MAURIZIO ZAPOLYIMAURIZIO ZAPOLYII.••••••••••••••••••••—Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dellʼesercito di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati nei monti, alla distruzione dellʼimpero di Attila. Questo paese, come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto lʼimpero del sultano fino allʼAdriatico, formano i Confini militari, dove, sotto la dominazione dellʼAustria, tutti gli uomini sono soldati. Lʼamministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il colono non possiede il terreno che lavora; ne gode lʼusufrutto soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre coltiva, restando semprenella riserva. Gli altri figli non hanno nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia, era al servizio in quellʼepoca, e mio padre coltivava il pezzetto di terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso, pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre, che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della dignità dellʼuomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava. Cʼera una profonda armonia dʼanima fra noi tutti, perchè nostro padre, avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul suo stampo.Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i cespugli fioriti.Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner—un tedesco.Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato un giovine di ventʼanni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue abitudini di libertino, dʼubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese dʼessere amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò, spaventò quella povera donna. Che fare? Stancadelle umiliazioni che soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque, stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo marito. Il bravʼuomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio padre lesse un capitolo della Bibbia,—siamo protestanti—, poi andammo a coricarci.Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.Allʼalba eravamo tutti in piedi. Mio padre sʼapparecchiava ad andare al campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi lʼistruzione dei ragazzi non è negletta.—Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.Ella non aveva dʼuopo dʼindicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.—Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quellʼordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore allʼuomo. È la gioja, ma non il consiglio della famiglia. È unʼutilità. È lʼamore, ma non il giudizio e lʼautorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dellʼordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.Lʼindomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio chʼeravamo partiti nella notte. Venne la sera.Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! Sʼera fatto radere; si era lavato. Avevabevuto meno che allʼordinario, perchè il vino usurpa sullʼamore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè lʼodor di pipa non lo precedette, non lʼannunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già collʼimaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui,—conte di fabbrica imperiale—e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci chʼegli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata allʼestremità del villaggio. Non cʼerano vicini. Delle colline sovrapposte una allʼaltra, sfrangiavano sullʼorizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dellʼuscio.Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e chʼegli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dellʼAustria.—Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio lʼonore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso, inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di mio padre. Non cʼera grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò dʼaudacia.—Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello. Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia, lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di trecento uomini.—Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate ciò che io voglio: scegliete le armi.—Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque anni, voi dovete saperlo.—Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.—Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice avanti di farvi appiccare.Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello, e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta ed a sinistra sotto la possente mano dellʼoltraggiato. Eʼ credeva cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta. Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva lʼuomo. Fece quindi un segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.—Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò allʼuomo, e, di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello, che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.—Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu lʼultimo grido che gettò colui arrivando al fondo della scala.La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato. Mia madre preparò la tavola,e levò dal fuoco una casseruola, ove cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro unʼeccellente salsa rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la preghiera fu finita, eʼ si rivolse a mia madre, e le disse:—Perlamia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca dʼacqua, a quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri. Lʼultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.Ahimè! non dovevamo più rivederla.Ecco ciò che avvenne.Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per obbedire agliordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette per un momento chʼegli non rendesse lʼultimo sospiro. Poggiò il lume sopra lʼultimo gradino della scala, andò verso quellʼuomo, accovacciato dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli mostrò, e gli disse:—Mangiate e bevete.Stese le due mani nellʼistesso tempo, lasciandogli la scelta di mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto, le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda, che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani, aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava soffocata. Mia madre nʼebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare la sua mano. Due terribili file di denti lʼazzannarono, la serrarono, frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole, essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve allʼapertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.La scomparsa del colonnello aveva dato lʼallarme. La nostra partenza, lʼarrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono lʼopera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, lʼorto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.Mio padre era anchʼesso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.Avevamo marciato, senza fermarci, dritto allapuszta—ovverossia alla pianura dellʼUngheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.Rosza Sandor era un poʼ ciò che glʼItaliani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nellapusztada anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardiRosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dallʼAustria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio dellapusztanei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.II.Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre mʼabbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare lʼassassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma sʼastenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci unʼispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, dʼun circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato lʼassassino.Questo fu tutto.La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in queʼ paesi dei Confini militari.Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre erajobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto disessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.Io toccava i diciannove anni.Una storditezza ci precipitò nellʼabisso.Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni dʼargento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato dʼastrakan e di bei fermagli dʼargento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure dʼastrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, lʼomicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, lʼobbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, collʼistruirmi.Quando tutta lʼUngheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Petőfi, io balzai come gli altri, mentre il viso dellʼAustria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!La mia anima scoppiò.Io poteva arrivare a tutto.Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un poʼ di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita dʼuna amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e mʼinzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto sʼimpantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar levacanze nel castello di suo padre. Io non lʼaveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, unʼoasi di quercie, di pini, dʼolmi, in mezzo a quella interminabile pianura dellʼUngheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dellʼAtlantico.La cavalcata passò come una freccia.Tutti, sapendomi un poʼ civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento allʼaltro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.—Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:—Sto in agguato di un capriuolo. Voʼ cacciando.Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: lecapacitàe glihonoratioreslo possedonopure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.Tradotto lʼindomani alle ottʼore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato—condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia sʼincrespavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo dʼapoplessia.I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente chʼegli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il pesodella mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.—Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.—Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?—Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.—Ebbene, continuò mio padre, lʼuomo che cercate sono io.—Voi?—Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago lʼammenda per mio figlio.Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, dʼagonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:—Lʼesecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto allʼassassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.Ecco tutto.La Corte si alzò, ed uscì.Un fremito corse in tutta lʼassemblea.Io subii la pena delle verghe.Mio padre fu appiccato.Lottai quarantʼotto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dellʼUngheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando lapuzstacon lʼ ansia di chi abbandona lʼamato focolare e si immerge nellʼinfinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di unʼaureola dʼoro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, sʼallargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto lʼinvasione delle tenebre che si avanzavano dallʼOriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggiacome un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dallʼaria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere lʼacqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte dʼOccidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca—quella lanuggine omicida dei paludi, che sʼapposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nellʼimmensità. Cosa sogna egli, il solitario dellapuzsta?Ogni Ungherese è lʼembrione di un poeta, di un gentiluomo, dʼun soldato, dʼun patriotta e di un pazzo—Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.Questa pianura dellʼUngheria è grandemente triste, è la solitudine animata, lʼincerto dellʼOriente che trasalisce sotto gli amplessi dellʼOccidente. Io portavale lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso lʼovest, era un passo nellʼesilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. Lʼaccettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento dʼussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.III.Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. Lʼultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro lʼaltra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamenteungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo allʼesasperazione di questi, ed allʼodio di queglino.Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto unʼattitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dellʼinsurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfi era lʼanima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata deidodici articoli—i nostriDiritti dellʼuomo—e di un canto di Petőfi.—Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dellʼexequaturdel censore.—Dovete farlo, rispose Vasvati.—Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.—Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.—Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto dʼora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petőfi montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, lʼabolizione dei privilegi, lʼautonomia dellʼUngheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati allʼestero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Leacclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfi lesse allora la sua poesia.Petőfi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, lʼaspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso—il riflesso del sole delle regioni boreali nellʼinverno.Della patria al santo appello,O Magiari, orsù sorgete;Esser schiavi od esser liberiÈ in poter di voi: scegliete.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.Petőfi continuò:Fummo schiavi. In servo avelloGli avi dormono. A noi spettaDi giurar sui loro tumuliE compirne la vendetta.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.Petőfi riprese:Maledetto chi, pugnando,Di morire avrà timore,Chi la vita—inutil cencio—Prezza più del patrio onore.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.Petőfi continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dellʼAustria.Più dei ceppi brilla il brando,E assai meglio il braccio adorna;Pur di ceppi fummo carichi,Ora, spada, a noi ritorna.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.Le due città, Buda e Pesth, si riscossero allʼeco di quel giuramento.Petőfi, commosso vivamente, declamò lʼaltra strofa:Dei Magiari al nome, interaLa sua gloria renderemo,Lʼonta vil di tanti secoliNoi col sangue laveremo.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, lʼimmensa voce delle due città.Petőfi fini il suo inno:Sui sepolcri nostri proniA pregar un dì vedremoI redenti nostri posteri,E dal ciel nʼesulteremo.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò lʼintiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva lʼUngheria! viva la libertà!Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Petőfi, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio dʼuna bomba. Allʼindomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Petőfi.Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbrein permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. IlComitato di salute pubblicadecretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dellʼUngheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dellʼautonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trentʼanni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso lʼarciduca Francesco Carlo, padre dellʼimperatore attuale, e pregato di attendere perchè lʼarciduca pranzava, sclamò: «Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!» Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò lʼUngheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero lʼiniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dellʼAustria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:—Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.—Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, lʼassemblea levandosi in piedi.—Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.—Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.—Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.—Sieno! gridò lʼassemblea, coprendo dʼapplausi le parole dellʼoratore.—Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dellʼeguaglianza, della fraternità, questʼaltra santa Trinità politica!E sedette, mentre lʼassemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non cʼerano più in Transilvania che degli uomini liberi.Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. LʼAustria, che aveva già schiacciato lʼItalia, se ne impadronì. I Croati diedero lʼesempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dellʼarciduchessa Sofia—la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt,—diede il segnale. «Il mio cuore è con voi» gli aveva detto quellʼarciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamatadi 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.I Serbi batterono lʼesercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre:Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.La Corte tenne a bada la deputazione.La deputazione finì collʼaccorgersene.—A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.—A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.—Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.Il Palatino fuggì. LʼUngheria si sollevò.Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dellʼImpero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dellʼImpero, o dellʼimperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno dʼUngheria e del re. Il colonnello era austriaco nellʼanima, vale a dire idolatradella forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.Attendemmo per cinque giorni lʼordine della partenza. Lʼordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.Il capitano del 4.osquadrone diede il segnale.Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad unʼora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sullʼimmensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa chʼeʼ si presentò davanti il 4.osquadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.—Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.—Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.—E dove andate?—A Pesth, colonnello.—Chi vi ha dato lʼordine della partenza?—Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.—Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.—Colonnello, vʼè un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.—Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.—A Pesth sì. Qui no.Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.osquadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.—Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.osquadrone, e fate disarmare lʼintero squadrone.—Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro questʼordine parto: anchʼio. Partiamo col 4.oLa tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.Ci aspettavamo che lʼAustriaco allʼindomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.oed il 4.oNon ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.—Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.—Vi è pericolo per voi, signora?—Non so. Vegliate su me.Questo «vegliate su me» era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io lʼamava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore lʼaveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di unʼaureola luminosa!Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi feʼ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua chʼegli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono allʼaltra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:—Seguimi.—Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.Mʼinterposi.—La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.—Sì, lo voglio.Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. Mʼimpadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti allʼaltra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel poʼ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta dʼarrivare.Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.Lʼassemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva allʼindomani tutte le mura di Buda e di Pesth.Lʼagitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui sʼera impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito.Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:—Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.—Al principe Nyraczi?—Al principe Nyraczi.—Giammai.—Perchè dunque, di grazia?—Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non lʼho mai perdonato.Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! Dʼun tratto la contessa si alzò, si slanciò a me dʼincontro, le braccia aperte, e sclamò:—Maurizio, io tʼamo.Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno dʼaria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, allʼestremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dallʼandare tranquilloe linfatico, borbottava alcunchè di rauco e dʼindeterminato, ma non aveva già quellʼaccento di collera che sʼindovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. Allʼindietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali sʼarrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora allʼestremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega dʼun carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.Fu visto e riconosciuto.Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, lʼuccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di unʼaria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dellʼassemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:—In nome della legge, vi ordino di uscire.Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.Allʼindomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd,lasciandogli lʼinfamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e lʼobbligava a posare le armi.IV.Lʼuomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro lʼautonomia ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese nellʼinsurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva lʼesercito di Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della capitale dellʼImpero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato Vienna, e che si preparava ora a marciare contro lʼUngheria. La guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto sommato, disgraziata, e lʼesercito si ritirava sulla Maros, mentre Schlick invadeva lʼUngheria settentrionale. La nostra causa era seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. IlComitato di difesa, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo, si mostrò allʼaltezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva tutto, riempiva già della sua persona tutta lʼombra che aveva lasciatala Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve dihonved—difensori della patria—, e si ebbero più uomini che non sʼavessero armi. Si creò una cavalleria, unʼartiglieria. I capi tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise in moto.Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il settimo squadrone staccato presso lʼesercito del nord. Görgey mi nominò suo aiutante di campo.Kossuth, consegnando il comando in capo dellʼesercito del Nord al maggiore Görgey, aveva detto allʼAssemblea: «Ho tirato un buon numero dallʼurna del destino!» Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando egli, eseguendo lʼordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva introdotto lʼinimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel, riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii allʼAccademia militare di Tuhn nellʼAustria, poi aveva passato cinque anni nella guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stancodella vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice, una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia, rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona, metteva in guardia gli osservatori.Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari, tagliati corti, nellʼintenzione di dare più spazio e più lume alla sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non avevano quella dietro-cortina degli ipocriti, che copre nellʼabisso della pupilla lʼabisso dellʼanima. Egli li velava con occhiali dʼoro, che offuscavano ciò che vʼera di petulante in quel viso. Un par di mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e lʼavida sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo cessava dʼincresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una maschera, mi diedero a riflettere. Görgey sʼaccorse che io lʼosservava. E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle viscere, e notomizzava i suoi pensieri, mʼavrebbe certo, alla prima occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli disapprovava la mia condotta verso il colonnello TichterEgli aveva pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie parole, fuorchè nellʼironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto. La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove lʼorgoglio traboccava, era dʼaccordo colla parola breve e col suono brusco della voce. Egli correggeva collʼarroganza dellʼanimo e dellʼuomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al militare ed al generale.Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, dʼun bel coraggio personale, chʼegli sʼimponeva nelle circostanze decisive, con uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo dopo unʼassenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver pranzato. Con lui, si riposava dʼun combattimento con una marcia, e dʼuna marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere lʼingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che lʼoffuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo.I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui: gli leggevano nel cuore.Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava ilcivilecome un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che lʼavea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia dʼacido solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno egli stesso. Il suo spirito mancava dʼiniziativa, egli non possedeva la bussola dellʼindefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva inetto, come lʼeccesso dellʼamore uccide lʼamore. Tutte le sue passioni occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o nel coprirle sotto una forma onesta, se lʼesplosione gli preparava un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate, mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. LʼUngheria intera accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey intraprese unʼopera di tenebre, a capo della quale, smascherando le sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo dʼun precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per avvilupparvi unʼopera divina, la risurrezione dʼun popolo!Görgey aveva lʼanima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la libertà, nè la nazionalità, nè lʼindipendenza, nè lʼautonomia di una razza, nè la supremazia e la maturanza dʼuna civiltà. Egli si battevacontro lʼAustria, non per odio contro unʼistituzione un principio, ma perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e ambiva di surrogare lʼAustria in qualche luogo, per poi rimetterla a posto, facendo per sè nellʼopera e nellʼimpero una parte corrispondente allʼaltezza del servigio reso. LʼAustria non si è dessa mostrata generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?Nel secondo abboccamento chʼebbi con Görgey, lo compresi tutto. Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai. Egli ne sospettò, e mi tenne presso di sè, per sedurmi, o per perdermi. Ma avrò a riparlarvi di lui.Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato. Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiutò, dopo lʼabdicazione del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire seriamente. Egli si avanzò, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000 uomini. Görgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a 6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Görgey ordinò la ritirata, ed avvisò Kossuth di questa sua risoluzione. Egli mi chiamò alla sera, e mʼingiunse di partire sul momento per portare a Pesth il suo dispaccio.—Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi il favore di restare?Görgey, con un sorriso beffardo, mi rispose:—Non ci batteremo punto. Partite.Partii.Allʼindomani, Görgey aveva cangiato dʼavviso.La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli lʼaveva adottata, dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata brillante, ma disastrosa.Lʼinverno si mostrava severo. Lʼimmenso piano dellʼUngheria era divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e là da paludi traditrici, come quella di Hansag, che inghiottì un quarto della brigata di Leopoldo Zichy. Lʼatmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non cʼera più di azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostrihonved. Faceva un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi più traccia di strade, e quelle vicine ai corsi dʼacqua, erano sfondate ed impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie interminabili, sempre sulchi va là, non prendendo fiato che per respingere lʼinimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a Pahrendorf, e di Guyon, lʼabile e valente irlandese, a Nagy-Szombath, che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continuò. Görgey fu respinto a Babolna, ePerczel subì una disfatta a Moor, che si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Görgey fosse accorso in suo aiuto. Egli non volle.Il 1.ogennaio, la Dieta abbandonò la capitale, e trasferì la sede del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad unʼimmensa pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati. Lʼ8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia ungherese sgombrava anche Buda-Pesth. Alcune ore dopo, lʼesercito austriaco entrò nella città, e la bandiera giallo-nera prese il posto dei tre colori nazionali, bianco, rosso e verde come quelli dellʼItalia.Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo abboccamento durò un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra della più bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Görgey, e di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al generale Bem, che operava in Transilvania.—Perchè ciò?—Perchè con Bem il soldato si batte, e con Görgey si ritira; perchè Bem è un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Görgey mormora oggi, e tradirà domani.Kossuth assunse unʼaria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse:—Voi meritate di esser punito per parlare così del vostro capo.—Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarloa sei mesi. Se a questʼepoca la mia profezia....—Basta così. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra, e tenetevi pronto per partire nella notte.Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente.Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo del generale Bem.Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel generale. Görgey si ribellava contro lʼautorità della Dieta.
MAURIZIO ZAPOLYIMAURIZIO ZAPOLYII.••••••••••••••••••••—Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dellʼesercito di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati nei monti, alla distruzione dellʼimpero di Attila. Questo paese, come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto lʼimpero del sultano fino allʼAdriatico, formano i Confini militari, dove, sotto la dominazione dellʼAustria, tutti gli uomini sono soldati. Lʼamministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il colono non possiede il terreno che lavora; ne gode lʼusufrutto soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre coltiva, restando semprenella riserva. Gli altri figli non hanno nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia, era al servizio in quellʼepoca, e mio padre coltivava il pezzetto di terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso, pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre, che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della dignità dellʼuomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava. Cʼera una profonda armonia dʼanima fra noi tutti, perchè nostro padre, avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul suo stampo.Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i cespugli fioriti.Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner—un tedesco.Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato un giovine di ventʼanni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue abitudini di libertino, dʼubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese dʼessere amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò, spaventò quella povera donna. Che fare? Stancadelle umiliazioni che soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque, stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo marito. Il bravʼuomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio padre lesse un capitolo della Bibbia,—siamo protestanti—, poi andammo a coricarci.Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.Allʼalba eravamo tutti in piedi. Mio padre sʼapparecchiava ad andare al campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi lʼistruzione dei ragazzi non è negletta.—Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.Ella non aveva dʼuopo dʼindicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.—Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quellʼordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore allʼuomo. È la gioja, ma non il consiglio della famiglia. È unʼutilità. È lʼamore, ma non il giudizio e lʼautorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dellʼordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.Lʼindomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio chʼeravamo partiti nella notte. Venne la sera.Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! Sʼera fatto radere; si era lavato. Avevabevuto meno che allʼordinario, perchè il vino usurpa sullʼamore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè lʼodor di pipa non lo precedette, non lʼannunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già collʼimaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui,—conte di fabbrica imperiale—e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci chʼegli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata allʼestremità del villaggio. Non cʼerano vicini. Delle colline sovrapposte una allʼaltra, sfrangiavano sullʼorizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dellʼuscio.Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e chʼegli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dellʼAustria.—Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio lʼonore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso, inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di mio padre. Non cʼera grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò dʼaudacia.—Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello. Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia, lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di trecento uomini.—Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate ciò che io voglio: scegliete le armi.—Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque anni, voi dovete saperlo.—Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.—Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice avanti di farvi appiccare.Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello, e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta ed a sinistra sotto la possente mano dellʼoltraggiato. Eʼ credeva cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta. Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva lʼuomo. Fece quindi un segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.—Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò allʼuomo, e, di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello, che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.—Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu lʼultimo grido che gettò colui arrivando al fondo della scala.La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato. Mia madre preparò la tavola,e levò dal fuoco una casseruola, ove cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro unʼeccellente salsa rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la preghiera fu finita, eʼ si rivolse a mia madre, e le disse:—Perlamia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca dʼacqua, a quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri. Lʼultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.Ahimè! non dovevamo più rivederla.Ecco ciò che avvenne.Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per obbedire agliordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette per un momento chʼegli non rendesse lʼultimo sospiro. Poggiò il lume sopra lʼultimo gradino della scala, andò verso quellʼuomo, accovacciato dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli mostrò, e gli disse:—Mangiate e bevete.Stese le due mani nellʼistesso tempo, lasciandogli la scelta di mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto, le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda, che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani, aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava soffocata. Mia madre nʼebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare la sua mano. Due terribili file di denti lʼazzannarono, la serrarono, frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole, essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve allʼapertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.La scomparsa del colonnello aveva dato lʼallarme. La nostra partenza, lʼarrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono lʼopera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, lʼorto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.Mio padre era anchʼesso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.Avevamo marciato, senza fermarci, dritto allapuszta—ovverossia alla pianura dellʼUngheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.Rosza Sandor era un poʼ ciò che glʼItaliani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nellapusztada anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardiRosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dallʼAustria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio dellapusztanei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.II.Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre mʼabbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare lʼassassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma sʼastenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci unʼispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, dʼun circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato lʼassassino.Questo fu tutto.La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in queʼ paesi dei Confini militari.Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre erajobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto disessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.Io toccava i diciannove anni.Una storditezza ci precipitò nellʼabisso.Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni dʼargento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato dʼastrakan e di bei fermagli dʼargento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure dʼastrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, lʼomicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, lʼobbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, collʼistruirmi.Quando tutta lʼUngheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Petőfi, io balzai come gli altri, mentre il viso dellʼAustria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!La mia anima scoppiò.Io poteva arrivare a tutto.Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un poʼ di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita dʼuna amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e mʼinzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto sʼimpantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar levacanze nel castello di suo padre. Io non lʼaveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, unʼoasi di quercie, di pini, dʼolmi, in mezzo a quella interminabile pianura dellʼUngheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dellʼAtlantico.La cavalcata passò come una freccia.Tutti, sapendomi un poʼ civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento allʼaltro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.—Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:—Sto in agguato di un capriuolo. Voʼ cacciando.Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: lecapacitàe glihonoratioreslo possedonopure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.Tradotto lʼindomani alle ottʼore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato—condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia sʼincrespavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo dʼapoplessia.I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente chʼegli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il pesodella mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.—Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.—Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?—Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.—Ebbene, continuò mio padre, lʼuomo che cercate sono io.—Voi?—Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago lʼammenda per mio figlio.Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, dʼagonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:—Lʼesecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto allʼassassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.Ecco tutto.La Corte si alzò, ed uscì.Un fremito corse in tutta lʼassemblea.Io subii la pena delle verghe.Mio padre fu appiccato.Lottai quarantʼotto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dellʼUngheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando lapuzstacon lʼ ansia di chi abbandona lʼamato focolare e si immerge nellʼinfinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di unʼaureola dʼoro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, sʼallargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto lʼinvasione delle tenebre che si avanzavano dallʼOriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggiacome un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dallʼaria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere lʼacqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte dʼOccidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca—quella lanuggine omicida dei paludi, che sʼapposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nellʼimmensità. Cosa sogna egli, il solitario dellapuzsta?Ogni Ungherese è lʼembrione di un poeta, di un gentiluomo, dʼun soldato, dʼun patriotta e di un pazzo—Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.Questa pianura dellʼUngheria è grandemente triste, è la solitudine animata, lʼincerto dellʼOriente che trasalisce sotto gli amplessi dellʼOccidente. Io portavale lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso lʼovest, era un passo nellʼesilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. Lʼaccettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento dʼussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.III.Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. Lʼultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro lʼaltra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamenteungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo allʼesasperazione di questi, ed allʼodio di queglino.Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto unʼattitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dellʼinsurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfi era lʼanima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata deidodici articoli—i nostriDiritti dellʼuomo—e di un canto di Petőfi.—Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dellʼexequaturdel censore.—Dovete farlo, rispose Vasvati.—Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.—Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.—Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto dʼora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petőfi montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, lʼabolizione dei privilegi, lʼautonomia dellʼUngheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati allʼestero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Leacclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfi lesse allora la sua poesia.Petőfi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, lʼaspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso—il riflesso del sole delle regioni boreali nellʼinverno.Della patria al santo appello,O Magiari, orsù sorgete;Esser schiavi od esser liberiÈ in poter di voi: scegliete.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.Petőfi continuò:Fummo schiavi. In servo avelloGli avi dormono. A noi spettaDi giurar sui loro tumuliE compirne la vendetta.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.Petőfi riprese:Maledetto chi, pugnando,Di morire avrà timore,Chi la vita—inutil cencio—Prezza più del patrio onore.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.Petőfi continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dellʼAustria.Più dei ceppi brilla il brando,E assai meglio il braccio adorna;Pur di ceppi fummo carichi,Ora, spada, a noi ritorna.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.Le due città, Buda e Pesth, si riscossero allʼeco di quel giuramento.Petőfi, commosso vivamente, declamò lʼaltra strofa:Dei Magiari al nome, interaLa sua gloria renderemo,Lʼonta vil di tanti secoliNoi col sangue laveremo.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, lʼimmensa voce delle due città.Petőfi fini il suo inno:Sui sepolcri nostri proniA pregar un dì vedremoI redenti nostri posteri,E dal ciel nʼesulteremo.Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,Noi giuriamo,Noi giuriamoLʼempio giogo di spezzar.—Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò lʼintiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva lʼUngheria! viva la libertà!Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Petőfi, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio dʼuna bomba. Allʼindomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Petőfi.Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbrein permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. IlComitato di salute pubblicadecretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dellʼUngheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dellʼautonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trentʼanni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso lʼarciduca Francesco Carlo, padre dellʼimperatore attuale, e pregato di attendere perchè lʼarciduca pranzava, sclamò: «Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!» Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò lʼUngheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero lʼiniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dellʼAustria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:—Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.—Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, lʼassemblea levandosi in piedi.—Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.—Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.—Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.—Sieno! gridò lʼassemblea, coprendo dʼapplausi le parole dellʼoratore.—Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dellʼeguaglianza, della fraternità, questʼaltra santa Trinità politica!E sedette, mentre lʼassemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non cʼerano più in Transilvania che degli uomini liberi.Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. LʼAustria, che aveva già schiacciato lʼItalia, se ne impadronì. I Croati diedero lʼesempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dellʼarciduchessa Sofia—la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt,—diede il segnale. «Il mio cuore è con voi» gli aveva detto quellʼarciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamatadi 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.I Serbi batterono lʼesercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre:Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.La Corte tenne a bada la deputazione.La deputazione finì collʼaccorgersene.—A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.—A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.—Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.Il Palatino fuggì. LʼUngheria si sollevò.Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dellʼImpero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dellʼImpero, o dellʼimperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno dʼUngheria e del re. Il colonnello era austriaco nellʼanima, vale a dire idolatradella forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.Attendemmo per cinque giorni lʼordine della partenza. Lʼordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.Il capitano del 4.osquadrone diede il segnale.Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad unʼora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sullʼimmensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa chʼeʼ si presentò davanti il 4.osquadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.—Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.—Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.—E dove andate?—A Pesth, colonnello.—Chi vi ha dato lʼordine della partenza?—Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.—Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.—Colonnello, vʼè un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.—Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.—A Pesth sì. Qui no.Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.osquadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.—Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.osquadrone, e fate disarmare lʼintero squadrone.—Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro questʼordine parto: anchʼio. Partiamo col 4.oLa tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.Ci aspettavamo che lʼAustriaco allʼindomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.oed il 4.oNon ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.—Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.—Vi è pericolo per voi, signora?—Non so. Vegliate su me.Questo «vegliate su me» era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io lʼamava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore lʼaveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di unʼaureola luminosa!Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi feʼ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua chʼegli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono allʼaltra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:—Seguimi.—Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.Mʼinterposi.—La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.—Sì, lo voglio.Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. Mʼimpadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti allʼaltra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel poʼ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta dʼarrivare.Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.Lʼassemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva allʼindomani tutte le mura di Buda e di Pesth.Lʼagitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui sʼera impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito.Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:—Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.—Al principe Nyraczi?—Al principe Nyraczi.—Giammai.—Perchè dunque, di grazia?—Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non lʼho mai perdonato.Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! Dʼun tratto la contessa si alzò, si slanciò a me dʼincontro, le braccia aperte, e sclamò:—Maurizio, io tʼamo.Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno dʼaria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, allʼestremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dallʼandare tranquilloe linfatico, borbottava alcunchè di rauco e dʼindeterminato, ma non aveva già quellʼaccento di collera che sʼindovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. Allʼindietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali sʼarrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora allʼestremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega dʼun carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.Fu visto e riconosciuto.Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, lʼuccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di unʼaria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dellʼassemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:—In nome della legge, vi ordino di uscire.Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.Allʼindomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd,lasciandogli lʼinfamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e lʼobbligava a posare le armi.IV.Lʼuomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro lʼautonomia ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese nellʼinsurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva lʼesercito di Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della capitale dellʼImpero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato Vienna, e che si preparava ora a marciare contro lʼUngheria. La guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto sommato, disgraziata, e lʼesercito si ritirava sulla Maros, mentre Schlick invadeva lʼUngheria settentrionale. La nostra causa era seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. IlComitato di difesa, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo, si mostrò allʼaltezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva tutto, riempiva già della sua persona tutta lʼombra che aveva lasciatala Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve dihonved—difensori della patria—, e si ebbero più uomini che non sʼavessero armi. Si creò una cavalleria, unʼartiglieria. I capi tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise in moto.Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il settimo squadrone staccato presso lʼesercito del nord. Görgey mi nominò suo aiutante di campo.Kossuth, consegnando il comando in capo dellʼesercito del Nord al maggiore Görgey, aveva detto allʼAssemblea: «Ho tirato un buon numero dallʼurna del destino!» Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando egli, eseguendo lʼordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva introdotto lʼinimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel, riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii allʼAccademia militare di Tuhn nellʼAustria, poi aveva passato cinque anni nella guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stancodella vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice, una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia, rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona, metteva in guardia gli osservatori.Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari, tagliati corti, nellʼintenzione di dare più spazio e più lume alla sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non avevano quella dietro-cortina degli ipocriti, che copre nellʼabisso della pupilla lʼabisso dellʼanima. Egli li velava con occhiali dʼoro, che offuscavano ciò che vʼera di petulante in quel viso. Un par di mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e lʼavida sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo cessava dʼincresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una maschera, mi diedero a riflettere. Görgey sʼaccorse che io lʼosservava. E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle viscere, e notomizzava i suoi pensieri, mʼavrebbe certo, alla prima occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli disapprovava la mia condotta verso il colonnello TichterEgli aveva pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie parole, fuorchè nellʼironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto. La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove lʼorgoglio traboccava, era dʼaccordo colla parola breve e col suono brusco della voce. Egli correggeva collʼarroganza dellʼanimo e dellʼuomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al militare ed al generale.Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, dʼun bel coraggio personale, chʼegli sʼimponeva nelle circostanze decisive, con uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo dopo unʼassenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver pranzato. Con lui, si riposava dʼun combattimento con una marcia, e dʼuna marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere lʼingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che lʼoffuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo.I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui: gli leggevano nel cuore.Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava ilcivilecome un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che lʼavea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia dʼacido solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno egli stesso. Il suo spirito mancava dʼiniziativa, egli non possedeva la bussola dellʼindefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva inetto, come lʼeccesso dellʼamore uccide lʼamore. Tutte le sue passioni occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o nel coprirle sotto una forma onesta, se lʼesplosione gli preparava un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate, mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. LʼUngheria intera accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey intraprese unʼopera di tenebre, a capo della quale, smascherando le sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo dʼun precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per avvilupparvi unʼopera divina, la risurrezione dʼun popolo!Görgey aveva lʼanima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la libertà, nè la nazionalità, nè lʼindipendenza, nè lʼautonomia di una razza, nè la supremazia e la maturanza dʼuna civiltà. Egli si battevacontro lʼAustria, non per odio contro unʼistituzione un principio, ma perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e ambiva di surrogare lʼAustria in qualche luogo, per poi rimetterla a posto, facendo per sè nellʼopera e nellʼimpero una parte corrispondente allʼaltezza del servigio reso. LʼAustria non si è dessa mostrata generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?Nel secondo abboccamento chʼebbi con Görgey, lo compresi tutto. Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai. Egli ne sospettò, e mi tenne presso di sè, per sedurmi, o per perdermi. Ma avrò a riparlarvi di lui.Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato. Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiutò, dopo lʼabdicazione del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire seriamente. Egli si avanzò, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000 uomini. Görgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a 6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Görgey ordinò la ritirata, ed avvisò Kossuth di questa sua risoluzione. Egli mi chiamò alla sera, e mʼingiunse di partire sul momento per portare a Pesth il suo dispaccio.—Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi il favore di restare?Görgey, con un sorriso beffardo, mi rispose:—Non ci batteremo punto. Partite.Partii.Allʼindomani, Görgey aveva cangiato dʼavviso.La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli lʼaveva adottata, dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata brillante, ma disastrosa.Lʼinverno si mostrava severo. Lʼimmenso piano dellʼUngheria era divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e là da paludi traditrici, come quella di Hansag, che inghiottì un quarto della brigata di Leopoldo Zichy. Lʼatmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non cʼera più di azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostrihonved. Faceva un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi più traccia di strade, e quelle vicine ai corsi dʼacqua, erano sfondate ed impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie interminabili, sempre sulchi va là, non prendendo fiato che per respingere lʼinimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a Pahrendorf, e di Guyon, lʼabile e valente irlandese, a Nagy-Szombath, che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continuò. Görgey fu respinto a Babolna, ePerczel subì una disfatta a Moor, che si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Görgey fosse accorso in suo aiuto. Egli non volle.Il 1.ogennaio, la Dieta abbandonò la capitale, e trasferì la sede del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad unʼimmensa pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati. Lʼ8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia ungherese sgombrava anche Buda-Pesth. Alcune ore dopo, lʼesercito austriaco entrò nella città, e la bandiera giallo-nera prese il posto dei tre colori nazionali, bianco, rosso e verde come quelli dellʼItalia.Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo abboccamento durò un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra della più bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Görgey, e di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al generale Bem, che operava in Transilvania.—Perchè ciò?—Perchè con Bem il soldato si batte, e con Görgey si ritira; perchè Bem è un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Görgey mormora oggi, e tradirà domani.Kossuth assunse unʼaria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse:—Voi meritate di esser punito per parlare così del vostro capo.—Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarloa sei mesi. Se a questʼepoca la mia profezia....—Basta così. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra, e tenetevi pronto per partire nella notte.Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente.Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo del generale Bem.Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel generale. Görgey si ribellava contro lʼautorità della Dieta.
MAURIZIO ZAPOLYI
—Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.
Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dellʼesercito di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati nei monti, alla distruzione dellʼimpero di Attila. Questo paese, come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto lʼimpero del sultano fino allʼAdriatico, formano i Confini militari, dove, sotto la dominazione dellʼAustria, tutti gli uomini sono soldati. Lʼamministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il colono non possiede il terreno che lavora; ne gode lʼusufrutto soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre coltiva, restando semprenella riserva. Gli altri figli non hanno nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia, era al servizio in quellʼepoca, e mio padre coltivava il pezzetto di terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso, pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.
Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre, che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della dignità dellʼuomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava. Cʼera una profonda armonia dʼanima fra noi tutti, perchè nostro padre, avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul suo stampo.
Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i cespugli fioriti.
Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner—un tedesco.
Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato un giovine di ventʼanni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue abitudini di libertino, dʼubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese dʼessere amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò, spaventò quella povera donna. Che fare? Stancadelle umiliazioni che soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque, stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo marito. Il bravʼuomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio padre lesse un capitolo della Bibbia,—siamo protestanti—, poi andammo a coricarci.
Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.
Allʼalba eravamo tutti in piedi. Mio padre sʼapparecchiava ad andare al campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi lʼistruzione dei ragazzi non è negletta.
—Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.
Ella non aveva dʼuopo dʼindicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.
—Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.
Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quellʼordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore allʼuomo. È la gioja, ma non il consiglio della famiglia. È unʼutilità. È lʼamore, ma non il giudizio e lʼautorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dellʼordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.
Lʼindomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio chʼeravamo partiti nella notte. Venne la sera.
Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! Sʼera fatto radere; si era lavato. Avevabevuto meno che allʼordinario, perchè il vino usurpa sullʼamore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè lʼodor di pipa non lo precedette, non lʼannunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già collʼimaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui,—conte di fabbrica imperiale—e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci chʼegli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.
Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.
Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.
La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata allʼestremità del villaggio. Non cʼerano vicini. Delle colline sovrapposte una allʼaltra, sfrangiavano sullʼorizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.
Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dellʼuscio.Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e chʼegli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dellʼAustria.
—Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio lʼonore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.
Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso, inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di mio padre. Non cʼera grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò dʼaudacia.
—Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello. Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia, lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di trecento uomini.
—Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate ciò che io voglio: scegliete le armi.
—Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque anni, voi dovete saperlo.
—Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.
—Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice avanti di farvi appiccare.
Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello, e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta ed a sinistra sotto la possente mano dellʼoltraggiato. Eʼ credeva cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta. Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva lʼuomo. Fece quindi un segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.
—Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.
Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò allʼuomo, e, di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello, che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.
—Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu lʼultimo grido che gettò colui arrivando al fondo della scala.
La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato. Mia madre preparò la tavola,e levò dal fuoco una casseruola, ove cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro unʼeccellente salsa rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la preghiera fu finita, eʼ si rivolse a mia madre, e le disse:
—Perlamia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca dʼacqua, a quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!
Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri. Lʼultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.
Ahimè! non dovevamo più rivederla.
Ecco ciò che avvenne.
Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per obbedire agliordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette per un momento chʼegli non rendesse lʼultimo sospiro. Poggiò il lume sopra lʼultimo gradino della scala, andò verso quellʼuomo, accovacciato dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli mostrò, e gli disse:
—Mangiate e bevete.
Stese le due mani nellʼistesso tempo, lasciandogli la scelta di mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto, le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda, che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani, aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava soffocata. Mia madre nʼebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare la sua mano. Due terribili file di denti lʼazzannarono, la serrarono, frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole, essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve allʼapertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.
Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.
La scomparsa del colonnello aveva dato lʼallarme. La nostra partenza, lʼarrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono lʼopera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, lʼorto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.
Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.
Mio padre era anchʼesso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.
La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.
Avevamo marciato, senza fermarci, dritto allapuszta—ovverossia alla pianura dellʼUngheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.
Rosza Sandor era un poʼ ciò che glʼItaliani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nellapusztada anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardiRosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dallʼAustria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio dellapusztanei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.
Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.
Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre mʼabbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare lʼassassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma sʼastenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci unʼispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, dʼun circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato lʼassassino.
Questo fu tutto.
La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in queʼ paesi dei Confini militari.
Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre erajobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto disessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.
Io toccava i diciannove anni.
Una storditezza ci precipitò nellʼabisso.
Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni dʼargento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato dʼastrakan e di bei fermagli dʼargento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure dʼastrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, lʼomicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, lʼobbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, collʼistruirmi.
Quando tutta lʼUngheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Petőfi, io balzai come gli altri, mentre il viso dellʼAustria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!
La mia anima scoppiò.
Io poteva arrivare a tutto.
Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.
Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un poʼ di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita dʼuna amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e mʼinzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.
I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto sʼimpantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar levacanze nel castello di suo padre. Io non lʼaveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, unʼoasi di quercie, di pini, dʼolmi, in mezzo a quella interminabile pianura dellʼUngheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dellʼAtlantico.
La cavalcata passò come una freccia.
Tutti, sapendomi un poʼ civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento allʼaltro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.
—Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.
Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:
—Sto in agguato di un capriuolo. Voʼ cacciando.
Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.
Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: lecapacitàe glihonoratioreslo possedonopure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.
Tradotto lʼindomani alle ottʼore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato—condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.
Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia sʼincrespavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo dʼapoplessia.
I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente chʼegli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il pesodella mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.
—Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.
Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.
—Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?
—Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.
—Ebbene, continuò mio padre, lʼuomo che cercate sono io.
—Voi?
—Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago lʼammenda per mio figlio.
Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, dʼagonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:
—Lʼesecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto allʼassassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.
Ecco tutto.
La Corte si alzò, ed uscì.
Un fremito corse in tutta lʼassemblea.
Io subii la pena delle verghe.
Mio padre fu appiccato.
Lottai quarantʼotto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.
Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dellʼUngheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando lapuzstacon lʼ ansia di chi abbandona lʼamato focolare e si immerge nellʼinfinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di unʼaureola dʼoro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, sʼallargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto lʼinvasione delle tenebre che si avanzavano dallʼOriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggiacome un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dallʼaria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere lʼacqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte dʼOccidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca—quella lanuggine omicida dei paludi, che sʼapposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nellʼimmensità. Cosa sogna egli, il solitario dellapuzsta?
Ogni Ungherese è lʼembrione di un poeta, di un gentiluomo, dʼun soldato, dʼun patriotta e di un pazzo—Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.
Questa pianura dellʼUngheria è grandemente triste, è la solitudine animata, lʼincerto dellʼOriente che trasalisce sotto gli amplessi dellʼOccidente. Io portavale lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso lʼovest, era un passo nellʼesilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.
Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. Lʼaccettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento dʼussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.
La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.
Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. Lʼultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.
Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro lʼaltra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamenteungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo allʼesasperazione di questi, ed allʼodio di queglino.
Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto unʼattitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dellʼinsurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfi era lʼanima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata deidodici articoli—i nostriDiritti dellʼuomo—e di un canto di Petőfi.
—Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dellʼexequaturdel censore.
—Dovete farlo, rispose Vasvati.
—Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.
—Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.
—Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.
Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto dʼora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petőfi montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, lʼabolizione dei privilegi, lʼautonomia dellʼUngheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati allʼestero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Leacclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfi lesse allora la sua poesia.
Petőfi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, lʼaspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso—il riflesso del sole delle regioni boreali nellʼinverno.
Della patria al santo appello,
O Magiari, orsù sorgete;Esser schiavi od esser liberiÈ in poter di voi: scegliete.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!
Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.
Petőfi continuò:
Fummo schiavi. In servo avello
Gli avi dormono. A noi spettaDi giurar sui loro tumuliE compirne la vendetta.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.
Petőfi riprese:
Maledetto chi, pugnando,
Di morire avrà timore,Chi la vita—inutil cencio—Prezza più del patrio onore.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.
Petőfi continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dellʼAustria.
Più dei ceppi brilla il brando,
E assai meglio il braccio adorna;Pur di ceppi fummo carichi,Ora, spada, a noi ritorna.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.
Le due città, Buda e Pesth, si riscossero allʼeco di quel giuramento.
Petőfi, commosso vivamente, declamò lʼaltra strofa:
Dei Magiari al nome, intera
La sua gloria renderemo,Lʼonta vil di tanti secoliNoi col sangue laveremo.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, lʼimmensa voce delle due città.
Petőfi fini il suo inno:
Sui sepolcri nostri proni
A pregar un dì vedremoI redenti nostri posteri,E dal ciel nʼesulteremo.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò lʼintiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva lʼUngheria! viva la libertà!
Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Petőfi, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio dʼuna bomba. Allʼindomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Petőfi.
Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbrein permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. IlComitato di salute pubblicadecretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dellʼUngheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dellʼautonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trentʼanni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso lʼarciduca Francesco Carlo, padre dellʼimperatore attuale, e pregato di attendere perchè lʼarciduca pranzava, sclamò: «Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!» Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò lʼUngheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.
Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero lʼiniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dellʼAustria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:
—Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.
—Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, lʼassemblea levandosi in piedi.
—Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.
—Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.
—Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.
—Sieno! gridò lʼassemblea, coprendo dʼapplausi le parole dellʼoratore.
—Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dellʼeguaglianza, della fraternità, questʼaltra santa Trinità politica!
E sedette, mentre lʼassemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non cʼerano più in Transilvania che degli uomini liberi.
Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.
La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. LʼAustria, che aveva già schiacciato lʼItalia, se ne impadronì. I Croati diedero lʼesempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dellʼarciduchessa Sofia—la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt,—diede il segnale. «Il mio cuore è con voi» gli aveva detto quellʼarciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.
La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamatadi 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.
I Serbi batterono lʼesercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre:Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.
La Corte tenne a bada la deputazione.
La deputazione finì collʼaccorgersene.
—A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.
—A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.
E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.
—Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.
Il Palatino fuggì. LʼUngheria si sollevò.
Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dellʼImpero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dellʼImpero, o dellʼimperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno dʼUngheria e del re. Il colonnello era austriaco nellʼanima, vale a dire idolatradella forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.
Attendemmo per cinque giorni lʼordine della partenza. Lʼordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.
Il capitano del 4.osquadrone diede il segnale.
Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad unʼora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sullʼimmensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa chʼeʼ si presentò davanti il 4.osquadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.
—Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.
—Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.
—E dove andate?
—A Pesth, colonnello.
—Chi vi ha dato lʼordine della partenza?
—Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.
—Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.
—Colonnello, vʼè un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.
—Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.
—A Pesth sì. Qui no.
Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.osquadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.
—Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.osquadrone, e fate disarmare lʼintero squadrone.
—Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro questʼordine parto: anchʼio. Partiamo col 4.o
La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.
Ci aspettavamo che lʼAustriaco allʼindomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.oed il 4.o
Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.
—Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.
—Vi è pericolo per voi, signora?
—Non so. Vegliate su me.
Questo «vegliate su me» era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io lʼamava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore lʼaveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di unʼaureola luminosa!
Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi feʼ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua chʼegli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono allʼaltra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:
—Seguimi.
—Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.
Mʼinterposi.
—La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.
—Sì, lo voglio.
Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. Mʼimpadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti allʼaltra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel poʼ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta dʼarrivare.
Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.
Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.
La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.
Lʼassemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva allʼindomani tutte le mura di Buda e di Pesth.
Lʼagitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.
Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui sʼera impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.
Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito.Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:
—Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.
—Al principe Nyraczi?
—Al principe Nyraczi.
—Giammai.
—Perchè dunque, di grazia?
—Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non lʼho mai perdonato.
Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! Dʼun tratto la contessa si alzò, si slanciò a me dʼincontro, le braccia aperte, e sclamò:
—Maurizio, io tʼamo.
Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.
Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno dʼaria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, allʼestremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dallʼandare tranquilloe linfatico, borbottava alcunchè di rauco e dʼindeterminato, ma non aveva già quellʼaccento di collera che sʼindovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. Allʼindietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali sʼarrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora allʼestremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega dʼun carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.
Fu visto e riconosciuto.
Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, lʼuccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di unʼaria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dellʼassemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:
—In nome della legge, vi ordino di uscire.
Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.
Allʼindomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd,lasciandogli lʼinfamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e lʼobbligava a posare le armi.
Lʼuomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro lʼautonomia ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese nellʼinsurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva lʼesercito di Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della capitale dellʼImpero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato Vienna, e che si preparava ora a marciare contro lʼUngheria. La guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto sommato, disgraziata, e lʼesercito si ritirava sulla Maros, mentre Schlick invadeva lʼUngheria settentrionale. La nostra causa era seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. IlComitato di difesa, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo, si mostrò allʼaltezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva tutto, riempiva già della sua persona tutta lʼombra che aveva lasciatala Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve dihonved—difensori della patria—, e si ebbero più uomini che non sʼavessero armi. Si creò una cavalleria, unʼartiglieria. I capi tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise in moto.
Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il settimo squadrone staccato presso lʼesercito del nord. Görgey mi nominò suo aiutante di campo.
Kossuth, consegnando il comando in capo dellʼesercito del Nord al maggiore Görgey, aveva detto allʼAssemblea: «Ho tirato un buon numero dallʼurna del destino!» Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando egli, eseguendo lʼordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva introdotto lʼinimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel, riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.
Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii allʼAccademia militare di Tuhn nellʼAustria, poi aveva passato cinque anni nella guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stancodella vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice, una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia, rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona, metteva in guardia gli osservatori.
Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari, tagliati corti, nellʼintenzione di dare più spazio e più lume alla sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non avevano quella dietro-cortina degli ipocriti, che copre nellʼabisso della pupilla lʼabisso dellʼanima. Egli li velava con occhiali dʼoro, che offuscavano ciò che vʼera di petulante in quel viso. Un par di mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e lʼavida sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo cessava dʼincresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una maschera, mi diedero a riflettere. Görgey sʼaccorse che io lʼosservava. E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle viscere, e notomizzava i suoi pensieri, mʼavrebbe certo, alla prima occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli disapprovava la mia condotta verso il colonnello TichterEgli aveva pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie parole, fuorchè nellʼironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto. La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove lʼorgoglio traboccava, era dʼaccordo colla parola breve e col suono brusco della voce. Egli correggeva collʼarroganza dellʼanimo e dellʼuomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al militare ed al generale.
Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, dʼun bel coraggio personale, chʼegli sʼimponeva nelle circostanze decisive, con uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo dopo unʼassenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver pranzato. Con lui, si riposava dʼun combattimento con una marcia, e dʼuna marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere lʼingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che lʼoffuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo.
I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui: gli leggevano nel cuore.
Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava ilcivilecome un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che lʼavea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia dʼacido solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno egli stesso. Il suo spirito mancava dʼiniziativa, egli non possedeva la bussola dellʼindefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva inetto, come lʼeccesso dellʼamore uccide lʼamore. Tutte le sue passioni occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o nel coprirle sotto una forma onesta, se lʼesplosione gli preparava un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate, mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. LʼUngheria intera accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey intraprese unʼopera di tenebre, a capo della quale, smascherando le sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo dʼun precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per avvilupparvi unʼopera divina, la risurrezione dʼun popolo!
Görgey aveva lʼanima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la libertà, nè la nazionalità, nè lʼindipendenza, nè lʼautonomia di una razza, nè la supremazia e la maturanza dʼuna civiltà. Egli si battevacontro lʼAustria, non per odio contro unʼistituzione un principio, ma perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e ambiva di surrogare lʼAustria in qualche luogo, per poi rimetterla a posto, facendo per sè nellʼopera e nellʼimpero una parte corrispondente allʼaltezza del servigio reso. LʼAustria non si è dessa mostrata generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?
Nel secondo abboccamento chʼebbi con Görgey, lo compresi tutto. Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai. Egli ne sospettò, e mi tenne presso di sè, per sedurmi, o per perdermi. Ma avrò a riparlarvi di lui.
Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato. Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiutò, dopo lʼabdicazione del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire seriamente. Egli si avanzò, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000 uomini. Görgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a 6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Görgey ordinò la ritirata, ed avvisò Kossuth di questa sua risoluzione. Egli mi chiamò alla sera, e mʼingiunse di partire sul momento per portare a Pesth il suo dispaccio.
—Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi il favore di restare?
Görgey, con un sorriso beffardo, mi rispose:
—Non ci batteremo punto. Partite.
Partii.
Allʼindomani, Görgey aveva cangiato dʼavviso.
La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli lʼaveva adottata, dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata brillante, ma disastrosa.
Lʼinverno si mostrava severo. Lʼimmenso piano dellʼUngheria era divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e là da paludi traditrici, come quella di Hansag, che inghiottì un quarto della brigata di Leopoldo Zichy. Lʼatmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non cʼera più di azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostrihonved. Faceva un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi più traccia di strade, e quelle vicine ai corsi dʼacqua, erano sfondate ed impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie interminabili, sempre sulchi va là, non prendendo fiato che per respingere lʼinimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a Pahrendorf, e di Guyon, lʼabile e valente irlandese, a Nagy-Szombath, che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continuò. Görgey fu respinto a Babolna, ePerczel subì una disfatta a Moor, che si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Görgey fosse accorso in suo aiuto. Egli non volle.
Il 1.ogennaio, la Dieta abbandonò la capitale, e trasferì la sede del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad unʼimmensa pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati. Lʼ8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia ungherese sgombrava anche Buda-Pesth. Alcune ore dopo, lʼesercito austriaco entrò nella città, e la bandiera giallo-nera prese il posto dei tre colori nazionali, bianco, rosso e verde come quelli dellʼItalia.
Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo abboccamento durò un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra della più bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Görgey, e di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al generale Bem, che operava in Transilvania.
—Perchè ciò?
—Perchè con Bem il soldato si batte, e con Görgey si ritira; perchè Bem è un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Görgey mormora oggi, e tradirà domani.
Kossuth assunse unʼaria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse:
—Voi meritate di esser punito per parlare così del vostro capo.
—Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarloa sei mesi. Se a questʼepoca la mia profezia....
—Basta così. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra, e tenetevi pronto per partire nella notte.
Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente.
Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo del generale Bem.
Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.
Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel generale. Görgey si ribellava contro lʼautorità della Dieta.