IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZI......Il mio bisavolo, quantunque avanzatissimo in età, si era trovato il 10 ottobre 1793 alla battaglia di Macieiovich, e vi era perito vicino a Koshiusko, che non pronunziò mai il famosofinis Poloniae!Mio nonno, anchʼegli molto vecchio, era morto il 25 febbrajo 1831 alla battaglia di Grochow, ove lʼarmata polacca lottò tre giorni contro la russa. Mio padre era stato impiccato nel 1848, dopo una di quelle cospirazioni tenebrose, che intorbidarono sì di sovente lʼolimpico regno dellʼimperatore Niccolò. Egli lasciava due figli: il primogenito, chʼera io, e mio fratello Casimiro, più giovane di due anni.La storia della mia famiglia, di cui non ho ricordato che la fine dei tre suoi ultimi capi, indicava la nostra probabile sorte.Quando si nasce sotto un Governo col quale si è sicuri di trovarsi tosto o tardi in lotta, bisogna prepararvisi e stare in guardia. È ciò che pensò nostra madre. Il cómpito non era difficile, e non occorreva del genio per definirlo.Ciò che guasta i caratteri, e per contraccolpoconsolida le tirannie, è la mancanza di abitudine nel sopportare il dolor fisico; è lo sbigottimento subito, che ci colpisce in presenza dei fenomeni, dei fatti morali. Abituare il corpo alle sofferenze e lo spirito ad ogni sorta di urto, gli è rendersi padroni del timone della vita.—La prospettiva che vi si apre dinanzi, ci disse nostra madre, quando apprese come era morto nostro padre, si riassume in questo: morire combattendo; morire sopra un patibolo, o sotto il knut; perire in Siberia. Non cʼè esempio che un conte di Lowanowicz sia morto per la mano di Dio. Bisogna dunque prepararvi, non già alla morte, che non è nulla, ma a subire con sguardo sicuro, con cuore virile, le ansie terribili che la precedono.Lʼeducazione, che ella ci diede, fu dunque conseguente a questo programma.Non parlo dellʼistruzione. Fu quella che gentiluomini ben educati dovevano avere, e potevano ricevere nelle Università tedesche e completare viaggiando. Rammento soltanto che, a quindici anni, noi eravamo maestri consumati nel maneggio dʼogni sorta dʼarmi; che potevamo dormire a cielo scoperto tutta una notte, succintamente vestiti, con venti gradi di freddo; che potevamo restare, senza alcun incomodo, tre giorni a digiuno; che potevamo ricevere qualche colpo di knut senza muover palpebra; che nessun lavoro materiale penoso ci ripugnava; che conoscevamo la geografia del Caucaso, dellʼOremburgo e della Siberia, e diversi dialetti di quelle contrade, come si conosce la propria casa e la propria lingua. Ci eravamo dunque famigliarizzati con tutte le cose impreviste. Eravamo preparati allanostra parte. Ma questa parte non doveva essere la medesima per ambedue.Il conte Andrea Zamoyski era stato lʼamico di mio padre. Il marchese Alessandro Vielopolski-Myszkowski era parente di mia madre. Questi due personaggi, due incarnazioni della Polonia contemporanea, influirono in diversa maniera sul mio spirito e su quello di mio fratello, e decisero del nostro doppio destino. Io restai Polaccoper operadella Polonia stessa, come il conte Andrea Zamoyski; Casimiro divenne Polaccoper operadella Russia, come il marchese Wielopolski.—La nobiltà polacca, diceva il marchese, preferirà certo meglio di camminare coi Russi alla testa della civiltà slava, giovane, vigorosa e piena dʼavvenire, che di trascinarsi, imbarazzata, disprezzata, odiata, ingiuriata, in coda alla civiltà decrepita, brogliona e prosuntuosa delle nazioni occidentali. Diamoci dunque ai Romanoff da uomini liberi, che hanno il coraggio di riconoscersi vinti, senza condizioni, senza riserva, con una preghiera silenziosa sulle labbra: di strappare, cioè, alla razza tedesca i brani della Polonia del 1772, chʼessa possiede.—Restiamo noi medesimi, diceva il conte Zamoyski, poichè Dio non ci ha confusi coi Russi, poichè tutti i tentativi ed i misfatti degli uomini per cangiarci sono falliti. Cinque o sei volte divisa e rimanipolata, vinta nel 1794, schiacciata nel 1831, data in mano alla rude assimilazione tedesca a Posen, massacrata in Gallizia, stritolata sotto la Russia, la Polonia attesta la sua vitalità indestruttibile. Questa nazione è unʼanima anzi tutto. Operiamo come unʼanima, e per lʼanima; siamo il diritto e la giustiziache, alla lunga, trionfano sempre della forza. Esistiamo, e persistiamo. La risurrezione per la forza non ci è mai riescita; proviamo la risurrezione per la trasformazione morale.Sursum corda!Queste parole non potevano mancare di fare una breccia profonda in un carattere come il mio, freddo, convinto, perseverante, senza paura e senza impazienza. La teoria del marchese scosse mio fratello, cuore pieno di foga, altiero e vendicativo. Noi eravamo, nel fondo, i due sistemi della rinnovazione della Polonia; ma entrambi Polacchi. Pure ci parve che un abisso sʼinterponesse fra noi, e la tenerezza severa di nostra madre fu impotente a colmarlo.Una circostanza allargò lo spazio che ci separava.Casimiro sʼinnamorò della moglie di un generale russo, una Polacca. Entrò nellʼesercito russo, e vi fece la sua strada. Nel 1861 era aiutante di campo del granduca Costantino. A quellʼepoca, egli aveva ventidue anni, io ventiquattro. Egli era a Pietroburgo, io a Varsavia.II.Arrivavo dalla Germania, quando lʼimperatore Alessandro II venne a Varsavia, nel maggio 1856. Le promesse del conte Orloff al Congresso di Parigi, le intenzioni liberali che si attribuivano al nuovo Czar, mantenevano nellʼEuropa occidentale la meravigliosa speranza della rigenerazione della Russia.Ognuno si rallegrava della parte che andava a toccare alla Polonia in questa palingenesi slava. «Il meno che si potrà fare per noi, ci si diceva, gli è di ritornare alla politica di Alessandro I, formulata al Congresso di Vienna». Si aspettava lo Czar con ansietà, con impazienza; i più scettici, essi stessi, sembravano scossi.Lo Czar venne. Egli parlò. «Intendo che lʼordine stabilito da mio padre sia mantenuto, dissʼegli. Così, signori, ed anzi tutto, non più ubbie! non più ubbie! La felicità della Polonia, dipende dalla sua intera fusione coi popoli del mio Impero. Ciò che mio padre fece è ben fatto, ed io lo manterrò... Il mio regno sarà la continuazione del suo!...» E siccome uno dei marescialli della nobiltà sembrava voler parlare, così Alessandro II si volse, e riprese: «Mʼavete compreso? Io amo meglio ricompensare che punire... e punirò severamente...»Ciò che Niccolò aveva fatto della Polonia, il mondo lo sa. Per Alessandro II eraben fatto, ed egli voleva continuare lʼopera paterna.Io non ricorderò che questo solo fatto. Un giorno, con un decreto, di sua propria mano, Niccolò scrisse la sentenza, cui nulla aveva provocato, della deportazione al Caucaso diquarantacinquemilafamiglie polacche, di cui il Governodiffidava!Alessandro II aveva detto tutto. La sfida era corsa. Le anime agghiadate si risvegliarono, i cuori arditi si prepararono.Ma ciò non era tutto ancora.Lʼeco dellʼunità italiana compiuta risonava nella nostra vecchia coscienza nazionale, gualcita. Lo Czar scelse Varsavia per incontrarsi col re di Prussia elʼimperatore dʼAustria, affin dʼintendersi ed avvisare insieme sulla situazione dellʼEuropa. Egli portava una nuova sfida: una sfida alla Polonia, lʼincarnazione sanguinosa delle nazioni vittime; una sfida allʼEuropa occidentale, che si diceva favorevole alla politica delle nazionalità inaugurata dalla Francia. La lezione di Wilna, ove nessuna dama accettò lʼinvito al ballo che il generale Nazimof dava al suo padrone ed ai cinque principi tedeschi che lʼaccompagnavano, questo avvertimento severo non rischiarò punto lo Czar. Egli si recò a Varsavia coi suoi due condivisori della Polonia. Varsavia restò deserta, fredda, silenziosa come una steppa.—Gli è lʼimperatore dʼAustria, dissero i cortigiani russi, che è la causa di questo agghiacciato ricevimento.—Gli è lo Czar che vale allʼimperatore Francesco Giuseppe questo freddo accoglimento! dissero i giornali ufficiali di Vienna.Lo Czar partì da Varsavia, con lʼanima ulcerata ed umiliata.Varsavia trasalì sotto lʼingiuria di codesto sinistro ritrovo.Le dimostrazioni principiarono.I Siberiani, vale a dire gli esuli ritornati dalla Siberia, in virtù di quellʼequivoca amnistia accordata da Alessandro II pel suo avvenimento al trono, avevano rafforzato quella specie di misticismo pieno di fede, che i poeti avevano già inoculato alla nazione. La rigenerazione per mezzo delle sofferenze, predicata un dì in Italia da Savonarola, era divenuta la leva politica, che doveva agire oggimai per rovesciare la dominazione degli Czar, e stancare laforza. Le dimostrazioni principiarono dunque con uffizii religiosi, onde onorare la memoria dei poeti patriotti Mickiewicz, Krasinski e Slovacki. Il 29 novembre risuonò, per la prima volta nella cattedrale, ilBoze cos Polske, quel canto che è stato la stranaMarseillaisedella nostra ultima insurrezione.«Signore Iddio—si cantava—tu che durante tanti secoli circondasti la Polonia di splendore, di potenza e di gloria, tu che la coprivi allora del tuo scudo paterno, tu che stornasti per così lungo tempo i flagelli, da cui è stata in fine schiacciata, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, noi ti scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!«Signore Iddio, tu che più tardi, commosso dalla nostra rovina, hai protetto i campioni della più santa delle cause, tu che hai dato loro il mondo intero a testimonio del loro coraggio, ed ingrandita la loro gloria nel seno stesso della loro calamità, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!«Signore Iddio, tu il cui braccio giusto e vendicatore brucia in un attimo gli scettri e i brandi dei padroni del mondo, annienta i propositi e le opere dei perversi, risveglia la speranza della nostra anima polacca, rendici la patria. Signore, rendici la libertà!«Dio santissimo, di cui una sola parola può risuscitarci in un istante, dègnati strappare il Popolo polacco dalla mano dei tiranni, dègnati benedire gli ardori della nostra gioventù; rendici, o Signore, la patria, rendici la libertà!«Dio tre volte santo, in nome delle piaghe sanguinose del Cristo, dègnati aprire la luce eterna ai nostrifratelli periti per il loro popolo oppresso, dègnati accettare lʼofferta delle nostre lagrime e dei nostri canti funebri; rendici la patria, o Signore, rendici la libertà!«Dio santissimo, non è scorso un secolo ancora che la libertà è scomparsa dalla terra polacca, e per riconquistarla, il nostro sangue è sgorgato a torrenti; ma se costa tanto perdere la patria di questo mondo, ah! come debbono tremare coloro che perderanno la patria eterna.«Prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo o Signore, rendici la patria, rendici la libertà!»Lʼimpulso era dato.La Società agricola, fondata da Andrea Zamoiski, deliberò allora sul diritto definitivo dei contadini a divenire proprietarii. Gli studenti polacchi arrivarono dalle Università di Kiew, Mosca, Dorpat, e si agitarono in Varsavia onde ottenere unʼUniversità nazionale. Lʼidea dʼun indirizzo allʼImperatore per reclamare una Costituzione e la ricostruzione della Polonia, albeggiò. Giunse il 25 febbrajo 1861.Era lʼanniversario della battaglia di Grochow. La giornata apparve cupa e caliginosa. La neve era caduta durante la notte, le strade nʼerano bianche. Nessuna parola dʼordine era stata data, perocchè non vʼera presso di noi, come in Italia, un Comitato che regolasse i battiti del cuore nazionale, per ordine, ad ora fissa, con uno scopo determinato. Lʼanima della Polonia è omogenea: i Polacchi sentono allʼunisono. Per un impulso spontaneo, ognuno pensò che bisognava in quel dì pregare per coloro che erano morti per la patria. Cinquantamila persone si trovaronoquindi nelle vie, animati dallʼistessa idea, fiancheggiandosi e seguendosi. Una processione si formò naturalmente. Si comperarono dei ceri per via. Una bandiera collʼaquila bianca, sboccando non si sa donde, si pose alla testa del corteggio. Tutto un popolo con una sola voce, nellʼistesso momento, intuonò lʼinnoSwiety Boze:«Dio santo, Dio possente, abbiate pietà di noi, degnatevi di renderci la nostra patria; Santa Vergine Maria, regina di Polonia, pregate per noi!»Nessun disordine. Nessun grido sedizioso. Nessuna disposizione ostile. Neppur lʼombra di unʼarma. Non un viso aggressivo. Tutto ad un tratto, il colonnello Trepow, capo della polizia, si mostra seguìto da due squadroni di gendarmi. La folla cade in ginocchio, e continua a cantare. I soldati si precipitano su quella massa compatta, e sciabolano alla cieca.Un centinajo di persone caddero morte o ferite.Io era là. Mia madre toccò una ferita al braccio. Io aveva un revolver in tasca, e restai calmo.Allʼindomani, la città intera vestì a corruccio.Il governatore, principe Gortschakoff, sembrò atterrito. Il generale Liprandi ne fu costernato.Due giorni dopo, il 27, correva lʼanniversario della morte del conte Zawisza ed altri patriotti, impiccati dai Russi come mio padre. Trentamila persone si trovarono riunite nella chiesa del Carmine e nei dintorni. Il massacro dellʼantivigilia non aveva impaurito alcuno, nè le donne, nè i fanciulli. Si assistè alla messa, poi, uscendo, ci disponemmo a processione. Io dava il braccio a mia madre, la quale, quantunque ferita, non volle mancare.Il generale Zabolotzkoy accorre coi suoi Cosacchi.Noi non avevamo armi. I Cosacchi si sbrancarono sopra di noi. La fucilata risuonò. Gli sterminatori sciabolarono a loro voglia un popolo prosternato, che, colle mani alzate al cielo, cantava:«Santa Vergine Maria, madre della Polonia, pregate per noi!»Un centinaio di persone restarono sul lastrico.Il principe Gortschakoff si precipitò in mezzo alla folla per arrestare la carneficina.—Ma, alla fin fine, cosa volete? gridò egli quasi fuori di sè.—Vogliamo una patria! rispose il popolo con una sola voce.Lʼarcivescovo, il conte Zamoyski, diversi nobili, parecchi notabili si recarono al castello per protestare, con linguaggio severo ed energico, contro lʼordine di quella esecuzione.—Mi prendete voi forse per un Austriaco! sclamò il principe Gortschakoff indignato. Io non ho dato che un solo ordine: quello di non consegnarvi la cittadella, neppure sopra unʼingiunzione firmata di mia mano.Il principe era sincero. La sera, la polizia della città fu confidata agli studenti; i Russi furono consegnati nelle loro caserme; un indirizzo allʼImperatore, sottoscritto dallʼarcivescovo, dal gran rabbino, dai marescialli della nobiltà, circolò. Si chiedeva «una chiesa, una legislazione, una istruzione pubblica, una organizzazione sociale, colle stigmate del genio nazionale e delle tradizioni storiche».La Polonia, che il Governo russo credeva di aver uccisa, si levava di un tratto, ritta, vivente, e dava i brividi allʼEuropa, i cui rimorsi per averla abbandonatasembravano addormentati. Si sparse allora un avvertimento: «In ogni parte della Polonia, diceva questo avviso, sʼindosserà il lutto per un tempo indeterminato.... La corona di spine, ecco il nostro emblema da un secolo! Questa corona ornava jeri i cataletti dei nostri padri.... Essa significa: pazienza nel dolore, sacrifizio, liberazione, e perdono!»La calma si ristabilì. Ciò aumentò lo stupore e lo spavento dei Russi. Cosa nascondeva quel silenzio?—Tutta la città vi obbedisce, disse il principe Gortschakoff al conte Zamoyski. Ciò non può durare. Ho delle truppe, adesso; io non vi temo punto.—Noi siamo pronti a ricevere le vostra palle, rispose il conte.—No, no, gridò il principe di Gortschakoff: ci batteremo.—Giammai! Noi non ci batteremo punto, riprese il conte Zamoyski. Ci assassinerete, se lo volete.—Se avete bisogno dʼarmi, ve ne darò io, disse il principe fuori di sè.—Noi non le adopreremo, dichiarò il conte Andrea.I Russi non comprendevano più nulla di una situazione così strana.—Ma essi non dimandano nulla, disse il granduca Costantino, quando lo Czar lesse davanti la sua famiglia la petizione di Varsavia.—Gli è precisamente ciò che vʼha di grave! rispose lʼImperatore.Lʼindefinito spaventava lo Czar. Eppure egli sapeva troppo bene ciò che nascondeva questo indefinito, ciò che le allusioni vaghe dei Polacchi significavano.Il signor Muchanoff, ministro dellʼinterno a Varsavia—quello stesso che, opponendosi ad ogni sviluppodellʼistruzione pubblica, aveva detto: «Che dipingano codesti Polacchi, così non penseranno!»—il signor Muchanoff scoccò una circolare segreta ai contadini, onde rinnovassero il massacro che il principe di Metternich aveva consumato in Gallizia. Il principe di Gortschakoff lo destituì, e lʼobbligò a partire da Varsavia.Lo Czar si decise ad inviare un piano di riforma, che non era neppure la realizzazione del famosoStatutodi Niccolò. Queste concessioni ridicole arrivarono in pari tempo delle truppe che marciavano su Varsavia.Il 7 aprile, la folla, che era stata al cimitero a pregare pei morti di febbraio, si fermò sulla piazza del castello, a fine di chiedere si revocasse il decreto di scioglimento della Società agricola. La piazza era occupata dai soldati. Eʼ si ritirarono. La sera seguente, una moltitudine più numerosa si recò di nuovo sulla piazza onde rinnovare la domanda della vigilia. Noi non avevamo più neppure la bandiera collʼaquila bianca, per non porgere pretesti. Lʼattitudine era pacifica. La voce calma e supplicante. Il principe Gortschakoff scese sulla piazza, e ripetè la sua domanda.—Insomma, che cosa volete?—Vogliamo una patria! rispose di nuovo la folla.In quel momento, passa un postiglione, e fa risuonare col suo corno lʼaria di Dombrowski: «No, la Polonia non perirà!» Tosto un grido entusiasta scoppia. Donne, fanciulli, vecchi, studenti, nobili, ad una voce, con lo stesso accento, gridano: Viva la Polonia!... e tutti cadono in ginocchio.—Ritiratevi, urlarono le truppe, che accampavano militarmente sulla piazza.—Uccideteci, ma non ci muoveremo, rispose la folla.Lʼingiunzione non fu ripetuta.La fanteria fece fuoco, poi fece fuoco di nuovo, poi ricominciò le sue scariche: quindici volte! Squadroni di cavalleria caricarono. Làsciovi imaginare il macello. Fummo circondati: le donne ed i ragazzi, inginocchiati allʼestremità della piazza, intorno ad una statua della Vergine, gli uomini indietro. Ricevemmo la fucilata e le sciabolate dei Cosacchi, senza muoverci, senza lagnarci, pregando e cantando. La truppa, spaventata, lasciò quel sito.Non si è mai conosciuto il numero delle vittime.Un disprezzo della morte, inaudito, entusiasta, irresistibile, sʼimpadronì di noi.Il principe Gortschakoff ne divenne pazzo, e due mesi dopo morì allʼimprovviso. Egli gridava, due giorni avanti di morire: «Oh! le donne nere! le donne nere! Eccole ancora, eccole.... Allontanatele!»Il generale Suchozanett gli succedette; ma nel Consiglio dominava il marchese Wielopolski. Non si poterono intendere. Il generale fu richiamato; e lasciando Varsavia, eʼ non seppe domare il turbamento della sua coscienza.—Potrete accusarmi dʼessere un uomo poco abile, sclamò egli, ma non potrete dire che io fui un carnefice; non ho fatto fucilare nessuno.Il movimento si stese alle antiche provincie della Polonia del 1772.Wilna rinnovò le scene di Varsavia.La situazione prese un aspetto nuovo. La Russia sembrava disposta alla moderazione. La Polonia inaugurava il mezzo della rivendicazione legale dei diritti usurpati.Il 10 ottobre, ebbe luogo il pellegrinaggio a Horodlo, ove sʼera compiuta lʼunione della Lituania e della Polonia. Ciò poteva dare origine ad una carneficina. Il generale Chrustef, uomo dabbene, lasciò celebrare una messa fuori della città, sopra un altare improvvisato. Lasciò sventolare quaranta bandiere, rappresentanti tutte le provincie dellʼantica Polonia, intorno allʼimmenso vessillo, che portava le armi unite della Lituania e della Polonia.Lasciò arringare la folla da un prete basiliano del rito greco-unito, il quale, chiudendo, si volse verso il pennone, e sclamò: «Uccello senza macchia, aquila bianca, che un dì distribuisti corone e non ne hai più per te, librati al dissopra dei tuoi fratelli, e va ad annunziare ai quattro angoli del mondo che tu respiri ancora! Cònvoca i tuoi figli, i tuoi emigrati, gli antichi tuoi difensori, e mostra loro il cammino. Tu soffrirai, tu soffrirai molto...; ma un giorno ti alzerai più alto, più alto ancora che nel passato, e spiegherai le tue ali come per benedire la nazione, libera alfine!»Lʼultima manifestazione doveva aver luogo il 15 ottobre per la celebrazione di una festa religiosa in onore di Kosciusko. Il 14, lo stato dʼassedio fu proclamato. Forse il conte Lambert, il quale era succeduto al generale Suchozanett come luogotenente, ne aveva ripugnanza. Certo è che gli uomini del vecchio partito russo, che lo circondavano, ve lo decisero. Lo stato dʼassedio però non poteva spaventare un popolo, che guardava in faccia la morte con fanatismo voluttuoso.Dalle sette del mattino, le chiese rigurgitavano di cittadini, le donne a bruno, gli uomini, come sempre,disarmati. La truppa, dalla mezzanotte, occupava militarmente la città.Essa non sʼoppose allʼentrata dei cittadini nelle chiese, però, cangiando avviso, bentosto li circondò, e li accolse. La Cattedrale ed i Bernardini furono assediati. Nugoli di Cosacchi e di Circassi invasero la città, correndo dovunque, percotendo gli uomini, insultando le donne, saccheggiando le case. Si intimò al popolo di uscire dalle chiese.—No, rispondemmo unanimi, no, fino a tanto che lʼesercito ci assedia.Si restò così tutto il giorno. I Polacchi rinsaccati nelle chiese, i Russi accampati alle porte. Lʼansietà divenne estrema. Si prevedevano delle conseguenze sinistre, delle scene di orrore. Avevamo fame e sete. Ad otto ore di sera, si presentò un generale, e cʼintimò di nuovo di renderci alla grazia ed alla mercè del luogotenente del regno.—No, rispondemmo tutti. Non vi è luogo a grazia, ove non vi è delitto. Resteremo qui, fino a tanto che le truppe non siano rientrate nello loro caserme.Si accesero i ceri del catafalco, eretto il giorno prima al morto arcivescovo, e sʼintuonò ilSwiety Boze: «Dio santo, Dio potente, abbiate pietà di noi, degnatevi renderci la nostra patria; santa Vergine Maria, Regina di Polonia, pregate per noi».Alle due del mattino, un nuovo parlamentario recò lʼistessa intimazione. Ottenne la stessa risposta. La situazione aveva acquistato una tensione estrema. La crisi si librava sul nostro capo, cupa, minacciosa, feroce; la sentivamo, la vedevamo. Due ore di angoscia mortale scorsero. Alle quattro, le truppe, in piedi da diciassette ore, tenendoci rinchiusi, minacciandocicon sguardi pieni di odio, ricevettero lʼordine di fare sgombrare le chiese. Lʼordine fu eseguito. Più di duemila persone furono prese e condotte in cittadella.Questa misura fu causa di rottura fra il conte Lambert ed il generale Gerstenzweig, capo dello stato dʼassedio. Scambiarono parole di collera: Gerstenzweig si bruciò le cervella; il conte Lambert lasciò bruscamente Varsavia.Il partito della violenza prevalse.Le chiese, le scuole, i teatri furono chiusi. I Siberiani amnistiati furono rimandati in Siberia. Un gran numero di studenti, di preti, di operaj furono trasportati nel Caucaso e ad Oremburgo. Il gran rabbino e parecchi dei suoi colleghi furono espulsi. Il pastore evangelico Otho condannato alla deportazione, Il Capitolo di Varsavia ebbe dieci proscritti, ed il suo amministratore, vecchio di ottantʼanni, fu condannato a morte. Il reclutamento fu ordinato, applicabile soltanto alle città, sopra una lista di coscritti redatta dalla polizia. La retata del 15 gennaio 1862, eseguita fra unʼora e le otto del mattino, ebbe luogo. La Russia proclamò in faccia allʼEuropa questarazzìadi giovani, presi durante il sonno, come «il trionfo dellʼordine sulla rivoluzione».La coppa traboccava.Il 22 gennajo, lʼinsurrezione scoppiò.III.Il granduca Costantino, assistito dal marchese Wielopolski, aveva preso il posto di luogotenente imperiale, dopo la partenza del conte Lambert. Il marchese aveva presentato lʼapplicazione del reclutamento esclusivo nelle città come una operazione di depurazione dʼalta polizia, per estirpare dal regno tutti gli elementi di turbolenza. Imperciocchè la coscrizione, appo noi, è un castigo: una Siberia mitigata!Il Consiglio del distretto di Pioto Kow esponeva per essere esentato «dalla più grande delle disgrazie», che dal 1835 al 1855,undicimilagiovani erano stati rapiti al distretto come reclute, e non ne erano ritornati che 498, la maggior parte dei quali aveva perduto lingua, religione, costumi, e ogni specie di attitudine al lavoro.Dopo la guerra di Crimea, il reclutamento era stato sospeso. Il granduca ed il marchese ricominciarono la tratta. In pochi giorni, dalla frontiera della Lituania fino al ducato di Posen, la Polonia si coprì di bande composte della gioventù che fuggiva in massa; ed i primi scontri tra i fuggiaschi e le truppe russe avevano luogo nelle foreste dei governi di Plock, Lublino, Sandomir e della Podlachia.Facendo parte del Comitato nazionale, io aveva dovuto restare a Varsavia.Non avendo lo intendimento di portare la questione polacca sul terreno della forza, ma di stancare la Russia mediante le dimostrazioni legali del diritto, sorpresi dagli avvenimenti, non avevamo fatto nessun apparecchio dʼarmi. Quindi demmo lʼordine di evitare il combattimento, per quanto fosse possibile. Alcuni fucili da caccia, la falce, il randello ferrato erano essi sufficienti per tener testa alla mitraglia?I nostri capi di banda pensarono che bisognava combattere per armarsi, impadronendosi dei fucili e dei cannoni dellʼinimico.La guerra e lʼinsurrezione armata dʼaltra volta ripugnavano alla maggioranza della nazione. I contadini, i nobili, gli studenti stessi tennero, infatti, un riserbo significativo, durante tutta la state del 1862. Con un poʼ più di tatto e di moderazione per parte della Russia, la resistenza armata avrebbe ceduto poco a poco. La violenza, la crudeltà, lʼacciecamento, lʼodio del partito militare, che dominava intorno al granduca Costantino, precipitarono la catastrofe. Quelli che esitavano, si videro trascinati; eʼ si fecero un punto dʼonore di non rinnegare, di non abbandonare coloro che si erano compromessi e coloro che soffrivano della brutalità russa senza averla provocata. Da quel momento, studenti, nobili, contadini, vecchi e donne si misero della partita; e si udì, in un villaggio di Lublino, delle donne, a cui sʼintimava di rendersi, rispondere con questo motto antico: «Qui le donne muojono vicino ai loro mariti, ed i figliuoli vicino ai loro padri».Breve: nel mese di marzo 1863, avevamo sotto le armi 57,000 combattenti sulla riva sinistra e sulla diritta della Vistola, 30,000 nella Lituania, e più di 30,000 nella Podolia e nellʼUkrania.I nomi di Langiewicz, di Jezioranski, di Bochdanowicz, di Frankowski, di Podlewski, di Zewandowski risuonavano nei bollettini russi e nel cuore della nazione. Diciassette combattimenti erano stati dati, di cui uno solo disgraziato, e tre dubbii.Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri, ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento è sempre lo stesso. Non amo parlare che di ciò che ho veduto; e formando parte del Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi, ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non più rientrarvi—di addormentarmi nellʼagonia, per risvegliarmi in Siberia.Non ebbi neppure migliore ventura, allorchè potei alla fine entrare in campagna. Il Comitato mi aveva inviato allʼincontro delle bande formate in Galizia, entrate di già in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella città, posta sotto gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai Wysocky nella foresta di Zeloski, ove sʼera accampato, sul punto di dar battaglia.Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.Era unʼora dopo mezzogiorno, il 1.ogiugno 1863. Penetrammo nella città per le paludi, avendo dellʼacqua marcia fino al petto. I Russi ci aspettavano. Lʼurto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, nè dato un colpo di sciabola, che un dragonedi Kargopot, del granduca Costantino, si avvisò di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono muti. Lʼazione, mi fu detto, era stata delle più sanguinose e delle più drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli, aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della città devota ai Polacchi. Tutto ciò può esser vero. Avvenne così in ogni tempo, avviene ancora oggidì in ogni sito dove sono stati e sono soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra un poʼ di paglia, nellʼangolo di un magazzino, in compagnia di diversi altri più o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme. Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi avevano alleggerito della borsa, dellʼorologio e del portafogli. La fu per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricordò immediatamente quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi molto conosciuto nellʼesercito russo in Polonia. Non fui dunque niente meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, lʼeroe della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe, poichè levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.Io poteva arrossire a mio comodo di questa parentela, ma il maggiore non voleva saperne tanto. Ordinò una barella, mi fece trasportare nella casa che occupava egli stesso, e mi confidò alle cure del chirurgo il più abile, di cui disponeva. La mia ferita era spaventevole. Il cranio franto, ladura-madretagliata, la sostanza grigia del cervello tocca.... In breve, io aveva novantacinque probabilità contro cinque di non cavarmi di là; ed in prospettiva, disse il dottore, se mi tiravo dal mal passo, la pazzia o lʼidiotismo, lʼintervento provvidenziale del Consiglio di guerra permettendolo. Infrattanto la febbre si dichiarò, sopravvenne il delirio, una specie di coma mi accasciò e durò quarantotto ore. Il chirurgo era polacco. Quindici giorni dopo, nulla ostante, io era in convalescenza! Il sedicesimo giorno, il maggiore Semenow accompagnava mia madre, che era accorsa da Varsavia.—Che disgrazia, figlio mio, sclamò essa, vedendomi quasi guarito: tu non morrai delle tue ferite!Il maggiore Semenow, scosso da questo voto di una madre, si ritirò confuso e quasi costernato.Al 5 agosto, il dottore Kazala dichiarò che io era in istato di viaggiare. Da quindici giorni, il maggiore, ora colonnello Semenow, aveva ricevuto lʼordine di spedirmi a Varsavia. Mia madre dovette lasciarmi.Ho io bisogno di dire che in tutto questo si manifestava la misteriosa protezione di mio fratello? Egli aveva appreso dal rapporto della battaglia, mandato dal maggiore al luogotenente generale, che io era in mezzo ai prigionieri, come parecchi altri nobili, e interveniva a mio favore, senza mostrarsi.IV.Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo grado e la sua posizione, si trovò presente alla mia partenza per darmi un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi. Nella Ribitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due gendarmi coi facili carichi stavanmi dirimpetto. Lʼufficiale era un tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krünn. Fumava sempre, beveva finchè aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, così mi trattò con molta deferenza. Forse il colonnello Semenow lʼaveva messo in guardia. Comunque si fosse, gli è che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia volontà, cui, del resto, io dissimulava sotto la più delicata urbanità. Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere dʼacqua putrida degli stagni divenivano scintillanti, il verde nerodelle foreste si smaltava di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia è di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo di Francia ed il denso cobalto del cielo dʼItalia. Viaggiavamo notte e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano fresche, soprattutto verso lʼalba, e quasi sempre umide. La nebbia, che cʼinvestiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il capitano Krünn temeva che io ne soffrissi, vedendomi così delicato, di un aspetto quasi femmineo. Imperciocchè il cielo della Siberia non mi aveva dato la tinta virile, che mi osservate oggidì. Il bleu dei miei occhi si è addensato sotto lʼardente riverbero dei ghiacci del paese degli Zchoukos; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra, è divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si è abbronzata sotto lʼalito dei venti del mare del polo; la vita snella e fine si è ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a quellʼepoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia deglʼinsorti e portavo una specie di kepì rosso orlato di nero.Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver unʼidea della celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir pazzo, talmente il sangue,che mi affluiva alla testa, mi dava delle allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo scacciare del mio spirito lʼorrido pensiero della mia posizione, ma esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, lʼaria libera, lʼinfinito cielo, il movimento e lʼimponente linguaggio della natura, la vista dellʼuomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a Varsavia.Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto di entrare in una necropoli. Lo stato dʼassedio pesava sugli abitanti, come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce, lʼaria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse. Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il cuore. Che faceva mia madre a quellʼora? Pregava, senza dubbio. Alcuni cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima di mangiarli.La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria del colonnello, comandante della cittadella. Eʼ fu avvertito del mio arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere lʼabitudine; perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito, ed il capitano Krünn sʼintrattenne con lui alcuni istanti, parlando a voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.Il colonnello mʼinterrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui. Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per timore di un rifiuto, mʼastenni di emetterla. Fu quindi in tale stato che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde lʼavevano tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con unʼimmensa porta munita di un abbaino.È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono nè più nè meno atroci di quelle dellʼimperatore Francesco I dʼAustria, e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da fare contro la Russia, che lʼesagerazione diviene inutile, e disonora chi se ne serve. Fuigettato sopra unʼumida pietra, e la porta si rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al supplizio di quella folla di farnetiche larve, che sʼimpadroniscono del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della prigione.Allʼindomani fui risvegliato dʼimprovviso dal carceriere e dal rumore dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio. Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. «Tanto meglio, dissi io, lʼaffare sarà presto finito». Però non fu davanti al Consiglio di guerra che mi condussero.Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato dʼassedio. Ciò mi sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.Si sfiorò lʼinterrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante, aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad esser impiccato—secondo lʼumore, la fantasia, lo stato di digestione dei giudici, e lʼora del giudizio. Lʼistruzione sʼaggirò sopra altro terreno.Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, coʼ miei principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta, mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva lʼostilità che regnava framio fratello e me. Non sʼignorava il mio odio contro i Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?—Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.—Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.Il colonnello fissò sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e ripetè:—Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.—Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poichè vi permettete simili accuse!—Leggerò ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un sorriso trionfante.Allora ei frugò nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow, e ne tirò fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dallʼovest al sud, di traverso, a zig-zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni grotteschi. Ei me lo presentò, e mi disse:—Leggete un poʼ codesto.Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.Ecco di che si trattava.La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far visita ad una signora, che aveva suo figlio tra glʼinsorti di quel paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui cʼera carta e calamaio, una bambina di quattro anni sʼera divertita a scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo: «Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!»La ragazzina aveva quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e lʼaveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed avevan veduto lo strano geroglifico. «È uno scritto in cifra!» aveva probabilmente esclamato il commissario incaricato dellʼistruzione del mio processo. E come tale, ei lʼaveva inviato fra le carte a mio carico. Da uno scritto in cifra allʼesser membro del Comitato, ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla miracolosa velocità dʼimmaginazione dʼun giudice dʼistruzione che ha già un partito preso?La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.—Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.—Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi dʼun bimbo, che vuole scimmiottar la scrittura?—E chi è il bimbo che lʼha fatti?Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica? Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato! Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare quellʼabisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello Czar.Lʼonnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore, e maneggiava a suo grado lʼanima nazionale, stordivalʼimperatore Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto. Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.IV.Ciò che vʼha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero a confermare lʼopinione prestabilita dalla Commissione dello stato dʼassedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la tortura.—Vi accordo ventiquattrʼore di riflessione, mi disse il colonnello presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo il poteredi fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.—Signor presidente, io parlo; ma non è colpa mia, se non posso accettare il linguaggio che mʼimponete.Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella porta, pel quale filtrava unʼaria mefitica e la luce dʼuna lanterna, accesa notte e giorno allʼaltra estremità del corridojo. Restai in piedi dietro quel finestrino, onde respirare quantʼaria potessi, perocchè mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi accorsi che non ero solo.—Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di là.—Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci eravamo conosciuti in società. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi. Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la a manifestazione del 15 ottobre, e torturato, perchè anchʼegli sospetto di appartenere al Comitato. Aveva già presi duebagni di sangue, essendo passato due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva a brani; il corpo non presentava più che una piaga putrescente. Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane, della carne salata, ed una sola brocca dʼacqua per Zoliwski.—E la mia brocca? chiesi io.—Lʼho dimenticata; ve la porto...La porta si rinchiuse.—Non toccate la carne, prima che vʼabbiano portato lʼacqua, disse Zoliwski. Questa dimenticanza è forse premeditata. Vogliono farvi fare le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.La notte era già avanzata, quando lʼispettore della prigione venne ad annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.—Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si serrasse; non voglio riceverlo.Mio fratello seguiva a due passi lʼispettore. Udì la mia risposta, e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva, esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si inumidirono.Lʼindomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato dʼassedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere, era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazioneumoristicache io aveva dato sul documento principale dellʼistruzione contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso dellagherminella, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili cheio doveva traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi sarei mozzata la lingua coʼ miei denti, e lʼavrei inghiottita piuttosto che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la miavia crucis, e presentare dinanzi ai miei occhi quellʼestasi che nascondeva ai martiri il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi. Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio compagno di carcere; e consentì. Lʼispettore aveva dunque accompagnata la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed introdusse anche la mia nella muda.Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del colloquio, forse lʼultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,—i lamenti sono di rado eroici—, per lasciare ogni libertà alle loro confidenze, allʼeffusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.Mia madre era donna dʼaltra tempra. Ella aveva il carattere forte, ma drammatico. Sarebbestata grande e nobile nella ristretta cerchia della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire lʼintera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno. La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto derogare al suo carattere, se lʼavesse lasciata vedere, ed ella fosse apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue braccia, ed io sentii per la prima volta lʼatrocità delle manette, non potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.Lo confesso, ne fui afflitto.Io non le domandava unʼora di eroismo, ma unʼora di tenerezza materna.—Ho veduto tuo fratello, mi dissʼella. Egli mi disse che tu non hai voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si sono aggravate su te.—Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.—Tu non sai forse ciò che ti riservano, continuò essa.—Se lʼavessi ignorato, madre mia, ho lì, nella persona del mio compagno, Carlo Zoliwski, lʼesempio terribile del loro potere, di ciò chʼessi fanno prima di uccidere.—Tu non hai a temere nè le verghe, nè lo knut, rispose mia madre; tu godi ancora del privilegio della nobiltà, lʼesenzione dalle pene corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e colpire lʼanima.—Lo so.—Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.—Ma egli resistette.—Levitox subì tali slogamenti di membra, che preferì mettere il fuoco al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.—Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci allʼinfamia.—Gorski restò quarantottʼore sospeso pei piedi, colla testa in giù, sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.—Ciò avveniva al tempo di quel mostro che si chiamò lo czar Nicolò; ora non si commettono più di tali atrocità.—Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo vedrai domani.—Sì, mi hanno minacciato di ciò. Ma io voglio vederlo. Io son preparato.—Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti si tormenterà per istrapparti delle confessioni; e ti si manderà al patibolo perchè ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre, mi basta.—Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quandʼanche avessi qualcosa a dire, e non ho nulla, io non posso parlare.—Ma, disgraziato figliuolo, gli è appunto quello che io temo. Tu potresti parlare, perchè non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevoleturbamento che essi gettano nel tuo sangue. Chi può esser sicuro di sè? Chi conosce appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo sospiro, che può esser interpretato come una confessione, è il disonore.—Oh! Dio mio, madre mia, perchè venite voi a mettere questa costernazione nellʼanima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io mostrato qualche segno che vʼispiri codesti dubbii?—Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza è segnata. Il tuo patibolo è rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sarà anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo lʼaltro nel partito figlio dei carnefici. Sono stanca di piangere, di sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia, per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi neppure una fiera parola?...—Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.—Io preferisco non più vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici. Dunque, figlio mio, la mia risoluzione è presa. Io non voglio che tu subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del carnefice. Poichè tu devi morire, muori di mia mano; poichè tu devi passare per unʼagonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anchʼio il mio.—Che cosʼè ciò, madre mia?—Dellʼacido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. LʼEuropa ne sarà atterrita, e avrà forse un rimorso.—Mai più, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio destino, qualunque possa essere. Non più una parola su ciò. Voi mi fate arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quellʼangolo della segreta, ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perchè mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io più vile, che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.—Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce sì affranta, sì spenta, che parve mandasse lʼultimo anelito. Di grazia, o signora, datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ciò che rifiuta.Essi avevano udito la nostra conversazione, benchè tenuta a voce bassa. La madre di Zoliwski si trascinò ai piedi di mia madre, senza aprir bocca, e li abbracciò. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la persona.—Guardatemi, signora, continuò Zoliwski. Non ho un pollice della mia pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato; non ho più un osso al suo posto; non ho più un organo che funzioni altrimenti che per darmi gli spasimi più atroci. Le ore della mia spaventevole agonia sono contate. Abbiate pietà di un cristiano, signora; abbreviate, poichè lo potete, il mio terrore: io assisto alla mia distruzione.La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, benchè esitasse.—Sarebbe un omicidio! esclamai io.—No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse.... Orrore! lʼinfamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia, signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani lʼonore e la vita di un uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.—Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di acido prussico, e se lʼera cacciato in bocca.—Lʼaltro per mio figlio, dissʼella alzandosi: Dio onnipotente non mi strapperebbe più questo.Non posso descrivervi il terrore, che sʼimpadronì di noi. Chiamare i carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla, era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski lo spettacolo della morte di sua madre era unʼesecrabile atrocità. Le preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla. La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio. La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile. Lʼeloquenza del figlio avrebbe intenerito lo CzarNiccolò. Io non sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria.—Mia madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la mano, abbandonò la capsula, e compì lʼomicidio. La madre di Zoliwski gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si precipitò sul suo figlio.Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non respiravano. Tutto ad un tratto lʼabaino della segreta si rischiarò. Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo stridere delle chiavi. Lʼispettore delle prigioni entrò. Lʼora del colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.—La cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il figlio si tenevano allacciati nelle braccia lʼuno dellʼaltra, bocca a bocca, cuore su cuore. Lʼispettore li scorse, e non ricevette risposta... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, «la terra dalla quale non si ritorna più!»La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra, in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori forzati in Siberia.V.Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me collʼistruzione e col lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso. Pure, siccome lʼapplicazione della pena non principiava che dal giorno del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora deʼ due privilegi della nobiltà russa: lʼesenzione dai castighi corporali, e il non esser condotto in Siberia perconvoglio.Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da Kiu fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dellʼufficiale che li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.Quando io ebbi udita la mia sentenza e lʼebbi sottoscritta, mi denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono levate le manette, che mʼavevano chiuso i polsi durante un mese.Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più inebbriante.Mentre si procedeva a questa operazione, lʼispettore della prigione mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere. Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno, i funzionarii sono venali. Lʼispettore mi rimetteva quel denaro di nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei stivali. Era quella unʼarma di salvezza. Lʼindomani, a cinque ore, mi trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello, ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì, senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi tenesse il broncio. Mʼingannavo. Rannicchiata dietro lʼangolo di una casa, mi vide passare, e svenne.La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta col destino.Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora, ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più unavolontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri allʼora, che aumentò, anzi che diminuire, fino a Nertscinsk.La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla dʼaffabile nei miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza legale e di rivolta, se lʼoccasione mi avesse favorito. La natura esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente. Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir, che traversammo in mezzo alla nebbia dellʼalba, mi parve desolata. Nijni-Novogorod aveva lʼaspetto di una decorazione dʼopera. Sospesa quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra unʼaltura ove alcuni precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in comunicazioneil Baltico col Caspio, lʼaorta della Russia, ove la sua vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a vela, barche dʼogni sorta sʼincrociavano, venendo dal nord o dallʼest, o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono, al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni delle razze e semi-razze dellʼEuropa e dellʼAsia, dal Parigino fino ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle tappe successive.Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la via ordinaria.Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari dʼaltronde pel tipo, i costumi e le abitudini deʼ suoi abitanti. Tutte le varietà del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si scorgono i resti di quelle orde venute dallʼAsia, la cui origine è nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da quella grande linea.Da questʼAsia pittoresca, che si traversa, si casca in una città assolutamente europea, Kazan, ove cʼè museo, università, ginnasio, osservatorio, vescovato,teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò che una città incivilita può offrire diconfortable, di fastoso, di aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo lʼaspetto dʼun tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime prove. Ondʼè che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione del resto, che ronzavano a me dʼintorno, sia che io restassi nella kibitka, o che cercassi ravvivare un poʼ le gambe indolenzite negli uffizii delle tappe. I gendarmi mʼinformarono allora che mio fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi, essi mormoravano: «Suo fratello è lʼaiutante favorito del Granduca Costantino; chi sa dunque?» Non occorreva di più.Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dellʼarte, faceano poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama non acquista una bellezza affascinante che allʼalba ed al tramonto,quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.
IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZI......Il mio bisavolo, quantunque avanzatissimo in età, si era trovato il 10 ottobre 1793 alla battaglia di Macieiovich, e vi era perito vicino a Koshiusko, che non pronunziò mai il famosofinis Poloniae!Mio nonno, anchʼegli molto vecchio, era morto il 25 febbrajo 1831 alla battaglia di Grochow, ove lʼarmata polacca lottò tre giorni contro la russa. Mio padre era stato impiccato nel 1848, dopo una di quelle cospirazioni tenebrose, che intorbidarono sì di sovente lʼolimpico regno dellʼimperatore Niccolò. Egli lasciava due figli: il primogenito, chʼera io, e mio fratello Casimiro, più giovane di due anni.La storia della mia famiglia, di cui non ho ricordato che la fine dei tre suoi ultimi capi, indicava la nostra probabile sorte.Quando si nasce sotto un Governo col quale si è sicuri di trovarsi tosto o tardi in lotta, bisogna prepararvisi e stare in guardia. È ciò che pensò nostra madre. Il cómpito non era difficile, e non occorreva del genio per definirlo.Ciò che guasta i caratteri, e per contraccolpoconsolida le tirannie, è la mancanza di abitudine nel sopportare il dolor fisico; è lo sbigottimento subito, che ci colpisce in presenza dei fenomeni, dei fatti morali. Abituare il corpo alle sofferenze e lo spirito ad ogni sorta di urto, gli è rendersi padroni del timone della vita.—La prospettiva che vi si apre dinanzi, ci disse nostra madre, quando apprese come era morto nostro padre, si riassume in questo: morire combattendo; morire sopra un patibolo, o sotto il knut; perire in Siberia. Non cʼè esempio che un conte di Lowanowicz sia morto per la mano di Dio. Bisogna dunque prepararvi, non già alla morte, che non è nulla, ma a subire con sguardo sicuro, con cuore virile, le ansie terribili che la precedono.Lʼeducazione, che ella ci diede, fu dunque conseguente a questo programma.Non parlo dellʼistruzione. Fu quella che gentiluomini ben educati dovevano avere, e potevano ricevere nelle Università tedesche e completare viaggiando. Rammento soltanto che, a quindici anni, noi eravamo maestri consumati nel maneggio dʼogni sorta dʼarmi; che potevamo dormire a cielo scoperto tutta una notte, succintamente vestiti, con venti gradi di freddo; che potevamo restare, senza alcun incomodo, tre giorni a digiuno; che potevamo ricevere qualche colpo di knut senza muover palpebra; che nessun lavoro materiale penoso ci ripugnava; che conoscevamo la geografia del Caucaso, dellʼOremburgo e della Siberia, e diversi dialetti di quelle contrade, come si conosce la propria casa e la propria lingua. Ci eravamo dunque famigliarizzati con tutte le cose impreviste. Eravamo preparati allanostra parte. Ma questa parte non doveva essere la medesima per ambedue.Il conte Andrea Zamoyski era stato lʼamico di mio padre. Il marchese Alessandro Vielopolski-Myszkowski era parente di mia madre. Questi due personaggi, due incarnazioni della Polonia contemporanea, influirono in diversa maniera sul mio spirito e su quello di mio fratello, e decisero del nostro doppio destino. Io restai Polaccoper operadella Polonia stessa, come il conte Andrea Zamoyski; Casimiro divenne Polaccoper operadella Russia, come il marchese Wielopolski.—La nobiltà polacca, diceva il marchese, preferirà certo meglio di camminare coi Russi alla testa della civiltà slava, giovane, vigorosa e piena dʼavvenire, che di trascinarsi, imbarazzata, disprezzata, odiata, ingiuriata, in coda alla civiltà decrepita, brogliona e prosuntuosa delle nazioni occidentali. Diamoci dunque ai Romanoff da uomini liberi, che hanno il coraggio di riconoscersi vinti, senza condizioni, senza riserva, con una preghiera silenziosa sulle labbra: di strappare, cioè, alla razza tedesca i brani della Polonia del 1772, chʼessa possiede.—Restiamo noi medesimi, diceva il conte Zamoyski, poichè Dio non ci ha confusi coi Russi, poichè tutti i tentativi ed i misfatti degli uomini per cangiarci sono falliti. Cinque o sei volte divisa e rimanipolata, vinta nel 1794, schiacciata nel 1831, data in mano alla rude assimilazione tedesca a Posen, massacrata in Gallizia, stritolata sotto la Russia, la Polonia attesta la sua vitalità indestruttibile. Questa nazione è unʼanima anzi tutto. Operiamo come unʼanima, e per lʼanima; siamo il diritto e la giustiziache, alla lunga, trionfano sempre della forza. Esistiamo, e persistiamo. La risurrezione per la forza non ci è mai riescita; proviamo la risurrezione per la trasformazione morale.Sursum corda!Queste parole non potevano mancare di fare una breccia profonda in un carattere come il mio, freddo, convinto, perseverante, senza paura e senza impazienza. La teoria del marchese scosse mio fratello, cuore pieno di foga, altiero e vendicativo. Noi eravamo, nel fondo, i due sistemi della rinnovazione della Polonia; ma entrambi Polacchi. Pure ci parve che un abisso sʼinterponesse fra noi, e la tenerezza severa di nostra madre fu impotente a colmarlo.Una circostanza allargò lo spazio che ci separava.Casimiro sʼinnamorò della moglie di un generale russo, una Polacca. Entrò nellʼesercito russo, e vi fece la sua strada. Nel 1861 era aiutante di campo del granduca Costantino. A quellʼepoca, egli aveva ventidue anni, io ventiquattro. Egli era a Pietroburgo, io a Varsavia.II.Arrivavo dalla Germania, quando lʼimperatore Alessandro II venne a Varsavia, nel maggio 1856. Le promesse del conte Orloff al Congresso di Parigi, le intenzioni liberali che si attribuivano al nuovo Czar, mantenevano nellʼEuropa occidentale la meravigliosa speranza della rigenerazione della Russia.Ognuno si rallegrava della parte che andava a toccare alla Polonia in questa palingenesi slava. «Il meno che si potrà fare per noi, ci si diceva, gli è di ritornare alla politica di Alessandro I, formulata al Congresso di Vienna». Si aspettava lo Czar con ansietà, con impazienza; i più scettici, essi stessi, sembravano scossi.Lo Czar venne. Egli parlò. «Intendo che lʼordine stabilito da mio padre sia mantenuto, dissʼegli. Così, signori, ed anzi tutto, non più ubbie! non più ubbie! La felicità della Polonia, dipende dalla sua intera fusione coi popoli del mio Impero. Ciò che mio padre fece è ben fatto, ed io lo manterrò... Il mio regno sarà la continuazione del suo!...» E siccome uno dei marescialli della nobiltà sembrava voler parlare, così Alessandro II si volse, e riprese: «Mʼavete compreso? Io amo meglio ricompensare che punire... e punirò severamente...»Ciò che Niccolò aveva fatto della Polonia, il mondo lo sa. Per Alessandro II eraben fatto, ed egli voleva continuare lʼopera paterna.Io non ricorderò che questo solo fatto. Un giorno, con un decreto, di sua propria mano, Niccolò scrisse la sentenza, cui nulla aveva provocato, della deportazione al Caucaso diquarantacinquemilafamiglie polacche, di cui il Governodiffidava!Alessandro II aveva detto tutto. La sfida era corsa. Le anime agghiadate si risvegliarono, i cuori arditi si prepararono.Ma ciò non era tutto ancora.Lʼeco dellʼunità italiana compiuta risonava nella nostra vecchia coscienza nazionale, gualcita. Lo Czar scelse Varsavia per incontrarsi col re di Prussia elʼimperatore dʼAustria, affin dʼintendersi ed avvisare insieme sulla situazione dellʼEuropa. Egli portava una nuova sfida: una sfida alla Polonia, lʼincarnazione sanguinosa delle nazioni vittime; una sfida allʼEuropa occidentale, che si diceva favorevole alla politica delle nazionalità inaugurata dalla Francia. La lezione di Wilna, ove nessuna dama accettò lʼinvito al ballo che il generale Nazimof dava al suo padrone ed ai cinque principi tedeschi che lʼaccompagnavano, questo avvertimento severo non rischiarò punto lo Czar. Egli si recò a Varsavia coi suoi due condivisori della Polonia. Varsavia restò deserta, fredda, silenziosa come una steppa.—Gli è lʼimperatore dʼAustria, dissero i cortigiani russi, che è la causa di questo agghiacciato ricevimento.—Gli è lo Czar che vale allʼimperatore Francesco Giuseppe questo freddo accoglimento! dissero i giornali ufficiali di Vienna.Lo Czar partì da Varsavia, con lʼanima ulcerata ed umiliata.Varsavia trasalì sotto lʼingiuria di codesto sinistro ritrovo.Le dimostrazioni principiarono.I Siberiani, vale a dire gli esuli ritornati dalla Siberia, in virtù di quellʼequivoca amnistia accordata da Alessandro II pel suo avvenimento al trono, avevano rafforzato quella specie di misticismo pieno di fede, che i poeti avevano già inoculato alla nazione. La rigenerazione per mezzo delle sofferenze, predicata un dì in Italia da Savonarola, era divenuta la leva politica, che doveva agire oggimai per rovesciare la dominazione degli Czar, e stancare laforza. Le dimostrazioni principiarono dunque con uffizii religiosi, onde onorare la memoria dei poeti patriotti Mickiewicz, Krasinski e Slovacki. Il 29 novembre risuonò, per la prima volta nella cattedrale, ilBoze cos Polske, quel canto che è stato la stranaMarseillaisedella nostra ultima insurrezione.«Signore Iddio—si cantava—tu che durante tanti secoli circondasti la Polonia di splendore, di potenza e di gloria, tu che la coprivi allora del tuo scudo paterno, tu che stornasti per così lungo tempo i flagelli, da cui è stata in fine schiacciata, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, noi ti scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!«Signore Iddio, tu che più tardi, commosso dalla nostra rovina, hai protetto i campioni della più santa delle cause, tu che hai dato loro il mondo intero a testimonio del loro coraggio, ed ingrandita la loro gloria nel seno stesso della loro calamità, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!«Signore Iddio, tu il cui braccio giusto e vendicatore brucia in un attimo gli scettri e i brandi dei padroni del mondo, annienta i propositi e le opere dei perversi, risveglia la speranza della nostra anima polacca, rendici la patria. Signore, rendici la libertà!«Dio santissimo, di cui una sola parola può risuscitarci in un istante, dègnati strappare il Popolo polacco dalla mano dei tiranni, dègnati benedire gli ardori della nostra gioventù; rendici, o Signore, la patria, rendici la libertà!«Dio tre volte santo, in nome delle piaghe sanguinose del Cristo, dègnati aprire la luce eterna ai nostrifratelli periti per il loro popolo oppresso, dègnati accettare lʼofferta delle nostre lagrime e dei nostri canti funebri; rendici la patria, o Signore, rendici la libertà!«Dio santissimo, non è scorso un secolo ancora che la libertà è scomparsa dalla terra polacca, e per riconquistarla, il nostro sangue è sgorgato a torrenti; ma se costa tanto perdere la patria di questo mondo, ah! come debbono tremare coloro che perderanno la patria eterna.«Prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo o Signore, rendici la patria, rendici la libertà!»Lʼimpulso era dato.La Società agricola, fondata da Andrea Zamoiski, deliberò allora sul diritto definitivo dei contadini a divenire proprietarii. Gli studenti polacchi arrivarono dalle Università di Kiew, Mosca, Dorpat, e si agitarono in Varsavia onde ottenere unʼUniversità nazionale. Lʼidea dʼun indirizzo allʼImperatore per reclamare una Costituzione e la ricostruzione della Polonia, albeggiò. Giunse il 25 febbrajo 1861.Era lʼanniversario della battaglia di Grochow. La giornata apparve cupa e caliginosa. La neve era caduta durante la notte, le strade nʼerano bianche. Nessuna parola dʼordine era stata data, perocchè non vʼera presso di noi, come in Italia, un Comitato che regolasse i battiti del cuore nazionale, per ordine, ad ora fissa, con uno scopo determinato. Lʼanima della Polonia è omogenea: i Polacchi sentono allʼunisono. Per un impulso spontaneo, ognuno pensò che bisognava in quel dì pregare per coloro che erano morti per la patria. Cinquantamila persone si trovaronoquindi nelle vie, animati dallʼistessa idea, fiancheggiandosi e seguendosi. Una processione si formò naturalmente. Si comperarono dei ceri per via. Una bandiera collʼaquila bianca, sboccando non si sa donde, si pose alla testa del corteggio. Tutto un popolo con una sola voce, nellʼistesso momento, intuonò lʼinnoSwiety Boze:«Dio santo, Dio possente, abbiate pietà di noi, degnatevi di renderci la nostra patria; Santa Vergine Maria, regina di Polonia, pregate per noi!»Nessun disordine. Nessun grido sedizioso. Nessuna disposizione ostile. Neppur lʼombra di unʼarma. Non un viso aggressivo. Tutto ad un tratto, il colonnello Trepow, capo della polizia, si mostra seguìto da due squadroni di gendarmi. La folla cade in ginocchio, e continua a cantare. I soldati si precipitano su quella massa compatta, e sciabolano alla cieca.Un centinajo di persone caddero morte o ferite.Io era là. Mia madre toccò una ferita al braccio. Io aveva un revolver in tasca, e restai calmo.Allʼindomani, la città intera vestì a corruccio.Il governatore, principe Gortschakoff, sembrò atterrito. Il generale Liprandi ne fu costernato.Due giorni dopo, il 27, correva lʼanniversario della morte del conte Zawisza ed altri patriotti, impiccati dai Russi come mio padre. Trentamila persone si trovarono riunite nella chiesa del Carmine e nei dintorni. Il massacro dellʼantivigilia non aveva impaurito alcuno, nè le donne, nè i fanciulli. Si assistè alla messa, poi, uscendo, ci disponemmo a processione. Io dava il braccio a mia madre, la quale, quantunque ferita, non volle mancare.Il generale Zabolotzkoy accorre coi suoi Cosacchi.Noi non avevamo armi. I Cosacchi si sbrancarono sopra di noi. La fucilata risuonò. Gli sterminatori sciabolarono a loro voglia un popolo prosternato, che, colle mani alzate al cielo, cantava:«Santa Vergine Maria, madre della Polonia, pregate per noi!»Un centinaio di persone restarono sul lastrico.Il principe Gortschakoff si precipitò in mezzo alla folla per arrestare la carneficina.—Ma, alla fin fine, cosa volete? gridò egli quasi fuori di sè.—Vogliamo una patria! rispose il popolo con una sola voce.Lʼarcivescovo, il conte Zamoyski, diversi nobili, parecchi notabili si recarono al castello per protestare, con linguaggio severo ed energico, contro lʼordine di quella esecuzione.—Mi prendete voi forse per un Austriaco! sclamò il principe Gortschakoff indignato. Io non ho dato che un solo ordine: quello di non consegnarvi la cittadella, neppure sopra unʼingiunzione firmata di mia mano.Il principe era sincero. La sera, la polizia della città fu confidata agli studenti; i Russi furono consegnati nelle loro caserme; un indirizzo allʼImperatore, sottoscritto dallʼarcivescovo, dal gran rabbino, dai marescialli della nobiltà, circolò. Si chiedeva «una chiesa, una legislazione, una istruzione pubblica, una organizzazione sociale, colle stigmate del genio nazionale e delle tradizioni storiche».La Polonia, che il Governo russo credeva di aver uccisa, si levava di un tratto, ritta, vivente, e dava i brividi allʼEuropa, i cui rimorsi per averla abbandonatasembravano addormentati. Si sparse allora un avvertimento: «In ogni parte della Polonia, diceva questo avviso, sʼindosserà il lutto per un tempo indeterminato.... La corona di spine, ecco il nostro emblema da un secolo! Questa corona ornava jeri i cataletti dei nostri padri.... Essa significa: pazienza nel dolore, sacrifizio, liberazione, e perdono!»La calma si ristabilì. Ciò aumentò lo stupore e lo spavento dei Russi. Cosa nascondeva quel silenzio?—Tutta la città vi obbedisce, disse il principe Gortschakoff al conte Zamoyski. Ciò non può durare. Ho delle truppe, adesso; io non vi temo punto.—Noi siamo pronti a ricevere le vostra palle, rispose il conte.—No, no, gridò il principe di Gortschakoff: ci batteremo.—Giammai! Noi non ci batteremo punto, riprese il conte Zamoyski. Ci assassinerete, se lo volete.—Se avete bisogno dʼarmi, ve ne darò io, disse il principe fuori di sè.—Noi non le adopreremo, dichiarò il conte Andrea.I Russi non comprendevano più nulla di una situazione così strana.—Ma essi non dimandano nulla, disse il granduca Costantino, quando lo Czar lesse davanti la sua famiglia la petizione di Varsavia.—Gli è precisamente ciò che vʼha di grave! rispose lʼImperatore.Lʼindefinito spaventava lo Czar. Eppure egli sapeva troppo bene ciò che nascondeva questo indefinito, ciò che le allusioni vaghe dei Polacchi significavano.Il signor Muchanoff, ministro dellʼinterno a Varsavia—quello stesso che, opponendosi ad ogni sviluppodellʼistruzione pubblica, aveva detto: «Che dipingano codesti Polacchi, così non penseranno!»—il signor Muchanoff scoccò una circolare segreta ai contadini, onde rinnovassero il massacro che il principe di Metternich aveva consumato in Gallizia. Il principe di Gortschakoff lo destituì, e lʼobbligò a partire da Varsavia.Lo Czar si decise ad inviare un piano di riforma, che non era neppure la realizzazione del famosoStatutodi Niccolò. Queste concessioni ridicole arrivarono in pari tempo delle truppe che marciavano su Varsavia.Il 7 aprile, la folla, che era stata al cimitero a pregare pei morti di febbraio, si fermò sulla piazza del castello, a fine di chiedere si revocasse il decreto di scioglimento della Società agricola. La piazza era occupata dai soldati. Eʼ si ritirarono. La sera seguente, una moltitudine più numerosa si recò di nuovo sulla piazza onde rinnovare la domanda della vigilia. Noi non avevamo più neppure la bandiera collʼaquila bianca, per non porgere pretesti. Lʼattitudine era pacifica. La voce calma e supplicante. Il principe Gortschakoff scese sulla piazza, e ripetè la sua domanda.—Insomma, che cosa volete?—Vogliamo una patria! rispose di nuovo la folla.In quel momento, passa un postiglione, e fa risuonare col suo corno lʼaria di Dombrowski: «No, la Polonia non perirà!» Tosto un grido entusiasta scoppia. Donne, fanciulli, vecchi, studenti, nobili, ad una voce, con lo stesso accento, gridano: Viva la Polonia!... e tutti cadono in ginocchio.—Ritiratevi, urlarono le truppe, che accampavano militarmente sulla piazza.—Uccideteci, ma non ci muoveremo, rispose la folla.Lʼingiunzione non fu ripetuta.La fanteria fece fuoco, poi fece fuoco di nuovo, poi ricominciò le sue scariche: quindici volte! Squadroni di cavalleria caricarono. Làsciovi imaginare il macello. Fummo circondati: le donne ed i ragazzi, inginocchiati allʼestremità della piazza, intorno ad una statua della Vergine, gli uomini indietro. Ricevemmo la fucilata e le sciabolate dei Cosacchi, senza muoverci, senza lagnarci, pregando e cantando. La truppa, spaventata, lasciò quel sito.Non si è mai conosciuto il numero delle vittime.Un disprezzo della morte, inaudito, entusiasta, irresistibile, sʼimpadronì di noi.Il principe Gortschakoff ne divenne pazzo, e due mesi dopo morì allʼimprovviso. Egli gridava, due giorni avanti di morire: «Oh! le donne nere! le donne nere! Eccole ancora, eccole.... Allontanatele!»Il generale Suchozanett gli succedette; ma nel Consiglio dominava il marchese Wielopolski. Non si poterono intendere. Il generale fu richiamato; e lasciando Varsavia, eʼ non seppe domare il turbamento della sua coscienza.—Potrete accusarmi dʼessere un uomo poco abile, sclamò egli, ma non potrete dire che io fui un carnefice; non ho fatto fucilare nessuno.Il movimento si stese alle antiche provincie della Polonia del 1772.Wilna rinnovò le scene di Varsavia.La situazione prese un aspetto nuovo. La Russia sembrava disposta alla moderazione. La Polonia inaugurava il mezzo della rivendicazione legale dei diritti usurpati.Il 10 ottobre, ebbe luogo il pellegrinaggio a Horodlo, ove sʼera compiuta lʼunione della Lituania e della Polonia. Ciò poteva dare origine ad una carneficina. Il generale Chrustef, uomo dabbene, lasciò celebrare una messa fuori della città, sopra un altare improvvisato. Lasciò sventolare quaranta bandiere, rappresentanti tutte le provincie dellʼantica Polonia, intorno allʼimmenso vessillo, che portava le armi unite della Lituania e della Polonia.Lasciò arringare la folla da un prete basiliano del rito greco-unito, il quale, chiudendo, si volse verso il pennone, e sclamò: «Uccello senza macchia, aquila bianca, che un dì distribuisti corone e non ne hai più per te, librati al dissopra dei tuoi fratelli, e va ad annunziare ai quattro angoli del mondo che tu respiri ancora! Cònvoca i tuoi figli, i tuoi emigrati, gli antichi tuoi difensori, e mostra loro il cammino. Tu soffrirai, tu soffrirai molto...; ma un giorno ti alzerai più alto, più alto ancora che nel passato, e spiegherai le tue ali come per benedire la nazione, libera alfine!»Lʼultima manifestazione doveva aver luogo il 15 ottobre per la celebrazione di una festa religiosa in onore di Kosciusko. Il 14, lo stato dʼassedio fu proclamato. Forse il conte Lambert, il quale era succeduto al generale Suchozanett come luogotenente, ne aveva ripugnanza. Certo è che gli uomini del vecchio partito russo, che lo circondavano, ve lo decisero. Lo stato dʼassedio però non poteva spaventare un popolo, che guardava in faccia la morte con fanatismo voluttuoso.Dalle sette del mattino, le chiese rigurgitavano di cittadini, le donne a bruno, gli uomini, come sempre,disarmati. La truppa, dalla mezzanotte, occupava militarmente la città.Essa non sʼoppose allʼentrata dei cittadini nelle chiese, però, cangiando avviso, bentosto li circondò, e li accolse. La Cattedrale ed i Bernardini furono assediati. Nugoli di Cosacchi e di Circassi invasero la città, correndo dovunque, percotendo gli uomini, insultando le donne, saccheggiando le case. Si intimò al popolo di uscire dalle chiese.—No, rispondemmo unanimi, no, fino a tanto che lʼesercito ci assedia.Si restò così tutto il giorno. I Polacchi rinsaccati nelle chiese, i Russi accampati alle porte. Lʼansietà divenne estrema. Si prevedevano delle conseguenze sinistre, delle scene di orrore. Avevamo fame e sete. Ad otto ore di sera, si presentò un generale, e cʼintimò di nuovo di renderci alla grazia ed alla mercè del luogotenente del regno.—No, rispondemmo tutti. Non vi è luogo a grazia, ove non vi è delitto. Resteremo qui, fino a tanto che le truppe non siano rientrate nello loro caserme.Si accesero i ceri del catafalco, eretto il giorno prima al morto arcivescovo, e sʼintuonò ilSwiety Boze: «Dio santo, Dio potente, abbiate pietà di noi, degnatevi renderci la nostra patria; santa Vergine Maria, Regina di Polonia, pregate per noi».Alle due del mattino, un nuovo parlamentario recò lʼistessa intimazione. Ottenne la stessa risposta. La situazione aveva acquistato una tensione estrema. La crisi si librava sul nostro capo, cupa, minacciosa, feroce; la sentivamo, la vedevamo. Due ore di angoscia mortale scorsero. Alle quattro, le truppe, in piedi da diciassette ore, tenendoci rinchiusi, minacciandocicon sguardi pieni di odio, ricevettero lʼordine di fare sgombrare le chiese. Lʼordine fu eseguito. Più di duemila persone furono prese e condotte in cittadella.Questa misura fu causa di rottura fra il conte Lambert ed il generale Gerstenzweig, capo dello stato dʼassedio. Scambiarono parole di collera: Gerstenzweig si bruciò le cervella; il conte Lambert lasciò bruscamente Varsavia.Il partito della violenza prevalse.Le chiese, le scuole, i teatri furono chiusi. I Siberiani amnistiati furono rimandati in Siberia. Un gran numero di studenti, di preti, di operaj furono trasportati nel Caucaso e ad Oremburgo. Il gran rabbino e parecchi dei suoi colleghi furono espulsi. Il pastore evangelico Otho condannato alla deportazione, Il Capitolo di Varsavia ebbe dieci proscritti, ed il suo amministratore, vecchio di ottantʼanni, fu condannato a morte. Il reclutamento fu ordinato, applicabile soltanto alle città, sopra una lista di coscritti redatta dalla polizia. La retata del 15 gennaio 1862, eseguita fra unʼora e le otto del mattino, ebbe luogo. La Russia proclamò in faccia allʼEuropa questarazzìadi giovani, presi durante il sonno, come «il trionfo dellʼordine sulla rivoluzione».La coppa traboccava.Il 22 gennajo, lʼinsurrezione scoppiò.III.Il granduca Costantino, assistito dal marchese Wielopolski, aveva preso il posto di luogotenente imperiale, dopo la partenza del conte Lambert. Il marchese aveva presentato lʼapplicazione del reclutamento esclusivo nelle città come una operazione di depurazione dʼalta polizia, per estirpare dal regno tutti gli elementi di turbolenza. Imperciocchè la coscrizione, appo noi, è un castigo: una Siberia mitigata!Il Consiglio del distretto di Pioto Kow esponeva per essere esentato «dalla più grande delle disgrazie», che dal 1835 al 1855,undicimilagiovani erano stati rapiti al distretto come reclute, e non ne erano ritornati che 498, la maggior parte dei quali aveva perduto lingua, religione, costumi, e ogni specie di attitudine al lavoro.Dopo la guerra di Crimea, il reclutamento era stato sospeso. Il granduca ed il marchese ricominciarono la tratta. In pochi giorni, dalla frontiera della Lituania fino al ducato di Posen, la Polonia si coprì di bande composte della gioventù che fuggiva in massa; ed i primi scontri tra i fuggiaschi e le truppe russe avevano luogo nelle foreste dei governi di Plock, Lublino, Sandomir e della Podlachia.Facendo parte del Comitato nazionale, io aveva dovuto restare a Varsavia.Non avendo lo intendimento di portare la questione polacca sul terreno della forza, ma di stancare la Russia mediante le dimostrazioni legali del diritto, sorpresi dagli avvenimenti, non avevamo fatto nessun apparecchio dʼarmi. Quindi demmo lʼordine di evitare il combattimento, per quanto fosse possibile. Alcuni fucili da caccia, la falce, il randello ferrato erano essi sufficienti per tener testa alla mitraglia?I nostri capi di banda pensarono che bisognava combattere per armarsi, impadronendosi dei fucili e dei cannoni dellʼinimico.La guerra e lʼinsurrezione armata dʼaltra volta ripugnavano alla maggioranza della nazione. I contadini, i nobili, gli studenti stessi tennero, infatti, un riserbo significativo, durante tutta la state del 1862. Con un poʼ più di tatto e di moderazione per parte della Russia, la resistenza armata avrebbe ceduto poco a poco. La violenza, la crudeltà, lʼacciecamento, lʼodio del partito militare, che dominava intorno al granduca Costantino, precipitarono la catastrofe. Quelli che esitavano, si videro trascinati; eʼ si fecero un punto dʼonore di non rinnegare, di non abbandonare coloro che si erano compromessi e coloro che soffrivano della brutalità russa senza averla provocata. Da quel momento, studenti, nobili, contadini, vecchi e donne si misero della partita; e si udì, in un villaggio di Lublino, delle donne, a cui sʼintimava di rendersi, rispondere con questo motto antico: «Qui le donne muojono vicino ai loro mariti, ed i figliuoli vicino ai loro padri».Breve: nel mese di marzo 1863, avevamo sotto le armi 57,000 combattenti sulla riva sinistra e sulla diritta della Vistola, 30,000 nella Lituania, e più di 30,000 nella Podolia e nellʼUkrania.I nomi di Langiewicz, di Jezioranski, di Bochdanowicz, di Frankowski, di Podlewski, di Zewandowski risuonavano nei bollettini russi e nel cuore della nazione. Diciassette combattimenti erano stati dati, di cui uno solo disgraziato, e tre dubbii.Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri, ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento è sempre lo stesso. Non amo parlare che di ciò che ho veduto; e formando parte del Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi, ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non più rientrarvi—di addormentarmi nellʼagonia, per risvegliarmi in Siberia.Non ebbi neppure migliore ventura, allorchè potei alla fine entrare in campagna. Il Comitato mi aveva inviato allʼincontro delle bande formate in Galizia, entrate di già in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella città, posta sotto gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai Wysocky nella foresta di Zeloski, ove sʼera accampato, sul punto di dar battaglia.Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.Era unʼora dopo mezzogiorno, il 1.ogiugno 1863. Penetrammo nella città per le paludi, avendo dellʼacqua marcia fino al petto. I Russi ci aspettavano. Lʼurto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, nè dato un colpo di sciabola, che un dragonedi Kargopot, del granduca Costantino, si avvisò di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono muti. Lʼazione, mi fu detto, era stata delle più sanguinose e delle più drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli, aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della città devota ai Polacchi. Tutto ciò può esser vero. Avvenne così in ogni tempo, avviene ancora oggidì in ogni sito dove sono stati e sono soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra un poʼ di paglia, nellʼangolo di un magazzino, in compagnia di diversi altri più o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme. Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi avevano alleggerito della borsa, dellʼorologio e del portafogli. La fu per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricordò immediatamente quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi molto conosciuto nellʼesercito russo in Polonia. Non fui dunque niente meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, lʼeroe della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe, poichè levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.Io poteva arrossire a mio comodo di questa parentela, ma il maggiore non voleva saperne tanto. Ordinò una barella, mi fece trasportare nella casa che occupava egli stesso, e mi confidò alle cure del chirurgo il più abile, di cui disponeva. La mia ferita era spaventevole. Il cranio franto, ladura-madretagliata, la sostanza grigia del cervello tocca.... In breve, io aveva novantacinque probabilità contro cinque di non cavarmi di là; ed in prospettiva, disse il dottore, se mi tiravo dal mal passo, la pazzia o lʼidiotismo, lʼintervento provvidenziale del Consiglio di guerra permettendolo. Infrattanto la febbre si dichiarò, sopravvenne il delirio, una specie di coma mi accasciò e durò quarantotto ore. Il chirurgo era polacco. Quindici giorni dopo, nulla ostante, io era in convalescenza! Il sedicesimo giorno, il maggiore Semenow accompagnava mia madre, che era accorsa da Varsavia.—Che disgrazia, figlio mio, sclamò essa, vedendomi quasi guarito: tu non morrai delle tue ferite!Il maggiore Semenow, scosso da questo voto di una madre, si ritirò confuso e quasi costernato.Al 5 agosto, il dottore Kazala dichiarò che io era in istato di viaggiare. Da quindici giorni, il maggiore, ora colonnello Semenow, aveva ricevuto lʼordine di spedirmi a Varsavia. Mia madre dovette lasciarmi.Ho io bisogno di dire che in tutto questo si manifestava la misteriosa protezione di mio fratello? Egli aveva appreso dal rapporto della battaglia, mandato dal maggiore al luogotenente generale, che io era in mezzo ai prigionieri, come parecchi altri nobili, e interveniva a mio favore, senza mostrarsi.IV.Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo grado e la sua posizione, si trovò presente alla mia partenza per darmi un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi. Nella Ribitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due gendarmi coi facili carichi stavanmi dirimpetto. Lʼufficiale era un tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krünn. Fumava sempre, beveva finchè aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, così mi trattò con molta deferenza. Forse il colonnello Semenow lʼaveva messo in guardia. Comunque si fosse, gli è che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia volontà, cui, del resto, io dissimulava sotto la più delicata urbanità. Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere dʼacqua putrida degli stagni divenivano scintillanti, il verde nerodelle foreste si smaltava di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia è di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo di Francia ed il denso cobalto del cielo dʼItalia. Viaggiavamo notte e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano fresche, soprattutto verso lʼalba, e quasi sempre umide. La nebbia, che cʼinvestiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il capitano Krünn temeva che io ne soffrissi, vedendomi così delicato, di un aspetto quasi femmineo. Imperciocchè il cielo della Siberia non mi aveva dato la tinta virile, che mi osservate oggidì. Il bleu dei miei occhi si è addensato sotto lʼardente riverbero dei ghiacci del paese degli Zchoukos; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra, è divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si è abbronzata sotto lʼalito dei venti del mare del polo; la vita snella e fine si è ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a quellʼepoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia deglʼinsorti e portavo una specie di kepì rosso orlato di nero.Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver unʼidea della celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir pazzo, talmente il sangue,che mi affluiva alla testa, mi dava delle allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo scacciare del mio spirito lʼorrido pensiero della mia posizione, ma esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, lʼaria libera, lʼinfinito cielo, il movimento e lʼimponente linguaggio della natura, la vista dellʼuomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a Varsavia.Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto di entrare in una necropoli. Lo stato dʼassedio pesava sugli abitanti, come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce, lʼaria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse. Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il cuore. Che faceva mia madre a quellʼora? Pregava, senza dubbio. Alcuni cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima di mangiarli.La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria del colonnello, comandante della cittadella. Eʼ fu avvertito del mio arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere lʼabitudine; perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito, ed il capitano Krünn sʼintrattenne con lui alcuni istanti, parlando a voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.Il colonnello mʼinterrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui. Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per timore di un rifiuto, mʼastenni di emetterla. Fu quindi in tale stato che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde lʼavevano tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con unʼimmensa porta munita di un abbaino.È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono nè più nè meno atroci di quelle dellʼimperatore Francesco I dʼAustria, e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da fare contro la Russia, che lʼesagerazione diviene inutile, e disonora chi se ne serve. Fuigettato sopra unʼumida pietra, e la porta si rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al supplizio di quella folla di farnetiche larve, che sʼimpadroniscono del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della prigione.Allʼindomani fui risvegliato dʼimprovviso dal carceriere e dal rumore dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio. Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. «Tanto meglio, dissi io, lʼaffare sarà presto finito». Però non fu davanti al Consiglio di guerra che mi condussero.Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato dʼassedio. Ciò mi sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.Si sfiorò lʼinterrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante, aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad esser impiccato—secondo lʼumore, la fantasia, lo stato di digestione dei giudici, e lʼora del giudizio. Lʼistruzione sʼaggirò sopra altro terreno.Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, coʼ miei principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta, mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva lʼostilità che regnava framio fratello e me. Non sʼignorava il mio odio contro i Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?—Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.—Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.Il colonnello fissò sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e ripetè:—Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.—Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poichè vi permettete simili accuse!—Leggerò ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un sorriso trionfante.Allora ei frugò nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow, e ne tirò fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dallʼovest al sud, di traverso, a zig-zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni grotteschi. Ei me lo presentò, e mi disse:—Leggete un poʼ codesto.Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.Ecco di che si trattava.La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far visita ad una signora, che aveva suo figlio tra glʼinsorti di quel paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui cʼera carta e calamaio, una bambina di quattro anni sʼera divertita a scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo: «Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!»La ragazzina aveva quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e lʼaveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed avevan veduto lo strano geroglifico. «È uno scritto in cifra!» aveva probabilmente esclamato il commissario incaricato dellʼistruzione del mio processo. E come tale, ei lʼaveva inviato fra le carte a mio carico. Da uno scritto in cifra allʼesser membro del Comitato, ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla miracolosa velocità dʼimmaginazione dʼun giudice dʼistruzione che ha già un partito preso?La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.—Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.—Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi dʼun bimbo, che vuole scimmiottar la scrittura?—E chi è il bimbo che lʼha fatti?Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica? Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato! Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare quellʼabisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello Czar.Lʼonnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore, e maneggiava a suo grado lʼanima nazionale, stordivalʼimperatore Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto. Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.IV.Ciò che vʼha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero a confermare lʼopinione prestabilita dalla Commissione dello stato dʼassedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la tortura.—Vi accordo ventiquattrʼore di riflessione, mi disse il colonnello presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo il poteredi fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.—Signor presidente, io parlo; ma non è colpa mia, se non posso accettare il linguaggio che mʼimponete.Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella porta, pel quale filtrava unʼaria mefitica e la luce dʼuna lanterna, accesa notte e giorno allʼaltra estremità del corridojo. Restai in piedi dietro quel finestrino, onde respirare quantʼaria potessi, perocchè mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi accorsi che non ero solo.—Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di là.—Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci eravamo conosciuti in società. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi. Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la a manifestazione del 15 ottobre, e torturato, perchè anchʼegli sospetto di appartenere al Comitato. Aveva già presi duebagni di sangue, essendo passato due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva a brani; il corpo non presentava più che una piaga putrescente. Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane, della carne salata, ed una sola brocca dʼacqua per Zoliwski.—E la mia brocca? chiesi io.—Lʼho dimenticata; ve la porto...La porta si rinchiuse.—Non toccate la carne, prima che vʼabbiano portato lʼacqua, disse Zoliwski. Questa dimenticanza è forse premeditata. Vogliono farvi fare le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.La notte era già avanzata, quando lʼispettore della prigione venne ad annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.—Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si serrasse; non voglio riceverlo.Mio fratello seguiva a due passi lʼispettore. Udì la mia risposta, e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva, esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si inumidirono.Lʼindomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato dʼassedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere, era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazioneumoristicache io aveva dato sul documento principale dellʼistruzione contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso dellagherminella, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili cheio doveva traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi sarei mozzata la lingua coʼ miei denti, e lʼavrei inghiottita piuttosto che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la miavia crucis, e presentare dinanzi ai miei occhi quellʼestasi che nascondeva ai martiri il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi. Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio compagno di carcere; e consentì. Lʼispettore aveva dunque accompagnata la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed introdusse anche la mia nella muda.Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del colloquio, forse lʼultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,—i lamenti sono di rado eroici—, per lasciare ogni libertà alle loro confidenze, allʼeffusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.Mia madre era donna dʼaltra tempra. Ella aveva il carattere forte, ma drammatico. Sarebbestata grande e nobile nella ristretta cerchia della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire lʼintera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno. La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto derogare al suo carattere, se lʼavesse lasciata vedere, ed ella fosse apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue braccia, ed io sentii per la prima volta lʼatrocità delle manette, non potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.Lo confesso, ne fui afflitto.Io non le domandava unʼora di eroismo, ma unʼora di tenerezza materna.—Ho veduto tuo fratello, mi dissʼella. Egli mi disse che tu non hai voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si sono aggravate su te.—Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.—Tu non sai forse ciò che ti riservano, continuò essa.—Se lʼavessi ignorato, madre mia, ho lì, nella persona del mio compagno, Carlo Zoliwski, lʼesempio terribile del loro potere, di ciò chʼessi fanno prima di uccidere.—Tu non hai a temere nè le verghe, nè lo knut, rispose mia madre; tu godi ancora del privilegio della nobiltà, lʼesenzione dalle pene corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e colpire lʼanima.—Lo so.—Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.—Ma egli resistette.—Levitox subì tali slogamenti di membra, che preferì mettere il fuoco al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.—Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci allʼinfamia.—Gorski restò quarantottʼore sospeso pei piedi, colla testa in giù, sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.—Ciò avveniva al tempo di quel mostro che si chiamò lo czar Nicolò; ora non si commettono più di tali atrocità.—Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo vedrai domani.—Sì, mi hanno minacciato di ciò. Ma io voglio vederlo. Io son preparato.—Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti si tormenterà per istrapparti delle confessioni; e ti si manderà al patibolo perchè ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre, mi basta.—Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quandʼanche avessi qualcosa a dire, e non ho nulla, io non posso parlare.—Ma, disgraziato figliuolo, gli è appunto quello che io temo. Tu potresti parlare, perchè non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevoleturbamento che essi gettano nel tuo sangue. Chi può esser sicuro di sè? Chi conosce appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo sospiro, che può esser interpretato come una confessione, è il disonore.—Oh! Dio mio, madre mia, perchè venite voi a mettere questa costernazione nellʼanima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io mostrato qualche segno che vʼispiri codesti dubbii?—Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza è segnata. Il tuo patibolo è rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sarà anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo lʼaltro nel partito figlio dei carnefici. Sono stanca di piangere, di sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia, per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi neppure una fiera parola?...—Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.—Io preferisco non più vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici. Dunque, figlio mio, la mia risoluzione è presa. Io non voglio che tu subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del carnefice. Poichè tu devi morire, muori di mia mano; poichè tu devi passare per unʼagonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anchʼio il mio.—Che cosʼè ciò, madre mia?—Dellʼacido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. LʼEuropa ne sarà atterrita, e avrà forse un rimorso.—Mai più, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio destino, qualunque possa essere. Non più una parola su ciò. Voi mi fate arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quellʼangolo della segreta, ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perchè mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io più vile, che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.—Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce sì affranta, sì spenta, che parve mandasse lʼultimo anelito. Di grazia, o signora, datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ciò che rifiuta.Essi avevano udito la nostra conversazione, benchè tenuta a voce bassa. La madre di Zoliwski si trascinò ai piedi di mia madre, senza aprir bocca, e li abbracciò. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la persona.—Guardatemi, signora, continuò Zoliwski. Non ho un pollice della mia pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato; non ho più un osso al suo posto; non ho più un organo che funzioni altrimenti che per darmi gli spasimi più atroci. Le ore della mia spaventevole agonia sono contate. Abbiate pietà di un cristiano, signora; abbreviate, poichè lo potete, il mio terrore: io assisto alla mia distruzione.La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, benchè esitasse.—Sarebbe un omicidio! esclamai io.—No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse.... Orrore! lʼinfamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia, signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani lʼonore e la vita di un uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.—Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di acido prussico, e se lʼera cacciato in bocca.—Lʼaltro per mio figlio, dissʼella alzandosi: Dio onnipotente non mi strapperebbe più questo.Non posso descrivervi il terrore, che sʼimpadronì di noi. Chiamare i carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla, era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski lo spettacolo della morte di sua madre era unʼesecrabile atrocità. Le preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla. La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio. La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile. Lʼeloquenza del figlio avrebbe intenerito lo CzarNiccolò. Io non sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria.—Mia madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la mano, abbandonò la capsula, e compì lʼomicidio. La madre di Zoliwski gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si precipitò sul suo figlio.Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non respiravano. Tutto ad un tratto lʼabaino della segreta si rischiarò. Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo stridere delle chiavi. Lʼispettore delle prigioni entrò. Lʼora del colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.—La cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il figlio si tenevano allacciati nelle braccia lʼuno dellʼaltra, bocca a bocca, cuore su cuore. Lʼispettore li scorse, e non ricevette risposta... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, «la terra dalla quale non si ritorna più!»La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra, in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori forzati in Siberia.V.Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me collʼistruzione e col lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso. Pure, siccome lʼapplicazione della pena non principiava che dal giorno del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora deʼ due privilegi della nobiltà russa: lʼesenzione dai castighi corporali, e il non esser condotto in Siberia perconvoglio.Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da Kiu fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dellʼufficiale che li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.Quando io ebbi udita la mia sentenza e lʼebbi sottoscritta, mi denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono levate le manette, che mʼavevano chiuso i polsi durante un mese.Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più inebbriante.Mentre si procedeva a questa operazione, lʼispettore della prigione mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere. Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno, i funzionarii sono venali. Lʼispettore mi rimetteva quel denaro di nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei stivali. Era quella unʼarma di salvezza. Lʼindomani, a cinque ore, mi trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello, ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì, senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi tenesse il broncio. Mʼingannavo. Rannicchiata dietro lʼangolo di una casa, mi vide passare, e svenne.La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta col destino.Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora, ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più unavolontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri allʼora, che aumentò, anzi che diminuire, fino a Nertscinsk.La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla dʼaffabile nei miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza legale e di rivolta, se lʼoccasione mi avesse favorito. La natura esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente. Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir, che traversammo in mezzo alla nebbia dellʼalba, mi parve desolata. Nijni-Novogorod aveva lʼaspetto di una decorazione dʼopera. Sospesa quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra unʼaltura ove alcuni precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in comunicazioneil Baltico col Caspio, lʼaorta della Russia, ove la sua vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a vela, barche dʼogni sorta sʼincrociavano, venendo dal nord o dallʼest, o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono, al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni delle razze e semi-razze dellʼEuropa e dellʼAsia, dal Parigino fino ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle tappe successive.Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la via ordinaria.Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari dʼaltronde pel tipo, i costumi e le abitudini deʼ suoi abitanti. Tutte le varietà del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si scorgono i resti di quelle orde venute dallʼAsia, la cui origine è nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da quella grande linea.Da questʼAsia pittoresca, che si traversa, si casca in una città assolutamente europea, Kazan, ove cʼè museo, università, ginnasio, osservatorio, vescovato,teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò che una città incivilita può offrire diconfortable, di fastoso, di aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo lʼaspetto dʼun tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime prove. Ondʼè che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione del resto, che ronzavano a me dʼintorno, sia che io restassi nella kibitka, o che cercassi ravvivare un poʼ le gambe indolenzite negli uffizii delle tappe. I gendarmi mʼinformarono allora che mio fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi, essi mormoravano: «Suo fratello è lʼaiutante favorito del Granduca Costantino; chi sa dunque?» Non occorreva di più.Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dellʼarte, faceano poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama non acquista una bellezza affascinante che allʼalba ed al tramonto,quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.
.....Il mio bisavolo, quantunque avanzatissimo in età, si era trovato il 10 ottobre 1793 alla battaglia di Macieiovich, e vi era perito vicino a Koshiusko, che non pronunziò mai il famosofinis Poloniae!Mio nonno, anchʼegli molto vecchio, era morto il 25 febbrajo 1831 alla battaglia di Grochow, ove lʼarmata polacca lottò tre giorni contro la russa. Mio padre era stato impiccato nel 1848, dopo una di quelle cospirazioni tenebrose, che intorbidarono sì di sovente lʼolimpico regno dellʼimperatore Niccolò. Egli lasciava due figli: il primogenito, chʼera io, e mio fratello Casimiro, più giovane di due anni.
La storia della mia famiglia, di cui non ho ricordato che la fine dei tre suoi ultimi capi, indicava la nostra probabile sorte.
Quando si nasce sotto un Governo col quale si è sicuri di trovarsi tosto o tardi in lotta, bisogna prepararvisi e stare in guardia. È ciò che pensò nostra madre. Il cómpito non era difficile, e non occorreva del genio per definirlo.
Ciò che guasta i caratteri, e per contraccolpoconsolida le tirannie, è la mancanza di abitudine nel sopportare il dolor fisico; è lo sbigottimento subito, che ci colpisce in presenza dei fenomeni, dei fatti morali. Abituare il corpo alle sofferenze e lo spirito ad ogni sorta di urto, gli è rendersi padroni del timone della vita.
—La prospettiva che vi si apre dinanzi, ci disse nostra madre, quando apprese come era morto nostro padre, si riassume in questo: morire combattendo; morire sopra un patibolo, o sotto il knut; perire in Siberia. Non cʼè esempio che un conte di Lowanowicz sia morto per la mano di Dio. Bisogna dunque prepararvi, non già alla morte, che non è nulla, ma a subire con sguardo sicuro, con cuore virile, le ansie terribili che la precedono.
Lʼeducazione, che ella ci diede, fu dunque conseguente a questo programma.
Non parlo dellʼistruzione. Fu quella che gentiluomini ben educati dovevano avere, e potevano ricevere nelle Università tedesche e completare viaggiando. Rammento soltanto che, a quindici anni, noi eravamo maestri consumati nel maneggio dʼogni sorta dʼarmi; che potevamo dormire a cielo scoperto tutta una notte, succintamente vestiti, con venti gradi di freddo; che potevamo restare, senza alcun incomodo, tre giorni a digiuno; che potevamo ricevere qualche colpo di knut senza muover palpebra; che nessun lavoro materiale penoso ci ripugnava; che conoscevamo la geografia del Caucaso, dellʼOremburgo e della Siberia, e diversi dialetti di quelle contrade, come si conosce la propria casa e la propria lingua. Ci eravamo dunque famigliarizzati con tutte le cose impreviste. Eravamo preparati allanostra parte. Ma questa parte non doveva essere la medesima per ambedue.
Il conte Andrea Zamoyski era stato lʼamico di mio padre. Il marchese Alessandro Vielopolski-Myszkowski era parente di mia madre. Questi due personaggi, due incarnazioni della Polonia contemporanea, influirono in diversa maniera sul mio spirito e su quello di mio fratello, e decisero del nostro doppio destino. Io restai Polaccoper operadella Polonia stessa, come il conte Andrea Zamoyski; Casimiro divenne Polaccoper operadella Russia, come il marchese Wielopolski.
—La nobiltà polacca, diceva il marchese, preferirà certo meglio di camminare coi Russi alla testa della civiltà slava, giovane, vigorosa e piena dʼavvenire, che di trascinarsi, imbarazzata, disprezzata, odiata, ingiuriata, in coda alla civiltà decrepita, brogliona e prosuntuosa delle nazioni occidentali. Diamoci dunque ai Romanoff da uomini liberi, che hanno il coraggio di riconoscersi vinti, senza condizioni, senza riserva, con una preghiera silenziosa sulle labbra: di strappare, cioè, alla razza tedesca i brani della Polonia del 1772, chʼessa possiede.
—Restiamo noi medesimi, diceva il conte Zamoyski, poichè Dio non ci ha confusi coi Russi, poichè tutti i tentativi ed i misfatti degli uomini per cangiarci sono falliti. Cinque o sei volte divisa e rimanipolata, vinta nel 1794, schiacciata nel 1831, data in mano alla rude assimilazione tedesca a Posen, massacrata in Gallizia, stritolata sotto la Russia, la Polonia attesta la sua vitalità indestruttibile. Questa nazione è unʼanima anzi tutto. Operiamo come unʼanima, e per lʼanima; siamo il diritto e la giustiziache, alla lunga, trionfano sempre della forza. Esistiamo, e persistiamo. La risurrezione per la forza non ci è mai riescita; proviamo la risurrezione per la trasformazione morale.Sursum corda!
Queste parole non potevano mancare di fare una breccia profonda in un carattere come il mio, freddo, convinto, perseverante, senza paura e senza impazienza. La teoria del marchese scosse mio fratello, cuore pieno di foga, altiero e vendicativo. Noi eravamo, nel fondo, i due sistemi della rinnovazione della Polonia; ma entrambi Polacchi. Pure ci parve che un abisso sʼinterponesse fra noi, e la tenerezza severa di nostra madre fu impotente a colmarlo.
Una circostanza allargò lo spazio che ci separava.
Casimiro sʼinnamorò della moglie di un generale russo, una Polacca. Entrò nellʼesercito russo, e vi fece la sua strada. Nel 1861 era aiutante di campo del granduca Costantino. A quellʼepoca, egli aveva ventidue anni, io ventiquattro. Egli era a Pietroburgo, io a Varsavia.
Arrivavo dalla Germania, quando lʼimperatore Alessandro II venne a Varsavia, nel maggio 1856. Le promesse del conte Orloff al Congresso di Parigi, le intenzioni liberali che si attribuivano al nuovo Czar, mantenevano nellʼEuropa occidentale la meravigliosa speranza della rigenerazione della Russia.Ognuno si rallegrava della parte che andava a toccare alla Polonia in questa palingenesi slava. «Il meno che si potrà fare per noi, ci si diceva, gli è di ritornare alla politica di Alessandro I, formulata al Congresso di Vienna». Si aspettava lo Czar con ansietà, con impazienza; i più scettici, essi stessi, sembravano scossi.
Lo Czar venne. Egli parlò. «Intendo che lʼordine stabilito da mio padre sia mantenuto, dissʼegli. Così, signori, ed anzi tutto, non più ubbie! non più ubbie! La felicità della Polonia, dipende dalla sua intera fusione coi popoli del mio Impero. Ciò che mio padre fece è ben fatto, ed io lo manterrò... Il mio regno sarà la continuazione del suo!...» E siccome uno dei marescialli della nobiltà sembrava voler parlare, così Alessandro II si volse, e riprese: «Mʼavete compreso? Io amo meglio ricompensare che punire... e punirò severamente...»
Ciò che Niccolò aveva fatto della Polonia, il mondo lo sa. Per Alessandro II eraben fatto, ed egli voleva continuare lʼopera paterna.
Io non ricorderò che questo solo fatto. Un giorno, con un decreto, di sua propria mano, Niccolò scrisse la sentenza, cui nulla aveva provocato, della deportazione al Caucaso diquarantacinquemilafamiglie polacche, di cui il Governodiffidava!
Alessandro II aveva detto tutto. La sfida era corsa. Le anime agghiadate si risvegliarono, i cuori arditi si prepararono.
Ma ciò non era tutto ancora.
Lʼeco dellʼunità italiana compiuta risonava nella nostra vecchia coscienza nazionale, gualcita. Lo Czar scelse Varsavia per incontrarsi col re di Prussia elʼimperatore dʼAustria, affin dʼintendersi ed avvisare insieme sulla situazione dellʼEuropa. Egli portava una nuova sfida: una sfida alla Polonia, lʼincarnazione sanguinosa delle nazioni vittime; una sfida allʼEuropa occidentale, che si diceva favorevole alla politica delle nazionalità inaugurata dalla Francia. La lezione di Wilna, ove nessuna dama accettò lʼinvito al ballo che il generale Nazimof dava al suo padrone ed ai cinque principi tedeschi che lʼaccompagnavano, questo avvertimento severo non rischiarò punto lo Czar. Egli si recò a Varsavia coi suoi due condivisori della Polonia. Varsavia restò deserta, fredda, silenziosa come una steppa.
—Gli è lʼimperatore dʼAustria, dissero i cortigiani russi, che è la causa di questo agghiacciato ricevimento.
—Gli è lo Czar che vale allʼimperatore Francesco Giuseppe questo freddo accoglimento! dissero i giornali ufficiali di Vienna.
Lo Czar partì da Varsavia, con lʼanima ulcerata ed umiliata.
Varsavia trasalì sotto lʼingiuria di codesto sinistro ritrovo.
Le dimostrazioni principiarono.
I Siberiani, vale a dire gli esuli ritornati dalla Siberia, in virtù di quellʼequivoca amnistia accordata da Alessandro II pel suo avvenimento al trono, avevano rafforzato quella specie di misticismo pieno di fede, che i poeti avevano già inoculato alla nazione. La rigenerazione per mezzo delle sofferenze, predicata un dì in Italia da Savonarola, era divenuta la leva politica, che doveva agire oggimai per rovesciare la dominazione degli Czar, e stancare laforza. Le dimostrazioni principiarono dunque con uffizii religiosi, onde onorare la memoria dei poeti patriotti Mickiewicz, Krasinski e Slovacki. Il 29 novembre risuonò, per la prima volta nella cattedrale, ilBoze cos Polske, quel canto che è stato la stranaMarseillaisedella nostra ultima insurrezione.
«Signore Iddio—si cantava—tu che durante tanti secoli circondasti la Polonia di splendore, di potenza e di gloria, tu che la coprivi allora del tuo scudo paterno, tu che stornasti per così lungo tempo i flagelli, da cui è stata in fine schiacciata, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, noi ti scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!
«Signore Iddio, tu che più tardi, commosso dalla nostra rovina, hai protetto i campioni della più santa delle cause, tu che hai dato loro il mondo intero a testimonio del loro coraggio, ed ingrandita la loro gloria nel seno stesso della loro calamità, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!
«Signore Iddio, tu il cui braccio giusto e vendicatore brucia in un attimo gli scettri e i brandi dei padroni del mondo, annienta i propositi e le opere dei perversi, risveglia la speranza della nostra anima polacca, rendici la patria. Signore, rendici la libertà!
«Dio santissimo, di cui una sola parola può risuscitarci in un istante, dègnati strappare il Popolo polacco dalla mano dei tiranni, dègnati benedire gli ardori della nostra gioventù; rendici, o Signore, la patria, rendici la libertà!
«Dio tre volte santo, in nome delle piaghe sanguinose del Cristo, dègnati aprire la luce eterna ai nostrifratelli periti per il loro popolo oppresso, dègnati accettare lʼofferta delle nostre lagrime e dei nostri canti funebri; rendici la patria, o Signore, rendici la libertà!
«Dio santissimo, non è scorso un secolo ancora che la libertà è scomparsa dalla terra polacca, e per riconquistarla, il nostro sangue è sgorgato a torrenti; ma se costa tanto perdere la patria di questo mondo, ah! come debbono tremare coloro che perderanno la patria eterna.
«Prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo o Signore, rendici la patria, rendici la libertà!»
Lʼimpulso era dato.
La Società agricola, fondata da Andrea Zamoiski, deliberò allora sul diritto definitivo dei contadini a divenire proprietarii. Gli studenti polacchi arrivarono dalle Università di Kiew, Mosca, Dorpat, e si agitarono in Varsavia onde ottenere unʼUniversità nazionale. Lʼidea dʼun indirizzo allʼImperatore per reclamare una Costituzione e la ricostruzione della Polonia, albeggiò. Giunse il 25 febbrajo 1861.
Era lʼanniversario della battaglia di Grochow. La giornata apparve cupa e caliginosa. La neve era caduta durante la notte, le strade nʼerano bianche. Nessuna parola dʼordine era stata data, perocchè non vʼera presso di noi, come in Italia, un Comitato che regolasse i battiti del cuore nazionale, per ordine, ad ora fissa, con uno scopo determinato. Lʼanima della Polonia è omogenea: i Polacchi sentono allʼunisono. Per un impulso spontaneo, ognuno pensò che bisognava in quel dì pregare per coloro che erano morti per la patria. Cinquantamila persone si trovaronoquindi nelle vie, animati dallʼistessa idea, fiancheggiandosi e seguendosi. Una processione si formò naturalmente. Si comperarono dei ceri per via. Una bandiera collʼaquila bianca, sboccando non si sa donde, si pose alla testa del corteggio. Tutto un popolo con una sola voce, nellʼistesso momento, intuonò lʼinnoSwiety Boze:
«Dio santo, Dio possente, abbiate pietà di noi, degnatevi di renderci la nostra patria; Santa Vergine Maria, regina di Polonia, pregate per noi!»
Nessun disordine. Nessun grido sedizioso. Nessuna disposizione ostile. Neppur lʼombra di unʼarma. Non un viso aggressivo. Tutto ad un tratto, il colonnello Trepow, capo della polizia, si mostra seguìto da due squadroni di gendarmi. La folla cade in ginocchio, e continua a cantare. I soldati si precipitano su quella massa compatta, e sciabolano alla cieca.
Un centinajo di persone caddero morte o ferite.
Io era là. Mia madre toccò una ferita al braccio. Io aveva un revolver in tasca, e restai calmo.
Allʼindomani, la città intera vestì a corruccio.
Il governatore, principe Gortschakoff, sembrò atterrito. Il generale Liprandi ne fu costernato.
Due giorni dopo, il 27, correva lʼanniversario della morte del conte Zawisza ed altri patriotti, impiccati dai Russi come mio padre. Trentamila persone si trovarono riunite nella chiesa del Carmine e nei dintorni. Il massacro dellʼantivigilia non aveva impaurito alcuno, nè le donne, nè i fanciulli. Si assistè alla messa, poi, uscendo, ci disponemmo a processione. Io dava il braccio a mia madre, la quale, quantunque ferita, non volle mancare.
Il generale Zabolotzkoy accorre coi suoi Cosacchi.Noi non avevamo armi. I Cosacchi si sbrancarono sopra di noi. La fucilata risuonò. Gli sterminatori sciabolarono a loro voglia un popolo prosternato, che, colle mani alzate al cielo, cantava:
«Santa Vergine Maria, madre della Polonia, pregate per noi!»
Un centinaio di persone restarono sul lastrico.
Il principe Gortschakoff si precipitò in mezzo alla folla per arrestare la carneficina.
—Ma, alla fin fine, cosa volete? gridò egli quasi fuori di sè.
—Vogliamo una patria! rispose il popolo con una sola voce.
Lʼarcivescovo, il conte Zamoyski, diversi nobili, parecchi notabili si recarono al castello per protestare, con linguaggio severo ed energico, contro lʼordine di quella esecuzione.
—Mi prendete voi forse per un Austriaco! sclamò il principe Gortschakoff indignato. Io non ho dato che un solo ordine: quello di non consegnarvi la cittadella, neppure sopra unʼingiunzione firmata di mia mano.
Il principe era sincero. La sera, la polizia della città fu confidata agli studenti; i Russi furono consegnati nelle loro caserme; un indirizzo allʼImperatore, sottoscritto dallʼarcivescovo, dal gran rabbino, dai marescialli della nobiltà, circolò. Si chiedeva «una chiesa, una legislazione, una istruzione pubblica, una organizzazione sociale, colle stigmate del genio nazionale e delle tradizioni storiche».
La Polonia, che il Governo russo credeva di aver uccisa, si levava di un tratto, ritta, vivente, e dava i brividi allʼEuropa, i cui rimorsi per averla abbandonatasembravano addormentati. Si sparse allora un avvertimento: «In ogni parte della Polonia, diceva questo avviso, sʼindosserà il lutto per un tempo indeterminato.... La corona di spine, ecco il nostro emblema da un secolo! Questa corona ornava jeri i cataletti dei nostri padri.... Essa significa: pazienza nel dolore, sacrifizio, liberazione, e perdono!»
La calma si ristabilì. Ciò aumentò lo stupore e lo spavento dei Russi. Cosa nascondeva quel silenzio?
—Tutta la città vi obbedisce, disse il principe Gortschakoff al conte Zamoyski. Ciò non può durare. Ho delle truppe, adesso; io non vi temo punto.
—Noi siamo pronti a ricevere le vostra palle, rispose il conte.
—No, no, gridò il principe di Gortschakoff: ci batteremo.
—Giammai! Noi non ci batteremo punto, riprese il conte Zamoyski. Ci assassinerete, se lo volete.
—Se avete bisogno dʼarmi, ve ne darò io, disse il principe fuori di sè.
—Noi non le adopreremo, dichiarò il conte Andrea.
I Russi non comprendevano più nulla di una situazione così strana.
—Ma essi non dimandano nulla, disse il granduca Costantino, quando lo Czar lesse davanti la sua famiglia la petizione di Varsavia.
—Gli è precisamente ciò che vʼha di grave! rispose lʼImperatore.
Lʼindefinito spaventava lo Czar. Eppure egli sapeva troppo bene ciò che nascondeva questo indefinito, ciò che le allusioni vaghe dei Polacchi significavano.
Il signor Muchanoff, ministro dellʼinterno a Varsavia—quello stesso che, opponendosi ad ogni sviluppodellʼistruzione pubblica, aveva detto: «Che dipingano codesti Polacchi, così non penseranno!»—il signor Muchanoff scoccò una circolare segreta ai contadini, onde rinnovassero il massacro che il principe di Metternich aveva consumato in Gallizia. Il principe di Gortschakoff lo destituì, e lʼobbligò a partire da Varsavia.
Lo Czar si decise ad inviare un piano di riforma, che non era neppure la realizzazione del famosoStatutodi Niccolò. Queste concessioni ridicole arrivarono in pari tempo delle truppe che marciavano su Varsavia.
Il 7 aprile, la folla, che era stata al cimitero a pregare pei morti di febbraio, si fermò sulla piazza del castello, a fine di chiedere si revocasse il decreto di scioglimento della Società agricola. La piazza era occupata dai soldati. Eʼ si ritirarono. La sera seguente, una moltitudine più numerosa si recò di nuovo sulla piazza onde rinnovare la domanda della vigilia. Noi non avevamo più neppure la bandiera collʼaquila bianca, per non porgere pretesti. Lʼattitudine era pacifica. La voce calma e supplicante. Il principe Gortschakoff scese sulla piazza, e ripetè la sua domanda.
—Insomma, che cosa volete?
—Vogliamo una patria! rispose di nuovo la folla.
In quel momento, passa un postiglione, e fa risuonare col suo corno lʼaria di Dombrowski: «No, la Polonia non perirà!» Tosto un grido entusiasta scoppia. Donne, fanciulli, vecchi, studenti, nobili, ad una voce, con lo stesso accento, gridano: Viva la Polonia!... e tutti cadono in ginocchio.
—Ritiratevi, urlarono le truppe, che accampavano militarmente sulla piazza.
—Uccideteci, ma non ci muoveremo, rispose la folla.
Lʼingiunzione non fu ripetuta.
La fanteria fece fuoco, poi fece fuoco di nuovo, poi ricominciò le sue scariche: quindici volte! Squadroni di cavalleria caricarono. Làsciovi imaginare il macello. Fummo circondati: le donne ed i ragazzi, inginocchiati allʼestremità della piazza, intorno ad una statua della Vergine, gli uomini indietro. Ricevemmo la fucilata e le sciabolate dei Cosacchi, senza muoverci, senza lagnarci, pregando e cantando. La truppa, spaventata, lasciò quel sito.
Non si è mai conosciuto il numero delle vittime.
Un disprezzo della morte, inaudito, entusiasta, irresistibile, sʼimpadronì di noi.
Il principe Gortschakoff ne divenne pazzo, e due mesi dopo morì allʼimprovviso. Egli gridava, due giorni avanti di morire: «Oh! le donne nere! le donne nere! Eccole ancora, eccole.... Allontanatele!»
Il generale Suchozanett gli succedette; ma nel Consiglio dominava il marchese Wielopolski. Non si poterono intendere. Il generale fu richiamato; e lasciando Varsavia, eʼ non seppe domare il turbamento della sua coscienza.
—Potrete accusarmi dʼessere un uomo poco abile, sclamò egli, ma non potrete dire che io fui un carnefice; non ho fatto fucilare nessuno.
Il movimento si stese alle antiche provincie della Polonia del 1772.
Wilna rinnovò le scene di Varsavia.
La situazione prese un aspetto nuovo. La Russia sembrava disposta alla moderazione. La Polonia inaugurava il mezzo della rivendicazione legale dei diritti usurpati.
Il 10 ottobre, ebbe luogo il pellegrinaggio a Horodlo, ove sʼera compiuta lʼunione della Lituania e della Polonia. Ciò poteva dare origine ad una carneficina. Il generale Chrustef, uomo dabbene, lasciò celebrare una messa fuori della città, sopra un altare improvvisato. Lasciò sventolare quaranta bandiere, rappresentanti tutte le provincie dellʼantica Polonia, intorno allʼimmenso vessillo, che portava le armi unite della Lituania e della Polonia.
Lasciò arringare la folla da un prete basiliano del rito greco-unito, il quale, chiudendo, si volse verso il pennone, e sclamò: «Uccello senza macchia, aquila bianca, che un dì distribuisti corone e non ne hai più per te, librati al dissopra dei tuoi fratelli, e va ad annunziare ai quattro angoli del mondo che tu respiri ancora! Cònvoca i tuoi figli, i tuoi emigrati, gli antichi tuoi difensori, e mostra loro il cammino. Tu soffrirai, tu soffrirai molto...; ma un giorno ti alzerai più alto, più alto ancora che nel passato, e spiegherai le tue ali come per benedire la nazione, libera alfine!»
Lʼultima manifestazione doveva aver luogo il 15 ottobre per la celebrazione di una festa religiosa in onore di Kosciusko. Il 14, lo stato dʼassedio fu proclamato. Forse il conte Lambert, il quale era succeduto al generale Suchozanett come luogotenente, ne aveva ripugnanza. Certo è che gli uomini del vecchio partito russo, che lo circondavano, ve lo decisero. Lo stato dʼassedio però non poteva spaventare un popolo, che guardava in faccia la morte con fanatismo voluttuoso.
Dalle sette del mattino, le chiese rigurgitavano di cittadini, le donne a bruno, gli uomini, come sempre,disarmati. La truppa, dalla mezzanotte, occupava militarmente la città.
Essa non sʼoppose allʼentrata dei cittadini nelle chiese, però, cangiando avviso, bentosto li circondò, e li accolse. La Cattedrale ed i Bernardini furono assediati. Nugoli di Cosacchi e di Circassi invasero la città, correndo dovunque, percotendo gli uomini, insultando le donne, saccheggiando le case. Si intimò al popolo di uscire dalle chiese.
—No, rispondemmo unanimi, no, fino a tanto che lʼesercito ci assedia.
Si restò così tutto il giorno. I Polacchi rinsaccati nelle chiese, i Russi accampati alle porte. Lʼansietà divenne estrema. Si prevedevano delle conseguenze sinistre, delle scene di orrore. Avevamo fame e sete. Ad otto ore di sera, si presentò un generale, e cʼintimò di nuovo di renderci alla grazia ed alla mercè del luogotenente del regno.
—No, rispondemmo tutti. Non vi è luogo a grazia, ove non vi è delitto. Resteremo qui, fino a tanto che le truppe non siano rientrate nello loro caserme.
Si accesero i ceri del catafalco, eretto il giorno prima al morto arcivescovo, e sʼintuonò ilSwiety Boze: «Dio santo, Dio potente, abbiate pietà di noi, degnatevi renderci la nostra patria; santa Vergine Maria, Regina di Polonia, pregate per noi».
Alle due del mattino, un nuovo parlamentario recò lʼistessa intimazione. Ottenne la stessa risposta. La situazione aveva acquistato una tensione estrema. La crisi si librava sul nostro capo, cupa, minacciosa, feroce; la sentivamo, la vedevamo. Due ore di angoscia mortale scorsero. Alle quattro, le truppe, in piedi da diciassette ore, tenendoci rinchiusi, minacciandocicon sguardi pieni di odio, ricevettero lʼordine di fare sgombrare le chiese. Lʼordine fu eseguito. Più di duemila persone furono prese e condotte in cittadella.
Questa misura fu causa di rottura fra il conte Lambert ed il generale Gerstenzweig, capo dello stato dʼassedio. Scambiarono parole di collera: Gerstenzweig si bruciò le cervella; il conte Lambert lasciò bruscamente Varsavia.
Il partito della violenza prevalse.
Le chiese, le scuole, i teatri furono chiusi. I Siberiani amnistiati furono rimandati in Siberia. Un gran numero di studenti, di preti, di operaj furono trasportati nel Caucaso e ad Oremburgo. Il gran rabbino e parecchi dei suoi colleghi furono espulsi. Il pastore evangelico Otho condannato alla deportazione, Il Capitolo di Varsavia ebbe dieci proscritti, ed il suo amministratore, vecchio di ottantʼanni, fu condannato a morte. Il reclutamento fu ordinato, applicabile soltanto alle città, sopra una lista di coscritti redatta dalla polizia. La retata del 15 gennaio 1862, eseguita fra unʼora e le otto del mattino, ebbe luogo. La Russia proclamò in faccia allʼEuropa questarazzìadi giovani, presi durante il sonno, come «il trionfo dellʼordine sulla rivoluzione».
La coppa traboccava.
Il 22 gennajo, lʼinsurrezione scoppiò.
Il granduca Costantino, assistito dal marchese Wielopolski, aveva preso il posto di luogotenente imperiale, dopo la partenza del conte Lambert. Il marchese aveva presentato lʼapplicazione del reclutamento esclusivo nelle città come una operazione di depurazione dʼalta polizia, per estirpare dal regno tutti gli elementi di turbolenza. Imperciocchè la coscrizione, appo noi, è un castigo: una Siberia mitigata!
Il Consiglio del distretto di Pioto Kow esponeva per essere esentato «dalla più grande delle disgrazie», che dal 1835 al 1855,undicimilagiovani erano stati rapiti al distretto come reclute, e non ne erano ritornati che 498, la maggior parte dei quali aveva perduto lingua, religione, costumi, e ogni specie di attitudine al lavoro.
Dopo la guerra di Crimea, il reclutamento era stato sospeso. Il granduca ed il marchese ricominciarono la tratta. In pochi giorni, dalla frontiera della Lituania fino al ducato di Posen, la Polonia si coprì di bande composte della gioventù che fuggiva in massa; ed i primi scontri tra i fuggiaschi e le truppe russe avevano luogo nelle foreste dei governi di Plock, Lublino, Sandomir e della Podlachia.
Facendo parte del Comitato nazionale, io aveva dovuto restare a Varsavia.
Non avendo lo intendimento di portare la questione polacca sul terreno della forza, ma di stancare la Russia mediante le dimostrazioni legali del diritto, sorpresi dagli avvenimenti, non avevamo fatto nessun apparecchio dʼarmi. Quindi demmo lʼordine di evitare il combattimento, per quanto fosse possibile. Alcuni fucili da caccia, la falce, il randello ferrato erano essi sufficienti per tener testa alla mitraglia?
I nostri capi di banda pensarono che bisognava combattere per armarsi, impadronendosi dei fucili e dei cannoni dellʼinimico.
La guerra e lʼinsurrezione armata dʼaltra volta ripugnavano alla maggioranza della nazione. I contadini, i nobili, gli studenti stessi tennero, infatti, un riserbo significativo, durante tutta la state del 1862. Con un poʼ più di tatto e di moderazione per parte della Russia, la resistenza armata avrebbe ceduto poco a poco. La violenza, la crudeltà, lʼacciecamento, lʼodio del partito militare, che dominava intorno al granduca Costantino, precipitarono la catastrofe. Quelli che esitavano, si videro trascinati; eʼ si fecero un punto dʼonore di non rinnegare, di non abbandonare coloro che si erano compromessi e coloro che soffrivano della brutalità russa senza averla provocata. Da quel momento, studenti, nobili, contadini, vecchi e donne si misero della partita; e si udì, in un villaggio di Lublino, delle donne, a cui sʼintimava di rendersi, rispondere con questo motto antico: «Qui le donne muojono vicino ai loro mariti, ed i figliuoli vicino ai loro padri».
Breve: nel mese di marzo 1863, avevamo sotto le armi 57,000 combattenti sulla riva sinistra e sulla diritta della Vistola, 30,000 nella Lituania, e più di 30,000 nella Podolia e nellʼUkrania.
I nomi di Langiewicz, di Jezioranski, di Bochdanowicz, di Frankowski, di Podlewski, di Zewandowski risuonavano nei bollettini russi e nel cuore della nazione. Diciassette combattimenti erano stati dati, di cui uno solo disgraziato, e tre dubbii.
Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri, ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento è sempre lo stesso. Non amo parlare che di ciò che ho veduto; e formando parte del Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi, ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non più rientrarvi—di addormentarmi nellʼagonia, per risvegliarmi in Siberia.
Non ebbi neppure migliore ventura, allorchè potei alla fine entrare in campagna. Il Comitato mi aveva inviato allʼincontro delle bande formate in Galizia, entrate di già in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella città, posta sotto gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai Wysocky nella foresta di Zeloski, ove sʼera accampato, sul punto di dar battaglia.
Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.
Era unʼora dopo mezzogiorno, il 1.ogiugno 1863. Penetrammo nella città per le paludi, avendo dellʼacqua marcia fino al petto. I Russi ci aspettavano. Lʼurto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, nè dato un colpo di sciabola, che un dragonedi Kargopot, del granduca Costantino, si avvisò di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono muti. Lʼazione, mi fu detto, era stata delle più sanguinose e delle più drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli, aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della città devota ai Polacchi. Tutto ciò può esser vero. Avvenne così in ogni tempo, avviene ancora oggidì in ogni sito dove sono stati e sono soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.
Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra un poʼ di paglia, nellʼangolo di un magazzino, in compagnia di diversi altri più o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme. Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi avevano alleggerito della borsa, dellʼorologio e del portafogli. La fu per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricordò immediatamente quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi molto conosciuto nellʼesercito russo in Polonia. Non fui dunque niente meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, lʼeroe della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe, poichè levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.
Io poteva arrossire a mio comodo di questa parentela, ma il maggiore non voleva saperne tanto. Ordinò una barella, mi fece trasportare nella casa che occupava egli stesso, e mi confidò alle cure del chirurgo il più abile, di cui disponeva. La mia ferita era spaventevole. Il cranio franto, ladura-madretagliata, la sostanza grigia del cervello tocca.... In breve, io aveva novantacinque probabilità contro cinque di non cavarmi di là; ed in prospettiva, disse il dottore, se mi tiravo dal mal passo, la pazzia o lʼidiotismo, lʼintervento provvidenziale del Consiglio di guerra permettendolo. Infrattanto la febbre si dichiarò, sopravvenne il delirio, una specie di coma mi accasciò e durò quarantotto ore. Il chirurgo era polacco. Quindici giorni dopo, nulla ostante, io era in convalescenza! Il sedicesimo giorno, il maggiore Semenow accompagnava mia madre, che era accorsa da Varsavia.
—Che disgrazia, figlio mio, sclamò essa, vedendomi quasi guarito: tu non morrai delle tue ferite!
Il maggiore Semenow, scosso da questo voto di una madre, si ritirò confuso e quasi costernato.
Al 5 agosto, il dottore Kazala dichiarò che io era in istato di viaggiare. Da quindici giorni, il maggiore, ora colonnello Semenow, aveva ricevuto lʼordine di spedirmi a Varsavia. Mia madre dovette lasciarmi.
Ho io bisogno di dire che in tutto questo si manifestava la misteriosa protezione di mio fratello? Egli aveva appreso dal rapporto della battaglia, mandato dal maggiore al luogotenente generale, che io era in mezzo ai prigionieri, come parecchi altri nobili, e interveniva a mio favore, senza mostrarsi.
Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo grado e la sua posizione, si trovò presente alla mia partenza per darmi un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi. Nella Ribitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due gendarmi coi facili carichi stavanmi dirimpetto. Lʼufficiale era un tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krünn. Fumava sempre, beveva finchè aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, così mi trattò con molta deferenza. Forse il colonnello Semenow lʼaveva messo in guardia. Comunque si fosse, gli è che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia volontà, cui, del resto, io dissimulava sotto la più delicata urbanità. Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.
Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere dʼacqua putrida degli stagni divenivano scintillanti, il verde nerodelle foreste si smaltava di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia è di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo di Francia ed il denso cobalto del cielo dʼItalia. Viaggiavamo notte e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano fresche, soprattutto verso lʼalba, e quasi sempre umide. La nebbia, che cʼinvestiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il capitano Krünn temeva che io ne soffrissi, vedendomi così delicato, di un aspetto quasi femmineo. Imperciocchè il cielo della Siberia non mi aveva dato la tinta virile, che mi osservate oggidì. Il bleu dei miei occhi si è addensato sotto lʼardente riverbero dei ghiacci del paese degli Zchoukos; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra, è divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si è abbronzata sotto lʼalito dei venti del mare del polo; la vita snella e fine si è ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a quellʼepoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia deglʼinsorti e portavo una specie di kepì rosso orlato di nero.
Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver unʼidea della celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir pazzo, talmente il sangue,che mi affluiva alla testa, mi dava delle allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo scacciare del mio spirito lʼorrido pensiero della mia posizione, ma esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, lʼaria libera, lʼinfinito cielo, il movimento e lʼimponente linguaggio della natura, la vista dellʼuomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a Varsavia.
Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto di entrare in una necropoli. Lo stato dʼassedio pesava sugli abitanti, come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce, lʼaria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse. Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il cuore. Che faceva mia madre a quellʼora? Pregava, senza dubbio. Alcuni cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima di mangiarli.
La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria del colonnello, comandante della cittadella. Eʼ fu avvertito del mio arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere lʼabitudine; perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito, ed il capitano Krünn sʼintrattenne con lui alcuni istanti, parlando a voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.
Il colonnello mʼinterrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui. Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per timore di un rifiuto, mʼastenni di emetterla. Fu quindi in tale stato che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde lʼavevano tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con unʼimmensa porta munita di un abbaino.
È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono nè più nè meno atroci di quelle dellʼimperatore Francesco I dʼAustria, e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da fare contro la Russia, che lʼesagerazione diviene inutile, e disonora chi se ne serve. Fuigettato sopra unʼumida pietra, e la porta si rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al supplizio di quella folla di farnetiche larve, che sʼimpadroniscono del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della prigione.
Allʼindomani fui risvegliato dʼimprovviso dal carceriere e dal rumore dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio. Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. «Tanto meglio, dissi io, lʼaffare sarà presto finito». Però non fu davanti al Consiglio di guerra che mi condussero.
Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato dʼassedio. Ciò mi sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.
Si sfiorò lʼinterrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante, aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad esser impiccato—secondo lʼumore, la fantasia, lo stato di digestione dei giudici, e lʼora del giudizio. Lʼistruzione sʼaggirò sopra altro terreno.
Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, coʼ miei principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta, mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva lʼostilità che regnava framio fratello e me. Non sʼignorava il mio odio contro i Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?
—Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.
—Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.
Il colonnello fissò sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e ripetè:
—Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.
—Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poichè vi permettete simili accuse!
—Leggerò ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un sorriso trionfante.
Allora ei frugò nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow, e ne tirò fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dallʼovest al sud, di traverso, a zig-zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni grotteschi. Ei me lo presentò, e mi disse:
—Leggete un poʼ codesto.
Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.
Ecco di che si trattava.
La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far visita ad una signora, che aveva suo figlio tra glʼinsorti di quel paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui cʼera carta e calamaio, una bambina di quattro anni sʼera divertita a scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo: «Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!»La ragazzina aveva quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e lʼaveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed avevan veduto lo strano geroglifico. «È uno scritto in cifra!» aveva probabilmente esclamato il commissario incaricato dellʼistruzione del mio processo. E come tale, ei lʼaveva inviato fra le carte a mio carico. Da uno scritto in cifra allʼesser membro del Comitato, ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla miracolosa velocità dʼimmaginazione dʼun giudice dʼistruzione che ha già un partito preso?
La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.
—Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.
—Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi dʼun bimbo, che vuole scimmiottar la scrittura?
—E chi è il bimbo che lʼha fatti?
Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica? Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato! Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare quellʼabisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello Czar.
Lʼonnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore, e maneggiava a suo grado lʼanima nazionale, stordivalʼimperatore Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto. Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.
Ciò che vʼha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero a confermare lʼopinione prestabilita dalla Commissione dello stato dʼassedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la tortura.
—Vi accordo ventiquattrʼore di riflessione, mi disse il colonnello presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo il poteredi fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.
—Signor presidente, io parlo; ma non è colpa mia, se non posso accettare il linguaggio che mʼimponete.
Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella porta, pel quale filtrava unʼaria mefitica e la luce dʼuna lanterna, accesa notte e giorno allʼaltra estremità del corridojo. Restai in piedi dietro quel finestrino, onde respirare quantʼaria potessi, perocchè mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi accorsi che non ero solo.
—Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di là.
—Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.
Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci eravamo conosciuti in società. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi. Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la a manifestazione del 15 ottobre, e torturato, perchè anchʼegli sospetto di appartenere al Comitato. Aveva già presi duebagni di sangue, essendo passato due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva a brani; il corpo non presentava più che una piaga putrescente. Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane, della carne salata, ed una sola brocca dʼacqua per Zoliwski.
—E la mia brocca? chiesi io.
—Lʼho dimenticata; ve la porto...
La porta si rinchiuse.
—Non toccate la carne, prima che vʼabbiano portato lʼacqua, disse Zoliwski. Questa dimenticanza è forse premeditata. Vogliono farvi fare le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.
Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.
La notte era già avanzata, quando lʼispettore della prigione venne ad annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.
—Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si serrasse; non voglio riceverlo.
Mio fratello seguiva a due passi lʼispettore. Udì la mia risposta, e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva, esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si inumidirono.
Lʼindomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato dʼassedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere, era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazioneumoristicache io aveva dato sul documento principale dellʼistruzione contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso dellagherminella, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili cheio doveva traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi sarei mozzata la lingua coʼ miei denti, e lʼavrei inghiottita piuttosto che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la miavia crucis, e presentare dinanzi ai miei occhi quellʼestasi che nascondeva ai martiri il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi. Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio compagno di carcere; e consentì. Lʼispettore aveva dunque accompagnata la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed introdusse anche la mia nella muda.
Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del colloquio, forse lʼultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,—i lamenti sono di rado eroici—, per lasciare ogni libertà alle loro confidenze, allʼeffusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.
Mia madre era donna dʼaltra tempra. Ella aveva il carattere forte, ma drammatico. Sarebbestata grande e nobile nella ristretta cerchia della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire lʼintera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno. La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto derogare al suo carattere, se lʼavesse lasciata vedere, ed ella fosse apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue braccia, ed io sentii per la prima volta lʼatrocità delle manette, non potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.
Lo confesso, ne fui afflitto.
Io non le domandava unʼora di eroismo, ma unʼora di tenerezza materna.
—Ho veduto tuo fratello, mi dissʼella. Egli mi disse che tu non hai voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si sono aggravate su te.
—Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.
—Tu non sai forse ciò che ti riservano, continuò essa.
—Se lʼavessi ignorato, madre mia, ho lì, nella persona del mio compagno, Carlo Zoliwski, lʼesempio terribile del loro potere, di ciò chʼessi fanno prima di uccidere.
—Tu non hai a temere nè le verghe, nè lo knut, rispose mia madre; tu godi ancora del privilegio della nobiltà, lʼesenzione dalle pene corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e colpire lʼanima.
—Lo so.
—Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.
—Ma egli resistette.
—Levitox subì tali slogamenti di membra, che preferì mettere il fuoco al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.
—Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci allʼinfamia.
—Gorski restò quarantottʼore sospeso pei piedi, colla testa in giù, sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.
—Ciò avveniva al tempo di quel mostro che si chiamò lo czar Nicolò; ora non si commettono più di tali atrocità.
—Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo vedrai domani.
—Sì, mi hanno minacciato di ciò. Ma io voglio vederlo. Io son preparato.
—Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti si tormenterà per istrapparti delle confessioni; e ti si manderà al patibolo perchè ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre, mi basta.
—Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quandʼanche avessi qualcosa a dire, e non ho nulla, io non posso parlare.
—Ma, disgraziato figliuolo, gli è appunto quello che io temo. Tu potresti parlare, perchè non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevoleturbamento che essi gettano nel tuo sangue. Chi può esser sicuro di sè? Chi conosce appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo sospiro, che può esser interpretato come una confessione, è il disonore.
—Oh! Dio mio, madre mia, perchè venite voi a mettere questa costernazione nellʼanima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io mostrato qualche segno che vʼispiri codesti dubbii?
—Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza è segnata. Il tuo patibolo è rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sarà anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo lʼaltro nel partito figlio dei carnefici. Sono stanca di piangere, di sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia, per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi neppure una fiera parola?...
—Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.
—Io preferisco non più vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici. Dunque, figlio mio, la mia risoluzione è presa. Io non voglio che tu subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del carnefice. Poichè tu devi morire, muori di mia mano; poichè tu devi passare per unʼagonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anchʼio il mio.
—Che cosʼè ciò, madre mia?
—Dellʼacido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. LʼEuropa ne sarà atterrita, e avrà forse un rimorso.
—Mai più, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio destino, qualunque possa essere. Non più una parola su ciò. Voi mi fate arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quellʼangolo della segreta, ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perchè mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io più vile, che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.
—Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce sì affranta, sì spenta, che parve mandasse lʼultimo anelito. Di grazia, o signora, datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ciò che rifiuta.
Essi avevano udito la nostra conversazione, benchè tenuta a voce bassa. La madre di Zoliwski si trascinò ai piedi di mia madre, senza aprir bocca, e li abbracciò. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la persona.
—Guardatemi, signora, continuò Zoliwski. Non ho un pollice della mia pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato; non ho più un osso al suo posto; non ho più un organo che funzioni altrimenti che per darmi gli spasimi più atroci. Le ore della mia spaventevole agonia sono contate. Abbiate pietà di un cristiano, signora; abbreviate, poichè lo potete, il mio terrore: io assisto alla mia distruzione.
La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, benchè esitasse.
—Sarebbe un omicidio! esclamai io.
—No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse.... Orrore! lʼinfamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia, signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani lʼonore e la vita di un uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.
—Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.
Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di acido prussico, e se lʼera cacciato in bocca.
—Lʼaltro per mio figlio, dissʼella alzandosi: Dio onnipotente non mi strapperebbe più questo.
Non posso descrivervi il terrore, che sʼimpadronì di noi. Chiamare i carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla, era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski lo spettacolo della morte di sua madre era unʼesecrabile atrocità. Le preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla. La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio. La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile. Lʼeloquenza del figlio avrebbe intenerito lo CzarNiccolò. Io non sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria.—Mia madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la mano, abbandonò la capsula, e compì lʼomicidio. La madre di Zoliwski gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si precipitò sul suo figlio.
Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non respiravano. Tutto ad un tratto lʼabaino della segreta si rischiarò. Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo stridere delle chiavi. Lʼispettore delle prigioni entrò. Lʼora del colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.—La cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il figlio si tenevano allacciati nelle braccia lʼuno dellʼaltra, bocca a bocca, cuore su cuore. Lʼispettore li scorse, e non ricevette risposta... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.
Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, «la terra dalla quale non si ritorna più!»
La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra, in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori forzati in Siberia.
Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me collʼistruzione e col lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso. Pure, siccome lʼapplicazione della pena non principiava che dal giorno del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora deʼ due privilegi della nobiltà russa: lʼesenzione dai castighi corporali, e il non esser condotto in Siberia perconvoglio.
Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da Kiu fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dellʼufficiale che li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.
Quando io ebbi udita la mia sentenza e lʼebbi sottoscritta, mi denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono levate le manette, che mʼavevano chiuso i polsi durante un mese.
Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più inebbriante.
Mentre si procedeva a questa operazione, lʼispettore della prigione mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere. Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno, i funzionarii sono venali. Lʼispettore mi rimetteva quel denaro di nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei stivali. Era quella unʼarma di salvezza. Lʼindomani, a cinque ore, mi trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.
Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello, ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì, senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi tenesse il broncio. Mʼingannavo. Rannicchiata dietro lʼangolo di una casa, mi vide passare, e svenne.
La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta col destino.
Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora, ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più unavolontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.
Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri allʼora, che aumentò, anzi che diminuire, fino a Nertscinsk.
La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla dʼaffabile nei miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza legale e di rivolta, se lʼoccasione mi avesse favorito. La natura esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente. Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir, che traversammo in mezzo alla nebbia dellʼalba, mi parve desolata. Nijni-Novogorod aveva lʼaspetto di una decorazione dʼopera. Sospesa quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra unʼaltura ove alcuni precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in comunicazioneil Baltico col Caspio, lʼaorta della Russia, ove la sua vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a vela, barche dʼogni sorta sʼincrociavano, venendo dal nord o dallʼest, o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono, al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni delle razze e semi-razze dellʼEuropa e dellʼAsia, dal Parigino fino ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle tappe successive.
Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la via ordinaria.
Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari dʼaltronde pel tipo, i costumi e le abitudini deʼ suoi abitanti. Tutte le varietà del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si scorgono i resti di quelle orde venute dallʼAsia, la cui origine è nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da quella grande linea.
Da questʼAsia pittoresca, che si traversa, si casca in una città assolutamente europea, Kazan, ove cʼè museo, università, ginnasio, osservatorio, vescovato,teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò che una città incivilita può offrire diconfortable, di fastoso, di aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo lʼaspetto dʼun tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime prove. Ondʼè che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione del resto, che ronzavano a me dʼintorno, sia che io restassi nella kibitka, o che cercassi ravvivare un poʼ le gambe indolenzite negli uffizii delle tappe. I gendarmi mʼinformarono allora che mio fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi, essi mormoravano: «Suo fratello è lʼaiutante favorito del Granduca Costantino; chi sa dunque?» Non occorreva di più.
Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dellʼarte, faceano poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama non acquista una bellezza affascinante che allʼalba ed al tramonto,quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.