Chapter 18

Ora voi sapete come a Roma el Papa è stato avisato di questa sepultura di Iulio, e come gli è stato fatto un moto propio per farlo segniare e procedermi contro e domandarmi quello che io ò avuto sopra detta opera, e danni e interessi: e sapete come el Papa disse, che questo si facci, se Michelagniolo non vuole fare la sepultura. Adunque bisognia ch'io la facci, se non voglio capitar male, come vedete che è ordinato. E se 'l Cardinale de' Medici vole ora di nuovo, come voi mi dite, che io facci le sepulture di San Lorenzo, voi vedete che io non posso, se lui non mi libera da questa cosa di Roma; e se lui mi libera, io gli prometto lavorare per lui senza premio nessuno tutto 'l tempo che io vivo; non già che io domandi la liberazione per non fare detta sepultura di Iulio, che io la fo volentieri, ma per servirlo: e se lui non mi vuole liberare, e che e' voglia qualche cosa di mia mano in dette sepulture, io m'ingegnierò, mentre lavorerò la sepultura di Iulio, di pigliar tempo di far cosa che gli paccia.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 25 di novembre (1523).

Al mio caro amico maestro Domenico,[324]detto Topolino, scarpellino in Carrara.

Maestro Domenico mio carissimo. — L'aportatore di questa sarà Bernardino di Pier Basso, che viene costà per certi pezi di marmo che à di bisognio. Prègovi che voi l'indirizzate dove e' sia servito bene e presto: io ve lo racomando quanto so e posso. Altro non m'acade intorno a questo. Àrete inteso come Medici è fatto papa:[325]di che mi pare si sia rallegrato tutto el mondo; ond'io stimo che qua, circa l'arte, si farà molte cose: però servite bene e con fede, acciò che e' s'abbi onore.

A dì venticinque novembre.

VostroMichelagnioloscultore in Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze,    (1524).

A papa Clemente VII in Roma.[326]

Beatissimo padre. — Perchè e' mezzi spesse volte sono cagione di grande scandali, però io ò preso ardire, senza quegli, scrivere a vostra Santità circa le sepulture qua di San Lorenzo. Io dico che non so qual si sia meglio, o 'l mal che giova, o 'l ben che nuoce. Io son certo, così pazzo e cattivo com'io sono, che se io fussi stato lasciato seguitare, come aveva cominciato, che oggi sarebbono tutti e' marmi per dette opere in Firenze, e con manco spesa che non s'è fatto insino a ora, bozzati al proposito; e sarebbon cosa mirabile, come degli altri che io ci ò condotti.

Ora io veggo la cosa andare a lungo, nè so come la si vadi. Però io mi scuso con vostra Santità, che se cosa avvenissi che non piacessi a quella, non ci avendo io alturità, non mi pare anche d'averci colpa: e priego quella, che volendo che io facci cosa nessuna, che non mi dia nell'arte mia uomini sopracapo, e che mi presti fede, e diemi libera commessione; e vedrà quello che io farò, e 'l conto che a quella renderò di me.

La lanterna qua della cappella di detto San Lorenzo, Stefano[327]l'à finita di metter su e scopertola, e piace universalmente a ogni uomo; e così spero farà a vostra Santità quando la vedrà. Facciàno fare la palla che viene alta circa un braccio: e io ò pensato, per variarla dall'altre, di farla a faccie: e così si fa.

Servo della Vostra SantitàMichelagnioloscultore in Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze,    (1524).

Al mio maggiore Giovanni Spina (in Firenze).

Giovanni mio caro. — Perchè la penna è sempre più animosa che la lingua, vi scrivo quello che più volte a questi dì non mi sono ardito per rispetto dei tempi dirvi a boca: e questo è, che visto e' tempi, come è detto, contrarii all'arte mia, non so se io m'ò da sperare più provigione. Quand'io fossi certo non l'avere più avere, non resterei per questo che io non lavorassi e facessi per el Papa tutto quello che io potessi, ma non terrei già casa aperta per rispetto del debito che voi sapete che io ò, avendo dove tornarmi con molto manco spesa: e a voi ancora si leverebbe la noia della pigione. E quando la mia provvigione pur séguiti, io starò qui come sono stato e ingegnieromi fare el debito mio. Però io vi prego che voi mi diciate quello che voi ne intendete, acciò che io possa pensare a' fatti mia, restandovi obrigatissimo. Io vi rivedrò queste feste in Santa Maria del Fiore.

VostroMichelagnioloa San Lorenzo.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del gennaio 1524).

A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma.

Messer Giovan Francesco. — Voi mi ricercate per una vostra come stanno le cose mia con papa Iulio. Io vi dico che se potessi domandar danni e interessi, più presto stimerei avere avere, che avere a dare. Perchè quando mandò per me a Firenze, che credo fussi el secondo anno del suo Pontificato, io avevo tolto a fare la metà della sala del Consiglio di Firenze,[328]cioè a dipignere; che n'avevo tre mila ducati; e di già era fatto el cartone, come è noto a tutto Firenze; che mi parevon mezzi guadagnati. E de' dodici Apostoli che ancora avevo a fare per Santa Maria del Fiore[329]n'era bozato uno, come ancora si vede; e di già avevo condotti la maggior parte di marmi. E levandomi papa Iulio di qua, non ebbi nè dell'una cosa nè dell'altra niente. Dipoi sendo io a Roma con detto papa Iulio, e avendomi allogato la sua sepultura, nella quale andava mille ducati di marmi, me gli fece pagare e mandòmi a Carrara per essi; dov'io stetti otto mesi a fargli bozzare, e condussi quasi tutti in sulla piazza di Santo Pietro, e parte ne rimase a Ripa. Dipoi finito di pagare i noli di detti marmi e mancandomi e' danari ricevuti per detta opera, forni' la casa che io avevo in sulla piazza di Santo Pietro di letti e masserizie del mio, sopra la speranza della sepultura, e fe' venire garzoni da Firenze, che ancora n'è vivi, per lavorare; e dètti loro danari inanzi del mio. — In questo tempo papaIulio si mutò d'oppenione e non la volse più fare: e io non sapendo questo, andandogli a domandare danari, fui cacciato di camera: e per questo isdegno mi parti' súbito di Roma; e andò male ciò che io avevo in casa; e e' detti marmi ch'io avevo condotti, stettono insino alla creazione di papa Leone in sulla piazza di Santo Pietro: e dell'una parte e dell'altra n'andò male assai. Fra gli altri di quel ch'io posso provare, me ne fu tolti dua pezzi di quatro braccia e mezo l'uno da Ripa da Agostino Ghigi, che m'erono costi a me più di cinquanta ducati d'oro: e questi si potrebbon risquotere, perchè ci è e' testimoni. Ma per tornare a' marmi, dal tempo che io andai per essi e che io stetti a Carrara, insino a che io fui cacciato di Palazo, v'andò più d'un anno: del qual tempo non ebbi mai nulla, e messovi parecchi decine di ducati.

Dipoi la prima volta che papa Iulio andò a Bolognia, mi fu forza andare là con la coreggia al collo a chiedergli perdonanza; onde lui mi dètte a fare la figura sua di bronzo, che fu alta a sedere circa a sette braccia. Domandandomi che spesa la sarebbe, io gli risposi che credevo gittarla con mille ducati; ma che e' non era mia arte e che io non mi volevo obrigare; mi rispose: «Va, lavora e gitterella tante volte che la venga, e daremti tanto che tu sarai contento.» Per abreviare, la si gittò dua volte, e in capo di du' anni ch'io vi stetti, mi trovai avanzati quattro ducati e mezo. E di questo tempo non ebbi mai altro; e le spese tutte ch'io feci, ne' detti dui anni furno de' mille ducati con che io avevo ditto che la si gitterebbe: e' quali mi furono pagati in più volte da messere Antonio Maria da Legnia(me) bolognese.

Messo su la figura nella facciata di San Petronio e tornato a Roma, non volse ancora papa Iulio che io facessi la sepultura, e missemi a dipignere la vôlta di Sisto, e facèmo e' patti tre mila ducati. E 'l disegno primo di detta opera furono dodici Apostoli nelle lunette, e 'l resto un certo partimento ripieno d'adornamenti, come si usa.

Dipoi cominciata detta opera, mi parve riuscissi cosa povera, e dissi al Papa, come facendovi gli Apostoli soli mi parea che riuscissi cosa povera. Mi domandò perchè: io gli dissi, perchè furon poveri anche loro. Allora mi dètte nuova commessione ch'io facessi ciò ch'io volevo, e che mi contenterebe, e che io dipignessi insino alle storie di sotto. In questo tempo quasi finita la vôlta, el Papa ritornò a Bologna: ond'io v'andai dua volte per danari che io aveva avere, e non feci niente, e perde' tutto questo tempo, finchè ritornò a Roma. Ritornato a Roma, mi missi a far cartoni per detta opera, cioè per le teste e per le faccie attorno didetta cappella di Sisto, e sperando aver danari e finire l'opera. Non potetti mai ottenere niente: e dolendomi un dì con messer Bernardo da Bibbiena e con Attalante,[330]com'io non potevo più stare a Roma e che mi bisogniava andar con Dio; messer Bernardo disse a Attalante che gniene rammentassi, che mi voleva far dare danari a ogni modo. E fecemi dare du' mila ducati di Camera; che son quelli con que' primi mille de' marmi ch'e' mi mettono a conto della sepultura; e io stimavo averne aver più pel tempo perduto e per l'opere fatte. E de' detti danari, avendo messer Bernardo et Attalante risucitatomi, donai a l'uno cento ducati, all'altro cinquanta.

Dipoi venne la morte di papa Iulio: e a tempo nel prencipio di Leone, Aginensis volendo accrescere la sua sepultura, cioè far maggiore opera che il disegno ch'io avevo fatto prima, si fece uno contratto.[331]E non volendo io ch'e' vi mettessino a conto della sepultura i detti tre mila ducati ch'io avevo ricievuti, mostrando ch'io avevo avere molto più; Aginensis mi disse, che io ero un ciurmadore.

Museo Britannico.Di Firenze, (del gennaio 1524).

A messer Gio. Francesco Fattucci in Roma.[332]

Ne' primi anni di papa Iulio, credo che fossi el secondo anno ch'io andai a star seco, dopo molti disegni della sua sepultura, uno gniene piacque, sopra 'l quale facemo el mercato: e tolsila a fare per dieci mila ducati, e andandovi di marmi ducati mille, me gli fece pagare, credo da' Salviati in Firenze: e mandommi pe' marmi. Andai, condussi e' marmi a Roma e uomini, e cominciai a lavorare el quadro e le figure: di che c'è ancora degli uomini che vi lavororno: e in capo d'otto o nove mesi el Papa si mutò d'openione, e non la volse seguitare; e io trovandomi in sulla spesa grande e non mi volendo dar suo Santità danari per detta opera, dolendomi io seco, gli dètti fastidio, in modo che mi fe' cacciar di camera. Ond'io per isdegno mi parti' súbito di Roma: e andò male tutto l'ordine che io avevo fatto per simile opera: che del mio mi costò più di trecento ducati simil disordine, senza el tempo mio e di sei mesi che io ero stato a Carrara: che io non ebbi mai niente: e e' marmi detti si restorno in sulla piazza di Santo Pietro. Dipoi circa sette o otto mesi che io stetti quasi ascoso per paura, sendo crucciato meco el Papa, mi bisognò per forza, non possendo stare a Firenze, andare a domandargli misericordia a Bologna; che fu la prima volta che e' v'andò: dove mi ritenne circa du' anni a fare la sua statua di bronzo, che fu alta a sedere sei braccia: e la convenzione fu questa. Domandandomi papa Iulio quello che si veniva di detta figura; gli dissi che e' non era mia arte el gittar di bronzo, e che io credevo con mille ducati d'oro gittarla, ma che non sapevo se mi riuscirebbe. E lui mi disse: «Gitteremla tante volte che la riesca, e daremti tanti danari quanti bisognierà.» E mandò per messere Antonio Maria dal Legnia(me), e dissegli che a mio piacere mi pagassi mille ducati. Io l'ebbi a gittar dua volte. Io posso mostrare avere spesoin cera trecento ducati, aver tenuto molti garzoni, e aver dato a maestro Bernardino,[333]che fu maestro d'artiglierie della Signoria di Firenze, trenta ducati el mese e la spesa e averlo tenuto parecchi mesi. Basta che all'ultimo messa la figura dove aveva a stare, con gran miseria, in capo di dua anni mi trovai avanzati quattro ducati e mezzo: di che io di detta opera sola stimo giustamente poterne domandare a papa Iulio più di mille ducati d'oro; perchè non ebbi mai che e' primi mille, com'è detto.

Dipoi, tornando a Roma, non volse ancora che io seguissi la sepultura, e volse che io dipigniessi la vôlta di Sisto: di che fumo d'accordo di tre mila ducati a tutte mie spese con poche figure semplicemente. Poi che io ebbi fatti certi disegni, mi parve che riuscissi cosa povera: onde lui mi rifece un'altra allogagione insino alle storie di sotto, e che io facessi nella vôlta quello che io volevo: che montava circa altrettanto: e così fumo d'accordo. Onde poi finita la vôlta, quando veniva l'utile, la cosa non andò innanzi, in modo che io stimo restare avere parecchi centinaia di ducati....

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del gennaio 1524).

A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma.

Messer Giovan Francesco. — Intendo per l'ultima vostra come la Santità del nostro Signore vuole che 'l disegnio della Libreria sia di mia mano. Io non ò notizia nessuna, nè so dove se la voglia fare: e se bene Stefano[334]me n'à parlato, non ci ò posto mente. Come torna da Carrara, io m'informerò da lui, e farò ciò che io saprò, benchè non sia mia professione.

Della pensione che voi mi scrivete, io non so di che voglia io mi sarò di qui a uno anno; e però non voglio promettere quello, di che io mi potrei pentire. Della provigione io ve n'ò scritto.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del gennaio 1524).

A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma.

Per darvi qualche nuova, poi che gli è tanto che io non vi scrissi, sapiate che 'l Guidotto, come sapete, avea mille faccende, e in pochi dì s'è morto e à lasciato el suo cane libero a Donato, e Donato ha comperato per portare bruno una cioppa a linia masculina; la qual vedrete se vien costà, perchè è buona ancora a cavalcare.

Altro non m'acade. De' casi mia, poi che siate mio procuratore, come à voluto el Papa,[335]vi prego mi trattiate bene, come sempre avete fatto, che sapete che io ò più debito con esso voi pe' benefizi ricievuti, che non ànno, come si dice a Firenze, e' crocifissi di Santa Maria del Fiore col Noca calzaiuolo.[336]

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 26 di gennaio 1524.

(A Piero Gondi in Firenze).[337]

Piero. — El povero ingrato à questa natura, che se voi lo sovvenite ne' sua bisogni, dice che quel tanto che gli date, a voi avanzava: se lo mettete in qualche opera per fargli bene, dice sempre che voi eri forzato, e per non la saper far voi, v'avete messo lui: e tutti e' benefizi che e' riceve, dice che è per necessità del benificatore. E quando e' benefizi ricevuti sono evidenti, che e' non si possono negare; l'ingrato aspetta tanto, che quello da chi egli à ricievuto del bene, caschi in qualche errore publico, che gli sia ocasione a dirne male, che gli sia creduto, per isciorsi dall'obrigo che gli pare avere. Così è sempre intervenuto contra di me: e non s'impacciò mai nessuno meco (io dico d'artigiani), che io non gli abi fatto bene con tutto el cuore: poi sopra qualche mia bizzarria o pazzia che e' dicono che io ò, che non nuoce se non a me, si son fondati a dir male di me e a vituperarmi: che è el premio di tutti gl'uomini da bene.

Io vi scrivo sopra e' ragionamenti di iersera, e sopra e' casi di Stefano:[338]io insino a qui non l'ò messo in luogo, che se io non vi potevo essere io, i' non n'avessi trovato un altro da mettervi: tutto ò fatto per fargli bene e non per mia utilità, ma per sua; e così ultimamente. Ciò che io fo, fo per suo bene, perchè ò fatto impresa di fargli bene, e non la posso lasciare: e non creda o non dica che io lo facci per mia bisogni, chè grazia di Dio non mi manca uomini: e se l'ò stimolato a questi dì più che l'ordinario, l'ò fatto perchè io sono ancora io più obrigato che l'ordinario: e èmmi forza intendere se e' può o se vuole, o se e' sa servirmi, per potere pensare a' casi mia. E non veggendo molto chiaro l'animo suo, richiesi iersera voi che fussi mezzo a farmi intendere l'oppenione suo, e se e' sa fare quello di che io lo richiego, o se e' può o see' vuole, o se e' sa e vuole e può: che voi intendessi da lui quello che e' vuole el mese a essere sopra e' garzoni e insegnare lor fare la materia e quello che io ordinerò: e e' garzoni gli ò a pagare io. Io vi richiesi iersera di questo, e di nuovo ve ne priego che voi mi facciate intendere, come è detto, l'animo suo: e non vi maravigliate ch'io mi sia messo a scrivervelo, perchè e' m'importa assai per più rispetti, e massimo per questo: che se io lasciassi sanza gustificarmi e mettessi in suo luogo altri, sarei publicato in fra e' Piagnioni per maggior traditore che fussi in questa terra, benchè io avessi ragione. Però priego mi serviate. Io vi do con sicurtà noia, perchè voi mostrate volermi bene.

Adì venti sei di gennaio 1523.

Michelagnioloscultore in Firenze.

Dai Mss. Ashburnham.Di Firenze, 6 di febbraio 1524.

A Giovanni Spina in Firenze.

Giovanni. — L'apportatore di questa sarà Stefano miniatore, al quale darete ducati quindici per conto de' modegli ch'io fo per papa Clemente, come per l'altra vi dissi.

Adì sei di febbraio mille cinque cento venti tre.

Ricievuti detto dì.

VostroMichelagnioloscultore in Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del luglio 1524).

A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma.

Messer Giovan Francesco. — Per l'ultima vostra son ito a trovar lo Spina per intendere se à commessione di pagare per la Libreria, come per le sepulture; e visto ch'ei non l'à, non ò dato prencipio a detta opera, come m'avvisate; perchè non si può fare senza danari: e quando pur s'abbia a fare, pregovi facciate costà, che qua paghi lo Spina; perchè non si potrebbe trovare uomo più accomodato nè che facci con più amore e grazia simil cosa.

Del cominciare a lavorare, bisognia che io aspetti che e' marmi venghino, che non credo che venghino mai, tal ordine s'è tenuto! Àrei da scrivere cose che vo' stupiresti, ma non mi sare' creduto: basta, che l'è la mia rovina; perchè se fossi inanzi con l'opera più che io non sono, forse che 'l Papa àrebbe aconcio la cosa mia[340]e sarei fuora di tanto affanno: ma e' comparisce molto più lavoro a chi guasta, che non fa a chi aconcia. Trovai ieri uno che mi disse che io andassi a pagare, se non che all'ultimo di questo mese i' cascherò nelle pene. I' non credetti che ci fusse altre pene che quelle dell'inferno, o dua ducati d'albitrio, s'i' facessi un fondaco d'un'arte di seta o un battiloro, e 'l resto prestassi a usura. Abbiàno pagato trecento anni le gravezze a Firenze: almanco foss'io stato una volta famiglio del Proconsolo![341]E pur bisognia pagare. Sarammi tolto ogni cosa, perchè non ò el modo e verrommene costà. Àrei, se la cosa mi fussi aconcia, venduto qualche cosa e comperato Monte[342]che m'avessi pagato le gravezze, e potre' pure stare a Firenze.[343]

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (8 d'agosto 1524).

A Giovanni Spina in Firenze.

Giovanni. — L'apportatore di questa sarà Niccolò di Giovanni detto il Sordo, al quale pagerete ducati tre per conto della pietra forte ch'egli à tolto a cavare per la Liberria di San Lorenzo. Pagategli a buon conto: e per le prime carrate vedrèno come servirà e del prezzo giusto e della bontà della pietra: e io pe' tre ducati detti prometto per lui.

VostroMichelagnioloa San Lorenzo.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 29 d'agosto 1524.

A Giovanni Spina.

Giovanni. — Poi che io parti' ieri da voi, andai ripensando a' casi mia, e visto quanto el Papa à a cuore quest'opera di San Lorenzo, e quanto sono sollecitato da sua Santità; e avendomi quella volontariamente ordinata buona provigione, acciò che io abbia più comodità di servirlo più presto, e visto che el non la pigliare, mi ritarda, e che io non àrei scusa nessuna non servendo; mi sono mutato di proposito, e dove insino a ora non l'ò domandata, ora la domando; stimando che e' sia molto meglio e per più rispetti che non acade scrivere; e massimo per tornare nella casa a San Lorenzo che avete tolta, e aconciarmivi da omo dabene: che dà che dire e fammi danno assai el non vi tornare. Però io vorrei che voi mi déssi quella quantità di provigione che mi toca dal dì che la mi fu ordinata insino a ora: e se avete commessione di farlo, pregovi lo diciate a Antonio Mini che sta meco, aportatore di questa, e quando volete che io venga per essa.

Copia fatta el dì di San Giovanni dicollato 1524.[344]

Nell'altra parte del foglio è scritto d'altra mano:

✠ 1524.

Dai Mss. Young. Ottley.Di Firenze, 18 d'ottobre 1524.

(A Giovanni Spina).

[345].... arà, perchè io non ne voglio essere debitore. Ultima(mente) .... Antonio Mini che sta meco, le giornate di San Lorenzo gli (paga)sti la quantità de' danari che io volevo, che non avevi .... essi al banco. Io vi dico che e' danari e la provi(gione che io ò) dal Papa, io gli piglierò, per poterlo servire meglio et .... ro fo e per potere entrare nella casa che n .... San Giovanni detto; e se 'l Papa le dètte principio, lui .... me ne dia, io mi contento di quel di che la sua Santità si (vorrà contentar), e per ch'io credo che e' facci bene ciò che e' fa a non la (co)minciare altrimenti nè prima nè poi. E la pri(ma paga) ch'io n'ebbi fa ora otto mesi. Guardate se (riscontra con) la vostra e se avete commessione, datemela (in quella) quantità che mi toca in sino a oggi: se non l'ave(te) .... n'abbiate arrossire con me: basta che e' non si possa (dire ch'i') non l'abbi chiesta: e così m'è forza farlo in(tendere) per mia gustificazione.

La copia della lettera che io Michelagnio(lo) Buonar(roti) (ò manda)ta stamani a dì 18 d'ottobre 1524 a Giovanni (Spina) e Salviati. L'apportatore è stato Antonio Mini che (sta meco,scritta) in sur una carta come questa.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 24 di dicembre 1524.

(A Giovan Francesco Fattucci a Roma).

Messer Giovan Francesco. — Per l'ultima vostra intendo come sarete spedito presto e tornerete; chè vi pare mill'anni. Io vi prego che voi torniate ora, e non indugiate, perche la cosa mia[346]non si può aconciare bene, se io non son costà in persona. E già è presso che l'anno che io cominciai a scrivervi, che se voi non avevi altra faccenda che la mia a Roma, che voi la lasciassi e tornassi, perchè io non volevo che si dicessi, che io vi tenevo costà per le cose che possono avenire. Dipoi visto che voi non tornavi, vi feci scrivere a ser Dino, che vostra madre non si sentiva bene e che voi tornassi presto a vederla. Ultimamente per messere Ricciardo Del Milanese vi mandai a dire che voi tornassi a ogni modo e lasciassi la mia faccenda; e pochi dì fa per Lionardo sellaro v'ò mandato a pregare del simile. Però io di nuovo vi prego, se voi non avete altra faccenda che la mia, che voi la lasciate e torniate súbito.[347]

VostroMichelagnioloin Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 19 d'aprile 1525.

(A Giovanni Spina in Firenze).

Giovanni. — A me pare circa la sepultura di papa Iulio che e' non sia da mandare procura, perchè io non voglio piatire. Non si può per me piatire, se io confesso d'avere el torto. Io fo conto d'avere piatito e perduto, e d'avere a sodisfare: e così mi sono disposto fare, se io potrò. Però se 'l Papa mi vuole aiutare in questa cosa, che mi sare' grandissimo piacere, visto che io non posso finire la detta sepultura di Iulio o per vechiezza o per mala disposizione di corpo; come uomo di mezzo, può mostrare di volere che io restituisca quello che io ò ricievuto per farla, acciò che io sia fuora di questo carico, e che e' parenti di detto papa Iulio con questa restituzione la possino far fare a lor sodisfazione a chi e' vogliono; e così può la Santità del nostro Signore giovarmi assai: e in questo ancora che io abbia a restituire 'l manco che si può; non si partendo però dalla ragione; facciendo acciettare qualcuna delle ragioni mia, come del Papa di Bologna e d'altri tempi perduti sanza premio nessuno, come sa Ser Giovan Francesco, che è informato d'ogni cosa. Ed io súbito che è chiarito quello che io ò a restituire, piglierò partito di quello che io ò: venderò, e farò in modo che io restituirò e potrò pensare alle cose del Papa e lavorare: che a questo modo non vivo, non che io lavori. E nessun modo si può pigliare che sie più sicuro per me, nè che mi sia più caro, nè che più scarichi l'anima mia: e puossi fare con amore, senza piatire. E prego Dio che al Papa venga voglia d'aconciarla a questo modo, perchè non mi pare che e' ci sia el carico di nessuno. E così vi prego scriviate a messere Iacopo,[348]e scrivete in quel modo che meglio sapete, acciò la cosa vadi innanzi, che io possa lavorare.

Copia d'una minuta che io ò fatta a Giovanni Spina, ch'egli scriva a Roma.

A dì 19 d'aprile 1525.

Michelagnioloscultore in Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze,    (1525).

A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma.

Ser Giovan Francesco. — Perchè e' non si creda che io abbi a fare una sepultura di nuovo,[349]co' dumila ducati che dice il contratto, vorrei che voi facessi intendere a ser Niccolò che la detta sepultura è più che mezza fatta, e delle sei figure, di che fa menzione il contratto,[350]n'è fatte quattro, come voi sapete, che le avete viste nella casa mia a Roma, la quale mi donano, come pel contratto si vede.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (dell'aprile 1525).

(A Sebastiano del Piombo in Roma).

Sebastiano compare e amico carissimo. — Qua s'aspetta e non solamente per me, ma per più altri che vi amano e conoscono per la vostra buona fama, un quadro di pittura di vostra mano fatto per Anton Francesco degli Albizzi,[351]il quale stimiamo che sia fornito e con allegrezza desideriamo vederlo.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del maggio 1525).

(A Sebastiano del Piombo in Roma).

Sebastiano mio carissimo. — Iersera il nostro amico capitano Cuio[352]e certi altri gentilomini volsono, lor grazia, che io andassi a cena con loro; di che ebbi grandissimo piacere, perchè usci' un poco del mio malinconico, overo del mio pazzo: e non solamente n'ebbi piacere della cena che fu piacevolisima, ma n'ebbi ancora e molto più che di quella, de' ragionamenti che vi furno. E più dipoi ne' ragionamenti mi crebbe el piacere, udendo dal detto capitano Cuio mentovare il nome vostro: nè bastò questo: e più dipoi, anzi infinitamente mi rallegrai circa all'arte, udendo dire dal detto capitano, voi essere unico al mondo e così essere tenuto in Roma. Però ancora se più allegrezza si fossi potuta avere, più n'àrei avuta. Dipoi visto che il mio gudicio non è falso; dunche non mi negate più d'essere unico, quando io ve lo scrivo, perchè n'ò troppi testimoni, e écci un quadro[353]qua, Idio grazia, che me ne fa fede a chiunche che vede lume.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 4 di settembre 1525.[354]

(A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma).

Messer Giovanfrancesco. — Io ò scritto costà altre volte che avend'io a servire papa Clemente di cose che vogliono lungo tempo a condurre, e essend'io vechio, ch'io non spero di potere fare altro, e che io per questo desidero, non possendo fare la sepultura di Iulio, se ò a rifare di quello che n'ò ricievuto, non avere a rifare di lavori, ma più presto di danari, perchè non sarei a tempo. Non so che mi vi rispondere altro, perchè non sono in fatto e non intendo i particulari a che voi siate. Del fare detta sepultura di Iulio al muro, come quelle di Pio[355]mi piace, e è cosa più breve che in nessuno altro modo. Altro non m'acade, se non dirvi questo: che voi lasciate stare la faccienda mia e le vostre ancora, e che voi torniate, perchè intendo che la peste ritorna a gran furia, e io ò più caro voi vivo, che la faccenda mia aconcia: però tornate. Se muoio innanzi al Papa, non àrò bisognio d'aconciare più niente; se vivo, son certo che el Papa l'aconcierà, se non ora, un'altra volta: però tornate. Iersera stetti con vostra madre e consiglia'la, presente el Granacio e Giovanni tornaio, che la vi facessi tornare.

A dì 4 di settembre 1525.

VostroMichelagnioloin Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (    d'ottobre 1525).

Al mio caro amico messere Giovan Francesco, prete di Santa Maria del Fiore di Firenze in Roma.

Messer Giovan Francesco. — Se io avessi tanta forza, quant'io ò avuto allegrezza dell'ultima vostra, io crederrei condurre e presto tutte le cose che voi mi scrivete; ma perchè io non ò tanta, farò quello che potrò.

Circa al colosso di quaranta braccia, di che m'avvisate,[357]che à a ire, overo che s'à a mettere in sul canto della loggia dell'orto de' Medici a riscontro al canto di messer Luigi della Stufa, io v'ò pensato e non poco, come voi mi dite; e parmi che in su detto canto none stia bene, perchè ocuperebe troppo della via; ma in su l'altro dove è la bottega del barbiere, secondo me, tornerebbe molto meglio, perchè à la piazza dinanzi, e non darebbe tanta noia alla strada. E perchè forse non sare' sopportato levar via detta bottega, per amore dell'entrata, ò pensato che detta figura si potrebbe fare a sedere, e verrebe sì alto el sedere, che facendo detta opera vota dentro, come si conviene a farla di pezzi, che la bottega del barbiere vi verrebbe sotto, e non si perderebbe la pigione. E perchè ancora detta bottega abbi, come à ora, donde smaltire el fummo, parmi di fare a detta statua un corno di dovizia in mano, voto dentro, che gli servirà per cammino. Dipoi avend'io el capo voto dentro di tal figura, come l'altre membra, di quello ancora credo si caverebbe qualche utilità, perchè e' c'è qui in sulla piazza un trecone molto mio amico, el quale m'à ditto in segreto che vi farebbe dentro una bella colonbaia. Ancora m'ocorre un'altra fantasia che sarebbe molto meglio, ma bisognierebbe fare la figura assai maggiore: e potrebbesi, perchè di pezzi si fa una torre: e questa è che 'l capo suo servissi pel campanile di San Lorenzo, che n'à un gran bisognio:e cacciandovi dentro le campane, e usciendo el suono per boca, parrebbe che detto colosso gridassi misericordia, e massimo el dì delle feste, quando si suona più spesso e con più grosse campane.

Circa del fare venire e' marmi per la sopra detta statua, che e' non si sappi per nessuno, parmi da fargli venire di notte e turati molto bene, acciò che e' non sieno visti. Saracci un po' di pericolo alla porta: e anche a questo piglierèno modo; al peggio fare, San Gallo[358]non ci manca, che tien lo sportello insino a dì.

Del fare o del non fare le cose che s'ànno a fare, che voi dite che ànno a soprastare, è meglio lasciarle fare a chi l'à fare, ch'io arò tanto da fare ch'i' non mi curo più di fare. A me basterà questo, che fia cosa onorevole.

Non vi rispondo a tutte le cose, perchè lo Spina vien di corto a Roma, e a boca farà meglio che io colla penna e più particularmente.

VostroMichelagnioloscultore in Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 24 d'ottobre 1525.

(A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma).

Messere Giovan Francesco. — Alla vostra ultima, le quattro figure conciate non sono ancora finite, e évvi da fare ancora assai.[359]Le quattro altre per Fiumi non sono cominciate, perchè non ci sono e' marmi: e pure ci sono venuti. Non vi scrivo come, perchè non mi acade. Delle cose di Iulio mi piace fare una sepultura come quella di Pio in Santo Pietro, come m'avete scritto, e farolla fare qua a poco a poco, quando una cosa e quando una altra e pagherolla del mio, avend'io la provigione e restandomi la casa, come m'avete scritto; cioè la casa dov'io stavo costà in Roma, co' marmi e le cose che vi sono; cioè ch'io non abbi a dare loro, dico alle rede di papa Iulio, per disobrigarmi della sua sepultura, altro di cosa che io abbi avuto insino a qui, che la sepultura detta, come quella di Pio in Santo Pietro; e mettasi per farla un tempo conveniente; e farò le figure di mia mano; e dandomi la mia provigione, come è detto, io non resterò mai di lavorare per papa Clemente co' quelle forze che io ò; che son poche, perchè son vechio: con questo che e' non mi sia fatti e' dispetti che io veggo farmi, perchè possono molto in me: e non m'ànno lasciato far cosa ch'io voglia, già più mesi sono: chè e' non si può lavorare con le mani una cosa, e col ciervello una altra, e massimo di marmo. Qua si dice che son fatti per ispronarmi; e io vi dico che e' son cattivisproni quelli che fanno tornare adietro. I' non ò preso la provigione già è passato l'anno, e combatto con la povertà: son molto solo alle noie, e ònne tante, che mi tengono più ocupato che non fa l'arte, per non potere tenere chi mi governi, per non avere el modo.

Questa è la copia della lettera che Michelagniolo scultore à mandato oggi questo dì 24 d'ottobre 1525 a papa Clemente; e io Antonio di Bernardo Mini ò fatto questa copia di mia propia mano.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (    d'ottobre 1525).

(A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma).

Messere Giovan Francesco. — Piero Gondi m'à mostro una vostra lettera che è per risposta d'una sua scrisse a voi più dì fa: e per quella intendo vorresti sapere da chi io sono stato richiesto, come v'à scritto Piero, che v'à scritto il vero. Però sono stato richiesto da più persone, ma di quelli a chi s'apartiene, Lorenzo Morelli è uno di quelli che à voluto intendere l'animo mio in questo modo. Francesco da Sangallo venne a me e dissemi, che Lorenzo detto àrebbe avuto caro d'intendere se io ero per servirgli, quando lui ne facessi impresa: io risposi che visto la benevolenzia loro e di tutto el popolo, che io non gli potevo rimeritargli, se non col farla e farla in dono, come già fu' obrigato, quando al Papa piacessi; al quale send'io obrigato, non posso fare altro che le cose sua, sanza sua licenza. Messer Luigi Della Stufa m'à ancora lui più volte ricerco del medesimo: e ò fatta la medesima risposta. Non ò mai poi parlato altrimenti, nè n'àrei parlato prima; ma sendo domandato, m'è stato forza rispondere. Ancora a questi dì, di nuovo certi m'ànno ditto che gli Operai ànno avuto a dire, che non darebbe lor noia aspettare dua o tre anni, tanto che io avessi servito el Papa, perch'io la facessi.[360]

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (dell'aprile 1526).

(A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma).

Messere Giovan Francesco. — Di questa settimana che viene, farò coprire le figure di Sagrestia che vi sono bozzate, perchè io voglio lasciare la Sagrestia libera a questi scarpellini de' marmi, perchè io voglio che comincino a murare l'altra sepultura a riscontro di quella che è murata; che è squadrata tutta, o poco manca. E in questo tempo che e' la mureranno, pensavo si facessi la vôlta, e credevo io che con gente assai la si facessi in dua o in tre mesi: non me ne intendo. Passata questa settimana che viene, Nostro Signore potrà a sua posta mandare maestro Giovanni Da Udine se gli pare che la si facci ora, perchè sarò a ordine.

Del ricetto, di questa settimana si è murato quattro colonne e una n'era murata prima. Terranno un poco adietro e' tabernacoli: pure in quattro mesi da oggi, credo sarà fornito. El palco si comincierebbe ora, ma tigli non sono ancora buoni; solleciterèno che e' si secchino el più che si potrà.

Io lavoro el più che io posso, e in fra quindici dì farò cominciare l'altro Capitano: poi mi resterà di cose d'importanza, solo e' quattro Fiumi. Le quattro figure in su cassoni, le quattro figure in terra che sono e' Fiumi, e dua Capitani e la Nostra Donna che va nella sepultura di testa, sono le figure che io vorrei fare di mia mano: e di queste n'è cominciate sei: e bastami l'animo di farle in tempo conveniente e parte far fare ancora l'altre che non importano tanto. Altro non acade: racomandatemi a Giovanni Spina, e pregatelo che scriva un poco al Figiovanni, e preghilo che non ci togga e' carradori per mandargli a Pescia, perchè noi resteremo senza pietre: e ancora che non ci incanti gli scarpellini, per farsegli benivoli con dir loro: «Costoro ànno poca discrezione di voi, or che le notte sono dua ore, a farvi lavorare insino a sera.»

Abbiàno fatica con cent'occhi di farne lavorare uno, e anco quell'uno c'è guasto da chi è sviscierato. Pazienza! Non voglia Iddio che e' dispiaccia a me, quello che non dispiace a lui.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 1 di novembre 1526.

(A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma).

Messere Giovan Francesco. — Io so che lo Spina à scritto costà a questi dì molto caldamente sopra e' casi mia della cosa di Iulio. Se à fatto errore rispetto ai tempi in che noi siàno, l'ò fatto io che l'ò pregato importunamente che scriva. Forse che la passione m'à fatto metter troppa mazza. Io ò avuto uno raguaglio a questi dì della cosa mia detta di costà, che m'à messo gran paura: e questa è la mala disposizione che ànno e' parenti di Iulio verso di me: e non senza ragione: e come el piato séguita, e domandonmi danni e interessi, in modo che e' non basterebbon cento mia pari a sodisfare. Questo m'à messo in gran travaglio e fammi pensare dov'io mi troverrei, se 'l Papa mi mancassi, che non potrei stare in questo mondo. E questo è stato cagione che ò fatto scrivere, com'è detto. Ora io non voglio se non quello che piace al Papa: so che non vuole la mia rovina e 'l mio vituperio. Io ò visto qua l'allentare della muraglia, e veggo che le spese si vanno limitando publicamente, e veggo che per me si tiene una casa a San Lorenzo a pigione e la provigione mia ancora: che non sono piccole spese. Quando tornassi bene limitare anche queste e darmi licenzia che io potessi cominciare o qua o costà qualche cosa per la detta opera di Iulio, l'àrei molto caro; perchè io desidero uscire di quest'obrigo più che di vivere. Nondimeno non sono per partirmi mai dalla volontà del Papa, pure che io la intenda. Però io vi prego, inteso l'animo mio, che voi mi scriviate la volontà del Papa, e io non uscirò di quella: e pregovi l'abbiate da lui e da sua parte me la scriviate, per poter meglio e con più amore ubidire, e anche per potermi un dì, quando acadessi, con le vostre lettere giustificare.

Altro non m'acade. Se non so scrivere quello che voi saprete intendere, non vi maravigliate, che ò perduto el cervello intieramente. Voi sapete l'animo mio: saprete quello di chi s'à a ubidire. Rispondete, ve ne priego. A dì primo di novembre 1526.

VostroMichelagnioloscultore a San Lorenzo in Firenze.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 10 di novembre 1526.

(A Giovanni Spina in Firenze).

Giovanni. — A me pare che si dia licenzia a Piero Buonacorsi, perchè qui non è più di bisognio. Se voi lo volete tenere per fargli questo bene, tenetelo quanto a voi pare. Io ve lo scrivo, perchè io non voglio essere quello che lo tenga, nè quello che gitti via e' danari del Papa, come è stato detto. Però vi prego l'avisiate, quant'è più presto, meglio, acciò che e' pensi a' casi sua: che e' non s'abbi poi da dolere, non gniene avendo fatto intendere.[361]

VostroMichelagnioloa voi si racomanda.

Archivio Buonarroti.Di Firenze,    (1529).

A Ser Marcantonio del Cartolaio.[362]

Ser Marcantonio. — Io son certo che voi eleggierete uomo da bene e sofficente, molto più che non saprei fare io; però volentieri dò la voce mia, con questo che e' me ne resti tanta, ch'i' possi poi favellare anch'io.

VostroMichelagniolo Buonarroti.

Patrone osservantissimo. — Avendo la Signoria vostra datomi commissione che io aluogassi la boce vostra pel Proveditore, di che l'ò data a Pagolo di Benedetto Bonsi, uomo da bene e di sorte che la Signoria vostra penso ne resterà sodisfatta, et ad causa sappia la Signoria vostra se ne contenti, desiderrei quella mi rispondessi per il presente aportatore. E a quella mi raccomando.

VostroSer MarcantonioCancelliere a' Nove.

Archivio Buonarroti.Di Venezia, (25 di settembre 1529).

Al mio caro amico Batista della Palla in Firenze.[363]

Batista amico carissimo. — Io parti' di costà, com'io credo che voi sappiate, per andare in Francia, e gunto a Vinegia, mi sono informato della via, e émmi detto che andando di qua, s'à a passare per terra tedesca, e che gli è pericoloso e dificile andare. Però ò pensato d'intendere da voi, quando vi piaccia, se siate più in fantasia d'andare, e pregarvi, e così vi prego me ne diate aviso, e dove voi volete che io v'aspetti: e anderemo di compagnia. Io parti' senza far motto a nessuno degli amici mia e molto disordinatamente: e benchè io, come sapete, volessi a ogni modo andare in Francia, e che più volte avessi chiesto licenzia, e non avuta, non era però che io non fussi resoluto senza paura nessuna di vedere prima el fine della guerra. Ma martedì mattina, a dì ventuno di setembre, venn'uno fuora della porta a San Nicolò dov'io ero a' bastioni, e nell'orechio mi disse, che e' non era da star più a voler campar la vita: e venne meco a casa, e quivi desinò, e condussemi cavalcature, e non mi lasciò mai, che e' mi cavò di Firenze, mostrandomi che ciò fussi el mio bene. O Dio o 'l diavolo quello che si sia stato, io non lo so.

Pregovi mi rispondiate al di sopra della lettera, e più presto potete, perchè mi consumo d'andare. E se non siate più in fantasia d'andare, ancora vi prego me n'avisiate, acciò pigli partito d'andare el meglio potrò da me.[364]

VostroMichelagniolo Buonarroti.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (26 di giugno 1531).

(A Sebastiano del Piombo in Roma).[365]

Sebastiano mio caro. — Io vi do troppa noia: portate in pace, e pensate d'avere a essere più glorioso a risucitare morti che a fare figure che paino vive. Circa la sepultura di Iulio io v'ò pensato più volte, come mi scrivete, e parmi che e' ci sia dua modi di disobbrigarsi: l'uno è farla, l'altro è dare loro e' danari che la si facci per le lor mane; e di questi dua modi non s'à a pigliar se non quello che piacerà al Papa. El farla io, secondo me, non piacerà al Papa, perchè non potrei attendere alle cose sue: però sarebbe da persuader loro; io dico chi è sopra tal cosa per Giulio; che pigliassino e' danari e facessino farla loro. Io darei disegni e modelli, e ciò che e' volessino, co' marmi che ci sono lavorati. Aggiugnendovi dumila ducati, io credo che e' si farebbe una bella sepultura; e ècci de' giovani che la farebbon meglio che non farei io. Quando si pigliasse quest'ultimo modo di dar loro e' danari che e' la facessin fare, io potrei contar loro ora mille ducati d'oro, e in qualche modo poi gli altri mille; purchè e' si risolvino di cosa che piacci al Papa: e quando e' sieno per mettere a effetto quest'ultimo, io vi scriverrò in che modo si potranno far gli altri mille ducati, che credo non dispiacerà.

Io non vi scrivo lo stato mio particolarmente, perchè non acade: solo vi dico questo, che tremila ducati che portai a Vinegia[366]tra oro e moneta, diventorno, quand'io tornai a Firenze, cinquanta, e tolsemene el Comune circa mille cinquecento. Però io non posso più; ma troverassi de' modi; e così spero, visto el favore che mi promette el Papa. Sebastiano, compare carissimo, io sto saldo nei detti modi e pregovi ne tocchiate fondo.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (    di luglio 1531).

(A Fra Sebastiano del Piombo).[367]

Frate Sebastiano compar carissimo. — I' ò avuto tre vostre lettere: alle dua prime risposi, e la risposta della prima vi mandai per mezzo di messer Bartolomeo Angiolini costà a un suo amico, il quale scrisse qua averla data in persona nelle vostre mani; dipoi la seconda risposta della seconda vostra mandai per quello avisasti, la quale intendo per questa da voi, sola quella abbiate ricievuta.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del marzo 1532).

(A Fra Sebastiano del Piombo).

Frate Sebastiano. — Io vi prego per carità che diciate a messer Lodovico del Milanese, overo lo preghiate, che mandi a ser Giovan Francesco la sua pensione. Farete grandissimo piacere a me, e maggiore a lui, perchè à a pagare assai danari e non à il modo. Ve lo raccomando.[368]

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (    di maggio 1532).

(Ad Andrea Quaratesi in Pisa).

Andrea mio caro. — Io vi scrissi circa un mese fa com'io avevo fatto vedere e stimare la casa, e per quanto la si poteva dare in questi tempi: e scrissivi ancora che io non credevo che voi la trovassi da vendere; perchè avend'io a pagare per la mia cosa di Roma[369]dumila ducati; che saranno tremila con certe altre cose; ò voluto, per non restare ignudo, vendere case e possessione, e dare la lira per dieci soldi: e non ò trovato e non truovo. Però credo sare' meglio indugiare, che gettare via.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

(A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma).

Inconsideratamente, messer Tomao signor mio carissimo, fui mosso a scrivere a vostra Signoria, non per risposta a alcuna vostra che ricievuta avessi, ma primo a muovere, come se creduto m'avesse passare con le piante asciutte un picciol fiume, overo per poca aqqua un manifesto guado. Ma poi che partito sono dalla spiaggia, non che picciol fiume abbi trovato, ma l'oceano con soprastante onde m'è apparito innanzi; tanto che se potessi, per non esser in tutto da quelle sommerso, alla spiaggia ond'io prima parti', volentieri mi ritornerei. Ma poi che son qui, faréno del cuor rocca e anderéno inanzi: e se io non àrò l'arte del navicare per l'onde del mare del vostro valoroso ingegno, quello mi scuserà, nè si sdegnierà del mio disaguagliarsigli, nè desiderrà da me quello che in me non è: perchè chi è solo in ogni cosa, in cosa alcuna non può aver compagni. Però la vostra Signoria, luce del secol nostro unica al mondo, non può sodisfarsi di opera d'alcuno altro, non avendo pari nè simile a sè. E se pure delle cose mia, che io spero e prometto di fare, alcuna ne piacerà, la chiamerò molto più avventurata che buona; e quand'io abbi mai a esser certo di piacere, come è detto, in alcuna cosa a vostra Signoria, il tempo presente, con tutto quello che per me à a venire, donerò a quella: e dorràmi molto forte non potere riavere il passato, per quella servire assai più lungamente, che solo con l'avenire, che sarà poco, perchè son troppo vechio. Non ò altro che dirmi. Leggiete il cuore, e non la lettera, perchè «la penna al buon voler non può gir presso.»

Ò da scusarmi che nella prima mia mostrai maravigliosamente stupir del vostro peregrino ingegnio, e così mi scuso, perchè ò conosciuto poi in quanto errore i' fui; perchè quanto è da maravigliarsi che Dio facci miracoli, tant'è che Roma produca uomini divini. E di questo l'universo ne può far fede.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, 1 di gennaio (1533).

(A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma).[370]

Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria e fui il primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella, per debito l'avessi a fare; e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio, quanto ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra; e non che appena mi parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte al mondo: e io non nato, o vero nato morto mi reputerei, e direi in disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di che n'ò auto maraviglia grandissima e non manco piacere: e se è vero che quella così senta di dentro, come di fuora scrive, di stimare l'opere mie; se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a lei piaccia, la chiamerò molto più avventurata che buona. Non dirò altro. Molte cose alla risposta conveniente restano, per non vi tediare, nella penna, è perchè so che Pierantonio apportatore di questa saprà e vorrà suprire a quello che io manco. A dì primo per me felice di gennaro.


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