Chapter 5

Veniamo ora al ducato d'oro, istituito con una legge del Maggior Consiglio, che giova riprodurre integralmente, sebbene da lungo tempo pubblicata e conosciuta da tutti gli studiosi:

"1284 die ultimo octubris. Capta fuit pars quod debeat laborari moneta auri communis videlicet LXVII pro marcha auri tam bona et fina per aurum vel melior ut est florenus accipiendo aurum pro illo precio quod possit dari moneta pro decem et octogrossiset fiat cum illa stampa que videbitur domino duci et consiliariis et capitibus de quadraginta et cum illis melioramentis que eis videbuntur, et si consilium est contra sit revocatum quantum in hoc: pars de XL et erant XXVIIII de quadraginta congregati ex quibus voluerunt, hanc partem XXII et septem fuerunt non sinceri et nullus de non" (3).

Dopo la grande riforma della monetazione fatta da Carlo Magno, l'Europa non aveva quasi più specie d'oro, tranne quelle che erano rimaste in circolazione dei tempi longobardi e del basso impero, e quelle che si coniavano nei paesi occupati dagli Arabi. Federico II per il primo fece stampare (1231) l'Augustale, moneta che, per il metallo e per il conio, ricorda i bei tempi dell'impero romano; poscia nel 1252 Firenze decretò ilfiorino, che imitato da altre città italiane, si diffuse in tutti i paesi Commerciali del mondo, e la moneta d'oro di Firenze e di Venezia, conservandosi per lungo corso d'anni sempre uguale di peso e di bontà, divenne una specie di moneta universale in un tempo, in cui non erano popolari le scienze economiche, ma una buona e savia pratica non era ignota ai commercianti accorti ed intraprendenti. L'importanza del fatto non isfuggì nemmeno allora e ne fanno menzione tutti i cronisti e storici contemporanei, anzi Marino Sanuto nelle sue vite dei Dogi (4) riporta un'iscrizione posta per ricordare il grande avvenimento.

Come risulta dalla lettura del documento, lo scopo del decreto 31 ottobre 1284, era quello di creare una moneta di oro fino buona quanto e più del forino fiorentino. Così fu fatto, perché nel ducato si adoperò l'oro più puro che si potesse avere coi mezzi chimici di allora; gli assaggi moderni provano il titolo 0,997, per cui si può calcolare che l'oro migliore del medio evo avesse per lo meno tre millesimi d'impurità.

Per il tipo e per il conio il Maggior Consiglio si rimette al parere del doge, dei consiglieri e dei capi della Quarantìa, i quali adempirono l'incarico con tutta coscienza e con buon risultato, riproducendo sulle nuove monete le stesse figure e lo stesso concetto che era diventato tradizionale del grosso, ma l'arte veneziana aveva fatto grandi progressi negli ultimi ottant'anni e si era liberata dalle pastoje della scuola bizantina, per cui il conio di questa moneta è superiore a tutti i contemporanei, e mostra che gli artefici della zecca di Venezia erano in un epoca remota, arrivati a notevole altezza nel gusto e nella finitezza del disegno. In luogo delle due figure tozze e stecchite di un'arte imbarbarita, vediamo sul diritto del nuovo ducato, il Santo protettore vestito di ampio paludamento, il quale offre il patrio stendardo al doge inginocchiato che riverente lo prende colla destra. Il principe ha sul capo la berretta ducale di forma antica con cerchio di gemme e la cuffia o camauro allacciato sotto il mento. La testa e gli ornamenti sono finamente lavorati, il manto ornato di pelliccia cade artisticamente sul corpo; solo le gambe del doge genuflesso hanno una certa piegatura alquanto primitiva, che mostra l'infanzia dell'arte, ma non è priva di grazia e di ingenuità.

Sul rovescio il Redentore non ha più il seggiolone, sul quale siamo soliti vederlo seduto in tutte le manifestazioni più importanti dell'arte e del culto bizantino, ma ritto in piedi, abbandona le forme abituali per prendere un ampio vestito drappeggiato con buon gusto. Non ostante queste mutazioni, dal libro che tiene nella mano sinistra, dalla destra che benedice, e sopra tutto dal greco nimbo colla croce, si riconosce, che l'artista ebbe per modello non solo il rovescio delgrosso, ma anche la tradizione dell'arte religiosa bizantina e le successive modificazioni ad essa recate dai primi albori del rinascimento italiano. La figura del Redentore è chiusa in un aureola elittica, o per dir meglio composta di due archi di cerchio che si uniscono a sesto acuto. È questa una concezione poetica ed allegorica prediletta del medio evo, che si vede nelle antichissime tavole di soggetto mistico e religioso ed anche in alcuni mosaici che esistevano nella facciata della chiesa di San Marco, fedelmente riprodotti dal pennello di Gentile Bellino. Se fossero conservati i disegni di tutti quelli che nell'interno della basilica furono sostituiti da lavori più recenti, si avrebbe forse una serie completa, da cui studiare la graduale trasformazione del pensiero religioso ed artistico. Essa rappresenta una parte e precisamente un fuso delle sfere celesti, che sul rovescio del ducato è cosparso di stelle per far comprendere meglio l'idea dove manca il colore. Questa bella moneta ha molta rotondità e rilievo ed è superiore a tutte quelle coniate nella stessa epoca, perfezione che durò pochi anni, essendosi più tardi trascurato assai il lavoro d'intaglio per la fretta causata dall'abbondantissima fabbricazione.

Firenze che prima istituì la moneta d'oro, la fece di un peso che corrispondeva all'ottava parte di un'oncia e di un valore esatto e perfetto, vale a dire una lira fiorentina di 20 soldi; Venezia che volle approfittare della diffusione e della celebrità acquistata dal forino, dovette conservarne il peso e la bontà, decretando che da ogni marca si tagliassero 67 monete, ognuna delle quali risultava del peso di grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi. Il ducato all'epoca della sua creazione (1284) fu valutato 18grossi, con una proporzione fra l'oro e l'argento di 1 a 10 e sei decimi; più tardi l'argento diminuì di prezzo grado a grado, e nei primi lustri del secolo XIV, il ducato fu portato a 24grossied il rapporto fra i due metalli come 1 a 14 circa.

Nel 2 giugno 1285, il Maggior Consiglio (5) ordinava che il ducato d'oro fosse valutato 40 soldiad grossos. Per comprendere questo decreto e per avere un'idea del prezzo delDucato, che ha tanta importanza nella storia del valore, conviene addentrarsi un poco nel sistema monetario veneziano e studiare le differenti maniere colle quali si conteggiava nel secolo XIII. Due lire erano usate in quel tempo a Venezia, entrambe divise in 20 soldi, ed ogni soldo in 12 denari; la sola differenza era il valore del denaro, che nell'una era ilpiccoloe nell'altra ilgrosso, per cui si chiamavano: la primalira di denari piccoli, la secondalira di denari grossi.

La moneta di conto principale e più diffusa fu sempre la lira dipiccolie durò quanto la Repubblica, dalla fine del X° secolo, in cui si trovano i più antichi conteggi espressi in denari veneziani fino alla caduta del governo col quale si era, per così dire immedesimata. Nel 1806 fu introdotto nel regno d'Italia il sistema decimale, poi la moneta Austriaca, e finalmente ritornò la italiana, ma la lira dipiccoli, ovvero liravenetanon è ancora completamente scomparsa nel territorio veneto, quale lira di conto. Ho già parlato di questa lira, della sua origine, del suo valore intrinseco e della diminuzione subìta dall'epoca di Carlo Magno in cui fu istituita, fino a quella di Enrico Dandolo. Da questo tempo in poi una nuova falcidia era avvenuta nella quantità d'argento contenuta in una lira. Infatti quando fu creato ilgrosso, esso equivaleva a 26piccolie per formare una lira di piccoli erano necessari grossi 9 e sei ventiseiesimi, corrispondenti a grani veneti 388 e 61 centesimi di argento buonissimo a peggio 40 sistema veneto, che equivale a grammi 20,110 a titolo 965 millesimi, e cioè a circa italiane lire 4,31 della nostra moneta. Quando si ricominciò a coniare ilpiccolo, ducando Lorenzo Tiepolo il valore del grosso fu portato a 28piccolie nel 1282 a 32piccoli. Nel primo caso occorrevano 8grossie 16 ventottesimi a formare una lira, nel secondo bastavanogrossi7 e mezzo, e siccome ilgrossoaveva sempre lo stesso titolo e lo stesso peso, ne viene naturalmente che nella prima epoca, la lira conteneva grammi 18,024 d'argento puro, quanti circa si trovano in 4 lire italiane; nella seconda invece 15,771, quanti si trovano in lire 3,50 circa della nostra moneta.

Verso la metà del secolo XIV ilgrossofu valutato 4 soldi ossia 48piccoli, più tardi lo stessogrossopeggiorò di peso e di fino, ciò che equivaleva ad una continua diminuzione di pregio della lira. Per maggiore chiarezza darò in fine alcune tabelle ove saranno riuniti i dati di peso e di fino di ogni singola moneta, e così pure il valore del ducato e le conseguenti variazioni sul metallo contenuto in una lira nelle differenti epoche; così si avrà sott'occhio lo svolgersi di questo interessante fenomeno che fu detto volgarmente accrescimento del forino o ducato, ma, come il Carli (6) giustamente osserva, fu accrescimento numerario e non reale, perché di quanto crescevano in numero le lire contenute nel ducato, di tanto diminuivano nel peso, e peggioravano nell'intrinseco.

L'altra lira di conto adoperata dai veneziani nelle maggiori valutazioni era lalira di grossio, per dire più esattamente, lalira di danari grossi. Questa moneta ideale si divideva essa pure in 20 soldi composti di 12 denari, ma ognuno di questi denari era ungrosso, per modo che questa lira conteneva 240grossiinvece di 240piccoli. Il rapporto fra la lira digrossie quella dipiccoli, corrispondeva naturalmente alla proporzione fra ilgrossoed ilpiccolo: originariamente essa valeva 26 lire dipiccoli, ma quando aumentarono ipiccolicontenuti in ungrosso, aumentarono pure le lire dipiccoliche corrispondevano ad una lira digrossi.

Lalira di piccolie lalira di grossierano pure usate a Padova, Verona, Treviso e nei loro territori, dove le monete veneziane avevano corso ed erano pregiate al pari di quelle locali, come insegnano il Brunacci (7) il Dionisi (8) e l'Azzoni Avogadro, (9), e come mostrano i documenti dell'epoca anteriore alla dominazione veneziana, che si conservano in quei paesi.

In tutti i documenti riguardanti Venezia e le città del Veneto la lira di piccoli viene indicata coi nomi dilibra parvorum,libradenariorum,libra venetorum parvorum,libra denariorum venetorum(10) e quella digrossi, coi nomi dilibra grossorum,libradenariorum grossorumelibra denariorum venetorum grossorum; quando poi si trova scritto:lira,soldoedenarosenza altra indicazione, si intende la lira di piccoli.

Come fu già detto la lira di grossi ebbe dapprima il valore di 26 lire di piccoli, ma aumentò mano mano che crescevano i piccoli contenuti nel grosso, così che la lira di grossi fu portata a 28 lire di piccoli, quando il grosso ebbe il valore di 28 piccoli. Nel 1282 quando il grosso fu portato a 32 piccoli, la lira di grossi arrivò al valore di 32 lire di piccoli, che le viene attribuito anche nel principio del secolo XIV da Marino Sanuto detto Torsello nelLiber Secretorum fidelium crucis, Liber II, Pars IV, Capitolo X, pagina 64, ove dice:

"Valet enim grossus venetus de argento parvos denarios venetos XXXII. Ita quod septem grossi cum dimidio XX soldorum parvorum summam perficiunt et XX soldi grossorum venetorum ad summam XXXII librarum parvorum ascendunt".

Allorché fu istituito il primoducatod'oro, col decreto 31 ottobre 1284, esso fu ragguagliato a 18 grossi, ma più tardi crebbe notevolmente di pregio in confronto dell'argento, sinché un decreto della Quarantìa del 12 settembre 1328, che si conserva nel Capitolare dei Signori di notte, confermò tale aumento (11) ordinando che i ducati dovessero spendersi ed essere ricevuti per 24 grossi. Da questo ragguaglio ne venne un modo di conteggiare la lira di grossi assai facile e semplice, che incontrò così grande favore nel pubblico da resistere a tutte le mutazioni posteriori, di guisa che la lira di grossi divenne sinonimo di 10 ducati. Difatti, essendo il ducato 24 grossi, corrispondeva a due soldi di grossi e così ogni soldo di grosso era mezzo ducato e dieci ducati formavano 240 grossi effettivi, uguali alla lira di grossi, allora quasi universalmente adottata a Venezia.

Verso la metà del secolo XIV, durante il principato di Andrea Dandolo, il peso del soldo fu nuovamente diminuito ed il valore del grosso, elevato a 48 piccoli, ossia 4 soldi. Da ciò due differenti lire di grossi; una di queste conservava il valore di 32 lire di piccoli, e in essa il grosso, unità, era diventato convenzionale e di minor peso dell'effettivo, come in proporzione era diminuito anche il valore della lira di grossi, perché quelle 32 lire contenevano tanto minor quantità di metallo, quanto era cresciuto il valore nominale del grosso.

L'altra lira di grossi si basava sopra l'unità del grosso effettivo e sopra il valore di dieci ducati per lira, e cioè rimaneva uguale all'antica lira di grossi nel peso del metallo, tanto in argento, quanto in oro: ma aveva acquistato il ragguaglio convenzionale di 48 lire di piccoli. In questo secondo modo di conteggio si mantenne la divisione del grosso in 32 piccoli che naturalmente non si trovavano in ispecie, ma divennero ideali e di un valore maggiore di quello dei veri piccoli. Questo modo di conteggiare, che aveva la sua base nel valore del ducato d'oro, diede origine allalira di grossi a oro, algrosso a oroed alpiccolo a oro, così chiamati per distinguerli dalle monete dello stesso nome che si usavano nella lira di piccoli e che erano materialmente in circolazione.

Nei documenti contemporanei abbiamo esempi numerosi dell'una e dell'altra lira, e leMemorie di zeccaricordano che nell'anno 1408 lelire di grossivalevanoL. 32 et a oro L. 48.

Ecco adunque una complicazione singolare, due lire di comune origine e di uguale suddivisione, ma di differente valore, delle quali una ha il grosso ideale, l'altra ha ideale il piccolo. La minore però ebbe poca durata, perché le contrattazioni popolari si facevano in valuta di piccoli e nelle maggiori si preferiva la lira di grossi a oro.

Questa maniera di calcolare la lira di grossi a oro che prese piede nella seconda metà del secolo XIV, dava un ottimo assetto alla monetazione veneziana, lasciando uno speciale campo di azione a ciascuno dei due metalli. La moneta di piccoli aveva la sua base nel grosso, e più tardi nella lira d'argento, ed era destinata al piccolo commercio ed alle transazioni giornaliere e di poca importanza, ove gli inconvenienti della instabilità e del lento ma progressivo deprezzamento presentavano minori pericoli per la poca entità del valore, per la grande suddivisione e breve durata delle transazioni. Invece la lira di grossi, quando abbandonò l'antica base d'argento per prendere un valore fisso ed immutabile di 10 ducati d'oro, ebbe il grande pregio di rendere più sicure le operazioni commerciali di maggiore importanza o di lunga scadenza, i prestiti e le operazioni finanziarie dello stato, nello stesso tempo che rendeva più facili e semplici le scritturazioni in quei conti nei quali alla cifra romana non erasi ancora sostituita l'arabica.

Questo risultato tanto soddisfacente non si ottenne in breve né senza tentativi che non raggiunsero completamente l'intento. Sino dai primi tempi si sentì il bisogno di sottrarre le principali contrattazioni agli inconvenienti, gravissimi nel medio evo, dell'aggio e delle oscillazioni di valore. A tale scopo furono introdotti due modi di conteggiare che entrambi avevano per punto di partenza il grosso effettivo, sola base di valore costante prima del ducato e cioè la lira di grossi e la liraad grossos, le quali sparirono quando divenne generale l'uso di valersi della lira di grossi a oro e fu necessario abolire il grosso diminuito e deprezzato.

Avendo già parlato della lira di grossi è duopo occuparsi dellaliraad grossoso per meglio dire di due modi di conteggiare la lira di piccoli che cominciarono ad usarsi nella seconda metà del secolo XIII. Il primo e più antico è quelload parvossul quale poco resta da dire, perché è quello che ha per base la moneta effettiva del piccolo o denaro, e corrisponde al valore effettivo di 240 piccoli come uscivano dalla zecca. Così il decreto 28 maggio 1282 già citato stabilisce

"quod denarios grossos debeat dari a modo ad parvos pro denariis XXXII".

Naturalmente in questo modo la lira diminuiva di valore ogni volta che i piccoli diminuivano di pregio, così che la lira di piccoli, la quale al tempo di Enrico Dandolo superava 19 grammi d'argento puro, al tempo in cui furono soppressi i grossi e coniata la lira Tron, non ne aveva che 6 e un quarto circa e nel 1797 soltanto 2,352.

Quando incominciarono a fiorire in Italia gli studî storici ed economici, gli illustri scienziati che piantarono le basi della numismatica medioevale del nostro paese, si avvidero che a Venezia, nel secolo XIII esistevano una lira ed un soldoad grossos, che non potevano confondersi colle lire e coi soldi già conosciuti. Fu precisamente nel cercare di chiarire il decreto 2 giugno 1282, che attribuiva al ducato il valore di 40 soldiad grossos, che si constatò questo fatto. Ma non seppero darne soddisfacente spiegazione, né quel profondo storico del valore che fu il Conte Carli (12) né l'Azzoni Avogadro (13) che studiò con amore tale argomento, portando lumi e documenti nuovi, e nemmeno Guidantonio Zanetti (14) nelle note sapienti ch'egli soleva aggiungere ai lavori della sua raccolta.

Il Gallicciolli (15) ed altri scrittori, appoggiandosi ad una nota esistente nelle carte del Savio Cassier e tratta nel 22 marzo 1703 da Domenico Brusasette da una simile esistente nel Capitolar del Magistrato Eccellentissimo de' signoriProvveditori sopra ori e monete in Cecca, asseriscono che il ducato alla sua origine fu apprezzato 60 soldi dei piccoli, e quindi che tale somma è pari a 40 soldiad grossos. L'illazione è naturale perché due cose eguali ad una terza sono eguali fra di loro; ma allora dovrebbero allo stesso valore corrispondere i 18 grossi fissati nel decreto che ordina la coniazione del ducato nel 1284. Ora qui incominciano gli imbarazzi, perché noi sappiamo che il grosso era valutato 32 piccoli e che questo ragguaglio si conservò per tutto il secolo XIII e fino alla metà del XIV: moltiplicando 18 per 32 abbiamo 576 e cioè 48 soldi invece di 60 indicati nella nota citata dal Gallicciolli, la quale sebbene documento autorevole, non può meritare intera fede quando si trova in contraddizione coi documenti autentici contemporanei e per ciò ritengo la stessa cosa i 40 soldiad grossosed i 18 grossi (ossia 48 soldi di piccoli) scritti nei decreti che si trovano nel registro originale del Maggior Consiglio che porta il nomeLuna.

Eliminato questo errore di fatto, osservo che il decreto 2 giugno 1285 non fa menzione del primitivo valore di 18 grossi, attribuito al ducato, ma si esprime così:

"quod ducatus aureus debeat currere in Venetiis et ejus districtus pro soldis XLad grossoset omnis persona tam veneta quam forensis debeat ipsum ducatum auri pro suo pagamento accipere pro soldis XLad grossos, sub ea pena et banno etc. etc.".

Sembra quindi ch'esso voglia definire un prezzo ed un ragguaglio, sul quale tutti non eran d'accordo, ma che si riferiva ad un conteggio speciale, quale era la liraad grossos. Troviamo infatti un'altro decreto del Maggior Consiglio del 16 luglio 1296 (16), nel quale si ordina ai massari della moneta di dare il ducato non a 39 e mezzo ma a 40 soldiad grossose nel 9 marzo 1338 (17) una deliberazione della Quarantìa, dalla quale risulta che la zecca faceva pagamento dell'oro, che veniva condottodai siti entroil golfo, in ragione di 39 e mezzo soldi per ducato e di quello che venivada fuoridel golfo in ragione di 39 soldi a grossi. Finalmente nel 24 marzo 1352 (18) si ordina ai massari di rendere i conti al Comune a 39 soldi per ducato come si fanno i pagamenti. Anche il Pegolotti (19) afferma che l'oro messo alla zecca di Venezia era pagato a 39 soldi per ducato, e Giovanni da Uzzano (20) fa testimonianza che, anche molti anni dopo, laZecca di Vinegiarendeva per una marca d'oro ducati 66: 18 di soldi 39 il ducato. Ciò mostra che il prezzo di 40 soldi a grossi era un valore di aggio, ossia quello attribuito alla nuova moneta dalla preferenza commerciale, ma che il valore originario, quello considerato in zecca come ufficiale era di soli 39 soldi. Infatti 39 soldi sono il valore esatto di 18 grossi al primo originario ragguaglio di 26 piccoli per grosso, e la lira a grossi altro non è che la solita lira di piccoli, valutata secondo l'antico peso d'argento, quando il grosso si divideva in 26 denari, e per poterlo calcolare dello stesso intrinseco valore, invece di numerare i piccoli decaduti, si numeravano i grossi rimasti sempre dello stesso peso, e cioè grossi 9 e sei ventiseiesimi per lira. Da questo fatto di contare i grossi che componevano la lira, venne il nome dilira ad grossos, come il metodo più volgare di contare i piccoli fu dettoad parvos.

Lalira a grossicontinuò ad essere adoperata dal governo nella sua contabilità, ed anzi ho dovuto persuadermi che di essa, assieme alla lira di grossi, si servissero lo stato ed il grande commercio, lasciando la lira dei piccoli soltanto alle contrattazioni popolari, per cui quando il valore del ducato raggiunse i 24 grossi, esso divennea grossi 52 soldi, valutazione che ci viene confermata dal Pegolotti in diversi capitoli della sua Pratica della Mercatura. Ogni volta ch'egli parla di moneta veneziana per ragguagliarla alla moneta degli altri paesi, adopera sempre la lira dei grossi, ovvero quella agrossie mai la lira dei piccoli; p. e. si esprime chiarissimamente sul valore della lira a grossi, quando parla del cambio delperperoin moneta veneziana (21) colle parole:

"e vagliendo in Gostantinopoli il forino, ovvero ducato d'orosoldi 2 di grossi, come si mette a pagamento di mercatanzia di cambi, e vogliendo cambiare di Gostantinopoli a Vinegia, sì varrebbe il perpero a denari per denari tantisoldi a grossi diVinegia,di soldi 52 a grossi di Vinegiauno forino d'oro ovvero ducato, di denari 26 a grossi, il grosso di Vinegia, quanto etc. etc.".

Una delle stranezze di questa liraad grossos, ch'è pur uno degli ostacoli a ritrovarne il valore, è il suo ragguaglio colla lira di grossi. In questo trasporto la lira dei grossi perde un grosso per lira, e non si può dubitarne, perché lo dice chiaramente un documento da me trovato nelLibro d'oro(22). In esso si stabilisce che lo stipendio del Conte di Zara e dei suoi consiglieri debba essere pagato nella stessa forma, nello stesso modo che si usa nei pagamenti a Venezia, e cioè 20 soldi di grossimeno un grossoper ogni 26 lire. Tale differenza è confermata da una ducale (23) del 13 febbraio 1315 (more veneto), la quale stabilisce:

"che lireCCdenariorum venec. ad grossos, que valunt ad denarios_ parvos libras CCXLV soldos duos, denarios octo, secundo_morem nostræ patriæ",

e così pure dagli antichi registri della Procuratia di San Marco (24) ove la provvisione annua dei Procuratori nel secolo XIII è valutata 200 lire a grossi, che importano ducati 76, grossi 14 e mezzo, che fanno egualmente a piccoli Lire 245:2:8 (calcolando il ducato a 24 grossi, ed il grosso a 32 piccoli) e più precisamente da un decreto del Maggior Consiglio del 10 giugno 1254, riportato negli statuti, dove è scritto cheomnis libra ad grossos valet grossos 9 par. 5(25). Io non poteva persuadermi che esistessero lire di 239 e non 240 denari, perché moltiplicando i 9 grossi per 26 si ha 234, che uniti ai 5 fanno 239 piccoli per ogni lira; e rispettivamente 20 soldi meno un grosso, fanno pure 239 grossi per ogni lira di grossi, ma dovetti convincermi che si trattava di una moneta ideale, la quale aveva avuto vita da prima, e che nel ragguaglio erasi formata una consuetudine, che non corrispondeva all'esatto valore primitivo, ma ad un prezzo approssimativo e convenzionale accettato da tutti.

Prima di abbandonare il doge Giovanni Dandolo, è necessario ricordare alcune leggi relative all'ordinamento della Zecca che furono votate dal Maggior Consiglio durante il suo principato. La prima è del 27 settembre 1283 (26), nella quale si ordina ai massari di fabbricare e coniare la moneta grossa e la piccola, secondo gli ordini del doge, assistito dal suo consiglio. Questo decreto è in armonia cogli articoli 14 e 78 del vecchio Capitolare dei massari alla moneta e colle consuetudini, giacché in questo primo periodo della zecca veneta, il Maggior Consiglio si occupava della parte più importante legislativa, fissando il valore, il peso delle monete, mentre il doge e la signoria avevano l'ingerenza diretta e l'amministrazione che esercitavano col mezzo dei massari, cui spettava la sorveglianza e l'esecuzione degli ordini ricevuti. Un'altra parte è del 14 dicembre 1288 (27), colla quale il supremo consiglio delega i suoi poteri sulla zecca e sulla moneta al doge, ai consiglieri e al consiglio dei 40, ordinando che le deliberazioni prese da questo consesso, avessero la stessa autorità che quelle emesse dal Maggior Consiglio.

I massari della moneta erano in origine tre, ma quando fu istituito il ducato, se ne aggiunsero due nuovi all'oro, come racconta una cronachetta di Donato Contarini citata dal Sanuto dove è scritto:

"Nel dicto tempo (1285) fo facto i primi Ofiziali a far far ducatiSer Zuane Bondimier e Ser Matio de Rainaldo e per èl so bon operarfo confermado quelo nel 1286".

La nomina di tali magistrati era certamente di spettanza del Maggior Consiglio, ma un decreto del 21 agosto 1287 (28), stabilisce che la elezione dei massari all'oro ed alla moneta (29) e degli stimatori dell'oro, possa esser fatta dal doge unitamente ai consiglieri ed alla Quarantìa. Più tardi, e precisamente nel 1354, una deliberazione riportata nel loro Capitolare (30) determina che i massari all'oro debbano essere nominati ad una mano dal doge, consiglieri e capi, e a due mani dal Maggior Consiglio.

[Nuova pagina]

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. A sinistra San Marco cinto la testa di aureola, vestito di ampio paludamento e col vangelo nella mano sinistra, si volge a destra porgendo al doge genuflesso un'orifiamma su cui è la croce. Il doge con ricco manto, ornato di pelliccia, il capo coperto dal berretto ducale, stringe l'asta con ambe le mani. Dietro il doge "punto I O punto D A N D V, L SEGNO", lungo l'asta in caratteri collocati verticalmente "D V X", dietro il Santo in lettere sottoposte l'una all'altra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Gesù Cristo in piedi di fronte, con nimbo crociato di forma greca, ravvolto in lunga vesta, tiene colla sinistra il vangelo e colla destra benedice. Il Redentore è collocato in un'aureola elittica, cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra, in giro "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto QUAM punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola VIII, numero 2.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge "punto I O punto D A N D V, L SEGNO, punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati".

Tavola VIII, numero 3.

Segni, o punti del massari della moneta.

Segno 1. Campo 1: un punto.

Segno 2. Campo 5: un punto.

Segno 3. Campo 1: un punto; campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 1: un anello; campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 2: un anello.

Segno 6. Campo 3: un anello.

Segno 7. Campo 1: un anello; campo 2: un anello.

Segno 8. Campo 1: un anello sopra due anelli.

Segno 9. Campo 2: un anello sopra due anelli.

Segno 10. Campo 3: un anello sopra due anelli.

Segno 11. Campo 4: un anello sopra due anelli.

Segno 12. Campo 1: un anello sopra due anelli; campo 2: un anello sopra due anelli.

Segno 13. Campo 2: un anello sopra due anelli; campo 4: un anello sopra due anelli.

Segno 14. Campo 3: un anello sopra due anelli; campo 4: un anello sopra due anelli.

Segno 15. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola.

Segno 16. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 2: due segni a forma di gamma maiuscola.

Segno 17. Campo 2: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 3: due segni a forma di gamma maiuscola.

Segno 18. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 2: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 3: due segni a forma di gamma maiuscola.

Segno 19. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 2: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 4: un anello sopra due anelli.

Piccolo, o danaro. Mistura, titolo 0,196 e 0,198. Peso, grani veneti 5 e 87 centesimi, e 5 e 66 centesimi (grammi 0,303 e 0,292): scodellato.

3. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto I O punto D A punto D V X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R CV, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 4.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani veneti 6 e mezzo (grammi 0,336): scodellato.

4. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce punto I O punto D A N D V, L SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata, puntoM A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Regia Biblioteca e Museo di San Marco.

Tavola VIII, numero 5.

Doppio Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 29 (grammi 1,500).

5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce "croce punto I O punto D A N D V, L SEGNO, spazio D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Regio Museo Britannico (31).

Tavola VIII, numero 6.

Raccolta Papadopoli.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 21 (grammi 1,086).

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce "croce punto I O punto D A N D V L punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 7.

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MURATORI L. A. — Opera citata,DissertazioneXXVII, colonne 649-651, 652, numero VII; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola XXXVII, numero VII.

CARLI RUBBI G. R. —Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagina 409-411, tavola VI, numero VIII.

BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneI, pagina 100 e 107, numero VI; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 29 e 31, tavola numero VI.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 169-170, numeri XXVI, XXVII e XXVIII.

(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 91.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1120, numero 3916.

MANIN L. —Esame ragionato etc. Opera citata, pagina 274, numero 7 della tavola (32).

GEGERFELT (VON) H. G. — Opera citata, pagina 8.

MAZZUCHELLI L. —Il monetario del commercio, Milano, 1846.

ZON A. — Opera citata, pagina 23-26 e 33, Tavola I, numero 10.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 91 (132) (133) (134) (135) (136) (137) (138) e tavola.

ROMANIN S. — Opera citata, Tomo II, pagine 320-321.

KUNZ C. —Primo catalogo degli oggetti di Numismatica etc., Venezia, 1855, pagina 7.

ORLANDINI G. — Catalogo citato, pagine 3 e 4.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge XLVIII.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge XLVIII.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagine 13 e 14.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 227-231, 249, Volume V, pagine 195-198.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagine 14-16. —Archivio Veneto, Tomo XII, pagine 96, 97, — terza edizione, 1881, pagine 12, 13.

AMBROSOLI S. —Numismatica. —Manuali Hoepli, Milano, 1891, pagina 124.

[Nuova pagina]

(1) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio. Deliberazioni, Registro Comune I, carte 55.

(2) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio, tenuto dall'Avogaria del Comun, Registro Cerberus, carte 106 tergo.

(3) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio, Registro Luna, carte 48 tergo.

(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 800, Classe VII, ital., carte 138.

(5) Documento VII.

(6) Carli Rubbi G. R.Delle monete etc. Opera citata, Volume I, pagina VII e 417.

(7) Brunacci.De re nummaria patavinorum. Opera citata, pagina 5-7 e 59-60.

(8) Dionisi Gianjacopo.Della Zecca di Verona e delle sue antichemonete, in Zanetti G. A., Tomo IV, pagina 342, 370-371, 376-377.

(9) Azzoni Avogadro R. Opera citata, in Zanetti G. A., Tomo IV, pagina 109-120.

(10) Nei secoli XI e XII si scrisselibra denariorum veneticorum.

(11) L'aumento deve essere stato anteriore a quell'epoca, perché Marino Sanuto, il vecchio, il quale presentò il libro sopracitato al Pontefice nel 1321, afferma che il forino (eguale al ducato) valeva 24 grossi.

(12) Carli Rubbi G. R.Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagina 142.

(13) Zanetti G. A. Opera citata, Tomo IV, pagina 145, 152-154.

(14) Zanetti G. A. Opera citata, Tomo IV, pagina 152, nota 94.

(15) Gallicciolli. Opera citata, volume I, pagina 371 e seguenti.

(16) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio, Deliberazioni,Pilosus, carte 61 tergo.

(17) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei Massari all'oro. Capitolo XXXVIII, carte 13 tergo.

(18) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei Massari all'oro. Capitolo LIIII, carte 20.

(19) Pegolotti. Opera citata, pagina 136.

(20) G. Da Uzzano.La pratica della mercatura. Lisbona e Lucca, 1776, pagina 142.

(21) Pegolotti. Opera citata, pagina 34.

(22) Documento VIII.

(23) Zanetti G. A. Opera citata, Volume IV, pagina 145 e 165.

(24) Zanetti G. A. Opera citata, Volume IV, pagina 153.

(25)Novissimum statutorum ac Venetorum Legum. Venetiis, typ. Pinelliana, 1729, in quarto, carte 221.

(26) Documento IX.

(27) Documento X.

(28) Documento XI.

(29) I Massari alla moneta, furono col tempo chiamati Massari all'argento.

(30) Capitolare dei Massari all'oro, Capitolo 66, carte 20 tergo. Questo paragrafo è riprodotto nel Capitolare dei Massari all'argento a pagina 11.

(31) I due esemplari citati, che soli conosco, sono entrambi assai guasti e deficienti di peso.

(32) Ilquartarolodi cui si parla in quest'opera, non è esattamente riprodotto nella tavola; il disegno fu tratto probabilmente dall'esemplare poco conservato delquartarolodi Enrico Dandolo, che si conserva nel Gabinetto numismatico di Sua Maestà in Torino, proveniente dal Museo Gradenigo.

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1289-1311

Appena rimasto vacante il ducato, Jacopo Tiepolo, conosciuto per imprese militari e per prudenza civile, era designato dal favore popolare alla suprema dignità, ma gli elettori non vollero cedere a tale pressione e nominarono invece Pietro Gradenigo, uomo ancora giovane, di non comune capacità ed esperienza, ma di animo risoluto e valido sostenitore del partito che tendeva a restringere il potere nelle mani degli ottimati.

In Oriente le cose volgevano alla peggio per le vittorie del Sultano di Egitto, le quali facevano scomparire gli ultimi avanzi dei principati latini, istituiti dai crociati. Per gelosie di dominio e di commercio, rinacquero i dissapori fra Genova e Venezia, e, dopo lunga guerra e varia fortuna, i Veneziani furono sconfitti nelle acque di Curzola da Lamba Doria. Si intromise allora Marco Visconti e riuscì a stipulare una pace onorevole e vantaggiosa per entrambi i contendenti.

Anche nella penisola Venezia ebbe a lottare per le saline ed i forti eretti dai Padovani sul margine della laguna, e per sostenere il marchese d'Este contro i Bolognesi, Veronesi e Mantovani, che gli volevano togliere il possesso di Ferrara. Ma l'atto più importante, per cui si rese celebre il principato di Pietro Gradenigo, fu quello conosciuto sotto il nome diSerrata del Maggior Consiglio(1297). Forse questa legge fu creata allo scopo di escludere dal potere quelli che non appartenevano al partito dominante, forse coloro che la decretarono non ne compresero tutta la portata: certo è però che fu lungamente studiata e discussa, fu presentata più volte e fu voluta da quella parte che desiderava conservato il potere nelle mani dei severi e fermi aristocratici, ed ebbe per risultato la oligarchia che resse i destini di Venezia per ben cinque secoli senza interruzione.

Questa legge fu causa di discordie e di gravi torbidi nello stato; la congiura di Marin Bocconio (1300), quella di Bajamonte Tiepolo e Marco Querini (1310) dovettero essere vinte colle armi e colla severità; per cui il ducato di Pietro Gradenigo finì assai tristemente, sia per lotte intestine, sia per la guerra sfortunata di Ferrara e per la conseguente scomunica inflitta dal Pontefice, che recò non pochi danni a Venezia.

Nei registri del Maggior Consiglio e nei Capitolari dei massari si trovano non poche leggi e decreti relativi alla zecca, tutti però di indole amministrativa e di lieve importanza, non essendosi fatta alcuna novità nelle monete e nei valori. Nel suo importante lavoro sulle monete dei possedimenti veneziani Vincenzo Lazari (1) riporta una legge in data 7 marzo 1305 del Maggior Consiglio (2) che prescrive si debbano battere a Corone e Modone quelle specie di monete, che al doge e alla Signoria, unitamente ai provveditori, sembrassero più convenienti, essendo diminuiti i proventi di quei forti castelli, in causa delle monete fabbricate dai principi di Acaja e da altri di Romania, e danneggiati pure i commercianti. Non abbiamo alcun dato per sapere se quest'ordine abbia avuto esecuzione, e quali monete sieno uscite da tali officine. Non è però da ammettersi la supposizione espressa in forma assai riservata dal dottor Cumano (3), che ivi siano stati fabbricati quei nummi scodellati, che si rinvengono facilmente in Grecia e particolarmente in Morea, foggiati a modo di grossi e coi nomi dei dogi, anche antecedenti alla data di questo decreto. A me sembra che questi grossi, tanto doppi che semplici, nonché quelli piani, tutti di un titolo inferiore e talvolta anche di un peso minore dei veneziani, sieno prodotti di una malsana fabbricazione ad opera dei piccoli principi franchi poco scrupolosi, che si erano piantati sulle coste e nelle isole del Levante, i quali non possedevano un territorio abbastanza esteso per avere una circolazione propria ed imitavano con profitto la moneta veneziana, stimata e conosciuta da tutti.

L'infaticabile e fortunato signor Paolo Lambros è riuscito ad interpretare in modo soddisfacente alcune lettere, poste talora in modo aperto e chiaro, e tal'altra abilmente dissimulate in mezzo delle iscrizioni; le quali dànno la chiave della provenienza di alcuni ducati, grossi e soldini battuti in Oriente ad imitazione dei veneziani. Carlo Kunz ha richiamato l'attenzione dei numismatici su dei punti, che interrompono le iscrizioni di alcuni grossi e mezzi grossi di provenienza orientale, ma che a prima giunta erano stati creduti di fabbricazione veneziana, e probabilmente si riuscirà a scoprire il segreto di altri consimili enigmi, ma certo non si troverà la chiave per ispiegarli tutti, perché quei segni di riconoscimento sono fatti per celare la provenienza di tale fraudolenta operazione, non già per farne conoscere l'origine.

Più attendibile mi è parsa invece l'opinione del Lazari, che il decreto 7 marzo 1305 avesse di mira, più che altro, la fabbricazione dei torneselli abbondantissimi in quei tempi a Chiarenza nelle altre piccole zecche del Levante, progetto che non fu attuato, se non ai tempi di Andrea Dandolo, trattando dei quali avrò occasione di parlarne più diffusamente.

Allo scopo di completare le notizie intorno ai grossi, imitati nel Regno di Rascia, e di dimostrare quali erano le cure assidue del governo veneto per distruggere e togliere dalla circolazione le falsificazioni orientali ed italiane, ricorderò due decreti, che ci vengono tramandati dal Capitolare dei massari della moneta. Col primo, che porta la data del 24 giugno 1291 (4), il doge e la Signoria ordinano di tagliare per mezzo (per traversum) i denari grossi di Brescia e di Rascia, e tutte le altre monete fatte ad imitazione delle veneziane. Col secondo, del 24 giugno 1294 (5), si prescrive ai cittadini di portare alla zecca i grossi summentovati, i quali potranno, durante 15 giorni dalla pubblicazione dell'ordine, essere spesi per 28 piccoli nel distretto di Venezia, da Grado a Cavarzere. Passato questo termine, ognuno debba portarli alla zecca, che li pagherà 11 lire e 5 soldi per marca, con obbligo ai massari di fare gli assaggi e di rendere conto al doge ed alla Signoria dell'utile e del danno risultante da siffatta operazione.

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Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, come nel ducato di G. Dandolo "punto P E punto G R A D O N I C O punto", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto QUAM punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola VIII, numero 8.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge "punto P E punto G R A D O N I C O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati".

Tavola VIII, numero 9.

Segni, o punti dei massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: un punto.

Segno 3. Campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 1: un anello.

Segno 6. Campo 2: un anello.

Segno 7. Campo 2: un punto; campo 3: un anello.

Segno 8. Campo 5: un anello.

Segno 9. Campo 1: un anello; campo 2: un anello.

Segno 10. Campo 2: un punto sopra due punti.

Segno 11. Campo 2: tre segni a formare una Y.

Segno 12. Campo 2: un grosso segmento.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,198. Peso, grani veneti 5 e 66 centesimi (grammi 0,292) circa: scodellato.

3. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto P E punto G R A punto D V X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R CV, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 10.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani veneti 7 e mezzo (grammi 0,388): scodellato.

4. Dritto. Croce accantonata da quattro punti. "croce punto P E punto G R A D O N I C punto D V X".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Tavola VIII, numero 11.

5. Varietà Dritto. "croce punto P E punto G R A D E punto D V X".

Rovescio. "croce S spazio M A R C V S punto V punto N".

Museo Bottacin.

Doppio Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 60 (grammi 3,105).

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce "croce punto P E punto G R A D O N I, C SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 12.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 19 (grammi 0,983).

7. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce. "croce punto P E punto G R A D O N I, C SEGNO, punto D V X".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli. "punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Museo Civico, Trieste.

Tavola IX, numero 1.

[Nuova pagina]

MURATORI L. A. — Opera citata,DissertazioneXXVII, colonne 649, 651 e 652, numeri VIII e IX; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola XXXVII, numeri VIII e IX.

BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneI, pagina 100, 101 e 108, numeri VII e VIII; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 29 e 31, tavole numeri VII e VIII.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or qui composent une des différentespartie du cabinet de S. M. l'Empereur, Supplément, Vienne, 1769, pagina 78.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 170, numeri XXIX, XXX, XXXI, e XXXII.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1120-1121, numeri 3917 e 3918.

GEGERFELT (VON) H. G. — Opera citata, pagina 8.

Trésor de numismatique etc. — Opera citata, pagina 60, numero 4, Tavola XXX, numero 4.

ZON A. — Opera citata, pagina 33, tavola I, numero 9.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 93 (139) (140) (141) (142) (143) (144) (145) (146) e tavola.

KUNZ C. — Catalogo citato, pagina 7.

ORLANDINI G. — Catalogo citato, pagina 4.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge XLIX.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge XLIX.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 14.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 227-228, 230-231.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 16. —ArchivioVeneto, Tomo III, pagina 97, — terza edizione, 1881, pagina 18.

LENORMANT F. —Monnaies et Medailles. —Bibliothèque de l'enseignement des beaux artes. Paris, Quantin, pagina 226.

[Nuova pagina]

(1) Lazari V.Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare eterraferma, Venezia, 1852, pagina 98.

(2) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio, Registro Magnus Capricornus, carte 17 tergo.

(3) Cumano dottor C. Opera citata, pagina 29-31.

(4) Capitolare dei massari della moneta; dopo il Capitolo 116, carte 101 tergo.

(5) Capitolare dei massari della moneta; dopo il Capitolo 116, carte 101 tergo.

[Nuova pagina]

1311-1312.

Il pio doge Marino Zorzi, che successe a Pietro Gradenigo, fece ogni sforzo per porre rimedio ai mali che affliggevano la patria; si adoperò perché fosse levata la scomunica; cercò di ridurre all'obbedienza Zara, ribellata coll'appoggio del re d'Ungheria: ma il breve regno non gli permise di vedere la riuscita delle sue aspirazioni; solo ottenne di fare la pace coi Padovani.

Dopo soli dieci mesi di principato, morì nel luglio 1312, ragione per cui le sue monete sono assai rare e pregiate.

[Nuova pagina]

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto M A punto G E O R G I O punto", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola IX, numero 2.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto M A punto G E O R G I O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati".

Tavola IX, numero 3.

Segno del Massaro della moneta.

Segno 1. Campo 2: tre segni a formare una Y.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 16 (grammi 0,828).

3. Dritto. Nel campo "punto V punto N punto C punto E punto" poste in croce, "croce punto M A punto G E O puntino puntino puntino puntino punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Museo civico, Trieste.

Tavola IX, numero 4.

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GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., pagina 170.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1121, numero 3919.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 95 (147) (148) e tavola.

ORLANDINI G. — Catalogo citato, pagina 4.

Biografia dei Dogi. Opera citata, doge L.

Numismatica Veneta. Opera citata, doge L.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 14.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 228, 230.

KUNZ CARLO. —Le collezioni Cumano. —Archeografo Triestino, Volume V, fasc. IV, Volume VI, fasc. I, pagina 5 e 21, numero 1 della tavola.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 16. —ArchivioVeneto, Tomo XII, pagina 97, — terza edizione, 1881, pagina 13.

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1312-1328.

Eletto in tempi assai calamitosi, Giovanni Soranzo, che si era già distinto nelle magistrature e più ancora nelle armi, ebbe miglior fortuna del suo predecessore. Sua prima cura fu di condurre a termine la guerra di Zara, ove concentrò tutte le forze veneziane, riducendo quella città a capitolare nel settembre 1313. Papa Clemente V, soddisfatto nella sua domanda di centomila fiorini d'oro, levò la scomunica ed accolse favorevolmente gli ambasciatori della Repubblica. Nei sedici anni del regno di Giovanni Soranzo, Venezia vide prosperare i commerci e le industrie, sorgere nuovi e decorosi edifici, migliorare le leggi per la sicurezza pubblica, la salute e la morale, in modo che quando egli venne a morte fu lodato e rimpianto da tutti.

Anche in questo periodo non mancano le leggi ed i provvedimenti destinati sopratutto ad impedire la diffusione delle monete false e scadenti, ed a punire coloro che falsificavano e danneggiavano le specie metalliche. Un decreto del 26 novembre 1321 (1) revoca una disposizione precedente, che permetteva di dare i grossi a peso, ed incarica gli ufficiali istituitisuper grossis tonsis(grossi tosati) di sorvegliare i banchicampsorum(dei cambiatori di monete), affinché non tenessero, spendessero o contrattassero grossi falsi, stronzati o diminuiti col ferro, coll'acqua od inaltro malo modo, incaricandoli di frequenti visite ai banchi, alle case ed ai navigli dei cambisti, minacciando pene pecuniarie a coloro che esercitassero tale fraudolento commercio.

Nel 6 maggio 1314 (2) il Maggior Consiglio dichiara che iGiudici del propriosono competenti a procedere contro i falsificatori di monete, ma nell'11 settembre 1320 (3) l'inquisizione ed il giudizio dei falsari è deferito aiSignori di notte al Criminal, magistrato che aveva già ingerenza nelle trasgressioni denunciate dai massari dell'oro e dell'argento (4) ed a cui fu concessa la facoltà (5) di arrestare e di sottoporre alla tortura i prevenuti di fabbricazione di monete false, conî, stampe ed altri oggetti relativi alle falsificazioni di qualsiasi genere. Nel capitolare di questo magistrato, che si conserva nel Museo Correr, sono raccolti molti decreti del Maggior Consiglio e della Quarantìa, che proibiscono monete forastiere o scadenti (6), che ordinano di tagliare a mezzo le monete deteriorate (7) e che incaricano i Signori di notte di applicare le pene minacciate dalle leggi ai colpevoli di fabbricazione e danneggiamento di moneta, ovvero di detenzione e spedizione di tali specie (8). Nello stesso capitolare è vietato a chi è Veneto od abitante a Venezia (9) di fare o far fare conio, ferro od intaglio, od altre cose pertinenti alla fabbricazione della moneta, senza il permesso degli ufficiali di zecca, e nel capitolare dei massari all'argento si trova un decreto del 1328 (10), che proibisce ai Veneti od abitanti a Venezia, di tenere od acquistare per sé o per altri in alcun modo zecca, dogana, muda, dazio, gabella o grazia, che non appartengano al dominio di Venezia, o di avervi parte.

Altre leggi furono emanate per regolare il commercio dell'oro e dell'argento (11) per vietare dalla parte di terra l'esportazione dei grossi appena coniati, mentre dalla parte di mare essa era permessa ai soli Veneti (12), e per istabilire le competenze dei diversi magistrati che avevano l'incarico di impedire le frodi (13) in fatto di moneta o di commercio di metalli, come estimatori dell'oro e dell'argento, ufficiali sopra i grossi tosi, ufficiali sopra i grossi di Rascia ed ufficiali del Levante. Le due disposizioni più importanti sono: una legge del Maggior Consiglio in data 15 novembre 1327 (14) che incarica la Quarantìa di sopraintendere ad ogni cosa attenente all'oro ed ai grossi tosi, con autorità uguale a quella del Maggior Consiglio; ed un decreto della Quarantìa del 12 settembre 1328 (15), il quale ordina che i ducati debbano correre e valere 24 grossi. Tale disposizione doveva avere la durata di due anni, ma restò definitiva, e mentre altri ordini, che avrebbero dovuto avere efficacia perpetua, durarono assai poco, questo, fissato per due anni, divenne la base della lira digrossia oro, o lira degli imprestiti, che durò fino alla caduta della Repubblica.

Nessun cambiamento fu fatto nelle monete, che continuarono ad essere coniate coi tipi soliti; solo va ricordato un peggioramento nella incisione del ducato d'oro. Infatti chi esamina attentamente può rilevare differenze degne di nota nei vari pezzi che portano il nome del doge Soranzo, alcuni dei quali sono lavorati coll'usata finitezza e collo stesso rilievo che si osservano in quelli dei dogi precedenti, mentre altri, sebbene fedelmente imitati nelle linee e nelle figure, appariscono rozzi, volgari e senza alcun rilievo. È probabile che in quel tempo sia morto o sia stato sostituito il primo intagliatore della zecca, che potrebbe essere un certo Giovanni Albico od Albizo il quale nel 7 maggio 1308 chiedeva ed otteneva dal Maggior Consiglio (16) una anticipazione del suo salario.

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Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto I O punto S V, P SEGNO, A N T I O punto", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola IX, numero 5.

Alcuni esemplari somigliano, per rilievo e finitezza, ai ducati dei dogi precedenti, altri invece hanno minor rilievo e disegno più duro e volgare.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto I O punto S V, P SEGNO, A N T I O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati".

Tavola IX, numero 6.

3. Varietà nel Dritto. dietro il santo "quattro punti in quadrato S punto M punto V E N E T I punto".

Segni, o punti dei Massari alla moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: un punto.

Segno 3. Campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 1: un anello.

Segno 6. Campo 2: un anello.

Segno 7. Campo 5: un punto.

Segno 8. Campo 3: una barretta in diagonale.

Segno 9. Campo 2: tre segni a forma di Y.

Segno 10. Campo 2: una stella a cinque punte.

Segno 11. Campo 2: un punto sopra due punti sopra un punto.

Segno 12. Campo 2: sei segmenti a formare una raggiera.

Segno 13. Campo 3: un anello sopra due anelli.

Segno 14. Campo 1: due barre in verticale; campo 2: un punto.

Segno 15. Campo 1: un punto; campo 2: un punto sopra due punti sopra un punto.

Segno 16. Campo 2: un anello; campo 3: un punto spostato a sinistra.

Segno 17. Campo 2: cinque segmenti a formare una raggiera; campo 3: un punto spostato a sinistra.

Segno 18. Campo 2: sei segmenti a formare una raggiera; campo 3: un punto spostato a sinistra.

Segno 19. Campo 2: cinque segmenti a formare una raggiera; campo 3: un punto spostato a sinistra; campo 5: un punto spostato a destra.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,198. Peso, grani veneti 5 e 66 centesimi (grammi 0,292): scodellato.

4. Dritto. Croce in un cerchio "croce I O spazio, S ruotata, V, P SEGNO, spazio D V X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R CV, S ruotata, punto".

Museo civico, Trieste.

Museo Correr.

Tavola IX, numero 7.

5. Varietà nel Dritto. "croce I O punto S V, P SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Bottacin.

I. R. Gabinetto numismatico, Vienna.

Tavola IX, numero 8.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani veneti 8 (grammi 0,414): scodellato.

6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti. "croce punto I O punto S V, P SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto S spazio M A R CV, S ruotata, punto".

Museo Bottacin.

Museo Correr.

Regio Museo Britannico.

Tavola IX, numero 9.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 16 e mezzo (grammi 0,854).

7. Dritto. Nel campo "punto V punto N punto C punto E punto" poste in croce. "croce punto I O punto S V, P SEGNO, A N punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Regio Museo Britannico. Tai. IX, numero 10.

[Nuova pagina]

BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneI, pagina 101 e 108, numero IX; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 29 t., 30 e 31 t., numero IX.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or, etc. Opera citata, Vienne, 1759, pagina 274.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 170, numeri XXXIII e XXXIV.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1121, numero 3920.

JELLOUSCHEK J. —Das Münzwesen Krain's im Mittelalter. —Archiv für Landesge schichte des Herzogthums Krain. Heft II, III, Laibach, 1854, pagina 66, tavola IV, numero 40.

SCHWEITZER F. — Opera citata, pagina 97 (149) (150) (151) (152) (153) e tavola.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge LI.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge LI.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 15.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 227-228 e 230.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 16-17. —Archivio Veneto. Tomo XII, pagina 97-98, — terza edizione, 1881 pagina 13- 14.

Bolla in piombo di Giovanni Soranzo conservata nel MuseoCorrer.

[Nuova pagina]

(1) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'argento, carte 19 tergo.

(2) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio, Registro Presbyter, carte 122.

(3) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio, Registro Fronesis, carte 50.

(4) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di notte al Criminal, § LXXXXIII (1299), carte 29 tergo.

(5) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di notte al Criminal, § CVI (28 aprile 1300), carte 34 tergo; § CCXXXVI (4 novembre 1323), carte 81; § CCLXXVIII (22 maggio 1330), carte 97.

(6) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di notte al Criminal, § CXV (21 giugno 1302), carte 36 tergo; § CCXX (26 febbraio 1321-22), carte 75; § CCCI (17 novembre 1338), carte 110; § CCCIII (18 gennaio 1338-39), carte 112.

(7) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di notte al Criminal, § CCXVII (26 novembre 1321), carte 74 tergo; § CCXXIII (5 ottobre 1328), carte 90 tergo.

(8) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di notte al Criminal, § CVI (28 aprile 1300), carte 34 tergo; § CCXVII (26 novembre 1321), carte 74 tergo; § CCXXXVI (4 novembre 1323), carte 81; § CCXXXIXbis(21 maggio 1325), carte 86 tergo; § CCCI (17 novembre 1338), carte 110; § CCCIII (18 gennaio 1338-39), carte 112.

(9) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di notte al Criminal, § CCLXXI (20 dicembre 1328), carte 94; e Capitolare dei massari all'argento, carte 23, colla data 20 dicembre 1329.


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