VI.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale; dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i torrenti sonori e... la Siberia: lʼindefinito e lʼinfinito.Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè: il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un banco, e mi addormentai.Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario, la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di borghi, o piuttostostabilimenti, come li chiamano, proprietà in parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli. Si estrae il ferro, il rame, anche lʼoro, il platino, lʼargento, e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le casee gli abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han lʼaria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che, durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti; le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno unʼanima sola—unʼanima che sfida lʼaudacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia! La città ha qualche bellʼedifizio: la zecca, lo stabilimento della direzione delle mine, lʼarsenale ove si fondono cannoni e fabbricano armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale: forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj dʼoro e di platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più unʼanima.I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta chiusi impunemente per otto mesi dellʼanno in camera riscaldatissime, poco o punto aereate.Poi di nuovo la pianura. Passiamo lʼIsset, poi la Tura, sulla quale si stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare, mentre si cambiavano i cavalli, quando scôrsi alla porta dellʼalbergo della posta parecchi uffiziali russi. Mi vi assisi. Essi osservavano i miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.—Uno sventurato, risposero i gendarmi, un Polacco condannato politico.Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicinò, e mi pregò, coi modi più dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi sentii commosso: lʼinvito era così imprevisto, inatteso, contrario al corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a discendere. Sʼintuonò lʼaria di Dombrowski:No, la Polonia non perirà!Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di repubblicani? Un motto sopra tutto mi colpì: questo motto è tutto un programma, forse il programma dellʼavvenire.—Non è contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo fratelli dʼarme. Prima di essere Russo o Polacco, gli è mestieri esser uomo.Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia è il paeseove si consuma più di questo vino, autentico o apocrifo che sia.Il destino definitivo dei deportati è fissato dalla Commissione che siede a Tobolsk, quando condannati vi arrivano per convoglio. Io arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo per parecchi giorni, molto al di là di Tomsk. Le strade sono cattive, il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo lʼIchim presso Abatskaia, e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoichè le tribù dei Kalmuki e dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.La Siberia pesava già sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il Yenisei, uno dei più larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.La kibitka si fermò innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia, vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Unʼora non era scorsa, che avevo già ricevuto la visita del comandante della fortezza e del commissario di polizia, e chʼero chiamato alla presenza del governatore.La sala dʼaspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione, qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a contemplare i ferri dei miei piedi.La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici polacchi. Eʼ lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le risoluzioni.Uno dei consiglieri uscì dal gabinetto del generale per vedermi. La fisionomia, lʼetà, la costituzione, le maniere del condannato hanno un peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale può essere un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi squadrò dal capo ai piedi, con quellʼaria scrutatrice degli scozzoni, che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame durò parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine eʼ dimandò:—Tusei dunque malato?Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi così circospetti, una gravità sì vera ed assoluta, che mio fratello stesso, dallʼetà di quindici anni, non mi aveva più dato dal tu. Quel tu, scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era nè della mia casa nè deʼ miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo, e gli dissi:—Voivʼingannate: io sto benissimo.Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrugò. Eʼ non rispose. Volse le spalle, e si ritirò.La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i Polacchi che lavoravano nellʼuffizio del generale. Essi sclamarono ad una voce: Disgraziato!Scorse unʼora, unʼora di tortura.Il consigliere riapparve.—Signore, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.Nertscinsk è la Caina di Dante, vale a dire la cerchia più spaventevole dellʼinferno del forzato in Siberia.La sentenza mi colpì al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido non durò, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era il più vicino alla frontiera cinese ed allʼOceano Pacifico—due porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Giù mi attendevano unʼaltra kibitka ed unʼaltra scorta, quella che doveva accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad Omsk, viaggiando dì e notte—in media 14 chilometri lʼora.Partimmo allʼistante.Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nellʼestasi del sogno della liberazione!Il paese, per cui passiamo, ha lʼaspetto selvaggio e monotono; ma è solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che sʼentra nelle paludi della Baraba.Il postiglione di questa stazione mi domandò se ioavessi una maschera; imperciocchè, quantunque i primi buffi di vento dellʼOceano glaciale avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e feci bene.Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga—una specie dʼimbuto in fra gli altipiani più elevati dellʼObi e del Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che le riceve, non le assorbe. Da ciò gli stagni ed i pantani fetidi e micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le fuggono. Non vi sʼincontra che qualche pastore Ostiako, squallido, tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita, che pascolano unʼerba fresca e succulenta.Gli era infatti un mare dʼerba, che ondulava sotto il vento, ed ove migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani, di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue dʼogni poro, pugnalati da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.Kamsk è al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a Kolivan od a Omsk.La strada che segue, fino a Karghinsk, è quasi sempre nellʼacqua. Per indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno oscilla sotto le ruote del veicolo, lʼacqua si agita, il vapore si sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami dʼabete, denudati dellʼintonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee, iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che allʼalba ed al tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!A qualche versta di là, un dramma orrendo si compiè sotto i miei occhi, vicino a Karghinsk. Unatarantaci seguiva, tirata da cinque cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il postiglione apostrofava col suo linguaggio più energico, pregando nel tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto, udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude. Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo allʼerba, seguìto da un nugolo nero dʼinsetti, poi le erbe cessarono di ondulare, glʼinsetti piombarono sur unpunto come un uragano sibilante, il movimento si estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli della strage.A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per cinquanta ore. La contrada non divenne però più gaia. Noi volavamo sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a Novozaimsk, non vedendo unʼanima che desse indizio di vita fra quelle macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo lʼObi sur una chiatta, la strada conteggiò gli stagni. Qualche figura dal tipo mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e là: miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco tutto ciò che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli, coperti di pelli di montoni, cui lʼEuropa si è abituata a considerare ed a temere con una specie di terrore misterioso.La Russia è abilissima nel dar le traveggole.Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola città avrebbe una fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle strade. Il quartiere tartaro, allʼest, giace sul Toru, che taglia a mezzo la città.Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore di lavatoj dʼoro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di un esule. Un curioso dimandòal gendarme chi io mi fossi. La Polacca udì la risposta. Ella si distaccò come un lampo dal braccio del manto, si slanciò su di me, e mi baciò. Poi strappò dal suo collo un piccolo cuore di oro, e me lo porse, dicendo:—Vien di laggiù.... era di mia madre!Il marito andò a cercare del pane e del sale, e me lʼofferse sur un desco, soggiungendo:—Dio vi consoli, fratello!Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.E la kibitka fendè lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad Atchiusk, separa la Siberia orientale dallʼoccidentale. A Krasnoirk termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa città ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino, specchiandosi nellʼIenisei, presenta uno splendida panorama. Poi, carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare, passeggio, caffè, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!! Vʼè alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda libertà, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?La strada, fino a Kansk, è magnifica. Noi scendiamo al galoppo la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo lʼIenisei, dalle correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago; traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo lʼaltro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pinied erbe verdeggianti, la catena degli Oltai a destra e dei Soblonoi di fronte, arriviamo finalmente a Irkeretsk, la capitale della Siberia orientale, adagiata sul versante elevato dellʼAngara—a un mese da Pekia.In questa città, più chiese che case, case a mattoni e tugurii in legno; il movimento febbrile di una capitale che fa assai; macadam, marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sullʼAngara, lampioni ad olio, milionari: non portinaj nè lacche di montone!Il governatore è il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della polizia, Wokoulski, capitò. Egli esaminò le mie carte, ed ordinò ai gendarmi di continuare la strada. Non si curò nemmeno di dimandarmi se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto aver bisogno di un poʼ di riposo.Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto la mia filza (incartamento), due gendarmi, dallʼuniforme azzurro e dallʼelmo di rame, spinsero lì dentro un bipede legato ed incatenato come una bestia feroce. Egli è impossibile figurarsi alcun che di più orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk. Egli avea cancellato, mediante lʼacido fosforico, le lettere fatalivor, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.—Chi dunque ha perfezionata così la tua bellezza? gli domandò il custode del corpo di guardia.—Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.—Povero uomo, sclamò lʼaltro. Ora, sai tu ciò che la bontà dello Czar ti riserba?—Ebbene, che dunque? chiese il forzato.—Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replicò lʼaguzzino.—Li subirò, disse il vor di unʼaria rassegnata e maligna. Cosa è ciò? Ma non è dello knut che io mi lamento; gli è del mio onore che sʼinsulta, dicendo che io sono un vor corretto.—Sopporterà desso i cinquanta colpi di knut? dimandai al mio gendarme.—Prima del ventesimo, eʼ sarà crepato. Pertanto quel mariuolo potria bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il dito mignolo.—Ecco ciò che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quellʼuomo e me non vi è più alcuna differenza: siamo entrambi forzati!—Andiamo, gridò il mio postiglione; io sono pronto.Un colpo di frusta, e Irkutsk restò alle nostre spalle. Saliamo sempre, contornando la splendida valle dellʼAngara, il livello del lago Baikal essendo più alto di quello della pianura. LʼAngara, più larga del Reno, scorre tra due sponde alte a moʼ difalaise, rimboscate di pini e di cedri. La corrente è forte; il colore dellʼacqua è turchino. Il paese è coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e nere e foreste di abeti. LʼAngara, allo sboccare del lago, larga più di un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate lì come i duepilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa dʼacqua limpida e mugghiante.A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi dellʼanno; in ottobre comincia a gelare.Questo lago è forse il più grande del mondo: 600 chilometri sur una larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli è un cratere vulcanico spento, la cui profondità non ha potuto essere scandagliata. Le rocce obrupte, che lʼinquadrano, hanno unʼaltezza, in qualche parte, di circa 1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dallʼaspetto fantastico e basaltico. Lʼacqua è dolce ed azzurra; lʼondata ha lʼincesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde è bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; là essi dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. Lʼeco sempre sveglia. Si direbbe che il Baikal è un pozzo gigantesco, dai margini merlati.Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi andò a cercare untelegaper continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne, poichè la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio. Il viaggiofu così abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette radianti dei monti Vablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili, ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde azzurrognolo.Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera è larghissima. È dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che ha il corso il più lungo; perocchè, sotto nomi diversi, le sue acque sʼimmettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300 leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.Prima di giunger a Tchita, il nostro telega si ruppe. Continuammo la via a piedi fino a questa città. Alla mia destra, si stendeva la Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz-Khan; alla sinistra, le rive del Baikal. Poi, le tribù nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera cinese. Silenzio e solitudine ovunque: lʼinverno cominciava. Lʼaquila ed il caimano, essi stessi, emigravano verso lʼalto Gobi, abbandonando i deserti chiaro-azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo loro più prede. Il suolo non ha più vita...Infine, eccoci a Nertscinsk.Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato. Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dallʼannunzio della mia sentenza, dellʼavvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in faccia al destino.VI.Nertscinsk è un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di una scuola delle miniere. La direzione e lʼamministrazione dello scavo delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti. Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord-ovest, fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di là del confluente della Schilka e dellʼArgun, lungo lʼAmur. Io non avevo dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. Eʼ mi squadrò con una persistenza fredda, che mi rivoltò internamente; sfogliò il mio incartamento, e non mʼindirizzò affatto la parola.Allʼindomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo adiposo, dallʼocchio vivo, di origine tedesca, dallʼaspetto gradevole ed esperto.—Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese egli.—Sì, signore.—Avete lʼaria malata ed assai delicata; perchè non avete voi dimandato di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.—Perchè ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.Il direttore tacque, e mi osservò più attentamente; poi soggiunse:—Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a dimandarmi?—Sì, se lʼosassi, non sapendo se ciò sia nelle vostre attribuzioni.—Osate.—Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi che non ho levato i miei stivali.—E poi ancora?—Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verderame....—Ciò, no. La pena è fissata dal governatore generale della Siberia occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poichè voi venivate nella Siberia orientale. Gli è dunque il governatore generale della Siberia orientale, che può revocare la sentenza, ovvero il concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che può derogarvi. Bisognerà fare una domanda e farla appoggiare dal direttore della miniera di Ukbul.—Mi rassegno.—Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì. Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.Eʼ chiamò, e dette degli ordini. Unʼora dopo, ero sgravato dei ferri, e passeggiavo per la città.Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditoriiche si portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano lʼaddolciva più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie catene fino ad Ukbul!Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie. Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze—e compresi lʼutilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.Il direttore, o piuttosto lʼispettore, al quale il mio gendarme rimise le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò dʼiscrivermi al registro dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie diyurta, cui due altri minatori già occupavano. Cessai dʼallora di essere un individuo, e non fui più cheil numero367.Allʼindomani mi condussero alla miniera.I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi. La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi dei Sablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio della miniera. Lʼinverno, quella cascata si cangiavain una gittata di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, lʼinverno, assumevano lʼaria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca. Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto lʼanno; gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro mesi un bellʼornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, lʼinverno era cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè erba, nè uccelli; un sole squallido di freddo, che si coricava alle tre e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma rischiarando poco; o lʼuragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una fatica snervante.Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dellʼInghilterra, del Belgio, dellʼAllemagna, perocchè io aveva studiato la geologia e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili—e perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere della Siberia non mʼoffrirono alcuno di quei progressi che facilitano lʼesplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per lʼestrazione dellʼacqua e la trazione del minerale, non ferrovie nellʼinterno delle gallerie, nonmen-engine, come si chiama in Inghilterra, ofahrkunst, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i minatori; non lʼassisa salubre del minatore inglese e la candela al cappello che lo rischiara.Il pozzo dellʼUkbul aveva 430 metri di profondità,ad asse inclinata. Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche di riposo,—operazione che prendeva unʼora e mezzo, e due ore per salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale, così pericoloso.Dugento cinquanta minatori lavoravano allʼopere diverse dellʼinterno, sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti sotto la direzione dʼun intendente. La miniera aveva degli strati di rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie. La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta ad un verricello. Lʼinfiltramento dellʼacqua, durante lʼinverno, diminuiva moltissimo, e lʼacqua gelava appena messa in contatto dellʼaria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.Io non obblierò giammai la prima impressione che mi colpì.Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro, servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo, delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dallʼalto, esagerava i cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ciò che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglinoche avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano già, ed io udiva i colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla roccia. La banda, di cui io faceva parte, si fermò ai tre quarti della scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.Si lavorava già ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava un buco di mina, battendo lʼun dietro lʼaltro sullo scalpello, cui un terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto lʼaddentar dellʼacciaio. In una galleria vicina, si trasportava il minerale abbattuto fino al sito dellʼestrazione. Il luogo era schiarato appena. Lʼaria mancava, e la respirazione ne soffriva. Benchè più calda che alla superficie del suolo, lʼaria era ancora pizzicante e viziata in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno, che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si rinnovellavano ogni settimana—degli sfondamenti imprevisti, talvolta provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero lʼesplosione a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere: arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, lʼintendente tratteneva i pochi kopeki di mercede, che lʼintraprenditore della miniera accordava per vivere. Imperciocchè il Governo non somministra ai condannati che duepounddi farina di segala—33 chilogrammi—e cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.Dappoichè la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii allʼaspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi, con cenci infami, lʼalito fetido, la pelle scagliosa o screpolata, bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici, dei corpi affranti, esalando lʼanima, alitando, ferendosi ad ogni colpo di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi, disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano dal suolo lʼun dopo lʼaltro come apparizioni dellʼinferno, o sprofondavano nelle ombre, come se il moto li avesse assorbiti. Credevo sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre mi assalì. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei miei compagni dellayurtaera anchʼegli condannato politico—un Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e che vi era giunto appena da una settimana.Lʼaltro coabitatore dellayurtaera un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso. Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sueyurte.A capo di una settimana, la disperazione sʼimpossessò di me. Non avevo più forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ciò accelerava la mia morte. Non mangiavo più. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi finirla.Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni ancora di lavoro, ed acquistavo la libertà! Io scavava dunque con una specie di rabbia tutto il dì. Una fibra della mia vita se ne andava ad ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ciò mi spossò. Allʼindomani, non potei più levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne. Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.Quando ripresi i sensi, quarantʼotto ore dopo, mi trovai in uno stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette, sovrapposte lʼuna allʼaltra, non lasciando fra le due file che lo spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello di sotto. Lʼoscurità vi era quasi completa; lʼaria putrida. I meno ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in quel carnaio; i forzaticonvalescenti rinculavano dinanzi lʼofficio di infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi però, come qualcuno a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi, cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, allʼaria libera, deciso di morire sotto la miayurtacome un cane, anzi che sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. Eʼ mi raccolse, e mi portò nellayurta....Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi sì magro e pallido, mi collocò in una compagnia che lavorava al di fuori, alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.—Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che delitto avete voi commesso?—Sono polacco, risposi io.—Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; lʼuovo che sʼincaparbia a schiacciare il martello!—Capitano, sapete voi che cosa è la patria?—Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata lʼinfanzia, ove ho lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.—Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar, fosse lʼimperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel bruto mi sembrò sconcertato.Lʼinverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi sempre allʼaria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto. Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o per unʼaltra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad unʼaltra occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io prendeva delle misure per svignarmela.Lʼevasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dellʼAmour, ove comincia la frontiera cinese—la Mandchuria. Formai i miei piani; tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma lʼintensità del freddo è diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini, sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi. Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde del mare del Giappone. Insomma,io mi abituavo a considerare la mia deportazione in Siberia come una partita di piacere, unʼoccasione singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza venne a tagliar corto alle mie visioni.Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il concessionario delle miniere, arrivò.Eʼ veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nerscinsk. Mi aveva rimarcato, quando io uscii dallʼanticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nerscinsk, ed udito con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nerscinsk. A Ukbul aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece chiamare.—Signore—mi disse egli, guardandomi con attenzione,—percorrendo il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri, e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho lʼabitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che posso. Lʼuomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e nellʼavvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.Le parole erano sensate e dure; ma egli avevail sorriso sulle labbra, la benevolenza nella voce. Che rispondere?—Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.—Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più. I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi rammentate troppo.—Ma....—Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le moschettate. Mio padre ne tirò non male contro i Francesi, i quali vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e che vi hanno destinato alle miniere che io fo lavorare, proviamo, io di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque lʼoccupazione che io posso darvi? Cosa sapete fare?—Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il francese, lʼinglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica, il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii, un uomo che diceva: bisogna impararedapprima le cose utili per sè e per gli altri—ed ei mʼinsegnò la storia naturale, la botanica, la geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche, lʼeconomia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi chiamò.—Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia giusto. Abbandonerete la miniera. Eʼ mi sembra impossibile che il governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da mettere in ordine, e son dietro da redigere una memoria per lo Czar. Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete economista, geologo e botanico.....—Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.—Lo ritoccherò io. Dʼaltronde non si tratta di suppliche. Io era un semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e lʼindustria ho guadagnato qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto lʼoccasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non può durare così in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non è punto cara: al contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno strato dihumusfertilissimo sopraun letto di ghiaccio eterno; le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e nondimeno, la Siberia è il soggiorno della desolazione e della miseria. No, la non può durare così. Vi è un vizio radicale nel sistema. Io non pretendo averlo scoverto, ma avrò il coraggio di segnalare almeno qualcuno dei difetti secondarii.—Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi fatale.—In Russia non vi è di fatale che la verità politica. Del resto, non vi è a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i Cosacchi per imporci la libertà! Il male che io segnalo è di natura affatto economica: gli è lo sciupìo delle forze. Si aggioga un elefante per trasportare un foglio di carta! Non vi è proporzione tra lo sforzo ed il prodotto. Si distorna lʼattività umana dalla produzione utile, durevole,—lʼagricoltura,—per la produzione effimera e minima, comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di ciò. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra unʼora. Siate pronto.Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur un altro piano, scegliere forse unʼaltra via. Se fossi stato sicuro almeno di restare ad Yrkutsk!....Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk mi nominava professore di lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, sʼintende, dellʼimperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo inoltre lʼalbum della signora Jukowski di paesaggi e caricature, suonavo le contradanze,come Astatchef lʼaveva bene indovinato, e giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ciò per 100 rubli al mese! Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza. La frontiera toccava per così dire la mia porta. La città di Kiakhta è a tre o quattro giorni, perslitta, nellʼinverno, e là comincia la Cina. Pekino non è che a 360 leghe.Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno. Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a caccia. E lʼottenni.VII.Un incidente complicò il mio destino.Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del 1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o male allogati, esercitano unʼindustria, occupano un posto, riempiono una funzione; e ciò tanto più facilmente, che taluni degli emigrati delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari, dopo quellʼequivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito più di una volta mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui felice di apprendere chʼegli abitava Yrkutsk; imperciocchè egli nonera stato compreso nellʼamnistia. Mi recai immediatamente da lui.Eʼ dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad aprirmi la porta, e mi annunziò al vegliardo.Il colonnello aveva poco più di sessanta anni, ma pareva ne avesse ottanta. Cieco da dieci anni, eʼ si teneva accovacciato sur una seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.—Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanovicz, signore? mi dimandò egli, udendo il rumore dei miei passi.—Sì, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.Eʼ si alzò, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasciò quasi sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella mia, cui egli continuava a premere, sclamò con voce profondamente commossa:—Lʼonnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara dallʼaltro. Ci levammo con unsimultaneo sentimento istintivo, e le labbra di Cesara e le mie si toccarono.—Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io sarò un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.Allʼindomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva un focolare. La consolazione entrò nella famiglia. Cesara vi spandeva talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi inni polacchi. Io non parlava più di evadermi, o piuttosto ne parlavamo come di un progetto aggiornato ad unʼepoca indeterminata. Perchè? Ho bisogno di dirvelo?La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato la stima del generale Jukowski, lʼaffezione della parte femminina della sua casa, la benevolenza dellʼistituto ove insegnavo, e la simpatia di tutta la città, senza mettervi gran che del mio, conservando una dignità molto vicina alla fierezza. Vivevamo nellʼagiatezza. Il signor Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di pieno suo gusto ed aveva già indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.Alla fine di agosto, il colonnello morì subitamente, di unʼaneurisma al cuore.Nel mese di settembre, arrivò il generale Ozeroff, governatore di Jakutsk.Questo generale, aspettando lʼasciolvere, si mise un mattino a sfogliare lʼalbum che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi presentò al suo ospite, il generale Ozeroff....La scattò come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il generale Jukowski mi consegnò, da una mano allʼaltra, come una delle curiosità cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure il tempo di gridare: «E le mie polke! chi dunque suonerà i mieiLanciers?» Io aveva cangiato di proprietario. Non restava più che una piccola formalità di cancelleria da compiere per mutare il mio numero, e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena dʼinterrogarmi, di chiedere il mio avviso, benchè io mi fossi presente!—Eʼ non si trattava più di un uomo.Essi mi avevano non pertanto fulminato.Dopo la morte del colonnello, lʼamor mio per Cesara aveva acquistato lʼintensità di una passione irresistibile. Nel rantolo dellʼagonia, il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva promesso.—Voi la sposerete! fu lʼultima parola del vegliardo.—La sposerò! fu lʼultima parola che egli potè udire sulla terra.Che promessa avevo io fatta!Il deportato in Siberia non si può ammogliare che nella classe la più infima e la meno rispettabile della società. Se egli vuole contrarre altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli è libero. Ma, se vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella posizione di Cesara, eʼ bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello Czar. In un modo e nellʼaltro però, i suoi figli restano egualmente servi della Corona. Se egli è amnistiato, i suoi figliuoli non possono accompagnarlo: eʼ sono esclusi dallʼamnistia, e non cessano di esser servi.Lʼukase dellʼemancipazione ha migliorato un poʼ le condizioni di questi miserabili.Potevo io dunque tenere la mia promessa?Dʼaccordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto, accelerammo i preparativi della fuga.Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino, io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk, sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.Questo itinerario, gremito altresì di pericoli, lungo, irto di difficoltà, era un atto di disperazione. Nondimeno, non andavamo a tentare Dio.Lʼordine della partenza per Yrkutsk si abbattè sulle nostre speranze, e le stritolò.Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la portai al generale Jukowski. Gli confessaiil mio amore. Gli parlai della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente. Lʼavevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il resto.Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.Percorremmo dapprima unʼassai bella strada, fiancheggiata di rododendri e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dellʼAngara. A Katsciugsk, cʼimbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal, e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240 leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù. Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: lʼOrlenga, la Kuta; dei laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelletoundrasdi questi laghi che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi,che Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede allʼAccademia di Pietroburgo.Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste, il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente. A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust-Kutsk, scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini, la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk, cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde pallido.La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk, ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso più triste ancora dallʼaspetto dei Tungusi: grosse teste difformi, coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le rocce della sponda destra sʼinnalzano a picco. Un poco più innanzi, ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50 verste da Yakutsk, cessa ladimora del contadino russo, e comincia il paese dei Yakuti.Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.La Lena correggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.Alle tre, era notte.Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come lʼinverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di musica, e più tardi le lezioni dʼinglese e di piano, e la partita di scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.—Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto gentiluomo, come egli aveva fatto granduca Alessandro II, prima di essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia. Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi lʼonore dʼinsegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto ed onesto, sorrise, e soggiunse:—Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio ritratto, spero bene?—A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita, Alice, un cotal che di cosacco, diventi anni, alta, violenta, col naso allʼinsù, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti, altieri, audaci, provocatori.... un turbine! Lʼaltra, Elisabetta, una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole, bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere, dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una. Ma io avevo il cuore preso altrove.Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era abbastanza atto a sostenere il loro cicalìo nelle interminabili sere dʼinverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi sa? gli uomini sono così volubili! Non era che da due anni soli che le signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per installarmi. Affittai una piccola casa in legno, allʼestremità della città, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bellʼe meglio, per staccarne una stanzuccia, unʼalcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati. In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i più costosi del mobilio del colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto in famiglia.Ma era provvisorio.La nostra evasione restava ferma più che mai, sotto il desío della libertà ed il soffio ardente dellʼamore.Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto più: la notte è eterna.Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ciò per otto mesi dellʼanno. La neve si accumulava fino allʼaltezza delle case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per terra le più solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Réaumur) tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La contrada è circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo. Glʼindigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli, onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli, degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si vive di pesca; perocchè le numerose correnti di acqua ed i laghi di queste contrade sono ricchi disalmo nelma, disalmo lavaretus, di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che mangiano putrefatti e crudi.La primavera è la stagione più dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci cominciano a fondere. Le paludi sono unʼimboscata ad ogni passo; perocchènon si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si mangia allora che le bacche raccolte: lʼairella rossa, la camerina nera (empetrum nigrum), il lampone rosso, lʼuva orsina ed il frutto della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce, matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli per otto mesi dellʼanno.Io mʼebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto vidi, mi formai il criterio dellʼepoca che avevo a scegliere e della strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma, siccome queste armi dovevano essere lʼistrumento di mia salvezza, così io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.Feci, durante lʼinverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature, le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di picchetto. Il generale mi trattavacon affabilità, ma io non obbliai giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per avventura mi permettessi o lasciassi prendere un poʼ di dimestichezza. Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk. Lasiberienne, al suono delgausli, specie di salterio, ci mise sovente in vena dicancan. Ma io non condussi giammai Cesara con me. Chi avrebbe creduto chʼessa non mi fosse altro che una sorella? La feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse, perchè lʼuno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri per lavorare ai miei apparecchi.Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto calcolato, lʼinverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A quellʼepoca dellʼanno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gliostrogs—posti di Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo alle nevi—senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi a me due vie: discenderela Lena fino alla foce dellʼAldan, rimontar questo fiume fino alla foce dellʼUtsciur, risalire questo corso di acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea; ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i boschi e le tribù dei Jakuti, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Andyr, nel mare di Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica, tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo e dalla Compagnia russo-americana, ed il naviglio europeo ed americano bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono più numerosi tra Yakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Yakutsk ed il capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi allʼopera.Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk. Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi viaggiatori che fanno cattivi affari, ma eʼ sobillava ciò dallʼorecchio allʼorecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi principii politici. Egli continuavaa fabbricare cappellini da donna con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna, che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a pani, insegnava la mazurka ed ilancierse perfino gli sgambetti di Chicard, commetteva deicalembours, e componeva le liste dei desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono bellamente. Durante lunghe sere dʼinverno, che non passai dal governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai accuratamente di pelli dʼorso e di cuscini di piume, e vi adattai un mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva dalla testa ai piedi, a moʼ dei Jakuti, unchest-protectordi pelle di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo, bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi. Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro lunghi stivali tuffati essi stessi entro deichiravardi pelle di orso, compievano lʼabbigliamento.Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti lʼuno allʼaltro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la corteccia dellʼontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di pelle dʼorso camosciata, col pelo dentro anchʼessa: sopra tutto ciò due pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle dʼorso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era lʼessenziale. Se trovavamo per via delleyurtedʼindigeni, potevamo poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se leyurtemancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita contro tutte le intemperie, o sotto lapologue—piccola tenda in pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto del veicolo, due abiti di state. Lʼestate precedente avevamo avuto un caldo di 34 gradi Réaumur.Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare. Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470 cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi dipemmican, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi, perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare ad una buona provvigione di acquavite. Presi un poʼ di farina, del sale, del biscotto, del tabacco, esopratutto del thè. Poi due accette, una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale; dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i torrenti sonori e... la Siberia: lʼindefinito e lʼinfinito.Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè: il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un banco, e mi addormentai.Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario, la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di borghi, o piuttostostabilimenti, come li chiamano, proprietà in parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli. Si estrae il ferro, il rame, anche lʼoro, il platino, lʼargento, e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le casee gli abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han lʼaria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che, durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti; le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno unʼanima sola—unʼanima che sfida lʼaudacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia! La città ha qualche bellʼedifizio: la zecca, lo stabilimento della direzione delle mine, lʼarsenale ove si fondono cannoni e fabbricano armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale: forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj dʼoro e di platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più unʼanima.I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta chiusi impunemente per otto mesi dellʼanno in camera riscaldatissime, poco o punto aereate.Poi di nuovo la pianura. Passiamo lʼIsset, poi la Tura, sulla quale si stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare, mentre si cambiavano i cavalli, quando scôrsi alla porta dellʼalbergo della posta parecchi uffiziali russi. Mi vi assisi. Essi osservavano i miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.—Uno sventurato, risposero i gendarmi, un Polacco condannato politico.Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicinò, e mi pregò, coi modi più dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi sentii commosso: lʼinvito era così imprevisto, inatteso, contrario al corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a discendere. Sʼintuonò lʼaria di Dombrowski:No, la Polonia non perirà!Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di repubblicani? Un motto sopra tutto mi colpì: questo motto è tutto un programma, forse il programma dellʼavvenire.—Non è contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo fratelli dʼarme. Prima di essere Russo o Polacco, gli è mestieri esser uomo.Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia è il paeseove si consuma più di questo vino, autentico o apocrifo che sia.Il destino definitivo dei deportati è fissato dalla Commissione che siede a Tobolsk, quando condannati vi arrivano per convoglio. Io arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo per parecchi giorni, molto al di là di Tomsk. Le strade sono cattive, il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo lʼIchim presso Abatskaia, e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoichè le tribù dei Kalmuki e dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.La Siberia pesava già sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il Yenisei, uno dei più larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.La kibitka si fermò innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia, vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Unʼora non era scorsa, che avevo già ricevuto la visita del comandante della fortezza e del commissario di polizia, e chʼero chiamato alla presenza del governatore.La sala dʼaspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione, qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a contemplare i ferri dei miei piedi.La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici polacchi. Eʼ lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le risoluzioni.Uno dei consiglieri uscì dal gabinetto del generale per vedermi. La fisionomia, lʼetà, la costituzione, le maniere del condannato hanno un peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale può essere un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi squadrò dal capo ai piedi, con quellʼaria scrutatrice degli scozzoni, che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame durò parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine eʼ dimandò:—Tusei dunque malato?Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi così circospetti, una gravità sì vera ed assoluta, che mio fratello stesso, dallʼetà di quindici anni, non mi aveva più dato dal tu. Quel tu, scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era nè della mia casa nè deʼ miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo, e gli dissi:—Voivʼingannate: io sto benissimo.Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrugò. Eʼ non rispose. Volse le spalle, e si ritirò.La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i Polacchi che lavoravano nellʼuffizio del generale. Essi sclamarono ad una voce: Disgraziato!Scorse unʼora, unʼora di tortura.Il consigliere riapparve.—Signore, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.Nertscinsk è la Caina di Dante, vale a dire la cerchia più spaventevole dellʼinferno del forzato in Siberia.La sentenza mi colpì al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido non durò, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era il più vicino alla frontiera cinese ed allʼOceano Pacifico—due porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Giù mi attendevano unʼaltra kibitka ed unʼaltra scorta, quella che doveva accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad Omsk, viaggiando dì e notte—in media 14 chilometri lʼora.Partimmo allʼistante.Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nellʼestasi del sogno della liberazione!Il paese, per cui passiamo, ha lʼaspetto selvaggio e monotono; ma è solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che sʼentra nelle paludi della Baraba.Il postiglione di questa stazione mi domandò se ioavessi una maschera; imperciocchè, quantunque i primi buffi di vento dellʼOceano glaciale avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e feci bene.Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga—una specie dʼimbuto in fra gli altipiani più elevati dellʼObi e del Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che le riceve, non le assorbe. Da ciò gli stagni ed i pantani fetidi e micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le fuggono. Non vi sʼincontra che qualche pastore Ostiako, squallido, tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita, che pascolano unʼerba fresca e succulenta.Gli era infatti un mare dʼerba, che ondulava sotto il vento, ed ove migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani, di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue dʼogni poro, pugnalati da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.Kamsk è al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a Kolivan od a Omsk.La strada che segue, fino a Karghinsk, è quasi sempre nellʼacqua. Per indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno oscilla sotto le ruote del veicolo, lʼacqua si agita, il vapore si sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami dʼabete, denudati dellʼintonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee, iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che allʼalba ed al tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!A qualche versta di là, un dramma orrendo si compiè sotto i miei occhi, vicino a Karghinsk. Unatarantaci seguiva, tirata da cinque cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il postiglione apostrofava col suo linguaggio più energico, pregando nel tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto, udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude. Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo allʼerba, seguìto da un nugolo nero dʼinsetti, poi le erbe cessarono di ondulare, glʼinsetti piombarono sur unpunto come un uragano sibilante, il movimento si estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli della strage.A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per cinquanta ore. La contrada non divenne però più gaia. Noi volavamo sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a Novozaimsk, non vedendo unʼanima che desse indizio di vita fra quelle macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo lʼObi sur una chiatta, la strada conteggiò gli stagni. Qualche figura dal tipo mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e là: miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco tutto ciò che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli, coperti di pelli di montoni, cui lʼEuropa si è abituata a considerare ed a temere con una specie di terrore misterioso.La Russia è abilissima nel dar le traveggole.Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola città avrebbe una fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle strade. Il quartiere tartaro, allʼest, giace sul Toru, che taglia a mezzo la città.Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore di lavatoj dʼoro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di un esule. Un curioso dimandòal gendarme chi io mi fossi. La Polacca udì la risposta. Ella si distaccò come un lampo dal braccio del manto, si slanciò su di me, e mi baciò. Poi strappò dal suo collo un piccolo cuore di oro, e me lo porse, dicendo:—Vien di laggiù.... era di mia madre!Il marito andò a cercare del pane e del sale, e me lʼofferse sur un desco, soggiungendo:—Dio vi consoli, fratello!Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.E la kibitka fendè lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad Atchiusk, separa la Siberia orientale dallʼoccidentale. A Krasnoirk termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa città ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino, specchiandosi nellʼIenisei, presenta uno splendida panorama. Poi, carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare, passeggio, caffè, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!! Vʼè alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda libertà, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?La strada, fino a Kansk, è magnifica. Noi scendiamo al galoppo la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo lʼIenisei, dalle correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago; traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo lʼaltro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pinied erbe verdeggianti, la catena degli Oltai a destra e dei Soblonoi di fronte, arriviamo finalmente a Irkeretsk, la capitale della Siberia orientale, adagiata sul versante elevato dellʼAngara—a un mese da Pekia.In questa città, più chiese che case, case a mattoni e tugurii in legno; il movimento febbrile di una capitale che fa assai; macadam, marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sullʼAngara, lampioni ad olio, milionari: non portinaj nè lacche di montone!Il governatore è il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della polizia, Wokoulski, capitò. Egli esaminò le mie carte, ed ordinò ai gendarmi di continuare la strada. Non si curò nemmeno di dimandarmi se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto aver bisogno di un poʼ di riposo.Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto la mia filza (incartamento), due gendarmi, dallʼuniforme azzurro e dallʼelmo di rame, spinsero lì dentro un bipede legato ed incatenato come una bestia feroce. Egli è impossibile figurarsi alcun che di più orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk. Egli avea cancellato, mediante lʼacido fosforico, le lettere fatalivor, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.—Chi dunque ha perfezionata così la tua bellezza? gli domandò il custode del corpo di guardia.—Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.—Povero uomo, sclamò lʼaltro. Ora, sai tu ciò che la bontà dello Czar ti riserba?—Ebbene, che dunque? chiese il forzato.—Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replicò lʼaguzzino.—Li subirò, disse il vor di unʼaria rassegnata e maligna. Cosa è ciò? Ma non è dello knut che io mi lamento; gli è del mio onore che sʼinsulta, dicendo che io sono un vor corretto.—Sopporterà desso i cinquanta colpi di knut? dimandai al mio gendarme.—Prima del ventesimo, eʼ sarà crepato. Pertanto quel mariuolo potria bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il dito mignolo.—Ecco ciò che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quellʼuomo e me non vi è più alcuna differenza: siamo entrambi forzati!—Andiamo, gridò il mio postiglione; io sono pronto.Un colpo di frusta, e Irkutsk restò alle nostre spalle. Saliamo sempre, contornando la splendida valle dellʼAngara, il livello del lago Baikal essendo più alto di quello della pianura. LʼAngara, più larga del Reno, scorre tra due sponde alte a moʼ difalaise, rimboscate di pini e di cedri. La corrente è forte; il colore dellʼacqua è turchino. Il paese è coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e nere e foreste di abeti. LʼAngara, allo sboccare del lago, larga più di un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate lì come i duepilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa dʼacqua limpida e mugghiante.A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi dellʼanno; in ottobre comincia a gelare.Questo lago è forse il più grande del mondo: 600 chilometri sur una larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli è un cratere vulcanico spento, la cui profondità non ha potuto essere scandagliata. Le rocce obrupte, che lʼinquadrano, hanno unʼaltezza, in qualche parte, di circa 1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dallʼaspetto fantastico e basaltico. Lʼacqua è dolce ed azzurra; lʼondata ha lʼincesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde è bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; là essi dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. Lʼeco sempre sveglia. Si direbbe che il Baikal è un pozzo gigantesco, dai margini merlati.Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi andò a cercare untelegaper continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne, poichè la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio. Il viaggiofu così abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette radianti dei monti Vablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili, ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde azzurrognolo.Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera è larghissima. È dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che ha il corso il più lungo; perocchè, sotto nomi diversi, le sue acque sʼimmettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300 leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.Prima di giunger a Tchita, il nostro telega si ruppe. Continuammo la via a piedi fino a questa città. Alla mia destra, si stendeva la Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz-Khan; alla sinistra, le rive del Baikal. Poi, le tribù nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera cinese. Silenzio e solitudine ovunque: lʼinverno cominciava. Lʼaquila ed il caimano, essi stessi, emigravano verso lʼalto Gobi, abbandonando i deserti chiaro-azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo loro più prede. Il suolo non ha più vita...Infine, eccoci a Nertscinsk.Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato. Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dallʼannunzio della mia sentenza, dellʼavvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in faccia al destino.VI.Nertscinsk è un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di una scuola delle miniere. La direzione e lʼamministrazione dello scavo delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti. Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord-ovest, fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di là del confluente della Schilka e dellʼArgun, lungo lʼAmur. Io non avevo dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. Eʼ mi squadrò con una persistenza fredda, che mi rivoltò internamente; sfogliò il mio incartamento, e non mʼindirizzò affatto la parola.Allʼindomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo adiposo, dallʼocchio vivo, di origine tedesca, dallʼaspetto gradevole ed esperto.—Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese egli.—Sì, signore.—Avete lʼaria malata ed assai delicata; perchè non avete voi dimandato di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.—Perchè ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.Il direttore tacque, e mi osservò più attentamente; poi soggiunse:—Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a dimandarmi?—Sì, se lʼosassi, non sapendo se ciò sia nelle vostre attribuzioni.—Osate.—Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi che non ho levato i miei stivali.—E poi ancora?—Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verderame....—Ciò, no. La pena è fissata dal governatore generale della Siberia occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poichè voi venivate nella Siberia orientale. Gli è dunque il governatore generale della Siberia orientale, che può revocare la sentenza, ovvero il concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che può derogarvi. Bisognerà fare una domanda e farla appoggiare dal direttore della miniera di Ukbul.—Mi rassegno.—Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì. Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.Eʼ chiamò, e dette degli ordini. Unʼora dopo, ero sgravato dei ferri, e passeggiavo per la città.Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditoriiche si portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano lʼaddolciva più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie catene fino ad Ukbul!Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie. Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze—e compresi lʼutilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.Il direttore, o piuttosto lʼispettore, al quale il mio gendarme rimise le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò dʼiscrivermi al registro dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie diyurta, cui due altri minatori già occupavano. Cessai dʼallora di essere un individuo, e non fui più cheil numero367.Allʼindomani mi condussero alla miniera.I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi. La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi dei Sablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio della miniera. Lʼinverno, quella cascata si cangiavain una gittata di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, lʼinverno, assumevano lʼaria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca. Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto lʼanno; gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro mesi un bellʼornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, lʼinverno era cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè erba, nè uccelli; un sole squallido di freddo, che si coricava alle tre e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma rischiarando poco; o lʼuragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una fatica snervante.Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dellʼInghilterra, del Belgio, dellʼAllemagna, perocchè io aveva studiato la geologia e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili—e perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere della Siberia non mʼoffrirono alcuno di quei progressi che facilitano lʼesplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per lʼestrazione dellʼacqua e la trazione del minerale, non ferrovie nellʼinterno delle gallerie, nonmen-engine, come si chiama in Inghilterra, ofahrkunst, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i minatori; non lʼassisa salubre del minatore inglese e la candela al cappello che lo rischiara.Il pozzo dellʼUkbul aveva 430 metri di profondità,ad asse inclinata. Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche di riposo,—operazione che prendeva unʼora e mezzo, e due ore per salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale, così pericoloso.Dugento cinquanta minatori lavoravano allʼopere diverse dellʼinterno, sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti sotto la direzione dʼun intendente. La miniera aveva degli strati di rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie. La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta ad un verricello. Lʼinfiltramento dellʼacqua, durante lʼinverno, diminuiva moltissimo, e lʼacqua gelava appena messa in contatto dellʼaria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.Io non obblierò giammai la prima impressione che mi colpì.Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro, servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo, delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dallʼalto, esagerava i cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ciò che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglinoche avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano già, ed io udiva i colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla roccia. La banda, di cui io faceva parte, si fermò ai tre quarti della scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.Si lavorava già ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava un buco di mina, battendo lʼun dietro lʼaltro sullo scalpello, cui un terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto lʼaddentar dellʼacciaio. In una galleria vicina, si trasportava il minerale abbattuto fino al sito dellʼestrazione. Il luogo era schiarato appena. Lʼaria mancava, e la respirazione ne soffriva. Benchè più calda che alla superficie del suolo, lʼaria era ancora pizzicante e viziata in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno, che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si rinnovellavano ogni settimana—degli sfondamenti imprevisti, talvolta provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero lʼesplosione a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere: arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, lʼintendente tratteneva i pochi kopeki di mercede, che lʼintraprenditore della miniera accordava per vivere. Imperciocchè il Governo non somministra ai condannati che duepounddi farina di segala—33 chilogrammi—e cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.Dappoichè la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii allʼaspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi, con cenci infami, lʼalito fetido, la pelle scagliosa o screpolata, bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici, dei corpi affranti, esalando lʼanima, alitando, ferendosi ad ogni colpo di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi, disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano dal suolo lʼun dopo lʼaltro come apparizioni dellʼinferno, o sprofondavano nelle ombre, come se il moto li avesse assorbiti. Credevo sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre mi assalì. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei miei compagni dellayurtaera anchʼegli condannato politico—un Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e che vi era giunto appena da una settimana.Lʼaltro coabitatore dellayurtaera un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso. Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sueyurte.A capo di una settimana, la disperazione sʼimpossessò di me. Non avevo più forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ciò accelerava la mia morte. Non mangiavo più. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi finirla.Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni ancora di lavoro, ed acquistavo la libertà! Io scavava dunque con una specie di rabbia tutto il dì. Una fibra della mia vita se ne andava ad ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ciò mi spossò. Allʼindomani, non potei più levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne. Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.Quando ripresi i sensi, quarantʼotto ore dopo, mi trovai in uno stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette, sovrapposte lʼuna allʼaltra, non lasciando fra le due file che lo spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello di sotto. Lʼoscurità vi era quasi completa; lʼaria putrida. I meno ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in quel carnaio; i forzaticonvalescenti rinculavano dinanzi lʼofficio di infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi però, come qualcuno a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi, cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, allʼaria libera, deciso di morire sotto la miayurtacome un cane, anzi che sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. Eʼ mi raccolse, e mi portò nellayurta....Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi sì magro e pallido, mi collocò in una compagnia che lavorava al di fuori, alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.—Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che delitto avete voi commesso?—Sono polacco, risposi io.—Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; lʼuovo che sʼincaparbia a schiacciare il martello!—Capitano, sapete voi che cosa è la patria?—Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata lʼinfanzia, ove ho lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.—Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar, fosse lʼimperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel bruto mi sembrò sconcertato.Lʼinverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi sempre allʼaria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto. Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o per unʼaltra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad unʼaltra occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io prendeva delle misure per svignarmela.Lʼevasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dellʼAmour, ove comincia la frontiera cinese—la Mandchuria. Formai i miei piani; tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma lʼintensità del freddo è diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini, sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi. Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde del mare del Giappone. Insomma,io mi abituavo a considerare la mia deportazione in Siberia come una partita di piacere, unʼoccasione singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza venne a tagliar corto alle mie visioni.Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il concessionario delle miniere, arrivò.Eʼ veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nerscinsk. Mi aveva rimarcato, quando io uscii dallʼanticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nerscinsk, ed udito con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nerscinsk. A Ukbul aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece chiamare.—Signore—mi disse egli, guardandomi con attenzione,—percorrendo il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri, e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho lʼabitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che posso. Lʼuomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e nellʼavvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.Le parole erano sensate e dure; ma egli avevail sorriso sulle labbra, la benevolenza nella voce. Che rispondere?—Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.—Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più. I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi rammentate troppo.—Ma....—Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le moschettate. Mio padre ne tirò non male contro i Francesi, i quali vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e che vi hanno destinato alle miniere che io fo lavorare, proviamo, io di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque lʼoccupazione che io posso darvi? Cosa sapete fare?—Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il francese, lʼinglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica, il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii, un uomo che diceva: bisogna impararedapprima le cose utili per sè e per gli altri—ed ei mʼinsegnò la storia naturale, la botanica, la geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche, lʼeconomia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi chiamò.—Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia giusto. Abbandonerete la miniera. Eʼ mi sembra impossibile che il governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da mettere in ordine, e son dietro da redigere una memoria per lo Czar. Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete economista, geologo e botanico.....—Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.—Lo ritoccherò io. Dʼaltronde non si tratta di suppliche. Io era un semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e lʼindustria ho guadagnato qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto lʼoccasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non può durare così in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non è punto cara: al contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno strato dihumusfertilissimo sopraun letto di ghiaccio eterno; le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e nondimeno, la Siberia è il soggiorno della desolazione e della miseria. No, la non può durare così. Vi è un vizio radicale nel sistema. Io non pretendo averlo scoverto, ma avrò il coraggio di segnalare almeno qualcuno dei difetti secondarii.—Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi fatale.—In Russia non vi è di fatale che la verità politica. Del resto, non vi è a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i Cosacchi per imporci la libertà! Il male che io segnalo è di natura affatto economica: gli è lo sciupìo delle forze. Si aggioga un elefante per trasportare un foglio di carta! Non vi è proporzione tra lo sforzo ed il prodotto. Si distorna lʼattività umana dalla produzione utile, durevole,—lʼagricoltura,—per la produzione effimera e minima, comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di ciò. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra unʼora. Siate pronto.Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur un altro piano, scegliere forse unʼaltra via. Se fossi stato sicuro almeno di restare ad Yrkutsk!....Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk mi nominava professore di lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, sʼintende, dellʼimperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo inoltre lʼalbum della signora Jukowski di paesaggi e caricature, suonavo le contradanze,come Astatchef lʼaveva bene indovinato, e giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ciò per 100 rubli al mese! Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza. La frontiera toccava per così dire la mia porta. La città di Kiakhta è a tre o quattro giorni, perslitta, nellʼinverno, e là comincia la Cina. Pekino non è che a 360 leghe.Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno. Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a caccia. E lʼottenni.VII.Un incidente complicò il mio destino.Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del 1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o male allogati, esercitano unʼindustria, occupano un posto, riempiono una funzione; e ciò tanto più facilmente, che taluni degli emigrati delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari, dopo quellʼequivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito più di una volta mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui felice di apprendere chʼegli abitava Yrkutsk; imperciocchè egli nonera stato compreso nellʼamnistia. Mi recai immediatamente da lui.Eʼ dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad aprirmi la porta, e mi annunziò al vegliardo.Il colonnello aveva poco più di sessanta anni, ma pareva ne avesse ottanta. Cieco da dieci anni, eʼ si teneva accovacciato sur una seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.—Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanovicz, signore? mi dimandò egli, udendo il rumore dei miei passi.—Sì, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.Eʼ si alzò, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasciò quasi sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella mia, cui egli continuava a premere, sclamò con voce profondamente commossa:—Lʼonnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara dallʼaltro. Ci levammo con unsimultaneo sentimento istintivo, e le labbra di Cesara e le mie si toccarono.—Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io sarò un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.Allʼindomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva un focolare. La consolazione entrò nella famiglia. Cesara vi spandeva talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi inni polacchi. Io non parlava più di evadermi, o piuttosto ne parlavamo come di un progetto aggiornato ad unʼepoca indeterminata. Perchè? Ho bisogno di dirvelo?La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato la stima del generale Jukowski, lʼaffezione della parte femminina della sua casa, la benevolenza dellʼistituto ove insegnavo, e la simpatia di tutta la città, senza mettervi gran che del mio, conservando una dignità molto vicina alla fierezza. Vivevamo nellʼagiatezza. Il signor Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di pieno suo gusto ed aveva già indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.Alla fine di agosto, il colonnello morì subitamente, di unʼaneurisma al cuore.Nel mese di settembre, arrivò il generale Ozeroff, governatore di Jakutsk.Questo generale, aspettando lʼasciolvere, si mise un mattino a sfogliare lʼalbum che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi presentò al suo ospite, il generale Ozeroff....La scattò come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il generale Jukowski mi consegnò, da una mano allʼaltra, come una delle curiosità cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure il tempo di gridare: «E le mie polke! chi dunque suonerà i mieiLanciers?» Io aveva cangiato di proprietario. Non restava più che una piccola formalità di cancelleria da compiere per mutare il mio numero, e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena dʼinterrogarmi, di chiedere il mio avviso, benchè io mi fossi presente!—Eʼ non si trattava più di un uomo.Essi mi avevano non pertanto fulminato.Dopo la morte del colonnello, lʼamor mio per Cesara aveva acquistato lʼintensità di una passione irresistibile. Nel rantolo dellʼagonia, il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva promesso.—Voi la sposerete! fu lʼultima parola del vegliardo.—La sposerò! fu lʼultima parola che egli potè udire sulla terra.Che promessa avevo io fatta!Il deportato in Siberia non si può ammogliare che nella classe la più infima e la meno rispettabile della società. Se egli vuole contrarre altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli è libero. Ma, se vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella posizione di Cesara, eʼ bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello Czar. In un modo e nellʼaltro però, i suoi figli restano egualmente servi della Corona. Se egli è amnistiato, i suoi figliuoli non possono accompagnarlo: eʼ sono esclusi dallʼamnistia, e non cessano di esser servi.Lʼukase dellʼemancipazione ha migliorato un poʼ le condizioni di questi miserabili.Potevo io dunque tenere la mia promessa?Dʼaccordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto, accelerammo i preparativi della fuga.Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino, io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk, sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.Questo itinerario, gremito altresì di pericoli, lungo, irto di difficoltà, era un atto di disperazione. Nondimeno, non andavamo a tentare Dio.Lʼordine della partenza per Yrkutsk si abbattè sulle nostre speranze, e le stritolò.Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la portai al generale Jukowski. Gli confessaiil mio amore. Gli parlai della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente. Lʼavevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il resto.Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.Percorremmo dapprima unʼassai bella strada, fiancheggiata di rododendri e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dellʼAngara. A Katsciugsk, cʼimbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal, e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240 leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù. Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: lʼOrlenga, la Kuta; dei laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelletoundrasdi questi laghi che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi,che Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede allʼAccademia di Pietroburgo.Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste, il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente. A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust-Kutsk, scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini, la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk, cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde pallido.La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk, ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso più triste ancora dallʼaspetto dei Tungusi: grosse teste difformi, coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le rocce della sponda destra sʼinnalzano a picco. Un poco più innanzi, ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50 verste da Yakutsk, cessa ladimora del contadino russo, e comincia il paese dei Yakuti.Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.La Lena correggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.Alle tre, era notte.Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come lʼinverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di musica, e più tardi le lezioni dʼinglese e di piano, e la partita di scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.—Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto gentiluomo, come egli aveva fatto granduca Alessandro II, prima di essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia. Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi lʼonore dʼinsegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto ed onesto, sorrise, e soggiunse:—Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio ritratto, spero bene?—A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita, Alice, un cotal che di cosacco, diventi anni, alta, violenta, col naso allʼinsù, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti, altieri, audaci, provocatori.... un turbine! Lʼaltra, Elisabetta, una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole, bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere, dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una. Ma io avevo il cuore preso altrove.Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era abbastanza atto a sostenere il loro cicalìo nelle interminabili sere dʼinverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi sa? gli uomini sono così volubili! Non era che da due anni soli che le signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per installarmi. Affittai una piccola casa in legno, allʼestremità della città, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bellʼe meglio, per staccarne una stanzuccia, unʼalcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati. In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i più costosi del mobilio del colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto in famiglia.Ma era provvisorio.La nostra evasione restava ferma più che mai, sotto il desío della libertà ed il soffio ardente dellʼamore.Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto più: la notte è eterna.Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ciò per otto mesi dellʼanno. La neve si accumulava fino allʼaltezza delle case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per terra le più solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Réaumur) tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La contrada è circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo. Glʼindigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli, onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli, degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si vive di pesca; perocchè le numerose correnti di acqua ed i laghi di queste contrade sono ricchi disalmo nelma, disalmo lavaretus, di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che mangiano putrefatti e crudi.La primavera è la stagione più dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci cominciano a fondere. Le paludi sono unʼimboscata ad ogni passo; perocchènon si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si mangia allora che le bacche raccolte: lʼairella rossa, la camerina nera (empetrum nigrum), il lampone rosso, lʼuva orsina ed il frutto della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce, matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli per otto mesi dellʼanno.Io mʼebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto vidi, mi formai il criterio dellʼepoca che avevo a scegliere e della strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma, siccome queste armi dovevano essere lʼistrumento di mia salvezza, così io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.Feci, durante lʼinverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature, le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di picchetto. Il generale mi trattavacon affabilità, ma io non obbliai giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per avventura mi permettessi o lasciassi prendere un poʼ di dimestichezza. Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk. Lasiberienne, al suono delgausli, specie di salterio, ci mise sovente in vena dicancan. Ma io non condussi giammai Cesara con me. Chi avrebbe creduto chʼessa non mi fosse altro che una sorella? La feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse, perchè lʼuno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri per lavorare ai miei apparecchi.Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto calcolato, lʼinverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A quellʼepoca dellʼanno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gliostrogs—posti di Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo alle nevi—senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi a me due vie: discenderela Lena fino alla foce dellʼAldan, rimontar questo fiume fino alla foce dellʼUtsciur, risalire questo corso di acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea; ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i boschi e le tribù dei Jakuti, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Andyr, nel mare di Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica, tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo e dalla Compagnia russo-americana, ed il naviglio europeo ed americano bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono più numerosi tra Yakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Yakutsk ed il capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi allʼopera.Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk. Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi viaggiatori che fanno cattivi affari, ma eʼ sobillava ciò dallʼorecchio allʼorecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi principii politici. Egli continuavaa fabbricare cappellini da donna con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna, che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a pani, insegnava la mazurka ed ilancierse perfino gli sgambetti di Chicard, commetteva deicalembours, e componeva le liste dei desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono bellamente. Durante lunghe sere dʼinverno, che non passai dal governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai accuratamente di pelli dʼorso e di cuscini di piume, e vi adattai un mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva dalla testa ai piedi, a moʼ dei Jakuti, unchest-protectordi pelle di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo, bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi. Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro lunghi stivali tuffati essi stessi entro deichiravardi pelle di orso, compievano lʼabbigliamento.Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti lʼuno allʼaltro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la corteccia dellʼontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di pelle dʼorso camosciata, col pelo dentro anchʼessa: sopra tutto ciò due pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle dʼorso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era lʼessenziale. Se trovavamo per via delleyurtedʼindigeni, potevamo poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se leyurtemancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita contro tutte le intemperie, o sotto lapologue—piccola tenda in pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto del veicolo, due abiti di state. Lʼestate precedente avevamo avuto un caldo di 34 gradi Réaumur.Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare. Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470 cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi dipemmican, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi, perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare ad una buona provvigione di acquavite. Presi un poʼ di farina, del sale, del biscotto, del tabacco, esopratutto del thè. Poi due accette, una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale; dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i torrenti sonori e... la Siberia: lʼindefinito e lʼinfinito.

Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè: il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un banco, e mi addormentai.

Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario, la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di borghi, o piuttostostabilimenti, come li chiamano, proprietà in parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli. Si estrae il ferro, il rame, anche lʼoro, il platino, lʼargento, e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le casee gli abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han lʼaria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che, durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti; le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno unʼanima sola—unʼanima che sfida lʼaudacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!

Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia! La città ha qualche bellʼedifizio: la zecca, lo stabilimento della direzione delle mine, lʼarsenale ove si fondono cannoni e fabbricano armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale: forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj dʼoro e di platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più unʼanima.

I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta chiusi impunemente per otto mesi dellʼanno in camera riscaldatissime, poco o punto aereate.

Poi di nuovo la pianura. Passiamo lʼIsset, poi la Tura, sulla quale si stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare, mentre si cambiavano i cavalli, quando scôrsi alla porta dellʼalbergo della posta parecchi uffiziali russi. Mi vi assisi. Essi osservavano i miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.

—Uno sventurato, risposero i gendarmi, un Polacco condannato politico.

Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicinò, e mi pregò, coi modi più dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi sentii commosso: lʼinvito era così imprevisto, inatteso, contrario al corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a discendere. Sʼintuonò lʼaria di Dombrowski:No, la Polonia non perirà!

Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di repubblicani? Un motto sopra tutto mi colpì: questo motto è tutto un programma, forse il programma dellʼavvenire.

—Non è contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo fratelli dʼarme. Prima di essere Russo o Polacco, gli è mestieri esser uomo.

Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia è il paeseove si consuma più di questo vino, autentico o apocrifo che sia.

Il destino definitivo dei deportati è fissato dalla Commissione che siede a Tobolsk, quando condannati vi arrivano per convoglio. Io arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.

A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo per parecchi giorni, molto al di là di Tomsk. Le strade sono cattive, il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo lʼIchim presso Abatskaia, e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoichè le tribù dei Kalmuki e dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.

La Siberia pesava già sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il Yenisei, uno dei più larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.

La kibitka si fermò innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia, vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Unʼora non era scorsa, che avevo già ricevuto la visita del comandante della fortezza e del commissario di polizia, e chʼero chiamato alla presenza del governatore.

La sala dʼaspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione, qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a contemplare i ferri dei miei piedi.

La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici polacchi. Eʼ lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le risoluzioni.

Uno dei consiglieri uscì dal gabinetto del generale per vedermi. La fisionomia, lʼetà, la costituzione, le maniere del condannato hanno un peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale può essere un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi squadrò dal capo ai piedi, con quellʼaria scrutatrice degli scozzoni, che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame durò parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine eʼ dimandò:

—Tusei dunque malato?

Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi così circospetti, una gravità sì vera ed assoluta, che mio fratello stesso, dallʼetà di quindici anni, non mi aveva più dato dal tu. Quel tu, scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era nè della mia casa nè deʼ miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo, e gli dissi:

—Voivʼingannate: io sto benissimo.

Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrugò. Eʼ non rispose. Volse le spalle, e si ritirò.

La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i Polacchi che lavoravano nellʼuffizio del generale. Essi sclamarono ad una voce: Disgraziato!

Scorse unʼora, unʼora di tortura.

Il consigliere riapparve.

—Signore, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.

Nertscinsk è la Caina di Dante, vale a dire la cerchia più spaventevole dellʼinferno del forzato in Siberia.

La sentenza mi colpì al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido non durò, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era il più vicino alla frontiera cinese ed allʼOceano Pacifico—due porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Giù mi attendevano unʼaltra kibitka ed unʼaltra scorta, quella che doveva accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.

Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad Omsk, viaggiando dì e notte—in media 14 chilometri lʼora.

Partimmo allʼistante.

Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nellʼestasi del sogno della liberazione!

Il paese, per cui passiamo, ha lʼaspetto selvaggio e monotono; ma è solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che sʼentra nelle paludi della Baraba.

Il postiglione di questa stazione mi domandò se ioavessi una maschera; imperciocchè, quantunque i primi buffi di vento dellʼOceano glaciale avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e feci bene.

Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga—una specie dʼimbuto in fra gli altipiani più elevati dellʼObi e del Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che le riceve, non le assorbe. Da ciò gli stagni ed i pantani fetidi e micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le fuggono. Non vi sʼincontra che qualche pastore Ostiako, squallido, tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita, che pascolano unʼerba fresca e succulenta.

Gli era infatti un mare dʼerba, che ondulava sotto il vento, ed ove migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani, di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue dʼogni poro, pugnalati da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.

A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.

Kamsk è al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a Kolivan od a Omsk.

La strada che segue, fino a Karghinsk, è quasi sempre nellʼacqua. Per indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno oscilla sotto le ruote del veicolo, lʼacqua si agita, il vapore si sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami dʼabete, denudati dellʼintonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee, iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che allʼalba ed al tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!

A qualche versta di là, un dramma orrendo si compiè sotto i miei occhi, vicino a Karghinsk. Unatarantaci seguiva, tirata da cinque cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il postiglione apostrofava col suo linguaggio più energico, pregando nel tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto, udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude. Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo allʼerba, seguìto da un nugolo nero dʼinsetti, poi le erbe cessarono di ondulare, glʼinsetti piombarono sur unpunto come un uragano sibilante, il movimento si estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli della strage.

A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per cinquanta ore. La contrada non divenne però più gaia. Noi volavamo sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a Novozaimsk, non vedendo unʼanima che desse indizio di vita fra quelle macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo lʼObi sur una chiatta, la strada conteggiò gli stagni. Qualche figura dal tipo mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e là: miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco tutto ciò che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli, coperti di pelli di montoni, cui lʼEuropa si è abituata a considerare ed a temere con una specie di terrore misterioso.

La Russia è abilissima nel dar le traveggole.

Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola città avrebbe una fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle strade. Il quartiere tartaro, allʼest, giace sul Toru, che taglia a mezzo la città.

Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore di lavatoj dʼoro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di un esule. Un curioso dimandòal gendarme chi io mi fossi. La Polacca udì la risposta. Ella si distaccò come un lampo dal braccio del manto, si slanciò su di me, e mi baciò. Poi strappò dal suo collo un piccolo cuore di oro, e me lo porse, dicendo:

—Vien di laggiù.... era di mia madre!

Il marito andò a cercare del pane e del sale, e me lʼofferse sur un desco, soggiungendo:

—Dio vi consoli, fratello!

Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.

E la kibitka fendè lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad Atchiusk, separa la Siberia orientale dallʼoccidentale. A Krasnoirk termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa città ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino, specchiandosi nellʼIenisei, presenta uno splendida panorama. Poi, carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare, passeggio, caffè, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!! Vʼè alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda libertà, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?

La strada, fino a Kansk, è magnifica. Noi scendiamo al galoppo la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo lʼIenisei, dalle correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago; traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo lʼaltro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pinied erbe verdeggianti, la catena degli Oltai a destra e dei Soblonoi di fronte, arriviamo finalmente a Irkeretsk, la capitale della Siberia orientale, adagiata sul versante elevato dellʼAngara—a un mese da Pekia.

In questa città, più chiese che case, case a mattoni e tugurii in legno; il movimento febbrile di una capitale che fa assai; macadam, marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sullʼAngara, lampioni ad olio, milionari: non portinaj nè lacche di montone!

Il governatore è il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della polizia, Wokoulski, capitò. Egli esaminò le mie carte, ed ordinò ai gendarmi di continuare la strada. Non si curò nemmeno di dimandarmi se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto aver bisogno di un poʼ di riposo.

Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto la mia filza (incartamento), due gendarmi, dallʼuniforme azzurro e dallʼelmo di rame, spinsero lì dentro un bipede legato ed incatenato come una bestia feroce. Egli è impossibile figurarsi alcun che di più orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk. Egli avea cancellato, mediante lʼacido fosforico, le lettere fatalivor, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.

—Chi dunque ha perfezionata così la tua bellezza? gli domandò il custode del corpo di guardia.

—Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.

—Povero uomo, sclamò lʼaltro. Ora, sai tu ciò che la bontà dello Czar ti riserba?

—Ebbene, che dunque? chiese il forzato.

—Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replicò lʼaguzzino.

—Li subirò, disse il vor di unʼaria rassegnata e maligna. Cosa è ciò? Ma non è dello knut che io mi lamento; gli è del mio onore che sʼinsulta, dicendo che io sono un vor corretto.

—Sopporterà desso i cinquanta colpi di knut? dimandai al mio gendarme.

—Prima del ventesimo, eʼ sarà crepato. Pertanto quel mariuolo potria bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il dito mignolo.

—Ecco ciò che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quellʼuomo e me non vi è più alcuna differenza: siamo entrambi forzati!

—Andiamo, gridò il mio postiglione; io sono pronto.

Un colpo di frusta, e Irkutsk restò alle nostre spalle. Saliamo sempre, contornando la splendida valle dellʼAngara, il livello del lago Baikal essendo più alto di quello della pianura. LʼAngara, più larga del Reno, scorre tra due sponde alte a moʼ difalaise, rimboscate di pini e di cedri. La corrente è forte; il colore dellʼacqua è turchino. Il paese è coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e nere e foreste di abeti. LʼAngara, allo sboccare del lago, larga più di un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate lì come i duepilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa dʼacqua limpida e mugghiante.

A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi dellʼanno; in ottobre comincia a gelare.

Questo lago è forse il più grande del mondo: 600 chilometri sur una larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli è un cratere vulcanico spento, la cui profondità non ha potuto essere scandagliata. Le rocce obrupte, che lʼinquadrano, hanno unʼaltezza, in qualche parte, di circa 1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dallʼaspetto fantastico e basaltico. Lʼacqua è dolce ed azzurra; lʼondata ha lʼincesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde è bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; là essi dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. Lʼeco sempre sveglia. Si direbbe che il Baikal è un pozzo gigantesco, dai margini merlati.

Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi andò a cercare untelegaper continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne, poichè la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio. Il viaggiofu così abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette radianti dei monti Vablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili, ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde azzurrognolo.

Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera è larghissima. È dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che ha il corso il più lungo; perocchè, sotto nomi diversi, le sue acque sʼimmettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300 leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.

Prima di giunger a Tchita, il nostro telega si ruppe. Continuammo la via a piedi fino a questa città. Alla mia destra, si stendeva la Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz-Khan; alla sinistra, le rive del Baikal. Poi, le tribù nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera cinese. Silenzio e solitudine ovunque: lʼinverno cominciava. Lʼaquila ed il caimano, essi stessi, emigravano verso lʼalto Gobi, abbandonando i deserti chiaro-azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo loro più prede. Il suolo non ha più vita...

Infine, eccoci a Nertscinsk.

Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato. Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dallʼannunzio della mia sentenza, dellʼavvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in faccia al destino.

Nertscinsk è un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di una scuola delle miniere. La direzione e lʼamministrazione dello scavo delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti. Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord-ovest, fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di là del confluente della Schilka e dellʼArgun, lungo lʼAmur. Io non avevo dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.

Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. Eʼ mi squadrò con una persistenza fredda, che mi rivoltò internamente; sfogliò il mio incartamento, e non mʼindirizzò affatto la parola.

Allʼindomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo adiposo, dallʼocchio vivo, di origine tedesca, dallʼaspetto gradevole ed esperto.

—Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese egli.

—Sì, signore.

—Avete lʼaria malata ed assai delicata; perchè non avete voi dimandato di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.

—Perchè ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.

Il direttore tacque, e mi osservò più attentamente; poi soggiunse:

—Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a dimandarmi?

—Sì, se lʼosassi, non sapendo se ciò sia nelle vostre attribuzioni.

—Osate.

—Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi che non ho levato i miei stivali.

—E poi ancora?

—Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verderame....

—Ciò, no. La pena è fissata dal governatore generale della Siberia occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poichè voi venivate nella Siberia orientale. Gli è dunque il governatore generale della Siberia orientale, che può revocare la sentenza, ovvero il concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che può derogarvi. Bisognerà fare una domanda e farla appoggiare dal direttore della miniera di Ukbul.

—Mi rassegno.

—Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì. Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.

Eʼ chiamò, e dette degli ordini. Unʼora dopo, ero sgravato dei ferri, e passeggiavo per la città.

Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditoriiche si portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano lʼaddolciva più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie catene fino ad Ukbul!

Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie. Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze—e compresi lʼutilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.

Il direttore, o piuttosto lʼispettore, al quale il mio gendarme rimise le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò dʼiscrivermi al registro dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie diyurta, cui due altri minatori già occupavano. Cessai dʼallora di essere un individuo, e non fui più cheil numero367.

Allʼindomani mi condussero alla miniera.

I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi. La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi dei Sablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio della miniera. Lʼinverno, quella cascata si cangiavain una gittata di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, lʼinverno, assumevano lʼaria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca. Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto lʼanno; gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro mesi un bellʼornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, lʼinverno era cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè erba, nè uccelli; un sole squallido di freddo, che si coricava alle tre e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma rischiarando poco; o lʼuragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una fatica snervante.

Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dellʼInghilterra, del Belgio, dellʼAllemagna, perocchè io aveva studiato la geologia e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili—e perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere della Siberia non mʼoffrirono alcuno di quei progressi che facilitano lʼesplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per lʼestrazione dellʼacqua e la trazione del minerale, non ferrovie nellʼinterno delle gallerie, nonmen-engine, come si chiama in Inghilterra, ofahrkunst, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i minatori; non lʼassisa salubre del minatore inglese e la candela al cappello che lo rischiara.

Il pozzo dellʼUkbul aveva 430 metri di profondità,ad asse inclinata. Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche di riposo,—operazione che prendeva unʼora e mezzo, e due ore per salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale, così pericoloso.

Dugento cinquanta minatori lavoravano allʼopere diverse dellʼinterno, sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti sotto la direzione dʼun intendente. La miniera aveva degli strati di rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie. La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta ad un verricello. Lʼinfiltramento dellʼacqua, durante lʼinverno, diminuiva moltissimo, e lʼacqua gelava appena messa in contatto dellʼaria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.

Io non obblierò giammai la prima impressione che mi colpì.

Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro, servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo, delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dallʼalto, esagerava i cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ciò che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglinoche avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano già, ed io udiva i colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla roccia. La banda, di cui io faceva parte, si fermò ai tre quarti della scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.

Si lavorava già ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava un buco di mina, battendo lʼun dietro lʼaltro sullo scalpello, cui un terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto lʼaddentar dellʼacciaio. In una galleria vicina, si trasportava il minerale abbattuto fino al sito dellʼestrazione. Il luogo era schiarato appena. Lʼaria mancava, e la respirazione ne soffriva. Benchè più calda che alla superficie del suolo, lʼaria era ancora pizzicante e viziata in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno, che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si rinnovellavano ogni settimana—degli sfondamenti imprevisti, talvolta provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero lʼesplosione a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere: arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, lʼintendente tratteneva i pochi kopeki di mercede, che lʼintraprenditore della miniera accordava per vivere. Imperciocchè il Governo non somministra ai condannati che duepounddi farina di segala—33 chilogrammi—e cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.

Dappoichè la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii allʼaspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi, con cenci infami, lʼalito fetido, la pelle scagliosa o screpolata, bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici, dei corpi affranti, esalando lʼanima, alitando, ferendosi ad ogni colpo di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....

Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi, disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano dal suolo lʼun dopo lʼaltro come apparizioni dellʼinferno, o sprofondavano nelle ombre, come se il moto li avesse assorbiti. Credevo sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre mi assalì. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei miei compagni dellayurtaera anchʼegli condannato politico—un Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e che vi era giunto appena da una settimana.Lʼaltro coabitatore dellayurtaera un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso. Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sueyurte.

A capo di una settimana, la disperazione sʼimpossessò di me. Non avevo più forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ciò accelerava la mia morte. Non mangiavo più. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi finirla.

Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni ancora di lavoro, ed acquistavo la libertà! Io scavava dunque con una specie di rabbia tutto il dì. Una fibra della mia vita se ne andava ad ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ciò mi spossò. Allʼindomani, non potei più levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne. Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.

Quando ripresi i sensi, quarantʼotto ore dopo, mi trovai in uno stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette, sovrapposte lʼuna allʼaltra, non lasciando fra le due file che lo spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello di sotto. Lʼoscurità vi era quasi completa; lʼaria putrida. I meno ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in quel carnaio; i forzaticonvalescenti rinculavano dinanzi lʼofficio di infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi però, come qualcuno a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi, cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, allʼaria libera, deciso di morire sotto la miayurtacome un cane, anzi che sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. Eʼ mi raccolse, e mi portò nellayurta....

Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi sì magro e pallido, mi collocò in una compagnia che lavorava al di fuori, alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.

—Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che delitto avete voi commesso?

—Sono polacco, risposi io.

—Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; lʼuovo che sʼincaparbia a schiacciare il martello!

—Capitano, sapete voi che cosa è la patria?

—Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata lʼinfanzia, ove ho lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.

—Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar, fosse lʼimperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.

Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel bruto mi sembrò sconcertato.

Lʼinverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi sempre allʼaria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto. Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o per unʼaltra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad unʼaltra occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io prendeva delle misure per svignarmela.

Lʼevasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dellʼAmour, ove comincia la frontiera cinese—la Mandchuria. Formai i miei piani; tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma lʼintensità del freddo è diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini, sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi. Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde del mare del Giappone. Insomma,io mi abituavo a considerare la mia deportazione in Siberia come una partita di piacere, unʼoccasione singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza venne a tagliar corto alle mie visioni.

Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il concessionario delle miniere, arrivò.

Eʼ veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nerscinsk. Mi aveva rimarcato, quando io uscii dallʼanticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nerscinsk, ed udito con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nerscinsk. A Ukbul aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece chiamare.

—Signore—mi disse egli, guardandomi con attenzione,—percorrendo il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri, e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho lʼabitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che posso. Lʼuomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e nellʼavvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.

Le parole erano sensate e dure; ma egli avevail sorriso sulle labbra, la benevolenza nella voce. Che rispondere?

—Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.

—Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più. I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi rammentate troppo.

—Ma....

—Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le moschettate. Mio padre ne tirò non male contro i Francesi, i quali vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e che vi hanno destinato alle miniere che io fo lavorare, proviamo, io di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque lʼoccupazione che io posso darvi? Cosa sapete fare?

—Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il francese, lʼinglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica, il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii, un uomo che diceva: bisogna impararedapprima le cose utili per sè e per gli altri—ed ei mʼinsegnò la storia naturale, la botanica, la geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche, lʼeconomia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi chiamò.

—Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia giusto. Abbandonerete la miniera. Eʼ mi sembra impossibile che il governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da mettere in ordine, e son dietro da redigere una memoria per lo Czar. Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete economista, geologo e botanico.....

—Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.

—Lo ritoccherò io. Dʼaltronde non si tratta di suppliche. Io era un semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e lʼindustria ho guadagnato qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto lʼoccasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non può durare così in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non è punto cara: al contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno strato dihumusfertilissimo sopraun letto di ghiaccio eterno; le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e nondimeno, la Siberia è il soggiorno della desolazione e della miseria. No, la non può durare così. Vi è un vizio radicale nel sistema. Io non pretendo averlo scoverto, ma avrò il coraggio di segnalare almeno qualcuno dei difetti secondarii.

—Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi fatale.

—In Russia non vi è di fatale che la verità politica. Del resto, non vi è a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i Cosacchi per imporci la libertà! Il male che io segnalo è di natura affatto economica: gli è lo sciupìo delle forze. Si aggioga un elefante per trasportare un foglio di carta! Non vi è proporzione tra lo sforzo ed il prodotto. Si distorna lʼattività umana dalla produzione utile, durevole,—lʼagricoltura,—per la produzione effimera e minima, comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di ciò. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra unʼora. Siate pronto.

Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur un altro piano, scegliere forse unʼaltra via. Se fossi stato sicuro almeno di restare ad Yrkutsk!....

Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk mi nominava professore di lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, sʼintende, dellʼimperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo inoltre lʼalbum della signora Jukowski di paesaggi e caricature, suonavo le contradanze,come Astatchef lʼaveva bene indovinato, e giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ciò per 100 rubli al mese! Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza. La frontiera toccava per così dire la mia porta. La città di Kiakhta è a tre o quattro giorni, perslitta, nellʼinverno, e là comincia la Cina. Pekino non è che a 360 leghe.

Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno. Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a caccia. E lʼottenni.

Un incidente complicò il mio destino.

Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del 1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o male allogati, esercitano unʼindustria, occupano un posto, riempiono una funzione; e ciò tanto più facilmente, che taluni degli emigrati delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari, dopo quellʼequivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito più di una volta mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui felice di apprendere chʼegli abitava Yrkutsk; imperciocchè egli nonera stato compreso nellʼamnistia. Mi recai immediatamente da lui.

Eʼ dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad aprirmi la porta, e mi annunziò al vegliardo.

Il colonnello aveva poco più di sessanta anni, ma pareva ne avesse ottanta. Cieco da dieci anni, eʼ si teneva accovacciato sur una seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.

—Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanovicz, signore? mi dimandò egli, udendo il rumore dei miei passi.

—Sì, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.

Eʼ si alzò, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasciò quasi sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella mia, cui egli continuava a premere, sclamò con voce profondamente commossa:

—Lʼonnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.

Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara dallʼaltro. Ci levammo con unsimultaneo sentimento istintivo, e le labbra di Cesara e le mie si toccarono.

—Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io sarò un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.

Allʼindomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva un focolare. La consolazione entrò nella famiglia. Cesara vi spandeva talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi inni polacchi. Io non parlava più di evadermi, o piuttosto ne parlavamo come di un progetto aggiornato ad unʼepoca indeterminata. Perchè? Ho bisogno di dirvelo?

La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato la stima del generale Jukowski, lʼaffezione della parte femminina della sua casa, la benevolenza dellʼistituto ove insegnavo, e la simpatia di tutta la città, senza mettervi gran che del mio, conservando una dignità molto vicina alla fierezza. Vivevamo nellʼagiatezza. Il signor Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di pieno suo gusto ed aveva già indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.

Alla fine di agosto, il colonnello morì subitamente, di unʼaneurisma al cuore.

Nel mese di settembre, arrivò il generale Ozeroff, governatore di Jakutsk.

Questo generale, aspettando lʼasciolvere, si mise un mattino a sfogliare lʼalbum che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi presentò al suo ospite, il generale Ozeroff....

La scattò come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il generale Jukowski mi consegnò, da una mano allʼaltra, come una delle curiosità cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure il tempo di gridare: «E le mie polke! chi dunque suonerà i mieiLanciers?» Io aveva cangiato di proprietario. Non restava più che una piccola formalità di cancelleria da compiere per mutare il mio numero, e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena dʼinterrogarmi, di chiedere il mio avviso, benchè io mi fossi presente!—Eʼ non si trattava più di un uomo.

Essi mi avevano non pertanto fulminato.

Dopo la morte del colonnello, lʼamor mio per Cesara aveva acquistato lʼintensità di una passione irresistibile. Nel rantolo dellʼagonia, il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva promesso.

—Voi la sposerete! fu lʼultima parola del vegliardo.

—La sposerò! fu lʼultima parola che egli potè udire sulla terra.

Che promessa avevo io fatta!

Il deportato in Siberia non si può ammogliare che nella classe la più infima e la meno rispettabile della società. Se egli vuole contrarre altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli è libero. Ma, se vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella posizione di Cesara, eʼ bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello Czar. In un modo e nellʼaltro però, i suoi figli restano egualmente servi della Corona. Se egli è amnistiato, i suoi figliuoli non possono accompagnarlo: eʼ sono esclusi dallʼamnistia, e non cessano di esser servi.

Lʼukase dellʼemancipazione ha migliorato un poʼ le condizioni di questi miserabili.

Potevo io dunque tenere la mia promessa?

Dʼaccordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto, accelerammo i preparativi della fuga.

Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino, io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk, sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.

Questo itinerario, gremito altresì di pericoli, lungo, irto di difficoltà, era un atto di disperazione. Nondimeno, non andavamo a tentare Dio.

Lʼordine della partenza per Yrkutsk si abbattè sulle nostre speranze, e le stritolò.

Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la portai al generale Jukowski. Gli confessaiil mio amore. Gli parlai della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente. Lʼavevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.

Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il resto.

Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.

Percorremmo dapprima unʼassai bella strada, fiancheggiata di rododendri e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dellʼAngara. A Katsciugsk, cʼimbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.

Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal, e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240 leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù. Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: lʼOrlenga, la Kuta; dei laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelletoundrasdi questi laghi che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi,che Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede allʼAccademia di Pietroburgo.

Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste, il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente. A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust-Kutsk, scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini, la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk, cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde pallido.

La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk, ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso più triste ancora dallʼaspetto dei Tungusi: grosse teste difformi, coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le rocce della sponda destra sʼinnalzano a picco. Un poco più innanzi, ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50 verste da Yakutsk, cessa ladimora del contadino russo, e comincia il paese dei Yakuti.

Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.

La Lena correggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.

Alle tre, era notte.

Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come lʼinverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di musica, e più tardi le lezioni dʼinglese e di piano, e la partita di scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.

—Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto gentiluomo, come egli aveva fatto granduca Alessandro II, prima di essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia. Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi lʼonore dʼinsegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.

Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto ed onesto, sorrise, e soggiunse:

—Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio ritratto, spero bene?

—A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.

Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita, Alice, un cotal che di cosacco, diventi anni, alta, violenta, col naso allʼinsù, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti, altieri, audaci, provocatori.... un turbine! Lʼaltra, Elisabetta, una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole, bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere, dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una. Ma io avevo il cuore preso altrove.

Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era abbastanza atto a sostenere il loro cicalìo nelle interminabili sere dʼinverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi sa? gli uomini sono così volubili! Non era che da due anni soli che le signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.

Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per installarmi. Affittai una piccola casa in legno, allʼestremità della città, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bellʼe meglio, per staccarne una stanzuccia, unʼalcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati. In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i più costosi del mobilio del colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto in famiglia.

Ma era provvisorio.

La nostra evasione restava ferma più che mai, sotto il desío della libertà ed il soffio ardente dellʼamore.

Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto più: la notte è eterna.

Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ciò per otto mesi dellʼanno. La neve si accumulava fino allʼaltezza delle case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per terra le più solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Réaumur) tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La contrada è circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo. Glʼindigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli, onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli, degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si vive di pesca; perocchè le numerose correnti di acqua ed i laghi di queste contrade sono ricchi disalmo nelma, disalmo lavaretus, di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che mangiano putrefatti e crudi.

La primavera è la stagione più dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci cominciano a fondere. Le paludi sono unʼimboscata ad ogni passo; perocchènon si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si mangia allora che le bacche raccolte: lʼairella rossa, la camerina nera (empetrum nigrum), il lampone rosso, lʼuva orsina ed il frutto della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce, matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli per otto mesi dellʼanno.

Io mʼebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto vidi, mi formai il criterio dellʼepoca che avevo a scegliere e della strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma, siccome queste armi dovevano essere lʼistrumento di mia salvezza, così io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.

Feci, durante lʼinverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature, le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di picchetto. Il generale mi trattavacon affabilità, ma io non obbliai giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per avventura mi permettessi o lasciassi prendere un poʼ di dimestichezza. Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk. Lasiberienne, al suono delgausli, specie di salterio, ci mise sovente in vena dicancan. Ma io non condussi giammai Cesara con me. Chi avrebbe creduto chʼessa non mi fosse altro che una sorella? La feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse, perchè lʼuno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri per lavorare ai miei apparecchi.

Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto calcolato, lʼinverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A quellʼepoca dellʼanno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gliostrogs—posti di Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo alle nevi—senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.

In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi a me due vie: discenderela Lena fino alla foce dellʼAldan, rimontar questo fiume fino alla foce dellʼUtsciur, risalire questo corso di acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea; ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i boschi e le tribù dei Jakuti, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Andyr, nel mare di Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica, tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo e dalla Compagnia russo-americana, ed il naviglio europeo ed americano bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono più numerosi tra Yakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Yakutsk ed il capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi allʼopera.

Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk. Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi viaggiatori che fanno cattivi affari, ma eʼ sobillava ciò dallʼorecchio allʼorecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi principii politici. Egli continuavaa fabbricare cappellini da donna con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna, che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a pani, insegnava la mazurka ed ilancierse perfino gli sgambetti di Chicard, commetteva deicalembours, e componeva le liste dei desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.

Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono bellamente. Durante lunghe sere dʼinverno, che non passai dal governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai accuratamente di pelli dʼorso e di cuscini di piume, e vi adattai un mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva dalla testa ai piedi, a moʼ dei Jakuti, unchest-protectordi pelle di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo, bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi. Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro lunghi stivali tuffati essi stessi entro deichiravardi pelle di orso, compievano lʼabbigliamento.

Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti lʼuno allʼaltro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la corteccia dellʼontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di pelle dʼorso camosciata, col pelo dentro anchʼessa: sopra tutto ciò due pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle dʼorso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era lʼessenziale. Se trovavamo per via delleyurtedʼindigeni, potevamo poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se leyurtemancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita contro tutte le intemperie, o sotto lapologue—piccola tenda in pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto del veicolo, due abiti di state. Lʼestate precedente avevamo avuto un caldo di 34 gradi Réaumur.

Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare. Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470 cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi dipemmican, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi, perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare ad una buona provvigione di acquavite. Presi un poʼ di farina, del sale, del biscotto, del tabacco, esopratutto del thè. Poi due accette, una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.


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