Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo dona, a chi le riceve: ma per buono rispetto non si fa in questa.[371]
Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo dona, a chi le riceve: ma per buono rispetto non si fa in questa.[371]
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1 di gennaio 1533).
A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma.[372]
Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria, e fui il primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella per debito l'avessi a fare: e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio, quante ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra: e non che appena mi parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte al mondo; e io non nato, overo nato morto mi reputo, e direi in disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di che n'ò avuto maraviglia grandissima e non manco piacere. E quando sia vero che quella così senta di dentro come di fuora mi scrive, di stimare l'opere mie, se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a quella piaccia, la chiamerò molto più aventurata che buona. Per non vi tediare, non scriverrò altro. Molte cose conveniente alla risposta restano nella penna, ma Pierantonio amico nostro, che so che saprà e vorrà suprire a quel che io manco, le finirà a boca.
Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo dona, a chi le riceve: ma per buon rispetto non si fa in questa.
Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo dona, a chi le riceve: ma per buon rispetto non si fa in questa.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 19 di marzo 1533.
A Francesco Galluzzi(in Firenze).[373]
Francesco. — L'apportatore di questa sarà Bernardo Basso, capomaestro dell'Opera di San Lorenzo, al quale io vi prego pagiate la pigione m'avete a dare: ònne bisognio grandissimo, e saranno ben pagati. A voi mi racomando.
A dì 19 di marzo 1532.
VostroMichelagniolo Buonarrotia San Lorenzo.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, ( di luglio 1533).
(A frate Sebastiano del Piombo in Roma).
Compar mio caro. — I' ò ricievuto i dua Madrigali, e ser Giovan Francesco gli à fatti cantare più volte, e secondo che mi dice, son tenuti cosa mirabile circa il canto: non meritavano già tal cosa le parole. Così avete voluto: di che n'ò avuto piacere grandissimo, e pregovi m'avisiate come m'ò a governare circa a questo verso di chi à fatto, ch'i' paia manco igniorante e ingrato che sia possibile.
Dell'opera[374]qua non iscriverrò altro per ora, perchè mi pare averne a questi di scritto assai, e sonmi ingegniato quant'ò potuto di imitare la maniera e lo stil del Figiovanni in ogni particularità, perchè mi par molto a proposito a chi vuol dire di molte cose. Non mostrate la lettera.
Avete data la copia de' sopradetti Madrigali a messer Tomao; che ve ne resto molto obrigato e pregovi, se lo vedete, mi raccomandiate a lui infinite volte; e quando mi scrivete, ne diciate qualche cosa per tenermelo nella memoria; che se m'uscissi della mente, credo che súbito cascherei morto.[375]
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (28 di luglio 1533).
(A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma).
Signore mio caro. — Se io non avessi creduto avervi fatto certo del grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare' paruta cosa strana, nè mi sare' maraviglia il gran sospetto che voi mostrate per la vostra avere avuto per non vi scrivere, che io non vi dimentichi. Ma non è cosa nuova, nè da pigliarne ammirazione, andando tante altre cose al contrario, che questa vadi a rovescio anch'ella: perchè quello che vostra Signoria dice a me, io l'àrei a dire a quella: ma forse quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se maggior può essere: ma sia come si vuole: io so bene che io posso a quell'ora dimenticare il nome vostro, che 'l cibo di che io vivo; anzi posso prima dimenticare el cibo di ch'io vivo, che nutrisce solo il corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutrisce il corpo e l'anima, riempiendo l'uno e l'altra di tanta dolcezza, che nè noia nè timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire. Pensate se l'ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.
Dall'altra parte del foglio è la seguente variante:
.... e se pur certo n'eri e siate, dovevi e dovete pensare che chi ama à grandissima memoria, e può tanto dimenticar le cose che ferventemente ama, quant'uno affamato il cibo di che e' vive: anzi molto meno si può l'uomo dimenticar le cose amate, che 'l cibo di che l'uom vive; perchè quelle nutriscono il corpo e l'anima: l'uno con grandissima sobrietà, e l'altra con felice tranquillità et con aspettazione d'eterna salute.
Altra variante:
Anzi molto più può dimenticar l'uomo il cibo, di che 'l corpo si nutriscie e vive, perchè quello spesso il conduce in somma miseria e gravezza; che e' non può dimenticar le cose amate, che con tranquilla felicità gli promettono eterna salute.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (28 di luglio 1533).
(A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma).[376]
Messer Tomao, signor mio caro. — Benchè io non rispondessi all'ultima vostra, non credo che voi crediate che io abbi dimenticato o possa dimenticare el cibo di che io vivo, che non è altro che 'l nome vostro: però non credo, benchè io parli molto prosuntuosamente, per esser molto inferiore, che nessuna cosa possa impedire l'amicizia nostra.[377]
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (11 di ottobre 1538).
(A Bartolommeo Angiolini in Roma).[378]
la gatta e .... pace e triegua .... che le bestie mia .... da maravigliarsi di m .... glierei quand'io potessi fa .... ma di vivere solamente .... anima mia a messer Tomao com .... pensare quanto come senza essa io possa stare (non che vivere, avendogli) prima dato il core. Potete ancora considerare .... come resta, e com'io viva, sendo sì lontano dall'uno .... però se io desidero come senza alcuna entermissione giorno e n(otte) di esser costà, non è per altro che per tornare in vita, la qual cosa non può esser senza l'anima: e perchè il core è veramente la casa dell'anima, e essendo prima il mio nelle mani di colui a chi voi l'anima mia avete data, natural forza era di ritornalla al luogo suo. (variante:) natural forza v'à fatto ritornarla al suo proprio loco. Così avessi voi potuto fare del corpo! che volentieri sarebbe ito nel medesimo loco ito (sic) e con l'anima sua, e non sarei qua i tanti affanni: ma se non è stato, possa essere quante più presto, meglio, nè possa in eterno vivere altrove.
Bartolomeo mio caro, benchè e' paia ch'io motteggi con esso voi, sappiate che io dico pur da buon senno, che son venti anni e venti libbre invechiato e diminuito, poichè sono qua, e non so se 'l Papa si parte di costà, quello s'abbi (a far) di me, nè dove si vorrà ch'i' stia.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 15 di ottobre 1533.
(A messer Giovambattista Figiovanni in Firenze).
Messer Giovanbatista, patron mio caro. — All'ultimo di questo mese finiscono i quatro mesi che io giunsi a Firenze per conto del Papa: e 'l primo de' detti quatro mesi voi mi portasti la provigione; io non la volsi, e dissivi che voi me la serbassi. Voi mi rispondesti se avevi a scrivere al Papa, che io l'avessi avuto: vi dissi, che voi scrivessi il vero: dipoi mi mostrasti una lettera del Papa, che diceva che voi non guardassi alle mia parole e che voi me la déssi. Ora io vorrei fare più danari che io posso per isbrigar più presto la cosa mia di Roma; e domandassera àrò finiti dua modelli picoli che io fo pel Tribolo, e martedì vo' partire a ogni modo. Però la provigione vi dissi mi serbassi, vi prego me la diate; cioè me la diate di dua mesi; e gli altri dua mesi donerò al Papa. Faretemi grandissimo piacere, restandovi sempre ubrigato.
Addì 15 d'ottobre 1533.
VostroMichelagnioloin casa i Macciagnini in Firenze.[379]
Archivio Buonarroti.Di Firenze, ( di dicembre 1533).
A Febo(di Poggio?).
Febo. — Benchè voi mi portiate odio grandissimo; non so perchè; non credo già per l'amore che io porto a voi, ma per le parole d'altri, le quale non doverresti credere, avendomi provato; non posso però fare che io non vi scriva questo. Io parto domattina, e vo a Pescia a trovare il cardinale di Cesis e messer Baldassarre:[380]andrò con loro insino a Pisa; dipoi a Roma:[381]e non tornerò più di qua: e fòvi intendere, che mentre ch'i' vivo, dovunche io sarò, sempre sarò al servizio vostro con fede e con amore, quanto nessuno altro amico che abbiate al mondo.
Prego Iddio perchè v'apra gli ochi per un altro verso, acciò che voi conosciate che chi desidera il vostro bene più che la salute sua, sa amare e non odiare come nemico.
Raccolta di B. Pino.Di Roma, (del settembre 1537).
(A messer Pietro Aretino in Venezia).[382]
Magnifico messer Pietro, mio signore e fratello. — Nel ricever della vostra lettera ho avuto allegrezza e dolore insieme; sonmi molto allegrato per venire da voi, che siete unico di virtù al mondo: et anco mi sono assai doluto, perciò che avendo compìta gran parte della istoria, non posso mettere in opera la vostra immaginazione, la quale è sì fatta, che se 'l dì del Giudizio fosse stato, et voi l'aveste veduto in presenzia, le parole vostre non lo figurerebbono meglio. Or per rispondere allo scrivere di me, dico che non solo l'ò caro, ma vi supplico a farlo; da che i Re e gli Imperatori hanno per somma grazia, che la vostra penna gli nomini. In questo mezzo, se io ho cosa alcuna che vi sia a grado, ve la offerisco con tutto il cuore. Et per ultimo, il vostro non voler capitare a Roma non rompa, per conto del veder la pittura che io faccia, la sua deliberazione, perchè sarebbe pur troppo. Et mi raccomando.
Michel'Agnolo Buonaroti.
Biblioteca Nazionale in Firenze.Di Roma, 20 di gennaio 1542.
(A messer Niccolò Martelli in Firenze).[383]
Messer Niccolò. — I' ò da messer Vincenzo Perini una vostra lettera con dua sonetti et uno madrigale. La lettera e 'l sonetto diritti a me sono cosa mirabile, tal che nessuno potrebbe essere tanto ben gastigato, che in lor trovassi cosa da gastigare. Vero è che mi dànno tante lodi, che se io avessi il paradiso in seno, molte manco sarebbono a bastanza. Veggo vi siate immaginato ch'io sia quello che Dio 'l volessi ch'io fussi. Io sono un povero uomo e di poco valore, che mi vo afaticando in quell'arte che Dio m'à data, per alungare la vita mia il più ch'io posso; et così com'io sono, son servitore vostro et di tutta la casa de' Martelli; et della lettera et de' sonetti vi ringrazio, ma non quanto sono ubbrigato, perchè non aggiungo a sì alta cortesia. Son sempre vostro. Di Roma alli XX di gennaio l'anno XLII.
Michelagniolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1542).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Questo[384]mandai più tempo fa a Firenze. Ora perchè l'ò rifatto più al proposito, ve lo mando, acciò che piacendovi lo diate al foco, cioè a quello che m'arde. Ancora vorrei un'altra grazia da voi, e questa è che mi cavassi d'una certa ambiguità in che io son rimasto stanotte, che salutando l'idolo nostro in sognio, mi parve che ridendo mi minacciassi; e io non sappiendo a qual delle dua cose m'abbia a tenere, vi prego lo intendiate da lui, e domenica riveggiendoci, me ne ragguagliate.
Vostro con infiniti obbrighi e sempre
Se vi piace, fatelo scriver bene e datelo a quelle corde che legan gli uomini senza discrezione, e racomandatemi a messer Donato.[385]
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1542).
A messer Luigi del Riccio, amico carissimo.
Messer Luigi. — Io vi mando un sacco di carte scritte, acciò che vostra Signoria vegga quale è quella che s'à a mandare al Cortese, e quella che è dessa, prego dica a Urbino che la facci copiare e che l'aspetti e paghi, e dipoi la porti al detto Cortese: e non possendo oggi vostra Signoria attendere a ciò, Urbino mi riporti dette scritte, e rimanderovele un'altra volta quando sarà tempo.
Ancora prego vostra Signoria mi mandi la mia poliza e quella del Perino overo di Pierino, e ancora quel sonetto che io vi mandai, acciò che io lo racconci e faccigli dua ochi, come mi dicesti.
VostroMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Roma, ( d'agosto 1542).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Messer Luigi, signor mio caro. — D'un grandissimo piacere vi prego quanto so e posso: e questo è, che veggiate certo scritto che à fatto per me il Cortese, perchè io non lo intendo, e non vi posso andare, come vi raguaglierà Urbino. E per non gli parere ingrato, vi prego ringraziate sua Signoria e racomandatemegli; e voi mi perdonate della troppa sicurtà.
VostroMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1542).
A messer Luigi del Riccio, signor mio caro e amico fedele.
Messer Luigi, signor mio caro. — El mio amore à retificato al contratto che io gli ò fatto di me; ma dell'altra retificagione[387]che voi sapete, non so già quello che me ne pensi: però mi racomando a voi e a messer Donato e al terzo, poi o prima come volete.
Vostro pieno d'affanniMichelagniolo Buonarroti, Roma.
Cose vechie dal fuoco senza testimone.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1542).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).[388]
Messer Luigi. — Voi c'avete spirito di poesia, vi prego che m'abreviate e raconciate uno di questi madrigali quale vi pare il manco tristo, perchè l'ò a dare a un nostro amico.
VostroMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1542).
A messer Luigi del Riccio in Banchi.[389]
Messer Luigi, signor mio caro. — Il canto d'Arcadente[390]è tenuto cosa bella; e perchè secondo il suo parlare non intende avere fatto manco piacere a me, che a voi che lo richiedesti, io vorrei non gli essere sconoscente di tal cosa. Però prego pensiate a qualche presente da fargli o di drappi o di danari, e che me n'avisiate; e io non àrò rispetto nessuno a farlo. Altro non ò che dirvi: a voi mi racomando, e a messer Donato, e al cielo e alla terra.
VostroMichelagnioloun'altra volta.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1542).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Messer Luigi. — E' mi parebbe di far di non parere ingrato verso Arcadente. Però se vi pare usargli qualche cortesia, súbito vi renderò quello che gli darete. Io ò un pezzo di raso in casa per un giubbone, che mi levò messer Girolamo. Se vi pare, ve lo manderò per dargniene. Ditelo a Urbino o a altri, quello che vi pare. Di tutto vi sodisfarò.
VostroMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1542).
A messer Luigi del Riccio, amico carissimo.
Messer Luigi. — Chi è povero e non à chi 'l serva, fa di questi errori. Io non potetti ieri nè venire nè rispondere alla vostra, perchè le mia brigate tornorno di notte a casa. Però mi scuso con esso voi; e voi prego mi scusiate con messer Silvestro,[391]e racomandatemi a Cechino.[392]
Archivio Buonarroti.Di Roma, (del luglio 1542).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Messer Luigi, signor mio caro. — Io vi mando per Urbino che sta meco, scudi venti che vostra Signoria gli dia a maestro Giovanni per l'opera che sapete; e cavando di detta opera ancora detto Urbino, mi bisognia darne altri venti a lui, che saranno quaranta: che àrò già speso cento quaranta scudi: e di detta opera non è fatto per sessanta. Settanta cinque scudi àrà avuti maestro Giovanni, che ve ne guadagnia su trenta, e 'l resto de' cento che io dètti prima, da cinquanta cinque che prese maestro Giovanni per insino in cento, à speso Urbino in giornate e in marmi, poichè la compagnia si divise: e non à auto in dua mesi niente; che àrebbe aver di guadagnio il medesimo che maestro Giovanni, cioè trenta scudi, cavandolo dell'opera; ma con venti lo contenterò.[393]
Poichè fu fatto e scritto el giudicio della quantità fatto di sopradetta opera, l'ò misurata da me, e non trovo che ne sie fatta la decima parte. Ma ò ben caro che gli uomini che giudicorno, dicessino la settima in favore di maestro Giovanni, perchè non si potessi dolere. Ma non v'è rimedio: e se nessuno avessi da dolersi, sarei io più che gli altri, che ci ò perduto dua mesi di tempo per impacciarmi con ....[394]ma più mi duole lo sdegnio del Papa, che dugento scudi.
Piglio troppa sicurtà in vostra Signoria. Iddio mi dia di poterla ristorare.
Maestro Giovanni à a liberare i marmi che son rimasi a Campidoglio; quegli che poi che e' ne fu pagato, non gli lasciò levare: che fu una delle cagioni della questione nata tra loro: e così à a fare fine d'ogni altra cosa.
VostroMichelagniolo: Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, ( di luglio 1542).
A messer Luigi del Riccio in Roma.
Messer Luigi Signior mio caro. — Vostra Signoria à maneggiata questa discordia che è nata fra Urbino e maestro Giovanni, e per non ci avere interesso, ne potrà dare buon giudicio. Io per fare bene all'uno e all'altro, ò dato loro a fare l'opera che sapete. Ora perchè l'uno è troppo tacagnio, e l'altro non è manco pazzo, è nata tal cosa tra loro, che ne potre' seguire qualche grande scandolo o di ferite o di morte; e quando tal cosa seguissi o nell'uno o nell'altro, mi dorrebbe di maestro Giovanni, ma molto più di Urbino, perchè l'ò allevato. Però mi parrebbe, se la ragione lo patisce, cacciar via l'uno e l'altro e che l'opera mi restasse libera, acciò che il lor cattivo cervello non mi rovini e che io la possa seguitare. E perchè è stato detto che la detta opera io la divida, e diene una parte all'uno e una all'altro, questo io non lo posso fare e a darla[395].... a un solo di lor dua, farei ingiuria a quello a chi io non la déssi. Però non mi pare che e' ci sia altro riparo che lasciarmi l'opera libera, acciò la possa seguitare; e de' danari, cioè cento scudi che io ò dati e delle fatiche loro, se l'acconcino tra loro in modo che io non perda. E di tal cosa vostra Signoria prego gli metta d'acordo il meglio che si può, perchè è opera di carità. E perchè forse ci sarà qualcuno che vorrà mostrare d'aver fatto quel poco che è fatto, tutto lui, e di restare avere, oltre a' ricevuti, molti altri danari; quando questo sia, io potrò mostrare ancora io d'avere nella detta opera perduto un mese di tempo per la loro ignioranza e bestialità, e tenuto adrieto l'opera del Papa, che m'è danno di più di dugento scudi; in modo che molto più àrò aver io da loro, che loro dall'opera.
Messer Luigi, io ò fatto questo discorso a vostra Signoria in iscritto, perchè a farlo a boca presente gli uomini mi spargo tutto in modo in loro, che non mi resta fiato da parlare.
VostroMichelagniolo Buonarrotial Macello de' Poveri.
Biblioteca Nazionale di Firenze.Di Roma, 20 di luglio 1542.
Supplica a papa Paolo III.[396]
Avendo messer Michelagnolo Buonarroti tolto a fare più fà la sepoltura di papa Iulio in Santo Piero in Vincola con certi patti et conventioni, come per uno contratto rogato per messer Bartolomeo Cappello sotto dì 18 di aprile 1532 appare; et essendo di poi ricerco et astretto dalla Santità di N. S. papa Paulo Terzo di lavorare e dipignere la sua nova cappella, non possendo attendere al fornire della sepoltura et a quella; per mezo di sua Santità di nuovo riconvenne con lo illustrissimo signor duca di Urbino, al quale è rimasta a cura la prefata sepoltura, come per una sua lettera de' dì 6 di marzo 1542 si vede; che di sei statue che vanno in detta sepoltura, detto messer Michelagnolo ne potessi allogare tre a buono et lodato maestro, il quale le fornissi et ponessi in detta opera; et le altre tre, fra le quali fussi il Moises, le havessi lui a fornire di sua mano et così fussi tenuto far fornire il quadro, cioè il resto dell'ornamento di detta sepoltura, secondo il principio fatto. Onde per dare esecuzione a detto accordo, il prefato messer Michelagnolo allogò a fornire le dette tre statue, quali erano molto innanzi, cioè una Nostra Donna con il Putto in braccio, ritta, et uno Profeta et una Sibilla a sedere, a Raffaello da Montelupo, fiorentino, aprovato fra e' migliori maestri di questi tempi, per scudi quattrocento, come per la scritta fra loro appare; et il resto del quadro et ornamento della sepoltura, eccetto l'ultimo frontispitio, alsì allogò a maestro Giovanni de' Marchesi et a Francesco da Urbino, scarpellini et intagliatori di pietre, per scudi settecento, come per obrighi fra loro apare. Restavagli a fornire le tre statue di sua mano, cioè un Moises et dua prigioni: le quali tre statue sono quasi fornite. Ma perche li detti dua prigioni furno fattiquando l'opera si era disegnata che fussi molto maggiore, dove andavano assai più statue; la quale poi nel sopradetto contratto fu risecata et ristretta; per il che non convengono in questo disegno, nè a modo alcuno ci possono stare bene; però detto messer Michelagnolo per non mancare a l'onore suo, dètte cominciamento a dua altre statue che vanno dalle bande del Moises, la Vita contemplativa et la attiva, le quali sono assai bene avanti, di sorta che con facilità si possono da altri maestri fornire. Et essendo di nuovo detto messer Michelagnolo ricerco, et sollecitato dalla detta Santità di N. S. papa Paulo Terzo a lavorare et fornire la sua cappella, come di sopra è detto; la quale opera è grande et ricerca la persona tutta intera et disbrigata da altre cure; essendo detto messer Michelagnolo vechio, et desiderando servire sua Santità con ogni suo potere; essendone alsì da quella astretto e forzato, nè possendo farlo se prima non si libera in tutto da questa opera di papa Iulio, la quale lo tiene perplesso della mente e del corpo; suprica sua Santità, poi che è resoluta che lui lavori per lei, che operi collo illustrissimo signor duca d'Urbino, che lo liberi in tutto da detta sepoltura, cassandogli et anullandoli ogni obrigazione fra loro con li sottoscritti onesti patti. In prima detto messer Michelagnolo vuole licenzia di possere allogare le altre due statue che restono a finire, al detto Raffaello da Montelupo o a qualsivoglia altri a piacimento di sua Eccellenzia, per il prezo onesto et che si troverrà, che pensa sarà scudi 200 in circa, et il Moises vuol dare finito da lui; et di più vuole dipositare tutta la somma de' danari che andranno in fornire del tutto la detta opera; ancora che li sia scommodo et che in la detta opera abbia messo in grosso; cioè il resto di quello che non avesse pagato a Raffaello da Montelupo per fornire le tre statue allogatoli, come di sopra, che sono circa scudi 300, et il resto di quello non avesse pagato della fattura del quadro et ornamento, che sono circa scudi 500, et li scudi 200, o quello bisognerà per fornire le dua statue utime et di più ducati cento che andranno in fornire l'utimo frontispizio dell'ornamento di detta sepoltura: che in tutto sono scudi 1100 in 1200 o quelli bisognerà, quali dipositerà in Roma in sur uno banco idoneo a nome del prefato illustrissimo signor Duca, suo et de l'opera, con patti espressi che abbino a servire per fornire detta opera et non altro; nè si possino per altra causa toccare o rimuovere. Et è, oltre a questo, contento, per quanto potrà, avere cura a detta opera di statue et ornamento che sia fornita con quella diligenzia che si ricerca: et a questo modo sua Eccellentia sarà sicura che l'opera si fornirà e saprà dove sono i danari per tale effetto; et potrà per sua ministri farla di continuo sollecitare et condurre a prefezione: il che à a desiderare, essendo messerMichelagnolo molto vechio et occupato in opera da tenerlo tanto, che a fatica àrà tempo a fornirla, non che fare altro. Et messer Michelagnolo resterà in tutto libero et potrà servire et sadisfare al desiderio di sua Santità, la quale suprica che ne facci scrivere a sua Eccellenzia, che ne dia qua ordine idoneo et ne mandi proccura sufiziente per liberarlo da ogni contratto et obrigazione che fussi fra loro.[397]
Museo Britannico.Di Roma, (dell'ottobre 1542).
A messer Luigi del Riccio.
Messer Luigi, amico caro. — Io son molto sollecitato da messer Pier Giovanni[398]al cominciare a dipigniere: come si può vedere, ancora per quattro o sei dì non credo potere, perchè l'aricciato non è secco in modo che si possa cominciare. Ma c'è un'altra cosa che mi dà più noia che l'aricciato, e che non che dipigniere, non mi lascia vivere; e questa è la retificagione che non viene, e conosco come m'è date parole, in modo che io sono in gran disperazione. Io mi son cavato del cuore mille quattro cento scudi, che m'àrebbon servito sette anni a lavorare, che avrei fatto dua sepulture non che una: e questo ò fatto per potere stare in pace, e servire il Papa con tutto il cuore. Ora mi truovo manco i danari e con più guerra e afanni che mai. Quello che ò fatto circa i detti danari, l'ò fatto col consenso del Duca, e col contratto della liberazione; e ora che io gli ò sborsati, non vien la retificagione: in modo che si può molto ben vedere che significa questa cosa, senza scriverlo. Basta, che per la fede di trentasei anni, e per essersi donato volontariamente a altri, io non merito altro: la pittura e la scultura, la fatica e la fede m'àn rovinato, e va tuttavia di male in peggio. Meglio m'era ne' primi anni che io mi fussi messo a fare zolfanelli, ch'i' non sarei in tanta passione! Io scrivo questo a vostra Signoria, perchè come uno che mi vuol bene e che à maneggiata la cosa e sanne il vero, la farà intendere al Papa, acciò che e' sappi che io non posso vivere non che dipigniere: e se ò dato speranza di cominciare, l'ò data con la speranza della detta retificagione; che è già un mese che ci aveva a essere. Non voglio più stare sotto questo peso, nè essere ogni dì vituperato per giuntatore da chi m'à tolto la vita e l'onore. La morte o 'l Papa solo me ne posson cavare.
VostroMichelagniolo Buonarroti.
Biblioteca Nazionale di Firenze.Di Roma, ( d'ottobre 1542).
A Monsignore....................
Monsignore. — La vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga, et non dubiti di niente. Io rispondo, che si dipinge col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera: però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell'utimo contratto non viene; e per vigore dell'altro, fatto presente Clemente,[400]sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo. Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia: et questo fu, che mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gianmaria da Modena[401]imbasciadore fu col notaio, et fecielo distendere a suo modo; in modo che quand'io tornai, e che io lo riscossi, vi trovai su più mille ducati che non si era rimasto; trova'vi su la casa dov'io sto,et cierti altri uncini da rovinarmi; che Clemente non gli àre' sopportati: et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa, e fare appiccare il notaio: io non volsi, perchè non restavo obrigato a cosa ch'io non l'avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d'avere avuti i danari che detto contratto dicie, et che disse Gianmaria che trovava che io havevo havuti. Ma pogniamo che io li abbia havuti, poi che io gli ò confessati, et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d'ogni cosa, e vegasi quello ch'ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch'io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et vegasi quello che io merito. Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto avere cinquemilia scudi. Io dico ancora questo: che (se) io ò avuto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo governare; che se non fussi quello che m'à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame. E secondo questi imbasciadori, e' pare che e' mi abbi aricchito, et che io abbi rubato l'altare: e fanno un gran romore: et io saprei trovar la via da fargli star cheti, ma non ci sono buono. Gianmaria imbasciadore a tempo del Duca vechio,[402]poi che fu fatto il contratto sopradetto, presente Clemente, tornando io da Firenze, e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse se io volevo fare un gran piacere al Duca, che io m'andassi con Dio, che non si curava di sepultura, ma che avea ben per male che io servissi papa Pagolo. Allora conobbi per quel che gli avea messa la casa in sul contratto: per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore: sì che si vede a quel che ucciellano, e fanno vergogna a' nimici, a' loro padroni. Questo che è venuto adesso,[403]ciercò prima quello ch'io avevo a Firenze, che e' volessi vedere a che porto era la sepultura. Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepultura, con la difesa quant'ò potuto con papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m'à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tremila scudi d'entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m'ingiegno d'impoverire.
Ma per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo: io dipignerò malcontento e farò cose malcontente. Ò scritto questo a vostra Signoria, perchè quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche àrei caroche il Papa l'intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m'è fatta. Chi à intendere, intenda.
Servitore della vostra SignoriaMichelagniolo.
Ancora mi occorre cose da dire: e questo è, che questo imbasciadore dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono fatto ricco con essi: come se papa Iulio mi avessi innanzi conti otto milia ducati. I denari che ò auti per la sepultura vuole intendere le spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s'apressa alla somma che àrebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente; perchè il primo anno di Iulio che m'allogò la sepultura, stetti otto mesi a Carrara a cavare marmi et condussigli in sulla piazza di Santo Pietro, dove avevo le stanze dreto a Santa Caterina; dipoi papa Iulio non volse più fare la sepultura in vita, et messemi a dipignere; dipoi mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto; poi tornai a Roma, et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de' denari della sepultura: che non avevo altra entrata. Poi dopo detta morte di Iulio, Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma maggior cosa; ond'io condussi e' marmi al Maciello de' Corvi, et feci lavorare quella parte che è murata a Santo Pietro in Vincola, et feci le figure che ò in casa. In questo tempo papa Leone non volendo che io facessi detta sepultura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a Aginensis; onde e' mi dètte a forza licenzia, con questo, che a Firenze io facessi detta sepultura di papa Iulio. Poi che io fui a Firenze per detta facciata di San Lorenzo, non vi avendo marmi per la sepultura di Iulio, ritornai a Carrara et stettivi tredici mesi, et condussi per detta sepultura tutti e' marmi in Firenze, et mura'vi una stanza per farla, et cominciai a lavorare. In questo tempo Aginensis mandò messer Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d'Aleria,[404]a sollecitarmi, et vidde la stanza, et tutti i detti marmi e figure bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo, cioè ch'i' lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che fu poi papa Clemente, non mi lasciò seguitare:et così stetti impacciato insino che Medici fu Clemente: onde in[405]sua presenza si fe' poi l'ultimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d'ora,[406]dove fu messo ch'io avevo ricieuti gli otto milia ducati ch'e' dicono che io ò prestati a usura. Et io voglio confessare un peccato a vostra Signoria, che essendo a Carrara quando vi stetti tredici mesi per detta sepultura, mancandomi e' denari, spesi mille scudi ne' marmi di detta opera, che m'avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o vero per tenermi occupato: et a lui dètti parole, mostrando dificultà; et questo facievo per l'amore che portavo a detta opera: di che ne son pagato col dirmi ch'i' sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo.
Io scrivo questa storia a vostra Signoria, perchè ò caro giustificarmi con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi scrive messer Piergiovanni, che dicie che m'à avuto a difendere; e ancora che quando vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione una parola, lo facci, perchè io scrivo il vero: apresso degli omini, non dico di Dio, mi tengo uomo da bene, perchè non ingannai mai persona, e ancora perchè a difendermi dai tristi bisogna qualche volta diventare pazzo, come vedete.
Prego vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia, et serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scritte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l'àrei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perchè scrivo il vero, et molto manco di quello che è, et non sono ladrone usurario, ma sono cittadino fiorentino, nobile, e figliolo d'omo dabbene, et non sono da Cagli.
Poi ch'io ebbi scritto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello imbasciadore d'Urbino, cioè, che s'io voglio che la retificazione venga, ch'io acconci la coscienzia mia. Io dico che e' s'à fabricato uno Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e' v'ha dentro.
Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che poi ch'ei si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et venendo certe barche di marmi a Ripa, che più tempo inanzi avevo ordinato a Carrara, non possendo avere danari dal Papa, per essersi pentito di tale opera; mi bisognò per pagare i noli, o cento cinquanta o vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il banco di messer Iacopo Gallo, per pagare e' noli dei sopradetti marmi; et venendo in questo tempo scarpellini da Fiorenza, i quali avevo ordinati per detta sepultura, de' quali ne è ancora vivi qualcuno, et avendofornita la casa che m'aveva data Iulio dietro a Santa Caterina, di letti et altre masserizie per gli omini del quadro et per altre cose per detta sepultura, mi parea senza denari essere molto impacciato; et stringiendo il Papa a seguitare il più che potevo, mi fecie una mattina che io ero per parlargli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un palafreniere. Come uno vescovo luchese che vidde questo atto, disse al palafreniere: «Voi non conosciete costui?» E 'l palafreniere mi disse: «Perdonatemi, gentilomo, io ò commessione di fare così.» Io me ne andai a casa, e scrissi questo al Papa: — «Beatissimo Padre: io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della vostra Santità; onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a Roma.» — E mandai questa lettera a messere Agostino scalco che la déssi al Papa; et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et facevami masserizie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che stava pur meco, et dissi loro: «Andate per un giudeo, e vendete ciò che è in questa casa, et venitevene a Firenze;» et io andai, et montai in su le poste, et anda'mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e' quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre ore di notte, e presentornomi una lettera del Papa, la quale diceva: — «Súbito vista la presente, sotto pena de la nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma.» — Volsono i detti cavallari che io rispondessi, per mostrare d'avermi trovato. Risposi al Papa, che ogni volta che m'osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei; altrimenti non sperassi d'avermi mai. E standomi di poi in Firenze, mandò Iulio tre Brevi[407]alla Signoria. All'utimo la Signoria mandò per me e dissemi: — «Noi non vogliamo pigliare la guerra per te contra papa Iulio: bisogna che tu te ne vadi; et se tu vuoi ritornare a lui, noi ti faremo lettere di tanta autorità, che quando faciessi ingiuria a te, la farebbe a questa Signoria.» — Et così mi fecie: et ritornai al Papa: et quel che seguì sarie lungo a dire. Basta, che questa cosa mi fecie danno più di mille ducati, perchè partito che io fui da Roma, ne fu gran rumore con vergogna del Papa; et quasi tutti e' marmi che io avevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i pezzi piccoli; ond'io n'ebbi a rifare un'altra volta: in modo ch'io dico e afermo, che o di danni o interessi io resto avere dalle rede di papa Iulio cinquemila ducati: et chi m'à tolta tutta la mia giovineza et l'onore et la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scrittoinnanzi, l'imbasciadore d'Urbino mi manda a dire che io aconci la coscienza prima, e poi verrà la retificagione del Duca. Innanzi che e' mi facessi dipositare 1400 ducati, non diceva così. In queste cose ch'io scrivo, solo posso errare ne' tempi dal prima al poi, ogni altra cosa è vera, meglio che io non scrivo.
Prego vostra Signoria, per l'amor di Dio e della verità, quando à tempo, lega queste cose, acciò quando acadessi mi possa col Papa difendermi da questi che dicon male di me, senza notizia di cosa alcuna, e che m'ànno messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo con le false informazioni. Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me, fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino: et questa fu causa che non seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi: et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che aveva dell'arte, l'aveva da me.
Archivio Buonarroti.Di Roma, ( d'ottobre 1542).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Messer Luigi. — Io credo che vostra Signoria abbi comodità d'intendere in Palazzo a che termine è la cosa mia circa la retificagione che sapete: però prego quella, possendo, il facci; chè mi sarà grandissimo piacere; perchè, come ve n'ò scritto un'altra volta, non posso vivere non che dipigniere; e penso, sendo mandato qua uno dal Duca, e non la avendo portata, che l'abbia a esser cosa lunga, e che sie messo nel capo al Papa qualche cosa da ritardarla. Però, quando potete, vi prego m'avisiate di qualche cosa.
VostroMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Roma, ( d'ottobre 1542).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Messer Luigi, amico caro. — Io mi son resoluto, poichè ò visto che la retificagione non viene, di starmi in casa a finire le tre figure come son d'acordo col Duca, e tornami molto meglio che stracinarmi ogni dì a Palazzo: e chi si vuol crucciar, si crucci. A me basta aver fatto in modo che 'l Papa non si può doler di me. E a me la retificagione non era piacer nessuno, ma a sua Santità, volendo ch'i' dipignessi. Basta, io non sono per entrar tra quella e 'l Duca, e se ella à visto che io ò abbandonato la sua pittura, manda per l'imbasciadore, sare' forse buono avisarlo della risoluzione che ò fatta, acciò sappi che rispondere, quando vi paia: e per questo vi scrivo tal cosa.
VostroMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 17 d'ottobre 1542.
A Monsignor .... datario.[409]
Reverendo e magnifico signor Datario. — Io resto avere della provisione ordinaria che mi dà nostro Signore delli scudi 50 il mese, la paga di otto mesi, cioè da febraro in qua, che sono per tutto il presente mese scudi quatrocento d'oro in oro italiani; quali vi piacerà pagare per me a Salvestro da Montauto e Compagnia, et così seguitare mese per mese di dar loro la paga ordinaria, pigliandone quitanza: che saranno bene dati, et io di così mi contento. Et a vostra Signoria reverenda et magnifica mi racomando, e prego Iddio che li conceda quello desidera.
Di casa mia dal Macello de' Corvi, addì 17 d'ottobre 1542.
A' comandi di vostra SignoriaMichelagniolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti.Di Roma, (1543).
A messer Luigi del Riccio, amico anzi patrone onorando in Roma.
Messer Luigi mio caro. — Perchè io so che voi siate maestro di cerimonie, tanto quant'io ne sono alieno; avend'io ricevuto da monsignor di Todi[410]il presente che vi dirà Urbino, vi prego, facendovene parte e credendo che siate amico di sua Signoria, quando vi vien bene, in nome mio la ringraziate con quella cerimonia che v'è facile a fare, e dura (a me): e fateme debitore di qualche berlingozzo.
VostroMichelagniolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 26 di febbraio 1544.
(Al Castellano di Sant'Angelo di Roma).
Monsignore Castellano. — Circa il modello di che si disputò ieri, io non dissi interamente l'animo mio, del quale io sono richiesto da vostra Signoria, perchè mi pareva troppo offendere quelle persone a chi io porto grandissima afezione; e questo è il capitano Giovan Francesco,[412]con il quale in qualche cosa non convengo seco; perchè e' bastioni cominciati mi pare che con la ragione et con la forza si possino difendere et seguitare; et nol faccendo, dubito si facci molto peggio; perchè in tanti pareri et modegli vari mi pare che abbino messo in gran confusione il Papa et in tal fastidio, che non si risolvendo a cosa nessuna, potrebbe non seguitare a questo modo, nè fare a quell'altro; che sarebbe gran male e poco onore di sua Santità. Però, come è detto, a me pare di seguitare, non dico particularmente quel che è cominciato, ma solo l'andamento del Monte, migliorando qualcosa, senza danno del fatto, col consiglio del capitano Giovan Francesco detto, per avere occasione di levare via il governo che vi è, se è come si dice, e mettervi detto capitano Giovan Francesco; il quale ò per valente e dabbene in tutte le cose. E quando questo si facci, io me gli offero per l'onore del Papa, poi che più volte son richiesto non come compagnio, ma come ragazo in tutte le cose.
Dagli Spinegli a Castello non farei altro ch'un fosso, perchè il corridor basta, quando sia aconcio bene.[413]
Addì XXVJ di febraro 1544.
Servitore di vostra SignoriaMichelagniolo Buonarroti.
Raccolta del cav. Palagi in Firenze.Di Roma, ( 1544).
(A papa Paolo III).[414]
Beatissimo Patre. — Come quella à 'nteso per el capitolo di Vetruvio, l'architettura non è altro che ordinazione e disposizione et una bella spezie et un conueniente consenso de' membri dell'opera, et conueneuoleza et distribuzione.
Et prima: qui non è ordinazione nessuna; perchè l'ordinazione è una piccola comodità de' membri dell'opera separatamente et uniuersalmente posti, di consenso apparechiati; anzi c'è tutto disordine dentro, perchè li membri di detta cornicie sono sproporzionati infra loro, nè ànno conuenienza l'uno all'altro.
Seconda: qui non è disposizione alcuna. La disposizione è una certa collocazione elegantemente composta secondo la qualità (e) efetto dell'opera. Qui non è qualità nessuna per l'opera fatta, e fatta secondo le regole di Vetruvio: et questa cornice acusa più presto qualità barbara o altrimenti.
Terza: una bella spezie de la comodità della composizione de' membri in aspetto: in questa non si vede comodità nessuna, anzi tutte scomodità: la prima scomodità si è che la minaccia di una grossa spesa da non finir mai detta opera; seconda scomodità è, che la minaccia tirare quella facciata del palazzo a terra. Apresso tre sono le spezie della cornice; doriche, ioniche e corintie. Questa non è di nessuna di queste tre generazioni, ma è bastarda.
Quarta è dell'opera e de' membri un conueniente consenso, che le parte separatamente rispondino all'uniuersa spezie della figura, con la rata parte: in essa cornice non c'è menbro nessuno che risponda con la rata parte al tuttodella cornice, perchè le mensole son piccole e rare a simile grandeza, el fregio è piccolo a sì gran capassa, e 'l bastone da basso è piccolissimo a tanto volume.
Quinta è el decoro, (che) è uno amendato aspetto nell'opere provar le cose composte con alturità detta conueneuoleza. In questa cornice non è conueneuoleza alcuna, anzi u'è tutta sconueneuoleza: prima aparisce quel gran capo sun una piccola facciata, e maggiore el capo ch'el resto, e non conuiene sì gran capo a sì poca alteza; l'altra la mana del modano non accompagna colla mano del morto: è un altro fare.
Sesta, distribuzione: la distribuzione secondo l'abondanzia delle cose, de' loci (sic) una comoda dispensazione. Qui si vede non essere ben dispensato niente, ma dispensato ogni cosa a caso e secondo el capriccio che gli è tocco, in un lato è stato largo a dispensare et in un altro loco è stato parco. Questo è quanto m'occorre circa a questo dire a vostra Santità, alla quale umilmente i' bacio e' piedi: e se no' mi fo uedere inanzi a vostra Santità, n'è causa el mal mio, che quante uolte sono uscito, sempre son ricascato.
Egli è un altro grado di distribuizione quan(do) l'opera sarà fatta secondo l'uso del patre della famiglia, et secondo l'abundanzia de' danari, et secondo l'eleganzia e degnità sua, li edificii sieno ordinati alti; imperò che altrimenti si uede che bisogna constituire le case della città et altrimenti quelle delle possessione rustice, doue si ripongano li frutti; non al medesimo modo alli usurai, altrimenti alli ricchi et dilicati e potenti, e' quali con le loro cogitazione gouernano la republica; atte a quell'uso siin collocate. Le distribuizione delli edificii senza manco son da fare che siino atte secondo el grado di tutte le persone.
Archivio Buonarroti.Di Roma, ( di gennaio 1545).
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Messer Luigi, signor mio caro. — I' mando Gabbriello che sta meco a vostra Signoria che gli dia i danari di che sapete: è fidato; potete dargliene sicuramente. Altro non m'acade. Son guarito,[415]e spero vivere ancora qualche anno, poichè il Cielo à messo la mia sanità in man di maestro Baccio[416]e nel trebbian degli Ulivieri.[417]
Servitore di vostra SignoriaMichelagnioloal Macel dei Corvi.
Museo Britannico.Di Roma, 25 di gennaio 1545.
Magnifici messer Salvestro da Monteauto e compagni di Roma per l'adrieto, e per loro Antonio Covoni e compagni. — Sarete contenti pagare a Raffaello da Monte Lupo scultore scudi cinquanta di moneta a iuli dieci per iscudo, che sono per ogni resto di quello potessi adomandare per fattura delle tre statue di marmo fatte e messe a Santo Pietro in Vincola nella sepultura di papa Iulio; cioè, per una Nostra Donna col Putto in braccio e una Sibilla e un Profeta; delle quali secondo le convenzione resterebbe avere scudi cento settanta; ma perchè per essere stato malato e non aver possuto e aver fatto lavorare a altri, siamo convenuti d'accordo darli questi scudi cinquanta per ogni resto: che di così piglierete la quitanza, ponendogli a conto degli scudi cento settanta che vi restano in deposito per detto conto. Da Roma, alli venticinque di gennaro 1545, a Nativitate.
VostroMichelagniolo Buonarrotidi mano propia.