Chapter 20

Vista per me Hieronimo Tiranno, Oratore ducale d'Urbino, et approvata in quanto li detti cinquanta scudi gli siano debiti secondo il tenor del contratto fatto con detto messer Raphaello per mano del Cappello, et non altrimenti, nè per altro modo. Dato come di sopra alli 27 di gennaio 1545.Il medesimo Hieronimo Tiranno.

Vista per me Hieronimo Tiranno, Oratore ducale d'Urbino, et approvata in quanto li detti cinquanta scudi gli siano debiti secondo il tenor del contratto fatto con detto messer Raphaello per mano del Cappello, et non altrimenti, nè per altro modo. Dato come di sopra alli 27 di gennaio 1545.

Il medesimo Hieronimo Tiranno.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (26 di gennaio 1545).

(A messer Luigi del Riccio).

A non parlar qualche volta, sebbene scorretto in gramatica, mi sarebbe vergogna, sendo tanto pratico con voi. Il sonetto di messer Donato[420]mi par bello quante cosa fatta a' tempi nostri; ma perch'io ò cattivo gusto, non posso far neanco stima d'un panno fatto di nuovo, benchè romagnuolo, che delle veste usate di seta e d'oro che farén parer bello un uom da sarti.

Scrivetegniene e ditegniene e dategniene e racomandatemi a lui.

Biblioteca Nazionale di Firenze.Di Roma, 3 di febbraio 1545.

(A messer Salvestro da Montauto in Roma).

Magnifici messer Salvestro et Compagnia di Roma per l'adrieto. — Come vi è noto, essendo io occupato per servizio di nostro Signore papa Paulo terzo in dipignere la sua nuova Cappella, et non possendo dare perfezione alla sepultura di papa Iulio secondo in Santo Pietro in Vincola; interponendosi la prefata Santità di nostro Signore, di consenso e per convenzione fatta con il magnifico Hieronimo Tiranno, oratore dell'illustrissimo signor Duca d'Urbino; alla quale convenzione dipoi sua Eccellenza retificò; depositai presso di voi più somme di danari per fornire detta opera, dei quali Raffaello da Monte Lupo ne aveva avere scudi 445 di iuli dieci per scudo, per resto di scudi 550 simili; et questi per fornire cinque statue di marmo da me cominciate e sbozzate, e per il prefato ambasciatore del Duca d'Urbino allogategli: cioè, una Nostra Donna con il Putto in braccio, una Sibilla, un Profeta, una Vita attiva, e una Vita contemplativa: come di tutto appare contratto per mano di messer Bartolomeo Cappello notaro di Camera, sotto dì XXI d'agosto 1542. Delle quali cinque statue, avendo nostro Signore a mia preghiera e per mia sodisfazione concessomi un poco di tempo, ne forni' dua di mia mano, cioè la Vita contemplativa e l'attiva, per il medesimo prezo che aveva a fare il detto Raffaello e dei medesimi danari che aveva avere lui. E dipoi il detto Raffaello à fornite le altre tre e messe in opera, come in detta sepultura si vede. Per il che gli pagherete a suo piacere scudi cento settanta di moneta a iuli dieci per iscudo che vi restano in mano di detta somma, pigliando da lui quitanza finale, etiam per mano di detto notaro, per la quale si chiami di detta opera sodisfatto et interamente pagato: et poneteli a conto di detta somma che vi resta in mano.Et bene valete.

Da Roma, ai 3 di febraio 1545, a Nativitate.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 13 di marzo (1545).

A messer Luigi del Riccio in Roma.

E oggi a dì tredici di marzo ò ricevuti scudi cento dal Melighino per la mia provvigione di Gennaio e Febbraio passati.

Messer Luigi. — Io non ò mai avuti danari dal Meligino, che io non abbi fatto la quitanza: però se io pigliassi errore, si può riconoscere per le quitanze di mia mano.

VostroMichelagniolo Buonarroti.

Archivio Buonarroti.Di Roma,    (1545).

A messer Luigi del Riccio.

L'amico nostro morto parla e dice: se 'l Cielo tolse ogni bellezza a tutti gli altri uomini del mondo per far me solo, come fece, bello, e se per legge divina al dì del gudicio io debba ritornare il medesimo che vivo so' stato; ne seguita, che la bellezza che m'à data, non la può rendere a chi e' l'à tolta, ma che io debba esser bello più che gli altri in eterno e lor bruti. E questo è el contrario del concetto che mi dicesti ieri, e l'uno è favola, e l'altro è verità.

VostroMichelagniolo Buonarroti.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1545).

(A Luigi del Riccio).

Io vi rimando i melloni col polizino; el disegno non ancora, ma lo farò a ogni modo come posso meglio disegnare. Racomandatemi a Baccio, e ditegli che se io avessi avuto qua di quegli intingoli che e' mi dava costà, ch'i' sarei oggi un altro Graziano. E lo ringraziate da mia parte.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1545).

(A messer Luigi del Riccio in Roma).

Messer Luigi. — Io vi prego mi mandiate l'ultimo madrigale che non intendete, acciò che io lo raconci, perchè 'l sollecitatore de' polizini, che è Urbino, fu sì pronto, che non me lo lasciò rivedere.

Circa l'esser domani insieme, io fo mie scuse con esso voi, perchè il tempo è cattivo e ò faccenda in casa. Farem poi quel medesimo che faremo domani, questa quaresima a Lungezza[424]con una grossa tinca.[425]

Archivio Buonarroti.Di Roma,    (1545).

(A messer Luigi del Riccio in Roma).

Messer Luigi. — Io mi racomando a voi e a chi voi amate. Messer Giuliano e messer Ruberto[427]che mi scrivete, io son lor servidore, e se io non fo quello che si conviene, fuggo i creditori, perchè ò gran debito e pochi danari.

Archivio Buonarroti.Di Roma,    (1545).

(A Luigi del Riccio).

Messer Luigi, amico caro. — Io vi prego, che quand'io vengo costà, che voi facciate a me quel ch'io fo a voi, quando venite qua. Voi mi fate venire a darvi noia e non mel fate dire; in modo ch'i' resto un bufolo prosuntuoso infino ne' servidori.

Io credo giovedì dare ordine da tirar le figure[428]a San Piero in Vincola, come v'ò detto altre volte: e perchè io le voglio tirar co' danari che vi restano in mano di dette figure, mi par ch'io facci un mandato di detti danari, e che l'imbasciadore lo segni, acciò non si possa mai nè a voi nè a me dir niente. Però io vi prego facciate una minuta, come vi par che abbia a star detto mandato.

Ier mattina io non conoscevo il figliuol di messer Bindo Altoviti, e voi se 'l volevi menare qua, lo potevi dire liberamente, perchè io mi tengo servidore di messer Bindo e di tutti e' sua.

Biblioteca Nazionale di Firenze.Di Roma,    (1545).

A messer Salvestro da Montauto in Roma.

Magnifico messer Salvestro da Montauto e compagni di Roma per l'adrietro, e per loro Antonio Covoni e compagni. — Del pagamento delle tre figure di marmo, che à fatte over finite Raffaello da Montelupo scultore, vi resta in deposito scudi cento settanta di moneta, cioè di 10 iuli l'uno, et avendole detto Raffaello, come è detto, finite et messe in opera a San Piero in Vincola nella sepultura di papa Iulio, sarete contenti per l'ultimo suo pagamento pagarli a suo piacere i sopra detti cento settanta scudi, perchè à fatto tutto quello a che s'era obrigato delle tre figure dette, cioè una Nostra Donna col Putto in braccio, un Profeta e una Sibilla, tutte qualcosa più ch'el naturale.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1545).

A messer Luigi del Riccio.

Messer Luigi. — Voi sapete che 'l fuoco à scoperto una parte della Cappella:[430]però a me pare, che la si debba ricoprire nel modo che stava, più presto che si può, salvaticamente, se non altrimenti, per insino a tempo nuovo, per rispetto delle piogge, che non solamente guaston le pitture, ma muovono anche le mura. E perchè la se ne va in terra per l'ordinario, queste non gli sarebbon punto a proposito. Io scrivo questo, acciò che il Papa non sie messo in qualche grande spesa a utilità più d'altri, che della Cappella. Però vi prego, o che parlando al Papa lo facciate intendere, o per via di messer Aurelio, al quale ancora vi prego mi racomandiate.

VostroMichelagniolo.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1545).

(Alla Vittoria Colonna, marchesana di Pescara in Roma).

Volevo, Signora, prima che io pigliassi le cose che vostra Signoria m'à più volte volute dare, per riceverle manco indegnamente che io potevo, far qualche cosa a quella di mia mano: dipoi riconosciuto e visto che la grazia di Iddio non si può comperare, e ch'el tenerla a disagio è peccato grandissimo; dico mia colpa e volentieri dette cose accetto: e quando l'àrò, non per averle in casa, ma per essere io in casa loro, mi parrà essere in paradiso: di che ne resterò più obrigato, se più posso essere di quel ch'i' sono, a vostra Signoria.

L'aportatore di questa sarà Urbino che sta meco, al quale vostra Signoria potrà dire quando vuole ch'i' venga a vedere la testa e' à promesso mostrarmi. E a quella mi racomando.

Michelagniolo Buonarroti.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1545).

(Alla Vittoria Colonna in Roma).

Signora Marchesa. — E' non par, sendo io in Roma, che egli accadessi lasciar il Crocifisso[433]a messer Tommao[434]e farlo mezzano fra vostra Signoria e me suo servo, acciocchè io la serva, e massimo avendo io desiderato di far più per quella che per uomo che io conoscessi mai al mondo; ma l'occupazione grande in che sono stato, e sono, non à lasciato conoscer questo a vostra Signoria: e perchè io so che ella sa che amore non vuol maestro, e che chi ama non dorme, manco accadeva ancora mezzi: e benchè e' paressi che io non mi ricordassi, io facevo quello ch'io non diceva per giugnere con cosa non aspettata. È stato guasto il mio disegno:Mal fa chi tanta fè sì tosto oblia.

Servitore di vostra SignoriaMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1545).

(A messer Luigi del Riccio).

Messer Luigi. — Quello amico, se di quel parlate, sia il benvenuto se gli è tornato; e perchè me n'avete detto tanto male voi con messer Donato insieme, m'è piovuto in sul fuoco. Però da qui inanzi guardatevi dall'offerire. Domani dopo desinare verrò a voi, e farò quanto mi comanderete.

Archivio Buonarroti.Di Firenze, (    di dicembre 1545).

A messer Luigi del Riccio, amico caro in Lione.

Messer Luigi, amico caro. — A tutti i vostri amici duole assai il vostro male, e più, non ve ne possendo aiutare, e massimo a messer Donato e a me. Ma pure speriamo che abbi a esser piccola cosa, che a Dio piaccia.

Per un'altra vi scrissi, come se stavi molto a tornare, che io pensavo venirvi a vedere; e così vi raffermo: perchè avendo io perduto il porto di Piacenza,[435]e non possendo stare a Roma senza entrata, penso di consumar più presto quel poco che io ò su per le osterie, che stare aggranchiato a Roma com'un furfante. Però son disposto, non accadendo altro, dopo pasqua d'Agnello andare a Santo Iacopo di Galizia, e non sendo voi tornato, di far la via d'onde intenderò che siate.

Urbino à parlato a messer Aurelio e parlerà di nuovo; e per quello che mi dice, àrete per la sepultura di Cecchino[436]il luogo dove avete desiderato: e detta sepultura è al fine, e riuscirà cosa bella.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

(Di mano del Del Riccio.)1545. Di messer Michelagnolo Buonarroti dirizzata e tornata da Lione a dì 22 di dicembre.

(Di mano del Del Riccio.)

1545. Di messer Michelagnolo Buonarroti dirizzata e tornata da Lione a dì 22 di dicembre.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (del marzo 1546).

A messer Luigi del Riccio in Roma.

Messer Luigi, amico carissimo. — Io mi ero resoluto, come sapete, di tôrre per giusto prezzo le possessione de' Corboli.[437]Ora me ne tiro a dietro: e la cagione è questa, che oltre a la decima, ànno venti cinque scudi d'albitrio, che mi sare' posto venti cinque volte l'anno. Però io non vi voglio più tenere sospesi; sì che fatene il fatto vostro, come meglio potete. E a voi mi racomando.

VostroMichelagniolo.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 26 d'aprile 1546.

Al Cristianissimo Re di Francia.

Sacra Maestà. — Io non so qual si sie più o la grazia o la maraviglia che vostra Maestà si è degnata scrivere a un mie pari, e più ancora a richiederlo delle sua cose non degnie non c'altro del nome di vostra Maestà: ma come si sieno, sappi vostra Maestà che molto tempo è che ò desiderato servir quella, ma per non l'avere avuto a proposito, come non è stato in Italia all'arte mia, non l'ò potuto fare. Ora mi trovo vechio e per qualche mese ocupato nelle cose di papa Pagolo; ma se mi resta dopo tale ocupazione qualche spazio di vita, quello che ò desiderato, come è detto, più tempo di fare per vostra Maestà m'ingegnierò metterlo a effetto, cioè una cosa di marmo, una di bronzo, una di pittura. E se la morte interrompe questo mio desiderio, e che si possa sculpire o dipigniere nell'altra vita, non mancherò di là, dove più non s'invechia. Ed a vostra Maestà prego Dio che doni lunga e felice vita. Di Roma, il giorno XXVI d'aprile MDXLVI.

Di vostra Cristianissima Maestà

Umilissimo servitoreMichelagniolo Buonarroti.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1546).

(A messer Luigi del Riccio).

Messer Luigi. — E' vi pare che io vi risponda quello che voi desiderate, quando bene e' sia il contrario. Voi mi date quello che io v'ò negato, e negatemi quello che io v'ò chiesto. E già non peccate per ignoranza mandandomelo per Ercole, vergogniandovi a darmelo voi.

Chi m'à tolto alla morte, può ben anche vituperarmi; ma io non so già qual si pesi più o 'l vitupero o la morte. Però io vi prego e scongiuro per la vera amicizia che è tra noi, che non mi pare che voi facciate guastare quella stampa[439]e abbruciare quelle che sono stampate; e che se voi fate bottega di me, non la vogliate far fare anche a altri; e se fate di me mille pezzi, io ne farò altrettanti, non di voi, ma delle cose vostre.

Michelagniolo Buonarroti.

Non pittore nè scultore nè architettore, ma quel che voi volete, ma non briaco, come vi dissi in casa.

Archivio di Santa Maria Nuova.Di Roma, 19 d'aprile 1549.

(A Benvenuto Ulivieri in Roma).[440]

Magnifici messeri, Benvenuto e compagni di Roma. — Piaceravvi pagare a messere Bartolomeo Bettini e compagni scudi venti dua d'oro in oro ogni mese; cominciando la prima paga del mese di gennaro prossimo passato, che saranno ben pagati, perchè da detti Bettini me ne vaglio mese per mese; che sono li scudi venti dua per mese d'oro in oro che vi sono rimessi del mio Notariato del civile di Romagnia: e così piaccia a vostra Signoria di seguire, fino che altro non acade. A dì diciannove d'aprile 1549.

IoMichelagniolo Buonarrotidi mano propria.[441]

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1549).

A messer Benedetto Varchi.[442]

Messer Benedetto. — Perchè e' paia pure che io abbia ricevuto, come ò, il vostro Libretto, risponderò qualche cosa a quel che e' mi domanda,[443]benchè ignorantemente. Io dico che la pittura mi pare più tenuta buona, quanto più va verso il rilievo, et il rilievo più tenuto cattivo, quanto più va verso la pittura: et però a me soleva parere che la scultura fussi la lanterna della pittura, et che dall'una all'altra fussi quella differenza ch'è dal sole alla luna. Ora, poi che io ò letto nel vostro Libretto, dove dite, che, parlando filosoficamente, quelle cose che ànno un medesimo fine, sono una medesima cosa; sono mutato d'oppinione: et dico, che se maggiore iudicio et difficultà, impedimento et fatica non fa maggiore nobiltà; che la pittura et scultura è una medesima cosa: et perchè ella fussi tenuta così, non doverrebbe ogni pittore far manco di scultura che di pittura; e 'l simile, lo scultore di pittura che di scultura. Io intendo scultura, quella che si fa per forza di levare: quella che si fa per via di porre, è simile alla pittura: basta, che venendo l'una e l'altra da una medesima intelligenza, cioè scultura et pittura, si può far fare loro una buona pace insieme, et lasciar tante dispute; perchè vi va più tempo, che a far le figure. Colui che scrisse che la pittura era più nobile della scultura, s'egli avessi così bene inteso l'altre cose ch'egli ha scritte, le àrebbe meglio scrittela mia fante. Infinite cose, et non più dette, ci sarebbe da dire di simili scienze; ma, come ho detto, vorrebbono troppo tempo, et io n'ho poco, perchè non solo son vechio, ma quasi nel numero de' morti: però priego mi abbiate per iscusato. E a voi mi racomando et vi ringrazio quanto so et posso del troppo onore che mi fate, et non conveniente a me.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, (    1549).

(A messer Luca Martini).[444]

Magnifico messer Luca. — I' ò ricevuto da messer Bartolommeo Bettini una vostra con un Libretto, comento di un sonetto di mia mano.[445]Il sonetto vien bene da me, ma il comento viene dal Cielo; e veramente è cosa mirabile, non dico al giudizio mio, ma degli uomini valenti, e massimamente di messer Donato Giannotti, il quale non si sazia di leggerlo: ed a voi si racomanda. Circa il sonetto, io conosco quello ch'egli è; ma come si sia, non mi posso tenere che io non ne pigli un poco di vanagloria, essendo stato cagione di sì bello e dotto Comento. E perchè nell'autore di detto, sento per le sue parole e lodi d'essere quello ch'io non sono, prego voi facciate per me parole verso di lui come si conviene a tanto amore, affezione e cortesia. Io vi prego di questo, perchè mi sento di poco valore; e chi è in buona oppenione, non debbe tentare la fortuna; e meglio è tacere, che cascare da alto. Io son vechio, e la morte m'à tolti i pensieri della giovaneza; e chi non sa che cosa è la vechieza, abbia tanta pazienza che v'arrivi; che prima nol può sapere. Racomandatemi, come è detto, al Varchi, come suo affezionatissimo, e delle sue virtù, e al suo servizio dovunque io sono.

Vostro e al servizio vostro in tutte le cose a me possibili.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Biblioteca Nazionale di Firenze.Di Roma, (    d'ottobre 1549).

A Giovan Francesco, prete in Santa Maria in Firenze.

Messer Giovan Francesco. — Perchè è assai tempo che io non v'ò scritto, ora per mostrarvi per questa che io son vivo, e per intendere per una vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi, e racomandomi a voi, e prégovi che questa va a messer Benedetto Varchi, luce e splendore della Accademia fiorentina, che gniene diate, e ringraziatelo da mia parte quel più ch'io non fo nè posso io. Altro non mi acade. Scrivetemi qualche cosa.

Standomi a questi dì in casa molto appassionato, fra certe mia cose, trovai un numero grande di quelle cose[447]che già vi solevo mandare: delle quali ve ne mando quattro, forse mandate altre volte.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Museo Britannico.Di Roma, (    d'ottobre 1549).

A Giovan Francesco (Fattucci), prete in Santa Maria in Firenze.[448]

Messer Giovan Francesco. — Perchè è pure assai tempo che io non v'ò scritto, per mostrarvi per questa come ancora son vivo, e per intendere per una vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi; e racomandomi a voi, e pregovi che questa che va a messer Benedetto Varchi, luce e splendore della Accademia fiorentina, perchè stimo sia molto amico vostro, gniene diate, e ringraziatelo da mia parte quel più che io non fo nè posso far io.

E perchè standomi a questi dì molto malcontento in casa, cercando fra certe mie cose, mi venne alle mani un numero grande di quelle frascherie,[449]che già solevo mandarvi altre volte; delle quali ve ne mando quattro, forse mandatevi altre volte. Voi direte bene che io sia vecchio e pazo: e io vi dico, che per istar sano e con manco passione, non ci trovo meglio che la pazzia. Però non ve ne maravigliate: e rispondetemi qualche cosa, ve ne priego: e sono sempre

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma ( d'ottobre 1549).

A meser Giovan Francesco Fattucci, prete di Santa Maria del Fiore, amico carissimo a Firenze.

Messer Giovan Francesco, amico caro. — Benchè da più mesi in qua non ci siamo scritti niente, non è però dimenticata la lunga et buona amicizia, et che io non desideri il vostro bene, come sempre ò fatto, et che io non v'ami con tutto il core, et più per gl'infiniti piaceri ricevuti. Circa la vechieza, in che noi egualmente ci troviamo, àrei caro di sapere come la parte vostra vi tratta, perchè la mia non mi contenta molto: però vi prego mi scriviate qualche cosa. Voi sapete come abbiamo Papa nuovo, e chi: di che se ne rallegra tutta Roma, grazia di Dio, et non se ne aspetta altro che grandissimo bene, massime pe' poveri, per la sua liberalità. Circa le cose mie àrei caro, et farestimi grandissimo piacere, che m'avvisassi come le cose di Lionardo vanno, et della verità senza rispetti, perchè è giovane e stonne con gelosia, et più per essere solo et senza consiglio. Altro non m'acade, salvo che a questi dì messer Tomao de' Cavalieri m'ha pregato ch'io ringrazi da sua parte il Varchi per un certo libretto[451]mirabile che c'è di suo in istampa, dove dice che parla molto onorevolmente di lui, et non manco di me; et àmmi dato un sonetto fattogli da me in quei medesimi tempi, pregandomi che io gliene mandi per una giustificazione; il qual vi mando in questa: se vi piace, date; se no, datelo al fuoco, et pensate che io combatto colla morte, et che io ò il capo a altro: pure bisogna alle volte far così. Del farmi tanto onore detto messer Benedetto ne' suoi sonetti, come è detto, vi prego lo ringraziate, offerendogli quel poco che io sono.

VostroMichelagnioloin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 1 d'agosto 1550.

(A messer Giovan Francesco Fattucci in Firenze).[452]

Messer Giovan Francesco, amico caro. — Accadendomi iscrivere costà a Giorgio pittore, piglio sicurtà di darvi un poco di noia; cioè che gli diate la lettera che sarà in questa, stimando che sia amico vostro: e per non essere troppo breve nello iscrivervi, non avendo da scrivere altro, vi mando qualche una delle mie novelle[453]che io iscrivevo alla marchesa di Pescara, la quale mi voleva grandissimo bene, e io non meno a lei. Morte mi tolse uno grande amico. Altro non mi acade. Stommi a lo usato, sopportando con pazienza e' difetti della vechieza. Credo così facciate voi. Addì primo d'agosto 1550.

Di Roma, 1 d'agosto 1550.

A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze.

Messer Giorgio, amico caro. — Circa al rifondare San Piero a Montorio,[455]come il Papa non volse intendere, non ve ne scrissi niente, sapendo voi essere avisato dall'uomo vostro di qua. Ora mi accade dirvi quello che segue, e questo è, che iermattina, sendo il Papa andato a detto Montorio, mandò per me. Non fu' a tempo: riscontra'lo in sul ponte che tornava. Ebbi lungo ragionamento seco circa le sepulture allogatevi, e all'ultimo mi disse che era resoluto non volere metter dette sepulture in su quel monte, ma nella chiesa de' Fiorentini; e richiesemi di parere e di disegno, et io ne lo confortai assai, stimando che per questo mezzo detta chiesa s'abbi a finire. Circa le vostre tre ricevute, non ho penna da rispondere a tante altezze; ma se avessi caro di essere in qualche parte quello che mi fate, non l'àrei caro per altro, se non perchè voi avessi un servitore che valessi qualche cosa. Ma io non mi maraviglio, sendo voi risucitatore d'uomini morti, che voi allunghiate vita a' vivi, ovvero che i malvivi furiate per infinito tempo alla morte. Per abbreviare io sono tutto vostro, com'io sono.

A dì 1 d'agosto 1550.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 22 d'agosto 1550.

A messer Giorgio Vasari, amico e pittore singolare.

Messer Giorgio, amico caro. — Io ebbi molti giorni sono una vostra: non risposi súbito per non parer mercatante. Ora vi dico, che delle molte lodi che per la detta mi date, se io ne meritassi sol una, mi parrebbe, quand'io mi vi dètti in anima et in corpo, avervi dato qualche cosa, e aver sodisfatto a qualche minima parte di quello che io vi son debitore; dove vi ricognosco ogni ora creditore di molto più che io non ò da pagare; e perchè son vechio, oramai non spero in questa, ma nell'altra vita poter pareggiare il conto: però vi prego di pazienza.

Circa all'opera vostra,[456]io sono stato a veder Bartolommeo, e parmi che la vadi tanto bene, quant'è possibile. Lui lavora con fede e con amore e è valente giovane, come sapete, e tanto da bene, che e' si può chiamare l'angelo Bartolommeo.

A dì 22 d'agosto 1551.

VostroMichelangniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 13 d'ottobre 1550.

A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze.

Messer Giorgio, signor mio caro. — Súbito che Bartolommeo[457]fu giunto qua, andai a parlare al Papa; e visto che voleva far rifondare a Montorio per le sepulture, proveddi d'un muratore di Santo Pietro. El Tantecose[458]lo seppe, e volsevi mandare uno a suo modo. Io, per non combattere con chi dà le mosse a' venti, mi son tirato a dietro, perchè sendo uomo leggieri, non vorrei essere traportato in qualche macchia. Basta che nella chiesa de' Fiorentini non mi pare s'abbi più a pensare. Tornate presto e sano. Altro no' mi accade.

Addì 13 di ottobre 1550.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, (    1552).

(A Benvenuto Cellini).

Benvenuto mio. — Io vi ò conosciuto tant'anni per il maggior orefice che mai ci sia stato notizia, ed ora vi conoscerò per iscultore simile. Sappiate che messer Bindo Altoviti mi menò a vedere una testa del suo ritratto di bronzo,[460]e mi disse ch'ella era di vostra mano: io n'ebbi molto piacere; ma mi seppe troppo male ch'ella era messa a cattivo lume: che s'ella avesse il suo ragionevole lume, la si mostrerebbe quella bell'opera ch'ell'è.

Di Roma, d'aprile 1554.

A Giorgio Vasari.

Messer Giorgio, amico caro. — Io ò auto grandissimo piacere della vostra, visto che pur ancora vi ricordate del povero vechio, e più per essersi trovato al trionfo che mi scrivete, d'aver visto rinnovare un altro Buonarroto:[461]del quale aviso vi ringrazio quanto so e posso: ma ben mi dispiace tal pompa, perchè l'uomo non dee ridere, quando il mondo tutto piange: però mi pare che Lionardo non abbi molto giudicio e massimo per fare tanta festa d'uno che nasce, con quella allegrezza che s'à a serbare alla morte di chi è ben vissuto. Altro non m'acade. Vi ringrazio sommamente dell'amore che mi portate, benchè io non ne sia degno. Le cose di qua stanno pur così. A dì non so quanti d'aprile 1554.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 19 di settembre 1554.

A Giorgio Vasari.[462]

Messer Giorgio, amico caro. — Voi direte ben ch'io sie vechio e pazzo a voler fare sonetti: ma perchè molti dicono ch'io son rimbambito, ò voluto far l'uficio mio. Per la vostra veggio l'amor che mi portate: e sappiate per cosa certa ch'io àrei caro di riporre queste mia debile ossa a canto a quelle di mio padre, come mi pregate; ma partendo ora di qua, sarei causa d'una gran rovina della fabbrica di Santo Pietro, d'una gran vergognia e d'un grandissimo peccato. Ma come sie stabilito tutta la composizione che non possa esser mutata, spero far quanto mi scrivete, se già non è peccato tenere a disagio parechi giotti ch'aspetton ch'io mi parta presto.

A dì 19 di settembre 1554.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (    1555.)

(A messer Bartolomeo Ammannati).

Messer Bartolomeo, amico caro. — E' non si può negare che Bramante non fussi valente nella architettura, quanto ogni altro che sia stato dagli antichi in qua. Lui pose la prima pianta di Santo Pietro, non piena di confusione, ma chiara e schietta, luminosa e isolata atorno, in modo che non nuoceva a cosa nessuna del palazzo; e fu tenuta cosa bella, e come ancora è manifesto; in modo che chiunque s'è discostato da detto ordine di Bramante, come à fatto il Sangallo, s'è discostato dalla verità; e se così è, chi à occhi non appassionati, nel suo modello lo può vedere. Lui con quel circolo che e' fa di fuori, la prima cosa toglie tutti i lumi a la pianta di Bramante; e non solo questo, ma per sè non à ancora lume nessuno: e tanti nascondigli fra di sopra e di sotto, scuri, che fanno comodità grande a infinite ribalderie: come tener segretamente sbanditi, far monete false, impregniar monache e altre ribalderie, in modo che la sera, quando detta chiesa si serrassi, bisognerebbe venticinque uomini a cercare chi vi restassi nascosi dentro, e con fatica gli troverebbe, in modo starebbe. Ancora ci sarebbe quest'altro inconveniente, che nel circuire con l'aggiunta che il modello fa di fuora detta composizione di Bramante, saria forza di mandare in terra la cappella di Paolo, le stanze del Piombo, la Ruota e molte altre: nè la cappella di Sisto, credo, riuscirebbe netta. Circa la parte fatta dal circulo di fuori, che dicono che costò centomila scudi, questo non è vero, perchè con sedicimila si farebbe, e rovinandolo poca cosa si perderebbe, perchè le pietre fattevi e' fondamenti non potrebbero venire più a proposito, e migliorerebbesi lafabrica dugentomila scudi e trecento anni di tempo. Questo è quanto a me pare e senza passione; perchè il vincere mi sarebbe grandissima perdita. E se potete fare intendere questo al Papa, mi farete piacere, chè non mi sento bene.

VostroMichelagniolo.

[464]Osservando il modello del Sangallo, ne séguita ancora: che tutto quello che s'è fatto a mio tempo non vadi in terra, che sarebbe un grandissimo danno.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 11 di maggio 1555.

A messer Giorgio, pittore eccellentissimo in Firenze.

Io fu' messo a forza ne la fabrica di Santo Pietro, e ò servito circa otto anni non solamente in dono, ma con grandissimo mie danno e dispiacere: e ora che l'è avviata e che c'è danari da spendere, e che io sono per voltare presto la cupola, se io mi partissi, sarebbe la rovina di detta fabrica; sarebemi grandissima vergognia in tutta la Cristianità, e a l'anima grandissimo peccato: però, messer Giorgio mio caro, io vi prego che da mia parte voi ringraziate il Duca delle sue grandissime offerte che voi mi scrivete, e che voi preghiate suo' Signoria che con sua buona licenzia e grazia io possi seguitare qua tanto che io me ne possi partire con buona fama e onore e senza peccato.

Addì undici di magio 1555.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 22 di giugno 1555.

Al mio caro messer Giorgio Vasari in Firenze.

Messer Giorgio, amico caro. — A queste sere mi venne a trovare a casa un giovane molto discreto e da bene, cioè messer Lionardo,[467]cameriere del Duca, e fecemi con grande amore e affezione da parte di sua Signoria le medesime offerte che voi per l'ultima vostra. Io gli risposi il medesimo ch'i' risposi a voi, cioè che ringraziassi il Duca da mia parte di sì grande offerte, il più e 'l meglio che sapeva, e che pregassi sua Signoria che con sua licenzia io seguitassi qua la fabbrica di Santo Pietro fin che fussi a termine, che la non potessi esser mutata per dargli altra forma; perchè partendomi prima, sare' causa d'una gran rovina, d'una gran vergognia e d'un gran peccato; e di questo vi prego per l'amor di Dio e di Santo Pietro ne preghiate il Duca, e racomandatemi a sua Signoria. Messer Giorgio mio caro, io so che voi conoscete nel mio scrivere ch'io sono alle 24 ore, e non nasce in me pensiero che non vi sia dentro sculpita la morte: e[468]Idio voglia ch'i' la tenga ancora a disagio qualch'anno.

A dì 22 di giugno 1555.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 23 di febbraio 1556.

A messer Giorgio Vasari, amico caro in Firenze.

Messer Giorgio, amico caro. — Io posso male scrivere, ma pur per risposta della vostra dirò qualche cosa. Voi sapete come Urbino è morto:[469]di che m'è stato grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata, che dove in vita mi teneva vivo, morendo m'à insegnato morire, non con dispiacere, ma con desidéro della morte. Io l'ò tenuto ventisei anni, et òllo trovato realissimo e fedele; e ora ch'io l'avevo fatto ricco e che io l'aspettavo bastone e riposo della mia vechieza, m'è sparito; nè m'è rimasto altra speranza che rivederlo in paradiso. E di questo n'à mostro segno Iddio per la felicissima morte ch'egli à fatto: e più assai che 'l morire, gli è incresciuto il lasciarmi vivo in questo mondo traditore, con tanti affanni; benchè la maggior parte di me n'è ita seco, nè mi rimane altro che un'infinita miseria.[470]E mi vi racomando e prègovi, se non v'è noia, che facciate mie scusa con messer Benvenuto[471]del non rispondere alla sua, perchè m'abonda tanta passione in simil pensieri, ch'io non posso scrivere; e racomandatemi a lui, e io a vo' mi racomando. A dì 23 di febraio 1556.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 28 di maggio 1556.

A messer Giorgio Vasari, amico carissimo in Firenze.

Messer Giorgio. — Non ier l'altro parlai con messer Salustio[473]e non prima, perchè non è stato in Roma. Parmi che e' sia vòlto a farvi ogni piacere, ma pargli d'aspettare l'ocasione, e dice che volendo il Papa mettere la vostra tavola[474]altrove, e non facendo sua Santità niente di simil cose che nol chiami, tocherà a lui il porla dove meglio gli parrà: e allora sarà tempo ricordargli la mercè vostra: e ò speranza che vi gioverà assai, che così è il suo desiderio.

A dì 28 di maggio 1556.

VostroMichelagnioloin Roma.

Di Roma, 28 di dicembre 1556.

(A Giorgio Vasari).

Messer Giorgio. — Io ò ricevuto il libretto di messer Cosimo,[475]che voi mi mandate, e in questa sarà una di ringraziamento che va a sua Signoria. Pregovi che gniene diate e a quella mi racomandiate. Io ò a questi dì auto con gran disagio e spesa un gran piacere nelle montagne di Spuleti[476]a visitare que' romiti, in modo che io son ritornato men che mezzo a Roma; perchè veramente e' non si trova pace se non ne' boschi. Altro non ò che dirvi. Mi piace che siate sano e lieto. E a voi mi racomando.

A dì 18 di dicembre 1556.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 28 di marzo (1557).

(Alla Cornelia vedova dell'Urbino).

Io m'ero accorto che tu t'eri sdegniata meco, ma non trovavo la cagione. Ora per l'ultima tua mi pare avere inteso il perchè. Quando tu mi mandasti i caci, mi scrivesti che mi volevi mandare più altre cose, ma che i fazzoletti non erano ancor forniti; e io perchè non entrassi in ispesa per me, ti scrissi che tu non mi mandassi più niente, ma che mi richiedessi di qualche cosa, che mi faresti grandissimo piacere, sappiendo, anzi dovendo esser certa dell'amore che io porto ancora a Urbino, benchè morto, e alle cose sue. Circa al venir costà a vedere e' putti, o mandar qui Michelagniolo,[478]è di bisogno ch'io ti scriva in che termine io mi trovo. Il mandar qua Michelagniolo non è al proposito, perchè sto senza donne e senza governo, e il putto è troppo tènero per ancora, e potrìa nascere cosa, ch'io ne sarei molto malcontento: e dipoi c'è ancora, che 'l Duca di Firenze da un mese in qua, sua grazia, fa gran forza ch'io torni a Firenze con grandissime offerte. Io gli ò chiesto tempo tanto, ch'io acconci qua le cose mie, e che io lasci in buon termine la fabrica di San Pietro: in modo che io stimo star qua tutta questa state: e acconcie le cose mie e le vostre circa al Monte della Fede, questo verno andarmene a Firenze per sempre, perchè sono vechio, e non ò tempo di più ritornare a Roma; e passerò di costà; e volendomi dar Michelagniolo, lo terrò in Firenze con più amore, che i figliuoli di Leonardo mio nipote; insegnandogli quello che io so, che 'l padre desiderava ch'egli imparasse. Ieri a dì ventisette di marzo ebbi l'ultima tua lettera.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio di Stato in Firenze.Di Roma, (    del maggio 1557).

Allo illustrissimo signore Cosimo duca di Fiorenza.

Signor Duca. — Circa tre mesi sono, o poco meno ch'i' feci intendere a vostra Signoria, che io non potevo ancora lasciare la fabrica di Santo Pietro senza gran danno suo e senza grandissima mia vergognia; e che a volerla lasciare nel termine desiderato, non mancando le cose necessarie a quella, mi bisogniava non manco d'un anno di tempo ancora: e di darmi questo tempo, mi parve che vostra Signoria se ne contentassi. Ora ò una di nuovo pur di vostra Signoria, la quale mi sollecita al tornare più che io non aspettavo: ond'io n'ò passione e non poca, perchè sono in maggior fatica e fastidio circa le cose della fabrica ch'i' fussi mai; e questo è che nella vòlta della capella del Re di Francia, che è cosa artifiziosa e non usata, per esser vechio e non vi potere andare spesso, è natovi un certo errore, che mi bisognia disfare gran parte di quel che v'era fatto: e che cappella questa sia, ne può far testimonianzia Bastiano da Sangimigniano,[480]ch'è stato qua soprastante, e di quanta importanza ell'è a tutto il resto della fabrica. E corretta detta cappella, per tutta questa state credo si finirà; non mi resta a fare altro poi, che a lasciarci el modello[481]del tutto, com'io son pregato da ognuno e massimo da Carpi;[482]e poi tornarmi a Firenze con animo di riposarmi co' la morte, con la quale dì e notte cerco di domesticarmi, a ciò che la non mi tratti peggio che gli altri vechi.

Ora, per tornare al proposito, prego vostra Signoria mi conceda il tempo chiesto d'un anno ancora per conto della fabrica, come mi parve che per l'altra mia la si contentassi.

Minimo servo di vostra SignoriaMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, (    di maggio 1557).

(A Giorgio Vasari).[483]

Messer Giorgio, amico caro. — Io chiamo Iddio in testimonio, come io fu' contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a oggi seguitato di lavorare in detta fabrica, come si faceva allora, io sarei ora a quello di detta fabrica, ch'io ò desiderato, per tornarmi costà: ma per mancamento di lavori, ella s'è molto allentata: e allentasi, quando ella è giunta in più faticosa e difficil parte: in modo che abbandonandola ora, non sarebbe altro che con grandissima vergognia perdere tutto il premio delle fatiche ch'io vi ò durate in detti X anni per l'amor di Dio. Io vi ò fatto questo discorso per risposta della vostra, e perchè ò una lettera del Duca che m'à fatto molto maravigliare, che sua Signoria si sia degnata a scrivere con tanta dolcezza. Ne ringrazio Iddio e sua Eccellenzia quanto so e posso. Io esco di proposito, perchè ò perduto la memoria e 'l cervello, e lo scrivere m'è di grande afanno, perchè non è mia arte. La conclusione è questa: di farvi intendere quello che segue dello abbandonare la sopradetta fabrica, e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei parecchi ladri, e sarei cagione della sua rovina, e forse ancora del serrarsi per sempre;[484]l'altra ch'io ci ò qualche obrigo e una casa e altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e partendomi senza licenzia, non so come andassino; l'altra ch'io son mal disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come ànno tutti e' vechi; e maestro Eraldo[485]ne può far testimonianza, che ò la vita per lui. Però il tornar costà per ritornar qua, a me non ne basta l'animo; e 'l tornarvi per sempre, ci vuole qualche tempo per assettar qua le cose in modo ch'io non ci abbi più a pensare. Egli è ch'io parti' di costà, tanto che, quand'iogiunsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in capo di duo dì morì poi.[486]Messer Giorgio, io mi raccomando a voi e pregovi mi raccomandiate al Duca, e che facciate per me[487]perchè a me non basta l'animo ora se non di morire, e ciò che vi scrivo dello stato mio qua è più che vero. La risposta ch'i' feci al Duca, la feci perchè mi fu detto ch'i' rispondessi, perchè non mi bastava l'animo a scrivere a sua Signoria e massimo sì presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io venivo súbito costà e tornavo, che qua non si sarìa saputo.

Michelagniolo Buonarroti.

Di Roma, (17 d'agosto 1557).

(A Giorgio Vasari).

La cèntina segnata di rosso la prese il capomaestro in sul corpo di tutta la vôlta. Dipoi come si cominciò appressare al mezzo tondo, che è nel colmo di detta vôlta, s'accorse dell'errore che facea detta cèntina, come si vede qui nel disegno, che con una cèntina sola si governava, dove ànno a essere infinite, come son qui nel disegno le segnate di nero. Con questo errore è ita la vôlta tanto innanzi, che s'à disfare un gran numero di pietre, perchè in detta vôlta non ci va nulla di muro, ma tutto trevertino; e il diametro de' tondi senza la cornice che gli recigne è ventidue palmi. Questo errore, avendo il modello fatto appunto, com'io fo d'ogni cosa,[488]ma è stato per non vi potere andare spesso per la vechiezza: e dove io credetti che ora fussi finita detta vôlta, non sarà finita in tutto questo verno: e se si potesse morire di vergognia e dolore, io non sarei vivo. Pregovi raguagliate il Duca, perchè non sono ora a Firenze:[489]benchè più altre cose mi tengono che io non le posso scrivere.

VostroMichelagnioloin Roma.

Di Roma, (17) d'agosto 1557.

A messer Giorgio Vasari in Firenze.

Messer Giorgio. — Perchè sia meglio inteso la difficultà della vôlta ch'io mandai disegnata, ve ne mando la pianta, che non la mandai allora, cioè detta vôlta, per osservare il nascimento suo insino di terra. È stato forza dividerle in tre vôlte, in luogo delle finestre da basso divise da pilastri, come vedete che vanno piramidati al mezzo tondo del colmo della vôlta, come fa il fondo e' lati della vôlta. Ancora e' bisognia governarle con un numero infinito di cèntine, e tanto fanno mutazione e per tanti versi di punto in punto, che non ci si può tener regola ferma; e' tondi e' quadri che vengono nel mezzo de' loro fondi, ànno a diminuire e acrescere per tanti versi e andare per tanti punti, che è difficil cosa a trovarne il modo vero. Nondimeno avendo il modello, com'io fo di tutte le cose, non si doveva mai pigliare sì grande errore di volere con una cèntina sola governare tutt'a tre que' gusci; onde n'è nato, ch'è bisogniato con vergognia e danno disfare: e disfassene ancora un gran numero di pietre. La vôlta e' conci e' vani è tutta di trevertino, come l'altre cose da basso: cosa non usata a Roma.

[490]Ringrazio quanto so e posso il Duca della sua carità, e Dio mi dia grazia ch'io possa servirlo di questa povera persona, ch'altro non c'è: la memoria e 'l cervello son iti a aspettarmi altrove.

D'agosto 1557.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Di Roma, 28 di settembre 1558.

A messer Giorgio Vasari, pittore singularissimo in Firenze.

Messer Giorgio, amico caro. — Circa la scala della Libreria, di che m'è stato tanto parlato, crediate che se io mi potessi ricordare come io l'avevo ordinata, che io non mi farei pregare. Mi torna bene nella mente come un sogno una certa scala, ma non credo che sia apunto quella che io pensai allora, perchè mi torna cosa goffa, pure la scriverò qui: cioè, che se voi togliessi una quantità di scatole aovate, di fondo di un palmo l'una, ma non d'una lunghezza e larghezza; e la maggiore prima ponessi in sul pavimento, lontana dal muro dalla porta tanto, quanto volete che la scala sia dolce o cruda; e un'altra ne mettessi sopra questa che fussi tanto minore per ogni verso, che in su la prima, di sotto avanzassi tanto piano quanto vuole il piè per salire, diminuendole e ritirandole verso la porta fra l'una e l'altra, sempre per salire; e che la diminuzione dell'ultimo grado sia quant'il vano della porta; e detta parte di scala aovata abbi come due alie, una di qua et una di là; che vi seguitino e' medesimi gradi, ma diritti e non aovati; questi pe' servi e 'l mezzo pel signore, dal mezzo in su di detta scala; le rivolte di dette alie ritornino al muro; dal mezzo in giù in sino in sul pavimento, si discostino con tutta la scala dal muro circa tre palmi, in modo che l'imbasamento del Ricetto non sia occupato in luogo nessuno e resti libera ogni faccia. Io scrivo cosa da ridere, ma so bene che messer Bartolomeo e voi troverete cosa al proposito.[492]

Del modello che mi scrivete, non sapete voi che non accadeva scriverne niente, ma súbito mandarlo ove piacessi al Duca? E non che il modello, mavolessi Iddio che qua si trovassi qualche cosa bella a mio modo, che io non guarderei in cosa nessuna per mandarla a sua Signoria. De le offerte grandissime, prego ne ringraziate sua Signoria. So bene che non le merito, ma pure ne fo capitale.[493]

Roma, 28 settembre 1558.

VostroMichelagnioloin Roma.

Di Roma (    di gennaio 1559).

(A messer Bartolommeo Ammannati in Firenze).

Messer Bartolomeo. — Io vi scrissi com'io avevo fatto un modello piccolo di terra della scala della Libreria; ora ve lo mando in una scatola, e per esser cosa piccola non ho potuto fare se non l'invenzione, ricordandomi che quello che già vi ordinai, era isolato e non s'appoggiava se non alla porta della Libreria. Sommi ingegnato tenere il medesimo modo, e le scale che mettono in mezzo la principale, non vorrei ch'avessin nella stremità balaustri, come la principale, ma fra ogni due gradi un sedere, come è accennato dagli adornamenti. Base, cimase a que' zoccoli ed altre cornicie non bisogna che io ve ne parli, perchè siate valente, e essendo nel luogo, molto meglio vedrete il bisogno che non fo io. Della altezza e larghezza occupatene il luogo manco che potete col ristrigniere e allargare come a voi parrà.

Ò openione che quando detta scala si facesse di legname, cioè d'un bel noce, che starebbe meglio che di macigno e più a proposito a' banchi, al palco e alla porta.[495]Altro non m'acade. Son tutto vostro, vechio, cieco e sordo e mal d'acordo con le mani e con la persona.

VostroMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio di Stato in Firenze.Di Roma, 1 di novembre 1559.

(Al duca Cosimo de' Medici).

Illustrissimo signor Duca di Firenze. — I Fiorentini ànno avuto già più volte grandissimo disidèro di far qua in Roma una chiesa di Sangiovanni. Ora a tempo di vostra Signoria sperando averne più comodità, se ne sono resoluti, e ànno fatto cinque uomini sopra di ciò, e' quali m'ànno più volte richiesto e pregato d'un disegnio per detta chiesa. Sappiendo io che papa Leone dètte già prencipio a detta chiesa, ò risposto loro non ci volere attendere senza licenzia e commessione del Duca di Firenze. Ora come si sia seguito poi, io mi truovo una lettera della vostra Illustrissima Signoria molto benignia e graziosa, la quale tengo per espresso comandamento, che io debba attendere alla sopradetta chiesa de' Fiorentini, mostrando averne aver piacer grandisimo. Ònne fatti già più disegni[497]convenienti al sito che m'ànno dato per tale opera i sopradetti deputati. Loro, come uomini di grande ingegnio e di gudicio, n'ànno eletto uno, el quale in verità m'è parso el più onorevole; el quale si farà ritrarre e disegniare più nettamente, ch'io non ò potuto per la vecchiezza, e manderassi alla Illustrissima vostra Signoria: e quello si eseguirà che a quella parrà.

Duolmi a me in questo caso assai esser sì vechio e sì male d'acordo con la vita, che io poco posso promettere di me per detta fabrica; pure mi sforzerò, standomi in casa, di fare ciò che mi sarà domandato da parte di vostra Signoria, e Dio voglia ch'i' possa non mancar di niente a quella. A dì primo novembre 1559.

Di vostra Eccellenza servitoreMichelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio di Stato in Firenze.Di Roma, 5 di marzo 1560.

Allo Illustrissimo et Eccellentissimo signor Duca di Firenze et Siena, mio padrone osservandissimo.

Illustrissimo Signor mio osservandissimo. — Questi deputati sopra la fabrica della chiesa de' Fiorentini si sono resoluti mandare Tiberio Calcagni a vostra Eccellenza Illustrissima: la qual cosa mi è molto piaciuta, perchè con i disegni che egli porta, ella sarà capace più che colla pianta che vidde, di quello ci occorrerebbe di fare; e se questi le sodisfaranno, si potrà dipoi dar principio con lo aiuto della vostra Eccellenza a fare li fondamenti, e a seguitare questa santa impresa. E mi è parso il debito mio con questi pochi versi dirle, avendomi la vostra Eccellenza comandato che io attenda a questa fabrica, che io non mancherò di quanto saperrò et potrò fare, sebene per la età e indisposizione mia non posso quanto vorrei, e che sarebe il debito mio di fare per servizio di vostra Eccellenza e della Nazione. Alla quale con tutto il quore mi racomando e offero, e prego Iddio la mantenghi in felicissimo stato.


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