I.LA DONNA IN ROMA ANTICA.

I.LA DONNA IN ROMA ANTICA.

«Molte cose, reputate illecite e sconvenienti presso i Greci», scrive Cornelio Nepote, «sono permesse dal nostro costume. C’è forse un Romano, il quale si vergogni di condurre la moglie ad un convito fuori di casa? La padrona di casa non apparisce in tutte le famiglie, nelle stanze anteriori, dove sono ammessi gli estranei? In Grecia, no. La donna non accetta inviti fuori del parentado, e sta ritirata nella parte interna della casa, quella che è detta il Gineceo, dove solo gli stretti congiunti hanno adito».

Questo passo, uno dei più importanti della mediocre operetta, che tormenta ancor oggi le prime scuole di latino, è uno spiraglio,attraverso il quale noi possiamo guardar nell’interno della casa greca e della casa romana; e vedere in che differivano. Roma fu, tra le società antiche, quella in cui, nelle alte classi almeno, la donna godè maggior libertà e autonomia, e più si eguagliò all’uomo, come una compagna incaricata di uffici diversi, invece di essergli sottoposta, come una schiava, destinata al suo piacere e al suo vantaggio. La dottrina, sino a trent’anni fa molto in voga, che i popoli guerrieri incatenano la donna alla casa, è smentita dalla storia di Roma. Se anche nella storia di Roma ci fu un tempo, in cui la donna era un’eterna pupilla, sottomessa all’autorità dell’uomo dalla culla al sepolcro, del marito se non del padre, del tutore se non del padre o del marito, quanto antico e remoto è questo tempo! Allorchè Roma era il maggiore stato del mondo mediterraneo (e massime nell’ultimo secolo della repubblica), la donna, salve poche e piccole limitazioni, più di forma che di sostanza, ha già ottenuto l’indipendenza giuridica e patrimoniale, premessa necessaria dell’eguaglianza morale e sociale. Per quel che concerne il matrimonio, gli sposi possono scegliere tra due regimi giuridici molto diversi: il matrimonio conmanus, che è forma più antica e in cuitutti i beni della moglie trapassano in proprietà del marito, onde la donna non può possedere nulla; il matrimonio senzamanus, più recente, che attribuisce al marito la proprietà della dote soltanto lasciando alla donna tutti gli altri beni che possiede o che può acquistare. Siccome si sa che, ad eccezione di qualche caso e per ragioni particolari, in tutte le famiglie dell’aristocrazia e per comune consenso, i matrimoni si facevano, nell’ultimo secolo della repubblica, senzamanus, le donne maritate avevano nelle classi ricche dei beni propri che potevano amministrare come volevano, senza renderne conto a nessuno. Nella stessa epoca conquistarono questo diritto, per la via obliqua di finzioni giuridiche, anche le donne non maritate, le quali avrebbero dovuto rimanere, secondo le antiche leggi, tutta la vita sottoposte a un tutore, o scelto dal padre nel suo testamento o indicato dalla legge, se il padre non lo sceglieva. Per liberare anche queste donne si inventò da prima iltutor optivus, permettendo al padre che invece di nominare per testamento il tutore della figlia, la lasciasse libera di scegliersi essa il tutore, di scegliersi un solo tutore generale, ovvero più tutori secondo gli affari; e anche di mutare il tutore quante volte volesse. Perdare il mezzo poi alla donna di mutare a piacere il tutore legittimo, se il padre non nominava il tutore nel testamento, si inventò iltutor cessicius, ossia si permise di cedere la tutela legittima. Ma se tutte le restrizioni imposte alla libertà della donna non maritata dall’istituto della tutela venivano meno, una restrizione continuava a sussistere: la donna non maritata non poteva far testamento. E anche a questo si provvide, sia con matrimoni fittizî, sia inventando iltutor fiduciarius. La donna, senza conchiudere matrimonio, si assoggettava mediante lacoëmptioallamanusdi una persona di sua fiducia, con il patto che ilcoëmptionatorl’avrebbe emancipata.

Insomma, nel matrimonio e fuori, alla fine della repubblica, non c’erano quasi più disuguaglianze giuridiche, tra l’uomo e la donna, quindi neppure disuguaglianze morali e sociali. I Romani non pensarono mai che tra ilmundus muliebrise il sesso maschile occorresse scavar dei fossati, elevare dei muri, segnare dei termini insuperabili, visibili o invisibili. Non vollero mai, per esempio, separare le donne dagli uomini con il profondo fossato dell’ignoranza. Per molto tempo le dame dell’aristocrazia romana furono poco istruite; ma perchè gliuomini anch’essi diffidavano in quel tempo dei libri, che non fossero i libri dei conti. Quando la letteratura, la scienza, la filosofia ellenica furono ammesse nelle grandi famiglie romane, come ospiti desiderati e graditi, nè la prepotenza, nè l’egoismo, nè i pregiudizi degli uomini cercarono di contendere alle donne la gioia, il conforto o il lume, che da questi studi potevano scaturire. Oltre alla danza ed al canto, che erano studi comuni alle donne, noi sappiamo che negli ultimi due secoli della repubblica molte signore dell’aristocrazia romana ebbero familiarità con il greco, maneggiarono poeti e storici, si infarinarono persino — che Dio le perdoni — di filosofia, leggendo libri o avendo commercio con famosi filosofi dell’Oriente. Nella casa la donna era signora, a fianco e a pari del marito; il passo di Cornelio Nepote ci prova che non era segregata, come la donna greca, ma riceveva e praticava gli amici del marito, accompagnava costui alle feste ed ai banchetti nelle case amiche, sebbene nei banchetti non potesse come l’uomo sdraiarsi, ma dovesse per maggior verecondia sedere; infine non era, come la donna greca, prigioniera tra le mura domestiche. Poteva uscire liberamente, raccomandandosi però che uscisse più che potevain lettiga; non fu mai esclusa dai teatri, sebbene il governo romano, per lungo tempo, si sforzasse di frenare la passione degli spettacoli; potè frequentare i luoghi pubblici e rivolgersi direttamente ai magistrati... Di non poche radunanze e dimostrazioni, fatte dalle più ricche signore di Roma, tutte insieme, nel Foro o in altri luoghi pubblici, per ottenere dai magistrati leggi od altri provvedimenti ci è pervenuta memoria: basti ricordare la famosa dimostrazione di cui parla Livio (34 1 sg.), nell’anno 195 a. C. per ottenere l’abolizione della legge Oppia contro il lusso. Che più? Abbiamo motivo di ritenere che già sotto la repubblica ci fosse a Roma una specie diClub femminile, il così dettoconventus matronarum, che raccoglieva le dame delle famiglie più illustri della città. Ed è certo che più volte il governo, nel pericolo, si rivolse ufficialmente alle grandi dame di Roma, perchè aiutassero la Repubblica, raccogliendo oro e argento o impetrando con solenni cerimonie religiose il favore degli Dei...

Si intende quindi, che in tutti i tempi ci siano state a Roma, nelle famiglie aristocratiche, delle donne, che amavano con passione la politica. La fortuna delle grandi famiglieromane, la loro gloria, la loro potenza, la loro ricchezza, dipendeva dalle vicende della politica e della guerra; i capi di queste famiglie erano tutti senatori, magistrati, diplomatici, guerrieri: più la moglie era intelligente, colta e affezionata, meno poteva estranearsi alle vicende della pace e della guerra, a cui la fortuna della famiglia, e non di rado anche la vita del marito, erano legate!

«Ma la famiglia contemporanea è dunque — domanderà a questo punto il lettore — la copia fedele della famiglia antica? Siamo noi ritornati, per un lungo cammino, là dove erano giunti quei nostri lontani antenati?».

No. Se la famiglia moderna e la famiglia romana si rassomigliano per certi rispetti, differiscono per altri, ed assai. Se il romano concedeva alla donna l’indipendenza giuridica e patrimoniale, se non le impediva di studiare e non le mercanteggiava quella libertà senza cui un essere umano non può vivere anche per sè, non riconobbe peròmai, come più o meno apertamente lo riconosce la civiltà moderna, che il fine e la ragione del matrimonio sia la felicità personale dei due coniugi, o una loro personale elevazione morale nella concordia dei caratteri e delle aspirazioni. Lo scopo del matrimonio era, per dir così, esterno ad esso. Immune da fervori mistici come refrattaria a tutte le suggestioni dello spirito filosofico, almeno nell’azione; ambiziosa solamente di ingrandire e rafforzare lo Stato di cui era padrona, l’aristocrazia romana non considerò mai la famiglia e il matrimonio, come non considerò mai la religione e il diritto, se non come organi dello Stato e strumenti di dominazione; mezzi per accrescere la potenza delle grandi famiglie, per cementare, imparentandole, le grandi stirpi di Roma, già strette dall’interesse politico. Per questa ragione, se il Romano concesse tanta libertà e riconobbe tanti diritti alla donna, non pensò mai che in una grande famiglia la donna potesse rivendicare il diritto di scegliersi il marito, e questo diritto limitò anche al giovane, almeno al suo primo matrimonio. La scelta spettava ai padri, i quali di solito fidanzavano i loro figli ancora fanciulli. Due famiglie amiche, i cui capi si ritrovavano insieme a deliberare nel Senatoo ad arringare nel Foro o a parteggiare nei comizi, e i cui ragazzi si mescolavano allegramente nei consueti sollazzi dell’età, pensavano un giorno che quel ragazzo e quella bambina, sposandosi di lì a dieci o dodici anni, avrebbero potuto stringere ancor più la loro amicizia? Ecco i due fanciulli erano fidanzati, ed allevati nell’idea che un giorno, il più presto possibile, sarebbero marito e moglie. Le nozze si celebravano, pronuba la Ragione di Stato. E questa Ragione di Stato, mediatrice di matrimoni, che tra i suoi strumenti annoverava anche le faci nuziali, pareva a tutti una savia provvidenza pubblica; a nessuno veniva in mente che essa facesse brutale violenza alla libertà, al sentimento, al cuore dell’uomo e della donna, quando provvedeva saviamente a far che lo Stato fosse ben governato, distruggendo con questi maritaggi i semi della discordia, che così facilmente attecchiscono nelle aristocrazie e a poco a poco la sgretolano come quelle piante che, non seminate da nessuna mano, crescono sui vecchi muri.

Questa è la ragione per cui di tutti i grandi personaggi romani si conosce quante mogli ebbero, e di quale famiglia. Il matrimoniodi un senatore romano era un atto pubblico, e un atto importante; perchè un giovane, o anche un uomo maturo, imparentandosi con certe famiglie, veniva, per dir così, a sposare anche le loro responsabilità e i loro interessi politici. Ciò fu più vero che mai nell’ultimo secolo della repubblica, dai Gracchi in poi, quando l’aristocrazia romana, per le ragioni che ho esposte in «Grandezza e Decadenza di Roma», si scisse in due fazioni nemiche, di cui una cercò di muovere contro l’altra gli interessi, le ambizioni, le cupidigie delle classi medie e del popolo. I due partiti cercano di rinforzarsi con i matrimonî; e questi seguono le vicende della lotta politica, che insanguina Roma. La storia di Giulio Cesare e dei suoi matrimoni ci somministra di ciò una prova curiosissima. La ragione prima per cui Giulio Cesare fu l’erede e il continuatore dei Gracchi, il capo della fazione che dai Gracchi deduceva le sue origini prime e i suoi titoli, non deve cercarsi nè nelle sue ambizioni, nè nel suo temperamento e tanto meno nelle sue opinioni; ma nella sua parentela con Mario. Una sua zia aveva sposato Caio Mario, il modesto pubblicano fallitoche, buttatosi nella politica, era diventato il primo generale del suo tempo, era stato eletto console sei volte, aveva vinto Giugurta, sterminato i Cimbri e i Teutoni. L’homo novusdivenuto celebre e ricco, aveva cercato di nobilitarsi con un matrimonio in cospetto all’antica aristocrazia orgogliosa dei suoi antenati; e aveva trovato una sposa in una nobilissima, ma impoverita e decaduta famiglia patrizia. Ma scoppiata la rivoluzione, messosi Mario a capo della fazione che derivava dai Gracchi, vinta questa da Silla, la fazione della vecchia aristocrazia, che aveva vinto con Silla, non perdonò ai Giulii di essersi imbastarditi con quel suo acerbo nemico, li sospettò, guardò bieco e perseguitò tutti; tra gli altri anche il giovane Cesare, il quale era irresponsabile dei fatti e delle gesta dello zio, perchè era ancora un ragazzo, quando la guerra tra Silla e Mario infuriava.

Così si spiega che la prima moglie di Cesare, Cossuzia, fosse la figlia di un cavaliere e pubblicano. Per una famiglia di così antica nobiltà, e patrizia per giunta, questo matrimonio era poco meno che una degradazione; ma verso l’80 a. C. in pieno furoredella fazione sillana vittoriosa, quale famiglia senatoria avrebbe dato una sua donna al nipote di Mario? Senonchè morta Cossuzia, pochi anni dopo le nozze, Cesare fece un secondo matrimonio, molto diverso dal primo, poichè sposò addirittura una nipote di Silla, Pompea, imparentandosi con le famiglie, che erano come il cuore della fazione sillana. Che cosa era accaduto, e come mai il nipote di Mario, scampato per miracolo alla spada di Silla, poteva sposarne la nipote nel 68? In quegli anni, a poco a poco, la città sconvolta da tante discordie si era tranquillata; e obliati i più sanguinosi ricordi delle guerre civili, ricominciava ad ammirare in Mario la spada e lo scudo invincibili di Roma, l’eroe che aveva prostrato i Cimbri ed i Teutoni! Essere il nipote di Mario ridiventava un titolo di gloria, da nota di infamia, che per tanti anni era stata. Ma anche quella bonaccia durò poco, chè le due fazioni, dopo breve tregua, ripresero a guerreggiare. E alla prima occasione Cesare ripudia Pompea, per sposare Calpurnia, la figlia di Lucio Calpurnio Pisone, console nel 58, senatore influentissimo nella sua fazione.

Come Cesare tutti i personaggi del suo tempo, si ammogliano, fanno divorzio, si riammogliano secondo tira il vento sul Foro, nei comizi, in Senato. Quando la ragione politica manca, c’è la ragione pecuniaria. La donna poteva aiutare una carriera politica sia amministrando bene la casa del marito, sia contribuendo alle spese con la dote o con il suo patrimonio. Il canto, la danza, il greco, la poesia, la filosofia, la politica non dispensavano la donna romana d’alto lignaggio dal dovere di conoscere tutte le arti della buona massaia, e massime il filare e il tessere.Lanam fecit.Siccome i numerosi armenti posseduti dall’aristocrazia potevano somministrare ad ogni famiglia la lana necessaria per vestirla tutta, padroni e servidorame schiavo, se lamaterfamiliasera esperta nelle arti di Aracne e sapeva far lavorare in casa una piccola officina di schiave filatrici e tessitrici, impedendo i furti e i pigri abbandoni, poteva provvedere a tutta la famiglia il vestito senza l’ingente spesa necessaria ad acquistare le stoffe dal mercante; risparmio notevole in tempi in cui la moneta era così rara, e tutte le famiglie cercavano di spenderne meno che potevano.Lamaterfamiliasaveva dunque, in ogni casa, un compito che oggi diremmo industriale, poichè vestiva tutta la famiglia; e secondo compiva questo ufficio, poteva giovare o nuocere all’interesse comune.

Di maggior momento ancora la dote e i beni parafernali. Non solo pareva ai romani savio e lodevole accorgimento che un membro della nobiltà cercasse in moglie una donna ricca, affinchè il suo patrimonio gli servisse per la sua carriera politica; ma reputava non ci fosse onore più grande e più invidiabile fortuna per una donna ricca, che di essere sposata per questo scopo da un uomo eminente. Si chiedeva solo la rispettabilità della donna; ed anche su questo punto, pare che, in certi tempi, si chiudesse qualche volta un occhio, almeno se è vero che Silla aveva rifatto la fortuna della famiglia con l’eredità di una greca, la quale proprio non aveva guadagnato l’ingente fortuna che gli lasciò con il biblico sudore della fronte. Ma potrebbe anche essere una malignità di nemici. Ad ogni modo, quale fosse in questa materia l’opinione delle persone dabbene, Cicerone e la sua vita ce lo dimostrano.

Nato in una famiglia di cavalieri di Arpino,molto rispettabile ed istruita, ma non molto ricca, Cicerone potè fare quello che fece, perchè aveva sposato Terenzia, che se non ricchissima, era più ricca di lui, e che lo aiutò, con il suo, a vivere a Roma e a farsi strada. Dopo una lunga convivenza abbastanza felice, per quanto si può giudicare, Cicerone e Terenzia, già vecchi, vennero in discordia, e fecero divorzio nel 46 a. C., non si sa bene per quali ragioni; pare perchè Terenzia si rifiutò, durante le guerre civili, di assistere Cicerone con il suo denaro, quanto egli voleva; ossia perchè in quel cimento, non volle arrischiare tutto il patrimonio sulla pericolante fortuna politica del marito. Ma il divorzio ridusse Cicerone, obbligato a render la dote, in gravi strettezze, e allora come ne uscì? Con un altro matrimonio, sposando a 63 anni Publibia, una ricchissima giovinetta diciassettenne, di cui era, si aggiunga, tutore, e il cui patrimonio doveva sistemare di nuovo il dissestato patrimonio del grande oratore!

Il matrimonio romano era dunque un barbaro commercio della carne muliebre, fatta da una Ragione di Stato spietata e crudele? Sarebbe errore credere che i Romani non sentissero i più teneri e dolci affetti del cuore umano. Le lettere di Cicerone basterebbero a provarci quanto teneramente anche i Romani sapessero amare la moglie ed i figli. Senonchè degli affetti personali più teneri e più dolci, che la letteratura, la musica, la religione, la filosofia, il costume hanno nei nostri tempi accarezzati, lusingati, divinizzati come le supreme ragioni del vivere, i Romani diffidavano, come troppo facilmente fossero pericolosi alla prosperità e al bene dello Stato. Vorremmo noi dunque denunciarli per barbari? Non dimentichiamo la diversità dei tempi, che è tanto grande. La fiducia di cui gli uomini moderni sono larghi all’amore, alla sua chiaroveggenza finale, alla sua potenza benigna sullecose del mondo; il diritto, figlio di questa fiducia, di scegliersi, per viverci insieme, la persona dell’altro sesso verso cui ciascuno di noi è sospinto da una attrazione personale più forte, sono fiori germogliati in cima all’albero dell’individualismo moderno. La facilità senza numero di cui godiamo oggi, per il lavoro, la coltura, le fortune accumulate di secolo in secolo, ci permettono di allentare la severa disciplina a cui tempi e popoli, costretti a menare vita più pura, dovettero sottoporsi. Sebbene a noi il costume sembri duro e barbaro pur è certo che quasi tutti i grandi popoli del passato e il maggior numero dei popoli contemporanei che vivono fuori della civiltà nostra, hanno concepito e praticato il matrimonio non come un diritto del sentimento, ma come un dovere della ragione, per compire il quale i giovani devono rimettersi alla saggezza dei vecchi e questi avere di mira non la soddisfazione di una passione, di solito tanto più fugace quanto più ardente, ma un calcolato equilibrio di qualità, di attitudini, di mezzi.

I principî che regolavano il matrimonio romano, possono dunque sembrare a noi contrari alla natura umana, ma sono invece i principî a cui hanno ricorso tutti i popoli che non vollero affidare alla passione, mobilecome il mare, il compito di fondare le famiglie, in tempi in cui la famiglia era un organo del consorzio sociale ben più importante che oggi non sia, perchè assommava in sè molti compiti — educazione, industria, governo — oggi divisi tra altri istituti. Senonchè neppure la ragione è perfetta: anch’essa ha le sue debolezze, come la passione: e quella Ragion di Stato pronuba, a cui le donne dovevano sacrificare così gli appetiti del senso come gli slanci del cuore, era anch’essa piena di pericoli e di inconvenienti, che conviene conoscere, se si vuol capire la tragica storia delle donne dei Cesari. Il primo inconveniente era la precocità dei matrimoni, poichè tra i 18 e i 20 anni i maschi, tra i 13 e i 15 le femmine erano quasi sempre sposati. L’inconveniente è insito nella natura stessa dei matrimoni combinati dai genitori per autorità; perchè troppo difficile sarebbe imporre ai figli la volontà dei vecchi, in cosa in cui le passioni così facilmente si accendono, se si aspettasse l’età in cui le passioni sono più ardenti e la volontà già abbastanza vigorosa. Appena usciti di fanciullezza, l’uomo e la donna sono più docili. Ma quanti pericoli in questimatrimoni precoci, in una società in cui la donna maritata acquistava una libertà considerevole, poteva praticare gli uomini, frequentare i teatri e i ritrovi pubblici, affrontare tutte le tentazioni, le seduzioni e le illusioni della vita!

Altro e non meno grave inconveniente era la facilità dei divorzi. Il matrimonio essendo per la nobiltà romana un matrimonio politico, i Romani non potevano ammettere che fosse indissolubile, e riserbarono all’uomo il diritto di scioglierlo a piacere, anche quando la moglie fosse innocente di qualsiasi rimprovero, solo perchè quel matrimonio non conveniva più ai suoi interessi politici, e con mezzi spicciativi, senza formalità; una semplice lettera! Nè basta ancora: temendo che nei giovani l’amore potesse più che la ragione, la legge accordava al padre il diritto di intimare il divorzio alla nuora, in luogo e nome del figlio; cosicchè il padre poteva fare e disfare i matrimoni dei figli suoi, come più credeva utile o conveniente, oltrepassando, senza guardarla, la loro volontà. La donna, quindi, se nella casa era eguale all’uomo e oggetto di un alto rispetto, non era però mai sicura dell’avvenire;nè l’affetto del marito, nè la virtù, nè la ricchezza, nè il lustro del nome l’assicuravano che essa finirebbe i suoi giorni nella casa in cui era entrata giovinetta e sposa novella, poichè da un giorno all’altro, la fatale politica poteva, non dirò scacciarla, ma invitarla gentilmente ad uscire dalla casa dove erano nati i suoi figli. Una lettera bastava a rompere un matrimonio! Cosicchè massime nella età di Cesare che fu instabile quanto mai, non si contavano più le signore dell’aristocrazia che avevano mutato tre o quattro mariti, e non per leggerezza o capriccio, ma perchè i loro padri, i loro fratelli, qualche volta perfino i loro figli le avevano a certi momenti pregate, supplicate o costrette a contrarre certi matrimoni, che dovevano servire alle loro mire di parte!

Ma è facile intendere come questa precarietà scoraggiasse le virtù, che sono il fondamento della famiglia, incoraggiasse invece la leggerezza, la dissipazione, l’infedeltà. Cosicchè la libertà concessa dai Romani alla donna doveva essere molto più pericolosa, che non sia oggi la libertà, pur maggiore, di cui godono le donne della nostra civiltà, perchè essa non aveva i freni e i contrappesiche la libertà ha nel nostro mondo; la libera scelta, l’età più matura dei matrimoni, l’indissolubilità del matrimonio o le molte e diverse condizioni poste al divorzio. Era insomma nella famiglia romana una contradizione, che bisogna ben capire, se si vuole intendere la storia delle grandi signore dell’età imperiale. Roma voleva che la donna fosse nel matrimonio il docile strumento degli interessi della famiglia e dello Stato; ma non voleva poi sottometterla al dispotismo del costume, della legge e della volontà dell’uomo, come hanno fatto tutti gli altri Stati, che esigettero dalla donna una abnegazione totale; accordò invece alla donna, se non tutta, molta parte di quella libertà, che hanno potuto con poco pericolo concedere le civiltà, in cui la donna vive non soltanto per la famiglia, per lo Stato, per la specie, ma un po’ anche per sè... Roma insomma non volle trattare la donna come la trattava il mondo greco ed asiatico, ma non per questo rinunziò ad esigere da lei la stessa totale abnegazione per il bene pubblico, l’oblio intero delle sue aspirazioni e delle sue passioni a pro dell’interesse comune.

Questa contradizione ci spiega quel profondo, tenace, secolare puritanismo dell’alta società romana, che è la chiave di tuttala storia della repubblica, senza il quale non si capisce nulla. Il puritanismo doveva appunto conciliare quella contradizione. Come il mondo orientale, segregandola nella casa e nell’ignoranza, spaventandola con minaccie e castighi, così Roma cercò di imporre l’abnegazione inculcandole con l’educazione, con la religione e con l’opinione, l’idea che la donna doveva essere pia, casta, fedele, semplice, dedita al marito e ai figli; che il lusso, la prodigalità, la dissolutezza erano orribili vizî, la cui infamia degradava irreparabilmente quel che di meglio e più puro è nella donna. Che cosa è il puritanismo, se non l’orrore invincibile di certi vizi e piaceri che non possono essere perseguitati con troppe severe sanzioni penali, educato con uno sforzo perseverante di suggestione? In Roma era il freno e il contrappeso della libertà della donna, che doveva impedire gli abusi più facili di questa libertà, e particolarmente la prodigalità e la dissolutezza.

Il puritanismo romano era dunque una cosa seria, grave e terribile; così grave e terribile, che potè essere come la scena storica, su cui si svolse l’atroce tragedia che dovremo raccontare. Era una prima ed aspra medicina di un male, che ha travagliato tutte le civiltà: l’insolubile difficoltà della donnae della sua libertà. Difficoltà più grave, più difficile, più complessa che non credano i femministi, uomini e donne, oggi pullulanti dalla anarchia morale e dalla immensa prosperità materiale dei tempi moderni. Difficoltà, che sta precipuamente in questo: che se è opera crudele, difficile, iniqua, privar la donna di libertà, sottoporla ad un regime tirannico per costringerla a vivere per la specie e non per sè, la donna poi, quando le si lasci la libertà di vivere per sè sola, di soddisfare le sue passioni, facilmente ne abusa più che l’uomo e con maggior danno universale dell’uomo dimentica i suoi doveri verso la specie. E ne abusa più facilmente per due ragioni: perchè essa ha un potere sull’uomo molto maggiore che l’uomo non abbia su lei: e perchè nelle classi ricche è più libera da molte responsabilità che legano e quindi frenano l’uomo. Per quanto grande sia la libertà di cui gode l’uomo, e grande il suo egoismo, l’uomo è sempre costretto, in una certa misura, a frenare i suoi istinti egoistici, dalla necessità di conservare, ingrandire, difendere contro i rivali i beni, il rango, la potenza, il nome, la gloria. La donna invece, se è liberata daidoveri familiari, se ottiene licenza di vivere per il suo piacere e per la sua bellezza, se l’opinione che le vieta sotto pena di infamia la dissolutezza, si indebolisce, e la dissolutezza invece che infamia le procura gloria, ricchezze, omaggi; quale freno potrà trattenere in lei gli appetiti ciechi e le crudeltà dell’egoismo che sono latenti in ogni anima umana?

Questa è la ragione per cui la donna, come nei tempi di forte disciplina è la più tenace tra le forze coesive di una nazione, è invece, nei tempi di anarchia e di disordine, la più attiva forza dissolvitrice con il lusso rovinoso, la dissolutezza, la sterilità voluta. Trovare un equilibrio tra la naturale aspirazione alla libertà che non è altro poi che il bisogno della felicità personale, vivo e profondo nel cuore della donna come nel cuore degli uomini, e la suprema necessità di una disciplina senza la quale la specie, lo Stato, le famiglie pericolano quando non periscono addirittura, è uno dei maggiori impegni di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Anche questo impegno, nella esaltazione della ricchezza e della potenza, è considerato dallo spirito moderno con la frivolezzae il dilettantismo che guasta e confonde oggi tutti i grandi problemi dell’estetica, della filosofia, della politica, della morale. Noi viviamo in mezzo a quelli, che si potrebbero chiamare i Saturnali della storia del mondo, nel cui clamore non sentiamo più il tragico della vita. Questa breve storia delle donne dei Cesari risusciterà sotto gli occhi dei moderni una di quelle tragedie, in mezzo alle cui oscure minaccie i nostri antenati vivevano, temperando in quelle i loro animi.


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