PREFAZIONE.
La storia antica è una storia mascolina, in cui solo rare figure di donne appariscono. C’è però un’eccezione: il secolo, che corre tra la morte di Cesare e la morte di Nerone; nel quale tra i grandi della terra che ressero nelle loro mani i destini dell’impero romano si contano anche alcune donne.
Questa apparizione insolita di donne in una storia tanto mascolina ha fatto perdere un po’ la testa alla storiografia antica, la quale in loro presenza si è buttata a inventare favole con maggior sbrigliatezza del solito. Tacito, Svetonio e Dione Cassio ci hanno raccontato non la storia di quei tempi, ma un romanzo a tinte forti, che fu per lungo tempo, e giustamente, una miniera per drammaturghi e coreografi; ed ora è sfruttato con eguale fortuna dai maestri dellanuova arte che si dice muta. Ma per quanto da molti secoli materia greggia per tutte le arti, questo romanzo è grossolano, inverosimile, incoerente. La verità è molto più romanzesca e tragica, che la leggenda raccontata dagli scrittori antichi.
Ho riassunto qui, in un racconto succinto e rapido, i risultati delle ricerche fatte da me per rintracciare questa verità, senza indugiarmi in discussioni critiche. Il lettore, che si fida, arriverà alla meta — la verità — più speditamente e per una via quasi diritta. Il lettore, che non si fida, e che chiede sospettosamente allo storico moderno le malleverie da cui dispensa graziosamente gli storici antichi, farà il difficile se non l’incredulo. Come gli garba e poco male; perchè tanto, lui, alla meta non arriverà mai. Le menti ottuse dal filosofume o dal criticume moderno — due malattie diverse ma egualmente pericolose — non possono più intuire e sentire la verità di una storia; perchè non posseggono più il senso della verità storica; e quando questo senso è spento, nessuna argomentazione lo può supplire.
Intenda dunque questo piccolo libro chi può. Esso porta una testimonianza nuova di una verità semplice, alla quale i nostri tempi recalcitrano, appunto perchè ne avrebberobisogno. Oggi non c’è villano rifatto della politica e degli affari, che non creda di possedere il genio innato del comando e la potenza creatrice dell’ordine; l’autorità sembra essere diventata l’Eldorado dei rivoluzionari di professione; e la disciplina è l’alibi grossolano della più scatenata prepotenza. Questo libro dimostra invece che il fondare un principio nuovo di autorità è un’impresa erculea, in cui neppur una classe antica al comando e piena di gloria riesce, se non ha il coraggio e l’abnegazione di sacrificarsi totalmente. Quando il potere è una cosa seria, chi lo esercita ne è la prima vittima; quando chi lo esercita lo sfrutta e lo gode, il potere allora è un’impostura.
La regola non falla mai. E questa storia delle donne dei Cesari è della regola una delle prove più tragiche.
G. F.
Firenze, 1 marzo 1925.