitezza nelle cose di Stato e mostravasi protettore delle lettere, vediamo Paolo rivolgersi al monarca vincitore. In versi ei gli chiede che sia reso il fratel suo alla famiglia da sei anni giacente in una miseria di cui dipinge lo squallore con gran vivezza di colorito e gran calore d'affetto. A far più efficace la intercessione, Paolo lasciò il monastero e valicate le Alpi si recò in corte di Carlo. Questi lo accolse con molto onore e lo trattenne più a lungo ch'ei non avrebbe voluto. Dalle rive della Mosella il desiderio del monaco tornava alla dolce pace gustata tra i maestosi silenzî delle rupi cassinesi: «Sebbene,» egli scrive all'abate suo Teodemaro, «uno spazio vasto di terra mi separi dal consorzio vostro, me congiunge a voi un tenace affetto che non può mai disciogliersi, nè il riferir per lettera e la brevità di queste pagine bastano a dirvi l'amor che mi crucia ad ogni momento per voi e pe' miei seniori e fratelli. Imperocché quando mi sovvengono alla mente gli ozî occupati solo in opere divine, e la grata dimora della cella mia, e il pio religioso affetto vostro, e la santa caterva di tantisoldati di Cristo intesa al culto divino, e di ciascun fratello gli esempi fulgidi per virtù diverse, e i dolci colloqui sulle perfezioni della superna patria, io tremo attonito e languisco, nè so trattener le lacrime tra i sospiri che m'escono dal profondo del petto. M'aggiro tra cattolici e dediti al culto cristiano, tutti m'accolgono bene, tutti mi si mostrano benigni per amore del padre nostro Benedetto, e pei meriti vostri. Ma al paragone del cenobio vostro il palazzo m'è carcere, al paragone di tanta quiete che si trova fra voi il viver qui m'è tempesta. Solo pel corpo frale son tenuto via da codesta patria, con tutta l'anima mia sono con voi. E ora mi pare d'essere ai vostri troppo soavi concenti, ora seder nel cenacolo a saziarci più colla lettura che col cibo, ora a considerar le opere di ciascuno negli uffici diversi, ora a indagar lo stato degli aggravati per vecchiezza o per male, ora a logorar le soglie dei santi care a me come un paradiso.» E chiudeva la lettera esprimendo la speranza di raggiunger presto i fratelli suoi, ma l'indugio al ritorno non fu così breve. Appunto in quel tempo Carlo adunando alla sua corte da ogni paese tutti coloro nei quali splendeva ancor qualche raggio della ormai spenta cultura, studiavasi di ravvivare intorno a sé la luce della civiltà romana mentre si preparava a far rivivere nell'ordinamento politico il nome di Roma e l'autorità dell'Impero. Paolo Diacono non poteva rimanersi estraneo a quest'opera di civiltà e si lasciò indurre a prendervi parte. Di ciò avanza un chiaro monumento nei versi che Pietroda Pisa gli scrisse in nome di Carlo magnificando le doti e la scienza di Paolo e paragonandolo agli scrittori più grandi della antichità. «La figliuola mia,» dice Carlo in que' versi «deve andare sposa in Grecia ed è mio desiderio che Paolo ammaestri nella lingua greca coloro che dovranno accompagnarla a Costantinopoli.» Paolo verseggiando in risposta accetta l'incarico ma rifiuta modesto le lodi regali ed anche nega d'aver tentata la conversione del re di Danimarca Sigfrido, attribuitagli da Carlo in altri versi di Pietro da Pisa. Verso quel tempo Paolo compose l'epitaffio d'Ildegarde moglie di Carlo Magno († 783) e delle sorelle e figliuole di lui. Inoltre, sempre ad istanza di Carlo, condusse a termine una pregevole raccolta di omelie, abbozzata già a Montecassino la quale, come già altri osservò, venne in grande aiuto all'ignoranza quasi universale in quei tempi del clero[53].
Nè si limitarono a tanto le fatiche letterarie del nostro monaco cresciuto oramai in fama tra i letterati dell'età sua. Fece un estratto del trattato De verborum significatione di Festo Pompeio, serbando cosìai posteri almeno in parte un documento che ancora è prezioso ai filologi e agli studiosi della legislazione romana. Pregato da Angilramno vescovo di Metz, compose la storia dei vescovi Metensi e aprì egli primo oltre l'Alpi, la serie di quelle storie episcopali che hanno tanto giovato in ogni paese alla storia della chiesa cristiana[54]. In quest'opera narrò diffusamente la vita di santo Arnulfo stipite della casa carolingia e colse al volo la propizia occasione per celebrare le glorie e le virtù del monarca che gli si mostrava così benigno. In corte dovette Paolo incontrarsi e si strinse di calda intima amicizia con uno dei maggiori uomini di quella età, parente a Carlo, Adalardo abate di Corvey. Pur questa amicizia recò frutti letterari, e, a richiesta dell'amico, Paolo si diè ad emendare il testo delle lettere di Gregorio il Grande del quale anche dettò una vita, ma colto da infermità potè solo compiere una breve parte del suo lavoro che mandò ad Adalardo con una soave lettera riboccante d'affetto.
Pare che Paolo mettendo a profitto quegli anni di dimora oltralpe visitasse gran parte di Francia e i monasteri più famosi in essa. Ma nè le attrattive di quel bel paese bastarono a fargli dimenticare la cara patria, nè i dolci legami delle nuove amicizie a fermarlo per sempre in corte di Carlo. Nota il Wattenbach che forse la nimicizia tra Carlo e Arechis principedi Benevento, sempre crescente finché scoppiò in guerra aperta, potè da ultimo rattristargli la dimora in Francia sebbene il re gli rimanesse sempre amico. Inchina altri a credere che Paolo sul cadere del 786 tornasse in Italia collo stesso Carlo. Conghietture probabili entrambe ma non sicure. Certo è solo che intorno al 787 Paolo dettava da Montecassino una bella iscrizione per Arechis morto in quell'anno, e con quel pio tributo suggellava l'amicizia fedele onde s'era legato al marito d'Adelperga sua discepola. L'affannoso desiderio del monaco toccava alfine la cima sua. Dopo così lungo aggirarsi tra i rumori del mondo e il fasto delle corti, egli poteva adesso rigoder quella pace profonda verso cui s'affannano certe anime con tanto più ardore quanti più trovano contrasti a raggiungerla. Dalla vetta di quel monte venerando per pie memorie, dove Benedetto aveva deposto un seme tanto fecondo di civiltà, quel monaco solitario sciolto alfine d'ogni cura mondana poteva levarsi dalla contemplazione degli eventi umani alla contemplazione serena di Dio. Così in quei riposi tranquilli nacquero gli ultimi due lavori a cui consacrò la rimanente vita[55], un commentario alla regola monastica e quella storia dei Longobardi che gli ha assicurata la fama presso i posteri.
La nascita di Paolo Diacono e i casi di sua vita sembravano destinarlo all'ufficio di storico. Nato in Italia da stirpe longobarda quando il regno longobardo si avvicinava alla sua caduta, amante del popolo da cui traeva l'origine, amico ai suoi principi, e d'altra parte educato da maestri italiani alle tradizioni doppiamente latine della antichità classica e della Chiesa, Paolo Diacono era insieme italiano e longobardo. Da ciò quella specie di patriottismo che unisce in lui le due razze e par che simboleggi tra esse una fusione che non potè mai compiersi intera e solo si compì in parte quando il popolo oppressore soggiacendo ai Franchi scese alquanto più vicino agli oppressi. Già Paolo rifacendo l'opera d'Eutropio aveva narrata la storia di Roma, ed ora mutato per dir così il titolo del suo lavoro, nelle vicende del popolo longobardo narrava il proseguimento di quella storia. Come s'è già veduto, i popoli germanici ignari di lettere affidavano la notizia di loro genealogie e di loro imprese alla tradizione che le tramutava in canti e in leggende. Ricavare da queste leggende la vita del popolo ch'esse celebravano, era l'ufficio di chi metteva mano alla storia quando le imprese accumulate e i primi raggi della civiltà penetrati ispiravano quasi inconsciamente il desiderio d'una narrazione più certa e più duratura. Da ciò quell'intrecciarsi continuo dei fatti reali coi leggendari che dà un carattere così spiccato alla storia dei Longobardi i quali anche, per loro indole rude ma cavalleresca, spesso condussero imprese da leggenda piuttosto ispirati da vaghezza di mostrarsi prodi che da ragione di Stato.Bene Cesare Balbo con l'usata acutezza sua ha notato che fin dai tempi di Autari e di Teodelinda «possono dirsi incominciati in Italia i tempi, benché il nome non peranco, della cavalleria; tempi più piacevoli all'immaginazione che all'effetto, più ammirabili ne' romanzi che nelle storie; tempi non senza virtù, ma di virtù sprecata.»[56]Nè v'ha per fermo romanzo cavalleresco delle età posteriori che narri alcun racconto più ricco d'avventurosa poesia di questo che ci è narrato da Paolo:
«.... Dopo queste cose re Autari inviò legati in Baviera per chiedere in matrimonio la figlia del re Garibaldo, e questi accoltili benignamente promise di dare ad Autari la figlia sua Teodelinda. Ciò nel tornare riferendo i legati ad Autari, egli desideroso di veder cogli occhi suoi la sua sposa, presi con sé alcuni pochi ma scelti Longobardi e conducendo quasi come seniore un suo fedelissimo, senza indugio trasse in Baviera. I quali introdotti secondo l'usanza dei legati al cospetto di re Garibaldo, posciaché colui ch'era venuto con Autari quasi come seniore ebbe fatti i saluti e le parole d'uso, Autari ignoto a tutta quella gente, fattosi più presso a re Garibaldo gli disse: ‘Il signor mio Autari re qui mi ha propriamente inviato a veder la figliuola vostra sua sposa, affinché io possa sicuramente annunziare al signor mio quale ne sia la bellezza.’ E udendo ciò il re e fatta venir la figliuola, Autari contemplatala tacitamentee vedendola di belle forme e compiacendosene in ogni cosa, disse al re: ‘Poiché tale vediamo essere la persona della figliuola vostra che bene dobbiamo desiderarla per nostra regina, noi ameremmo, se piace alla podestà vostra, che ella ci desse di mano sua la coppa del vino come dovrà fare appresso con noi.’ E avendo il re conceduto che ciò si facesse, ella presa la coppa del vino, prima propinò a colui che pareva esser seniore. Poscia avendola pôrta ad Autari ch'ella ignorava esser lo sposo suo, questi, dopo aver bevuto, nel render la tazza, senza che altri lo notasse col dito le toccò la mano, e accostò la fronte e il volto alla sua destra. Ella suffusa di rossore narrò il fatto alla nutrice. A cui la nutrice disse: ‘Se questi non fosse lo stesso re e il tuo sposo, certo non avrebbe osato toccarti. Ma tacciamo frattanto che non lo sappia tuo padre: per fermo egli è persona degna e di tenere il regno e d'associartisi in matrimonio.’ Era allora Autari florido d'età giovanile, di bella statura, biondo di crine e di nobilissimo aspetto. Coloro preso commiato dal re, ripigliando la via della patria mossero in fretta a' confini dei Norici. Imperocché la provincia dei Norici abitata dal popol de' Bavari, ha la Pannonia da oriente, da occidente la Svevia, da mezzogiorno l'Italia e da tramontana il corso del Danubio. Autari adunque essendo già arrivato presso a' confini d'Italia e avendo con sé i Bavari che lo riaccompagnavano, levossi quanto potè sul cavallo che inforcava, e con tutta forza infisse nell'albero che gli era più prossimo la scureche tenea in mano e ve la lasciò infissa con queste parole: ‘Di cotali ferite suol fare Autari.’ E avendo ciò detto, allora i Bavari che l'accompagnavano intesero ch'egli era lo stesso re Autari.»[57]
Nè solo per fatti somiglianti apparisce in forma così leggendaria la storia dei Longobardi. Il racconto di rivolgimenti politici gravissimi mostra il vero della osservazione del Balbo intorno alla tendenza cavalleresca che si veniva manifestando allora in Italia e improntava del suo carattere molte azioni reali di quel popolo. Questa tendenza si riflette come in uno specchio nell'anima ingenua ed immaginosa di Paolo diacono ed è gran fortuna pei posteri. Ispirato da essa egli narra la storia delle cose avvenute quali la voce viva delle tradizioni gliele riferisce e non sciupa queste ultime sfoggiando una vana erudizione o una critica non concessa ai suoi tempi. Così per lui rientriamo davvero nella età longobarda e i suoi personaggi sono ritratti con un vigore di movimento e di colorito che ci aiuta a maraviglia per intenderli e per rifarci nella mente que' tempi de' quali egli solo ci ha lasciato un largo e durevole ricordo. Dalle prime mitiche origini longobarde egli scende fin quasi ai tempi di Desiderio e di Adelchi di cui non tratta, o che la morte gli rompesse a mezzo il racconto o che gli fosse troppo arduo narrar la conquista del suo popolo compiuta da quel Carlo che lo aveva tanto onorato. Longobardi, Greci, Romani da Alboino a Liutprando ci ritornano ancor vivi dinnanzi. Tra lagran folta del popolo tutti quei papi e re e gran baroni, e gli aderenti loro e i nemici, e monaci e guerrieri e santi e donne eroiche ed abbiette tutti risorgono e si muovono nel libro di Paolo. Battaglie aperte e congiure, splendori di corti e spelonche di romiti, virtù e delitti, sacrilegi e miracoli, si seguono e s'intrecciano in un contrasto pieno di vita. Scegliere esempi dalle narrazioni di Paolo è difficile, massime quando è necessità limitarsi: valga perciò questo solo episodio che narro in gran parte colle parole stesse di Paolo.
Dopo il glorioso regno di Rotari il legislatore e l'altro assai breve di Rodoaldo, fu chiamato al trono Ariperto figlio ad un fratello di Teodelinda il quale regnò nove anni di cui quasi nulla ricorda la storia. Alla sua morte due figli suoi Godeperto e Pertarito si divisero il regno e il primo pose stanza a Pavia l'altro a Milano. Questa divisione, nuova presso i Longobardi, mostra come gli animi fossero divisi intorno alla elezione e si potessero male accordare. Infatti indi a breve pur tra i fratelli sorse dissenso, e Godeperto istigato da mali consiglieri, spedì il duca di Torino a Grimoaldo duca di Benevento, principe dei più potenti d'Italia e per le qualità sue personali riputatissimo. Godeperto offriva una sua sorella in isposa al beneventano e in cambio gli chiedeva aiuto contro Pertarito, ma il messaggero fattosegli traditore offrì invece a Grimoaldo la corona regia e l'esortò a trar partito dalle discordie di que' fratelli per farsi signore d'Italia. Grimoaldo si recò in Lombardia, e quel da Torino inteso sempre nel suo proposito,eccitando sospetti vicendevoli tra i due alleati, adoperò così scaltro che al primo loro abboccarsi Grimoaldo uccise di mano sua Godeperto. All'annunzio del fatto Pertarito, sentendosi forse mancare a un tratto ogni appoggio, abbandonò Milano a così gran fretta che si lasciò dietro la regina e il figliuol Cuniperto i quali furono confinati entrambi a Benevento mentre egli vagava. Grimoaldo intanto sposò la sorella dell'ucciso principe, fatto non senza esempio nella storia longobarda ma pur molto strano, e nel 662 fu confermato re a Pavia. Le vicende dello sbandito re Pertarito lungo l'esilio ci sono così narrate dallo storico nostro:
«Confermato dunque Grimoaldo nel regno sul Ticino, non molto dopo si tolse in moglie la figliuola di re Ariperto che già eragli stata promessa e di cui egli avea ucciso il fratello Godeperto. L'esercito beneventano che l'aveva aiutato a impadronirsi del regno rimandò con gran doni alle sue case. Tuttavia trattenne solo alquanti di esso a star seco concedendo a loro possedimenti larghissimi.
«Il quale posciaché seppe che Pertarito fuggendo era arrivato in Scizia e dimorava presso del Kan, a quel medesimo Kan re degli Avari mandò dicendo per suoi ambasciatori, che se ricoverasse Pertarito nel regno suo, non potrebbe mantener più quella pace che s'era mantenuta fino ad allora tra i Longobardi e lui. Udendo ciò il re degli Avari chiamato Pertarito dissegli ch'egli andasse pure in qual parte gli piaceva ma che gli Avari non avean da contrarre nimicizie coi Longobardi. E Pertaritoin udir ciò si rivolse all'Italia per tornarsene a Grimoaldo perché aveva udito ch'egli era clementissimo. Pervenuto adunque alla città di Lodi, prima di sé mandò a re Grimoaldo, Unulfo un fedelissimo uom suo che gli annunziasse la sua venuta. Unulfo quindi presentandosi al re gli annunziò che Pertarito veniva a mettersi nella sua fede. La qual cosa udendo colui promise sicuramente ch'egli non patirebbe alcun male poiché veniva alla fede sua. In questa venendo Pertarito, entrato presso Grimoaldo, mentre voleva buttarglisi a' piedi, il re clemente lo trattenne e lo sollevò all'amplesso suo. A cui Pertarito: ‘Io son tuo servo, gli dice; sapendoti cristianissimo e pio, mentre potea viver tra i pagani, m'affidai alla tua clemenza e ti venni innanzi.’ A cui il re col solito suo giuramento così promise dicendo: ‘Per colui che mi fe' nascere, posciaché tu venisti alla mia fede, in niuna cosa tu patirai male, ed io così ordinerò le tue cose che tu possa vivere onoratamente.’ Quindi assegnandogli ospizio in una casa spaziosa gli disse di riposarsi dopo il travaglio del viaggio, e impose che gli si somministrasse largamente dal denaro pubblico il vitto e ogni cosa necessaria. Ma poiché Pertarito fu andato alla casa apparecchiatagli dal re, subito cominciarono torme di cittadini pavesi ad accorrer quivi o per vederlo, o, quelli che già lo conoscevano, per salutarlo. Però dove non giungono le male lingue? Imperocché tosto alcuni adulatori maligni recatisi al re gli sussurrano che s'ei non toglierà prestamente Pertarito di vita, egli stessoperderà in breve e regno e vita, asseverando che perciò tutta la città accorreva a lui. Udito ciò Grimoaldo troppo credulo e dimentico delle promesse, s'accende subito al pensiero d'uccider Pertarito e fa consiglio del come ucciderlo l'indomani poiché l'ora era omai troppo tarda. In sul vespro gli invia diversi cibi, scelti vini e bevande di varie maniere, affinché abbandonatosi quella notte al molto bere e sepolto nel vino non valesse a badare in nulla alla salvezza sua. Allora un tale ch'era stato ai servigi di suo padre, avendo recato a Pertarito le regie vivande, inchinando il capo fin sotto la mensa quasi a salutarlo, segretamente gli annunziò che il re aveva divisato d'ucciderlo. E Pertarito subito comandò al suo coppiere che nella tazza d'argento null'altro gli versasse fuorché un po' d'acqua. E poiché coloro che gli portavano le varie bevande lo pregavano a nome del re che si bevesse tutta la fiala, quegli promettendo di berla tutta in onore del re, libava un po' d'acqua nel calice d'argento. Quei ministri annunziando ciò al re e ch'egli beveva avidissimo, il re lieto rispose: ‘Beva quel briacone; domani renderà quel vino medesimo misto col sangue.’ Pertarito intanto chiamato a sé subito Unulfo gli narrò la trama del re per ucciderlo. Unulfo subito mandò a casa sua un ragazzo che gli portasse i panni del letto e si fe' apparecchiare un letto presso quello di Pertarito. Nè andò un pezzo e Grimoaldo diresse i suoi satelliti a circondar la casa dove Pertarito dormiva talché non potesse scampare in alcun modo. E finita la cena e tuttiusciti, rimanendo soli Pertarito, Unulfo e il guardarobiere di Pertarito che gli era fedele davvero, essi s'aprono con lui e lo supplicano che, mentre Pertarito fuggirà, egli, il più lungo tempo che potrà, entro la stanza da letto finga di dormire. E promettendo quegli di far così, Unulfo impose sulle spalle e sul collo a Pertarito i panni del letto e la coltrice e una pelle d'orso, e secondo l'accordo cominciò a cacciarlo fuor della porta ingiuriandolo forte e per giunta battendolo colla verga, senza cessar mai di sgridarlo, talché colpito e spinto ruzzolava spesso a terra. E interrogandolo di ciò i satelliti regi che eran lì posti a custodia: ‘Questo servo cialtrone, rispose Unulfo, mi avea collocato il letto nella stanza di codesto briacon Pertarito, il quale è così pien di vino ch'ei giace come morto. Mi basta d'aver seguita finora la pazzia sua, d'ora innanzi, finché viva il re, io nella propria casa, mi rimarrò.’ Udendo tali cose coloro e credendole vere se n'allietarono, e dando luogo a lui e a Pertarito, che stimavano essere un servo e che per non farsi conoscere avea il capo coperto, li lasciarono andare. Mentre essi andavano, quel fedelissimo guardarobiere chiusa bene la porta se ne rimase dentro solo. Unulfo intanto calò con una fune Pertarito giù da quel lato delle mura che è verso il Ticino, e l'associò a que' compagni che potè raccogliere. I quali tolti que' cavalli che trovaron lì alla pastura, corsero in fretta quella stessa notte ad Asti dove Pertarito aveva amici i quali si mantenevano tuttavia ribelli a Grimoaldo. Quindi movendo quanto più prestopoté a Torino, superati i confini d'Italia giunse alla patria dei Franchi. Così Iddio onnipotente per disposizione di misericordia e strappò un innocente alla morte e salvò da colpa il re che nell'animo suo desiderava di far bene.
«Ma Grimoaldo stimando che Pertarito dormisse nella dimora sua, tra questa e il suo palazzo fece distendere una schiera d'uomini per far passare Pertarito in mezzo a loro affinché non potesse fuggire in nessun modo. E venendo i messi del re a chiamar Pertarito a palazzo, e picchiando alla porta dove e' credean che si stesse dormendo, quel guardarobiere che stava dentro li pregava dicendo: ‘Abbiategli misericordia e lasciatelo dormire alquanto perché stanco ancora del viaggio è oppresso da sonno gravissimo.’ E annuendo quelli riportarono al re che Pertarito dormiva tuttavia un grave sonno. Egli allora: ‘Così s'è caricato iersera che adesso non può tenersi sveglio.’ A quelli tuttavia impose che svegliatolo subito lo conducessero a palazzo. I quali recatisi all'uscio della stanza dove speravano che Pertarito riposasse, incominciaron più forte a picchiare. Allora il guardarobiere di nuovo prese a pregarli che concedessero ancora a Pertarito di dormire un poco. Quelli irati esclamando che ormai il briacone avea dormito a sufficienza, rompono a calci l'uscio della stanza ed entrati cercano nel letto Pertarito. Non trovandolo chiedono al guardarobiere che cosa fosse di Pertarito e quegli rispose ch'egli era fuggito. Furenti a ciò lo prendono pe' capelli e tra le percosse lo strascinano a palazzo, e condottoloalla presenza del re, lo dichiarano conscio della fuga di Pertarito e però degnissimo di morte. Il re comanda che lo lascino e s'informa ordinatamente in qual modo Pertarito sia scampato. Quegli riferisce ogni cosa come s'era fatta. Il re interrogò allora i circostanti dicendo: ‘Che vi par di quest'uomo che fece una siffatta cosa?’ E tutti a una voce risposero ch'egli era degno di morir fra mille tormenti. Ma il re: ‘Per colui che mi fe' nascere, disse, degno è d'essere ben trattato quest'uomo che non ricusò di consacrarsi a morte per la fede del suo signore.’ E tosto comandò che l'annoverassero tra i suoi guardarobieri ammonendolo che gli serbasse la stessa fede che aveva serbata a Pertarito e promettendo di largirgli ogni agio. Chiedendo poi il re che fosse avvenuto d'Unulfo, gli dissero che s'era rifugiato nella Chiesa del Beato Arcangiolo Michele. Il re mandò subito per lui promettendogli spontaneo che non patirebbe alcun male, ma ch'ei venisse sulla sua fede. Unulfo poi udendo una tale promessa del re, subito venne a palazzo e gettatosi ai piedi del re fu interrogato da lui come e qualmente Pertarito avesse potuto scampare. Ma quegli avendo riferita ogni cosa per ordine, il re lodando la fede e la prudenza sua, gli concesse clemente tutte le sue facoltà, e quanto poteva avere.
«Il re poi dopo qualche tempo interrogando Unulfo s'egli volesse allora esser con Pertarito, quegli giurando disse che piuttosto vorrebbe morir con Pertarito che vivere altrove nelle maggiori delizie. Allora il re interrogò anche il guardarobiere chiedendos'egli trovava migliore lo star con lui in palazzo o andar seguendo Pertarito nell'esilio. E avendo quegli risposto il medesimo che Unulfo, il re accogliendo benignamente le parole loro e lodando la loro fede disse ad Unulfo che dalla casa sua prendesse quanto piacevagli, cioè garzoni, cavalli e suppellettile diversa, e se ne andasse illeso a Pertarito. Nel medesimo modo licenziò anche il guardarobiere. I quali secondo la benignità regia pigliando a sufficienza tutte le cose loro, coll'aiuto del re medesimo si recarono nella patria de' Franchi al diletto lor Pertarito.»
Nè qui finisce questa drammatica storia. Qualche anno più tardi Pertarito sentendosi mal sicuro nella terra Franca pensò d'andarsene in Inghilterra. Frattanto Grimoaldo morì d'una ferita ch'egli avea cagionata a sè stesso nel tirar d'arco, e fu sospettato che i medici l'avessero avvelenata mentre mostravano di curarla. «Questi, conclude Paolo parlando di lui, all'editto composto da re Rotari aggiunse alcuni capitoli di legge che gli parvero utili. Fu egli validissimo di corpo, innanzi a tutti per audacia, calvo del capo, lunga la barba, non meno ornato di consiglio che di forza. Il corpo suo fu sepolto nella basilica del beato Ambrogio confessore, già fabbricata da lui entro Pavia. Un anno e tre mesi dopo la morte del re Ariperto egli avea invaso il regno dei Longobardi, e regnò nove anni lasciando re in età ancor puerile Garibaldo un figliuolo che da lui avea generato la figlia del re Ariperto. Adunque, come avevamo incominciato a dire, Pertarito lasciatala Gallia, salì una nave per passar nell'isola britannica al regno dei Sassoni. E già aveva alquanto navigato in mare, quando fu dalla riva udita una voce chiedente se Pertarito si trovasse in quella nave. E risposto ch'ei v'era, colui che chiamava, soggiunse: ‘Ditegli che egli se ne torni alla patria sua: già fan tre giorni oggi da che Grimoaldo fu tolto alla luce.’ Udendo ciò Pertarito subito tornò indietro ma giunto al lido non potè trovar la persona che avevagli annunziata la morte di Grimoaldo, onde fe' stima colui non essere stato un uomo ma un nunzio celeste. E quindi, movendo verso la patria, giunto ai confini d'Italia trovò che l'aspettavano palatini ossequi ed ogni regia dignità con grande moltitudine di Longobardi. Adunque tornato a Pavia, tolto del regno il fanciulletto Garibaldo, fu da tutti i Longobardi sollevato al regno nel terzo mese dopo la morte di Grimoaldo. Era egli uomo pio, cattolico di fede, tenace della giustizia, e dei poveri nutritore larghissimo. Il quale subito mandò a Benevento e richiamò di quivi Rodolinda consorte sua e Cuniperto suo figlio.»[58]Dagli esempi che son venuto recando non sarà malagevole al lettore il figurarsi i pregi principali e i difetti di Paolo e come scrittore e come storico. Nato quando le lettere latine erano cadute nel folto della barbarie, egli al paragone de' suoi tempi è scrittore assai buono ma non è da aspettarsene quella purezza sicura che abbellisce lo stile di latinisti fioriti in etàdiverse. Poeta gentile e talora perfino elegante egli adopera la lingua latina colla facilità nativa di chi l'ha usata fanciullo ancorché talvolta pecchi di qualche errore. Di stile è disugualissimo, e la disuguaglianza per lo più deriva dalle fonti a cui egli attinge spesso copiando. Generalmente egli è chiaro, ma si incontrano nel suo libro taluni passi intralciati e in tal modo oscuri, che dopo infiniti lavori tormentano ancora la fantasia e la pazienza degli eruditi a cui tocca d'interpretarli. Ama il vero con ardore di uomo onesto, ma ripete credulo le leggende e i racconti favolosi che ha trovato sparsamente nelle cronache o nelle tradizioni nè cerca d'alterarli togliendo ad essi o aggiungendovi nulla. E ciò è un gran pregio e tanto più gliene dobbiamo esser grati quanto più la cultura sua, vastissima pe' suoi tempi, poteva tentarlo ad una narrazione più ricercata e artificiosa che ne avrebbe insieme distrutto il fascino e il merito storico. Così com'essa è la sua narrazione ha un valore immenso che s'accresce per l'uso ch'egli fece degli scritti perduti oramai senza speranza di Secondo di Trento. Il lungo e vario commercio di pensieri e d'affetti ch'egli ebbe con uomini e paesi assai diversi tra loro, lo trae quasi per istinto ad allargar la tela del suo racconto e a largamente giovarsi di altri scrittori per narrar fatti lontani da lui di tempo e di paesi. Perciò oltre che allaOrigoe all'abbate Secondo, egli attinge sovente a Gregorio di Tours, a Beda il venerabile, alle vite dei Pontefici, alle opere di Gregorio il Grande e d'altri somiglianti scrittori. L'amore della verità che lo animava, i viaggi, le moltecose vedute, l'accesso familiare alle corti dei Longobardi e dei Franchi, gli agevolarono il mezzo di raccogliere le tradizioni del passato, mentre la fantasia vivida e la ingenuità sua lo muovevano a dipingerle al vero. Quanto ha di plausibile laHistoria Langobardorumvuolsi riputar grave e degno d'esame maturo, e quanto v'ha di non plausibile in essa, bene dipinge e fedelmente gli antichi costumi dei Longobardi, a quel modo che la vecchia Scozia meglio che da ogni storico ci rimane innanzi dipinta dal maraviglioso pennello del suo gran romanziere.