PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 4; —ArchivioVeneto, Tomo XII, pagina 88; — terza edizione, 1881, pagina 4.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, Atti dell'Istituto, pagine 1527-1532, 1542; — edizione in ottavo, pagine 31-35, 42, tavola III, numero 4.
GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 346, tavola LXV, numero 3(Berengario).
ENGEL e SERRURE. — Opera citata, pagina 283, figura 508.
[Nuova pagina]
1024-1039.
Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi 1,035).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro bisanti "croce C O N R A D spazio I M P E R".
Rovescio. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".
Museo Correr (grani veneti 15).
Tavola III, numero 9.
Museo Bottacin (grani veneti 20).
2. Dritto. Croce come sopra "C O R A D apostrofo spazio I M P E R apostrofo".
Rovescio. Tempio come sopra.
Gabinetto numismatico di Sua Maestà (grani veneti 19).
Tavola III, numero 10.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 17 e mezzo).
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BIANCHI dottor GIOVANNI. —Letterada Rimini, nelleNovelle letterariegià citate, anno 1757, colonna 188.
GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 165, numero IV, nota (d).
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavolaII, numero 3.
ZON A. — Opera citata, pagine 13 e 14.
SCHWEITZER. — Opera citata, pagina 60 (87).
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. — Opera citata, pagina 24, numero 5 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift,Volume II, 1870, pagine 221-222.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 3. —ArchivioVeneto. Tomo XII, pagina 87; — terza edizione, 1881, pagina 3.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1527-1529 e 1452; — edizione in ottavo, pagine 31-33 e 43, tavola III, numeri 5 e 6.
[Nuova pagina]
1039-1056.
Denaro. Argento, titolo 0,250 circa (1). Peso, grani veneti 18 (grammi 0,931).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Tempio come nei due denari precedenti, invece di colonne le lettere "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".
In tutte le Raccolte.
Tavola III, numero 11.
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BIANCHI dottor GIOVANNI. —Letterada Rimini, nelleNovelleLetterariegià citate, anno 1757, colonne 75-76 e 188.
GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 165, numero V.
MADER J. — Opera citata, Tomo I, pagine 192-201, tavola VIII, numero 111; Tomo II, pagine 22-23.
APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1117, numero 3902.
ZON A. — Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 4.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavolaII, numero 4.
SCHWEITZER. — Opera citata, Volume I, pagina 60 (88).
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. — Opera citata, pagine 23-26, numero 6 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift,Volume II, 1870, pagine 222-223.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 2. —ArchivioVeneto. Tomo XII, pagine 86-87; — terza edizione, 1881, pagine 2-3.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1527-1531 e 1542-1543; — edizione in ottavo, pagine 31-35 e 43, tavola III, numero 7.
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(1) L'esame chimico fatto a Parigi dà il seguente risultato: 0,242 d'argento e 0,0019 d'oro.
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1056-1125.
Denaro. Argento, titolo vario da 0,250 a 0,220 (1). Peso decrescente, secondo l'epoca, da grani veneti 16 ad 8 (grammi 0,828 a 0,414).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro globuli, o bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola e vestimenta riccamente decorate, al collo il pallio dei metropolitani "croce S spazio M A R C V S spazio V E, legatura NE, C I A".
Regio Museo Britannico (grani veneti 14 e mezzo).
Tavola III, numero 12.
L'esemplare è bene conservato, ma manca di un pezzettino per cui rimane deficiente nel peso.
2. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto di faccia rozzamente disegnato, senza aureola, ma col pallio "croce M A D C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 16).
Tavola IV, numero 1.
3. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto simile al numero 2, "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 15).
4. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto di faccia, senza aureola né pallio, le due linee che formano l'ornamento del vestito s'intersecano a croce "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 15 e mezzo).
Tavola IV. numero 2.
5. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R apostrofo".
Rovescio. Busto come sopra, un punto sul vestito del Santo "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Bottacin (grani veneti 13).
Tavola IV, numero 3.
6. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto come al numero 5, "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A punto".
Regia Biblioteca di San Marco (grani veneti 11) logoro.
Tavola IV, numero 4.
7. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto di San Marco con punti stretti attorno alla testa, sul vestito tre punti "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Correr (grani veneti 16).
Tavola IV, numero 5.
8. Dritto. Croce patente sottile, accantonata da quattro bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E P apostrofo, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 7, "croce S spazio M A P C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Bottacin (grani veneti 14 e mezzo).
Tavola IV, numero 6.
9. Dritto. Croce patente come sopra "croce E N P I C V S spazio I, legatura MP, un punto sopra due punti".
Rovescio. Busto del Santo come sopra, con aureola di stelle, ossia punti "croce S spazio M A D C V S spazio V E N".
Museo Correr (grani veneti 10 e mezzo).
Tavola IV, numero 7.
10. Dritto. Croce patente simile alle precedenti, ma più rozza "croce E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura NP, un punto sopra due punti".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C VS spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Dalle schede Kunz (grani veneti 8).
Tavola IV, numero 8.
11. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I M P, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C VS spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Museo Bottacin (grani veneti 8 e mezzo).
12. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura MP, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C VS spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Dalle schede Kunz (grani veneti 8).
Tavola IV, numero 9.
13. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura MP, punto".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C VS spazio, legatura VE, legatura NE, C I".
Museo Bottacin (grani veneti 11).
14. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura NP, punto".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C VS spazio, legatura VE, N punto".
Museo Bottacin (grani veneti 10).
15. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura MP".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio H H D C V S V C I II".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).
Tavola IV, numero 10.
16. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura NP, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio, legatura MR, C V S spazio, legatura VE, legatura NE".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).
Tavola IV, numero 11.
17. Dritto. Croce ancorata, accantonata da 4 bisanti "croce E I I R I C, legatura, MP N P".
Rovescio. Busto come al numero 9, leggenda scorretta "croce S spazio, legatura HR, I, C quadrata, legatura HE, M P, legatura NE".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 8 e mezzo).
Tavola IV, numero 12.
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CORNER FLAMINIO. —Ecclesiæ Venetæ antiquis monumentis nunc etiam primum editi illustratæ, etc. Venetiis, 1749, Decadis XIII, pagina 76.
LIRUTI G. G. — Opera citata, pagine 149-150, tavola X, numero 105; ed in ARGELATI, Parte II, pagina 153, tavola V, numero 105 (2).
ZANETTI GIROLAMO. —Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagine 32-33, numero III della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 8-9 e 14, numero III.
CARLI RUBBI G. R. —Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 123-126, tavola III, numeri 5, 7 e 8.
CORSINI O. —Relazione dello scuoprimento e ricognizione fatta inAncona dei Sacri corpi di San Ciriaco, Marcellino e Liberio, etc.Roma, 1756, pagine 6-7 e 14.
BIANCHI D. GIOVANNI. —Letterada Rimini nelleNovelle Letterariegià citate, colonne 76-78.
GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 166, numeri VI, VII, VIII e IX e nota (a).
TERZI B. —Osservazioni sopra alcune monete inedite d'Italia.Padova, 1808, pagina 23, tavola 1, numero 9.
BECKER W. G. —Zweihundert seltene Münzen des Mittelalters etc.Dresden, 1813, pagina 50, tavola III, numero 78.
MANIN L. —Memorie storico-critiche intorno la vita, traslazione e invenzione di San Marco. Venezia, 1815, pagina 32, tavola V, figura 4 A; — seconda edizione, Venezia, 1835, pagine 27-28, tavola V, figura 4 A.
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagine 55 e 71.
MANIN L. —Esame ragionato, etc. Opera citata, pagine 172 e 174, numero 4 della tavola.
APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1117, numeri 3903 e 3904.
LELEWEL J. — Opera citata, Parte I, pagina 122, Parte III, pagina 17, tavola XIV, numero 49.
PFISTER J. G. —The coins of Venice. — J. Y. AKERMAN,TheNumismatic Journal, Volume II, 1837-1838, tavola a pagina 201.
WELZL VON WELLENHEIM L. —Verzeichniss der Münz-und Medaillen-Sammlung, Wien, 1844, Volume II, Parte I, pagina 168, numeri 2951- 2960.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 52-53 e 55, tavola II, numeri 5, 6, 7 e 8.
ZON A. — Opera citata, pagina 15, tavola I, numeri 5 e 6.
SCHWEITZER. — Opera citata, pagine 76 e 77 (105, 106 e 107), numeri 6, 7, 8 della tavola (3).
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 7.
PROMIS V. — Opera citata, pagine 26-27, numero 7 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift,Volume II, 1870, pagine 223-225.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 3. —ArchivioVeneto. Tomo XII, pagine 87-88; — terza edizione, 1881, pagine 3-4.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1528, 1532-1533, 1543-1545; — edizione in ottavo, pagine 32, 35, 43-45, tavola III, numeri 8, 9, 10, 11, 12 e 13.
GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 269, tavola XLI, numero 30.
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(1) Questi denari sono posti nell'ordine di cui si crede sieno stati coniati, ritenendo più antichi quelli di maggior peso e più recenti i leggeri.
(2) Il Liruti avendo esaminato forse un esemplare di cattiva conservazione, invece di "E N R I C V S" lesse "K N D N V S spazio I M P E R A" che interpretòKristus noster Dominus Imperate fu seguito in tale lettura dal G. Zanetti, dal Carli, dal Menizzi, dal Lelewel e da altri, sebbene l'errore fosse stato rilevato dal Padre O. Corsini sino dal 1756.
(3) Lo Schweitzer attribuisce alcuni di tali denari ad Enrico Dandolo, dicendo che il titolo d'Imperatore poteva ben essergli lecito, quasi Maestà, dopo la conquista di Costantinopoli.
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1156-1172.
Vitale Michiel II, trentaottesimo doge, tenne il supremo governo dello stato in un'epoca assai torbida e pericolosa. Dall'una parte la lotta grandiosa fra Federico Barbarossa e la Lega Lombarda cui era intimamente legata Venezia; dall'altra i dissapori e la guerra coll'impero d'Oriente, che ebbe fine colla disfatta della flotta veneziana e portò la conseguenza della uccisione del doge in una sommossa popolare. Però non era esausta la giovane repubblica, anzi in tale momento sentì più vivamente le proprie forze e le proprie aspirazioni, per cui non è da sorprendersi che la prima moneta su cui è solennemente affermata la indipendenza porti il nome di Vitale Michiel.
Questa monetina, di poco volume e di poco valore, mostra da un lato la croce accantonata da quattro punti, con attorno il nome, cognome e titolo del principe; dall'altro il busto di San Marco visto di fronte e somiglia in tutto, tranne che nell'intrinseco, ai denari coniati a Venezia dagli ultimi imperatori del nome di Enrico. Monetine dello stesso tipo si trovano pure coi nomi dei dogi che successero a Vitale Michiel, e per il peso, per l'aspetto e la forma scodellata, somigliano assai ai denari colla croce, che furono coniati dalla zecca veneziana con tipo uniforme durante quasi tre secoli, da Sebastiano Ziani a Francesco Foscari. Questa somiglianza fu causa che molti raccoglitori ed anche valenti numismatici confondessero le due specie, chiamando gli uni denari colla croce e gli altri denari col busto di San Marco. Non è però credibile che un governo saggio ed illuminato avesse contemporaneamente delle monete dello stesso valore con diversa impronta, e siccome l'intrinseco dei pezzi colla protome di San Marco è di molto inferiore a quello dei denari, è naturale supporre che essi sieno una frazione del denaro. Potrebbero essere la metà od il terzo, ma la rarità degli esemplari non permettendo un esame chimico, conviene giudicare per analogia. Siccome in altri paesi dell'Italia superiore (1) si coniava nella stessa epoca l'obolo, o mezzo denaro, vi è tutta la probabilità, e quasi la certezza, che la nostra monetina sia la metà del piccolo o denaro. Pare che Venezia informando il sistema monetario proprio, abbia riprodotto nel suo denaro con poche modificazioni, il tipo dei primi imperatori, prendendo a modello del mezzo denaro quelli di Enrico III e IV, col busto dell'evangelista: questo rapporto di uno a due era quello che probabilmente correva fra le antiche monete che si trovavano ancora in circolazione.
Negli antichi documenti oltre alle denominazioni già note di lire, soldi e denari, di grossi e di piccoli per le monete d'Occidente e quelle di bisanti, iperperi e romanati per quelle di Oriente, troviamo talvolta adoperato anche il nome dibianco, come per esempio, in un atto di donazione (2) del vescovo Stefano Lolino al Sacerdote Cristoforo della Chiesa Torcellana di Sant'Antonio Abate nel mese di giugno 1225, ove si parla diquindecim blancos. Però non essendovi alcun altro dato di confronto, non è possibile rilevare quale moneta effettiva, quale valore potesse essere quello che corrispondeva al nome dibianco. Solo allora che le memorie scritte cominciano a farsi più frequenti e più dettagliate, e cioè nella prima metà del secolo XIV, troviamo occasione di illuminarci su tale proposito.
Primo in ordine di età è un documento riportato dal canonico Rambaldo degli Azzoni Avogaro (3), che si trova negli atti del rinnovamento della zecca trevigiana; in data 7 settembre 1317 un mercante di Treviso offre al Podestà ed ai Consoli della Città di coniare bagattini uguali nella bontà e migliori di quelli di Verona e di Brescia, per supplire alla deficienza di denari piccoli buoni, in forza della qualeblanchi de Venetiis et alie pessime monete parve expenduntur pro bagatinis. Siccome noi sappiamo che in tutti i tempi la lira usata a Treviso era uguale a quella di Venezia, ne viene per conseguenza che il bianco di Venezia doveva essere una moneta che facilmente si confondeva col denaro, ma di minor valore ed intrinseco, se in Treviso si muove lagnanza perché essa viene spesa come denaro.
Vengono poscia tre documenti dei quali ebbi comunicazione dall'infaticabile e liberalissimo comm. B. Cecchetti, di cui tutti deploriamo la fine immatura.
Il primo di questi documenti, del 23 febbraio 1334 more veneto ossia 1335 (4), contiene copia di una attestazione di Pietro Pino del dicembre 1334, che, mentre l'8 od il 9 stesso, assieme a ser Andrea Marioni di Santa Maria Formosa, egli tornava dall'aver visitato ser Nicolò Marioni
"Dum. . . et intraremus porticum domus dicti ser Nicolai, superveniente domina Lavinia uxore dicti ser Nicolai, dictus ser Andreas dixit ser. . .Io voio che vui oldè certe parole che iovoio dir a Lavinia. Et sic vocavit ipsam ad partem angulariam dicte porticus, et me presente dixit:Ve Lavinia, el me se stadedite certe parole, e per zo inchià che ser Nicolò è vivo et che tuli pos favelar, io te digo cossì che del so io non tanto che vaia_un _bianco".
Altri due documenti sono tolti dal libro delleGrazie, che riportiamo qui sotto:
1340, 27 gennajo m. v.v. (5).
"Quod fiat gratia Albuyno vendericulo sancti Luce, quem officiales tarnarie condempnaverunt in libris tribus, quas jam solvit. Et insuper quod non audeat vendere oleum pro eo quod ejus filia ut dicunt vendidit cuidam unum quarterium olei de quo dati sibi fuerunt parvi VIII, et dum ipsa non haberet unumblanchumpro refundendo emptori, dedit nucellas XVI de quibus emptor fuit contentus. Cum autem sit pauper homo absolvatur, et de cetero vendere valeat oleum sicut antea faciebat".
1349, 27 settembris (6).
"Quod fiat gratia Johanni spiciario Sancti Julliani condempnato per officiales tarnarie in libris decem parvorum quia, sicut dicit, quidam puer accipiens oleum ab eo quodam sero videlicet unum quarterium, dimissitblanchumquem sibi dederat dictus Johannes super disco stationis, ob quod per famulos dicti officii euntes inquirendo pro suo officio invenerunt dictum puerum, petentes ab eo quantum dederat de dicto quarterio olei, qui simpliciter respondit septem denarios, non habensblanchumquem habere debebat, considerata condictione facti et sua paupertate, solvendo soldos centum parvorum a reliquo misericorditer absolvatur".
Dal primo di questi documenti si rileva chiaramente che ilbiancoè un pezzo di infimo valore, giacché in dichiarazione di questo genere, quando uno vuoi asserire che nulla possiede di pertinenza di altra persona, sceglie sempre la moneta di minor prezzo.
Nel secondo e nel terzo documento, oltre al confermare il minimo valore della monetina, riconosciamo che ilbianconon è la stessa cosa del piccolo, giacché tanto ilvenderigolodi San Luca, che lospiciariodi San Giuliano, adducono a loro discolpa di non possedere ilbiancoper dare il resto al compratore di un quarto d'olio, per il quale aveva pagato sette od otto piccoli.
Ogni giorno vediamo ripetersi lo stesso fatto, ed anche oggi il guardiano di un pedaggio, ovvero il venditore di frutta o di altre cose di poco prezzo, approfitta della scarsezza dei piccoli centesimi per farne illecito guadagno, che per la poca importanza si trascura dal passeggiero o dal compratore.
In quei tempi patriarcali gli ufficiali della Ternarìa erano severissimi per siffatti abusi ed i fanti sorvegliavano attentamente l'esecuzione dei durissimi editti, per cui i venditori colti in flagrante, erano puniti con multe e colla proibizione di vendere; ond'è che i colpevoli per ottenere una diminuzione di pena, si scusavano sia per la acquiescenza del compratore, sia per averlo indennizzato con altra merce.
Intanto sta il fatto che noi troviamo menzionata nei documenti veneziani del secolo XIV, un'altra moneta oltre a quelle già conosciute, e poiché sappiamo positivamente a quali monete si debbano attribuire i nomi di piccolo, di grosso, di mezzanino e di tornese, non possiamo concedere questo nome dibiancose non che a quella che n'era priva, tanto più che al minutissimo intrinseco corrisponde il minimo valore della monetina. Anche la scarsezza dei piccoli pezzi nei secoli in cui avevano corso, giustifica la loro estrema rarità al giorno d'oggi; piuttosto sembra strano che a una moneta, che conteneva piccolissima quantità di argento e facilmente anneriva, sia stato dato il nome dibianco. È bensì vero che le monete di mistura avevano, quando erano fresche di conio una patina argentea, come si può vedere in un esemplare a fior di conio delbiancodi Renier Zeno nella raccolta del Museo Correr: e lo stesso nome dibiancofu dato a moneta di simile apparenza in altri paesi, anche in epoche più recenti. Pare che si volesse con ciò denotare, più che il colore permanente della moneta, quello che essa aveva quando era nuova, e che quindi volesse piuttosto riferirsi all'imbianchitura data, che al metallo dell'intrinseco. Non bisogna poi confondere tale minima frazione del denaro con altra moneta chiamata purebianconel principio del secolo XVI, perché questa ha maggior valore, ottimo intrinseco ed un aspetto veramente bianchissimo, ma è necessario riflettere che tra l'una e l'altra vi è oltre un secolo di distanza, e che si era già perduta la memoria del primobianco, quando l'abitudine popolare impose questo nome al secondo.
Se ad alcuno poi rimanesse qualche dubbio, citerò un paragrafo del Capitolare deiSignori di notte(7) il quale nell'anno 1318, al 19 maggio dice:
"cum die secundo dicembris nuper elapsi captum fuerit in isto consilio, quod masarii monete habere debeant octo Ovrarios et octo monetharios pro faciendo monetam parvam, scilicet denarios parvos albos et quartarolos. . .".
Evidentemente si tratta di tre qualità di monete che vengono comprese sotto la comune denominazione dimoneta parvae cioè denari parvi, albi e quartaroli; l'albo è la stessa cosa che il bianco o, per meglio dire, è la sua traduzione nel latino burocratico, giacché sarebbe stato inutile aggiungere un'altro aggettivo al denaro, ch'era già accompagnato da quello solitamente usato diparvus.
L'ultima volta che a Venezia, troviamo nominato il bianco è nel 26 agosto 1348, in una parte della Quarantìa (8) che autorizza il Massaro di quindicina a far fabbricare quella quantità di bianchi che credesse conveniente; dopo quel giorno non se ne trova più menzione e ciò corrisponde anche alle monete che si conservano nelle raccolte, dove l'ultimo bianco porta il nome del doge Andrea Dandolo.
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Mezzo denaro, o Bianco (un ventiquattresimo del soldo). Mistura, titolo 0,070 circa. Peso (9), grani veneti 8, (grammi 0,414): scodellato.
1. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari entro due circoli di puntini, altri due circoli di puntini chiudono l'iscrizione "croce punto V punto M I C, legatura H, C quadrata segno, spazio D V X punto".
Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola di nove punti o stelle, due cerchi concentrici di puntini separano la figura dall'iscrizione, altri due chiudono l'iscrizione "croce punto S punto M, legatura AR, C V S spazio V, legatura NE".
Regio Museo, Parma.
Tavola V, numero 1.
Civico Museo, Trieste.
Dottor C. Gregorutti, Fiumicello presso Aquileja.
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ZANETTI GIROLAMO. —Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagina 46, numero VII della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 11 e 14, numero VII (Il disegno della moneta, tolto da un'esemplare probabilmente di cattiva conservazione è diverso affatto da quello che dovrebbe essere, avendo la croce da entrambi i lati e l'iscrizione incompleta ed inesatta).
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 77 (Il disegno copiato da quello di G. Zanetti è completato in modo fantastico).
SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 68 (91) e tavola. (La moneta non è disegnata bene e l'iscrizione non è fedele).
Biografia dei Dogi. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è copiata dal fantastico disegno del Menizzi).
Numismatica Veneta. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è copiata dal fantastico disegno del Menizzi).
KUNZ CARLO pose il disegno di questa preziosa moneta sopra un suo viglietto d'indirizzo, allorché dimorava a Venezia.
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 9.
WACHTER C. (VON). — Opera citata, —Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagine 227 e 570-571. (Anche qui l'iscrizione non è esatta).
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 9. —ArchivioVeneto, Tomo XII, pagina 92, — terza edizione, 1881, pagina 8.
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(1) Promis D.Monete della zecca d'Asti. Torino, 1853, pagine 20-21.
(2) Ughelli F.Italia sacra. Venetiis, 1717, Tomo V, pagina 1383.
(3) Azzoni Avogaro R.Della zecca e delle monete ch'ebbero corso inTrivigi fin tutto il secolo XIV; in Zanetti Guid'Antonio.Nuovaraccolta etc. Volume IV, pagine 138 e 165.
(4) Archivio di Stato.Petizion. Pergamena, busta III.
(5) Archivio di Stato.Grazie. Registro 8, carte 82.
(6) Archivio di Stato.Grazie. Registro 12, carte 49 tergo.
(7) Museo Correr.ManoscrittiIII, 349, carte 62 tergo.
(8) Archivio di Stato.Quarantia criminale, Parti. Registro II, carte 26 tergo.
(9) Il peso è rilevato dai due esemplari che si conservano nei Musei di Parma e Trieste, pur troppo alquanto sciupati; non avendo potuto conoscere il peso del Bianco del dottor Gregorutti, che è di migliore conservazione.
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1172-1178.
Sebastiano Ziani, che successe al Michiel nel principato, resse saviamente la repubblica e rialzò le sorti di Venezia, ove ebbe luogo il memorabile incontro fra Alessandro III e Federico Barbarossa e fu segnata la tregua che condusse alla pace di Costanza.
Di questo doge abbiamo solamente il denaro o piccolo, bella monetina scodellata d'argento colla croce da entrambi i lati, che sul diritto ha il nome di battesimo del principe accompagnato dal titolo di Dux e sul rovescio quello di San Marco. Niun documento o memoria ci dice in che epoca siasi cominciato a coniare tale moneta, che è la base del sistema monetario veneziano, ma sappiamo che essa era perfettamente uguale al denaro di Verona e che nelle provincie vicine, come a Venezia, si trattava indifferentemente in denari veneziani o veronesi, come se fossero la stessa cosa. Sino dal secolo scorso Brunacci aveva mostrato, coll'appoggio di documenti, che i denari veronesi ed i veneziani avevano contemporaneamente corso in Padova ed erano considerati dello stesso valore (1); i più valenti eruditi di allora accettarono le sue conclusioni che sono confermate, oltreché dai documenti, anche dal fatto che i denari di Verona e di Venezia colla croce d'ambo i lati si trovano facilmente commisti quando viene alla luce qualche tesoretto di quell'epoca. La meta o calmiere dello stesso doge Sebastiano Ziani pubblicato nel 1862 dal fu commendatore Cecchetti (2) determina i prezzi delle derrate in denari veronesi, ed è una nuova prova della parità del valore delle due monete e del fatto che a somiglianza dei veronesi erano stati battuti i denari veneziani; tutt'al più si potrebbe inferirne che i veneziani erano in corso da poco tempo e che i veronesi avevano guadagnato quella reputazione che viene da un lungo ed onorato servizio. È bene anche osservare che in quella antichissima tariffa di commestibili, quando si parla diveronesisenz'altro, si intendono, i denari, mentre che le lire ed i soldi vengono chiamatilibras veronenses,solidos veronenses(3).
La lira veronese, e conseguentemente anche la veneziana, derivano dalla lira di Carlo Magno, che è la sorgente ed il punto di partenza di tutte le monetazioni dell'Europa occidentale. Essa si divide in venti soldi, ognuno dei quali è composto di dodici denari e fu istituita dal grande imperatore riformando i precedenti sistemi dei Franchi, come ci viene narrato dalle cronache contemporanee. Carlo Magno ed i suoi successori non coniarono né la lira né il soldo, ma soltanto il denaro ossia un duecentoquarantesimo della lira, moneta che si trova facilmente nelle raccolte coi nomi delle principali città del vasto impero.
Sulla libbra, o lira di Carlo Magno dottamente scrissero illustri uomini che si dedicarono agli studi monetari ed economici in Italia ed in Francia, ma siccome il decreto o capitolare che la istituisce non è giunto fino a noi, e ci manca un campione, un modello fedele ed esatto di ciò ch'essa doveva essere, così le sapienti disquisizioni non sono riuscite a dimostrare con sicurezza l'origine storica ed il valore esatto di tale moneta. L'unico documento contemporaneo e sicuro sebbene non esattissimo, dal quale non si può allontanarsi, è il peso dei denari stessi, che essendosi conservato costante sotto i primi successori di Carlo Magno, è un freno sicuro contro i voli della fantasia.
Discussero, gli autori del secolo scorso, se Carlo Magno avesse repristinata la libbra romana (4) o sostituita la gallica (5). Chi volle che tale nuovo peso corrispondesse alla libbra di 16 once adoperata in Francia ed in Germania e formata dal doppio peso del marco (6), chi invece la cercò in un peso corrispondente a 12 once del marco (7), opinione alla quale sarei tentato di accostarmi, ritenendo probabile un legame fra il peso della moneta e dei metalli colle altre misure, considerando le moltelibbreed i moltimarchiesistenti in Francia, in Germania ed in Italia, come degenerazioni di uno stesso sistema, di cui resta traccia nell'analoga divisione.
Fra i moderni che si occuparono di questo interessante argomento merita una speciale menzione la memoria presentata nel 1837 all'Accademia reale di Francia dall'eruditissimo signor Guérard (8), nella quale egli sostiene, dopo ricerche coscienziose, che la nuova libbra introdotta da Carlo Magno non fosse se non l'antica romana aumentata d'un quarto, fissando la prima in grammi 326 e 337 millesimi e la seconda in grammi 407 e 92 centesimi.
Il Fossati invece in altra dotta memoria (9) presentata all'Accademia delle scienze di Torino, attribuisce un maggior peso alla lira di Carlo Magno, e la crede equivalente a grammi 434 e 416 millesimi, ed il cavalier C. Desimoni (10) in un recente lavoro sulla decrescenza graduale del denaro dalla fine dell'XI, sino al principio del XIII secolo, lo porta fino a grammi 467 e 724 millesimi. In Italia due grandi autorità si sono pronunciate in favore del peso proposto dal Guérard e cioè Domenico Promis (11) e Camillo Brambilla (12), ed io piegandomi a sì illustri maestri ho seguito il loro esempio in un saggio sul valore della moneta veneziana che ho letto all'Istituto Veneto (13).
L'indole e lo scopo del presente lavoro non mi permettono di dilungarmi su questo importante argomento; osserverò solo che il Guérard ha preso per base del suo sistema il peso medio dei denari di Lodovico il Pio, da lui valutato a 32 grani del marco di Troyes. Ora a me sembra che il peso medio degli esemplari di una moneta, dopo tanti secoli, non possa dare un'idea esatta di quello fissato dalle leggi. Anche oggi noi vediamo che le monete appena uscite dalle officine raggiungono assai raramente il peso normale, perché la zecca cerca di aumentare i suoi utili colla tolleranza, e se per caso qualche esemplare eccedesse il peso legale, esso sarebbe subito tolto dalla circolazione e fuso dagli speculatori.
Lo stesso diligentissimo signor Guérard ci dà il peso di 69 denari di Lodovico dei quali 16 oltrepassano i 32 grani ed alcuni raggiungono i 35 e 36, e saviamente egli fece a scegliere quell'imperatore che mostrò esattamente mantenuto il peso della moneta, ma tenendo conto del consumo per la circolazione e della ineguaglianza del peso naturale in tutti i tempi e più comune in quell'epoca, io ritengo che il peso normale del denaro dovesse essere tra i 34 ed i 35 grani di Troyes, e quindi più vicina al vero la lira di grammi 434,416 proposta dal Fossati.
Il denaro, sola moneta coniata nei primi secoli, conservò il suo peso quasi completamente durante il regno dei sovrani carolingi; ma decrebbe sensibilmente durante quello degli imperatori germanici, per cui i denari coniati a Venezia nel secolo XI coi nomi di Corrado e di Enrico, pesano circa la metà di quelli di Carlo Magno e sono di titolo inferiore. Nelle più antiche carte che parlano di moneta veneziana, essa viene calcolata la metà (14) di quella milanese, pavese od imperiale, che è quindi quella che più si accosta alla originaria.
Assai più rapido fu il deterioramento della moneta nel secolo XII, ed infatti i denari Veneziani coi nomi di Sebastiano (Ziani), Aurio (Malipiero) ed Enrico (Dandolo) pesano meno del quarto dei denari di Carlo Magno, sebbene contengano tre quarte parti di lega ed una sola di fino. Gli assaggi che ho fatto fare su tali monetine danno il titolo di 0,250 a 0,270 ossia, relativamente al peso di oltre sei grani veneti, essi contengono qualche cosa di più di un grano veneto e mezzo di buon argento, peso ed intrinseco che stanno in armonia con quelli del grosso istituito da Enrico Dandolo e di cui parleremo più tardi.
Siamo già abbastanza lontani dal valore e dal peso del primo denaro, ma la scala discendente non è ancora finita e si può anzi dire che non finisce mai, perché il deterioramento della moneta è legge generale e costante. I tempi antichi e quelli del medio evo, ce lo provano cogli esempi di tutti i paesi, ed attualmente solo i freni artificiali ed i legami internazionali possono trattenere la moneta da questa china fatale. Il confronto col vecchio denaro imperiale e la esiguità del volume fecero dare il nome dipiccoloal denaro veneziano, e poco a poco l'aggettivo sostituì il nome originario in modo da farlo dimenticare. Col tempo il nome dipiccolood il suo equivalente latino diparvusdivenne ufficiale e rimase nelle scritture anche quando l'uso popolare diede al denaro altri appellativi.
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(1) Brunacci J.De re nummaria patavinorum. Venetiis, 1744, pagine 31-42. — Brunacci J.Della beata Beatrice d'Este. Padova, 1767, pagina 51.
(2) Cecchetti B.Programma dell'i. r. Scuola di Paleografia inVenezia, 1862. Pagina 48 e seguenti.
(3) Documento III.
(4) Carli Rubbi G. R.Delle monete etc. Opera citata. Tomo I, pagina 248.
(5) Le Blanc F. Opera citata. Paris, 1690, pagina 83.
(6) Carli Rubbi G. R. Opera citata. Tomo I, pagine 249-251.
(7) Le Blanc F. Opera citata. Pagina 83.
(8) Guérard B.De système monétaire des Francs sous les deuxpremières races, Revue Numismatique française, Blois, 1837, pagina 406.
(9) Fossati.De ratione nummorum ponderum et mensurarum in Gallis subprimæ et secundæ strpis regibus. Atti della Regia Accademia delle Scienze. Torino, 1842.
(10)Mélanges de Numismatique. Paris, 1882, pagina 52.
(11) Promis D.Monete dei romani Pontefici avanti il mille. Torino, 1858, pagina 47.
(12) Brambilla C. Opera citata, pagina 56.
(13)Atti del Regio Istituto Veneto. Tomo III, serie VI, 1885.
(14) Papadopoli N.Sulla origine etc. Opera citata, pagina 29.
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1178-1192.
Orio Malipiero, che aveva rinunciato una prima volta alla suprema dignità in favore di Sebastiano Ziani, fu chiamato a succedergli quando questi si ritirò in un monastero. Il nuovo doge dimostrò saviezza ed accorgimento politico nelle relazioni coll'impero bizantino, e così pure durante gli avvenimenti disgraziati dei Crociati in Palestina, in modo che se ne avvantaggiarono l'influenza ed il commercio dei veneziani in Oriente.
Il Carli (1), il Gallicciolli (2) ed altri scrittori di cose veneziane riproducono nelle loro opere la notizia di una nuova moneta di Orio Malipiero chiamataAureola, dal nome del doge, la quale era adoperata dai notaj allorché minacciavano la pena diquinque librasauri. Non sono concordi i cronisti ivi citati sulla natura della specie metallica, perché alcuni parlano di moneta bianca o di argento, altri di moneta d'oro e finalmente leMemorie di Zeccanotano all'anno 1178:
"Prencipe D. D. Aureo Mastropetro fu stampada moneta d'argento nominada Aurelij quali pesavansi Carati 10 per uno, Valeva Soldi due L'uno".
Qualunque sia la lezione che si voglia preferire non è facile interpretare le parole di questi antichi storici, tanto in quelle parti in cui sono concordi, quanto in quelle in cui differiscono, perché l'oro non fu ridotto in moneta nella zecca veneziana prima del 1284; i piccoli ed i bianchi esistevano anche prima del doge Malipiero ed il grosso, che pesa poco più di 10 carati, fu coniato per la prima volta da Enrico Dandolo, come ci assicurano i cronisti più autorevoli e ci provano quei documenti palpabili che sono le monete esistenti nei nostri Musei.
Ricercando quale sia la moneta nominata dai vecchi notai troveremo che la multa diquinque libras auriera imposta ai prevaricatori dei contratti e dei testamenti da antichissimo tempo e ben prima del Malipiero, come in un sinodo tenuto in San Marco nel 960 (3) per vietare il commercio degli schiavi, nel quale il doge ordinava, che chi violasse la leggecomponat in palatio nostro auri obrizi libras quinque, e nell'atto di donazione di Entesema, figlia di Domenico Orseolo al fratello Pietro nel 1.° dicembre 1061, che termina con queste parole:
"Quod si unquam tempore contra hanc meæ donationis cartam ire temptavero. . . solvere promitto cum meis heredibus tibi et tuis heredibusauri libras quinque, et hec donacio maneat in sua firmitate" (4).
È chiaro adunque che si tratta non di nuove e speciali monete, ma bensì delle libbre d'oro con cui si facevano molte contrattazioni nei secoli X e XI, che troviamo segnate nei documenti colle paroleaurilibras,auri obrizi libras,auri optimi libras,auri purissimilibras,auri cocti libras, e che continuarono ad essere usate anche più tardi, particolarmente nei testamenti ed altri simili atti dove le formole si conservano per tradizione anche quando il vero motivo di usarle è scomparso. L'errore proviene da una confusione ingenua fatta col nome del doge che latinamente si dicevaAurio, e di ciò sono persuasi anche il Carli ed il Gallicciolli, il quale però si affatica a cercare il rapporto di valore fra queste libbre, la lira grossa e la fantasticaRedonda d'oro.
Per togliere ogni incertezza e comprendere come l'errore si sia formato, osserviamo da prima che non è giunta sino a noi alcuna cronaca o memoria storica scritta al tempo di Orio Malipiero od in epoca tanto vicina da considerarsi quasi contemporanea. Martino da Canal, che scrisse circa un secolo dopo, non parla di alcuna moneta nuova istituita da quel doge, e nemmeno Andrea Dandolo, giacché la postilla che ricorda il fatto nel Codice Ambrosiano, fu aggiunta in epoca posteriore. Il primo a parlarne è un manoscritto del secolo XIV intitolatoChronicum venetum ab U. C. ad annum 1360, che si conserva nella Regia Biblioteca Marciana (5), dove si legge:
"Iste Dux quandam monetam vocatam aureolus ut suo congrueret nomini cudi fecit de qua etiam hodierna die in cartis ubi pena apponitur V libre auri fit mentio singularis".
I cronisti posteriori riproducono la notizia quasi colle stesse parole, e finalmente Marino Sanuto nelle vite dei Dogi (6) racconta:
"Ancora fu fata una moneda d'arzento che si chiamava aureola per la chasada dil doxe: et è quella moneda che li nodari di Veniexia metevano in pena soto i lhoro instrumenti".
Possiamo dunque essere tranquilli che nessuna moneta nuova fu fabbricata al tempo di Orio Malipiero, il quale continuò soltanto a coniare nummi scodellati delle stesse specie usate dai suoi predecessori.
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Denaro, o Piccolo. Argento, titolo 0,270 circa (7). Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.
1. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce A V R I O spazio D V X".
Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce punto, S ruotata, puntoM A R C V, S ruotata".
2. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".
3. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola V, numero 3.
4. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata".
5. Varietà nel Dritto. "croce A V R punto D V X punto".
Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola V, numero 4.
Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,070 circa. Peso, grani veneti 9 (grammi 0,465): scodellato.
6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce A V R I O punto D V X".
Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce S spazio M A R C V punto punto".
Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Tavola V, numero 5.
(Il rovescio della moneta è ribattuto, per cui la croce incusa copre quasi interamente l'immagine del Santo).
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LIRUTI G. G. — Opera citata, pagina 142, tavola VII, numero 61; edARGELATI, Parte II, pagina 149, tavola III, numero 61.
ZANETTI GIROLAMO. —Dell'origine, etc. Opera citata, pagina 47, numero IX e X della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 11 e 14, numero IX e X.
CARLI RUBBI G. R. —Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 401-402, tavola VI, numero II.
GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 167, numero XI. e XII.
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 79.
APPEL J. — Opera citata, pagina 1118, numero 3906.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagina 53 e 55, tavola II, numero 10.
ZON A. — Opera citata, pagina 17.
SCHWEITZER F. — Opera citata, pagina 73 (94) (95) (96) (97) (98) (99) e tavola.
Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge XL.
Numismatica Veneta. Opera citata, Doge XL.
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 10.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift,Volume III, 1871, pagine 227-228, 572-576.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 10. —ArchivioVeneto, Tomo XII, pagina 93, — terza edizione, 1881, pagina 9.
Bolla in piombo di Orlo Malipiero conservata nella RaccoltaPapadopoli.
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(1) Carli Rubbi G. R.Delle monete etc. Opera citata, pagina 404, Volume I.
(2) Gallicciolli.Delle memorie etc. Opera citata, Volume II, pagine 14-16.
(3) Romanin S. Opera citata, Tomo I, pagina 370.
(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 48, Classe VII, ital.
(5) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 36, Classe X, lat.
(6) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 800 (autografo), Classe VII, ital.
(7) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il titolo di 0,268.
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1192-1205.
Quando Enrico Dandolo fu assunto al principato, Venezia era prospera e rigogliosa, le sue flotte varcavano i mari, la sua alleanza era cercata dai maggiori potentati d'Europa. La modesta città sorta dalle lagune aveva fatto rapidi progressi nel secolo fra Pietro Orseolo ed Enrico Dandolo. Quest'ultimo doge, ottuagenario e quasi cieco, conquistò Trieste, Zara e finalmente portò l'ultimo colpo all'Impero d'Oriente, entrando assieme ai crociati nella superba Bisanzio, altre volte padrona del mondo. Baldovino di Fiandra ebbe la corona imperiale, ma nella divisione delle spoglie, Venezia ebbe la parte migliore e conservò il predominio commerciale su tutto l'Oriente, che fu la sorgente della prosperità e della grandezza della repubblica.
In quest'epoca remota, in cui l'Europa usciva appena dalla barbarie, Venezia primeggiava per la sua civiltà: non vi è quindi da sorprendersi che nella sua zecca si iniziasse una delle più importanti riforme monetarie del secolo, qual è la istituzione delgrosso. Sino allora non esistevano in circolazione se non i denari, assai deteriorati dall'originario valore, differenti di peso e di bontà, incomodi a maneggiarsi; la varietà e l'incertezza del valore, aggravate da molte falsificazioni, recavano non poco danno al commercio, per cui la istituzione di una moneta più pesante, di ottimo argento, mantenuta sempre fedelmente dalla zecca nel peso e nel titolo stabiliti, fu un vero progresso, nel quale Venezia ebbe il vanto di precedere gli altri stati. Tale progresso fu accolto con immenso favore in Italia ed in Oriente, ed il grosso ebbe dovunque una grandissima diffusione: lo provano le molteplici imitazioni del concetto ed anche del tipo, lo provano le memorie che il grosso ha lasciato e che durano ancora dopo tanti secoli, cosicché in Oriente si sente parlare di grossi ed a Venezia il popolo continua a valersi del nome di questa moneta in molte contrattazioni.
Non sono concordi gli antichi cronisti sull'epoca della prima coniazione delgrosso. Andrea Dandolo la fissa all'anno 1194 colle parole:
"Subsequenter Dux argenteam monetam vulgariter dictamgrossiVenezianivelMatapanicum imagine Jesu Christi in Throno ab uno latere, et ab alio cum figura Sancti Marci, et Ducis, valoris vigenti sex parvulorum primo fieri decrevit" (1).
Marino Sanuto antecipa l'epoca della fabbricazione al 1192 (2); invece Martino da Canale, cronista quasi contemporaneo, asserisce che questa moneta fu coniata dai Veneziani solo nell'anno 1202, quando si preparavano all'impresa della conquista di Costantinopoli, colle parole
"Mesire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d'argent por doner as maistres la sodee (soldo, salario) et ce que il deservoient: que les petites que il avoient, (intendi i denari opiccoli) ne lor venoient enci a eise. Et dou tens de Monseignor Henric Dandle en sa, fu comencie en Venise a faire les nobles mehailles d'argent que l'en apeleducat, qui cort parmi le monde por sa bonte" (3).
Senza discutere quale di queste date sia veramente la giusta, a noi basta sapere che a Venezia, prima della partenza dei crociati, e non a Costantinopoli, o durante il viaggio, come taluno sospettò, fu iniziata la coniazione del grosso, nel che sono concordi questi autorevolissimi cronisti. Anche il tipo e l'aspetto della moneta, attentamente esaminati, confermano quest'opinione. Ogni moneta, per quanto nuova, ha pure alcuni legami intimi ed apparenti con quelle coniate nelle epoche precedenti, per cui, non riuscendo a scoprirli subito nella stessa zecca, è necessario indagare nei paesi vicini od in quelli avvicinati da rapporti commerciali. Ora il grosso non ha alcuna affinità colle monete d'Occidente né per il peso né per l'aspetto, e conviene cercare i suoi legami in quell'Oriente con cui Venezia aveva florido commercio; infatti colà esistevano monete d'argento di maggior peso che in Occidente, colà si conservavano le tradizioni dell'arte e della civiltà antica. Studiando i pezzi che hanno qualche affinità col grosso, si riconosce facilmente ch'esso ha per base e per prototipo l'arte greca, ma passata per il sentimento e per la mano degli antichi veneziani. Sul rovescio vediamo disegnato il Redentore seduto sopra un trono, che tiene il libro appoggiato sul ginocchio e la destra alzata in atto di benedire. Questa sacra immagine si vede in tutte le antiche chiese di origine greca e si trova nel soldo d'oro bizantino dei secoli X, XI e XII, da cui fu copiata con fedeltà religiosa. Sul diritto della moneta sono disegnati due personaggi, che tengono insieme una lunga asta, la quale divide in due parti eguali il disco della moneta. Anche da questo lato il grosso ricorda i nummi bizantini di quei tempi, dove talora sono disegnati due o tre principi della casa imperiale, il Redentore o la Vergine pongono sul capo la corona al sovrano, ovvero l'Arcangelo Michele consegna il labaro all'imperatore, od altre analoghe rappresentazioni allegoriche e religiose. Questo concetto non è però copiato direttamente ed in modo servile dalle monete bizantine, ma adottato con qualche modificazione e diventato veneziano per l'uso fattone durante un lungo corso d'anni. San Marco che rappresenta e, per così dire, personifica l'idea del Comune indipendente di Venezia, consegna al capo dello stato lo stendardo, sul quale è disegnata la Croce, ricordo del tempo in cui tutti si decoravano di questo simbolo sacro; entrambi sono vestiti di lunghi paludamenti di foggia orientale con pietre preziose; la testa però non è coperta dalle bende e dai diademi gemmati dei sovrani orientali, bensì i capelli lunghi sono la sola decorazione del capo e ricordano gli usi franchi e longobardi, presso i quali questo distintivo era quello dei principi e dei grandi personaggi. Questa composizione caratteristica, che fu conservata con lievi modificazioni di forma nella moneta veneziana di tutti i tempi, è tolta di pianta dalle bolle di piombo che i dogi usavano attaccare ai diplomi per antichissima consuetudine. Basta vedere le poche bolle che esistono anteriori all'istituzione del grosso, e cioè quelle di Pietro Polani, di Sebastiano Ziani, di Orio Malipiero e quella dello stesso Enrico Dandolo, per riconoscere che l'intagliatore dei conî copiò le due figure rappresentate sul sigillo facendovi un leggiero cambiamento, che è la soppressione della sedia o cattedra del Santo, raffigurandolo in piedi anziché seduto. Non è un fatto nuovo né isolato nella storia numismatica del medio evo, che le monete traggano il concetto ed il disegno dai sigilli, e lo dimostra il dotto signor C. Piot in una notevole monografia intitolata: "Etude sur les Types" pubblicata nellaRevue de la Numismatique Belge(4), con esempî tolti dalle monete della Francia e dei Paesi Bassi, a cui se ne potrebbero aggiungere altri di altri paesi. Per rimuovere ogni dubbio, basta osservare la bolla in piombo del doge Orio Malipiero, che ho la fortuna di possedere nella mia raccolta, e il disegno esattissimo che si trova alla fine del capitolo dedicato al doge Malipiero servirà meglio delle parole a dimostrare la giustezza del mio assunto.
È degno di essere notato il modo insolito con cui sono disposte le iscrizioni su questo sigillo. Presso al Santo ed al doge sta scritto il nome e la qualifica di ognuno dei due personaggi, ma parte dell'iscrizione è posta a destra, parte a sinistra della stessa figura, ciocché lascia supporre che in tempi più antichi essa dovesse correre tutt'attorno la testa come si vede in alcune immagini di santi bizantini. Nel grosso e nei sigilli posteriori fu ancora modificata la forma delle iscrizioni, ma lungo l'asta dello stendardo restarono le tre lettere "D V X", l'una sotto l'altra, in una posizione che non ha altri esempi e tale che non si saprebbe indovinarne l'origine, se non si conoscessero questa ed altre bolle, che mostrano la genesi e le successive modificazioni di tale scritta.
Come abbiamo visto, la nuova moneta istituita da Enrico Dandolo ebbe i nomi diDucatoe diMatapan, ma il suo nome proprio usato in tutti i tempi ed in tutti i luoghi e che riscontrasi esclusivamente nei documenti, fu quello diGrosso: onde mi par bene conservarlo a preferenza di tutti gli altri, avendo esso attraversato, senza alterazioni, tanti secoli nella bocca del nostro popolo.
Il valore originario del grosso fu di ventisei piccoli o denari, come affermano i cronisti Andrea Dandolo e Marino Sanuto e come ci vien confermato dall'esame del peso e dell'intrinseco della moneta. Possiamo esattamente rilevare il peso del grosso da un documento autentico ed ufficiale, quale è ilCapitolare dei Massari della moneta, compilato nel 1278 (5), dove sono raccolte le deliberazioni dei Magistrati che si riferiscono alla zecca. Alla fine del primo capitolo troviamo indicato il numero dei pezzi, che si dovevano tagliare da ogni marco d'argento, colle seguenti parole:
"item faciam fieri istam monetam taliter quod erit a soldis novem et uno denario et tercia, usque ad medium denarium pro marca".
e cioè se ne devono trarre soldi (di grossi) nove e denari 1 e un terzo sino a denari 1 e e mezzo ossia denari (grossi) 109 e un terzo sino a 109 e mezzo, il che dà per ogni grosso un peso, che oscilla fra grani veneti 42 e 14 centesimi e 42 e 8 centesimi e può ridursi alla media di grani veneti 42 e un decimo, peso assai vicino a quello rilevato da Lambros (6) dall'autorevole volume del Pegolotti:La pratica della Mercatura.
Lo stesso prezioso documento ci dà anche il fino del grosso e dell'argento veneziano colle seguenti parole del Capitolo 73:
"Preterea tenor et debeo ligare et bullare vel facere bullare totum argentum quod mihi per mercatores presentabitur ad ligam de sterlino, etc".
Da ciò rileviamo che la lega del grosso era quella dello sterlino, la migliore del medio evo, istituita dai mercanti tedeschi dell'Hansa. Pegolotti nel Capitolo LXXIII (7), intitolatoA che leghe di monete, assegna ai viniziani grossi once 11 denari 14, titolo che colla formula usata nella zecca di Venezia, si diceva a peggio 40, ciocché vuol dire che dei 1152 carati componenti una marca, 40 soli erano rame o lega, il resto argento fino. A sistema decimale questo titolo corrisponde a 0,965 e quindi sulla media di grani veneti 42 e un decimo, il fino del grosso rimane grani veneti 40 e 62 centesimi di buon argento, che diviso per 26 dà per ogni denaro o piccolo un peso d'argento puro di grani veneti 1 e 56 centesimi, che è approssimativamente la quantità di metallo che si è ritrovata nelle analisi da me istituite su tali monetine.
Altra moneta coniata per la prima volta da Enrico Dandolo è ilQuartaroloo quarto di denaro, pezzo di rame con poco argento, creato per servire alle minute contrattazioni. Così ne parla Andrea Dandolo nella sua cronaca dell'anno 1264 (8), narrando la prima costruzione del ponte di Rialto in legno;
"Civitas quoque Rivoaltina, quae mediatione Canalis hactenus divisa fuerat, nunc ex lignei pontis constructione unita est, et appellatus est Pons ille deMoneta, quia priùsquàm factus esset transeuntes monetam unam vocatamQuartarolus valoris quartæpartis unius denarii Venetinautis exsolvebant".
Carli (9), che riporta questo passo, incorse, traducendolo, in una di quelle sviste non impossibili anche ad un uomo dotto, e prendendo il denaro per soldo, diede al quartarolo il valore di un quarto di soldo. Meno scusabili sono invece tutti gli altri, i quali, dopo di lui trattando del quartarolo, copiarono religiosamente l'errore, senza accorgersi mai di una differenza tanto rilevante, che dà al quartarolo un valore di tre piccoli, cioè dodici volte maggiore del reale.
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Grosso (26 denari, o piccoli). Argento, titolo 0,965 (peggio 40).Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).
1. Dritto. San Marco a destra ritto in piedi, cinto il capo di aureola, col libro dei Vangeli nella mano sinistra, consegna colla destra al Doge un vessillo con asta lunghissima, che divide la moneta in due parti pressoché eguali. A sinistra il Doge, vestito di ricco manto ornato di gemme, tiene colla sinistra un rotolo (volumen), che rappresenta la promissione ducale, e colla destra regge il vessillo, la cui banderuola colla croce è volta a sinistra. Entrambe le figure sono di faccia, le teste colla barba sono scoperte; quella del Doge ha i capelli lunghi che si arricciano al basso; a sinistra "croce punto H punto D A N D O L apostrofo", lungo l'asta sotto l'orifiamma "D V X" in senso verticale colle lettere sottoposte l'una a l'altra; a destra "punto S punto M punto V E N E T I".
Rovescio. Gesù Cristo seduto in trono col libro appoggiato sul ginocchio sinistro. Il Redentore ha il capo avvolto da largo nimbo colla croce, a destra e a sinistra della testa "I C sopralineati, spazio, XC sopralineati".
Tavola V, numero 6.
Denaro, o piccolo. Argento, titolo 0,250 circa (10). Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.
2. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce E N R I C apostrofo punto D V X".
Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A RC V, S ruotata".
Tavola V, numero 7.
3. Varietà nel Dritto. "croce E N R I C punto D V X".
4. Varietà nel Dritto. "croce, H minuscola, N R I C punto D V X".
Tavola V, numero 8.
Mezzo denaro, o bianco. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani veneti 10 (grammi 0,517): scodellato.
5. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari "croce E N R I C O spazio D V X".
Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce punto, S ruotata, MA R C V, S ruotata, punto V punto N punto".
Museo Correr, Venezia.
Tavola V, numero 9.
Dott. C. Gregorutti, Fiumicino.
Quartarolo (un quartodi denaro). Mistura, titolo 0,003 circa.Peso, grani veneti 15 (grammi 0,776).
6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce con un punto nel mezzo, un cerchio divide l'iscrizione "croce punto E punto D, omega scritto in alto, A D V L O spazio D V X".
Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli in un cerchio "croce,S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Regia Biblioteca di San Marco, Venezia.
Regio Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Regio Museo Britannico, Londra.
Tavola V, numero 10.
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SANTINELLI S. —Dissertationes, orationes, epistolæ et carmina. Venetiis, 1734. Epistolæ VII,De vetere moneta veneta vulgo mattapana vocata, pagine 269-280; ed in ARGELATI, Parte I, pagine 299-302.
MURATORI L. A. — Opera citata,DissertazioneXXVII, colonne 648, 651- 652, numero II; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII, numero II. (la leggenda è invertita).
SCHIAVINI F. —Observationes in venetos nummos, etc., in ARGELATI,Parte I, pagine 271-273.
ZANETTI GIROLAMO. —Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagina 47, numero VI della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 12 e 14, numero VI.
ZANETTI GIROLAMO. —De nummis regum Mysiæ seu Rasciæ ad venetos tipos percussis. Venetiis, 1750, numero I della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagina 22, numero I.
CARLI RUBBI G. R. —Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 406-407, tavola VI, numero V.
BELLINI V. —Dell'antica lira ferrarese di marchesini, etc. Ferrara, 1754, pagina 5.