DAL 1496 AL 1561.
Archivio di Stato in Firenze.[276]Di Roma, 2 di luglio 1496.
(A Lorenzo di Pier Francesco de' Medici in Firenze).
Christus. Adì ij luglio 1496.
Magnifico Lorenzo etc. — Solo per avisarvi come sabato passato giugnemo a salvamento, e súbito andàmo a visitare il cardinale di San Giorgo,[278]e li presentai la vostra lettera. Parmi mi vedessi volentieri, e volle incontinente ch'io andasse a veder certe figure, dove i' ocupai tutto quel gorno, e però quello gorno non dètti l'altre vostre lettere. Dipoi domenica el Cardinale venne nella casa nuova, e fecemi domandare: andai a lui, e me domandò quello mi parea delle cose che aveva visto. Intorno a questo li dissi quello mi parea; e certo mi pare ci sia molte belle cose. Dipoi el Cardinale mi domandò se mi bastava l'animo di fare qualcosa di bello. Risposi ch'io non farei sì gran cose, ma che e' vedrebe quello che farei. Abiàmo comperato uno pezo di marmo d'una figura del naturale; e lunedì comincerò a lavorare. Dipoi lunedì passato presentai l'altre vostre lettere a Pagolo Rucellai,[279]el quale mi proferse que' danari, e 'l simile que' de' Cavalcanti. Dipoi dètti la lettera a Baldassarre,[280]e domanda'gli el bambino, e ch'io gli renderiae' sua danari. Lui mi rispose molto aspramente, e che ne fare' prima cento pezi, e che el bambino lui l'aveva comperato e era suo, e che aveva lettere come egli avea sodisfatto a chi gnene mandò, e non dubitava d'àvello a rendere: e molto si lamentò di voi, dicendo che avete sparlato di lui: éccisi messo qualcuno de' nostri fiorentini per acordarci, e non ànno fatto niente. Ora fo conto fare per via del Cardinale: che così sono consigliato da Baldassarre Balducci.[281]Di quello seguirà, voi intenderete. Non altro per questa. A voi mi raccomando. Dio di male vi guardi.
Michelagnioloin Roma.
(Di fuori.)Sandro di Botticello in Firenze.[282]
(Di fuori.)
Sandro di Botticello in Firenze.[282]
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 2 di maggio 1506.
A maestro Guliano da Sangallo fiorentino, architettore del Papa in Roma.
Guliano. — Io ò inteso per una vostra come 'l Papa àuto a male la mia partita, e come sua Santità è per dipositare e fare quanto fumo d'accordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.
Della partita mia, egli è vero che io udi' dire el Sabato Santo al Papa, parlando con uno goelliere a tavola e col maestro delle cerimonie, che non voleva spendere più un baioco nè in pietre picole nè in grosse: ond'io ne presi amirazione assai: pure inanzi che io mi partissi, gli domandai parte del bisognio mio per seguire l'opera. La sua Santità mi rispose, ch'io tornassi lunedì: et vi tornai lunedì e martedì e mercoledì e giovedì; come quella vide. All'ultimo, el venerdì mattina io fui mandato fuora, ciò è cacciato via; e quel tale che me ne mandò, disse che mi conoscieva, ma che aveva tal commissione. Ond'io avendo udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l'effetto, ne venni in gran disperazione. Ma questo solo non fu cagione interamente della mia partita; ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere; basta ch'ella mi fe' pensare s'i' stavo a Roma, che fussi fatta prima la sepultura mia, che quella del Papa. E questa fu cagione della mia partita súbita.
Ora voi mi scrivete da parte del Papa; e così al Papa legierete questa: e intenda la sua Santità com'io sono disposto, più che io fussi mai, a seguire l'opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, no' gli debbe dare noia dov'io me la facci, purchè in capo de' cinque anni che noi siàno d'acordo, la sia muratain Santo Pietro, dove a quella piacerà, e sia cosa bella, come io ò promesso: che son certo, se si fa, non à la par cosa tutto el mondo.
Ora se vuole la sua Santità seguitare, mèttami il detto diposito qua in Fiorenza, dov'io gli scriverrò, e io ò a ordine a Carrara molti marmi, e' quali farò venire qui e così farò venire cotesti che io ò costà: benchè mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua: e manderei di mano in mano le cose fatte in modo, che sua Santità ne piglierebe piacere, come se io stéssi a Roma o più, perchè vedrebbe le cose fatte, sanza averne altro fastidio. E de' detti danari e della detta opera m'obrigherrò come sua Santità vole e darogli quella sicurtà che domanderà qua in Fiorenza. Sia che si vole, ch'io l'assicurerò a ogni modo: e tutto Fiorenze basta. Ancora v'ò a dire questo: che la detta opera non è possibile la possa per questo prezzo fare a Roma: la qual cosa potrò fare qua per molte comodità che ci sono, le quali non sono costà; e ancora farò meglio e con più amore, perchè non àrò a pensare a tante cose. Per tanto, Guliano mio carissimo, vi prego mi facciate la risposta e presto. Non altro. Adì dua di maggio 1506.
VostroMichelagnioloscultore in Fiorenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 13 di maggio (1508).
Al Reverendo in Cristo padre, frate Iacopo Iesuato in Firenze.
Frate Iacopo. — Avendo io a fare dipigniere qua cierte cose, overo dipignere, m'acade fàrvene avisato, perchè m'è di bisognio di cierta quantità d'azzurri begli: e quando voi abbiate da servirmene al presente, mi tornerebe comodità assai. Però vedete di mandare qua a' vostri frati quella quantità che voi avete, che sieno begli, e io vi prometto per gusto prezzo di tôrgli. E innanzi ch'io levi gli azzurri, vi farò pagare io vostri danari qua o costà, dove vorrete.
A' dì tredici di maggio.[284]
VostroMichelagnioloscultore in Roma.
Archivio Buonarroti.Di Roma, 1512.
A Baldassarre (di Cagione da Carrara).
Baldassarre.[285]— Io mi maraviglio molto di voi, perchè avendomi scritto già tanto tempo fa avere a ordine tanti marmi, e avendo avuto tanti mesi di tempo mirabile e buono per navicare; avendo avuto da me cento ducati d'oro; non vi mancando di cosa nessuna; non so da che si venga che voi non mi servite. Io vi prego che voi súbito carichiate quegli marmi che voi mi dite avere a ordine, e vegniate quante più presto, meglio. Io v'aspetterò tutto questo mese: dipoi procedereno per quelle vie che noi sarèno consigliati da chi à più cura di queste cose di me: solo vi ricordo, che voi fate male a mancare della fede e a straziare chi vi fa utile.
Michelagnioloin Roma.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (20 di marzo 1517).
A Domenico (Buoninsegni. Roma).
Messer Domenico. — Io sono venuto a Firenze a vedere il modello[286]che Baccio à finito, e ò trovato che gli è quel medesimo, cioè una cosa da fanciulli. Se vi pare si mandi, scrivete. Io parto domattina e ritornomi a Carrara, e son rimasto con la Grassa[287]fare là un modello di terra, secondo il disegno e mandargniene. E lui mi dice ne farà fare uno che starà bene: non so come s'anderà: credo bisognerà all'ultimo che io lo facci da me. Duolmi questa cosa per rispetto del Cardinale e del Papa. Non posso fare altro.
Avvisovi com'io m'usci' della compagnia che io vi scrissi aver fatta a Carrara,[288]per buon rispetto, e allogato a quei medesimi cento carrate di marmi co' prezzi che io vi scrissi o poco meglio. E a un'altra compagnia, che io ò messa insieme, n'ò allogate altre cento e ànno tempo un anno a darmegli posti in barca.
Archivio Buonarroti.Di Carrara, (di aprile 1517).
A Domenico Buoninsegni in Roma.
Messer Domenico. — Bernardo Nicolini m'avisa avermi mandate certe vostre lettere, le quali io non ò avute. Credo parlino de' casi del modello.
Poi che io vi scrissi ultimamente, feci fare un modelletto a un che sta qui meco, picolo, per mandarvelo.
Archivio Buonarroti.Di Carrara, (2 di maggio 1517).
A Domenico (Buoninsegni. Roma).
Messer Domenico. — Poi che ultimamente io vi scrissi, non ò potuto attendere a fare modello, come vi scrissi fare: il perchè sarebe lungo a scrivere. Io n'avevo bozzato prima uno picoletto che servissi qua a me, di terra, il quale benchè sia torto com'un crespello, ve lo voglio mandare a ogni modo, acciò che questa cosa non paia una ciurmerìa.
Io v'ò da dir più cose: leggiete con pazienzia un poco, perchè importa. E questo è che a me basta l'animo far questa opera della facciata di San Lorenzo, che sia d'architettura e di scultura lo spechio di tutta Italia; ma bisognia che 'l Papa e 'l Cardinale si risolvino presto, se vogliono ch'io la facci o no. E se vogliono che io la facci, bisognia venire a qualche conclusione, ciò è o d'allogarmela in cottimo, e fidarsi interamente di me d'ogni cosa, o in qualche altro modo ch'e' penseranno loro, che io non lo so: il perchè questo lo intenderete.
Io, come vi scrissi, e poi che io vi scrissi, ò allogato molti marmi e dati danari qui e qua, e messo a cavare in vari luoghi. E qualche luogo dov'io ò speso, non mi sono poi riusciti e' marmi a mio modo, perchè sono cosa fallace, e più in queste pietre grande che io ò di bisognio, volendole belle come io le voglio; e in una pietra che io ò di già fatta tagliare, m'è venuto certi mancamenti di verso el Poggio che non si potevono indovinare, in modo che dua colonne che io vi volevo fare, non mi riescono, e òvi buttato la metà delle spese. E così di questi disordini non me ne può avenire sì pochi infra tanti marmi, che non montino qualche centinaio di ducati; e io non so tener conti e non posso mostrare all'ultimo avere speso, se non tanto quant'e' saranno e' marmi che io consegnierò. Farei volentieri come maestro Pier Fantini,[289]ma io non ò tanto unguento chebastassi. Ancora perchè io sono vechio, non mi pare per megliorare dugiento o trecento ducati al Papa in questi marmi, perderci tanto tempo; e perchè io sono sollecitato di costà del lavoro mio,[290]mi bisognia pigliare partito a ogni modo.
E 'l partito si è questo. Sapendo io avere a fare el lavoro e 'l prezo, non mi curerei buttare quatro cento ducati, perchè non àrei a render conto, e capperei qua tre o quatro uomini de' meglio che ci sono, e allogerei loro tutti e marmi; e la qualità de' marmi avessi a essere come quegli che io ò cavati per insino adesso, che son mirabili, benchè io n'abi pochi. E di questo e de' danari che io déssi loro, n'àrei buona sicurtà in Luca, e co' marmi che io ò, darei ordine condurli a Firenze e andare a lavorare e pel Papa, e pel lavoro mio. E non avendo fatta questa conclusione soprascritta col Papa, a me non acade; e non potrei, quando volessi condurre e' marmi del mio lavoro a Firenze per averli poi a condurre a Roma, ma bisognierebemi venire a Roma presto a lavorare, perchè sono sollecitato, com'è detto.
La spesa della facciata, nel modo che io intendo di farla e metterla in opera, fra ogni cosa, che il Papa non s'abbi a impacciare più di niente, non può esser manco, secondo l'esamina che io ò fatta, che di trenta cinque mila ducati d'oro: e per tanto la piglierò a fare io in sei anni: con questo, che infra sei mesi, per rispetto de' marmi, mi bisognierebe almanco altri mille ducati; e quando questo non piaccia fare al Papa, bisognia, o che le spese ch'io ò cominciate a fare qua per la sopradetta opera, vadino per mio conto e a mio danno, e che io restituisca e' mille ducati al Papa, o che e' ci tenga uno che séguiti la impresa, perchè io per più rispetti mi voglio levar di qua a ogni modo.
Del detto prezo; ogni volta cominciata l'opera, che io conosciessi che la si potesse fare per manco, io vo verso el Papa e 'l Cardinale con tanta fede, che io ne gli aviserei molto più presto, che se 'l danno venissi sopra di me: ma più presto intendo farla, in modo che il prezo non sia a bastanza.
Messer Domenico, io vi prego che voi mi rispondiate resoluto dell'animo del Papa e del Cardinale, e questo mi fia grandissimo piacere, oltre a tutti gli altri che voi m'avete fatti.
Archivio Buonarroti.Di Pietrasanta, ( di marzo 1518).
A Pietro Urbano da Pistoia in Firenze.
Pietro. — Io intendo per una tua[291]come se' sano e attendi a 'mparare. Piacemi assai: afàticati, e non mancar per niente di disegniare e d'aiutarti di quello che puoi. E' danari che tu ài di bisognio, chiedigli a Gismondo per mia parte e tienne conto. Avisoti com'io sono stato per insino a Gienova a cercare delle barche per caricare e' marmi che io ò a Carrara e òlle condotte all'Avenza, e e' Carraresi ànno corrotto e' padroni di dette barche e ànnomi assediato in modo, che e' mi bisognia andare a Pisa a provedere dell'altre; e pàrtomi oggi: e come ò dato ordine a caricare e' detti marmi, súbito ne vengo: che stimo sarà in fra quindici dì. Attendi a far bene. Non bisognia che tu venga qua per ora. Non altro.
Michelagnioloin Pietra Santa.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, ( di marzo 1518).
(A Domenico Buoninsegni in Roma).
Domenico. — Come e' marmi mi sono riusciti cosa bella e come quegli che sono buoni per l'opera di Santo Pietro, sono facili a cavare e più presso alla marina che gli altri, cioè in luogo detto la Corvara; e da questo luogo alla marina non s'à a fare spesa di strada, se non in quel poco di padule che è apresso alla marina. Ma a vuolere de' marmi per figure, come ò di bisognio io, bisognia allargare la strada fatta, dalla Corvara insino sopra Seraveza circa dua miglia, e circa un miglio o manco ne bisognia far di nuovo tutta, cioè tagliarla nel monte co' piconi insino dove si possono caricare e' marmi detti. Però quando el Papa non facci aconciare se non quello che à di bisognio pe' marmi sua, cioè el padule, io non ò el modo aconciare el resto, e non potrei aver de' marmi pel mio lavoro. E nol faccendola, non potrei aver parte cura a' marmi per Santo Pietro, com'io promessi al Cardinale: ma facendola el Papa tutta, potrei fare tanto, quanto promessi.
Tutto v'ho scritto per altre lettere. Ora voi siate savio e prudente, e so che mi volete bene: però vi prego che aconciate la cosa a vostro modo col Cardinale e che voi mi rispondiate presto, acciò che io possa pigliar partito; e non sendo altro, tornarmi costà all'usato. A Carrara non andrei, perchè non àrei e' marmi ch'i' ò di bisognio, in vent'anni. Dipoi ci ò acquistato gran nimicizia per rispetto di questa cosa, e sarammi forza, s'i' torno costà, far di bronzo, come parlammo insieme.
Avisovi come gli Operai[292]ànno già fatto gran disegnio sopra questa cosa de' marmi poi che e' furono raguagliati da me, e credo che gl'abino già fatto e' prezzi e le gabelle e passi, e che e' notai, arcinotai, proveditori, sotto-proveditori abino già pensato di radoppiare e' sugniacci[293]in quel paese. Però pensateci, e fatequanto potete che questa cosa non balzi loro in mano, perchè sarebe poi più dificile averne da loro, che da Carrara. Io vi prego che voi mi rispondiate presto quello vi pare che io facci, e racomandatemi al Cardinale. Io sono qua come suo omo: però non farò se non quello mi scriverrete, perchè stimerò che sia sua intenzione.
Quand'io vi scrivo, se io non scrivessi così rettamente come si conviene, o se io non ritrovassi qualche volta el verbo principale, abiatemi per iscusato, perchè i' ò apicato un sonaglio a gli orechi, che non mi lascia pensar cosa ch'io voglia.
VostroMichelagnioloscultore in Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Pietrasanta, 29 di marzo (1518).
A Pietro Urbano a Firenze.
Pietro. — Tu ài a pagare gli scafaioli quando vengino a te e presentino la lettera di Donato, e ài a dar loro quello che dirà la lettera che ciascuno àrà di mia mano; e serba le lettere che e' ti dànno di Donato.
Pagerai ancora e' carradori, quando portino pezzi grossi, a ragione di venti cinque soldi el migliaio, e de' pezzi picoli, venti soldi: e tien conto e a chi tu pagi e di quello che portano.
Paga la gabella di novanta lire a' Contratti, e piglia el libro e le carte.
Dà a Baccio di Puccione i danari che e' ti domanda e tienne conto.
Compra delle canne e fa' acconciar le vite dell'orto; e se ti trovassi o terra o altra cosa asciutta da fare riempiere la stanza, fallo.
Compra un pezo di canapo di trenta braccia che non sia fracido, e pàgalo e tienne conto.
Cónfessati e attendi a 'mparare e abi cura alla casa.
Fa 'l conto con Gismondo e pàgalo, e fàtti dare 'l conto.
Làscioti ducati quaranta oggi questo dì venti nove di marzo.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1518).
Al mio caro maestro Donato Benti scultore in Pietra Santa.
Maestro Donato mio caro. — Io vi prego mi racomandiate al comessario, e dite a sua Signoria che io ò fatto qua quello m'impose.
De' casi nostri, egli è stato qua Cecone[294]a me per danari: io non gli ò voluto dare niente, perchè io non so quello che e' s'abino fatto costà: però vi prego diciate loro, che m'avisino quello che ànno fatto, perchè se ànno avere, gli voglio dar loro; perchè non son mai per mancare di quello che dice el contratto.
Circa a' casi vostri, detto Cecone mi dice che voi gli tenete adietro con le misure, e che non possono lavorare e che e' Pietrasantesi che io messi a cavare, ànno lasciata l'impresa, e non fanno niente: le qual cose non credo. Presto sarò di costà. A voi mi racomando.
Vostro fedelissimoMichelagnioloscultore in Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1518).
A Niccolò (Quaratesi) in Firenze.
Niccolò. — Io non potetti iersera al Canto de' Bischeri rispondervi resoluto, come era l'animo mio di fare, perchè sendo colui per chi voi mi parlavi, presente, e forse avendogli voi dato qualche speranza di quello che lui da me desidera, dubitai non vi fare vergognia. E benchè io mi scotessi più volte, non dissi però recisamente quello ch'àrei ditto a voi solo. E ora per questa ve lo fo intendere: e questo è che io non posso pigliare nessuno garzone per un certo rispetto, e tanto manco, sendo forestiere. Però io vi dissi che non ero per far niente infra dua o tre mesi, perchè e' pigliassi partito, cioè perchè l'amico vostro non lasciassi qua el figliuolo sotto la mia speranza: e lui non la intese, ma rispose, che se io lo vedessi, che non che in casa, io me lo caccerei nel letto. Io vi dico che rinunzio a questa consolazione e non la voglio tôrre a lui. Però per mio conto voi lo licenzierete, e stimo lo saperrete fare e farete in modo, che e' se ne andrà contento. A voi mi racomando.
VostroMichelagnioloin Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, ( di maggio 1518).
(Al Capitano di Cortona).
Signor Capitano. — Send'io a Roma el primo anno di papa Leone, vi venne maestro Luca da Cortona pittore[294a]e riscontrandolo un dì apresso a Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere non mi ricordo che cosa, e che era già stato per essergli stato tagliato la testa per amore della Casa de' Medici, e che gli parea come dire non essere riconosciuto: e dissemi altre simil cose che io non mi ricordo: e sopra a questi ragionamenti, mi richiese di quaranta iuli e mostrommi dov'io gniene avevo a mandare, cioè in bottega d'uno che fa le scarpe, dov'io credo che lui si tornava. E io, non avendo danari acanto, m'ero offerto di mandargniene: e così feci. Súbito che io fui a casa, io gli mandai detti quaranta iuli per uno mio garzone che si chiama, ovvero à nome Silvio,[294b]el quale credo sia oggi in Roma. Dipoi forse non riuscendo al detto maestro Luca el suo disegno; passati alquanti giorni, venne a casa mia dal Macello dei Corvi, nella casa che io tengo ancora oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo, ritta, alta quatro braccia, che à le mani drieto,[294c]e dolfesi meco, e richiesemi d'altri quaranta iuli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in camera, e porta'gli quaranta iuli, presente una fante Bolognese che stava meco, e anche credo che e' v'era el sopra detto garzone che gli aveva portati gli altri: e preso detti danari, s'andò con Dio. Non l'ò mai poi rivisto. Ma send'io allora mal sano, inanzi che detto maestro Luca si partissi di casa, mi dolfi seco del non potere lavorare; e lui mi disse: non dubitare che e' verranno gli Angioli da cielo a pigliarti le braccia e ti aiuteranno.
Questo vi scrivo io, perchè se dette cose fussino riplicate a detto maestro Luca, se ne ricorderebbe e non direbbe avermeli renduti(come la)[295].... vostra Signoria scrive a Buonarroto che lui dice, e più che voi .... ancora che credete che e' me gli abbi renduti. Questo non è (vero) .... che io sia uno grandissimo ribaldo e così sarebe (se io cercassi) .... di riavere quello che io avessi riavuto: ma la vo(stra Signoria penserà) .... ciò ch'ella vuole: io gli ò a riavere e così giuro. (E se la vostra Signoria mi vorrà) .... fare ragione, lo può fare; quanto che no, ac .... Capitano.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 15 di luglio 1518.
(Al cardinale Giulio de' Medici in Roma).
A dì xv di luglio 1518.
Monsignore Reverendissimo. — Sperando avere questo anno qualche quantità di marmi per l'opera di Santo Lorenzo in Firenze, e non trovando drento in Santo Lorenzo nè fuora appresso stanze al proposito per lavorargli, mi sono messo per farne una a comperare un pezzo di terreno da Santa Caterina dal Capitolo di Santa Maria del Fiore:[296]el quale terreno mi costa circa a trecento ducati d'oro larghi: e sono stato dreto a detto Capitolo due mesi, per avere detto terreno. Ànnomelo fatto pagare sessanta ducati più che non vale, mostrando che ne sa loro male, ma dicono non potere uscire di quello che dice la Bolla del vendere ch'egli ànno dal Papa. Ora se 'l Papa fa Bolle da potere rubare, io prego vostra Signoria Reverendissima ne facci fare una ancora a me, perchè n'ò più bisognio di loro; e se non s'usa di fare, io prego quella mi facci fare ragione in questo modo, cioè: questo terreno che io ò tolto, non è assai a quello ò di bisogno; ànne il Capitolo drieto a questo certa quantità: onde che io prego V. S. me ne facci dare un altro pezzo, nel quale io mi rifacci di quello che m'ànno tolto di più di quello che io ò comperato: e se resteranno avere, non voglio niente di loro.
Circa l'opera, e' principii sono difficili....
Archivio Buonarroti.Di Seravezza, ( d'agosto 1518).
A Berto da Filicaia in Firenze.
Berto. — Io mi raccomando a voi, e ringraziovi de' servizi e benefizi ricevuti, e son sempre con tutto quello che io posso e ò e so al vostro comando. Le cose di qua vanno assai bene. La strada si può dire che sia finita, perchè resta a fare poco, cioè resta a tagliare certi sassi o vero grotte: l'una è dove sbocca la strada che escie del fiume nella strada vecchia a Rimagno; l'altra grotta è poco passato Rimagno per andare a Seraveza, un sasso grande che attraversa la strada; e l'altra è a l'ultime case di Seravezza, andando verso la Corvara. Di poi s'à spianare col piccone in qualche luogo: e tutte queste cose perchè son breve, sarebon fatte in quindici dì, se ci fussino scarpellini che valessino qualche cosa. Del padule è forse otto dì non vi sono stato; allora andavano pure riempiendo el peggio che potevano. Stimo, se ànno seguitato, che a quest'ora sia finito. De' marmi, io ò la colonna cavata giù nel canale e presso alla strada a cinquanta braccia, a salvamento. È stata maggior cosa che io non stimavo a collarla giù: èccissi fatto male qualcuno nel collarla, e uno ci s'è dinocolato e morto súbito, e io ci sono stato per mettere la vita. L'altra colonna era quasi bozata: trovai un pelo che me la troncava: èmmi bisogniato rientrare nel poggio tanto quanto l'è grossa per fugire quel pelo, e così ò fatto, e stimo che adesso la vi sarà: e bòzasi tutta via. Non m'acade altro, se non pregovi parlando alla magnificenzia di Iacopo Salviati facciate mia scusa del non scrivere, perchè non ò ancora da scrivere cosa che mi piaccia: però nol fo. El luogo da cavare è qua molto aspro, e gli uomini molto ignoranti in simile esercizio: però bisognia una gran pazienza qualche mese, tanto che e' si sieno domesticati e' monti e amaestrati gli uomini; poi faremo più presto: basta che quello che io ò promesso, lo farò a ogni modo, e farò la più bella opera che si sia mai fatta in Italia, se Dio me n'aiuta.
Poi ch'io ò scritto, ò risposta da quegli uomini di Pietrasanta che tolsono acavare una certa quantità di marmi circa sei mesi fa, che non vogliono cavare nè rendermi e' cento ducati che io dètti loro. Parmi abino fatto una grande impresa, in modo che io e' so, che non l'ànno fatta senza favore, in modo che io fo disegno di venirmene costà agli Otto e domandare loro danni di questa giunteria: non so se si può fare: spero che la magnificenzia di Iacopo Salviati m'aiuterà della ragione.
Archivio Buonarroti.Di Seravezza, ( di settembre 1518).
A Pietro Urbano (in Firenze).[297]
Pietro. — Se tu se' guarito del dito e che ti paia di venire insino qua con Michele,[298]puoi venire, e portami dua camice. Se non ti pare di venire, màndamele per Michele, e avisami come tu stai.
Michelagnioloin Seraveza.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, ( di settembre 1518).
A Monsignor Reverendissimo de' Medici in Roma.
Monsignore Reverendissimo. — Per l'opera di San Lorenzo a Pietra Santa si cava forte, e trovando e' Carraresi più umili che e' non sogliono, ancora ò ordinato cavare la gran quantità di marmi, in modo che alle prime aque spero averne in Firenze buona parte, e non credo mancar niente di quello che ò promesso io. Dio me ne dia grazia, perchè non fo stima d'altro al mondo che di piacervi. Credo àrò bisognio infra un mese di mille ducati: prego vostra Signoria Reverendissima non mi lasci mancare danari.
Ancora aviso vostra Signoria Reverendissima, com'io ò cerco e non ò mai trovato una casa capace da farvi tutta questa opera, cioè, le figure di marmo e di bronzo; e Matteo Bartoli a questi dì m'à trovato un sito mirabile e utile per farvi una stanza per simile opera: e quest'è la Piazza che è inanzi alla chiesa d'Ogni Santi: e e' Frati, secondo mi dice Matteo, son per vendermi le ragioni v'ànno su, e 'l popolo tutto se ne contenta, secondo detto Matteo, che è de' Sindachi. Non ci è altri che ci abbi da far niente, se non gl'ufitiali della Torre, che sono padroni del muro d'Arno, al quale sono apoggiate tutte le case di Borg'Ogni Santi; e questi mi daranno licenzia, con la stanza ch'io farò, mi v'appoggi ancora io. Resta solo che e' Frati àrebbon caro una lettera della vostra Signoria Reverendissima, che mostrassi che questa cosa gli è in piacere: e sarebe fatto ogni cosa. Però quando paia a quella farne scrivere dua versi o a' Frati o a Matteo, lo facci.
Servo della Vostra Signoria ReverendissimaMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (21 di dicembre 1518).
Al mio caro amico Lionardo,[299]sellaio ne' Borgerini, in Roma.
Lionardo. — Io sono sollecitato da voi per l'ultima vostra, e òllo molto caro, perchè vego che voi lo fate per mio bene; ma io vi fo bene intendere, che tal sollecitamenti per un altro verso mi sono tutti coltellate, perchè io muoio di passione per non potere fare quello che io vorrei, per la mia mala sorte. Stasera fa otto dì tornò Pietro[300]che sta meco, da Porto Venere, con Donato[301]che sta meco là a Carrara per conto del caricare e' marmi, e lasciorno a Pisa una scafa carica, e non è mai comparita, perchè non è mai piovuto, e Arno è secco afatto: e altre quatro scafe sono in Pisa soldate per questi marmi; che, come e' piove, verranno tutte cariche e comincierò a lavorare forte. Io sto per questo conto peggio contento che uomo che sia nel mondo. Io sono ancora sollecitato da messer Metello Vari della sua figura,[302]che è anche là in Pisa e verrà in queste prime scafe. Io non gli ò mai risposto, nè anche voglio più scrivere a voi, finchè io non ò cominciato a lavorare; perchè io muoio di dolore e parmi essere diventato uno ciurmatore contro a mia voglia.
Ò a ordine qua una bella stanza, dov'io potrò rizare venti figure per volta: non la posso coprire, perchè in Firenze non ci è legniame e non ne può venire se e' non piove, e non credo oramai e' piova ma' più, se non quando mi àrà a far qualche danno.
Del Cardinale[303]non vi dico gli diciate altro, perchè so che gli à cattiva impressione de' fatti mia; ma la sperienzia lo farà presto chiaro. Racomandatemi a Sebastiano[304]e io a voi mi racomando.
VostroMichelagnioloin Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 22 di dicembre (1518).
Al mio maggiore Francesco Peri ne' Salviati in Pisa.
Carissimo mio maggiore. — Io non son venuto a far conto, come più volte m'avete scritto, perchè non sono stato bene; ora son sano e gagliardo, e súbito che io ò una risposta che m'importa assai, che io aspetto da Roma, come l'ò, súbito monto a cavallo, e vengo costà a far conto e ciò che voi volete. Io vi priego, poi avete avuta tanta pazienza, l'abiate ancora questi pochi dì, e non pigliate ammirazione de' casi mia, perchè non ò potuto fare altro.
Dei servizii m'avete fatti e delle noie avete ricevute, io lo so, e conosco e restovi ubrigato in eterno, ofrendovi, benchè picola cosa sia, me con tutto quello che io ò e posso. E come è detto, in fra pochi dì sarò costà e aconcieremo le cose con consiglio vostro, in modo che e' non vi si dia più noia.
A dì ventidua di dicembre.
VostroMichelagnioloscultore in Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 26 di dicembre 1518.
(A maestro Donato Benti in Seraveza).
Donato. — Io vi scrissi per Domenico detto el Zucca, compagnio di Andrea, come io sarei costà súbito fatto le feste. Ora sendo qua Francesco Peri, mi dice che vuole ancora stare qua per certe sua faccende, quattro o sei dì; e io avendo a far conto seco in Pisa, son rimasto d'aspettarlo per andar seco da Pisa e poi venirmene costà. E perchè in questo mezo che io tarderò qua, vi mando pel sopradetto Zucca, compagnio d'Andrea, ducati dieci largi, acciò che se fussi tempo da caricare, voi il possiate fare: e Francesco Peri m'à promesso che in Pisa saranno pagati e' noli di quanti marmi voi vi condurrete; e io, passati questi pochi dì, ne verrò con Francesco e farò conto a Pisa, e poi verrò costà e darovvi e' danari che voi vorrete. Io ò scritto a Roma della gabella di Pisa come mi avvisasti, e ancora come siate trattati costà; e spero avere risposta innanzi che io mi parta. Delle fatiche vostre io ne sono ultimamente avisato da Francesco Peri, benchè prima lo sapevo e conoscevo, di che io vi ringrazio e restovi ubrigatissimo, e son certo, vivendo questo Papa, che questa opera abbia a essere buona per voi.
A dì 26 di dicembre 1518.
VostroMichelagnioloscultore in Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (26 di dicembre 1518).
A Donato Benti in Seraveza.[305]
Donato. — Poichè io vi scrissi per il compagno d'Andrea, ò trovato Francesco Peri, e lui m'à pregato che io l'aspetti ancora sei o otto dì, perchè à qua in Firenze certe faccende, che non può partire ancora. Io l'aspetterò per esser seco a Pisa per far conto e poi ne verrò costà. E in questo mezzo, perchè voi possiate seguitare el caricare quando fia tempo, io vi mando dieci ducati: e quando sarò costà, vi darò quello che vorrete; e Francesco Peri scriverrà a Pisa che e' saranno pagati e' noli, se caricassi innanzi che noi venissimo. Però seguitate quando potete, e sapiate che voi....
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1519).
(A messer Domenico Buoninsegni in Roma).
Messer Domenico. — Io m'acorgo per la vostra che Bernardo Nicolini v'à scritto ch'io mi sdegniai un poco seco per un vostro capitolo, che diceva, come el Signore di Carrara mi caricava assai e come el Cardinale si doleva di me: e questo è che io mi sdegniai, perchè in bottega d'un merciaio me lo lesse in publico a uso di processo, acciò che e' si sapessi per quello che io andavo a morire: e perchè io gli dissi: perchè non scriv'egli a me? Io vego che voi scrivete a me: però scrivete pure a lui o a me, come vi vien bene, e dopo la iustizia, quando sarà, vi prego non manifestiate il perchè, per onore della patria.
Io intendo per l'ultima vostra, come io farei bene allogare e' marmi di San Lorenzo. Io gli ò allogati già tre volte e tutte a tre sono restato gabato: e questo è, perchè gli scarpellini di qua non s'intendono de' marmi, e visto che e' non riesce loro, si vanno con Dio. E così ci ò buttato via parechi centinaia di ducati: e per questo m'è bisogniato starvi qualche volta a me a mettergli in opera, e a mostrar loro e' versi de' marmi e quelle cose che fanno danno e quali sono e' cattivi; e 'l modo ancora del cavare, perchè io in simil cose vi son dotto.
Ancora fu necessario che ultimamente io vi stéssi.
Archivio Buonarroti.Di Seravezza, 20 d'aprile (1519).
A Pietro Urbano in casa Michelagniolo scultore in Firenze.
Pietro. — Le cose sono andate molto male, e questo è che sabato mattina io mi messi a fare collare una colonna con grande ordine: e non mancava cosa nessuna, e poi che io l'ebbi collata forse cinquanta braccia, si ruppe uno anello dell'ulivella che era alla colonna, e la colonna se n'andò nel fiume in cento pezzi. El detto anello l'avea fatto fare Donato a un suo compare Lazzero ferraro; e quanto all'essere recipiente, quando fussi stato buono, era per reggere quatro colonne, e a vederlo di fuora non ci parea dubbio nessuno. Poichè s'è rotto, abbiàno visto la ribalderìa grande: che e' non era saldo drento niente e non v'era tanto ferro per grossezza che tenessi quant'è una costola di coltello; in modo che io mi maraviglio che reggessi tanto. Siàno stati a un grandissimo pericolo della vita tutti che eravamo attorno: e èssi guasto una mirabil pietra. Io lasciai questo carnovale questa cura di questi ferri a Donato, che andassi alla ferriera e togliessi ferri dolci e buoni: tu vedi come e' m'à tratato. E le casse delle taglie che e' m'à fatte fare sono anche nel collare questa colonna crepate tutte nell'anello, e sono anche loro state per rompersi; e son dua volte maggiore che quelle dell'Opera: chè, se fussi buon ferro, reggierieno un peso infinito. Ma il ferro è crudo e tristo e non si poteva far peggio: e questo è che Donato si tien con questo suo compare, e à mandato lui alla ferriera, e àmmi servito come tu vedi. Bisognia aver pazienza. Io sarò costà queste feste e comincerèno a lavorare, se piacerà a Dio. Racomandami a Francesco Scarfi.
A dì venti d'aprile.
Michelagnioloin Seravezza.
Archivio Buonarroti.Di Carrara, ( di aprile 1519).
A Pietro Urbano in Carrara .... Michelagnio .... in Firenze.[306]
.... stare una bellacosa di pietra i modo.... di dolore; l'altra che resta loro bozzata.... settimana, e perchè e' non mi pare che .... mi bisognia starci e così mi prega .... prima dua dì che e' non avenia el det .... dì e colleronne forse dua: però ti prego.... e carica in sur uno navicello o .... girelle di bronzo che io feci fare a go .... Francesco Peri e fa' 'l mercato e scrivi.... pregoti me le mandi súbito: fàttele .... consegniate: parla ancora agliOperai.... marmi e di' loro, che io non ò potuto essere.... loro per quello m'è avenuto e che non ....
Circa a' denari, fa' e' conti col Sbietta .... el più che tu puoi in Firenze e r .... fa fare ancora dua o tre mazuoli.... ferri e una lettera che sarà inquesta....mandàla el meglio che puoi, perchè m'importa....
Michelagniolo....in Seravezza.
Suggella la lettera che va a Roma.... sta e màndale ....
Archivio Buonarroti.Di Firenze, ( di maggio 1519).
A Pietro Urbano in Firenze.
Pietro. — Tu ài andare in Pietra Santa a ser Giovan Badessa e fara'ti dare il contratto[307]in forma propia che io ò fatto co' Carraresi, ciè col Pollina e con Leone e col Bello, di otto figure che m'ànno a fare, ciò è marmi per otto figure: quatro di quatro braccia e mezo, e quatro di cinque braccia, colla largezza e grosseza che dice el contratto. E detto contratto dice, overo credo che dica, che a mezo maggio io abbia a dare a' detti Carraresi ducati trenta d'oro largi, con questo che e' debino avere cavato a detto tempo figure quatro delle sopra ditte, dua di quatro braccia e mezo, e dua di cinque. Fara'ti leggiere el detto contratto e intenderai meglio quello che ài a fare: e se e' non ànno cavate dette quatro figure non ài a dar loro danari, e puoi dir loro che le càvino e poi me lo faccino intendere, e darò loro danari. E se l'ànno cavate, che sieno come dice il contratto, darai loro trenta ducati come dice el contratto, e daragli loro in Pietra Santa; e fànne far contratto al detto Ser Giovanni Badessa: e in Carrara faratti fare una fede, con testimoni, come tu vi se' stato a mezo maggio a portare a' detti cavatori danari per osservare el contratto.
Sarai con Marco, el quale à avuto dua ducati per bozzare la pietra che io avevo a Sponda, e farne una figura di quatro o cinque braccia; e vedi se l'à bozzata, e se puoi fargniene condurre alla marina e fare caricare quella che è in sulla spiaggia, che io ebbi da Leone, e questa, fallo: e Marco troverà le barchea condurre in Pisa per e' noli usati. E ancora una figura di dua braccia ch'io ebbi da Cagione. Donato mi dice che dètte e' danari a Marco che la facessi condurre alla marina. Ser Giovan Badessa à avuto per levare el sopra detto contratto barili tre: finiscigli el pagamento, che credo sarà per insino in un ducato. Fa' el meglio che puoi.
Archivio Buonarroti.Di Seravezza, 6 d'agosto (1519).
A Girolamo del Bardella in Porto Venere.[308]
Girolamo. — Tornando a questi giorni da Roma, trovai una vostra lettera in Firenze scritta da' Salviati in Pisa, della quale non avete avuta risposta da me per non essere io stato in luogo che io l'abbia avuta. Ora avend'io inteso l'animo vostro per la detta lettera, cioè come àresti fatto l'impresa del condurre e' mia marmi dall'Avenza e da Pietrasanta in Pisa; m'è parso, send'io qui a Pietrasanta, scrivervi questi pochi versi per intendere se siate più d'animo di pigliare la detta condotta; e quando abiate animo di farlo, io sono in Seraveza. Piacciavi avisarmi dove ò a essere, acciò che ci troviamo insieme, perchè stimo resteremo d'acordo. Pregovi mi rispondiate presto e risoluto.
A dì sei d'agosto.
VostroMichelagnioloscultore in Seraveza.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, 17 di settembre (1519).
A Pietro Urbano in Pistoia.
Pietro. — Io ti mando el saione, un paio di calze, la cappa e il feltro per uno che si chiama il Turchetto che sta in bottega di Buonarroto. Àvisami come tu stai,[309]e se ti bisognia niente. Io sarei venuto costa a vederti, ma io son tanto occupato, che io non mi posso partire: pure, se bisognia che io venga, avisa: e quando tu ti senti da venirne, manda di costà qualcuno fidato pel mulo, e scrivimi quello che io gli ò a dare, e io lo pagerò. Sta' sano e di buona voglia, e se puoi scrivimi la ricevuta de' sopradetti panni.
A dì diciassette di settembre.
Michelagnioloscultore in Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1519).
(A Meo delle Corte).
Meo. — I' son di nuovo sollecitato che io lavori, e che io mandi più presto che io posso a ricavare e' marmi che non son buoni: però io vi prego, che domattina un poco a migliore ora che l'usato, voi siate in sulla piazza di San Lorenzo, acciò che noi possiàn vedere dua pezzi di marmo che vi sono, se v'è mancamento, innanzi che 'l sole ci dia noia, che noi gli mettiam drento e che voi andiate via. Chiamate qualcun degli altri con esso voi, e fate chiamare el Forello, acciò si possa entrare dentro pe' ferri.
VostroMichelagniolo.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1519).
Al detto Meo.[310]
Meo. — Io ò di nuovo lettere che io cominci co' marmi che io ò, e che io mandi súbito a ricavare quegli che non son buoni: però vi prego che (voi siate) domattina un poco a migliore ora che l'usato, acciò che 'l sole non ci dia noia a vedere dua pezzi che vi sono, se v'è mancamento, e che noi gli mettiàn dentro e che voi andiate via.
Altra variante.
Meo. — Io vi prego che siate domattina un poco a migliore ora che l'usato a San Lorenzo, acciò che 'l sole non ci dia noia, a vedere e' mancamenti de' marmi.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1519).
(A messer Domenico Buoninsegni in Roma).
Domenico. — Io sono parato ogni ora a metere la persona e la vita, quando (occorre)ssi[311]pel cardinale de' Medici. Io parlo circa casi delle sepulture e de' marmi che si sono allogati o vero dati a cavare a Carrara. Voi (sapete) circa questo la volontà del Cardinale molto meglio che non so io; però (avisate) tanto quanto vi pare che io facci, tanto farò. Io da me non ò m(odo) a cavalcare, nè danari da spendere. Che se avessi el modo, senza dire (altro farei) quello ch'io pensassi che fussi utile e piacere del Cardinale.
Raccolta già Bustelli.Di Firenze, ( di ottobre 1519).
A Pietro di Michelagniolo scultore in Seraveza.
Pietro. — E' viene costà certi scarpellini e staranno un dì a vedere la cava. Alla tornata loro avisami come tu stai e quando tu vuoi che io ti mandi il mulo: avisami a ogni modo; e se non puoi scrivere, fa' che io sia avisato a boca perchè sto con gielosia, non t'avendo io lasciato molto bene, come àrei voluto. Non altro. Riguardati.
Michelagnioloin Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del giugno 1520).
(Al Cardinale Bernardo Dovizi in Roma).
Monsignore. — Io prego la vostra Reverendissima Signoria, non come amico o servo, perchè io non merito esser nè l'uno nè l'altro; ma come omo vile, povero e matto, che facci che Bastiano Veniziano pittore abi, poi ch'è morto Raffaello, qualche parte de' lavori di Palazo: e quando paia a vostra Signoria in un mio pari gittar via el servizio, penso che ancora nel servire e' matti, che rare volte si potrebe trovare qualche dolceza; come nelle cipolle per mutar cibo fa colui ch'è infastidito de' caponi. Degli uomini di conto ne servite el dì: prego vostra Signoria provi questo a me: e 'l servizio fia grandissimo, e Bastiano detto è valente omo: e se fia gittato in me, non fia così in Bastiano, perchè son certo farà onore a vostra Signoria.[312]
Museo di Berlino.Di Firenze, (1520).
A Sebastiano del Piombo? in Roma.[313]
Send'io a Carrara, per mia faccende, cioè per marmi per condurre a Roma per la sepultura di papa Iulio nel mille cinque cento sedici, mandò per me papa Leone per conto della facciata di San Lorenzo che voleva fare in Firenze. Ond'io a dì cinque di dicembre mi parti' di Carrara e andai a Roma, e là feci un disegno per detta facciata, sopr'al quale detto papa Leone mi dètte commessione ch'io facessi a Carrara cavare marmi per detta opera. Dipoi send'io tornato da Roma a Carrara l'ultimo di dicembre sopradetto, mandommi là papa Leone, per cavare e' marmi di detta opera, ducati mille per le mani di Iacopo Salviati, e portogli uno suo servitore detto Bentivoglio: e ricevetti detti danari circa a otto dì del mese vegnente, cioè di gennaio: e così ne feci quitanza. Dipoi l'agosto vegnente sendo richiesto dal Papa sopradetto del modello di detta opera, venni da Carrara a Firenze a farlo: e così lo feci di legname in forma propria con le figure di cera, e mandagniene a Roma. Súbito che lo vide mi fece andare là: e così andai, e tolsi sopra di me in cottimo la detta facciata, come apparisce per la scritta che ò con sua Santità:[314]e bisogniandomi per servire sua Santità condurre a Firenze e' marmi che io avevo a condurre a Roma per la sepultura di papa Iulio, com'io ò condotti, e dipoi lavorati, ricondurgli a Roma; mi promesse di cavarmi di tutte queste spese, cioè gabella e noli: che è una spesa di circa ottocento ducati, benchè la scritta non lo dica.[315]
E a dì sei di febraio mille cinque cento diciassette tornai da Roma a Firenze, e avend'io tolto in cottimo la facciata di San Lorenzo sopradetta, tutta a miespese, e avendomi a fare pagare in Firenze detto papa Leone quattro mila ducati per conto di detta opera, come apparisce per la scritta; a' dì circa venticinque ebbi da Iacopo Salviati ducati ottocento per detto e feci quitanza, e andai a Carrara. E non mi sendo là osservato contratti e allogazione fatte prima di marmi per detta opera, e volendomi e' Carraresi assediare; andai a far cavare detti marmi a Seraveza, montagna di Pietrasanta in su quello de' Fiorentini, e quivi avend'io già fatte bozzare sei colonne d'undici braccia e mezzo l'una e molti altri marmi, e fattovi l'aviamento che oggi si vede fatto; che mai più vi fu cavato innanzi; a' dì venti di marzo mille cinque cento diciotto venni a Firenze per danari per cominciare a condurre detti marmi, e a dì venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare el cardinale de' Medici per detta opera per papa Leone, da' Gaddi di Firenze, ducati cinque cento: e così ne feci la quitanza. Dipoi in questo tempo medesimo el Cardinale per commessione del Papa mi fermò che io non seguissi più l'opera sopradetta, perchè dicevono volermi tôrre questa noia del condurre e' marmi, e che me gli volevano dare in Firenze loro, e far nuova convenzione: e così è stata la cosa per insino a oggi.
Ora in questo tempo avendo mandato per gli Operai di Santa Maria del Fiore una certa quantità di scarpellini a Pietrasanta, overo a Seraveza a occupare l'aviamento e tormi e' marmi che io ò fatto cavare per la facciata di San Lorenzo, per fare il pavimento di Santa Maria del Fiore, e volendo papa Leone seguire la facciata di San Lorenzo, e avendo el cardinale de' Medici fatta l'allogazione de' marmi di detta facciata a altri che a me, e avendo dato a questi tali, che ànno preso detta condotta, l'aviamento mio di Seraveza, senza far conto meco; mi sono doluto assai, perchè nè il Cardinale nè gli Operai non potevono entrare nelle cose mia, se prima non m'ero spiccato d'accordo dal Papa: e nel lasciare detta (facciata) di San Lorenzo d'accordo col Papa, mostrando le spese fatte e' danari ricevuti, detto aviamento e marmi e masserizie sarebbono di necessità tocche o a sua Santità o a me; e l'una parte e l'altra dopo questo ne poteva fare quello voleva.
Ora sopra questa cosa il Cardinale m'ha detto che io mostri e' danari ricevuti e le spese fatte, e che mi vuole liberare, per potere e per l'Opera[316]e per sè tôrre que' marmi che vuole nel sopradetto aviamento di Seraveza.
Però i' ò mostro avere ricevuti dumila trecento ducati ne' modi e tempi che inquesta si contiene, e ò mostro ancora avere spesi mille ottocento ducati: che di questi ce n'è spesi circa dugento cinquanta in parte ne' noli d'Arno de' marmi della sepultura di papa Iulio, che io ò condotti qui per servire papa Iulio a Roma; che sarà una spesa di più di cinquecento ducati. Non gli metto ancora a conto il modello di legname della facciata detta, che io gli mandai a Roma; non gli metto ancora a conto il tempo di tre anni che i' ò perduti in questo; non gli metto a conto che io sono rovinato per detta opera di San Lorenzo; non gli metto a conto il vituperio grandissimo de l'avermi condotto qua per far detta opera, e poi tôrmela: e non so perchè ancora; non gli metto a conto la casa mia di Roma che io ò lasciata, che v'è ito male, fra marmi e masserizie e lavoro fatto, per più di cinque cento ducati. Non mettendo a conto le sopradette cose, a me non resta in mano de' dumila trecento ducati, altro che cinquecento ducati.
Ora noi siamo d'accordo: papa Leone si pigli l'aviamento fatto co' marmi detti cavati, e io e' danari che mi restano in mano, e che io resti libero; e cònsigliomi ch'io facci fare un Breve e che 'l Papa lo segnerà.
Ora voi intendete tutta la cosa come sta. Io vi prego mi facciate una minuta di detto Breve, e che voi aconciate e' danari ricevuti per detta opera di San Lorenzo, in modo che e' non mi possino essere mai domandati; e ancora aconciate, come in cambio di detti danari che io ò ricevuti, papa Leone si piglia il sopradetto aviamento, marmi, masserizie....
Archivio Buonarroti.Di Firenze, ( di marzo 1521).
A Giusto di Matteo calzolaio in Pistoia.
Gusto. — Intendo per la vostra come el marito della Masina, cioè Iulio Forteguerri, venderebbe la casa che à qua in Via Mozza, quando avessi della lira venti soldi. E' debbe essere oramai l'anno che io ve ne parlai, e non avendo dipoi intesone mai niente, m'ero vòlto al murare in un orto che io ò lassù vicino. Ora se e' sonno per vendere detto Iulio e la Masina la detta casa per giusto prezo, io la piglierò e lascierò stare el murare. Però vi prego mi rispondiate presto, e avisatemi quello che ne vogliono: e io la farò vedere; e se sarà iusto, non sono per discostarmene. Altro non m'acade. Pietro[317]credo sarà giunto stasera a Roma, e presto stimo sarà di tornata.
A dì .... di marzo.
VostroMichelagnioloscultore in Firenze.
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del febbraio 1522).
Al prudente giovane Gherardo Perini in Pesaro.
Tutti gli amici vostri meco insieme, Gherardo mio carissimo, si sono molto rallegrati, e più quegli che voi sapete che più v'amano, intendendo della sanità e del buono esser vostro per l'ultima vostra dal fedelissimo Zampino; e benchè la vostra umanità per la detta mi sforzi alla risposta, non mi sento però soffiziente a farla: solo vi dico questo: che noi amici vostri siamo il simile, cioè sani, e tutti ci racomandiamo a voi e massimamente ser Giovan Francesco, e 'l Piloto:[318]e la risposta, intendendo che presto avete a esser di qua, spero più pienamente farla a boca e sodisfarmi meglio d'ogni particularità, perchè è cosa che m'importa.
Adì non so quanti di febraio, secondo la mia fante.
Vostro fedelissimo e povero amico[319]
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (1522).
Al mio caro Ser Giovan Francesco,[320]cappellano in Santa Maria del Fiore. Firenze.
Ser Giovan Francesco mio carissimo. — Perchè il primo sarto, come sapete, non può attendere, e essendo quest'ultimo che io ò preso vostro amico, vi prego mi raccomandiate a lui e gli diciate, non facci domenica che viene, come la passata, che non mi volse mai vedere quel giubbone in dosso: che forse l'àrebbe raconcio in modo mi starebbe bene; perchè questi pochi dì ch'io l'ò portato, m'à stretto molto forte e massimo nel petto. Non so se me l'avessi guasto per rubarne: benchè a me pare pure omo da fidarsene. Ora questo è fatto: per quest'altre cose, vi prego gli rammentiate un poco el caso mio, e che abi gli ochi seco quando un'altra volta mi coglie più misure; che io non vorrei avere a mutar più botteghe. Piglio sicurtà in voi. A riservire.
A ore venti tre e ogn'una mi pare un anno.
Vostro fedelissimo scultorein Via Mozza presso al canto alla[321]
Archivio Buonarroti.Di Firenze, (del luglio 1523).
Al mio caro amico Bartolomeo Angelini in Roma.
Bartolomeo amico carissimo. — I' ò ricevuto in una vostra una del Cardinale:[322]di che mi son maravigliato, che per sì piccola cosa abbiate fatto scrivere, e tanto in fretta: alla quale non risponderò altrimenti, perchè non posso resoluto, come vorrei. A voi rispondo il medesimo che per l'altra, cioè come sono desideroso di servire suo Signoria Reverendissima, e ingegnierommene quanto potrò e più presto che potrò.
Io ò grande obrigo, e son vechio e mal disposto; che se io lavoro un dì, bisognia che io me ne posi quatro; però io non mi fido promettere di me molto resoluto. Ingegnierommi di servire a ogni modo, e dimostrarvi che io conosco l'amore che mi portate.
Altro non acade. Son sempre vostro. Racomandatemi a Sebastiano Veniziano.
VostroMichelagnioloscultore in Firenze.
Museo Britannico.Di Firenze, (1523).
(A Ser Giovanni Francesco Fattucci in Roma).
Ser Giovanni Francesco. — E' sono ora circa dua anni ch'io tornai da Carrara d'allogare a cavare e' marmi delle sepulture del Cardinale, e andandogli a parlare, lui mi disse che io trovassi qualche buona risoluzione da far presto dette sepulture: io gli mandai scritti tutti e' modi del farle, come voi sapete che gli leggiesti, ciò è che io le farei in cottimo e a mesi e a giornate e in dono, come piacessi a sua Signoria, perchè desideravo di farle. Non fui acettato in modo nessuno. Fu detto che io non avevo el capo a servire il Cardinale. Dipoi riappiccando el Cardinale, gli offeri' di fare e' modelli di legniame grandi apunto come ànno a essere le sepulture, e farvi dentro tutte le figure di terra e di cimatura, della grandezza, e finite apunto come ànno a essere; e mostrai che questo sarebbe un breve modo, e una poca spesa a farle: che fu quando volemo comperare l'orto de' Caccini. Non fu niente, come sapete. Andando poi el Cardinale in Lombardia, andai súbito che lo 'ntesi a trovarlo, perchè desideravo di servirlo. Mi disse che io sollecitassi e' marmi e ch'io trovassi degli uomini, e che io facessi tanto quant'io potevo, che e' trovassi fatto qualche cosa, senza domandargli più di niente; e che se e' vivea, che farebbe ancora la facciata, e che lasciava a Domenico Boninsegni la commessione di tutti e' danari che bisogniavano. Partito el Cardinale, io scrissi tutte queste cose che m'avea dette a Domenico Boninsegni, e dissegli com'io ero parato a far tutto quello che desiderava el Cardinale; e di questo mi serbai la copia, e scrissi con testimoni, acciò che ognuno sapessi che e' non restava da me. Domenico mi venne súbito a trovare, e dissemi che non avea commessione nessuna, e che se io volevo niente, che lo scriverrebbe al Cardinale. Io gli dissi che non volevo niente. All'ultimo alla tornata del Cardinale, el Figiovanni mi disse che gli avea domandato di me. Io vi andai súbito, stimando volessi parlare delle sepulture; lui mi disse: «Noi vorrèmo pure che in queste sepulture fussi qualcosa di buono,cioè qualcosa di tuo mano.» E non mi disse che volessi che io le facessi. Io mi parti', e dissi che tornerei a parlargli quando e' marmi ci sarebbono.