Chapter 8

Tavola XIII, numero 5.

Sotto il braccio dell'Evangelista in alcuni esemplari vi è un grosso punto, negli altri una crocetta ×.

Grosso, secondo tipo. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 38 e 40 centesimi (grammi 1,987).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "A N T O apostrofo spazio V E N E R I O", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati". Nel campo a sinistra una stella di cinque punti, a destra l'iniziale del massaro.

Tavola XIII, numero 6.

Iniziali dei massari. "F, I, OI, P, R".

Grosso, terzo tipo. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 36 e 28 centesimi (grammi 1,877), legge 4 giugno 1394 e grani Veneti 35 e 17 centesimi (grammi 1,820), legge 7 ottobre 1399.

3. Dritto. San Marco in piedi di fronte porge il vessillo al doge di profilo, entrambe le figure disegnate come nel grosso del secondo tipo. A destra ed a sinistra, nel campo tra le figure e l'iscrizione, due stelle di sei raggi; dietro il doge "A N T O punto V E N E R I O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono, attorno "punto croce punto T I B I punto L A V S punto spazio punto 7 punto G L O R I A punto".

Tavola XIII, numero 7.

Soldino, colla stella dinanzi alla figura del doge. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 9 e 60 centesimi (grammi 0,496).

4. Dritto. Il doge in piedi, tiene con ambe le mani il vessillo "croce A N T O punto V E N spazio E R I O spazio D V X", nel campo, dinanzi al doge, una stella di sei raggi, dietro al doge l'iniziale del massaro.

Rovescio. Leone accosciato che tiene il vangelo tra le zampe anteriori "croce punto S punto M A R C V S, tre anelli, V E N E T I, tre anelli".

Tavola XIII, numero 8.

Iniziali dei massari. "C, F, OI, P, R".

Soldino, colla stella dietro la figura del doge, sopra l'iniziale. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 9 e sette centesimi (grammi 0,469), legge 20 luglio 1391, e grani veneti 8 e 79 centesimi (grammi 0,454), legge 7 ottobre 1399.

5. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce punto A N T O punto V E N spazio E R I O punto D V X punto", nel campo dietro il doge l'iniziale del massaro, sormontata da una stella di sei raggi.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tenendo nelle anteriori il vangelo, il tutto chiuso in un cerchio "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XIII, numero 9.

Iniziali dei massari. "A, C, F, I, OI".

In alcuni soldini manca la stella che sta sopra l'iniziale del massaro.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,138 (peggio 992). Peso, grani veneti 3 e 84 centesimi (grammi 0,198), legge 4 giugno 1385, e titolo 0,111 (peggio 1024). Peso, grani veneti 4 e 80 centesimi (grammi 0,248), legge 9 aprile 1390: scodellato.

6. Dritto. Croce in un cerchio "croce A N T punto V E spazio D V X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce, S ruotata, M A R C V, S ruotata".

Tavola XIII, numero 10.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi 0,724).

7. Dritto. Croce patente "croce punto A N T O apostrofo spazio V E N E R I O punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce punto V E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA".

Tavola XIII, numero 11.

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CARLI RUBBI G. R. —Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagina 415, tavola IX, numero VIII.

BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneI, pagina 104 e 109, numeri XXII e XXIII; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 t. e 32, numeri XXII e XXIII. —DissertazioneII, Ferrariæ, 1767, pagina 133, 135, numero I e II. —DissertazioneIV, pagina 89, tavola XIV, numero 2.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or, etc. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 174-175, numeri LXVIII, LXIX, LXX, LXXI, LXXII e LXXIII.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1125-1126, numeri 3935, 3936 e 3937.

GEGERFELT (VON) H. G. — Opera citata, pagina 8-9.

Trésor de numismatique etc. — Opera citata, pagina 61, numero 5, Tavola XXX, numero 6.

ZON A. — Opera citata, pagina 22, 23 e 31.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume II, pagina 23 (283 a 297) e tavola.

CUMANO dottor C. —Numismatica, articolo citato.

CUMANO dottor C. —Illustrazione etc. Opera citata, pagina 39.

LAZARI V. — Opera citata, pagina 70-71 e 169.

KUNZ C. — Catalogo citato, pagina 9.

ORLANDINI G. — Catalogo citato, pagina 7.

Biografia dei Dogi. — Opera citata, Doge LXII.

Numismatica Veneta. — Opera citata, Doge LXII.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 18-19 e 85.

WACHTER (VON) C. — Opera citata, —Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagina 228, 229, 231 e 254, Volume V, 1873, pagina 203- 205.

SCHLUMBERGER G. — Opera citata, pagina 473, tavola XVIII, numero 9.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagine 21-22 e 124. —Archivio Veneto, Tomo XII, pagine 101-102, Tomo XXI, pagina 136 e Tomo XXII, pagina 292, — terza edizione, 1881, pagine 17, 18, 334 e 356.

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(1) Biblioteca Papadopoli, Capitolare dei massari all'oro, carte 28 tergo e seguenti.

(2) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XLV, carte 39 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 10 tergo.

(3) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registroLeona, carte 33 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 6. — Capitolare dei Massari all'argento, carte 36 tergo.

(4) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registroLeona, carte 79. — Capitolare delle Brocche, carte 9 tergo. — Capitolare dei Massari all'argento, carte 37 tergo.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XXXIX, carte 34. — Capitolare delle Brocche, carte 4 tergo.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XL, carte 18. — Capitolare delle Brocche, carte 5 tergo.

(7) Regio Archivio di Stato. Quarantia criminale,Parti, registro 3, II parte, carte 80. — Capitolare delle Brocche, carte 5 tergo.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LXI, carte 46 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 6 tergo.

(9) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 7.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LXI, carte 141. — Capitolare delle Brocche, carte 7 tergo.

(11) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 7 tergo. (9 giugno 1391).

(12) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XLII, carte 8. — Capitolare delle Brocche, carte 8.

(13) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XLII, carte 13. — Capitolare delle Brocche, carte 8.

(14) Documento XVII.

(15) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 8 tergo.

(16) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XLIV, carte 128. — Capitolare delle Brocche, carte 10.

(17) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XL, carte 16. — Capitolare delle Brocche, carte 5 tergo.

(18) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XXXIX, carte 87 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 5.

(19) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 6 tergo.

(20) Regio Archivio di Stato. Collegio,Notatorio, registro IV, carte 164 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 6 tergo,

(21) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio,Grazie, registro XVIII, carte 25. — Capitolare delle Brocche, carte 8.

(22) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 9.

(23) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio,Grazie, registro XVIII, carte 84 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 9.

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1400-1413.

Il principato di Michele Steno fu ricco di memorabili avvenimenti e di gloriosi fatti d'armi, tanto in mare, quanto in terra ferma. Fra Modone e Zanchio, in prossimità della Morèa, le navi di Carlo Zeno si scontrarono con quelle capitanate da Boucicault governatore di Genova pel re di Francia, con vantaggio dei Veneziani, che ottennero 180.000 ducati in compenso dei danni recati dai Genovesi a Bairut, Famagosta e Rodi.

Francesco II Novello di Carrara, approfittando della debolezza della vedova di Giovan Galeazzo Visconti e della reggenza che governava il ducato, cercò di farne suo pro, ed alleato con Guglielmo della Scala prese possesso di Vicenza e di Verona. I Veneziani, chiamati in aiuto dalla duchessa di Milano, non si lasciarono sfuggire questa occasione di abbassare la potenza del Carrarese e di vendicare le offese patite. La guerra fu lunga ed accanita, ma finalmente i Veneziani si impadronirono di Padova (1405) imprigionarono i Carraresi e li condannarono a morte, giudizio severo ma conforme allo spirito dei tempi ed alla ragione di stato.

Venezia divenne in tal modo uno degli stati più potenti d'Italia, anche per la estensione dei suoi possessi in terra ferma, che comprendevano presso che tutto il Veneto colle città di Verona, Vicenza, Rovigo, Padova, Treviso, Feltre e Belluno. Ricomprò Zara da Ladislao di Napoli mediante l'esborso di 100.000 fiorini d'oro, ma ciò fu causa di guerra con Sigismondo imperatore e re d'Ungheria, guerra funesta al Friuli ed al Trivigiano, ove fu strenuamente combattuta, e finita colla tregua del 1413, quando i due belligeranti furono esausti di uomini e di denari.

Anche in questo periodo la zecca fu operosa e non mancano i documenti. Trascurando alcuni provvedimenti di lieve importanza, ricorderò che nel 16 giugno 1404 (1) fu abolito il massaro ai torneselli e dato l'incarico di sorvegliare quella fabbricazione ai massari dell'argento.

L'argento scarseggiava sebbene non crescesse di pregio, perché una legge votata dal Senato il 10 maggio 1407 (2) dietro proposta dei Savi sopra la mercanzia, lamenta che l'argento solito ad essere portato a Venezia, abbia presa altra via, per la preferenza data in Oriente al ducato d'oro. Allo scopo di richiamare alla dominante questa merce, da cui traggono non poco utile i privati e lo stato, si concede ai cittadini e forestieri che portano argento in zecca di poter coniare coll'argento franco, avente la bolla di San Marco grossi o soldini a piacimento, ricevendo peso per peso verso il solo indennizzo delle spese di fabbricazione calcolate nel modo più limitato. Nello stesso decreto il taglio dei grossi, ed in proporzione quello dei soldini, viene portato a 136 pezzi per marca, con nuova e sensibile diminuzione. Si concede pure a tutti, cittadini e forestieri di esportare l'argento da Venezia per la via di terra, purché una quinta parte sia lasciata in zecca; alle stesse condizioni è permesso ai forestieri di esportare l'argento per la via di mare, ma solo per le parti di ponente, mentre i Veneziani possono navigare per le parti di ponente e di levante e prendere argento senza lasciarne alcuna quantità in zecca.

L'anno dopo, 16 giugno 1408 (3), allo scopo di conservare a Venezia ed alla zecca le utilità del commercio dell'argento, si proibisce ai cittadini sudditi e fedeli di portare argento, se non tolto a Venezia, e si ordina che da nessun luogo del golfo si possa levare argento se non per condurlo a Venezia.

Per le provincie di terra ferma nuovamente aggregate alla repubblica troviamo un complesso di provvedimenti rivolti a regolare il corso dei valori usati nei territori di Verona e Vicenza ed a stabilire il rapporto colle monete veneziane e con quelle estere, che vi si trovavano in circolazione. Con un decreto del 14 febbraio 1404 (1405) (4) si ordina, che in tutti i livelli, pensioni ed ogni altro debito, il grosso debba essere ricevuto per 3 soldi, il mezzanino per 1 soldo, ossia dodici denari, ed il soldo nostro (veneziano) per nove denari. Ciò dimostra che a Verona ed a Vicenza duravano la antica lira e l'antico soldo, mentre nei territori di Padova e di Treviso adoperavasi lo stesso conto e la stessa moneta di Venezia ridotta di un quarto all'epoca di Andrea Dandolo. Infatti la lira veronese valeva un terzo più della veneziana ed ebbe per lungo tempo tale valore, che fu ridotto in moneta effettiva nel bellissimotestonedi Massimiliano imperatore, coniato in quella città, il quale pesa un terzo più delmocenigo: se ne conservò la memoria negli antichi contratti e nelle contabilità fino a mezzo il secolo XVII, come pure negli antichi libri di aritmetica e di commercio sempre nella stessa proporzione di quattro a tre (5).

Nello stesso giorno (6) si ordina ai massari la coniazione delmezzanino, il quale doveva pesare un terzo del grosso ed avere in proporzione il valore di 16 piccoli, moneta che fu richiamata in vigore per rappresentare ilsoldo veronese. Con altro decreto in pari data (7) si ordina ai massari di fabbricarepiccolidella stessa lega dei torneselli, in modo che da ogni marca se ne cavino 770 pezzi, 12 dei quali abbiano il valore di un soldo a Verona e Vicenza. Tale deliberazione corrisponde ai conti, che si trovano nel Capitolare delle Brocche nella data del 19 settembre 1405 (8) per le spese necessarie a fabbricare monete per Verona, ed all'aumento di salario al maestro Marco da Sesto (9) (29 settembre 1405) perché incida gli stampi delle monete da coniarsi in zecca per Verona e Vicenza. Ora tre monete vengono nominate in quel conto; la prima d'argento, che non può essere se non ilmezzaninodi cui abbiamo parlato poc'anzi; la seconda è unquattrino, di cui non conosciamo l'esistenza e che probabilmente non fu coniato, perché non è nominato nei decreti surriferiti; la terza è ilpiccolo, e cioè quella monetina che nel diritto porta la croce perlata a lunghe braccia, che divide a due a due le lettere dell'iscrizione col nome del doge, e nel rovescio una testina di San Marco colle solite parole "S punto M A R C V S spazio V E N E T". Per l'aspetto e per il peso essa corrisponde a quella indicata nel decreto 14 febbrajo 1405, perché ha lo stesso colore del metallo dei torneselli e pesa poco meno di 6 grani veneti, che è quanto si ottiene dividendo per 770 i 4608 grani che compongono la marca.

Il valore di un soldo veronese dato al mezzanino risorto nella zecca di Venezia è anche confermato da un altro interessante decreto del 13 maggio 1410 (10) nel quale si stabiliscono i valori proporzionali fra le monete veneziane, le imperiali e quelle estere che correvano nella parte della Lombardia appartenente a Venezia, e nel quale, in mezzo alle varie monete enumerate, si trovaMezaninus venetus, sive soldus de Verona. In questa tariffa, in cui si determinano i prezzi delle monete in circolazione nella Lombardia veneta, si attribuisce alla lira imperiale propria di quella regione, un valore doppio della lira veneziana. Tale rapporto si conservò costante, e troviamo menzione anche nel secolo XVI (11) di una lira bresciana uguale due lire venete.

Abbiamo di questo tempo una monetina d'argento, coniata per Zara e Dalmazia, che ha stuzzicato la curiosità dei numismatici per il suo valore e per lo stemma che vi è raffigurato; ma essa va collocata in un capitolo speciale dedicato alle monete anonime, che, mancando della data e del nome del doge, non possono sempre con sicurezza essere attribuite ad un principe piuttosto che ad un altro.

Venezia nel 1404 acquistava il possesso di Scutari nell'Albanìa, dove esisteva già una zecca, che continuò a battere monete secondo i sistemi monetari ed i tipi locali, con Santo Stefano protettore della città da un lato e dall'altro il leone in soldo colla iscrizione "S punto M A R C V S spazio V E N E T I A R V M". Lazari, nel suo lavoro sulle monete dei possedimenti, dubitava della esistenza di quella officina e riteneva lavorate a Cattaro le monete col nome di Scutari, ma alcuni documenti, rinvenuti più tardi dimostrano chiaramente che la zecca di Scutari lavorò per ordine del Senato sino alla metà del secolo XIV.

Non è mia intenzione di occuparmi per ora della zecca di Scutari, né di quella che ebbe Cattaro, venuta in possesso dei veneziani nel 1420; forse, potranno esse dare argomento ad appendici speciali, che saranno non inutile complemento allo studio delle monete della zecca di Venezia.

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Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "M I C h A E L punto S T E N apostrofo", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo spazio T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO".

Tavola XIII, numero 12.

Grosso, terzo tipo. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 35 e 17 centesimi (grammi 1,820) e grani veneti 33 e 88 centesimi (grammi 1,753), legge 10 maggio 1407.

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge; nel campo due stelle fra le figure e l'iscrizione, dietro il doge "M I C h A E L punto S T E N apostrofo", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "croce punto croce T I B I punto L AV S punto spazio punto 7 punto G L O R I A punto".

Tavola XIII, numero 13.

Soldino. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 8 e 79 centesimi (grammi 0,454) e grani veneti 8 e 47 centesimi (grammi 0,438), legge 10 maggio 1407.

3. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce M I C h A E L punto S T E N apostrofo D V X", nel campo dietro il doge l'iniziale del massaro, sormontata da una stella di sei raggi.

Rovescio. Leone accosciato che tiene tra le zampe anteriori il vangelo, "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XIII, numero 14.

Iniziali dei massari. "C, D, F, M, OI, P, EZH capovolta".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 4 e 80 centesimi (grammi 0,248): scodellato.

4. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto M I, S ruotata, T E punto D V X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R CV, S ruotata, punto".

Tavola XIV, numero 1.

Un esemplare di questopiccoloconservato nel Museo Bottacin ha nella parte concava (rovescio) le traccie incuse dell'impressione del diritto.

Mezzanino, o soldo per Verona e Vicenza. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 11 e 72 centesimi (grammi 0,606).

5. Dritto. A sinistra San Marco in piedi, vestito di abiti sacerdotali, colla testa di tre quarti si volge a destra e riceve dal doge in piedi un cereo, che questi porge con ambe le mani. Nel campo, sotto il cereo, l'iniziale del massaro. Dietro il doge "punto M I C spazio S T E N apostrofo", in mezzo "D V X", dietro il santo "S punto M punto V E N E".

Rovescio. Gesù Cristo di fronte, con nimbo di forma greca, sorge dal sepolcro ponendo a terra la gamba destra. È coperto da lunga veste e stringe nella sinistra la croce, nella destra il vessillo che svolazza a sinistra: sul sepolcro sono scolpite quattro croci, attorno "punto X P E punto R E S spazio V R E S I T punto".

Tavola XIV, numero 2.

Iniziale del massaro. "EZH capovolta".

Piccolo, o denaro per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).

6. Dritto. Croce a braccia uguali, divise longitudinalmente in tre parti, quella di mezzo perlata, accantonata da quattro anellini: alle estremità delle braccia quattro punti dividono l'iscrizione "M I spazio S T spazio E punto D spazio V X".

Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio, attorno "croce punto S punto M punto V E N E T I punto".

Tavola XIV, numero 3.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi 0,724).

7. Dritto. Croce patente "croce punto M I C h A E L punto S T E N apostrofo punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo fra le zampe anteriori "croceV E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA, punto".

Tavola XIV, numero 4.

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Die Billionsche en ogeualueirde gaude en silvere mute etc. — Les monois d'or et d'argent du billyon et no evaluez de plusieurs princes Royaulme pays et villes. — Gedruckt zu Nürmberg, durch Johann vom berg und Ulrich Newber. — XXVI die mensis martii anno M . D . LI, pagina 219.

Het Thresooroft schat van alle de speciem figuren etc., Tantwerpen, 1580, pagina 507.

SANTINELLI S. — Opera citata, pagine 271, 273 e 274 (disegno pagina 271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 301.

BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneI, pagina 104 e 109, numeri XXIV e XXV; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 t. e 32, numeri XXIV e XXV. —DissertazioneII, pagine 133 e 135, numero III.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or, etc. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 175-176, numeri LXXIV, LXXV, LXXVI, LXXVII e LXXVIII.

TERZI B. — Opera citata, pagine 25-27, tavola I, numero 10.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1126, numeri 3938, 3939 e 3940.

CICOGNA E. —Delle iscrizioni veneziane, etc. Venezia, 1824-53,Volume VI, pagina 76.

GEGERFELT (VON) H. G. — Opera citata, pagina 9.

ZON A. — Opera citata, pagine 30 e 34.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume II, pagina 25 (298 e 309) e tavola.

CUMANO dottor C. —Numismatica, articolo citato.

CUMANO dottor C. —Illustrazione etc. Opera citata, pagina 39.

LAZARI V. — Opera citata, pagina 71 e 169.

KUNZ C. — Catalogo citato, pagina 9.

ORLANDINI G. — Catalogo citato, pagina 7.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge LXIII.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge LXIII.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagine 19 e 85.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 228-231 e 254, Volume V, 1875, pagine 206-207.

SCHLUMBERGER G. — Opera citata, pagina 473-474.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagine 22-23 e 124. —Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 102, Tomo XIII, pagina 147 e Tomo XXI, pagina 136, — terza edizione, 1881, pagine 18, 89 e 334.

Bolla in oro di Michele Steno che si conserva nel MuseoBottacin, appesa ad un diploma in pergamena.

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(1) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro XLVI, carte 150.

(2) Documento XVIII.

(3) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LXVIII, carte 17 tergo.

(4) Documento XIX.

(5) Zanetti G. A.Nuova Raccolta delle Monete etc. Opera citata, Volume IV, pagina 343, nota 190. — Piermaria Erbisti.Osservazioni sopra le lire e monete veronesi, Argelati F., Parte II, pagina 46. — Mariani.Tariffa perpetua, Venezia, Rampazzetto, 1567.

(6) Documento XIX.

(7) Documento XIX.

(8) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 14 tergo.

(9) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 14 tergo

(10) Documento XX.

(11) Mariani Giovanni,Tariffacitata.

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1414-1423.

Tomaso Mocenigo, trovavasi a Lodi, oratore di Venezia presso il re Sigismondo, quando fu chiamato all'onore di reggere il ducato. Fu principe saggio, che promosse e curò la prosperità del paese: rifuggiva dalla guerra, ma dovette spedire contro i Turchi, che molestavano il commercio veneziano, l'armata comandata da Pietro Loredan, che riportò una splendida vittoria nelle acque di Gallipoli e ridusse il nemico ad una pace vantaggiosa. Anche cogli Ungheri non fu possibile venire ad un accordo, e dopo di avere tentato inutilmente di riunire in una lega le potenze italiane, i Veneziani dovettero combattere da soli contro Sigismondo alleato al patriarca di Aquileja. Essi sostennero Tristano Savorgnan nemico del patriarca e finirono col restare padroni del Friuli ed anche della Dalmazia, approfittando del momento in cui il nemico era impacciato dalle guerre in Boemia e contro i Turchi, per togliere per sempre quei paesi alle pretese dei re d'Ungheria.

Durante il suo principato Tomaso Mocenigo si occupò indefessamente a riordinare le finanze e l'amministrazione dello stato. La moneta fu pure oggetto della sua sollecitudine, anzi questo periodo si distingue per ripetuti studi e per modificazioni continue alle leggi che riguardavano la affinazione dei metalli e la coniazione delle monete. Il primo atto è del 10 febbraio 1413 (1414), solo di un mese posteriore all'elezione del doge: in esso il Senato delibera (1) di nominare tre savi col mandato di esaminare tutte le cose relative alla zecca, di prendere le necessarie informazioni dai massari e dagli estimatori dell'oro e dell'argento, e di proporre quindi quelle riforme e quei provvedimenti che credessero atti a migliorare questo importante servizio. Giovanni Garzoni, Francesco Girardi e Marco da Molin eletti a tale incarico fecero nel 18 aprile successivo le loro proposte per la zecca dell'oro, le quali vennero approvate e si trovano trascritte nei registri del Senato e nel capitolare dei massari all'oro (2). Esse contengono molte minuziose prescrizioni, che riguardano principalmente la stima del metallo prezioso portato dai mercanti, la perfetta affinazione, la custodia, il peso ed il calo dell'oro durante le molteplici operazioni che esso subiva fino a trasformarsi in tanti bei ducati. Si raccomanda di tener conto di tutto, di registrare diligentemente i pesi e, non reputandosi sufficienti tre estimatori, se ne istituisce un quarto, e così ai due massari dell'oro se ne aggiungono altri due col salario annuo di ottanta ducati.

Sembra però che il Senato non fosse contento dei risultati ottenuti, giacché il 25 gennaio 1415 (1416) delegava i propri poteri (3) ad uno speciale collegio, composto del doge, dei capi della Quarantìa, dei savi del Consiglio, dei saviad recuperandam pecuniam, dei savi agli ordini, dei tre savi delegati alla riforma della zecca, degli avogadori del Comune e degli ufficiali alle ragioni nuove, ordinando che le loro deliberazioni avessero la stessa forza che se fossero emanate dal Consiglio dei Pregadi, purché raccolti nel numero di 28. Pochi giorni dopo, il 30 gennajo, riunitosi questo consesso delibera (4) che i mercanti, i quali portano l'oro in zecca, debbano sottostare al calo della fusione, dopo della quale sia fatta la stima a Rialto con ogni cautela e segretezza. Si riducono nuovamente a tre (5) collo stipendio di ducati 60 annui gli estimatori, i quali non possono stimare se non uniti, né mandare l'oro alla zecca se due non sieno concordi. Anche i massari dell'oro sono ridotti a due (6), come anticamente, collo stipendio di 120 ducati e colle solite utilità: devono fare per turno le quindicine; saldare il quaderno ed attenersi al loro capitolare, dànno pieggieria e durano in carica due anni. Si portano a due i pesatori alla moneta (7) con 60 ducati ed altri incerti: questi devono tenere le chiavi, fare i pesi, ed ajutare i massari a tenere le scritture.

Nel 30 giugno 1416 il Senato si occupa nuovamente (8) della fiorente fabbricazione dei ducati e procura di frenare alcuni abusi: minaccia gravi pene a coloro, che cercano di ridurre la zecca nelle loro mani, temendo il danno che potrebbe venire al Comune, se nelle parti di Alessandria e di Soria, ove esistono esperti conoscitori, si sospettasse che la moneta d'oro veneziana non si facesse più della solita bontà. Per incoraggiare tutte le persone, eccetto quelle che per ufficio non possono occuparsi di tale commercio, a portar oro in zecca, il prezzo fino allora pagato si aumenta di 3 grossi per marca e di 4 a chi lo dà fuso.

Altre deliberazioni del Senato si trovano in data 19 giugno 1421 (9) relative allastimariaed alla zecca dell'oro, ma sono in massima parte ripetizioni di ordini, che esistono nei decreti precedenti, e prescrizioni di poca importanza, che non meritano di essere riportate, e mostrano solo il grande interesse, che si poneva a mantenere la purezza del ducato.

Anche per ciò che riguarda la moneta d'argento non mancano i provvedimenti durante il principato di Tomaso Mocenigo. Nel 22 aprile 1414 (10), visto il danno che reca al Comune la parte presa nel 1406, di rendere moneta dello stesso peso dell'argento posto in zecca, si stabilisce di far pagare ai mercanti 10 soldi di piccoli per fattura di ogni marca di grossi, e 14 soldi per ogni marca di soldi, quando si tratti di argento franco, e cioè di quell'argento che abbia adempiuto l'obbligo del quinto, che si doveva per legge tradurre in moneta.

Mancando i massari all'argento ed essendosi soppresso il posto di quello ai torneselli, il Senato delibera nel 30 aprile 1416 (11) di portare a tre i massari alla zecca dell'argento, col salario di 100 ducati annui e colle solite utilità annesse all'ufficio: essi durano in carica due anni, devono fare per turno le quindicine, alternando le mansioni ogni mese sotto la sorveglianza dei provveditori del Comune. Nel 5 giugno successivo (12), a quel massaro che sorveglia la fabbricazione dei torneselli, si accordano quattro mesi per regolare i conti, mancandogli il tempo di farlo in termine più breve.

Il Senato rammenta ai massari nell'11 giugno 1416 (13) che i soldi coniati in zecca devono farsi in modo da averne lire 27 soldi 4 per marca, e non più, come si è fatto talora contrariamente alle leggi: stabilisce che la zecca non possa ricevere le monete coniate da essa stessa e che i pagamenti dei quinti debbano esser fatti a conto e non a peso.

Nel 26 febbraio 1416 (1417) vengono nominati tre savi (14) per istudiare e proporre le riforme della zecca e della moneta d'argento: riescono eletti Scipione Bon, Pietro Bragadin e Cristoforo Soranzo.

L'11 novembre dello stesso anno (15) il Senato vota provvedimenti per la zecca dell'argento, i quali si riassumono così: che sia abolito il sistema dei quinti sin allora in vigore tanto nella presentazione al peso che nell'affinamento del metallo; che tutto l'argento introdotto a Venezia debba essere presentato al peso a Rialto e registrato esattamente, e che per la affinazione si debba pagare grossi 4 e un quarto a oro per marca. I tre massari debbano alternare le loro occupazioni in modo che uno riceva l'argento per fabbricare le monete, l'altro sopraintenda alla affineria, il terzo ai tornesi ed ai piccoli, cambiando ogni quattro mesi le loro funzioni, tenendo registro esatto delle operazioni e rendendone conto agli ufficiali delle ragioni nuove. Di tutto l'argento affinato la quarta parte si riduce in moneta, dando al mercante peso per peso, ma del rimanente egli è libero di fare ciò che vuole: può venderlo e portarlo via da Venezia senza spesa; però se desidera invece farne moneta, può averne peso per peso pagando la fattura. Considerato che non è più possibile mantenere gli ordini dati, di fabbricare la moneta nella misura di lire 27 soldi 4 per marca, fissata quando il ducato valeva 93 soldi, perché i mercanti ci troverebbero una perdita e non porterebbero più argento a Venezia, ora che il ducato vale 100 soldi, si delibera che la moneta sia tagliata in modo da ricavare per ogni marca lire 29 soldi 9, e ciò sulla base del calcolo che l'argento costa 5 ducati 18 grossi per marca, che il ducato vale 100 soldi e che la spesa di fabbricazione dev'essere valutata 12 soldi per una marca di grossi e 16 soldi per una marca di soldi (16). Si raccomanda alla zecca la maggiore possibile esattezza nel peso e nella fattura, e, per favorire la condotta dell'argento a Venezia, si ordina di far pagare solo 8 soldi per marca per la spesa di fabbricazione, dando peso per peso, metà grossi e metà soldi, mentre l'erario potrà rifarsi di tale perdita coll'utile della affinazione.

I risultati di questi provvedimenti corrisposero così poco alle speranze, che nel 22 dicembre 1419 (17) il Senato, osservando che le riforme fatte non hanno riuscito a far venire l'argento a Venezia, essendo arrivate solo diecimila marche in confronto di quarantamila all'anno che ne giungevano in passato, delibera che si debbano rivedere le fatte riforme da un collegio composto del doge, dei consiglieri, dei capi della Quarantìa, dei savi del Consiglio, alla guerra ed agli ordini, degli avogadori del Comune, degli ufficiali delle ragioni nuove e di quelli della moneta d'oro e d'argento, accordando alle deliberazioni prese da tale consesso, la stessa autorità che se fossero state votate dal Senato.

Nel 4 gennaio 1419 (1420) (18) questo collegio, lamentando la diminuita vendita dell'argento in Venezia sopprime, l'obbligo di venderloalla campanellaa Rialto, secondo le antiche leggi e costumi, e permette di venderlo a qualunque persona, purché sia denunziato il contratto per le solite registrazioni che si mantengono. Collo stesso decreto riduce a soli 2 grossi per marca il dazio dell'argento introdotto a Venezia, invece dei 4 grossi ed 8 piccoli che si pagavano precedentemente.

Se non che la scarsezza degli arrivi dell'argento a Venezia e la conseguente decadenza della zecca dipendevano da fatti esterni e da cause economiche, che non potevano essere cambiate nemmeno dai più avveduti e solerti amministratori dello stato. Per cui nel 27 gennaio 1420 (1421) (19) il Senato, trovando necessario di provvederesuperfacto argenti et super factis monete et ceche nostre, che vanno così male da non poter andar peggio, convoca nuovamente il collegio composto del doge, dei consiglieri, dei capi della Quarantìa e dei savi del Consiglio, dei provveditori del Comune, degli ufficiali della zecca, a cui si aggiungono i savi per investigare sopra i fatti del Friuli e delle terre nuovamente acquistate, coll'incarico di studiare quei provvedimenti e di dare quegli ordini, che reputassero migliori all'interesse della zecca e del Comune.

I provvedimenti pubblicati da tale Collegio nel 6 febbraio successivo (20) costituiscono una nuova diminuzione della moneta nel peso, che viene ridotto a lire 29 e soldi 16 per marca, e nel titolo, che si conserva nominalmente a peggio 55, ma tollerando le pezze d'argento di poco inferiore, purché non superino il peggio di 60 carati; provvedimento che deve condurre in breve tempo alla adozione del titolo inferiore come regolamentare. Oltre a ciò, per economia di spesa, si ordina di dare ai mercanti tre quarti del peso in grossi ed un quarto in soldi, invece di metà grossi e metà soldi, e per lo stesso motivo si sospendono le nomine dei titolari di alcuni posti rimasti vacanti, fra cui uno dei tre massari.

Come si vede, il governo veneto perseverava nella via in cui si era messo, la quale conduceva ad un peggioramento continuo del soldo e conseguentemente della lira nominale: questo provvedimento, certamente non favorevole a rialzare il credito della moneta d'argento anticamente tanto ricercata, aveva per conseguenza l'aumento di prezzo della moneta d'oro, conservata perfetta con tutte le cure.

Molte antiche monete erano ancora in circolazione e naturalmente avevano maggior prezzo delle nuove più leggere, per cui il Senato fu costretto a emanare, nel 7 marzo 1422 (21), un decreto, il quale, osservando che l'antica moneta è cresciuta a 108 soldi, ordina di raccogliere tutti i pezzi di conio antico e di fonderli nuovamente, dando al pubblico, peso per peso, nuove monete per un quarto soldi e per tre quarti grossi, provvedimento che fu in pari data (22) esteso alla terra ferma veneta.

Sebbene dai documenti, che abbiamo riportati più sopra, si rilevi che uno dei tre massari fosse specialmente destinato alla sorveglianza della fabbricazione dei piccoli e dei tornesi e che quindi si coniassero tali monetine in gran copia e lo stato ne ritraesse non poco utile, non pare però che la emissione fosse superiore al bisogno, ed infatti poche di tali monete arrivarono fino a noi, tanto che sono dai raccoglitori molto ricercate. Rarissima poi è una bella ed elegante monetina col nome di Tomaso Mocenigo, della stessa pasta dei tornesi e dei piccoli destinati a Verona e Vicenza, ma di peso alquanto superiore, giacché i due esemplari conosciuti superano di poco i sette grani. Dal lato dove si trova il nome del principe è disegnata la croce accantonata da quattro punti triangolari e dall'altro il busto di San Marco di fronte, che ricorda il disegno degli antichi bianchi, da quasi un secolo abbandonati. Questa moneta esiste ancora coi nomi di Francesco Foscari, Pasquale Malipiero, Cristoforo Moro e qualche altro posteriore, lavorata con molta accuratezza e di ogni doge se ne trovano soltanto uno o due esemplari, anche in quelle epoche in cui vi furono abbondanti emissioni di monete di mistura. Probabilmente fu coniata per una provincia od una comunità determinata, in seguito ad accordi stabiliti: supposizione che pare confermata dal fatto che ipiccolidi questa specie, col nome di F. Foscari e dei suoi successori, pesano notevolmente di più di quelli del Mocenigo, ciò che fa credere si volesse così compensare la differenza proveniente dalla diminuzione del fino, deliberata nel 1442 per tutte le monete di bassa lega. Ora essendo avvenuta durante il principato di Tomaso Mocenigo l'annessione del Friuli, e trovandosi anzi a far parte del Collegio istituito dal Senato per i provvedimenti relativi alla zecca nel gennaio 1420-21, anche i Savi per investigare sopra i fatti del Friuli e delle terre nuovamente acquistate, è lecito sospettare che questa nuova monetina fosse destinata a quella importante provincia. Questa misura infatti avrebbe grande analogia con quanto dallo stesso veneto governo venne fatto per i denari di Verona dapprima, e per quelli di Brescia più tardi.

Non essendomi stato possibile rinvenire alcun documento che parli di una moneta speciale per la patria del Friuli, non posso fare se non delle ipotesi per analogia, aspettando dal tempo e dalla fortuna qualche nuovo lume su questa interessante ricerca.

Raccontano i cronisti che Tomaso Mocenigo, sentendosi vicino a morte, chiamò a sé la Signoria per raccomandare a quegli illustri cittadini di scegliergli a successore un uomo degno e desideroso di continuare una politica prudente e pacifica, e per dissuaderli dal portare i loro voti sopra Francesco Foscari di cui temeva il carattere irrequieto e guerriero. Nel suo discorso vantò i benefici della pace e con visibile compiacenza riportò dati statistici interessantissimi sulla ricchezza e sul commercio veneziano, allora floridissimo, sul debito pubblico pagato e sulle finanze dello stato ristorate. Riporteremo soltanto quei dati che a noi interessano sul lavoro della zecca, la quale batteva ogni anno

"d'oro un millione e duecento millia ducati, e d'argento tramezanini,grossi et soldi800 millia all'anno, dei quali cinque millia marche escono tra Egipto e la Soria de'grossetti, in li vostri luoghi da terra ferma ne va ogni anno tramezanini esoldiniducati centomillia" (23).

È da osservarsi che il cronista parla in questa occasione di mezzanino, moneta che non fu coniata da Tomaso Mocenigo. Io inclino a credere che il Dolfin, il quale era bensì contemporaneo, ma probabilmente scriveva alquanto più tardi, abbia confuso le epoche, attribuendo al Mocenigo questo pezzo, che fu battuto in altra epoca per i bisogni della terra ferma, come nello stesso discorso dice taloragrossettopergrosso, parola che venne in uso solo dopo il decreto del 9 luglio 1429, con cui si istituivano i grossi da otto soldi, chiamatigrossoni, per distinguerli dai grossi soliti da 4 soldi, che da allora in poi ebbero il nome digrossetti.

Per completare le notizie sulle imitazioni dei ducati veneziani, ricorderò che in una commissione data con deliberazione del Senato del 24 febbraio 1422 (1423) (24) ad un notaro della Cancelleria ducale inviato presso il gran maestro di Rodi, si legge:

"Insuper volumus quod dicto reverendissimo domino Magistro Rodi dicere et exponere debeas nostri parte quod nuper intelleximus, quod paternitas sua reverendissimacudi fecit et facit in terraRodi ducatos ad stampam et cunium nostrum Venetiarum, quod displicenter audivimus considerata importantia hujus facti. . .".

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Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, "T O M punto M O C E N I G O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XIV, numero 5.

Grosso, terzo tipo colle stelle. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 33 e 88 centesimi (grammi 1,753), e grani veneti 31 e 29 centesimi (grammi 1,619), legge 11 novembre 1417.

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, nel campo due stelle tra le figure e l'iscrizione; dietro il doge "T O M spazio M O C E N I G O", lungo l'asta "D V X", a destra "S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L AV S punto spazio punto 7 spazio G L O R I A punto".

Tavola XIV, numero 6.

Grosso, terzo tipo colle iniziali. Argento, titolo 0,952 sino a 0,949 (peggio 60). Peso, grani veneti 30 e 92 centesimi (grammi 1,600), legge 6 febbraio 1420-21.

3. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "T O M spazio M O C E N I G O", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I", nel campo, fra le figure e l'iscrizione, due lettere che sono le iniziali del massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L AV S spazio punto 7 punto G L O R I A punto".

Tavola XIV, numero 7.

Iniziali dei massari. "P OI, T S".

Soldino. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 8 e 47 centesimi (grammi 0,438) e grani veneti 7 e 82 centesimi (grammi 0,404), legge 11 novembre 1417.

4. Dritto. Il doge in piedi, tiene con ambe le mani il vessillo "croce T O M spazio M O C E spazio N I G O spazio D V X", nel campo, dietro al doge, l'iniziale del massaro sormontata da una stella di sei raggi.

Rovescio. Leone accosciato che tiene il vangelo tra le zampe anteriori "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XIV, numero 8.

Iniziali dei massari. "A, B, D, F, I, M, OI, P, T".

Soldino, colle iniziali dei massari. Argento, titolo 0,952 sino a 0,949 (peggio 60). Peso, grani veneti 7 e 73 centesimi (grammi 0,400), legge 6 febbraio 1420-21.

5. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce T O M spazio M O C E spazio N I G O spazio D V X", nel campo, dietro la figura del doge, le iniziali del massaro, una sotto 1'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tiene colle anteriori il vangelo, attorno, "punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XIV, numero 9.

Iniziali dei massari. "P sopra OI, T sopra S, EZH capovolta sopra B".

Sul rovescio di questo soldino il cerchio attorno il leone non esiste, od è così sottile che riesce appena visibile.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 4 e 80 centesimi (grammi 0,248): scodellato.

6. Dritto. Croce in un cerchio "croce T O punto M O C punto D V X".

Rovescio. L'impronta del diritto incusa.

Museo Correr.

Tavola XIV, numero 10.

Altro esemplare del Museo Correr ha il nome del principe in rilievo nella parte concava, ed incusa la stessa impressione nella parte convessa della monetina. Si trovanopiccolisenza impronta visibile nella parte concava.

Piccolo, o denaro per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).

7. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata da quattro anellini: alle estremità delle braccia quattro punti dividono l'iscrizione "T O spazio M O spazio C punto D spazio V X".

Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio "croce punto S punto M punto V E N E T I punto".

Tavola XIV, numero 11.

Piccolo, o bagattino per il Friuli (?). Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 7 e mezzo (grammi 0,388).

8. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di raggi, entro un cerchio, attorno "croce T O M spazio M O C E N I C O spazio D V X".

Rovescio. Busto di San Marco con aureola di perline in un cerchio, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Bottacin.

Tavola XIV, numero 12.

Regio Museo Britannico.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi 0,724).

9. Dritto. Croce patente "croce punto T O M spazio M O C E N I G O spazio D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croceV E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA".

Tavola XIV, numero 13.

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BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneI, pagina 104 e 109, numero XXVI; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 t. e 32, numero XXVI. —DissertazioneIII, pagina 99, tavola XIX, numero 2. —DissertazioneIV, pagina 90, tavola XIV, numero 3.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or, etc. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 176, numeri LXXIX, LXXX, LXXXI e LXXXII.

TERZI B. — Opera citata, pagina 25-27, tavola II, numero 11.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1126-1127, numeri 3941 e 3942.

BELLOMO G. — Opera citata, pagina 42 e 64-65, nota 39, tavola II, numero 3 (25).

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume II, pagina 27 (310 a 321) e tavola.

CUMANO dottor C. —Numismatica, articolo citato.

CUMANO dottor C. —Illustrazione etc. Opera citata, pagina 39.

LAZARI V. — Opera citata, pagine 71-72 e 169.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge LXIV.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge LXIV.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 19 e 85.

LITTA P. —Famiglie celebri d'Italia. — STEFANI F. FamigliaMocenigo, disegni di C. Kunz, Milano, 1868-72.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagina 228, 229, 231 e 254, Volume V, 1873, pagina 206- 207.

SCHLUMBERGER G. — Opera citata, pagina 474.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 23 e 124. —Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 102-103, Tomo XIII, pagina 147 e Tomo XXI, pagina 136, — terza edizione, 1881, pagina 18-19, 89 e 134.

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(1) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro L, carte 70.

(2) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro L, carte 96 e seguenti. — Capitolare dei massari all'oro, rubriche 85, 86, 87, 88, 89, 90, 91 e 92.

(3) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 89 tergo.

(4) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 90 tergo. — Capitolare dei massari all'oro, rubrica 93.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 91. — Capitolare dei massari all'oro, rubrica 94.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 91 (rimangono massari all'oro Piero Ghisi e Michele Contarini). — Capitolare dei massari all'oro, rubrica 95.

(7) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 91. — Capitolare dei massari all'oro, rubrica 97.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 143 tergo. — Capitolare dei massari all'oro, rubrica 98.

(9) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LIII, carte 154. — Capitolare dei massari all'oro, rubriche 101 a 108.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro L, carte 99 tergo.

(11) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 122 tergo. — Capitolare dai massari all'argento, carte 48 tergo.

(12) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 133 tergo. — Capitolare dei massari all'argento, carte 49 tergo.

(13) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 140.

(14) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LI, carte 189 tergo.

(15) Documento XXI.

(16) Infatti a lire 29 soldi 9, da una marca si ricavano 589 soldi, mentre a 100 soldi per ducato cinque ducati e 18 grossi fanno 575 soldi; i 14 soldi di differenza corrispondono alla spesa media di fabbricazione.

(17) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LIII, carte 18.

(18) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LIII, carte 19. — Capitolare dei massari all'argento, carte 56.

(19) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LIII, carte 104 tergo.

(20) Documento XXII.

(21) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LIV, carte 6 tergo.

(22) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LIV, carte 7.

(23)Cronaca Venetadi Zorzi Dolfin q.m ser Francesco, fino all'anno 1458. Regia Biblioteca Marciana, It., cl. VII, Codice 794.

(24) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LIV, carte 85 tergo e 86.

(25) È Tomaso e non Giovanni Mocenigo.

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1423-1457.

Con lunga e contrastata elezione fu creato doge Francesco Foscari, che tenne il seggio ducale per ben trentaquattro anni, in una delle epoche più avventurose della nostra repubblica. Si avverarono così i timori del prudente predecessore: l'ingrandimento dei possessi in terraferma costò a Venezia dure lotte e penosi sacrifici, di cui si sentirono per lungo tempo le conseguenze nelle finanze e nella prosperità dello Stato. Non si può, senza ingiustizia, darne tutta la colpa al doge Foscari, il quale aveva energia ed avvedutezza non comuni e sentiva altamente di sé e della repubblica, ma conviene attribuirne gran parte ai principi vicini, ambiziosi e senza fede, ed alle condizioni generali dell'Italia in quei tempi tristissimi. Filippo Visconti agognava il dominio di tutta la penisola e le due repubbliche di Firenze e di Venezia dovettero allearsi per difendere la loro libertà contro il nemico comune. Aspre ed accanite lotte si pugnarono sui campi di Lombardia, sotto il comando dei più illustri capitani di ventura, con varia vicenda; più volte fu segnata la pace, ma si riprese poco dopo la guerra, e solo dopo la morte del Duca Filippo i Veneziani poterono concludere una pace durevole colla cessione definitiva di Cremona, oltre a Brescia e Bergamo ottenute nei precedenti trattati.

Gli sforzi fatti nelle lunghe guerre d'Italia impedirono di tutelare validamente gli interessi veneziani in levante, dove i Turchi si avanzavano minacciosi molestando continuamente l'impero greco ed i principi cristiani. Nel 1430 presero Salonicco, di cui gli abitanti s'erano dati pochi anni prima a Venezia, e nel 1453, dopo una memorabile difesa, entrarono in Costantinopoli, con gravissimo danno del commercio e dell'influenza dei Veneziani, che non avevano potuto recare efficace soccorso ai Greci, per l'abbandono di tutte le potenze europee e per la mancanza di forze militari ed economiche stremate nelle guerre d'occidente.

Gli ultimi anni del vecchio doge furono amareggiati da sventure e dolori, e principalmente dalla condanna del figlio Jacopo, che si era reso colpevole di gravi infrazioni alle leggi dello stato. Finalmente la deposizione dal dogado, consigliata da crudele ragione di stato, o da altri motivi assai difficili ad apprezzarsi, a distanza di secoli, affrettò la fine di quel principe elettivo, che aveva avuto più lungo regno.

Quanto alla zecca, pochi fatti importanti sono da notare in questo periodo, meno forse che in altri regni più brevi, ma più calmi. Relativamente al più prezioso dei metalli non si conoscono che due soli documenti: un decreto del 18 settembre 1453 (1) con cui il Senato delibera di eleggere tre nobili per istudiare e proporre quelle misure che credessero più utili ad aumentare il concorso e la coniazione dell'oro, ed una legge del 1 dicembre 1454 (2), colla quale il Maggior Consiglio incarica il Senato di fare all'ufficio del saggio dell'oro quelle riforme che stimasse convenienti a mantenere il ducato in quella perfezione, per la quale è reputato in tutto il mondo. Non havvi memoria che gli studi ordinati e le proposte, che dovevano esserne la conseguenza, abbiano avuto un pratico risultamento, anzi è da ritenere che nessun provvedimento sia stato adottato, non trovandosene traccia nel Capitolare dei massari all'oro. Dalle considerazioni che precedono il decreto 18 settembre 1453, in cui è detto che la quantità dell'oro portato in zecca era minima, mentre abbondantissimo era l'argento che si coniava in moneta, si può facilmente argomentare che gli inconvenienti lamentati dipendevano dall'abbondanza del ricavo delle miniere d'argento, mentre era scarso il prodotto di quelle d'oro. Non era quindi in potere dei savi consultori della repubblica rimuovere le cause di questo fenomeno economico, mentre abbassando continuamente e progressivamente il valore dell'argento si otteneva d'impedire l'esportazione della ricercatissima moneta d'oro.

Alcuni provvedimenti troviamo quindi in questo senso e, prime in ordine di data, due parti sancite dal Senato nel giorno 9 luglio 1429; nella prima (3) si ordina che coll'argento del quarto che i mercanti avevano obbligo di consegnare alla zecca per farne moneta, debbano essere coniatisoldidella forma usata e due nuove monete, l'una da8, l'altra da2 soldi, in uguali proporzioni, e cioè un terzo di ogni qualità. Il grosso da4 soldiviene mantenuto, ed i mercanti possono farne coniare per la Soria e per gli altri paesi del levante col rimanente dell'argento, dopo francato l'obbligo del quarto. Sì le nuove che le antiche monete dovevano avere la lega e la bontà usata fino allora e andare al taglio di lire 31 per marca, ed in modo che 104 soldi valessero un ducato, aggiungendo calde raccomandazioni per l'esattezza del peso e della fabbricazione. Tale decreto, motivato dalla invasione di monete forastiere nelle nuove provincie di Brescia e Bergamo, prescrive che le monete da 1, da 2 e da 8 soldi sieno spedite in quei territori, conservando i grossi per i commerci dell'Oriente. È questa la ragione per cui nei ripostigli che si rinvengono nella terraferma, dove la Repubblica estendeva i suoi possessi, troviamo più facilmente i grossoni ed i pezzi da 1 e da 2 soldi, mentre i grossi vengono ai raccoglitori dai ritrovamenti fatti in Oriente.

La seconda parte presa in quel giorno (4) revocava la deliberazione 4 gennaio 1419 (1420), nella quale si abolivano tutte le restrizioni e si permetteva di vendere l'argento in qualsiasi luogo ed a qualsiasi persona, e richiamava in vigore l'antica legge 28 settembre 1374, la quale ordinava che tutto l'argento condotto a Venezia fosse venduto acampanellaa Rialto.

Nel 1442, 24 maggio (5), quando più grande era il bisogno di denari a cagione delle guerre, si ordina che ogni marca di argento posta in zecca debba pagare due grossi per indennizzare le spese per la fusione e per le altre operazioni. Nel 15 gennaio 1443 (1444) (6) si rinnovano le prescrizioni per la vendita dell'argento, emanate nel 1429, minacciando, a quelli che contravvenissero, la perdita del metallo, da dividersi fra i denunciatori ed il Comune. Con decreto del 23 gennaio dello stesso anno (7) il Senato porta il taglio della moneta a 34 lire per marca, con nuova e sensibile diminuzione, determinando che si stampino soldi, e non grossoni né altre monete: la quale disposizione, trovata troppo gravosa per i lavoranti della zecca, si modifica nel giorno dopo, 24 gennaio (8), deliberando che una terza parte sia ridotta in grossi da 4 soldi, e gli altri due terzi in soldi, ferme le altre disposizioni. L'aumento del taglio induceva naturalmente i mercanti a portare in zecca l'antica moneta più pesante, per avere la nuova e lucrare la differenza; per cui nel 2 febbraio 1443 (1444) (9), ottenevano che si abolisse il pagamento dei 2 grossi per marca, in quanto si trattasse dei grossoni e di altre vecchie monete, e, per evitare i lamentati ritardi nella consegna delle nuove monete lavorate, fu accordato che l'argento fosse ridotto metà in soldi, metà in grossi. Non bastando per questa trasformazione il termine fissato da prima a tutto aprile, fu prorogato nel 26 giugno (10) fino a tutto agosto dello stesso anno.

I bisogni delle esauste finanze fecero ricorrere a frequenti emissioni di monete di bassa lega, le quali davano alla zecca non pochi guadagni, destinati ad alleviare le spese delle guerre lunghe e costose. I pezzi di questo genere, abbondantissimi anche oggi, col nome di Francesco Foscari, sono vari di tipo e di peso, per cui viene naturale il sospetto che sieno stati creati per località e monetazioni differenti; ma siccome non hanno alcun segno che chiarisca l'attribuzione, non si seppe fin'ora trovare una soddisfacente spiegazione. Su ciò le cronache e le storie sono mute, ond'è necessario ricorrere ai documenti, che in quest'epoca si susseguono numerosi e ordinati.

Nei primi anni del dogado del Foscari non havvi alcun cenno di moneta minuta, per cui è probabile si continuasse la coniazione dei piccoli e dei tornesi col peso e col titolo usato precedentemente.

Solo nel 22 febbraio 1441 (1442) (11), si trova il primo decreto del Senato, il quale delibera di diminuire l'intrinseco dei piccoli, che si battono in zecca per Brescia, Bergamo, Verona e Vicenza,sub diversis stampis secundum corsum locorum, essendo necessario, per la strettezza della guerra, far denari in tutti i modi onesti. Quasi a giustificazione si osserva che quelle provincie sono invase da moneta del ducato di Milano dettaSesino, che di sopra è imbianchita, ma del resto è tutta rame, e, per sostituirla, si ordina che i bagattini colle stampe usate perBergamo, Brescia, Verona, Vicenza e Venezia, contengano una diciottesima parte di argento, invece di un nono come avevano precedentemente.

Il 24 maggio dello stesso anno 1442 (12) osservando il Senato che, provveduto per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, nulla sia espresso per Padova, Treviso ed altre terre, determina che i massari della moneta d'argentomittere debeant Paduam, Tarvisium et ad alias terras nostras a parte terre et in patriam Foro Julii, i bagattini che vengono usati in tali siti, fatti colla lega fissata precedentemente, e stabilisce che i rettori delle provincie debbano in ogni pagamento dare, per ogni ducato, almeno cinque soldi di tali monetine, e tutti gli utili sì di questa che della precedente fabbricazione debbano essere mandati allo Sforza, che comandava le armi veneziane in Lombardia, per gli stipendi delle truppe. Con decreto dello stesso giorno (13) s'incaricano i governatori delle entrate di riscuotere dalle provincie l'equivalente dei piccoli spediti e di rifondete alla zecca il capitale esborsato, destinando l'utile alle spese di guerra.

Questi provvedimenti confermano che la stessa lega era adoperata per le diverse monetine, che con tipi variati si usavano nelle provincie: bisogna dunque ricercare nel solo peso a quali lire corrispondano i denari coniati in quell'epoca. A Padova ed a Treviso erasi sempre adoperata la stessa lira che a Venezia, e quindi i piccoli o denari veneziani avevano corso tutti quei territori, nei quali era anche comune la tradizione della forma concava o scifata. Infatti, tra gli esemplari che si conservano nei medaglieri, alcuni sono di buon aspetto ed hanno la consueta quantità d'argento, altri invece sono neri e di lavorazione negletta. I primi sono quelli coniati avanti il decreto, gli altri colla nuova lega più scadente, ma tutti hanno lo stesso peso, che supera di poco i quattro grani e non raggiunge i 4 e mezzo. A Verona e Vicenza correva invece la lira veronese, la quale, come fu detto precedentemente, valeva un terzo più della veneziana, e quindi per quelle provincie si continuavano a coniare i denari colla croce a lunghe braccia, che divide a due a due le lettere dell'iscrizione, simili a quelli per la prima volta coniati da Michele Steno, che pesano scarsi 6 grani. I territori di Brescia e della Lombardia veneziana usavano la lira imperiale, doppia della veneziana, come rilevasi anche da un documento poc'anzi riferito, e quindi ad essi deve attribuirsi quelpiccoloassai comune, che da un lato ha il leone accosciato senza iscrizione e dall'altro, fra le braccia della croce, le lettere "F F D V", il cui peso, abbastanza variabile fra pezzo e pezzo ha però una media di 8 grani e mezzo. È questa la prima volta che nei documenti veneziani s'incontra la parolabagattino, che invece a Padova è adoperato sino dall'ultimo quarto del secolo XIII (14) ed a Treviso anche prima, e precisamente nel decreto 7 settembre 1317, in cui si ordina la coniazione del piccolo ossiabagattino(15).

Il Pegolotti, riportando i cambi ed i prezzi della piazza di Venezia, li traduce sempre in lire e soldi di grossi, lire e soldi di piccoli o denari, ma non nomina mai i bagattini, tranne quando fa il ragguaglio fra la moneta friulana e la veneziana (capitolo XXXIII), dove parla di bagattini piccioli di Venezia. In tal modo quell'esattissimo scrittore di usi commerciali mostra che il bagattino ed il denaro erano bensì una stessa cosa, ma che il nome di bagattino era adoperato nelle vicine provincie, non a Venezia.

Anche a Venezia se ne parla per la prima volta quando si tratta di coniare i piccoli per la terraferma. Senza occuparmi dell'origine di questa parola né della sua etimologia, osservo solo che in Lombardia si usa tutt'orabagaiper dinotare un essere singolarmente piccolo,bagattiper significare un valore minimo, e nel giuoco del tarocco si chiamabagattola carta più piccola; le quali voci tutte, hanno la radice comune conbagattella, parola usata in italiano ed in francese.

Alla data del 18 luglio 1442 (16), e cioè pochi mesi dopo i provvedimenti relativi alla moneta minuta per le provincie della parte di terra, troviamo inscritto, nel libro risguardante le faccende del mare, un decreto del Senato, che ordina la coniazione diquattriniemezzi quattriniper Ravenna, secondo la lega ed il modello presentato dai massari dell'argento, e prescrive al provveditore di Ravenna di adoperare, in tutti, i pagamenti fatti in quei territori, tali monete nella misura di un cinque per cento.

Il Lazari nella piccola moneta col nome di Ravenna e coll'immagine di Sant'Apollinare credette vedere il quattrino coniato in quest'epoca. Però nelle sue memorie, che conservo manoscritte, egli giustamente si ricrede, osservando che la fattura di questo pezzo, perfettamente uguale a quello coniato per Rovigo, li mostra entrambi incisi dalla stessa mano e battuti nella stessa epoca, che per Rovigo non si può antecipare dal 1484, seconda occupazione veneziana di quella città. Aggiungerò che non sarebbe naturale che la zecca di Venezia, soltanto in questo caso per Ravenna, avesse messo il santo protettore ed il nome della città, uso introdotto più tardi, e che il volume ed il peso di tale monetina non permettono di supporre un mezzo quattrino, che sarebbe riuscito troppo piccolo e troppo leggero. D'altronde la lira ed il quattrino di Ravenna erano uguali a quelli adoperati nelle città di Rimini, Pesaro ed altre vicine, ma i quattrini di quel tempo e di quei luoghi sono più pesanti e stanno fra i 14 ed i 16 grani. Crederei piuttosto riconoscere il quattrino decretato sotto Francesco Foscari in quel rarissimo nummo, che ha da un lato la croce ornata e dall'altro il leone rampante senza ali, colla banderuola fra le zampe anteriori, il cui peso si avvicina assai a quello dei quattrini battuti nelle città della Romagna, ed è tale da permettere la coniazione di un mezzo quattrino di sufficiente volume.


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