(Di mano di Lionardo.)1549, di Roma, a dì 21 di febraio: de' dì 16 predetto.
(Di mano di Lionardo.)
1549, di Roma, a dì 21 di febraio: de' dì 16 predetto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 1 di marzo 1550.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non ti scrissi che tu mi rendessi tanti conti, ma che io non ti potevo rispondere delle terre di Chianti, se non mi avisavi come voi vi trovavi danari, perchè del capitale che mi restava qua ne volevo fare qualche entrata per me. Ora mi pare, secondo che m'avisi, che e' vi resti danari da potere comperare dette terre: però attendetevi; e se trovate che vi sia buon sodo, toglietele a ogni modo, se vi pare che le sien cosa buona e a proposito: e io penserò qua a' casi mia.
Vero è che quando avessi trova(to) costà da farmi una entrata di cento scudi l'anno, l'àrei fatta, e fare'la ancora quando potessi o credessi valermene a' mia bisogni: ma credo none sare' niente, come ti scrissi.
A dì primo di marzo 1550.
Michelagnioloin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 7 d'agosto 1550.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Poi la ricevuta del trebbiano e delle camicie non m'è acaduto scriverti; ora, perchè mi tornerebbe bene avere dua Brevi di papa Paolo,[217]dove si contiene la provigione che Sua Santità mi fa a vita, stando a Roma al suo servizio: i quali Brevi mandai costà con l'altre scritture nella scatola che tu ricevesti, e gli ànno a essere in certi stagniati: so che gli conoscerai: però gli puoi involtargli 'n un poco d'incerato e mettergli 'n una scatoletta bene amagliata: e se vedi di potermegli mandare per un fidato, che e' non vadin male, màndamegli e condànnagli in quel che ti pare, acciò che mi sien dati. Io gli voglio mostrare al Papa, acciò che vegga che secondo quegli io son creditore, credo, di più di dumila scudi di suo' Santità: non già che tal cosa m'abbi a giovare, ma per mio contento. Credo che 'l procaccio gli potrebbe portare, perchè son picola cosa.
Del caso del tôr donna non se ne parla più, e a me è detto da ognuno che io ti die moglie; come se io n'avessi mille nella scarsella. Io non ò modo da pensarvi, perchè non ò notizia de' cittadini. Àrei ben caro e sare' necessario che tu la togliessi; ma io non posso far altro, come più volte t'ò scritto.
Altro non m'acade. Racomandami al prete e agli amici. A dì 7 d'agosto 1550.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1550, di Roma, adì 13 d'agosto: de' dì 7 detto.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, adì 13 d'agosto: de' dì 7 detto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 16 d'agosto 1550.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua mi scrivi, come il Cepperello vuol vendere il podere che confina co' nostri a Settigniano, e che quella donna che l'à a vita; se ben è forza che lo tenga insino a la morte; trovando detto Cepperello da venderlo ora, le verebbe del prezzo quel tanto che si conviene di quel tempo che detta donna può vivere; entrando dopo la morte sua in possessione. A me non pare che la sia cosa da fare per molti casi che possono avenire, che sarien pericolosi, non sendo in possessione: però bisognia aspettare che la muoia: e se 'l Cepperello mi viene a parlare, gli dirò l'animo mio: non son già per andare a trovar lui.
Ti scrissi de' dua Brevi, come àrai inteso: se vedi di potermegli mandare per un fidato che io gli abia, màndamegli; se non, làsciagli stare.
Circa il tôr donna, tu mi scrivi che vuoi prima venir qua a parlarmi a boca: io circa al governo sto molto male e con grande spesa, come vedrai; per questo non dico che tu manchi di venire, ma parmi che e' sia da lasciar passare mezzo settembre, e in questo mezo se mi trovassi una serva che fussi buona e netta; benchè sie difficile, perchè son tutte puttane e porche; avisami: io do dieci iuli il mese; vivo poveramente, ma io pago bene.
A questi dì m'è stato parlato per te d'una figluola d'Altovito Altoviti: non à padre nè madre, e è nel munistero di San Martino. Non conosco e non so che mi ti dire intorno a ciò. A dì 16 d'agosto 1550.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1550, di Roma, addì 20 d'agosto: de' dì 16 detto.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 20 d'agosto: de' dì 16 detto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 22 d'agosto 1550.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò ricevuto i Brevi, e pagato tre iuli come mi scrivi.
Del podere del Cepperello ti risposi che comperarlo e pagarlo ora, e non entrare ora in possessione, non mi parea cosa da farla: non ò poi inteso altro.
Scrissiti ultimamente d'una serva: ora credo essermi provisto: però none cercare altrimenti.
Del tôr donna, mi scrivesti che prima mi volevi parlare a boca; ti risposi che da mezzo settembre in là potevi venire a tua posta; benchè potresti far di manco, perchè tanto ti saperrò io dire de' cittadini di Firenze a boca qua, quant'io te ne so scrivere; che none so niente; perchè non pratico con nessuno, nè con altri. Altro non mi acade.
Saluta la Francesca da mia parte e digli che come posso risponderò a la sua, e che attenda a star sana.
A 22 d'agosto 1550.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1550, di Roma, addì 27 d'agosto: de' dì 22 detto.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 27 d'agosto: de' dì 22 detto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 31 d'agosto 1550.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa il podere del Cepperello, tu mi scrivi che lo potrebbe comperare tale che no' l'àremo per male; di questo io me ne fo beffe, perchè so che a Firenze si fa buona iustizia. Ma perchè e' vi sta bene, se vi si truova buona sicurtà, toglietelo; ma non so come vi troviate danari, perchè non son per mandarvene più: chè quel capitale che m'è rimasto, ne voglio fare qua entrata per me.
Ti scrissi la ricievuta del Breve, e secondochè abiàn visto, resto creditore di più di dumila scudi d'oro: non so che si seguirà: non ci ò speranza nessuna.
Della serva, ti scrissi come m'ero provisto. Avisami del sopra detto podere quello che ne domanda.
A dì ultimo d'agosto 1550.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1550, addì 4 di setembre: de' dì 31 del passato.
(Di mano di Lionardo.)
1550, addì 4 di setembre: de' dì 31 del passato.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 6 di settembre 1550.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivesti del podere del Cepperello che lo comperrebbe qualcuno che lo àremo per male; e io per l'ultima ti risposi che voi lo comperassi, ma che io non ero per mandarvi più danari. Non ò poi inteso altro da voi. Circa al venire qua; quanto al venire qua per vicitarmi, queste vicitazione oramai io so di che sorte le sono; se none avessi a venir per altro, potresti per tal conto non venire: ma poi che ti piace venire, per quello che mi scrivi, vien più presto che puoi, acciò che nanzi le piove sia ritornato costà. Altro non m'acade. A dì sei di settembre 1550.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1550, di Roma, addì 11 di setembre: de' dì 6 detto.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 11 di setembre: de' dì 6 detto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (4 d'ottobre 1550).
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima m'avisi che se' a ordine per venire a Roma, e che innanzi che parta, aspetterai una mia e poi partirai. Non m'acade dirti altro. Ricievuta questa, pàrtiti a tu' posta. Credo sapra' in Roma trovar la casa, cioè a riscontro a Santa Maria del Loreto presso al Macello de' Corvi.
A dì 4 d'ottobre 1550.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1550, di Roma, addì 10 d'otobre: de' dì 4 detto.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 10 d'otobre: de' dì 4 detto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 14 di novembre (1550).
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebi la tua da Aqualagnia, e tanto si fece, quanto scrivesti; e oggi a' 14 di novenbre ò la tua dell'essere arrivato a Firenze con buon tempo: di tutto sie ringraziato Iddio.
Circa a' ravigguoli, io gli ebbi, ma tutti apicati insieme e guasti. Credo gl'incassasti troppo freschi, o forse ebon dell'aqqua per la via: peraltro eron molto begli. Altro non ò che scriverti per ora.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)Ieshus. 1550. Da Roma, addì 21 di novembre: de' dì 15 detto.
(Di mano di Lionardo.)
Ieshus. 1550. Da Roma, addì 21 di novembre: de' dì 15 detto.
Museo Britannico.Di Roma, 20 di dicembre 1550.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi e' marzolini, cioè dodici caci. Sono molto begli: ne farò parte agli amici e parte per casa. E come altre volte v'ò scritto, non mi mandate più cosa nessuna, se io non ve ne chieggo, e massimo di quelle che vi costano danari.
Circa il tôr donna, come è necessario, io non ò che dirti; se non che tu non guardi a dota, perchè e' c'è più roba che uomini: solo ài aver l'ochio a la nobiltà, a la sanità, e più alla bontà, che a altro. Circa la bellezza, non sendo tu però el più bel giovane di Firenze, non te n'ài da curar troppo, purchè non sia storpiata nè schifa. Altro non m'acade circa questo.
Ebbi ieri una lettera da messer Giovanfrancesco che mi domanda se io ò cosa nessuna della Marchesa di Pescara.[218]Vorrei che tu gli dicessi che io cercherò e risponderògli sabato che viene; benchè io non credo aver niente: perchè quando stetti amalato fuor di casa, mi fu tolto di molte cose. Àrei caro, quando tu sapessi qualche strema miseria di qualche cittadino nobile e massimo di quelli che ànno fanciulle in casa, che tu m'avisassi, perchè gli farei qualche bene per l'anima mia.
A dì 20 di dicembre 1550.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 28 di febbraio 1551.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua, circa il tôr donna, intendo come ancora none se' a cosa nessuna: mi dispiace; perchè è pur cosa necessaria tôrla, e come altre volte t'ò scritto, non mi pare che tu, avendo quel che tu ài e quel che tu àrai, che tu abi a guardare a dota, ma solo a la bontà, a la sanità e a la nobilità, e far conto quando una bene allevata, buona, sana e nobile non abbi niente, di tôrla per fare una limosina; e quando questo facessi, non saresti obrigato a le pompe e pazzie delle donne; onde ne seguiteria più pace in casa: e del parer di volersi nobilitare, come già mi scrivesti, questo non è cosa valida, perchè si sa che noi siàn antichi cittadini fiorentini. Però pensa a quello che io ti scrivo, perchè tu non se' anche di sorte e di persona, che tu sia degnio della prima bellezza di Firenze. Racomandati, acciò che tu non ti inganni.
Della limosina che io ti scrissi far costà, tu mi rispondesti ch'i' t'avisassi quant'io volevo dare, come se io avessi 'l modo a dar qualche centinaio di scudi. Quand'e' tu fusti qua ultimamente, mi portasti un pezzo di panno, il quale mi parve intendere che ti fussi costo da venti a venti cinque scudi, e questi e questi,[219]pensai allora di dargli in Firenze per l'anime di tutti noi. Dipoi per la carestia grande che c'è qua, si son convertiti in pane e anche se non c'è altro socorso, dubito non ci moriàno tutti di fame.
Altro non mi acade. Racomandami al prete e quando potrò, risponderò a quel che già mi domandò.
A dì ultimo di febraio 1551.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1550, di Roma, addì 5 di marzo: de' dì 28 paxato.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 5 di marzo: de' dì 28 paxato.
Museo Britannico.Di Roma, 7 di marzo 1551.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi le pere, cioè novanta sette bronche, poi che così le battezzate. Non mi acade altro circa questo. Del caso del tôr donna, te ne scrissi sabato passato il parer mio, cioè che tu non abbi rispetto a dota, ma solo all'esser di buon sangue, nobile, e bene allevata e sana: altro non so che dirti di cose particulare, perchè di Firenze io ne so quel che uno che non v'è mai stato. Èmmi a questi dì stato parlato d'una degli Alessandri, ma non ò inteso particular nessuno. Se ne intenderò, per quest'altra te ne darò aviso.
Messer Giovanfrancesco mi richiese circa un mese fa di qualche cosa di quelle della Marchesa di Pescara, se io n'avevo. Io ò un libretto in carta pecora che la mi donò circa dieci anni sono, nel quale è cento tre sonetti, senza quegli che mi mandò poi da Viterbo in carta bambagina, che son quaranta; i quali feci legare nel medesimo libretto e in quel tempo li prestai a molte persone, in modo che per tutto ci sono in istampa.[220]Ò poi molte lettere che la mi scrivea da Orvieto e da Viterbo. Ecco ciò ch'io ò della Marchesa. Però mostra questa a detto prete, e avisami di quello che ti risponde.
Circa i danari ch'i' ti scrissi già dar costà per limosina, com'io credo ti scrivessi sabato, mi bisognia convertirgli in pane per la carestia che c'è, in modo che se non ci aparisce altro socorso, dubito che non abbiàno a morir tutti di fame.
A dì 7 di marzo 1551.
Michelagnioloin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 8 di maggio 1551.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa il tôr donna; della medesima cosa che mi scrivi ora, me ne parlasti qua quando ci fusti, e allora me ne informai e none trovai se non bene; però ti dico, che la fanciulla per padre e per madre mi piace assai. L'altre cose, cioè di sanità e di tempo, le puoi intendere meglio costà: però se ti pare di farne parlare come mi scrivi, io la rimetto in te, e Dio ci facci grazia del meglio.
Circa i' libretto de' sonetti della Marchesa, io non lo mando, perchè lo farò copiare prima, e poi lo manderò. Altro non acade.
A dì 8 di maggio 1551.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)Di Roma, 1551; addì 14 di magio: de' dì 8 deto.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1551; addì 14 di magio: de' dì 8 deto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 22 di maggio 1551.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti risposi pel passato com'io m'ero informato della cosa de' Nasi, e che io non avevo trovato se non bene. Dipoi m'è stato di nuovo riparlato d'una figluola di Filippo Girolami, per madre d'una sorella di Bindo Altoviti: io non ò notizia che cosa si sia; pure non ò voluto mancare di dartene aviso. Questa de' Nasi, per la informazione ch'io n'ò, quando sia così, mi piace, e così ti scrissi. Però attendendoci tu, àrò caro m'avisi quello che ne segue, e ancora m'avisi quello che intendi dell'altra de' Girolami.
Di maggio a dì 22 1551.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1551, di Roma, a dì 27 di magio: de' dì 22 decto.
(Di mano di Lionardo.)
1551, di Roma, a dì 27 di magio: de' dì 22 decto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 28 di giugno 1551.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi, oggi fa otto dì, una soma di trebbiano, cioè quaranta 4 fiaschi; ònne presentato a più amici: è stato tenuto il meglio che quest'anno sia venuto a Roma. Ti ringrazio, nè altro ò che dir circa questo.
Della cosa de' Nasi tu mi scrivi che non ài ancora avuto risposta da Andrea Quaratesi: io non credo che per simil cose sia da fondarsi molto ne' casi sua; e 'l tempo con questo aspettare passa e non ritorna. A me pare, quand'e' si truovassi una fanciulla nobile, bene allevata e buona e poverissima; che questa sarebbe, per istare in pace, molto a proposito; tôrla senza dota per l'amore di Dio; e credo che in Firenze si truovi simil cose: e questo a me piacerebbe molto, acciò che tu non ti obrigassi a pompe e a pazzie, e che tu fussi ventura a altri, come altri è stato a te: ma tu ti truovi rico, e non sai come. Non mi vo' distender più a narrarti la miseria in che io trovai la casa nostra, quand'io cominciai aiutarla; che non basterebbe un libro; e mai ò trovato se non ingratitudine: però fa di riconoscer da Dio il grado in che tu se', e non andar drieto a pompe e a pazzie.
A dì 28 di gugnio 1551.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1551, addì 2 di luglio: de' dì 28 del paxato.
(Di mano di Lionardo.)
1551, addì 2 di luglio: de' dì 28 del paxato.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (17) d'ottobre 1551.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua intendo come ti se' informato di quella de' Girolami, e che none senti altro che bene; però quando vi fussi le parte buone che si debbe desiderare in simil cosa, non mi pare che la dota debba guastare il parentado: però pensavi bene, perchè il parentado mi pare assai onorevole, e a me piacerebbe, quando vi fussi le parti buone, come ò detto, cioè ben allevata e di buona fama e costumi, come si desidera: e questo puoi andare intendendo con diligenzia e credere a pochi. Altro non mi acade. Desidero asai che di voi resti qualche reda. Ricòrdoti che quando ti fussi parlato da mia parte di cosa nessuna, se non vedi mie lettere, non prestar fede. A dì.... d'ottobre 1551.
Michelagnolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1551, di Roma, addì 23 d'otobre: de' dì 17 deto.
(Di mano di Lionardo.)
1551, di Roma, addì 23 d'otobre: de' dì 17 deto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 19 di dicembre 1551.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua della corta vista, che non mi pare picol difetto; però io ti rispondo, che qua non ò promesso niente, e non avendo ancora tu promesso costà niente, che mi pare da non se ne impacciare, essendone tu certo; perchè, come mi scrivi, e' va per redità. Ora io ti dico di nuovo quel che altre volte t'ò scritto, che tu cerchi d'una che sia sana, e più per l'amor di Dio che per dota, purchè sia buona e nobile; e non ti die noia l'esser povera, perchè si sta più in pace; e la dota che sarebbe conveniente, te la darò io. Circa questo non mi acade altro. Io mi truovo vechio e un poco di capitale, il quale non vorrei spender qua: però quando trovassi costà una buona casa o possessione che fussi cosa sicura per una spesa di mille cinquecento scudi, sarei per tôrla: però cèrcane, perchè morendo io qua, come può avenire ogni ora, che non vadin male.
A dì 19 dicembre 1551.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)Addì.... di gienaio: de' dì 19 passato.
(Di mano di Lionardo.)
Addì.... di gienaio: de' dì 19 passato.
Museo Britannico.Di Roma, 19 di dicembre (1551).
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Di quella cosa che mi scrivi, sendone tu certo, e non avendo promesso costà niente, nè io qua, non mi pare che sia cosa da impacciarsene; e come t'ò scritto altre volte, cercare d'una che sia sana e tôrla più per l'amor di Dio, che per altro, pur che sia nobile e buona; e non ti die noia che sia povera, perchè si sta più in pace. Non ò tempo da distendermi altrimenti, ma ò scrittoti più appieno per uno scarpellino che si chiama il Fantasia, che si parte di qua domattina. Truòvalo, e fatti dar la lettera.
A 19 di dicembre.
Michelagnioloin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 20 di febbraio 1552.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Parlando io a questi dì qua col tio[221]di quella cosa, mi disse che si maravigliava molto che la fussi tornat'a dietro, e che stimava che qualche magrone l'avessi impedita, per entrare in quella roba o per redarla: m'è parso di darti aviso di dette parole.
Ora mentre scrivo, m'è stata portata una tua, per la quale intendo di una figluola di Carlo di Giovanni Strozzi. Giovanni Strozzi conobbi che io ero fanciullo, e era un uomo da bene: altro non ò che dirtene: conobbi anche Carlo; e credo che possa esser cosa buona.
Circa le possessione che m'avisi, non mi piaccion presso a Firenze: in Chianti mi pare che sarebbe più a proposito; però quando vi si trovassi cosa sicura, sare' da farlo, e non guardare in dugento scudi.
Circa il tôr donna, io non ò qua modo d'intendere di cosa nessuna, perchè non ò pratica di Fiorentini nessuna, e manco d'altri.
Io son vechio come per l'ultima mia ti scrissi, e per levar la speranza vana a qualcuno, quando la sia, io penso di far testamento e lasciar ciò ch'io ò costà a Gismondo mio fratello e a te mio nipote, e che l'uno none possa pigliar partito di nessuna sorte senza il consenso dell'altro; e che restando voi senza reda legittima, ogni cosa redi Sa' Martino, cioè che l'entrate si dieno per l'amor di Dio a' vergognosi, cioè a' cittadini poveri, o altrimenti che sia meglio, come mi consiglierete. A dì venti di febraio mille cinquecento cinquanta dua.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1551, da Roma, alli 26 di febraio: de' dì 20 deto.(D'altra mano.)Dàtela bene, perchè è di messer Michelagniolo Buonaruoti.
(Di mano di Lionardo.)
1551, da Roma, alli 26 di febraio: de' dì 20 deto.
(D'altra mano.)
Dàtela bene, perchè è di messer Michelagniolo Buonaruoti.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 1 d'aprile 1552.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa al tôr donna, io ò un aviso da uno amico mio, che quel difetto che ti fe' tirare adrieto da quella che ti scrissi, non è vero, cioè della corta vista, ma che t'è stato ditto da uno tuo amico per darti una sua cosa; e perchè la non è ancora da marito, à fatto per intrattenerti tanto che la sia per dartela. Però quando quella cosa della vista non sia vera, e che e' non vi sia altro difetto, a me pareva che la fussi cosa per farla. Però abi cura di non esser menato pel naso da gente molto inferiore che quella. Io non t'ò che dire altro circa questo. Ricòrdati che 'l tempo passa, e che io non vorrei essermi afaticato tutto il tempo della mie vita per gente strana: ma 'l testamento spero provegga.
A dì primo d'aprile 1552.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)Di Roma, addì 7 d'aprile: de' dì primo detto, 1552.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, addì 7 d'aprile: de' dì primo detto, 1552.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 23 d'aprile 1552.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi dell'aviso che io avevo avuto di costà, cioè che quel difetto della vista non era vero, e d'altre cose, come intendesti. Ora tu mi rispondi che ne se' certo, ma che se io voglio, che la tôrrai; e io ti dico, che sendo la cosa come mi scrivi, che e' non se ne parli più, e che tu cerchi di tôr donna a ogni modo e non guardare a dota, purchè sia cittadina e buona; e non stare a bada di parenti, che forse non piace loro che tu la tôgga; e ingégniati di trovare una di sorte che non si vergogni, quando bisogni, di rigovernar le scodelle e l'altre cose di casa, aciò che tu non t'abbi a consumare in pompe e in pazzie. Io intendo che in Firenze è gran miseria e massimo ne' nobili; però non guardando a dota, io credo che si possa trovar cosa al proposito: come t'ò scritto altre volte, far conto di fare una limosina. Adì 23 d'aprile 1552.
Michelagnioloin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 24 di giugno 1552.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò avuto il trebbiano, cioè quaranta quattro fiaschi; di che ti ringrazio. Parmi molto buono, ma poco lo posso godere, perchè dato ch'i' n'ò agli amici qualche fiasco, quel che mi resta, in pochi dì s'inforza. Però un'altr'anno s'io ci sarò, basterà mandarne dieci fiasci, se ci fie modo, per la soma d'un altro.
A questi dì fu qui il vescovo de' Minerbetti,[222]e riscontrandolo con messer Giorgio pittore,[223]mi domandò di te e circa al darti donna: di che ragionamo: mi disse che avea una cosa buona da darti, e che anche non s'avea a tôrla per l'amor di Dio. Non ricercai altro, perchè mi parve che andassi in fretta. Ora tu mi scrivi che non so chi de' sua t'ànno parlato costà e confortàtoti a tôr donna, e dittoti che io n'ò gran desiderio. Questo tu te lo puo' sapere per le lettere ch'io t'ò più volte scritte, e così ti raffermo, acciò che l'esser nostro non finisca qui; benchè non sare' però disfatto il mondo: pure ogni animale s'ingegnia conservare la suo' spezie. Però io desidero che tu tolga donna, trovando cosa al proposito, cioè sana e bene allevata, d'uomini di buona fama, e quando vi sia le parte buone che si ricercano in simil caso non aver rispetto a la dota: e quand'e' pure tu non ti sentissi della sanità della persona da tôr donna, meglio è ingegniarsi di vivere che amazzarsi per fare altri. Questo ti dico io ultimamente, perchè io veggo andar la cosa a lunga, e non vorrei che tu facessi a mie' stanza cosa che fussi contra te medesimo, perchè non àresti mai bene e io non sarei mai contento.
Del trovarti io qua cosa che sia al proposito, tu puoi pensar ch'io non siaal mondo in simil caso, perchè non ò pratica nessuna, e massimo de' Fiorentini; ma àrò ben caro che quando tu abbi qualche cosa alle mani, m'avisi prima che stringa la cosa. Altro non ò da dirti. Prega Dio che ce la die buona. A dì 24 di gugnio 1552.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1552, di Roma, adì 30 di giugno: de' dì 24 deto.
(Di mano di Lionardo.)
1552, di Roma, adì 30 di giugno: de' dì 24 deto.
Museo Britannico.Di Roma, (d'ottobre 1552).
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò avuto piacere grande, avendo inteso per la tua come quella cosa ti sodisfa. Ma abbi cura che non sendo certo delle dua che tu à' viste insieme, qual si sie quella di che si parla, che e' non te ne sia data una per un'altra, come fu fatto già a uno amico mio. Però apri gli ochi, e non aver fretta. Circa alla dota io soderò e farò ciò che tu mi dirai: ma a me è stato detto qua che e' non v'è dota nessuna. Però vacci col calzar del piombo, perchè non si può mai tornare adrieto, e io n'àrei grandissima passione, quando o per la dota o per altro non te ne sodisfacessi. El parentado, come ti scrissi, mi piace assai, e essendovi poi le parte che si desiderano in simil caso, non mi par da guardare nella dota quand'ella non sia come desideri. Io t'ò detto che tu apra gli ochi, perchè sèndone sollecitato, mi par che non debbe esser così, sendo chi e' son da ogni parte, bisognia farne e farne fare orazione, acciò che segua il meglio, perchè simil cose si fanno solo una volta.
Michelangnioloin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 28 d'ottobre 1552.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — In questa sarà la risposta ch'i' fo a Michele Guicciardini circa al tôr tu donna; e scrivogli com'io son parato a sodar la dota in su le cose mia, come o dove a te pare, e pregolo che in questa cosa duri un poco di fatica: però pórtagli la lettera e lui ti mostrerà circa 'l sodo come mi par da fare, o altrimenti come a te parrà: e a te dico, che tu non compri la gatta in saco, che tu facci di veder cogli ochi tuo' molto bene, perchè potrebbe esser zoppa o mal sana, da non esser mai contento; però úsaci diligenzia quanto puoi e racomàndatene a Dio. Altro non m'acade, e lo scriver m'è gran fastidio. A dì 28 d'ottobre 1552.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1552, di Roma, addì 28 otobre: a dì 22 deto.
(Di mano di Lionardo.)
1552, di Roma, addì 28 otobre: a dì 22 deto.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 5 di novembre 1552.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò una tua con una di Michele, a le quali non mi pare da rispondere altrimenti che quello ch'io vi scrissi, oggi fa otto dì; e queste credo l'abbiate avute; e così raffermo per questa: cioè che io per non esser stato costà, non ò notizia delle famiglie di Firenze; ma che io ò tal fede nel Guicciardino, che io non credo che ti consigliassi di cosa che non fussi al proposito: ma che tu facessi di vederla cogli ochi tuoi: e della dota, ti scrissi che tu la sodassi in su le cose mia dove ti pare, e mandassimi il contratto, che io retificherei a ciò che tu facessi. Credo le lettere l'abiate avute. Altro circa a questo non ò da dirti.
Àrei caro che quando tu trovassi da comperare una casa di mille per in sino in dumila scudi, me ne déssi aviso. Cèrcane e fanne cercar con diligenzia. Non ò or tempo da scrivertene altro.
A cinque di novembre 1552.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (del 21 novembre 1552).
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — E' mi par che le cose che ànno cattivo prencipio non possino aver buon fine. Io resto avisato per l'ultima tua, come circa quella cosa t'è mancato di quello che volontariamente t'era promesso; io ti dico, che benchè più volte t'abbi scritto che tu non guardi in danari, non mi par però che t'abbia a eser mancate le promesse; e perchè l'isdegnio à gran forza, a me parrebbe di non ne parlar più, se già tu non vi vedessi tante altre cose al proposito tuo, che non ti paressi da guardare in picola cosa. Di questo non intendendo particularmente le cose, non so che me ne dire: racomandarsene a Dio, e stimar che quel che segue sia il meglio: nè credo abia a mancar d'aconciarsi bene con la sua grazia.
Per l'ultima mia ti scrissi che tu cercassi di comperare una casa onorevole e in buon luogo, perchè pur quando acadessi ch'i' tornassi a Firenze, vorrei aver dove stare, e ancora perchè son vechio, e' vorrei dar luogo a quel poco del capitale che ò qua e starci più leggiermente ch'i' posso. Altro non mi acade. Non rispondo al Guicciardino, perchè non ò ancora saputo leggier la sua; io non so dove voi v'abbiate imparato a scrivere. Fa' mie scuse, e racomandami a lui e alla Francesca.[224]
(Di mano di Lionardo.)1552, riceuta a dì 26 di novembre.
(Di mano di Lionardo.)
1552, riceuta a dì 26 di novembre.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 17 di dicembre 1552.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi di dua partiti che ti son messi inanzi: a me piacciono molto più che quel di prima, ma perchè non ò da chi m'informarmi di tal cosa, non te ne posso scrivere particularmente cosa nessuna: bisognia che tu cerchi tu e pregi Iddio che ti dia il meglio. A me pare che tu abbi aver cura alla bontà e sanità, più che a nessun'altra cosa. Non ti posso dire altro circa a questo.
Della casa che io ti scrissi, dico, che quando se ne trovassi una in buon luogo che fussi onorevole e con buon sodo, ch'io non guarderei in danari, per insino alla quantità che ti scrissi. A dì 17 di dicembre 1552.
Michelagnioloin Roma.
(Di mano di Lionardo.)1552, di Roma, addì 22 di dicembre: de' dì 17 deto.
(Di mano di Lionardo.)
1552, di Roma, addì 22 di dicembre: de' dì 17 deto.
Museo Britannico.Di Roma, (18 di marzo? 1553).
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivesti già d'una figluola di Donato Ridolfi, per madre di quegli del Benino, e ora per quella che rispondi a Urbino, di nuovo me lo ramenti. Io non te ne posso nè consigliare nè sconsigliare, perchè, come t'ò scritto altre volte, io non ò notizia di famiglia nessuna di Firenze, e qua non pratico con nessun fiorentino: ma stimo bene, che avèndotene parlato il Guicciardino, che la possa esser cosa al proposito, sendo parente e di pura e buona coscienzia. Però io ti dico che tu lo pregi da mia parte che per l'amor di Dio s'afatichi un poco per simil cosa, o di questa de' Ridolfi o d'un'altra, tanto che si truovi cosa al proposito; restandogli obrigatissimo: e così prega la Francesca e racòmandami loro. Io t'ò scritto più volte che tu non guardi a dota, ma solo a nobilità, sanità e bontà; e quando si truovi queste cose, non ài aver rispetto a nessuna altra, perchè sendo tu uomo da bene non ti può mancare.
Urbino ti scrisse quello che gli era stato detto qua di te: che n'ebi passione: però non praticar cogl'uomini di Settigniano, che tu none caverai altro che vergognia.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 25 di marzo 1553.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per l'ultima tua come tu ài circa il tôr donna rappicato pratica per quella de' Ridolfi. E' debbe esser quattro mesi o più, che io ti risposi di dua partiti di che mi scrivesti, che mi piacevono, e tu non me n'ài poi scritto altro; in modo che io non ti intendo e non so che fantasia si sia la tua: e questa pratica è già durata tanto, che la m'à straco, per modo che io non so più che mi ti scrivere. Questa de' Ridolfi, se tu n'ài buona informazione che ti piaccia, tò'la, e quello che io t'ò scritto altre volte del sodo, quel medesimo ti raffermo: e se e' non ti piace di tôr questa nè nessuna altra, io ne lascio il pensiero a te. Io ò atteso sessanta anni a' casi vostri; ora son vechio e bisògniami pensare a' mia: sichè pigliala come a te pare; che ciò che tu farai, à a esser per te e non per me, che ci ò a star poco. Quando ebbi la tua, n'ebbi un'altra del Guicciardino, e perchè è del medesimo tinore, non m'acade rispondergli altrimenti. Racomandami a lui e alla Francesca. Altro non m'acade. A dì 25 di marzo 1553.
Michelagnioloin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 22 d'aprile 1553.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per la tua come la pratica rappicata per conto della figluola di Donato Ridolfi è venuta a effetto: di che ne sia ringraziato Idio; pregandolo che ciò sia seguito con la sua grazia. Circa il sodo della dota, io ò fatto dire la procura in te, e così con questa te la mando, acciò che sodi la dota che mi scrivi di mille cinquecento ducati di sette lire l'uno, dove a te pare delle cose mia. Ò parlato con messer Lorenzo Ridolfi e fatto le parole conveniente meglio che ò saputo. Altro non m'acade per ora. Scriverra'mi poi come la cosa seguirà, e io penserò di mandar qualche cosa, come s'usa.
A dì 22 d'aprile 1553.
Michelangniolo Buonarrotiin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 30 d'aprile 1553.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Súbito che io ebbi la tua del parentado fatto, ti mandai la procura che tu potessi sodare sopra le cose mia la dota;[225]cioè mille cinquecento ducati di sette lire l'uno. Credo l'abbi avuta e ch'ella stia bene; el notaio che l'à fatta è d'alturità, perchè è notaio del Consolato de' Fiorentini e di Camera.
Per l'ultima tua intendo come l'una parte e l'altra resta sodisfatta di tal parentado; di che ne ringrazio Dio: e come Urbino torna da Urbino, che sarà infra quindici dì, farò il debito mio.
A l'ultimo d'aprile 1553.
Michelagnioloin Roma.
Museo Britannico.Di Roma, 20 di maggio 1553.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per l'ultima tua, come tu ài la donna in casa e come tu ne resti molto sodisfatto, e come mi saluti da sua parte e come non ài ancora sodato la dota. Della sodisfazione che n'ài, n'ò grandissimo piacere e parmi sia da ringraziarne Idio continuamente quante l'uomo sa e può. Del sodar la dota, se tu non l'ài, non la sodare e tien gli ochi aperti, perchè in questi casi de' danari sempre nasce qualche discordia. Io non m'intendo di queste cose, ma a me pare che avessi voluto aconciare ogni cosa inanzi che la donna avessi in casa. Circa il salutarmi da sua parte, ringràziala e fagli quelle oferte da mia parte che meglio saperrai fare a boca, che io non saperrei scrivere. Io voglio pur che paia che la sia moglie d'un mio nipote, ma non ò potuto farne ancora segnio, perchè non c'è stato Urbino. Ora è tornato due dì fa: però io penso di farne qualche dimostrazione. Èmmi detto che un bel vezzo di perle di valuta starebbe bene. Ò messo a cercarne uno orefice amico d'Urbino, e spero trovarle, ma none dire ancor nulla a lei: e se altro ti par ch'i' facci, avisàmene. Altro non mi acade. Fa' di vivere e pon mente e considera, perchè molto è sempre maggiore il numero delle vedove che de' vedovi.
A dì venti di maggio 1553.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 21 di giugno 1553.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricievuto la soma del trebbiano che m'ai mandato, cioè quaranta quattro fiasci:[226]è molto buono, ma è troppo, perchè non ò più a chi ne donar come solevo; però se sarò vivo quest'altro anno, non voglio me ne mandi più.
Io ò provisto a dua anelli per la Cassandra, un diamante e un rubino; non so per chi mandartegli. Àmi ditto Urbino che si parte di qua dopo San Giovanni uno Lattanzio da San Gimigniano[227]tuo amico: ò pensato di dargli a lui che te gli porti, o vero tu mi adirizzi qualcun fidato, acciò che non sien cambiati, o che non vadin male. Avisami più presto che puoi quel che ti par ch'i' faccia. Come gli àrai, àrò caro gli facci stimare, per vedere se sono stato gabbato, perchè no' me ne intendo.
A dì 21 di gugnio 1553.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 22 di luglio 1553.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mando pel procaccio i dua anelli, cioè uno diamante e uno rubino, e màndogli in una scatoletta amagliata, come mi scrivesti. Al procaccio darai tre iuli pel porto, e tre iuli gli ò promessi, se mi porta la ricievuta; però fàgniene; e àrò caro che detti anegli gli facci vedere, e m'avisi di quello che sono stimati. Altro non m'acade.
A dì 22 di luglio 1553.
Michelagniolo Buonarrotiin Roma.