CAPITOLO IIRicostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre coi Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione dei vinti

CAPITOLO IIRicostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre coi Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione dei vinti

Dinanzi alla minacciata alleanza dei Bizantini e dei Franchi, i Longobardi furono costretti a pensare sul serio ai casi loro. Si decisero quindi a ricostituire la monarchia, per dare unità all'amministrazione, e sopra tutto alla difesa. Adunatisi a Pavia, tra la fine del 584 e i primi del 585, elessero a loro re Autari figlio di Clefi. Era adesso necessario costituirgli un patrimonio, una lista civile, perchè potesse mantenersi con decoro, e pagare gli ufficiali della Corte. A questo fine i Duchi gli fecero cessione d'una metà dei loro averi, quelli che avevano tolti ai nobili uccisi o che in altro modo avevano confiscati. Restava sempre ad essi il terzo della rendita delle terre possedute dai Romani. Si vuole però da alcuni scrittori, che ora appunto questo terzo della rendita venisse mutato in un terzo delle terre, il che avrebbe lasciato gli altri due terzi in proprietà libera agli antichi possessori, e ciò sarebbe stato a loro vantaggio. Essendo poi negli ultimi anni cresciuto non poco il numero delle province occupate dai Longobardi, è assai probabile chesi procedesse ad una divisione delle nuove terre, a vantaggio di coloro che avevano dovuto cedere al Re parte dei propri averi. Su tutto ciò hanno avuto luogo dispute infinite, e le parole a questo proposito adoperate da Paolo Diacono furono torturate in mille modi, per trovarvi quello che non v'era, per fargli dire quello che non disse nè poteva dire sopra un argomento che forse egli stesso imperfettamente conosceva, essendo vissuto circa due secoli più tardi. Dice infatti solamente che i Duchi cedettero metà delle loro sostanze al Re, e che i popoli tributari furono divisi tra i vincitori (populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur, III, 16). Dedurre da ciò, come molti pretesero, che i Romani non solo peggiorarono assai la loro condizione, ma furono ridotti allo stato di schiavi o quasi, non è possibile; si può anzi asserire che una tale deduzione contraddice alle parole dello storico. Paolo Diacono, dopo aver detto che la cessazione della monarchia fu a grave danno dei Romani, parlando della ricostituzione di essa, aggiunge: «in questo regno nessuno era angariato, oppresso o spogliato; a tutti si rendeva giustizia; non si commettevano furti; ognuno andava sicuro dove voleva.» Non sarebbe questo certamente il linguaggio di chi avesse voluto dire che sotto Autari le cose erano assai peggiorate. E noi sappiamo che tutto allora, nella pace e nella guerra, procedette con maggiore ordine e regolarità; che la lunga durata del dominio longobardo si deve alla ricostituzione della monarchia, ed in parte anche all'opera personale del re Autari.

Dinanzi alla minaccia d'un accordo tra Franchi e Bizantini, i Longobardi tentarono di fare alleanza coi primi. Ma non vi riuscirono, perchè l'accordo fu rotto quasi prima che concluso, e si combattè nuovamente da ogni parte. Nel 587 i Longobardi guerreggiavano nel Friuli e nell'Istria contro i Bizantini, ai quali l'anno appressotolsero l'isola Comacina che era fortificata. Nello stesso tempo Smeraldo ripigliava finalmente Classe, ed i Franchi scendevano per lo Spluga a combattere i Longobardi. Ma Autari era questa volta apparecchiato, e si precipitò contro di essi con tale impeto, che li vinse, facendone addirittura strage.Tantaque, dice Paolo Diacono (III, 29)ibi strages facta est de Francorum exercitu, quanta usque ibi non memoratur.

Il non avere Smeraldo, in questa occasione, dato nessuno aiuto ai Franchi dispiacque all'Imperatore. Ma ad aggravar la cosa s'aggiunse la condotta assai imprudente e poco misurata che egli tenne nella questione religiosa. Il Papa, per secondare l'Imperatore e porre termine alla disputa oziosa ed incresciosa deiTre Capitoli, li aveva condannati, dicendo che la condanna si poteva tenere già implicitamente ammessa anche dal Concilio di Calcedonia. Ma le popolazioni dell'Istria e della Venezia vennero allora in preda ad una tale agitazione, che minacciavano addirittura uno scisma. E Smeraldo, invece di calmare quest'agitazione, come gli era stato ordinato da Costantinopoli, ricorse alla violenza, facendo imprigionare e condurre a Ravenna alcuni vescovi per punirli. In conseguenza di ciò fu richiamato, e gli successe l'esarca Romano (589) che si dimostrò assai più accorto.

In questo mezzo Autari, pensando sempre più a raffermare sul trono sè stesso e la propria famiglia, si decise a prender moglie, e chiese la mano di Teodolinda, figlia di Garibaldo duca di Baviera, che dipendeva da Childeberto re dei Franchi, col cui regno il suo Ducato confinava. La scelta era suggerita da ragioni politiche, perchè in caso di guerra coi Franchi, l'alleanza della Baviera poteva molto giovare ad Autari. Si narra che, giunta favorevole risposta alla prima domanda, egli, travestito da ambasciatore, partì subito con altri, per fare la richiestaufficiale (588). E come si trovò in presenza della giovane sposa, fu talmente preso dalla bellezza di lei, che quando ella, secondo il costume, portò loro da bere, non sapendo più trattenersi, le baciò furtivamente la mano, il che rivelò che egli era lo sposo. Giunto poi al confine, Autari, rizzandosi sulle staffe, si fece riconoscere da tutti, lanciando con vigore la scure ad un albero, ed esclamando: — Così ferisce il re dei Longobardi. — Alla notizia di queste trattative di matrimonio, Childeberto fu così irritato, che mosse guerra alla Baviera, e Teodolinda dovè fuggire in fretta col fratello Gundebaldo, il quale la condusse a Verona, dove fu incontrata dallo sposo; ed il 5 maggio 589 si celebrarono le nozze.

Questo matrimonio inasprì per modo i Franchi, che mossero ad un assalto improvviso contro Autari, il quale venne preso alla sprovvista, e si sarebbe trovato a mal partito, se la guerra civile scoppiata al solito nel loro paese non li avesse obbligati a ritirarsi. A questa ritirata contribuirono forse anche le inondazioni che desolarono per modo la Gallia e l'Italia, che Paolo Diacono dice non essersi mai visto nulla di simile dopo il diluvio universale. In conseguenza di che scoppiò poi anche la peste bubbonica, di cui, fra gli altri, fu vittima lo stesso Pelagio II. Successe papa Gregorio Magno consacrato il 8 settembre 590, che tanta parte doveva avere nella storia d'Italia, e che più volte si trovò a lottare energicamente contro i Longobardi.

Appena vi fu un poco di tregua a queste calamità, Autari continuò la sua opera di organizzazione del regno, estendendo sempre più le sue conquiste nell'Italia superiore. La leggenda però che egli giungesse fino a Reggio di Calabria, esclamando: — Qui sono i confini del regno d'Autari, — non merita nessuna fede. Si fece probabilmente confusione con Reggio d'Emilia. Nel sud già v'erano allorai Ducati di Spoleto e di Benevento; oltre di che Autari non poteva troppo allontanarsi dal nord ora che l'Imperatore eccitava continuamente i Franchi a ripigliare la guerra che avevano promesso di fare, e per la quale invano egli aveva loro mandato danaro. «Era omai tempo, così scriveva, di passare dalle parole ai fatti,enarrata viriliter... peragere.» L'esarca Romano riuscì finalmente a stringere con essi gli accordi per un assalto da muoversi in comune contro i Longobardi. E nella primavera del 590 i Franchi s'avanzarono da una parte verso Milano, da un'altra, per la valle dell'Adige, verso Verona. Da Ravenna s'avanzarono nello stesso tempo i Bizantini, e molte terre, e parecchi Duchi longobardi spontaneamente si sottomisero ad essi. Fra i Duchi serpeggiava allora non poco scontento, alcuni essendo stati avversi alla ricostituzione della monarchia, altri avendo sperato d'essere eletti in luogo d'Autari. Profittando di ciò, s'era fissato, secondo gli accordi presi, che fra tre giorni i Franchi ed i Bizantini si sarebbero trovati insieme uniti contro i Longobardi. Il fumo del fuoco, che i Bizantini avrebbero acceso sopra un vicino colle, sarebbe stato il segnale del loro arrivo. Ma nulla di tutto ciò avvenne. I Franchi, senza aver fatto altro che saccheggiare, improvvisamente si ritirarono, accusando i Bizantini di non essersi avanzati, e di averli lasciati soli. L'esarca Romano invece scriveva a re Childeberto, «che s'era sul punto di circondare i Longobardi, quando seppe che già i Franchi trattavano accordo con Autari. Aveva dovuto ordinare la ritirata, appunto quando era giunto il momento di poter liberare affatto l'Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi.» E poco dopo esprimeva la speranza, che il Re volesse ricominciare la guerra, «mandando in Italia fidati capitani,dignos duces, i quali non pensassero solo a far prigionieri i Romani, ed a saccheggiare le loro terre.»Ma non se ne fece altro. Il fatto vero è che Franchi e Bizantini s'erano intesi nel voler cacciare i Longobardi dall'Italia, ma ognuno di loro la voleva poi tenere per sè. E però andavano d'accordo nell'attaccare il nemico comune; ma quando la vittoria diveniva probabile, subito si dividevano, ed agivano ciascuno per conto proprio, anzi gli uni a danno degli altri. Tutto questo, com'era naturale, riusciva a vantaggio di Autari, il quale s'era perciò assai rafforzato, quando il 5 settembre 590 cessò di vivere.

Autari si può ritenere uno dei principali fondatori del regno longobardo. Egli, come Odoacre, come altri barbari, prese il nome di Flavio, e con ciò sembrava volesse andare d'accordo coll'Impero. Ma Odoacre e Teodorico erano venuti in Italia a governarla in nome dell'Imperatore; Alboino ed i Longobardi invece erano venuti in loro proprio nome, e la nuova monarchia da essi fondata fu affatto indipendente, anzi più volte mosse guerra ai Bizantini, che voleva cacciare addirittura dall'Italia. I Longobardi furono i primi barbari che fecero in Italia vere e proprie leggi, sanzionandole senza punto occuparsi dell'Imperatore. Nè ai Romani fu lasciato allora nessuno dei privilegi concessi loro da Teodorico. In sostanza i barbari sono ora finalmente divenuti padroni del paese, e non vogliono riconoscere altra legge, altra autorità che la loro. E questo contribuì non poco a diffondere l'erronea opinione, che gl'Italiani fossero allora ridotti nella condizione di servi o per lo meno di aldi, il che vorrebbe dire una semi-servitù. A sostegno di questa tesi si torturarono, come già accennammo, le parole di Paolo Diacono. Altro argomento favorevole ad essa si credette trovarlo nel fatto, che la legge longobarda fissa il guidrigildo da pagarsi per la uccisione di un Longobardo, e nulla dice per quella d'un Romano. La vita adunque dei vinti, si disse, non aveva pei vincitori nessun valore, perchè essi eranoschiavi. Ma dedurre così gravi conseguenze dal solo silenzio della legge, è addirittura eccessivo. Il silenzio, fu osservato dal Capponi, potrebbe anche significare che il guidrigildo dei vinti era fissato dalla consuetudine. Potrebbe provare, arrivò a dire invece il Sybel, che teoricamente almeno non si facesse differenza alcuna tra la vita del Romano e quella del Longobardo; ed il guidrigildo sarebbe stato perciò nei due casi identico. Ma non è facile credere che i vinti non fossero trattati assai peggio dei vincitori.

Del resto la opinione una volta tanto diffusa della servitù dei Romani, è adesso abbandonata. Riesce piuttosto difficile comprendere come potesse essere stata accolta così largamente, senza tenere nessun conto delle enormi difficoltà che si oppongono a renderla credibile. Ed in vero è egli mai possibile che, se i Longobardi avessero tolto la libertà personale ai Romani, di un fatto così importante non si trovasse mai nelle cronache, nelle leggi, nei documenti pubblici o privati una sola esplicita menzione? E dato pure che ciò fosse possibile, si può supporre che questi schiavi o servi o aldi che siano, arrivassero, come arrivarono, alla piena libertà, senza che neppure d'una tale e tanta rivoluzione rimanesse traccia o ricordo alcuno? Siccome poi, nelle continue guerre fra Longobardi e Bizantini, molte erano le terre che passavano ripetutamente dagli uni agli altri, e viceversa, così bisognerebbe supporre ancora, che gli abitanti di queste terre passassero dalla libertà alla schiavitù e dalla schiavitù alla libertà, senza che un grido di gioia, di protesta o di dolore s'udisse mai; senza un tentativo di ribellione, senza che il fatto stesso venisse mai da nessuno ricordato. V'erano inoltre latifondi che appartenevano ad un solo proprietario, e si trovavano parte in territorio bizantino, parte in longobardo. Si deve forsecredere che i coltivatori, i possessori di queste terre fossero schiavi quando si trovavano in una parte del loro fondo, liberi quando si trovavano in un'altra? Le lettere di Gregorio Magno parlano di cittadini romani che dimoravano nelle terre longobarde di Brescia e di Pisa. Erano essi liberi? E allora perchè non potevano essere liberi anche gli altri Romani? Divenivano invece servi quando abitavano in paese longobardo? E allora si dovrebbe credere, che essi lasciassero le terre bizantine, dove erano liberi, per andare di propria volontà a divenire schiavi sotto i Longobardi? E se poi si ammettesse, come alcuni suppongono, che rimanessero liberi gli operai delle città, i quali nulla possedevano, e schiavi i proprietari, le cui terre erano state divise, si avrebbero i nulla-tenenti in una condizione superiore a quella dei latifondisti, nobili e Senatori. Le contradizioni sarebbero insomma tali e tante, che bisogna pur finire col riconoscere, come nonostante la grande dottrina adoperata a sostenerla, la teoria della servitù degl'Italiani sotto i Longobardi in nessun modo si regge in piedi.

NOTANon sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle molte dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di Paolo Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto i Longobardi.I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice:His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur(II, 32). I Longobardi, si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani, gli altri (reliqui), cioè tutto il resto della popolazione, furono divisi tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare ad essi il terzo delle loro entrate (tertiam partem suarum frugum), e divennero perciò tributari. Ma, lasciando da parte che ilreliquitroppo evidentementesi riferisce anobiles, come sarebbe stato mai possibile render tributari tutti i Romani, obbligando a pagare il terzo delle loro entrate anche coloro che nulla possedevano? Il farli poi schiavi, come qualcuno ha supposto, è cosa che Paolo Diacono non accenna in nessun modo, e sarebbe anzi, come notammo, in contradizione con quello che dice poco dopo. Osserva poi il Sybel (p. 429), a questo proposito, che non si può interpetrare quel passo, supponendo che anche i nulla-tenenti venissero divisiper longobardos hospites, perchè lahospitalitasera una relazione che passava fra ilproprietarioromano ed il longobardo, il quale dei coloni e dei coltivatori della terra erapatronus, nonhospes.L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando fu eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o aderenti, metà dei loro averi,omnem substantiarum suarum medietatem, Paolo Diacono aggiunge:Populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur(III, 16). Le parolepopuli adgravatifecero supporre che le popolazioni fossero state, dopo la elezione del Re, più duramente aggravate, perchè i Duchi si vollero su di esse rifare di quello che avevano dovuto dare al Re. Ma ciò non si trova punto nelle parole, e non era nel pensiero di Paolo Diacono, il quale dice invece che le popolazioni stavano assai meglio sotto i Re. Nel regno longobardo, secondo lui,nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat(Ibidem). I popoli aggravati adunque non sono altro che quelli stessi che già prima erano stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero divisi fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al Re metà delle terre che erano di loro libera e piena proprietà, quelle cioè che avevano confiscate ai nobili romani uccisi. Si può anche supporre, come dicemmo, che, essendosi il regno ingrandito, avesse avuto luogo allora una nuova divisione di terre, e quindi una nuova distribuzione di vinti tributari fra i vincitori. Ma è solo una induzione, perchè Paolo Diacono non lo dice.Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di rendite (frugum), così si è, non senza qualche ragione, da alcuni supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente degli uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno nella variante (che si legge però in un solo codice, e non dei più autorevoli), la quale, invece diper hospites partiuntur, dice,hospitia partiuntur: non sarebbero cioè stati divisi ipopulinè le rendite, ma le terre stesse,hospitia. Più di questo non si può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare in Paolo Diacono quello che egli non dice, e che forse non sapeva, essendo vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare l'incertezza del suo linguaggio, della quale non bisogna però abusare, per fargli dire quello che a noi piace.

NOTA

Non sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle molte dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di Paolo Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto i Longobardi.

I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice:His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur(II, 32). I Longobardi, si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani, gli altri (reliqui), cioè tutto il resto della popolazione, furono divisi tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare ad essi il terzo delle loro entrate (tertiam partem suarum frugum), e divennero perciò tributari. Ma, lasciando da parte che ilreliquitroppo evidentementesi riferisce anobiles, come sarebbe stato mai possibile render tributari tutti i Romani, obbligando a pagare il terzo delle loro entrate anche coloro che nulla possedevano? Il farli poi schiavi, come qualcuno ha supposto, è cosa che Paolo Diacono non accenna in nessun modo, e sarebbe anzi, come notammo, in contradizione con quello che dice poco dopo. Osserva poi il Sybel (p. 429), a questo proposito, che non si può interpetrare quel passo, supponendo che anche i nulla-tenenti venissero divisiper longobardos hospites, perchè lahospitalitasera una relazione che passava fra ilproprietarioromano ed il longobardo, il quale dei coloni e dei coltivatori della terra erapatronus, nonhospes.

L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando fu eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o aderenti, metà dei loro averi,omnem substantiarum suarum medietatem, Paolo Diacono aggiunge:Populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur(III, 16). Le parolepopuli adgravatifecero supporre che le popolazioni fossero state, dopo la elezione del Re, più duramente aggravate, perchè i Duchi si vollero su di esse rifare di quello che avevano dovuto dare al Re. Ma ciò non si trova punto nelle parole, e non era nel pensiero di Paolo Diacono, il quale dice invece che le popolazioni stavano assai meglio sotto i Re. Nel regno longobardo, secondo lui,nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat(Ibidem). I popoli aggravati adunque non sono altro che quelli stessi che già prima erano stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero divisi fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al Re metà delle terre che erano di loro libera e piena proprietà, quelle cioè che avevano confiscate ai nobili romani uccisi. Si può anche supporre, come dicemmo, che, essendosi il regno ingrandito, avesse avuto luogo allora una nuova divisione di terre, e quindi una nuova distribuzione di vinti tributari fra i vincitori. Ma è solo una induzione, perchè Paolo Diacono non lo dice.

Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di rendite (frugum), così si è, non senza qualche ragione, da alcuni supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente degli uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno nella variante (che si legge però in un solo codice, e non dei più autorevoli), la quale, invece diper hospites partiuntur, dice,hospitia partiuntur: non sarebbero cioè stati divisi ipopulinè le rendite, ma le terre stesse,hospitia. Più di questo non si può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare in Paolo Diacono quello che egli non dice, e che forse non sapeva, essendo vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare l'incertezza del suo linguaggio, della quale non bisogna però abusare, per fargli dire quello che a noi piace.


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