PREFAZIONE

PREFAZIONE

Il fine che mi sono proposto nello scrivere questo libro è assai modesto, ma è anche assai difficile a raggiungere. Il lettore giudicherà se sono riuscito. Io dirò solo in che modo sorse in me l'idea di accingermi all'opera.

Non si può negare che dopo la costituzione del regno d'Italia molto si è da noi progredito nello studio della storia. Ne sono una prova il gran numero diArchivi storici, che si pubblicano in ogni regione; leDeputazioni e Società di Storia patria, che sorgono per tutto; la grande quantità di documenti, che ogni giorno vengono alla luce; i progressi che han fatto la paleografia, la diplomatica, la filologia classica e la neo-latina, la storia del diritto, il metodo e l'erudizione storica in genere. Con tutto ciò libri che narrino gli avvenimenti del passato in modo facile e piano, agevolmente leggibili, i quali una volta erano assai numerosi in Italia, e servivano di modello alle altre nazioni, vanno oggi divenendo fra noi sempre più rari. Pure è certo che le ricerche d'archivio si fanno per poter sempre meglio e più sicuramentescrivere le narrazioni destinate alla gran maggioranza dei lettori.[1]Noi invece passiamo dai libri scolastici, che si leggono a scuola, e poi si gettano via, ai libri d'erudizione, che servono solo ai dotti di mestiere o, come oggi li chiamano, specialisti.

È facile capire qual grave danno tutto ciò debba recare alla nostra letteratura, alla nostra cultura; massime se si riflette, che la storia in genere, e quella dell'Italia in ispecie dovrebbe essere un mezzo non solo d'istruzione, ma anche di educazione nazionale, contribuendo efficacemente a formare il carattere morale e politico del nostro paese. Cesare Balbo, animato sempre di nobile patriottismo, deplorò in tutta la sua vita che noi non avessimo una storia popolare d'Italia, tale che tutti potessero leggerla con piacere e profitto. Egli si provò più volte a scriverla, ma rimase come sgomento dinanzi alle molte difficoltà che incontrava. Oggi, dopo la pubblicazione di tanti nuovi documenti, dopo tante nuove e così sottili dispute, le difficoltà sono cresciute piuttosto che scemare. Alcune di esse possono dirsi intrinseche alla natura del soggetto; altre invece dobbiamo riconoscerle conseguenza del nostro modo di trattarlo e dell'indirizzo che abbiam preso nei nostri studi.

Arduo assai deve certo riuscire il narrare in modo facile e chiaro la storia d'un paese che fu nel passato diviso in tanti Stati diversi, ciascuno dei quali ebbe il suo proprio carattere, le sue proprie vicende. Nelmezzogiorno abbiamo una monarchia feudale; nell'Italia centrale lo Stato della Chiesa, con un governo che è diverso da ogni altro, e la cui storia si collega con quella di tutta quanta l'Europa; più al nord abbiamo la moltitudine infinita dei Comuni e delle Signorie. Come, dove trovare un filo conduttore, che guidi chi scrive e chi legge? Queste difficoltà, è ben vero, non s'incontrano solamente in Italia; anche la Germania è stata sempre divisa e suddivisa. Nè sarebbero difficoltà insuperabili, se noi stessi non le rendessimo per colpa nostra anche maggiori; il che avviene in molti e diversi modi. In tutte quante le nostre scuole, in tutte le nostre pubblicazioni ci occupiamo oggi quasi esclusivamente di storia italiana. È divenuto poco meno che impossibile il vedere fra di noi apparire un libro sulla storia della Riforma, della Rivoluzione francese, della Germania, dell'Inghilterra, della Spagna, delle nazioni estere in generale. Ma la nostra storia è così strettamente connessa con quella di tutta l'Europa, che senza studiar l'una non è possibile comprendere l'altra. Chi infatti potrebbe mai intendere la storia italiana del Medio Evo, senza quella della Germania, o indagare le origini prime del nostro Risorgimento, senza occuparsi della Rivoluzione francese? Chi potrebbe farsi un concetto chiaro della Contro-Riforma in Italia, senza aver prima compreso la Riforma di Lutero? Ne segue perciò che, se questa tendenza verso un'erudizione esclusiva ed unilaterale ci fa sempre più diligentemente indagare ed esaminare i particolari problemi della storia italiana, ci rende inveceassai difficile comprenderne il carattere generale, e valutare con giusto criterio la vera parte che noi abbiamo avuta nella civiltà del mondo. Più di una volta ci tocca infatti l'umiliazione di vedere gli stranieri scrivere sulla storia dell'Italia antica, medioevale o moderna libri migliori dei nostri: e da essi la nostra gioventù deve apprendere la storia del proprio paese. Pur troppo questi libri, non ostante la molta dottrina ed il buon metodo, sono scritti non di rado con uno spirito ostile all'Italia; il patriottismo degli autori li spinge naturalmente ad esaltare la loro patria a danno della nostra. E così ne segue che si diffondono anche fra di noi sul carattere morale e politico degl'Italiani, sull'intrinseco valore della nostra civiltà, della nostra letteratura idee e giudizi poco esatti, che ci nocciono assai, facendoci perdere la giusta coscienza di noi medesimi.

Non lieve ostacolo a scrivere una storia nazionale che, pur essendo patriottica e popolare, sia imparziale, viene anche dalle relazioni in cui l'Italia si trova colla Chiesa. Noi abbiamo scrittori guelfi e scrittori ghibellini: i primi vorrebbero sempre lodare i Papi, giustificando tutto quello che fecero; i secondi vorrebbero invece sempre biasimarli, cercando di porre in ombra la parte, certo grandissima, che ebbero nella storia del nostro paese. A questo s'aggiunga l'abbandono in cui sono fra di noi gli studi religiosi, la storia della teologia e del Cristianesimo. E come si può senza di essi comprendere la storia d'un popolo, che ha fondato la Chiesa cattolica, d'un popolo la cui vita religiosa fu così intensa,così strettamente unita con la sua vita politica, letteraria, artistica e civile?

Pensando e ripensando a tutto ciò, mi parve che dovesse in Italia riuscire assai utile una collezione di volumi, che trattassero separatamente, in modo popolare, i vari periodi della storia d'Italia, sotto i suoi molteplici aspetti, e con essa anche la storia dei vari popoli civili. Di siffatte collezioni ogni regione d'Europa e gli Stati Uniti d'America ne hanno oggi parecchie; perchè non potremmo, non dovremmo noi averne almeno una? Mi decisi quindi a farne la proposta all'egregio editore comm. Hoepli, che l'accolse con favore, e si pose all'opera.

Due volumi sono già venuti alla luce. Il primo è una nuova edizione del ben noto libro del conte Balzani sulle cronache italiane, da lui riveduto e corretto. Il secondo è una storia del nostro risorgimento pubblicata dal prof. Orsi del Liceo M. Foscarini di Venezia. Altri tre volumi non tarderanno molto, io spero, a veder la luce. Uno, già quasi compiuto, è del prof. Errera, dell'Istituto Tecnico di Torino, sulla storia delle scoperte geografiche. Il prof. Salvèmini del Liceo Galileo di Firenze, ed il prof. Brizzolara dell'Istituto Tecnico di Reggio Calabria scrivono sulla storia moderna dell'Europa. Altri volumi sono in preparazione.

E per contribuire anch'io, come meglio posso, all'opera comune, pubblico ora questo primo volume di storia italiana, nel quale mi occupo delle invasioni barbariche. Non è un libro erudito, nè scolastico, e neppure di storia generale e filosofica, comeilSacro Romano Imperodel Bryce, o leRivoluzioni d'Italiadel Quinet. I fatti debbono qui essere narrati nella loro cronologica successione e logica connessione, senza discutere o dissertare, e, per quanto è possibile, senza annoiare. Mi sono, com'è naturale, servito delle opere recentemente pubblicate, come quelle del Bury, del Malfatti, del Bertolini, del Dahn, del Mühlbacher, dell'Hartmann,[2]e più di tutte di quella dell'Hodgkin. Non ho trascurato alcuni autori più antichi come il Gibbon, il Tillemont ed il Muratori, che non invecchia mai; nè ho tralasciato di ricorrere alle fonti. Ma le citazioni, salvo casi eccezionali, sono di regola escluse. Credevo dapprima che lo scrivere questo piccolo volume, che si occupa d'un periodo solo della storia d'Italia, quando questa non era anche divisa e suddivisa, dovesse riuscirmi comparativamente agevole; ma ho dovuto pur troppo accorgermi che anch'esso era, per me almeno, assai difficile. Non mi sono però mancati aiuti e consigli preziosi di due dotti colleghi e carissimi amici, i professori Achille Coen ed Alberto Del Vecchio, ai quali mi è grato manifestar pubblicamente la mia vivissima riconoscenza. Nè posso dimenticare il giovane e valoroso professor Luiso, che volle aiutarmi rivedendo le bozze di stampa.

Se questi primi volumi incontreranno il favore del pubblico; se esso vorrà essere indulgente verso le imperfezioni inevitabili in un'impresa, che fra di noipuò dirsi nuova; e se non ci verrà meno la cooperazione degli studiosi, noi crediamo che la nostra collezione potrà riuscire utile alla cultura del paese, ed agevolare non poco la via a scrivere sempre meglio quella storia nazionale e popolare d'Italia, tanto desiderata e tanto desiderabile. Siamo in ogni modo persuasi, che una raccolta quale noi l'abbiamo ideata è oggi non solo utile, ma anche necessaria al nostro paese più che ad ogni altro. E crediamo che, quando pure fossimo condannati a non riuscire, l'impresa verrebbe assunta da altri più fortunati di noi, perchè risponde ad un vero bisogno dell'ora presente. Il materiale storico che si è raccolto, e va ogni giorno più aumentando, è immenso; nè deve rimanere il privilegio e la proprietà di pochi dotti, ma deve essere coordinato e reso accessibile a tutti. Solo così potremo riuscire ad infondere nel paese la coscienza di ciò che esso fu ed è veramente, la cognizione sicura della parte che l'Italia ebbe, di quella che può e deve oggi avere nella storia e nella civiltà del mondo.


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