Chapter 9

.... Romanam facilem nova credere plebem,

.... Romanam facilem nova credere plebem,

.... Romanam facilem nova credere plebem,

ci snuda innanzi e ci dipinge al vivo quel popolo sempre irrequieto attraverso i secoli del medio evo,sempre troppo memore del suo passato che gli pesava addosso colla sua grandezza, sempre male contento del suo presente che non poteva rivendicare ad alti destini[153].

Colla pace tra i Comuni e Federico fermata a Costanza nel 1183, cessa il primo periodo della storia comunale e un altro se n'apre ancor più fecondo di attività e di rivolgimenti interni, età di guerre intestine fiere e continue, età di commerci, d'arti, di letteratura. La storiografia se ne giova, e mentre la erudizione crescente e il propagato desiderio d'apprendere fan crescere il numero di quelle compilazioni generali che abbracciano tutta la storia, dal nascere del mondo fino ai tempi del compilatore, ogni città grande o piccola ha suoi cronisti, e tra essi ne sorge alcuno che stendendosi oltre la cinta delle sue mura è storico veramente di tutta Italia o di gran parte di essa. Anche il soffio animatore dell'arte penetrain queste pagine di storia, e cominciano a rivelarsi scrittori ricchi di pensiero, ed eleganti dettatori o nell'antico linguaggio o nel nuovo vivente parlare, che si vien formando sotto la lor penna e diventa classico. Degli autori di compilazioni generali vuolsi qui trattar brevemente, e toccherò appena alcuni dei minori tra i cronisti particolari, per potermi distendere alquanto più sui maggiori. Dei primi apparisce notevole Sicardo, eletto vescovo di Cremona nel 1185, uomo di gran zelo e di gran cuore, che molto si adoperò in favor della patria presso Federico I, esortò i Cremonesi a mandare aiuti ai Crociati in Oriente, e colà si recò egli stesso nel 1203 spingendosi fino in Armenia compagno di un legato apostolico. Scrisse varî libri tra i quali una cronaca, abbondante di favole pei tempi antichi ma assai diligente ed esatta in ciò che espone delle cose avvenute all'età sua. Altri scrittori dello stesso genere sono il domenicano Giovanni Colonna, il quale compose unMare Historiarumche ancora è quasi tutto inedito[154]; Ricobaldo da Ferrara, che sul finire del tredicesimo secolo scrisse una storia universale intitolataPomarium, e Iacopo d'Acqui, e Giovanni diacono veronese, e Landolfo Colonna romano, scrittori tutti le cui opere, come quella di Sicardo, non hannoverun valore per la parte antica, ma dai quali si possono estrarre utili notizie pei tempi contemporanei a loro. E molta utilità di notizie si può ricavare da frate Francesco Pipino, domenicano bolognese, che tradusse di francese in latino una storia della guerra di Terra Santa e i viaggi di Marco Polo, e, dopo essere stato anch'egli in Oriente descrisse i suoi viaggi, aggiungendo per ultimo a tanti lavori una cronaca generale dalla prima origine dei Re Franchi fino al 1314. L'ultima parte di essa abbonda di fatti avvenuti in varie parti d'Italia, ch'egli narra con diligenza accurata.

La cronaca di Francesco Pipino rappresenta una tendenza letteraria dell'ordine domenicano, il quale inteso alla predicazione e alle controversie, aveva bisogno di vaste compilazioni che facilitassero una certa erudizione, abbracciando in gran copia avvenimenti tratti dalla Scrittura, dalle storie, dalle tradizioni, propriamente enciclopedie storiche mescolate di vero e di leggende. Diversa invece la tendenza dei Francescani che s'aggiravano tra il popolo e ne avevano l'intelletto, la fantasia e gl'istinti. Mirabile libro tutto ingenuità e freschezza popolare i Fioretti di San Francesco, ardore infiammato di zelo e spirito di satira mordace nei canti di Iacopone da Todi che sfogava l'un sentimento nella mestizia solenne del suoStabat Mater, e l'altro nelle satire sanguinose contro Bonifazio VIII. L'ordine francescano era democratico, e pur quando, accarezzato e temuto, penetrava come un'onda di popolo nei palagî e nelle corti, mai non abbandonava la primitiva tendenza,e vi penetrava colla familiarità sprezzante di una democrazia conscia della sua forza. Era naturale che il guelfismo popolare del secolo decimoterzo trovasse a rappresentarlo il suo pittore in un francescano, ché frate Salimbene da Parma più che lo storico è il pittore dei suoi tempi. Nacque a Parma nel 1221, di quindici anni abbandonò la casa paterna per rendersi francescano, e resistè ostinato alle preghiere, alle lusinghe, alle maledizioni del padre che lo supplicava di tornare alla dolce compagnia dei parenti. Di convento in convento peregrinò per l'Italia centrale e per l'alta, arrestandosi più o men lungamente nei principali paesi di quella regione; viaggiò la Francia per circa due anni, e tornato in Italia dimorò un pezzo a Ferrara, poi seguitò a muovere da città a città, sbalestrato qua e là secondo i casi, il volere dei superiori e un certo irrequieto bisogno di moto e di novità che era nella natura sua. Vide e conobbe infinita gente, varia di paese, di condizione, d'animo; papi, re, vescovi, baroni, popolani, e profeti e giullari e santi e ribaldi. Trattò parecchi affari per l'ordine suo, nel 1256 cooperò colla nomina di un arbitro a comporre certe differenze tra il Comune di Bologna e quel di Reggio. Di lì a poco lo troviamo presso Piacenza al capezzale di un contagioso, nel 1260 guida per le vie di Modena una di quelle strane processioni di flagellanti che, intorno a quegli anni, eccitavano l'ascetismo disordinato e fantastico delle popolazioni. Passato in Romagna, mentre s'occupava di studî e a Ravenna esaminava il Libro Pontificale di Agnello, vide accadergli intorno molti fatti notevoli«... e così sempre con un pié nel chiostro ed uno nel mondo, sempre in mezzo a quell'agitarsi d'idee e di passioni, di penitenze e di delitti, di libertà e di tirannide.»[155]Visse certamente fino al 1288, e probabilmente oltre il 1290, attraversando così nella sua vita la parte maggiore e più caratteristica del secolo decimoterzo. Dopo aver composte diverse opere teologiche e storiche quasi tutte perdute, finalmente per una sua nipote monaca in un monastero di Parma raccolse quanto aveva imparato dai libri o veduto nel mondo, e tutto fuse e mescolò insieme in una vasta cronaca discesa infino a noi.

Il secolo in cui visse Salimbene si riproduce in questa cronaca come in uno specchio luminoso. Diverso in ciò da quasi tutti i principali cronisti italiani, questo frate fu piuttosto spettatore che attorenella storia del suo tempo, ma spettatore acuto sagacissimo pieno d'osservazione, abbastanza sciolto dai pregiudizi del suo partito e della età sua per giudicar liberamente ogni cosa, abbastanza legato ad essi per rifletterli inconsciamente. Francescano del tredicesimo secolo, l'abito e i tempi gl'ispiravano un certo misticismo ascetico, che non era nel fondo dell'indole sua ruvidamente schietta e piena di buon senso. Scrivendo, diceva senza reticenze il vero d'ogni uomo, o lo coprisse l'elmetto o il cappuccio o la mitra, e del pari giudicava le cose alla libera con quel suo stile andante e pittoresco, e quel suo latino rozzo e così pieno di forme italiane che della latinità non ritien quasi nulla. Non è uno storico, è un raccontatore che viene man mano descrivendo quanto gli cade sott'occhio, familiarmente, senza ordine e quasi senza proposito, tra digressioni continue, inframettendo ai suoi racconti osservazioni e giudizî arguti che mostrano in lui una lucidezza di mente usata a cogliere per intuito il vero delle cose. La lotta tra Federico II e i Comuni guelfi di Lombardia, è narrata a frammenti in mille episodi nei quali appariscono e si muovono tutti que' personaggi secondarî, e molti anche degl'infimi, che sono tanta parte della storia eppur trovano appena rade e fuggevoli menzioni presso gli storici di professione. E coi minori uomini dipinge a larghi tratti anche i grandi, e l'imperatore Federico II «non avea punta fede, fu uomo scaltro, furbo, lussurioso, malizioso, iracondo; e tuttavia fu valente uomo quando gli piacque mostrar sue bontà e cortesie; sollazzevole, giocondo, industrioso;sapea leggere, scrivere e cantare e trovar cantilene e canzoni.... sapeva parlar molte e diverse lingue: e, a sbrigarmi in breve, se fosse stato buon cattolico.... pochi uguali avrebbe avuto nell'Impero.... fu bell'uomo e ben formato ma di mezzana statura. Io l'ho veduto alcuna volta e mi piacque.» E dopo aver parlato di alcune crudeltà commesse da Federigo per curiosità d'investigazione scientifica, aggiunge ch'egli era epicureo «e quanto poteva per sé o pei suoi sapienti ricavare nella Divina Scrittura che dopo morte non ci fosse altra vita, tutto tirava fuori.»[156]Ed era sua intenzione che «tanto il papa che i cardinali e gli altri prelati fosser poveri e andassero a piedi, e ciò non intendea fare per zelo divino, ma perché avaro era molto e cupido, e voleva avere le ricchezze e i tesori della Chiesa per sé e pe' figliuoli suoi.... e ciò egli riferiva ad alcuni dei suoi segretarî.» E altrove aggiunge che Federico «coi suoi principali si sforzava di rovesciare la libertà ecclesiastica e corrompere la unità dei fedeli,» la quale accusa che dovette essere popolare a que' dì, par quasi accostarsi all'opinione di chi tra i moderni attribuisce a Federico e a Pier della Vigna il disegno di volersi staccar dal Papato e fondar nuova Chiesa, e spiegasempre più il favore accordato dai Papi a Carlo d'Angiò contro gli Hohenstaufen. E questo principe fortunato, ipocrita simulator di pietà, per interesse e senza affetto capo e rovina del guelfismo italiano, anch'esso qual fu vien descritto in più luoghi della cronaca di Salimbene, che prima lo vide in un monastero di Francia in compagnia del fratello, il re santo Luigi. Ma in questa cronaca più d'ogni cosa è attraente e pregevole la dipintura larga insieme e minuziosa dello stato d'Italia, quale scaturisce in ogni pagina, in ogni episodio ch'ei narra[157]. L'agitarsi delle dottrine teologiche e la tenace fermezza di Roma tra quel nuovo fermento indagatore degli spiriti, o volgenti come Federico II verso una specie di epicureismo negativo, o come i gioachimiti verso un misticismo visionario, è mirabilmente ritratto da Salimbene. Il quale, seguace egli stesso per alcun tempo dell'abate Gioachino, non rimase a lungo in quelle dottrine per l'indole sua inclinata al pratico e troppo diversa dalle tendenze fantastiche del visionario calabrese. Onde, nella cronaca egli si volge naturalmente a molti episodî che descrivono la vita dei varî ceti del clero e le virtù loro e i vizî, e le relazioni di essi col popolo, e le stranezze religiose di questo, che in parte approva e in parte talor disapprova. Del pari la vita politica del suo tempo, il largo spandersi delle libertà repubblicane, e i mali a cui le guerre di Federico IIconducevano la Lombardia, ch'egli dipinge «ridotta in solitudine tanto che non avea più cultori nè passeggieri.... Non potevano arare gli uomini, nè seminare nè mietere nè far vendemmia nè abitare in villa.... Tuttavia presso le città si lavorava colla scorta dei soldati.... E bisognava far così, a motivo dei berrovieri e predoni che erano moltiplicati a dismisura. E pigliavan la gente e la incarceravano affinché si riscattasse a denaro.... E così volentieri in quel tempo un uomo incontrava un'altr'uomo in sulla via, come vedrebbe volentieri il diavolo.»[158]Dolorose circostanze, aggravate dalle lotte parziali e continue, che Salimbene descrive ad ogni tratto, tra il guelfismo popolare e la vecchia nobiltà ghibellina sdegnosa della democrazia che la sforzava di curvarsi alle leggi. Ma seguir negli infiniti meandri suoi questa cronaca, tutta digressioni ed episodî di piccoli fatti e di grandi, è impossibile. Tanto varrebbe quanto il volere stringere in una pagina la compiuta dipintura degli uomini e dei costumi d'Italia in quel periodo di rivolgimento, quando la vita comunaledistendeva più rigogliosi intorno i suoi rami, e il sangue scorreva più fervido nelle vene di quel popolo ringiovanito.

La cronaca di Salimbene arriva al 1288 ed ha relazioni con esse un'altra cronaca che si prolunga fino al 1290, e fu pubblicata come anonima dal Muratori col titolo diMemoriale Potestatum Reginensium. Tratta questa le cose della città di Reggio e si distende molto sulla storia della Lombardia e dell'Emilia. E discendendo da esse a parlare delle altre cronache particolari, può dirsi che appena si trovi una città in quelle parti, la quale, tra il secolo decimoterzo e i primi anni del decimoquinto, non conti una o più cronache quasi tutte abbondanti di notizie pregevoli. Bologna, Ferrara, Modena, Parma, Piacenza hanno principalmente cronache degne di nota; Piacenza soprattutto, la cui storia si è recentemente arricchita di altre due cronache del più alto valore pei tempi di Federico II, pubblicate prima dall'Huillard Bréholles, poi dal Pertz, e con una edizione corredata di buone note, dalla Società storica di Parma e Piacenza. A Milano, Stefanardo da Vimercate, domenicano, teologo e dotto scrittore di libri legali e canonici, in un poema dettato con eleganza scrisse intorno alle cose avvenute colà tra il 1262 e il 1295 mentre era arcivescovo Ottone Visconti. Un altro frate di San Domenico, Gualvano Fiamma milanese, nato sul cadere del secolo decimoterzo, scrisse varie opere importanti per la storia milanese e della casa Visconti, delle quali opere la più nota finora che ha per titoloManipulus Florumfu pubblicata dal Muratori nella suagrande raccolta[159]. Milanese anch'egli ed amico al Fiamma, fu il notaio Giovanni da Cermenate, che ebbe qualche parte negli avvenimenti della patria e ne descrisse quelli che occorsero dal 1309 al 1314 con gran precisione e vigorosa eleganza di stile[160]. Men buono scrittore ma sincerissimo, fu Pietro Azario da Novara, che narrò la storia della famiglia Visconti dal 1250 al 1362, e un anonimo la storia di Fra Dolcino eretico novarese, e Bonincontro Morigia quella di Monza fino al 1349, testimonio oculare anch'egli e partecipe dei fatti narrati nel suo lavoro. Del Piemonte, più scarso allora di cronisti, basterà citar solo la cronaca d'Asti, scritta da un Ogerio uscito dalla famiglia degli Alfieri, un'altra cronaca pur d'Asti di Guglielmo Ventura, ed il ChroniconImaginis Mundidi Giacomo d'Acqui[161]. Molto ricca invece per copia e qualità di scrittori la Marca Trivigiana, e specialmente Verona, Vicenza e Padova. Per la prima di queste città merita menzione il cronista guelfo Parisio da Cereta, che riferì con semplice stile e con animo molto imparziale gli avvenimenti di Verona nella prima parte del tredicesimo secolo, fermandosi principalmente sui fatti di Ezzelino e diMastino della Scala. Ma gli storici maggiori di tutta quella regione son vicentini e padovani. Mescolato sovente alle vicende che narra, Gerardo Maurisio scrisse con spirito ardente di ghibellino le imprese della famiglia da Romano dal 1182 al 1237, e trattò specialmente dei primi tempi d'Ezzelino. Profuse lodi a costui, che stupirebbero se non fosse che il Maurisio scriveva quando Ezzelino non aveva ancora rivelata la mostruosa efferatezza dell'anima sua, e inoltre l'opera del Maurisio fu raffazzonata in versi leonini dal contemporaneo Taddeo notaio, il quale molto probabilmente esagerò quelle lodi. E pur di Vicenza e dei paesi che furono in relazione d'amicizia o di guerra con essa nel secoloXIV, scrissero Antonio Godi e Nicolò Smerego[162]il quale fu continuato da un anonimo monaco di Santa Giustina di Padova, ma superiori a tutti furono gli storici Ferreto da Vicenza e i due padovani Rolandino e Albertino Mussato.

Nato verso il 1295 di buona e ricca famiglia vicentina, Ferreto Ferreti, dal pronto e immaginoso ingegno, e dall'indole vivace e satirica fu tratto alle lettere. Lo guidò alla poesia Benvenuto de' Campesani celebrato per un poema in lode di Arrigo VII e di Cangrande Della Scala, e in vitupero di Padova. Seguendo il salutare impulso della età sua, studiò con grande affetto i classici e cercò d'imitarli. Lodato dal Muratori come uno dei migliori latinisti di quel tempo, egli tuttavia non evitò di cadere in quella stentataaffettazione da cui nei due secoli seguenti si salvarono appena i migliori umanisti del rinascimento. Scrisse una storia delle cose avvenute in Italia tra il 1250 e il 1318, ch'egli trattò specialmente in relazione cogli avvenimenti a cui si trovava più prossimo, mostrandosi abilissimo a raggruppare i fatti e, scegliendoli acconciamente, a rappresentarli con vivacità alla fantasia del lettore. Ma questa abilità stessa che gli veniva da una ricca vena poetica, più che a minute indagini lo trascinava a cercare nelle azioni umane la parte abbagliante, e a servirsene per crear begli effetti nel quadro che dipingeva. Rerum gestarum splendida facta percurrimus, egli esclama, e davvero, come osserva il professor Zanella nel suo bel saggio sopra Ferreto «campo migliore non poteva desiderare al suo ingegno; poiché quel periodo che prese a narrare, dal 1250 al 1317, è de' più splendidi e fecondi di avvenimenti che abbiano le storie italiane. Niuno negherà che Carlo d'Angiò, Piero d'Aragona, Bonifacio VIII, le fazioni di Toscana, Corso Donati, Clemente V, Arrigo VII, Cangrande, Matteo Visconti, Uguccione della Faggiuola non sieno vivamente ritratti da Ferreto, che si compiace parimente di descrivere con ricchezza di stile, siti, battaglie, assedii, ingressi, coronazioni, morti di papi e d'imperatori. Ma quanto alla professione che fa di essere sempre veridico e di non lasciarsi indurre a menzogne nè per amore nè per odio, credo che spesso dimenticasse la fatta promessa. È notabile come di molte voci che corsero intorno ad un fatto, mai non trascuri quelle che tornano a vituperiodi qualche potente; propensione satirica che male si concilia coll'amore del vero.»[163]Anche come poeta Ferreto tentò soggetti storici, e il suo poema sull'origine della gente Scaligera dedicato a Cangrande, abbonda di notizie intorno alle principali città del Veneto, e specialmente, oltre Vicenza e Padova, a Verona la quale per la estesa influenza degli Scaligeri che v'ebbero sede, viene ad essere illustrata da tutti i cronisti di quella parte d'Italia. E come aveva celebrato gli Scaligeri, così Ferreto celebrò in un carme la morte del grande fuoruscito che aveva trovato alla loro corte il primo suo rifugio e il primo ostello, e ch'egli probabilmente aveva conosciuto di persona, ma questo tributo antico alla tomba dell'Alighieri sventuratamente è perduto.

Rolandino da Padova scrisse la storia di sua patria dal 1200 al 1260. Aveva studiato alla Università di Bologna, e nel 1221 ricevuto ivi il titolo di Maestro e Dottore in grammatica e rettorica. Tornato presso suo padre ch'era notaio in Padova, questi gli cedette alcune note ch'era venuto scrivendo sulle cose più memorabili accadute a' suoi tempi, e l'esortò a scriver la storia della loro città. Rolandino seguì l'esortazione paterna, e aiutato dagli studî fatti in Bologna, dettò in dodici libri il suo lavoro con tantachiarezza e così diligente e ordinata conoscenza dei fatti, che si meritò subito fama di storico insigne. Nel 1262, due anni dopo ch'egli l'ebbe condotta a termine, la sua storia fu in segno di grande onore letta pubblicamente nella Università di Padova al cospetto dei professori e della scolaresca che l'approvarono solennemente, e i posteri han confermato il giudizio[164].

A Rolandino tenne dietro uno storico anche maggiore, in verità uno dei maggiori letterati d'Italia, Albertino Mussato che fu contemporaneo ed amico di Ferreto da Vicenza. Nacque in Padova nel 1262. La povertà gli fu maestra, e fin da giovinetto dovette provvedere a sé e ai fratelli minori col copiar libri per gli scolari dello studio padovano, finché facendosi man mano erudito collo stesso copiarli, cominciò a trattar qualche causa nel fôro. La potenza dell'ingegno e la grandezza generosa dell'animo gli procacciaronofavore e lo sollevarono rapidamente in fama e in agiatezza, talché nel 1296 era fatto cavaliere e chiamato al Consiglio di Padova che allora si reggeva liberamente in Repubblica. Quivi in breve salì a tanto credito nelle cose di Stato, che nel 1302 fu inviato ambasciadore a papa Bonifazio VIII, ebbe pubblici incarichi a Firenze, e da quei primi tempi in poi, egli tra le varie vicende della patria, anche quando le procelle della fortuna lo sbattevano al fondo, statista, soldato, storico, poeta, sempre, fino al fin della vita, rimase in evidenza e fu tenuto in gran conto pur dai nemici.

Quando, tormentandosi Italia tra la fazione guelfa e la ghibellina, Arrigo VII di Lussemburgo scese, invocato da quest'ultima, a prender la corona imperiale, fu un grande rimescolarsi nella parte superiore e centrale della penisola. Non che il novello imperatore avesse in sé vera potenza, ma i partiti percorsi da un nuovo fremito per la sua venuta, e agitati da indefinite speranze e indefiniti timori, divampavano in fuoco più acceso. Le città guelfe di Lombardia, gelose di loro libertà e memori delle resistenze opposte in passato a ben altri imperatori, accoglievan quest'ultimo freddamente o gli negavano risolute l'ingresso. Lo favorivano invece le città ghibelline, ma e nell'une e nell'altre rigogliose com'erano di vita propria, l'autorità sua era assai poca, e la parte che egli credeva far di paciero riusciva invano. Più che la reverenza o l'odio dell'Impero potevano le ire cittadine, e ciascuna città era divisa in due parti, di cui la prevalente s'affannava di reggersi, mentre la soccombenteera sempre agitata nella speranza d'abbatter l'altra, e afferrato il timon dello stato dirizzarne altrove la prora. Di che spesso un salire e discendere delle fazioni, e la città guelfa mutarsi a un tratto in ghibellina e la ghibellina in guelfa, e un combattere entro le mura di cittadini contro cittadini, e i vincitori radere al suolo le case dei vinti, e questi andar profughi sbanditi in esilio col rancore nell'anima e l'invincibile speranza del ritorno e delle vendette. Questa agitata vita viveva anche Padova, guelfa per la prevalenza di quella parte e pel timor che Vicenza, su cui dominava, scosso il suo giogo si desse a Cangrande della Scala, signore di Verona e capo dei Ghibellini in quelle provincie. Al primo giungere di Arrigo VII in Italia, Padova con qualche riluttanza, ma con savio consiglio, aveva mandato un'ambasciata a salutarlo in Milano (A. D. 1311). Degli ambasciatori uno fu Albertino Mussato, ormai glorioso tra i letterati del tempo suo, e già noto come uno dei primi restauratori della poesia latina in Italia. Arrigo VII lo accolse con tanta e così singolare benevolenza, da ispirargli un affetto che mai non si smentì, neppur quando i suoi doveri di cittadino l'obbligarono di far tacere il suo sentimento privato e d'opporsi coll'armi alla volontà imperiale. Dopo alcun tempo, Albertino Mussato di nuovo fu inviato in ambasceria ad Arrigo VII, per chiedere guarentigie alla libertà padovana, che furono consentite con qualche condizione. Ma tornando in Padova, gli ambasciatori trovarono i lor cittadini forte agitati per la voce corsa che Arrigo avesse nominato Cangrande della Scala a Vicario Imperiale per Padova,titolo abborrito dai guelfi e quasi sempre sinonimo di signore e tiranno. Si respinsero le condizioni proposte da Arrigo, il quale se ne irritò. Il momento parve propizio ai Vicentini, i quali si ribellarono a Padova e si buttarono in braccio allo Scaligero, che fu principio di una guerra lunga e accanitamente contrastata tra le due città (A. D. 1311). Albertino Mussato che aveva fatto tutto il poter suo per impedirla, ebbe più volte a recarsi presso Arrigo cercando di compor le cose verso la pace, e d'ottener la conferma delle prime concessioni. Ma l'opera sua era malagevole tra lo sdegnato sovrano e gli animi eccitati de' suoi concittadini, che piegavano a stento verso le proposte pacifiche solo quando il pericolo pareva maggiore. Di questo stato pieno di ondeggiamenti pativa il contraccolpo Albertino, che tornava dalle frequenti ambascerie ora accolto in patria come un salvatore, or cupamente come se recasse con sé il tradimento e la vergogna. Le cose si facevan sempre più gravi. Nel settembre del 1311, Arrigo VII, a tenore di certe condizioni pattuite, scelse tra quattro persone proposte dallo stesso Consiglio Padovano, Gherardo da Enzola come Vicario Imperiale in Padova. Il nome odiato di Vicario accrebbe i malumori nel popolo, e si faceva oramai impossibile vincer le proposte pacifiche nel Consiglio. Nel 1312 tornando da Genova cogli ultimi patti ottenuti dall'Imperatore, Albertino trovò la città in gran tumulto. Lo Scaligero era stato nominato Vicario per la città di Vicenza, certo lo sarebbe in breve per Padova, forse la nomina era già decretata in segreto e s'aspettava il momento opportuno per pubblicarla. Tali le voci checoncitavano la città fiera e desiderosa di guerra, e l'ira di tutto il popolo echeggiava in core dei consiglieri adunati nella gran Sala della Ragione. Era un fremito in tutta l'Assemblea. Rolando da Piazzola ch'era stato dell'Ambasceria col Mussato, levatosi, con impeto grande ricordò le calamità già sofferte per altri Vicarî imperiali, e profetando nello Scaligero un nuovo Ezzelino: «Vidi io» esclamava infiammato riferendosi al recente suo viaggio presso l'Imperatore, «vidi città poco innanzi floridissime, ora scacciatine i cittadini andare in rovina, le campagne deserte abbandonate alle ortiche, le facce dei nobili divenute squallide per inedia, la plebe esausta per fame. O vergogna! La ferace terra lombarda, inculta adesso, è paragonabile a un deserto selvaggio.... E chi abita le nobili castella? I vecchi tiranni ammantati del titolo di Vicarî Imperiali. Da loro oggi son consumate le reliquie ultime di Lombardia.... Vidi Genova.... la vidi bella e la rividi sformata in tre giorni; bella per l'allegrezza dei cittadini che accoglievano questo fantasma di felicità, sformata pel mutato aspetto del popolo vivente a comune, cui s'eran cangiate le usanze patrie in principati dispotici. Come se, o cittadini, rimosso questo nostro Preside, si sostituisse a lui un ignoto, e rescissi e distrutti fossero i plebisciti vostri e le leggi, e questo Senato disciolto, e i tribuni che voi chiamategastaldioniturpemente e ignominiosamente deposti.... S'ebbe forse vergogna, mutando il sodalizio di Vicenza e Padova in pace tra loro, d'eleggere questo Cane, uom nefando, a Vicario di Vicenzaproprio in sull'uscio di questa nostra fiorente città? Non solo non se n'ebbe vergogna, o cittadini, ma fu consiglio di partigiani affinché questo Cane vi tragga alla sua tirannide e muova guerra civile tra i vicini nel seno di questa città. Oh vi torni in memoria la fiera strage dei padri nostri, orribile pure a ridirsi, e quel figlio di Satana Ezzelino da Romano che lo scellerato Federico, predecessore di questo Enrico di Lussemburgo, costituì qui ministro solamente di stragi, con questo falso titolo del Vicariato Imperiale....» e rivolgendosi al Vicario Imperiale seguitava: «E tu, Gherardo, se così ti piacerà di fare, giura di rinunziare al Vicariato e ripigliare il dolce e sacro ufficio e nome di Podestà nostro, e di reggere pel semestre questa città nella libertà sua, se no, prendi il tuo stipendio e vattene. Abbiam qui Rodolfo da San Miniato eccellente uomo, che io stimo adatto a pigliare la sede di questa beata e libera podestà e a reggerla.»[165]

Fu un grido di plauso[166]. Invano Albertino tentò rimetter calma negli animi, espose lo stato dubbio delle cose in Italia, mostrò come la parte ghibellina ancor vigorosa potrebbe divenire un aiuto dell'Imperatore pericoloso alla patria, invano pregò, scongiurò, per più mite consiglio. Tutta la sua eloquenza si franse contro l'ira popolare, e vinse il partito dell'armi.

La guerra incominciò indi a pochi giorni, interrotta e ripresa ogni tratto, e condotta molti anni con varia vicenda e con tutto l'odio che solevasi mettere allora da quegli appassionati animi in quelle guerre fraterne. Albertino Mussato che s'era mostrato così blando al consigliare, apparve un leone al combattere, sempre nelle più arrischiate fazioni, primo a gettarsi nel folto del pericolo, ultimo a ritrarsene. Pareva che gli fosse scomparso dalla mente quell'Arrigo VII ch'egli amava tanto e di cui descriveva le imprese, le quali egli, come Dante, si lusingava dovessero riuscire a benefizio d'Italia. Padova la cara patria era in guerra, ed egli ne combatteva i nemici. Nel novembre dei 1313, parve che l'odio cedesse un momento. Albertino Mussato ed un altro padovano andarono a discutere le parole di pace che lo Scaligero faceva proporre, ma le trattative si ruppero senza alcun frutto, e si tornò di nuovo a pensar di guerra. Intanto Arrigo VII era morto (24 agosto 1313), e con lui si spezzavano molte speranze dei Ghibellini più ardenti, molte illusioni di coloro che guardavano a lui come ad un angelo annunziatore di pace. Il partito guelfo ne saliva in superbia, e a Padova sotto colore di riforme impadronitosi d'ogni potere si sfrenava non pur contro i ghibellini ma contro i cittadini più temperati e diveniva tiranno (A. D. 1314). Ne seguì una sommossa popolare violenta, nella quale contro ogni ragione fu preso di mira il Mussato, alle cui case si volse una plebaglia inferocita per portarvi l'incendio e la morte. In vista del pericolo, Albertino non si smarrì: consigliato di nascondersi, non volle,e per non macchiarsi nel sangue del popolo non volle difendersi, ma inforcato un cavallo, venne fuori arditamente dalla casa infestata, e di gran corsa uscì incolume dalla città e si ritrasse in salvo. Fu un gran dolore al cuor del Mussato, a cui pareva tanto più amara l'offesa e l'esilio quanto più gli era cara la patria e se ne sentiva benemerito. Onde in una concione ch'egli dettò a sua difesa, e inserì poi nella storia, esclamava dolente e sdegnoso: «Dovrei io vergognarmi o arrossire, se avendo bene meritato in alcuna cosa, la tanta ingratitudine onde son circondato mi sforza a recitar da me le mie lodi? Anche se lo facessi con petulanza? No, perché quando una cagione di passati contrasti ci costringe a parlare per respinger le ingiurie, la violenza del timore vince la calma d'ogni più forte uomo. Dopo le uccisioni compiute il dì innanzi da quegli iniqui, e le stragi orrende, una turma tumultuaria concorse alla casa di me Albertino Mussato, la tenne assediata da manipoli di gente che le infuriava attorno chiedendo i miei penati, i miei figli, il sangue mio. Se posso parlare col Redentore del mondo: ‘O popol mio’ Egli diceva ‘che t'ho mai fatto? Per quarant'anni ti guidai nel deserto.’ Io ti condussi, dico io Mussato, o popol di Padova, per altrettanti mesi tra vasti pericoli dietro le orme mie sulla mia strada, da cui tu stessa confessi d'aver deviato per tua ignavia....» E dopo avere enumerata una lunga serie di servigi resi alla patria, e i miti consigli dati ai Padovani nella prospera fortuna, alludendo al loro timore nei pericoli, procede: «.... Ma tardo viene dopola grandine il pentimento. E che rimedî si son trovati a tanti mali? O tribuni della plebe, ricordatevene. Parlo a voi conscî ed autori di tanto provvedimento. Voi, pensaste, Ottimati della città, che se era fattibile, Cesare doveva esser placato. E in che modo? con quale ingegno? con quali arti? E che? la opportunità, la difficoltà chiamò innanzi Albertino Mussato. Costui, si asserì,può far salva la repubblica e rovinata rialzarla. Se avanzava da far qualche cosa, a lui solo ricorreste, a lui privo d'ogni speranza di trattar gli affari e prostrato, e vi consigliaste seco, e lui unico imploraste. E Vitaliano de' Basilii, che allora quasi dominava sul volgo, a mani giunte, a ginocchia piegate, lacrimando, stipato da voi tutti, o Tribuni, mi supplicò di andare al Re.... Io guardo a me stesso ammirando e compassionando. È necessario che la penna mandi tutto alla posterità. Forse mi resi colpevole verso questa Repubblica? Tralascio le diurne, le notturne, le annuali fatiche. Non vale la pena di allegare le vigilie, le cure, le sollecitudini mordaci. Non si nascondano gli assertori; attestino affinché io sia creduto. Consumai forse il denaro pubblico? E quale? e quando? Mi son forse arricchito coi danni dei privati? Di quali? Venga fuori un solo vessato o spogliato da me. Abbiatevi, o Tribuni, un argomento efficace della sincerità nostra. In queste ultime calende di decembre, per non ricondurvi indietro al non ricordabile, la sorte mi prepose allo ufficio di Anziano, onore uguale quasi al consolato dei Romani. Questo Pietro d'Alticlino potentissimouomo e formidabile contro cui si esclamava, e molti altri dell'ordine equestre e plebeo, io convenni in giudizio di restituzione, li feci incatenare, li convinsi, e li costrinsi a rimettere nell'erario la mal tolta moneta con rigido e severo ardore. Così mi persuadevano a fare i miei costumi, così l'audacia, l'amor della patria, l'atrocità di quelle rapine e la giustizia.» E dopo queste calde parole altre ne aggiunge enumerando le prodezze compiute in guerra, spiega per quali ragioni egli avesse promossa la imposizione di una tassa utile e giusta che gli aveva procacciato l'odio del volgo e l'esilio, e conchiude con disdegnosa fierezza: «A ragione il gregge macchiato odia il vello della pecora dorata. Sia lungi da voi, o Tribuni, la ferocia delle vili belve assetate di sangue innocente. Salvato, io voto la mia salute, le mie fortune ed ogni poter del mio ingegno e delle facoltà mie, ai Padri, ai Maggiori e al Popolo più sano.»[167]

Pagine eloquenti davvero, che strappavano l'ammirazione ai contemporanei, e ancora l'ispirano ai posteri richiamati per esse come a un ricordo della romana repubblica, e di quella forte eloquenza che scoppiava in Grecia e in Roma nel tumultuoso bollire degli affetti politici quando la democrazia stendeva sovr'esse l'agitato suo impero! Sedato finalmente il disordine e ricomposta la quiete nella città, si adunò il Consiglio, e, abolite le esorbitanti riforme e ripristinatoil vecchio stato, decretò unanime il richiamo d'Albertino Mussato, e pubbliche solenni onoranze per compensarlo dello sfregio patito. Ne esultò il buon cittadino, ma prima pure del suo ritorno, i Padovani mossero improvvisamente ad oste contro Vicenza ed egli s'aggiunse agli armati. Nelle fazioni che seguirono egli combattè con l'usato ardimento, finché in una mischia, precipitando da un ponte in una fossa, accerchiato dagli uomini di Cangrande, fu con undici ferite preso e condotto a Vicenza. Quivi egli rimase onorato prigioniero di Cane, che con la sua corte andava a visitarlo e a scambiar con lui amicamente gravi discorsi e celie frizzanti, esempio non unico di quell'età, che all'abbassar delle spade stillanti sangue, l'ammirazione prevalesse sull'ira, e un prepotente barone rendesse onore alle virtù e all'ingegno d'un semplice cittadino.

Nel novembre del 1314, al conchiudere d'una pace, Albertino liberato dalla prigionia tornava in patria a ricevere le decretate onoranze, e a cinger le tempia di quell'alloro poetico a cui sospirò tutta la vita Dante nella vana speranza che il poema sacro vincesse la crudeltà che lo serrava fuori della patria. Pieno di compiacenza egli descrive a lungo e con tratti caratteristici nella sua storia la festa che gli fu fatta e che riuscì solenne, perché a celebrarla concorse col Senato e colla Università la città tutta quanta, altera adesso di questo suo figlio la cui fama letteraria spargevasi ormai onorata per tutta Italia.

E veramente le opere letterarie di Albertino Mussatomeritavano quegli onori[168]. Latinista ottimo pei suoi tempi, egli, con Giovanni Del Virgilio, con Dante e gli altri latinisti contemporanei, superiore forse a tutti, spiana le vie della rinascenza al Petrarca, e mentre studia gli antichi e ne ritenta le forme del dire, nel concetto e nell'architettura de' suoi lavori apparisce scrittore originalissimo. Poeta dettò epistole,sermoni, egloghe, elegie non prive di pregio, ma soprattutto si rivelò creatore potente nella sua tragedia l'Ezzelino. Spastoiatosi d'ogni teoria preconcetta, pur senza abbandonare le orme classiche che trovava tracciate da Seneca, egli primo tra i moderni italiani scelse un soggetto moderno, vivo anzi ancora nella memoria e nel terrore del popol suo, soggetto cupamente tragico ch'egli trattò con evidenza drammatica e, soprattutto nei cori, con impeto lirico maraviglioso. L'argomento storico ch'egli scelse e che accrebbe di tanto la popolarità del suo lavoro, annunzia la tendenza storica dell'intelletto del Mussato. Il quale, innamorato degli antichi scrittori e dei tempi romani, colla mente vigorosa d'immaginazione e di pensiero, doveva sentirsi irresistibilmente attratto a raccontar la storia ch'egli aveva vissuto, e ridir le cose vedute e pensate fra tanto tumulto di azione, fra tanta grandezza di virtù e di vizî. E io son venuto finora descrivendo così lungamente la vita di quest'uomo, perché mi parve di veder compendiata in lui una gran parte dell'età sua come egli la descrisse e come fu veramente. Dettò laHistoria Augustadelle gesta in Italia di Arrigo VII (A. D. 1308- 1313), principe di buone intenzioni ma di debole potere, caldamente invocato dai Ghibellini, pregiato anche dai Guelfi, ma nè obbedito nè temuto veramente mai, sceso dall'Alpi a risuscitare il fantasma d'un Impero che aveva perduto i nervi in Italia tra tante repubbliche e coi papi avversi e ancor potenti per l'aiuto dei Guelfi e degli Angioini. Scrisse Albertino con imparzialità grande, ma con tutto l'ardoredi chi ha preso parte nelle cose pubbliche e postovi tutta l'anima sua desiderosa del bene. Il viaggiar suo frequente, per lo più come ambasciatore, in molte parti d'Italia (e negli ultimi anni andò anche ambasciatore in Germania) gli avean dato modo di veder d'appresso le condizioni dei diversi paesi che eran teatro della sua storia, di conoscer gli uomini principali, e d'attingere dappertutto o d'appurare molte notizie. Non tutto guelfo nè tutto ghibellino, diresti ch'egli ondeggia intra due, ed è ondeggiamento non raro nelle menti più elevate di quella età. Vorrebbe dall'Impero una forte unità di comando a cessar le discordie dei partiti, mentre piega ai Guelfi per le tradizioni repubblicane e la cura di una libertà gelosa dell'aquila imperiale e dei tirannelli che col nome di Vicarî crescevano all'ombra dell'ale sue. Amico e ammiratore d'Arrigo, ma storico libero e austero, nel dedicargli la sua storia lo avvertiva che in quelle pagine non avrebbe trovato lusinghe nè solo le imprese degne di lode, ma gli errori altresì dai quali, come uomo, anche egli Arrigo non era immune. La morte d'Arrigo troncò il suo lavoro, ma più tardi egli lo continuò con una seconda storia che intitolòGesta degli Italiani dopo la morte di Enrico VII, divisa in dodici libri, dei quali tre in versi descrivono l'assedio sostenuto da Padova nel 1320. Lavoro piuttosto abbozzato che finito, presenta qua e là varie lacune di tempo ed è assai men perfetto di stile che non laHistoria Augusta, ma non è inferiore ad essa per la importanza storica. Lo intraprese per esortazione di Pagano della Torre, vescovo allora di Padova,e tra le molte cure che lo affaticavano[169], lo condusse innanzi molti anni per andarlo a terminare nell'esilio di Chioggia, dove abbozzò anche uno scritto su Ludovico il Bavaro rimasto in frammento. Poiché il 31 maggio 1329 concluse in esilio la forte e onorata vita Albertino Mussato. Dopo molti altri servigi resi alla patria e molto travagliar di fortuna, egli fu nuovamente sbandito, nè lo richiamarono questa volta. Fu lasciato morir fuori, nella miseria, colla vecchiezza aggravata dal dolore di una cara amicizia tradita, dalla ingratitudine di un figlio, dalla vista delle libertà padovane spente per mano di tiranni. Malinconica fine e piena di pietà, eppur confortevole e bella di quella morale bellezza che splende da una vita pura ed eguale a sé stessa nella fortuna prospera e nella avversa, da una vita destinata a mostrarci nelle stesse ingiustizie delle sorti terrene, la testimonianza certa di una giustizia immortale.


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