V.

V.Io intanto correva lapuszta.Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la disperazione negli occhi, andando incontro allʼignoto, con un sole malinconico e smorto. La traversavo adesso, collʼamore nellʼanima, colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che talvolta si polverizzava sotto lʼimpeto dʼun vento turbinoso, oh come io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino era servo, il signore soggetto. LʼAustria era qualcosa di tenebroso, di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate e cariche diminaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo da unʼaltra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza, tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. Lʼaria era muta, o risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti di addobbo. Lʼebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a Roma.Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il padrone è cittadino. LʼAustria batte, ma il suo prestigio è morto. Il nome disanta patriafa risuonare tutti gli echi. LʼUngherese si batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che si arruolano neglihonved, attende le notizie dellʼesercito, scrive quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange, teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una patria.Il mio viaggio in mezzo allapuszta, malgrado la solitudine dellʼinverno, malgrado lʼoscurità della notte, mi parve una festa. Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere della speranza colpita a morte dallʼinsuccesso. In ogni soffio dʼaria ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfi. Ovunque,delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna: il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava, passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io gettava un grido, germogliavano soldati.Incontrai le prime colonne dellʼesercito del Sud, che il Governo chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich, colui che Klapka chiama lʼuomo di ferro, lʼenergico comandante delle formidabiliberrette rosse, il 9.ohonved. Lasciando il Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:«Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro che devasterò le vostre contrade, e vʼinseguirò fino a che esisterà sul suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure».Damjanich era Serbo.Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.Seguii il Danubio dallʼaspetto terroso e triste, che non era gelato, malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad un filo di rame un poʼ ossidato sopra uno scudo dʼacciaio riflettente laluna. Alla fine arrivai alla frontiera della Transilvania, provincia che è una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta allʼUngheria soltanto per tre porte: tre gole.Bem mi aveva preceduto di sei giorni.Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto. Bem, entrando al servizio dellʼUngheria, aveva posto per condizione di non dipendere direttamente che da Kossuth,dal capo del Governo.—Dallʼamico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.Kossuth gli scriveva queste semplici righe:«Amico mio, tʼinvio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire generale. Ha il diavolo in corpo, cioè un amore nel cuore, ove irradiansi i due più bei occhi di myosotis dellʼUngheria. Fa ciò che puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo, e sarai più felice di me; la giovine donna abbraccierà forse la tua testa calva».Bem fissò su di me i suoi grigi occhi dʼaquila. Ci scrutammo scambievolmente. E da quel momento fummo amici.—Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.Lʼesercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto a 10,950 uomini dʼinfanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la metà guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di truppe regolari, e a diverse migliaia dileve in massa, Valacchi e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I corpi ungheresi comandatida Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano incontrato lʼinimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacciò Urban, lo sciacallo dellʼesercito austriaco. Il 19, Dobay battè Wardener. Il 20, Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza colonna austro-valacca. Il 23, Bem incontrò la brigata imperiale di Jablonowski, lʼattaccò alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine della campagna, come diceva Petőfi, che era aiutante di campo di Bem. Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre, proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa. Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella città che essi abbandonarono.—Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.Egli proclamò unʼamnistia generale; ma, mentre lo si cercava per acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in bianco, Bem esclama:—Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.Unʼora dopo, gli Austro-Valacchi erano in rotta.Bem inseguì Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il combattimento durò tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati a pezzi nellaloro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati, presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili; e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo gelati, nella Bukovina.—Che insaponata! sclamò Bem alla sera.Infatti, il nord della Transilvania era netto dʼAustriaci.—Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel mezzogiorno; Puchner ci darà del fuoco.Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:—In marcia, babbo.Chiamavamo il generale: papà Bem.Puchner si avanzava in cerca dellʼesercito ungherese. Lo incontrammo in vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.—Ingoiatemi un poʼ quei furfanti! gridò Bem.Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della sua colonna nella direzione di Nagy-Szeben (Hermannstadt).—Addosso a quei cani, urlò Bem.E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni. Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne, torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli inritardo. Il pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà quel far la guerra per unʼidea, quando si ha fede in un capo dotato di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy-Szeben, città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000 uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.—Generale, devo comandare lʼassalto? gli domandai.—Per bacco!—Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?—Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.Egli lanciò la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanciò ancora. Respinti di nuovo. Li lanciò per la terza volta. Indietreggiarono.—Avanti gli ussari, gridò Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.Una grandine di mitraglia ci rovesciò.—Czetz è arrivato, generale.—Avanti tutti, allora.Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. Lʼala sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue. Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una batteria, chʼegli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella città. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni. Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.—Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a crepapancia, ragazzi miei.Puchner attaccò, ritornò alla carica, poi attaccò ancora. Battuto, respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e rientra alla sera in Nagy-Szeben.Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi, che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanciò dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.—Cosa si fa, generale? gli chiesi.—Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini, 6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che Bem faceva sgombrare sopra Szasz-Sebey. Un grido dʼindignazione si alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezzʼora dopo, essa era spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.—Codesto diavolo dʼuomo non mi lascia neppure il tempo dʼempir la mia pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros. Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem lʼaccettò.—Facciamo una burla ai nostri fratelli, dissʼegli. Quando arriveranno, troveranno lʼaffar fatto.Tarde venientibus ossa. Avanti.Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.—Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta la cosa.Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono. Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano data, venne a prendere il comando. Lʼinimico fu respinto in disordine, la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad unʼimboscata. Il nemico prese lʼoffensiva. Noi avevamo consumato tutte le munizioni.—Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo pagata noi. Alla bajonetta dunque!Gli Austriaci anchʼessi non avevano più munizioni.La sera, eravamo padroni della vittoria, che eradubbia al mattino, che ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.Bem, col suo infallibile colpo dʼocchio, vide allora la posizione della campagna.Puchner non aveva più base alle sue operazioni.La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni dʼogni fatta.Bem ordinò allʼistante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano, circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta cʼinghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che sʼingolfava col rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio, formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando colle braccia lʼartiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno... E cantavamo i ritornelli di Petőfi, che marciava sempre alla testa, e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra la barba del generale polacco, che Petőfi chiamava «uno stendardo bianco!»Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.Là ritrovai Amelia.VI.La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi, avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati, i miei parenti, ella vi si recò pure per velarmi colle visioni dellʼavvenire le lugubri memorie del passato.Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.Eravamo attesi.Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse allʼimperatore. La quinta, che era la mia, restò fedele alla patria. Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco; e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano «un aristocratico», da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23 febbrajo, lo schiacciò, e lo rigettò anche una volta nella Bukovina. Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e cuiil general Lüders, occupante la Moldo-Valacchia, gli aveva inviati sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e diede lʼordine di porsi immediatamente in marcia.—Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro còmpito, mi disse il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due compagnie di honved.Amelia, che ci aveva preceduti, mi spiegò le parole di Bem.Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di unʼamazzone, in mezzo agli ufficiali dello stato-maggiore, pronta a mettersi in marcia con noi.—Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante lʼassedio di Damiata, pregò il signor di Joinville di ucciderla, se la vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville rispose:—Regina, ci avevo pensato.—Voi che fareste in una simile circostanza?...—Ciò che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.—Grazie, replicò Amelia. Mio marito è a Nagy-Szeben. Noi vi andiamo. Io vengo con voi.Io aprii le mie braccia, ella vi si gettò; il patto era firmato.Arrivammo lʼ11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, chè anchʼessi aveano invocato lʼajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella città. Gli Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentaronosei altre, e noi li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanciò la colonna di Bethlen, ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi, cantando un nuovo ritornello di Petőfi, ed ivi ci precipitammo contro la porta di Nagy-Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte. Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nellʼIliade, e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a Nagy-Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli ussari ungheresi. Sebö. Il colonnello Tichter comandava la quarta sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci riconoscemmo.Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.—Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.Egli non rispose, ma scaricò dʼuna mano un colpo di pistola a bruciapelo sulla mia testa, mentre con lʼaltra mi lasciò andare un fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che ricevette il colpo di sciabola; la palla bruciò i miei capelli. Il mio cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello parò, indietreggiando: io lʼincalzavo sempre. Trovai finalmente la mia pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non più rialzarsi. La battaglia passò sul suo corpo.I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città. La notte, gli Austro-Russi fuggirono. Bem mʼabbracciò, e mi nominò maggiore.Bem proclamò lʼamnistia, e mʼinviò alla Dieta a portar lʼannunzio che la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfi erano miei amici; Amelia era libera e mi amava.Essere lʼamico di Bem!...Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia. Era stato lʼanima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì al viso.Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, dʼoscuro, di traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba bianca ondeggiava a capriccio dellʼaria, come una di quelle vele latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dallʼimmenso azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano conservato delle lungheciocche di capelli bianchi. Il fronte alto e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un misto di scienziato e di poeta.Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una città o in un paese conquistato, era di proclamare lʼamnistia. I suoi occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo dellʼOceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a volta a volta, come in quelli dʼun fanciullo di genio, che principia ad interrogare il mondo e la vita.Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a tavola lʼaccarezzava colla mano, come il mento dʼuna bella amante. La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione. La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso tempo che realizzava la formula la più assoluta dellʼautorità e della volontà, che sʼimpongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo. Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci, di scintille, gli rivelava allʼistante il nodo delle situazioni. La sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo dʼocchio: lʼinsieme ed i particolari; la suainduzione teneva il posto della divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza riposare, senza stancarsi mai.Estremamente sobrio, vestito dʼuna tunica grigia, egli è stato il più realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno se ne curò. Non carezzò mai lʼammirazione del pubblico. Non sʼatteggiò in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La Dieta lo nominò luogotenente-maresciallo, e gli diede la decorazione di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò niente, ma sdegnò la parte volgare dʼun Cincinnato da melodramma. Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro la Russia e lʼAustria, egli salutò la mezza-luna, e divenne pascià. Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui, come nel genio della guerra e della libertà—fede virile—lʼavessero trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla degradazione e dallʼadulazione. Leale, franco, generosissimo, non invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai, non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale, confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di Bem. Ma Kossuth lo sostenne.La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava nella vittoria definitiva; una parola dʼelogio senza enfasi, che sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che nonlesinò; lʼesempio che dava, non domandando agli altri cosa chʼegli non avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione; la rapidità della concezione e dellʼesecuzione.... tutte queste qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo stato di leggenda nel sud dellʼUngheria. LʼEuropa non se ne fece un feticcio,—ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I semi-dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfi lo chiamava un Giulio Cesare galantuomo.La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di essere bene accolta;—ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, lʼepopea della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo allʼUngheria.Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re—cioè dallʼimperatore dʼAustria—aveva continuato la sua difficile ritirata, inquietato da ogni parte dallʼinimico, che era tenuto a distanza in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich allʼala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade, montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti, di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre cheGörgey danzava a Löcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava lʼala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva Ottinger a Szolnok, a Czegled. Lʼesercito ungherese si trovava così riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo, mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone dellʼUngheria.Questa illusione non durò molto.Noi riprendemmo presto lʼoffensiva. Lʼesercito ungherese si componeva di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando lʼarrivo delle due divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento allʼincirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dallʼaltra parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo fu il più grande sbaglio, lʼunico forse, che Kossuth abbia commesso durante tutto il tempo in cui tenne il destino dellʼUngheria nelle sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone dellʼesercito!...Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna, cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth mʼinviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già Görgey mi faceva lʼonore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e come ne parlassi cogli ufficiali di stato-maggiore. Egli mi ricevette molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono certo.Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero in fuga Jellachich a Tapio-Bicske, e gli fecero subire delle perdite considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto lʼesercito si trovò in presenza degli Austriaci a Isaszeg. Lʼinimico era più forte di un terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta. Klapka cominciò lʼattacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo dʼarmata sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. Lʼala sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo alla diritta. A quattrʼore arrivò Görgey, e prese la direzione della battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.Ad una lega di distanza, accampavano due corpidel nostro esercito. Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dallʼaltra con 8,000 uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia, senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore, per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di Nagy-Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci. Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth, e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto a Vienna.LʼAustria infliggeva a sè stessa il disonore dʼinvocare lʼassistenza della Russia—ed era un ungherese,il conte Enrico Zichy, che accettava lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.VII.Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio-chiaro, il che velava forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva, stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara. Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello, il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbedi non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana, un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco, della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di Debreczin—e lʼinvadeva.La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati, e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso, celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne dʼaquila,la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi, di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale, quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola; la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi, presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza: Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente. Lo spettacolo divenne sublime.Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro, Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità delsuo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede, forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientareogni sentimento onesto, calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».—No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.—È dunque venuta lʼora, riprese Kossuth, in cui è dovere dellʼUngheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in faccia allʼEuropa ed al popolo, in faccia di Dio e dellʼUniverso, che vogliono esser liberi ed indipendenti.Lʼentusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di tre secoli fra lʼUngheria e la Casa dʼAustria, espose la situazione, raccontò le peripezie dellʼultima guerra, e concluse colle due seguenti proposizioni:1.oChe lʼUngheria fosse dichiarata Stato indipendente, e, relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;2.oChe la Casa di Absburgo-Lorena fosse dichiarata decaduta per sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti civili dellʼUngheria.Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:—Così sia!Amen!Le proposizioni furono votate ad unanimità.Kossuth fu eletto presidente-governatore dellʼUngheria.GliEljen Kossuthfurono interminabili. Kossuth, profondamente commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce tremante, soggiunse:—Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dellʼUngheria liberata.Egli è adesso nellʼesilio—come Vittor Hugo, Ledru-Rollin, Quinet....—esempio della rigidità della coscienza umana.Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e lʼindipendenza dellʼUngheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe Nyraczi—il padre dʼAmelia.Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando allʼEuropa attonita il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda, ritornò sui suoi passi, e diresse allʼesercito questo proclama:«Commilitoni.«È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e lʼinimico ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete trionfato, trionfato sette volte, una dopo lʼaltra. Oggimai voi trionferete mai sempre.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!«Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più decisive ancora saranno quelle che combatteremo dʼora in avanti. Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare allʼUngheriala sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più santa fra le missioni.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!«Molti fra voi credono che lʼavvenire desiderato è fin dʼora conquistato. Non vʼingannate. Questa lotta pei diritti naturali dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto sostenuta dallʼUngheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le vittorie.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!«E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio-Bicske, di Isaszeg, di Vacz, di Nagy-Sarlo e di Komarom; per ciò, in mezzo anche allo spaventevole rumore delle battaglie, io dʼora in avanti non avrò per voi che un sol grido:«Avanti, camerati, avanti.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!»Avanti!gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco-Giuseppe, era Kossuth.VIII.—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava la sua sede.Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth, come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva Görgey.Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16 al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di Nagy-Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia.Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte. Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale, colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino, alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò lʼopera della breccia.Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale fu rinnovato, al grido formidabile di:Eljen a Magyar!La fanteria ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia. Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza era nostra.Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel quartier generale, sopra la collina Kis-Svábhegy.Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi risvegliai allʼimprovviso. Amelia serravala mia testa sul suo cuore, ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti. Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario. Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote come suo luogotenente:i berretti gialli, che da due anni facevano la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti! Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa, coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini,allʼabolizione delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore. Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè le idee, nè le passioni si modificavano mai.Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta, perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna bianca, e conla testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera, sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza. Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che ordine volete darmi?—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo, il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi ad uno straniero, adun padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco la mia ragione.—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa; ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio? Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?—Io aveva sedici anni allora.—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo divenuta inesorabile?—Uccidermi.Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.—Noi! di già?—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra benedizi....—Giammai!—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.—Ed allora?—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼaltrosarà già caduto sopra un campo di battaglia qualunque.Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:—Basta. Addio.—A rivederci, disse la contessa.—Ah!—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio, ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da Pesth.Ella non attese la risposta, ed uscì.Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto. Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo, che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie. Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che attraversava.Aveva io il tempo di essere ammalato?IX.Lʼesercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo. Noi riprendemmo lʼoffensiva, nella speranza di battere gli Austriaci prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey contro Haynau, quellʼHaynau che il macello di Brescia aveva posto in evidenza,e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene dellʼesercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio, che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi omicide.Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più unʼironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21 giugno. Kossuth mʼaveva addetto allo stato-maggiore.Görgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo quartier generale, si fu perchè avevamo avuto nel giorno precedente degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il 21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato. Haynau si preparò a marciare sopra Pesth per la riva diritta del Danubio, rimasta libera, mentre Görgey intrigava e si allontanava continuamente dallʼesercito, cumulando il grado di generalissimo con quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo unʼaltra disfatta a Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe assisteva alla battaglia. Görgey scrisse a Kossuth dʼabbandonare Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole: «Quanto a me, abbandonatemi al mio destino». Grido dʼallarme calcolato. Significava:rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.In questo momento, lʼesercito russo arrivato dal nord, sotto gli ordini di Paskevitch, formava un insieme di 130,000 uomini. Lo czar lʼaveva passato in rivista a Zmygrod. Il granduca Costantino lo seguiva da dilettante. Di già Lüders, nel sud, aveva invaso la Transilvania, il 19 giugno, alla testa di 50,000 uomini. In breve, il 1.oluglio cʼerano in Ungheria 191,587 Russi e 130,000 Austriaci. Contro questa massa formidabile lʼUngheria non potè opporre che 150,000 uomini sopra unʼestensione immensa: per mancanza dʼarmi, non per mancanza dʼuomini. Non potendo far fronte a quella valanga, si cercò la salvezza nella strategia. Dembinski concepì il piano di campagna, prendendo per base dʼoperazione il Banato, provvisto di due difese naturali, la Tisza e la Maros. Görgey, che era, lʼho già detto, incapace di formare egli stesso un piano, promise dʼeseguire quello del suo inimico, piano, del resto, discusso ed approvato da un Consiglio di guerra. Ma egli non vi si conformò. E fece ancor peggio. Abbandonò il fiume Czonczo, che copriva la via di Buda-Pesth, e si ritirò nel campo trincerato di Comorn, lasciando il terzo Corpo isolato sulla Vag. Cinquantamila Austriaci vennero ad offrirci battaglia. Lʼaccettammo senza esitare.Il combattimento ebbe principio allʼalba. Ad unʼora gli Austriaci, posti in rotta allʼala sinistra, piegavano anche al centro, sotto una irresistibile carica di ventiquattro squadroni di Ussari condotti da Görgey. Io ne comandava quattro, e fui testimoniodʼun attentato che mi addolorò, quantunque lo trovassi salutare: un ussaro misurò a Görgey, per di dietro, un colpo di sciabola alla testa—per liberare il paese chʼegli tradiva. Noi credemmo assicurata la vittoria. Da un punto allʼaltro, dinanzi agli Austriaci dispersi e Francesco Giuseppe che fuggiva, apparve la riserva russa, che smascherò cinquanta pezzi posti in batteria. Era la tela del destino, che si alzava per mostrarci la voragine nella quale la patria doveva perdersi. La notte, che scese, mise fine alla pugna, e coprì la nostra disfatta.Görgey inviò al Governo un dispaccio ribelle, che provocò la sua dimissione; ma si commise il fallo di lasciargli il portafogli della guerra. Kossuth si faceva ancora illusione, o voleva ancora, a forza di magnanimità, ritardare il tradimento di quellʼinfame. Lʼesercito, commosso dai commentarii insolenti del colonnello Bayer, capo dello stato-maggior generale, si mostrò scontento della destituzione di Görgey. Un Consiglio di guerra nominò due delegati, Klapka e Nagy-Sandor, per andar a pregare Kossuth di levare a Görgey, piuttosto il portafogli della guerra, che il comando in capo. Io pregai Nagy-Sandor di condurmi seco a Pesth. Sentivo che, se fossi restato presso Görgey, lʼavrei ucciso.Partimmo. Il 5 luglio, i delegati furono ammessi dinanzi al Consiglio dei ministri, e la loro domanda fu accordata; ma il Consiglio insistette sulla pronta partenza dellʼesercito dellʼalto Danubio per andare a concentrarsi colle truppe che dovevano operare sulla Tisza. Lʼaccecamento era incurabile: Dio, che voleva perderci, colpiva di demenza il Governo e lʼesercito! Più Görgey sʼinoltrava nella via deltradimento, più la sua popolarità aumentava. A lui si attribuivano tutti i successi, mentre egli rigettava sopra questi e sopra quegli la responsabilità dei falli e dei disastri. Pure, le più brillanti vittorie dellʼesercito del Danubio non erano state riportate da lui. Guyon aveva guadagnata quella di Braniczko; Gaspar quella di Hatvan; Demjanich quella di Bicske; quella di Isacszeg fu principiata senza di lui; egli non assisteva nè a quella di Vacz, nè a quella di Nagy-Sarlo, nè a quella di Buda. Si dimenticava tutto ciò. Si era già entrati in quella vertigine che spinge allʼabisso.Görgey non obbedì alle ultime ingiunzioni. Egli non partì. Al contrario, tentò di rompere le linee nemiche intorno a Comorn. Lʼesercito si battè tutta la giornata dellʼ11 luglio, senza riescirvi. Alla sera, dopo la disfatta, dovette rientrare nel suo campo trincerato. Görgey diede finalmente il segnale della partenza.Era troppo tardi, perchè i Russi occupavano già Debreczin, e gli Austriaci Buda-Pesth. Haynau lanciò nella capitale un proclama, ove lʼorribile gareggiava col grottesco. Dʼaltra parte, Guyon aveva battuto Jellachich parecchie volte, e gli Ungheresi rioccupavano la regione posta fra la Tisza ed il Danubio. Ma Szeged, ove il Governo trasferì la sua sede, era minacciata.Kossuth mi aveva nominato colonnello, e Bem mi chiamava nel suo esercito, riservandomi un comando. I miei voti erano esauditi. Mi posi in cammino. Avevamo ora la speranza della disperazione: perderci nel naufragio! Il naufragio ci pareva inevitabile, poichè lʼacciecamento ed il tradimento sʼeran messi della partita. Io era terribilmente triste. Incontravosui margini delle strade dei gruppi di giovani, che ritornavano dallʼesercito, laceri, dimagriti, terribilmente consumati dalla febbre, tremanti sotto un sole pesante, denso, giallastro, che divorava tutto ciò che toccava, agonizzanti, assetati e non avendo da bere che lʼacqua limosa, verdastra e pestilenziale delle paludi. Lapusztanon era più quellʼantico lago di 500 chilometri di diametro cangiato in prateria, che alla primavera sembrava un mare di verdura ondulante, limitato dalla gran curva del Danubio, da Pesth a Belgrado, ed il semicerchio delle montagne azzurre dei Carpazii; era un mare giallo, gonfiato qua e là da vapori bianchi, che strisciavano sotto lʼaspirazione esausta del sole,—la nebbia avvelenata delle paludi, ove il toro bianco e la cavalla selvaggia degli Czikos, si trascuravano essi stessi, sonnolenti ed oppressi. La Tisza e la Maros travolgevano delle onde melmose dʼun verde livido. Tutto aveva lʼitterizia e lʼardore divorante della febbre. La caldura annientava le forze. Nei villaggi si vedevano degli uomini, validi ancora, accovacciati agli angoli delle strade, la pipa in bocca, aspettare lʼignoto, che pesava sovrʼessi e li stringeva da ogni parte. Non un soffio dʼaria, non una goccia di rugiada: sempre lʼalito snervante e malaticcio, che corre sulle acque tenebrose delle paludi, come quello dʼun demone. Io sentiva la voglia di piangere. Affrettavo il passo, seminando consolazioni ed incoraggiamenti, che erano accettati col sorriso della rassegnazione. Due uomini soli non disperavano ancora, Kossuth e Bem.Bem aveva già cominciate le sue operazioni. Egli aveva sotto i suoi ordini 20,000 uomini effettivi, e conquesto pugno di coscritti doveva far fronte a 13,000 Austriaci e 50,000 Russi, e impedir loro dʼentrare in Transilvania. Questʼimpresa prendeva le proporzioni dʼun miracolo; la storia si tagliava le ciarpe della leggenda. Ma in guerra i grossi battaglioni finiscono sempre col divorare i piccoli. I Russi, venendo dalla Valacchia e dalla Bucovina, presentandosi a tutte le entrate in una volta, avevano finito col forzarle sotto la pressione delle loro possenti colonne. Essi penetravano nella Transilvania da sei passi.Io incontrai Bem il 10 luglio, di mattina, al momento che i Russi lʼattaccavano, presso Besztercze. Egli non volle ripiegarsi, e subimmo un grosso scacco. Sei giorni dopo, a Szered-falva, fummo nuovamente battuti. Bem aveva subito già due altre disfatte presso Teke, malgrado i prodigi che seppe fare con poche centinaia dʼuomini, circondati dai Cosacchi, come il mare circonda unʼisola. Nondimeno corremmo nel paese siculo a dar battaglia a Clam-Gallas. Vincemmo due giorni di seguito, il 21 e 22 luglio, poi con 2,500 uomini entrammo in Valacchia per fare una diversione ai Russi. I Moldo-Valacchi non risposero alla nostra chiamata, quantunque lʼavessero promesso, e ritornammo sui nostri passi.Nellʼandare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci la strada. Al ritorno, Lüders accampava già in Segesvar, quando Bem venne, poco lungi dalla città, a dargli battaglia. Ai primi colpi di cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo più stare a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una piccola vettura tirata da due focosiinkersattaccati allʼungherese, con delle bardature chiamatecsalang, da cui pendono da tutte le parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta prima. Poi, strisciando nella belletta, andò a nascondersi fino alla notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non può più cancellarsi dai miei occhi: la morte di Petőfi.Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una ondata di cavalieri russi piombò sopra lui, e sommerse i suoi compagni. Il suo cavallo, un diabolicotarkasdella Puszta, partì con un salto di fianco, e lo trasportò traverso uno spazio chʼesso vide solitario. Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del terreno ove lʼerba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva volare anzichè camminare, perchè sentiva il suolo venirgli meno sotto i piedi. Petőfi provò di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso. Egli penzolava già sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure del suolo. Io gettai un grido di spavento.Petőfi volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile. Egli scendeva già nellʼabisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta formidabile delfango. Ma più egli si sforzava di sollevarsi, più scavava il vuoto che lo aspirava, più ingrandiva il buco da cui era inghiottito. Petőfi si rizzò sul corpo del cavallo, già quasi scomparso. Sperò per un momento che la sua cavalcatura colmasse la fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino! Lʼuomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel petto ove batteva un cuore così generoso e così eroico, fino alla testa chʼegli portava sì alta, malgrado il peso del pensiero, sotto lʼaureola del genio! Vidi quel capo così fieramente caratteristico sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile agguato dellʼabisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa ritornare allʼaspetto formidabilmente tranquillo dellʼimboscata calma e silenziosa. Fuggii da quel sito.Bem uscì dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo corpo. Trovò riuniti 7,000 uomini a Maros-Vasarhély. Si gettò sopra Nagy-Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesciò i Russi a Vizahna, prese dʼassalto Nagy-Szeben. Lüders accorse allʼindomani, e si presentò in ordine di battaglia sotto le mura della città. Bem non lo fece attendere. Gli andò incontro, dicendoci:—Siamo civili con questo Calmucco.I Sassoni di Nagy-Szeben ci gettarono dellʼacqua bollente sul capo, e tirarono dalle finestre su noi. Lüders ci bombardò a meraviglia. Ritirandosi, Bem incontrò la staffetta del Governo, che lo richiamava in Ungheria in qualità di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora allʼidea di confidare la dittatura aGörgey. La proposta era stata fatta, e le circostanze la imponevano.Görgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilità, salvando i suoi 25,000 uomini dallʼinseguimento dei 120,000 Russi, che gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia, barcamenandosi fra lʼesercito di Paskevitch, che lo balestrava da una parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla Gallizia, condotto da Osten-Sacken. Avrebbe anche potuto venire in soccorso di Nagy-Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini, era attaccato allʼimprovviso a Debreczin da 80,000 Russi.—Ecco Nagy-Sandor, che riceve una bastonata! sclamò sorridendo Görgey, udendo tuonare il cannone.Görgey aveva giurato la distruzione di Nagy-Sandor e del suo corpo. Quando egli aveva emessa lʼidea di una dittatura militare, Nagy-Sandor aveva detto:—Se cʼè qualcuno che vuol divenir Cesare, io sarò il suo Bruto.Finalmente Görgey aveva ricondotto lʼesercito ad Arad. Ma il Governo aveva dovuto abbandonare anche Szeged. Dembinski vi aveva riunito circa 35,000 uomini in una specie di campo trincierato, appena abbozzato. Nonostante, la posizione non sembrandogli tenibile sotto le valanghe di Russi e di Austriaci che affluivano da tutte le parti, aveva dato lʼordine di abbandonarla e di stabilirsi un poʼ più lungi, a Szőreg.Haynau, che comprendeva il suo vantaggio di numero e di posizione, non gli lasciò il tempo di condurre a fine il suo cambiamento di posto. Attaccò le truppe, che cominciavano a prender stanza a Szőreg.La battaglia ebbe principio il 5 agosto di sera. Gli Ungheresi avevano gli occhi abbagliati dal sole che tramontava ed impediva loro di vedere lʼinimico. Essi non furono sconfitti, ma piuttosto cedettero il terreno, protetti dagli ussari, che rinnovando delle ammirabili cariche, tennero in iscacco gli Austriaci.Dembinski aveva a scegliere allora fra due linee di ritirata: Arad, ove Görgey doveva arrivare il giorno stesso; o Temesvar, fortezza che era nelle mani degli Austriaci, ma dove sperava di tirare a sè il corpo di Kmety. Il vecchio generale polacco preferì, per fatalità, Temesvar, la cui guarnigione, credeva egli, non poteva resistere lungamente. Il Governo seguiva il corpo dʼarmata di Dembinski. La Dieta si era aggiornatasine die. Il principe Nyraczi e sua figlia si ritiravano collʼesercito, cacciati dallʼultima loro dimora di Szeged e spinti dalla tempesta, che li travolgeva dinanzi a sè.

V.Io intanto correva lapuszta.Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la disperazione negli occhi, andando incontro allʼignoto, con un sole malinconico e smorto. La traversavo adesso, collʼamore nellʼanima, colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che talvolta si polverizzava sotto lʼimpeto dʼun vento turbinoso, oh come io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino era servo, il signore soggetto. LʼAustria era qualcosa di tenebroso, di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate e cariche diminaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo da unʼaltra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza, tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. Lʼaria era muta, o risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti di addobbo. Lʼebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a Roma.Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il padrone è cittadino. LʼAustria batte, ma il suo prestigio è morto. Il nome disanta patriafa risuonare tutti gli echi. LʼUngherese si batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che si arruolano neglihonved, attende le notizie dellʼesercito, scrive quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange, teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una patria.Il mio viaggio in mezzo allapuszta, malgrado la solitudine dellʼinverno, malgrado lʼoscurità della notte, mi parve una festa. Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere della speranza colpita a morte dallʼinsuccesso. In ogni soffio dʼaria ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfi. Ovunque,delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna: il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava, passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io gettava un grido, germogliavano soldati.Incontrai le prime colonne dellʼesercito del Sud, che il Governo chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich, colui che Klapka chiama lʼuomo di ferro, lʼenergico comandante delle formidabiliberrette rosse, il 9.ohonved. Lasciando il Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:«Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro che devasterò le vostre contrade, e vʼinseguirò fino a che esisterà sul suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure».Damjanich era Serbo.Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.Seguii il Danubio dallʼaspetto terroso e triste, che non era gelato, malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad un filo di rame un poʼ ossidato sopra uno scudo dʼacciaio riflettente laluna. Alla fine arrivai alla frontiera della Transilvania, provincia che è una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta allʼUngheria soltanto per tre porte: tre gole.Bem mi aveva preceduto di sei giorni.Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto. Bem, entrando al servizio dellʼUngheria, aveva posto per condizione di non dipendere direttamente che da Kossuth,dal capo del Governo.—Dallʼamico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.Kossuth gli scriveva queste semplici righe:«Amico mio, tʼinvio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire generale. Ha il diavolo in corpo, cioè un amore nel cuore, ove irradiansi i due più bei occhi di myosotis dellʼUngheria. Fa ciò che puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo, e sarai più felice di me; la giovine donna abbraccierà forse la tua testa calva».Bem fissò su di me i suoi grigi occhi dʼaquila. Ci scrutammo scambievolmente. E da quel momento fummo amici.—Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.Lʼesercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto a 10,950 uomini dʼinfanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la metà guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di truppe regolari, e a diverse migliaia dileve in massa, Valacchi e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I corpi ungheresi comandatida Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano incontrato lʼinimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacciò Urban, lo sciacallo dellʼesercito austriaco. Il 19, Dobay battè Wardener. Il 20, Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza colonna austro-valacca. Il 23, Bem incontrò la brigata imperiale di Jablonowski, lʼattaccò alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine della campagna, come diceva Petőfi, che era aiutante di campo di Bem. Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre, proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa. Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella città che essi abbandonarono.—Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.Egli proclamò unʼamnistia generale; ma, mentre lo si cercava per acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in bianco, Bem esclama:—Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.Unʼora dopo, gli Austro-Valacchi erano in rotta.Bem inseguì Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il combattimento durò tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati a pezzi nellaloro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati, presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili; e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo gelati, nella Bukovina.—Che insaponata! sclamò Bem alla sera.Infatti, il nord della Transilvania era netto dʼAustriaci.—Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel mezzogiorno; Puchner ci darà del fuoco.Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:—In marcia, babbo.Chiamavamo il generale: papà Bem.Puchner si avanzava in cerca dellʼesercito ungherese. Lo incontrammo in vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.—Ingoiatemi un poʼ quei furfanti! gridò Bem.Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della sua colonna nella direzione di Nagy-Szeben (Hermannstadt).—Addosso a quei cani, urlò Bem.E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni. Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne, torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli inritardo. Il pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà quel far la guerra per unʼidea, quando si ha fede in un capo dotato di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy-Szeben, città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000 uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.—Generale, devo comandare lʼassalto? gli domandai.—Per bacco!—Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?—Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.Egli lanciò la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanciò ancora. Respinti di nuovo. Li lanciò per la terza volta. Indietreggiarono.—Avanti gli ussari, gridò Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.Una grandine di mitraglia ci rovesciò.—Czetz è arrivato, generale.—Avanti tutti, allora.Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. Lʼala sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue. Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una batteria, chʼegli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella città. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni. Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.—Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a crepapancia, ragazzi miei.Puchner attaccò, ritornò alla carica, poi attaccò ancora. Battuto, respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e rientra alla sera in Nagy-Szeben.Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi, che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanciò dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.—Cosa si fa, generale? gli chiesi.—Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini, 6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che Bem faceva sgombrare sopra Szasz-Sebey. Un grido dʼindignazione si alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezzʼora dopo, essa era spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.—Codesto diavolo dʼuomo non mi lascia neppure il tempo dʼempir la mia pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros. Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem lʼaccettò.—Facciamo una burla ai nostri fratelli, dissʼegli. Quando arriveranno, troveranno lʼaffar fatto.Tarde venientibus ossa. Avanti.Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.—Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta la cosa.Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono. Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano data, venne a prendere il comando. Lʼinimico fu respinto in disordine, la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad unʼimboscata. Il nemico prese lʼoffensiva. Noi avevamo consumato tutte le munizioni.—Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo pagata noi. Alla bajonetta dunque!Gli Austriaci anchʼessi non avevano più munizioni.La sera, eravamo padroni della vittoria, che eradubbia al mattino, che ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.Bem, col suo infallibile colpo dʼocchio, vide allora la posizione della campagna.Puchner non aveva più base alle sue operazioni.La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni dʼogni fatta.Bem ordinò allʼistante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano, circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta cʼinghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che sʼingolfava col rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio, formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando colle braccia lʼartiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno... E cantavamo i ritornelli di Petőfi, che marciava sempre alla testa, e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra la barba del generale polacco, che Petőfi chiamava «uno stendardo bianco!»Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.Là ritrovai Amelia.VI.La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi, avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati, i miei parenti, ella vi si recò pure per velarmi colle visioni dellʼavvenire le lugubri memorie del passato.Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.Eravamo attesi.Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse allʼimperatore. La quinta, che era la mia, restò fedele alla patria. Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco; e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano «un aristocratico», da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23 febbrajo, lo schiacciò, e lo rigettò anche una volta nella Bukovina. Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e cuiil general Lüders, occupante la Moldo-Valacchia, gli aveva inviati sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e diede lʼordine di porsi immediatamente in marcia.—Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro còmpito, mi disse il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due compagnie di honved.Amelia, che ci aveva preceduti, mi spiegò le parole di Bem.Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di unʼamazzone, in mezzo agli ufficiali dello stato-maggiore, pronta a mettersi in marcia con noi.—Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante lʼassedio di Damiata, pregò il signor di Joinville di ucciderla, se la vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville rispose:—Regina, ci avevo pensato.—Voi che fareste in una simile circostanza?...—Ciò che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.—Grazie, replicò Amelia. Mio marito è a Nagy-Szeben. Noi vi andiamo. Io vengo con voi.Io aprii le mie braccia, ella vi si gettò; il patto era firmato.Arrivammo lʼ11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, chè anchʼessi aveano invocato lʼajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella città. Gli Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentaronosei altre, e noi li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanciò la colonna di Bethlen, ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi, cantando un nuovo ritornello di Petőfi, ed ivi ci precipitammo contro la porta di Nagy-Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte. Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nellʼIliade, e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a Nagy-Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli ussari ungheresi. Sebö. Il colonnello Tichter comandava la quarta sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci riconoscemmo.Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.—Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.Egli non rispose, ma scaricò dʼuna mano un colpo di pistola a bruciapelo sulla mia testa, mentre con lʼaltra mi lasciò andare un fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che ricevette il colpo di sciabola; la palla bruciò i miei capelli. Il mio cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello parò, indietreggiando: io lʼincalzavo sempre. Trovai finalmente la mia pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non più rialzarsi. La battaglia passò sul suo corpo.I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città. La notte, gli Austro-Russi fuggirono. Bem mʼabbracciò, e mi nominò maggiore.Bem proclamò lʼamnistia, e mʼinviò alla Dieta a portar lʼannunzio che la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfi erano miei amici; Amelia era libera e mi amava.Essere lʼamico di Bem!...Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia. Era stato lʼanima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì al viso.Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, dʼoscuro, di traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba bianca ondeggiava a capriccio dellʼaria, come una di quelle vele latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dallʼimmenso azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano conservato delle lungheciocche di capelli bianchi. Il fronte alto e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un misto di scienziato e di poeta.Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una città o in un paese conquistato, era di proclamare lʼamnistia. I suoi occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo dellʼOceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a volta a volta, come in quelli dʼun fanciullo di genio, che principia ad interrogare il mondo e la vita.Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a tavola lʼaccarezzava colla mano, come il mento dʼuna bella amante. La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione. La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso tempo che realizzava la formula la più assoluta dellʼautorità e della volontà, che sʼimpongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo. Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci, di scintille, gli rivelava allʼistante il nodo delle situazioni. La sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo dʼocchio: lʼinsieme ed i particolari; la suainduzione teneva il posto della divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza riposare, senza stancarsi mai.Estremamente sobrio, vestito dʼuna tunica grigia, egli è stato il più realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno se ne curò. Non carezzò mai lʼammirazione del pubblico. Non sʼatteggiò in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La Dieta lo nominò luogotenente-maresciallo, e gli diede la decorazione di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò niente, ma sdegnò la parte volgare dʼun Cincinnato da melodramma. Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro la Russia e lʼAustria, egli salutò la mezza-luna, e divenne pascià. Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui, come nel genio della guerra e della libertà—fede virile—lʼavessero trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla degradazione e dallʼadulazione. Leale, franco, generosissimo, non invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai, non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale, confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di Bem. Ma Kossuth lo sostenne.La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava nella vittoria definitiva; una parola dʼelogio senza enfasi, che sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che nonlesinò; lʼesempio che dava, non domandando agli altri cosa chʼegli non avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione; la rapidità della concezione e dellʼesecuzione.... tutte queste qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo stato di leggenda nel sud dellʼUngheria. LʼEuropa non se ne fece un feticcio,—ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I semi-dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfi lo chiamava un Giulio Cesare galantuomo.La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di essere bene accolta;—ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, lʼepopea della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo allʼUngheria.Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re—cioè dallʼimperatore dʼAustria—aveva continuato la sua difficile ritirata, inquietato da ogni parte dallʼinimico, che era tenuto a distanza in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich allʼala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade, montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti, di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre cheGörgey danzava a Löcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava lʼala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva Ottinger a Szolnok, a Czegled. Lʼesercito ungherese si trovava così riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo, mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone dellʼUngheria.Questa illusione non durò molto.Noi riprendemmo presto lʼoffensiva. Lʼesercito ungherese si componeva di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando lʼarrivo delle due divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento allʼincirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dallʼaltra parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo fu il più grande sbaglio, lʼunico forse, che Kossuth abbia commesso durante tutto il tempo in cui tenne il destino dellʼUngheria nelle sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone dellʼesercito!...Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna, cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth mʼinviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già Görgey mi faceva lʼonore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e come ne parlassi cogli ufficiali di stato-maggiore. Egli mi ricevette molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono certo.Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero in fuga Jellachich a Tapio-Bicske, e gli fecero subire delle perdite considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto lʼesercito si trovò in presenza degli Austriaci a Isaszeg. Lʼinimico era più forte di un terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta. Klapka cominciò lʼattacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo dʼarmata sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. Lʼala sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo alla diritta. A quattrʼore arrivò Görgey, e prese la direzione della battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.Ad una lega di distanza, accampavano due corpidel nostro esercito. Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dallʼaltra con 8,000 uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia, senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore, per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di Nagy-Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci. Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth, e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto a Vienna.LʼAustria infliggeva a sè stessa il disonore dʼinvocare lʼassistenza della Russia—ed era un ungherese,il conte Enrico Zichy, che accettava lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.VII.Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio-chiaro, il che velava forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva, stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara. Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello, il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbedi non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana, un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco, della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di Debreczin—e lʼinvadeva.La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati, e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso, celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne dʼaquila,la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi, di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale, quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola; la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi, presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza: Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente. Lo spettacolo divenne sublime.Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro, Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità delsuo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede, forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientareogni sentimento onesto, calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».—No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.—È dunque venuta lʼora, riprese Kossuth, in cui è dovere dellʼUngheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in faccia allʼEuropa ed al popolo, in faccia di Dio e dellʼUniverso, che vogliono esser liberi ed indipendenti.Lʼentusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di tre secoli fra lʼUngheria e la Casa dʼAustria, espose la situazione, raccontò le peripezie dellʼultima guerra, e concluse colle due seguenti proposizioni:1.oChe lʼUngheria fosse dichiarata Stato indipendente, e, relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;2.oChe la Casa di Absburgo-Lorena fosse dichiarata decaduta per sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti civili dellʼUngheria.Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:—Così sia!Amen!Le proposizioni furono votate ad unanimità.Kossuth fu eletto presidente-governatore dellʼUngheria.GliEljen Kossuthfurono interminabili. Kossuth, profondamente commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce tremante, soggiunse:—Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dellʼUngheria liberata.Egli è adesso nellʼesilio—come Vittor Hugo, Ledru-Rollin, Quinet....—esempio della rigidità della coscienza umana.Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e lʼindipendenza dellʼUngheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe Nyraczi—il padre dʼAmelia.Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando allʼEuropa attonita il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda, ritornò sui suoi passi, e diresse allʼesercito questo proclama:«Commilitoni.«È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e lʼinimico ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete trionfato, trionfato sette volte, una dopo lʼaltra. Oggimai voi trionferete mai sempre.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!«Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più decisive ancora saranno quelle che combatteremo dʼora in avanti. Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare allʼUngheriala sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più santa fra le missioni.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!«Molti fra voi credono che lʼavvenire desiderato è fin dʼora conquistato. Non vʼingannate. Questa lotta pei diritti naturali dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto sostenuta dallʼUngheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le vittorie.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!«E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio-Bicske, di Isaszeg, di Vacz, di Nagy-Sarlo e di Komarom; per ciò, in mezzo anche allo spaventevole rumore delle battaglie, io dʼora in avanti non avrò per voi che un sol grido:«Avanti, camerati, avanti.«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!»Avanti!gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco-Giuseppe, era Kossuth.VIII.—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava la sua sede.Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth, come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva Görgey.Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16 al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di Nagy-Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia.Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte. Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale, colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino, alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò lʼopera della breccia.Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale fu rinnovato, al grido formidabile di:Eljen a Magyar!La fanteria ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia. Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza era nostra.Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel quartier generale, sopra la collina Kis-Svábhegy.Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi risvegliai allʼimprovviso. Amelia serravala mia testa sul suo cuore, ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti. Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario. Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote come suo luogotenente:i berretti gialli, che da due anni facevano la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti! Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa, coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini,allʼabolizione delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore. Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè le idee, nè le passioni si modificavano mai.Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta, perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna bianca, e conla testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera, sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza. Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che ordine volete darmi?—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo, il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi ad uno straniero, adun padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco la mia ragione.—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa; ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio? Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?—Io aveva sedici anni allora.—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo divenuta inesorabile?—Uccidermi.Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.—Noi! di già?—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra benedizi....—Giammai!—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.—Ed allora?—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼaltrosarà già caduto sopra un campo di battaglia qualunque.Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:—Basta. Addio.—A rivederci, disse la contessa.—Ah!—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio, ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da Pesth.Ella non attese la risposta, ed uscì.Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto. Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo, che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie. Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che attraversava.Aveva io il tempo di essere ammalato?IX.Lʼesercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo. Noi riprendemmo lʼoffensiva, nella speranza di battere gli Austriaci prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey contro Haynau, quellʼHaynau che il macello di Brescia aveva posto in evidenza,e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene dellʼesercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio, che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi omicide.Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più unʼironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21 giugno. Kossuth mʼaveva addetto allo stato-maggiore.Görgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo quartier generale, si fu perchè avevamo avuto nel giorno precedente degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il 21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato. Haynau si preparò a marciare sopra Pesth per la riva diritta del Danubio, rimasta libera, mentre Görgey intrigava e si allontanava continuamente dallʼesercito, cumulando il grado di generalissimo con quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo unʼaltra disfatta a Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe assisteva alla battaglia. Görgey scrisse a Kossuth dʼabbandonare Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole: «Quanto a me, abbandonatemi al mio destino». Grido dʼallarme calcolato. Significava:rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.In questo momento, lʼesercito russo arrivato dal nord, sotto gli ordini di Paskevitch, formava un insieme di 130,000 uomini. Lo czar lʼaveva passato in rivista a Zmygrod. Il granduca Costantino lo seguiva da dilettante. Di già Lüders, nel sud, aveva invaso la Transilvania, il 19 giugno, alla testa di 50,000 uomini. In breve, il 1.oluglio cʼerano in Ungheria 191,587 Russi e 130,000 Austriaci. Contro questa massa formidabile lʼUngheria non potè opporre che 150,000 uomini sopra unʼestensione immensa: per mancanza dʼarmi, non per mancanza dʼuomini. Non potendo far fronte a quella valanga, si cercò la salvezza nella strategia. Dembinski concepì il piano di campagna, prendendo per base dʼoperazione il Banato, provvisto di due difese naturali, la Tisza e la Maros. Görgey, che era, lʼho già detto, incapace di formare egli stesso un piano, promise dʼeseguire quello del suo inimico, piano, del resto, discusso ed approvato da un Consiglio di guerra. Ma egli non vi si conformò. E fece ancor peggio. Abbandonò il fiume Czonczo, che copriva la via di Buda-Pesth, e si ritirò nel campo trincerato di Comorn, lasciando il terzo Corpo isolato sulla Vag. Cinquantamila Austriaci vennero ad offrirci battaglia. Lʼaccettammo senza esitare.Il combattimento ebbe principio allʼalba. Ad unʼora gli Austriaci, posti in rotta allʼala sinistra, piegavano anche al centro, sotto una irresistibile carica di ventiquattro squadroni di Ussari condotti da Görgey. Io ne comandava quattro, e fui testimoniodʼun attentato che mi addolorò, quantunque lo trovassi salutare: un ussaro misurò a Görgey, per di dietro, un colpo di sciabola alla testa—per liberare il paese chʼegli tradiva. Noi credemmo assicurata la vittoria. Da un punto allʼaltro, dinanzi agli Austriaci dispersi e Francesco Giuseppe che fuggiva, apparve la riserva russa, che smascherò cinquanta pezzi posti in batteria. Era la tela del destino, che si alzava per mostrarci la voragine nella quale la patria doveva perdersi. La notte, che scese, mise fine alla pugna, e coprì la nostra disfatta.Görgey inviò al Governo un dispaccio ribelle, che provocò la sua dimissione; ma si commise il fallo di lasciargli il portafogli della guerra. Kossuth si faceva ancora illusione, o voleva ancora, a forza di magnanimità, ritardare il tradimento di quellʼinfame. Lʼesercito, commosso dai commentarii insolenti del colonnello Bayer, capo dello stato-maggior generale, si mostrò scontento della destituzione di Görgey. Un Consiglio di guerra nominò due delegati, Klapka e Nagy-Sandor, per andar a pregare Kossuth di levare a Görgey, piuttosto il portafogli della guerra, che il comando in capo. Io pregai Nagy-Sandor di condurmi seco a Pesth. Sentivo che, se fossi restato presso Görgey, lʼavrei ucciso.Partimmo. Il 5 luglio, i delegati furono ammessi dinanzi al Consiglio dei ministri, e la loro domanda fu accordata; ma il Consiglio insistette sulla pronta partenza dellʼesercito dellʼalto Danubio per andare a concentrarsi colle truppe che dovevano operare sulla Tisza. Lʼaccecamento era incurabile: Dio, che voleva perderci, colpiva di demenza il Governo e lʼesercito! Più Görgey sʼinoltrava nella via deltradimento, più la sua popolarità aumentava. A lui si attribuivano tutti i successi, mentre egli rigettava sopra questi e sopra quegli la responsabilità dei falli e dei disastri. Pure, le più brillanti vittorie dellʼesercito del Danubio non erano state riportate da lui. Guyon aveva guadagnata quella di Braniczko; Gaspar quella di Hatvan; Demjanich quella di Bicske; quella di Isacszeg fu principiata senza di lui; egli non assisteva nè a quella di Vacz, nè a quella di Nagy-Sarlo, nè a quella di Buda. Si dimenticava tutto ciò. Si era già entrati in quella vertigine che spinge allʼabisso.Görgey non obbedì alle ultime ingiunzioni. Egli non partì. Al contrario, tentò di rompere le linee nemiche intorno a Comorn. Lʼesercito si battè tutta la giornata dellʼ11 luglio, senza riescirvi. Alla sera, dopo la disfatta, dovette rientrare nel suo campo trincerato. Görgey diede finalmente il segnale della partenza.Era troppo tardi, perchè i Russi occupavano già Debreczin, e gli Austriaci Buda-Pesth. Haynau lanciò nella capitale un proclama, ove lʼorribile gareggiava col grottesco. Dʼaltra parte, Guyon aveva battuto Jellachich parecchie volte, e gli Ungheresi rioccupavano la regione posta fra la Tisza ed il Danubio. Ma Szeged, ove il Governo trasferì la sua sede, era minacciata.Kossuth mi aveva nominato colonnello, e Bem mi chiamava nel suo esercito, riservandomi un comando. I miei voti erano esauditi. Mi posi in cammino. Avevamo ora la speranza della disperazione: perderci nel naufragio! Il naufragio ci pareva inevitabile, poichè lʼacciecamento ed il tradimento sʼeran messi della partita. Io era terribilmente triste. Incontravosui margini delle strade dei gruppi di giovani, che ritornavano dallʼesercito, laceri, dimagriti, terribilmente consumati dalla febbre, tremanti sotto un sole pesante, denso, giallastro, che divorava tutto ciò che toccava, agonizzanti, assetati e non avendo da bere che lʼacqua limosa, verdastra e pestilenziale delle paludi. Lapusztanon era più quellʼantico lago di 500 chilometri di diametro cangiato in prateria, che alla primavera sembrava un mare di verdura ondulante, limitato dalla gran curva del Danubio, da Pesth a Belgrado, ed il semicerchio delle montagne azzurre dei Carpazii; era un mare giallo, gonfiato qua e là da vapori bianchi, che strisciavano sotto lʼaspirazione esausta del sole,—la nebbia avvelenata delle paludi, ove il toro bianco e la cavalla selvaggia degli Czikos, si trascuravano essi stessi, sonnolenti ed oppressi. La Tisza e la Maros travolgevano delle onde melmose dʼun verde livido. Tutto aveva lʼitterizia e lʼardore divorante della febbre. La caldura annientava le forze. Nei villaggi si vedevano degli uomini, validi ancora, accovacciati agli angoli delle strade, la pipa in bocca, aspettare lʼignoto, che pesava sovrʼessi e li stringeva da ogni parte. Non un soffio dʼaria, non una goccia di rugiada: sempre lʼalito snervante e malaticcio, che corre sulle acque tenebrose delle paludi, come quello dʼun demone. Io sentiva la voglia di piangere. Affrettavo il passo, seminando consolazioni ed incoraggiamenti, che erano accettati col sorriso della rassegnazione. Due uomini soli non disperavano ancora, Kossuth e Bem.Bem aveva già cominciate le sue operazioni. Egli aveva sotto i suoi ordini 20,000 uomini effettivi, e conquesto pugno di coscritti doveva far fronte a 13,000 Austriaci e 50,000 Russi, e impedir loro dʼentrare in Transilvania. Questʼimpresa prendeva le proporzioni dʼun miracolo; la storia si tagliava le ciarpe della leggenda. Ma in guerra i grossi battaglioni finiscono sempre col divorare i piccoli. I Russi, venendo dalla Valacchia e dalla Bucovina, presentandosi a tutte le entrate in una volta, avevano finito col forzarle sotto la pressione delle loro possenti colonne. Essi penetravano nella Transilvania da sei passi.Io incontrai Bem il 10 luglio, di mattina, al momento che i Russi lʼattaccavano, presso Besztercze. Egli non volle ripiegarsi, e subimmo un grosso scacco. Sei giorni dopo, a Szered-falva, fummo nuovamente battuti. Bem aveva subito già due altre disfatte presso Teke, malgrado i prodigi che seppe fare con poche centinaia dʼuomini, circondati dai Cosacchi, come il mare circonda unʼisola. Nondimeno corremmo nel paese siculo a dar battaglia a Clam-Gallas. Vincemmo due giorni di seguito, il 21 e 22 luglio, poi con 2,500 uomini entrammo in Valacchia per fare una diversione ai Russi. I Moldo-Valacchi non risposero alla nostra chiamata, quantunque lʼavessero promesso, e ritornammo sui nostri passi.Nellʼandare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci la strada. Al ritorno, Lüders accampava già in Segesvar, quando Bem venne, poco lungi dalla città, a dargli battaglia. Ai primi colpi di cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo più stare a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una piccola vettura tirata da due focosiinkersattaccati allʼungherese, con delle bardature chiamatecsalang, da cui pendono da tutte le parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta prima. Poi, strisciando nella belletta, andò a nascondersi fino alla notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non può più cancellarsi dai miei occhi: la morte di Petőfi.Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una ondata di cavalieri russi piombò sopra lui, e sommerse i suoi compagni. Il suo cavallo, un diabolicotarkasdella Puszta, partì con un salto di fianco, e lo trasportò traverso uno spazio chʼesso vide solitario. Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del terreno ove lʼerba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva volare anzichè camminare, perchè sentiva il suolo venirgli meno sotto i piedi. Petőfi provò di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso. Egli penzolava già sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure del suolo. Io gettai un grido di spavento.Petőfi volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile. Egli scendeva già nellʼabisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta formidabile delfango. Ma più egli si sforzava di sollevarsi, più scavava il vuoto che lo aspirava, più ingrandiva il buco da cui era inghiottito. Petőfi si rizzò sul corpo del cavallo, già quasi scomparso. Sperò per un momento che la sua cavalcatura colmasse la fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino! Lʼuomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel petto ove batteva un cuore così generoso e così eroico, fino alla testa chʼegli portava sì alta, malgrado il peso del pensiero, sotto lʼaureola del genio! Vidi quel capo così fieramente caratteristico sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile agguato dellʼabisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa ritornare allʼaspetto formidabilmente tranquillo dellʼimboscata calma e silenziosa. Fuggii da quel sito.Bem uscì dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo corpo. Trovò riuniti 7,000 uomini a Maros-Vasarhély. Si gettò sopra Nagy-Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesciò i Russi a Vizahna, prese dʼassalto Nagy-Szeben. Lüders accorse allʼindomani, e si presentò in ordine di battaglia sotto le mura della città. Bem non lo fece attendere. Gli andò incontro, dicendoci:—Siamo civili con questo Calmucco.I Sassoni di Nagy-Szeben ci gettarono dellʼacqua bollente sul capo, e tirarono dalle finestre su noi. Lüders ci bombardò a meraviglia. Ritirandosi, Bem incontrò la staffetta del Governo, che lo richiamava in Ungheria in qualità di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora allʼidea di confidare la dittatura aGörgey. La proposta era stata fatta, e le circostanze la imponevano.Görgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilità, salvando i suoi 25,000 uomini dallʼinseguimento dei 120,000 Russi, che gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia, barcamenandosi fra lʼesercito di Paskevitch, che lo balestrava da una parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla Gallizia, condotto da Osten-Sacken. Avrebbe anche potuto venire in soccorso di Nagy-Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini, era attaccato allʼimprovviso a Debreczin da 80,000 Russi.—Ecco Nagy-Sandor, che riceve una bastonata! sclamò sorridendo Görgey, udendo tuonare il cannone.Görgey aveva giurato la distruzione di Nagy-Sandor e del suo corpo. Quando egli aveva emessa lʼidea di una dittatura militare, Nagy-Sandor aveva detto:—Se cʼè qualcuno che vuol divenir Cesare, io sarò il suo Bruto.Finalmente Görgey aveva ricondotto lʼesercito ad Arad. Ma il Governo aveva dovuto abbandonare anche Szeged. Dembinski vi aveva riunito circa 35,000 uomini in una specie di campo trincierato, appena abbozzato. Nonostante, la posizione non sembrandogli tenibile sotto le valanghe di Russi e di Austriaci che affluivano da tutte le parti, aveva dato lʼordine di abbandonarla e di stabilirsi un poʼ più lungi, a Szőreg.Haynau, che comprendeva il suo vantaggio di numero e di posizione, non gli lasciò il tempo di condurre a fine il suo cambiamento di posto. Attaccò le truppe, che cominciavano a prender stanza a Szőreg.La battaglia ebbe principio il 5 agosto di sera. Gli Ungheresi avevano gli occhi abbagliati dal sole che tramontava ed impediva loro di vedere lʼinimico. Essi non furono sconfitti, ma piuttosto cedettero il terreno, protetti dagli ussari, che rinnovando delle ammirabili cariche, tennero in iscacco gli Austriaci.Dembinski aveva a scegliere allora fra due linee di ritirata: Arad, ove Görgey doveva arrivare il giorno stesso; o Temesvar, fortezza che era nelle mani degli Austriaci, ma dove sperava di tirare a sè il corpo di Kmety. Il vecchio generale polacco preferì, per fatalità, Temesvar, la cui guarnigione, credeva egli, non poteva resistere lungamente. Il Governo seguiva il corpo dʼarmata di Dembinski. La Dieta si era aggiornatasine die. Il principe Nyraczi e sua figlia si ritiravano collʼesercito, cacciati dallʼultima loro dimora di Szeged e spinti dalla tempesta, che li travolgeva dinanzi a sè.

Io intanto correva lapuszta.

Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la disperazione negli occhi, andando incontro allʼignoto, con un sole malinconico e smorto. La traversavo adesso, collʼamore nellʼanima, colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che talvolta si polverizzava sotto lʼimpeto dʼun vento turbinoso, oh come io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino era servo, il signore soggetto. LʼAustria era qualcosa di tenebroso, di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate e cariche diminaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo da unʼaltra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza, tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. Lʼaria era muta, o risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti di addobbo. Lʼebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a Roma.

Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il padrone è cittadino. LʼAustria batte, ma il suo prestigio è morto. Il nome disanta patriafa risuonare tutti gli echi. LʼUngherese si batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che si arruolano neglihonved, attende le notizie dellʼesercito, scrive quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange, teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una patria.

Il mio viaggio in mezzo allapuszta, malgrado la solitudine dellʼinverno, malgrado lʼoscurità della notte, mi parve una festa. Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere della speranza colpita a morte dallʼinsuccesso. In ogni soffio dʼaria ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfi. Ovunque,delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna: il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava, passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io gettava un grido, germogliavano soldati.

Incontrai le prime colonne dellʼesercito del Sud, che il Governo chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich, colui che Klapka chiama lʼuomo di ferro, lʼenergico comandante delle formidabiliberrette rosse, il 9.ohonved. Lasciando il Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:

«Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro che devasterò le vostre contrade, e vʼinseguirò fino a che esisterà sul suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure».

Damjanich era Serbo.

Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.

Seguii il Danubio dallʼaspetto terroso e triste, che non era gelato, malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad un filo di rame un poʼ ossidato sopra uno scudo dʼacciaio riflettente laluna. Alla fine arrivai alla frontiera della Transilvania, provincia che è una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta allʼUngheria soltanto per tre porte: tre gole.

Bem mi aveva preceduto di sei giorni.

Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto. Bem, entrando al servizio dellʼUngheria, aveva posto per condizione di non dipendere direttamente che da Kossuth,dal capo del Governo.

—Dallʼamico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.

Kossuth gli scriveva queste semplici righe:

«Amico mio, tʼinvio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire generale. Ha il diavolo in corpo, cioè un amore nel cuore, ove irradiansi i due più bei occhi di myosotis dellʼUngheria. Fa ciò che puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo, e sarai più felice di me; la giovine donna abbraccierà forse la tua testa calva».

Bem fissò su di me i suoi grigi occhi dʼaquila. Ci scrutammo scambievolmente. E da quel momento fummo amici.

—Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.

Lʼesercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto a 10,950 uomini dʼinfanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la metà guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di truppe regolari, e a diverse migliaia dileve in massa, Valacchi e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I corpi ungheresi comandatida Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano incontrato lʼinimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacciò Urban, lo sciacallo dellʼesercito austriaco. Il 19, Dobay battè Wardener. Il 20, Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza colonna austro-valacca. Il 23, Bem incontrò la brigata imperiale di Jablonowski, lʼattaccò alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine della campagna, come diceva Petőfi, che era aiutante di campo di Bem. Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre, proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa. Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella città che essi abbandonarono.

—Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.

Egli proclamò unʼamnistia generale; ma, mentre lo si cercava per acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in bianco, Bem esclama:

—Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.

Unʼora dopo, gli Austro-Valacchi erano in rotta.

Bem inseguì Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il combattimento durò tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati a pezzi nellaloro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati, presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili; e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo gelati, nella Bukovina.

—Che insaponata! sclamò Bem alla sera.

Infatti, il nord della Transilvania era netto dʼAustriaci.

—Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel mezzogiorno; Puchner ci darà del fuoco.

Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:

—In marcia, babbo.

Chiamavamo il generale: papà Bem.

Puchner si avanzava in cerca dellʼesercito ungherese. Lo incontrammo in vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.

—Ingoiatemi un poʼ quei furfanti! gridò Bem.

Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della sua colonna nella direzione di Nagy-Szeben (Hermannstadt).

—Addosso a quei cani, urlò Bem.

E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni. Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne, torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli inritardo. Il pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà quel far la guerra per unʼidea, quando si ha fede in un capo dotato di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy-Szeben, città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000 uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.

—Generale, devo comandare lʼassalto? gli domandai.

—Per bacco!

—Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?

—Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.

Egli lanciò la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanciò ancora. Respinti di nuovo. Li lanciò per la terza volta. Indietreggiarono.

—Avanti gli ussari, gridò Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.

Una grandine di mitraglia ci rovesciò.

—Czetz è arrivato, generale.

—Avanti tutti, allora.

Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. Lʼala sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue. Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una batteria, chʼegli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella città. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni. Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.

—Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a crepapancia, ragazzi miei.

Puchner attaccò, ritornò alla carica, poi attaccò ancora. Battuto, respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e rientra alla sera in Nagy-Szeben.

Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi, che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanciò dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.

—Cosa si fa, generale? gli chiesi.

—Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.

Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini, 6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che Bem faceva sgombrare sopra Szasz-Sebey. Un grido dʼindignazione si alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezzʼora dopo, essa era spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.

—Codesto diavolo dʼuomo non mi lascia neppure il tempo dʼempir la mia pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.

E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros. Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.

Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem lʼaccettò.

—Facciamo una burla ai nostri fratelli, dissʼegli. Quando arriveranno, troveranno lʼaffar fatto.Tarde venientibus ossa. Avanti.

Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.

—Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta la cosa.

Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.

Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.

Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono. Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano data, venne a prendere il comando. Lʼinimico fu respinto in disordine, la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad unʼimboscata. Il nemico prese lʼoffensiva. Noi avevamo consumato tutte le munizioni.

—Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo pagata noi. Alla bajonetta dunque!

Gli Austriaci anchʼessi non avevano più munizioni.

La sera, eravamo padroni della vittoria, che eradubbia al mattino, che ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.

Bem, col suo infallibile colpo dʼocchio, vide allora la posizione della campagna.

Puchner non aveva più base alle sue operazioni.

La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni dʼogni fatta.

Bem ordinò allʼistante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano, circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta cʼinghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che sʼingolfava col rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio, formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando colle braccia lʼartiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno... E cantavamo i ritornelli di Petőfi, che marciava sempre alla testa, e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra la barba del generale polacco, che Petőfi chiamava «uno stendardo bianco!»

Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.

Là ritrovai Amelia.

La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi, avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati, i miei parenti, ella vi si recò pure per velarmi colle visioni dellʼavvenire le lugubri memorie del passato.

Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.

Eravamo attesi.

Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse allʼimperatore. La quinta, che era la mia, restò fedele alla patria. Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco; e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano «un aristocratico», da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23 febbrajo, lo schiacciò, e lo rigettò anche una volta nella Bukovina. Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e cuiil general Lüders, occupante la Moldo-Valacchia, gli aveva inviati sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e diede lʼordine di porsi immediatamente in marcia.

—Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro còmpito, mi disse il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due compagnie di honved.

Amelia, che ci aveva preceduti, mi spiegò le parole di Bem.

Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di unʼamazzone, in mezzo agli ufficiali dello stato-maggiore, pronta a mettersi in marcia con noi.

—Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante lʼassedio di Damiata, pregò il signor di Joinville di ucciderla, se la vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville rispose:—Regina, ci avevo pensato.—Voi che fareste in una simile circostanza?...

—Ciò che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.

—Grazie, replicò Amelia. Mio marito è a Nagy-Szeben. Noi vi andiamo. Io vengo con voi.

Io aprii le mie braccia, ella vi si gettò; il patto era firmato.

Arrivammo lʼ11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, chè anchʼessi aveano invocato lʼajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella città. Gli Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentaronosei altre, e noi li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanciò la colonna di Bethlen, ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi, cantando un nuovo ritornello di Petőfi, ed ivi ci precipitammo contro la porta di Nagy-Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte. Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nellʼIliade, e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a Nagy-Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli ussari ungheresi. Sebö. Il colonnello Tichter comandava la quarta sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci riconoscemmo.

Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.

—Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.

Egli non rispose, ma scaricò dʼuna mano un colpo di pistola a bruciapelo sulla mia testa, mentre con lʼaltra mi lasciò andare un fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che ricevette il colpo di sciabola; la palla bruciò i miei capelli. Il mio cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello parò, indietreggiando: io lʼincalzavo sempre. Trovai finalmente la mia pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non più rialzarsi. La battaglia passò sul suo corpo.

I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città. La notte, gli Austro-Russi fuggirono. Bem mʼabbracciò, e mi nominò maggiore.

Bem proclamò lʼamnistia, e mʼinviò alla Dieta a portar lʼannunzio che la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.

Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfi erano miei amici; Amelia era libera e mi amava.

Essere lʼamico di Bem!...

Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.

Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia. Era stato lʼanima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì al viso.

Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, dʼoscuro, di traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba bianca ondeggiava a capriccio dellʼaria, come una di quelle vele latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dallʼimmenso azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano conservato delle lungheciocche di capelli bianchi. Il fronte alto e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un misto di scienziato e di poeta.

Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una città o in un paese conquistato, era di proclamare lʼamnistia. I suoi occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo dellʼOceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a volta a volta, come in quelli dʼun fanciullo di genio, che principia ad interrogare il mondo e la vita.

Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a tavola lʼaccarezzava colla mano, come il mento dʼuna bella amante. La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione. La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso tempo che realizzava la formula la più assoluta dellʼautorità e della volontà, che sʼimpongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo. Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci, di scintille, gli rivelava allʼistante il nodo delle situazioni. La sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo dʼocchio: lʼinsieme ed i particolari; la suainduzione teneva il posto della divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza riposare, senza stancarsi mai.

Estremamente sobrio, vestito dʼuna tunica grigia, egli è stato il più realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno se ne curò. Non carezzò mai lʼammirazione del pubblico. Non sʼatteggiò in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La Dieta lo nominò luogotenente-maresciallo, e gli diede la decorazione di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò niente, ma sdegnò la parte volgare dʼun Cincinnato da melodramma. Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro la Russia e lʼAustria, egli salutò la mezza-luna, e divenne pascià. Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui, come nel genio della guerra e della libertà—fede virile—lʼavessero trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla degradazione e dallʼadulazione. Leale, franco, generosissimo, non invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai, non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale, confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.

Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di Bem. Ma Kossuth lo sostenne.

La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava nella vittoria definitiva; una parola dʼelogio senza enfasi, che sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che nonlesinò; lʼesempio che dava, non domandando agli altri cosa chʼegli non avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione; la rapidità della concezione e dellʼesecuzione.... tutte queste qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo stato di leggenda nel sud dellʼUngheria. LʼEuropa non se ne fece un feticcio,—ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I semi-dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfi lo chiamava un Giulio Cesare galantuomo.

La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di essere bene accolta;—ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, lʼepopea della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo allʼUngheria.

Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re—cioè dallʼimperatore dʼAustria—aveva continuato la sua difficile ritirata, inquietato da ogni parte dallʼinimico, che era tenuto a distanza in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich allʼala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade, montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti, di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre cheGörgey danzava a Löcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava lʼala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva Ottinger a Szolnok, a Czegled. Lʼesercito ungherese si trovava così riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo, mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone dellʼUngheria.

Questa illusione non durò molto.

Noi riprendemmo presto lʼoffensiva. Lʼesercito ungherese si componeva di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando lʼarrivo delle due divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento allʼincirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dallʼaltra parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo fu il più grande sbaglio, lʼunico forse, che Kossuth abbia commesso durante tutto il tempo in cui tenne il destino dellʼUngheria nelle sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone dellʼesercito!...

Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna, cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth mʼinviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già Görgey mi faceva lʼonore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e come ne parlassi cogli ufficiali di stato-maggiore. Egli mi ricevette molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono certo.

Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero in fuga Jellachich a Tapio-Bicske, e gli fecero subire delle perdite considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto lʼesercito si trovò in presenza degli Austriaci a Isaszeg. Lʼinimico era più forte di un terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta. Klapka cominciò lʼattacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo dʼarmata sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. Lʼala sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo alla diritta. A quattrʼore arrivò Görgey, e prese la direzione della battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.

Ad una lega di distanza, accampavano due corpidel nostro esercito. Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dallʼaltra con 8,000 uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia, senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore, per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.

Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di Nagy-Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci. Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth, e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.

Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto a Vienna.

LʼAustria infliggeva a sè stessa il disonore dʼinvocare lʼassistenza della Russia—ed era un ungherese,il conte Enrico Zichy, che accettava lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.

Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.

Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio-chiaro, il che velava forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva, stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.

Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara. Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello, il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbedi non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana, un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco, della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di Debreczin—e lʼinvadeva.

La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati, e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso, celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne dʼaquila,la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi, di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale, quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola; la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi, presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza: Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente. Lo spettacolo divenne sublime.

Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro, Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità delsuo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede, forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.

Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientareogni sentimento onesto, calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».

—No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.

—È dunque venuta lʼora, riprese Kossuth, in cui è dovere dellʼUngheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in faccia allʼEuropa ed al popolo, in faccia di Dio e dellʼUniverso, che vogliono esser liberi ed indipendenti.

Lʼentusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di tre secoli fra lʼUngheria e la Casa dʼAustria, espose la situazione, raccontò le peripezie dellʼultima guerra, e concluse colle due seguenti proposizioni:

1.oChe lʼUngheria fosse dichiarata Stato indipendente, e, relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;

2.oChe la Casa di Absburgo-Lorena fosse dichiarata decaduta per sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti civili dellʼUngheria.

Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:

—Così sia!Amen!

Le proposizioni furono votate ad unanimità.

Kossuth fu eletto presidente-governatore dellʼUngheria.

GliEljen Kossuthfurono interminabili. Kossuth, profondamente commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce tremante, soggiunse:

—Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dellʼUngheria liberata.

Egli è adesso nellʼesilio—come Vittor Hugo, Ledru-Rollin, Quinet....—esempio della rigidità della coscienza umana.

Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e lʼindipendenza dellʼUngheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe Nyraczi—il padre dʼAmelia.

Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando allʼEuropa attonita il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda, ritornò sui suoi passi, e diresse allʼesercito questo proclama:

«Commilitoni.

«È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e lʼinimico ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete trionfato, trionfato sette volte, una dopo lʼaltra. Oggimai voi trionferete mai sempre.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

«Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più decisive ancora saranno quelle che combatteremo dʼora in avanti. Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare allʼUngheriala sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più santa fra le missioni.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

«Molti fra voi credono che lʼavvenire desiderato è fin dʼora conquistato. Non vʼingannate. Questa lotta pei diritti naturali dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto sostenuta dallʼUngheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le vittorie.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

«E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio-Bicske, di Isaszeg, di Vacz, di Nagy-Sarlo e di Komarom; per ciò, in mezzo anche allo spaventevole rumore delle battaglie, io dʼora in avanti non avrò per voi che un sol grido:

«Avanti, camerati, avanti.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!»

Avanti!gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco-Giuseppe, era Kossuth.

—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.

La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava la sua sede.

Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth, come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.

—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva Görgey.

Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16 al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di Nagy-Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia.Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte. Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale, colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino, alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò lʼopera della breccia.

Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale fu rinnovato, al grido formidabile di:Eljen a Magyar!La fanteria ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia. Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza era nostra.

Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.

Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel quartier generale, sopra la collina Kis-Svábhegy.

Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi risvegliai allʼimprovviso. Amelia serravala mia testa sul suo cuore, ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti. Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.

Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario. Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote come suo luogotenente:i berretti gialli, che da due anni facevano la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti! Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa, coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini,allʼabolizione delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore. Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè le idee, nè le passioni si modificavano mai.

Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta, perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.

Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna bianca, e conla testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera, sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza. Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.

—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che ordine volete darmi?

—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.

—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo, il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi ad uno straniero, adun padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco la mia ragione.

—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa; ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.

—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.

—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio? Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?

—Io aveva sedici anni allora.

—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo divenuta inesorabile?

—Uccidermi.

Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:

—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.

—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.

—Noi! di già?

—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra benedizi....

—Giammai!

—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.

—Ed allora?

—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼaltrosarà già caduto sopra un campo di battaglia qualunque.

Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:

—Basta. Addio.

—A rivederci, disse la contessa.

—Ah!

—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio, ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da Pesth.

Ella non attese la risposta, ed uscì.

Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto. Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo, che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie. Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che attraversava.

Aveva io il tempo di essere ammalato?

Lʼesercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo. Noi riprendemmo lʼoffensiva, nella speranza di battere gli Austriaci prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey contro Haynau, quellʼHaynau che il macello di Brescia aveva posto in evidenza,e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene dellʼesercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio, che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi omicide.

Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più unʼironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21 giugno. Kossuth mʼaveva addetto allo stato-maggiore.

Görgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo quartier generale, si fu perchè avevamo avuto nel giorno precedente degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il 21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato. Haynau si preparò a marciare sopra Pesth per la riva diritta del Danubio, rimasta libera, mentre Görgey intrigava e si allontanava continuamente dallʼesercito, cumulando il grado di generalissimo con quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo unʼaltra disfatta a Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe assisteva alla battaglia. Görgey scrisse a Kossuth dʼabbandonare Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole: «Quanto a me, abbandonatemi al mio destino». Grido dʼallarme calcolato. Significava:rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.

In questo momento, lʼesercito russo arrivato dal nord, sotto gli ordini di Paskevitch, formava un insieme di 130,000 uomini. Lo czar lʼaveva passato in rivista a Zmygrod. Il granduca Costantino lo seguiva da dilettante. Di già Lüders, nel sud, aveva invaso la Transilvania, il 19 giugno, alla testa di 50,000 uomini. In breve, il 1.oluglio cʼerano in Ungheria 191,587 Russi e 130,000 Austriaci. Contro questa massa formidabile lʼUngheria non potè opporre che 150,000 uomini sopra unʼestensione immensa: per mancanza dʼarmi, non per mancanza dʼuomini. Non potendo far fronte a quella valanga, si cercò la salvezza nella strategia. Dembinski concepì il piano di campagna, prendendo per base dʼoperazione il Banato, provvisto di due difese naturali, la Tisza e la Maros. Görgey, che era, lʼho già detto, incapace di formare egli stesso un piano, promise dʼeseguire quello del suo inimico, piano, del resto, discusso ed approvato da un Consiglio di guerra. Ma egli non vi si conformò. E fece ancor peggio. Abbandonò il fiume Czonczo, che copriva la via di Buda-Pesth, e si ritirò nel campo trincerato di Comorn, lasciando il terzo Corpo isolato sulla Vag. Cinquantamila Austriaci vennero ad offrirci battaglia. Lʼaccettammo senza esitare.

Il combattimento ebbe principio allʼalba. Ad unʼora gli Austriaci, posti in rotta allʼala sinistra, piegavano anche al centro, sotto una irresistibile carica di ventiquattro squadroni di Ussari condotti da Görgey. Io ne comandava quattro, e fui testimoniodʼun attentato che mi addolorò, quantunque lo trovassi salutare: un ussaro misurò a Görgey, per di dietro, un colpo di sciabola alla testa—per liberare il paese chʼegli tradiva. Noi credemmo assicurata la vittoria. Da un punto allʼaltro, dinanzi agli Austriaci dispersi e Francesco Giuseppe che fuggiva, apparve la riserva russa, che smascherò cinquanta pezzi posti in batteria. Era la tela del destino, che si alzava per mostrarci la voragine nella quale la patria doveva perdersi. La notte, che scese, mise fine alla pugna, e coprì la nostra disfatta.

Görgey inviò al Governo un dispaccio ribelle, che provocò la sua dimissione; ma si commise il fallo di lasciargli il portafogli della guerra. Kossuth si faceva ancora illusione, o voleva ancora, a forza di magnanimità, ritardare il tradimento di quellʼinfame. Lʼesercito, commosso dai commentarii insolenti del colonnello Bayer, capo dello stato-maggior generale, si mostrò scontento della destituzione di Görgey. Un Consiglio di guerra nominò due delegati, Klapka e Nagy-Sandor, per andar a pregare Kossuth di levare a Görgey, piuttosto il portafogli della guerra, che il comando in capo. Io pregai Nagy-Sandor di condurmi seco a Pesth. Sentivo che, se fossi restato presso Görgey, lʼavrei ucciso.

Partimmo. Il 5 luglio, i delegati furono ammessi dinanzi al Consiglio dei ministri, e la loro domanda fu accordata; ma il Consiglio insistette sulla pronta partenza dellʼesercito dellʼalto Danubio per andare a concentrarsi colle truppe che dovevano operare sulla Tisza. Lʼaccecamento era incurabile: Dio, che voleva perderci, colpiva di demenza il Governo e lʼesercito! Più Görgey sʼinoltrava nella via deltradimento, più la sua popolarità aumentava. A lui si attribuivano tutti i successi, mentre egli rigettava sopra questi e sopra quegli la responsabilità dei falli e dei disastri. Pure, le più brillanti vittorie dellʼesercito del Danubio non erano state riportate da lui. Guyon aveva guadagnata quella di Braniczko; Gaspar quella di Hatvan; Demjanich quella di Bicske; quella di Isacszeg fu principiata senza di lui; egli non assisteva nè a quella di Vacz, nè a quella di Nagy-Sarlo, nè a quella di Buda. Si dimenticava tutto ciò. Si era già entrati in quella vertigine che spinge allʼabisso.

Görgey non obbedì alle ultime ingiunzioni. Egli non partì. Al contrario, tentò di rompere le linee nemiche intorno a Comorn. Lʼesercito si battè tutta la giornata dellʼ11 luglio, senza riescirvi. Alla sera, dopo la disfatta, dovette rientrare nel suo campo trincerato. Görgey diede finalmente il segnale della partenza.

Era troppo tardi, perchè i Russi occupavano già Debreczin, e gli Austriaci Buda-Pesth. Haynau lanciò nella capitale un proclama, ove lʼorribile gareggiava col grottesco. Dʼaltra parte, Guyon aveva battuto Jellachich parecchie volte, e gli Ungheresi rioccupavano la regione posta fra la Tisza ed il Danubio. Ma Szeged, ove il Governo trasferì la sua sede, era minacciata.

Kossuth mi aveva nominato colonnello, e Bem mi chiamava nel suo esercito, riservandomi un comando. I miei voti erano esauditi. Mi posi in cammino. Avevamo ora la speranza della disperazione: perderci nel naufragio! Il naufragio ci pareva inevitabile, poichè lʼacciecamento ed il tradimento sʼeran messi della partita. Io era terribilmente triste. Incontravosui margini delle strade dei gruppi di giovani, che ritornavano dallʼesercito, laceri, dimagriti, terribilmente consumati dalla febbre, tremanti sotto un sole pesante, denso, giallastro, che divorava tutto ciò che toccava, agonizzanti, assetati e non avendo da bere che lʼacqua limosa, verdastra e pestilenziale delle paludi. Lapusztanon era più quellʼantico lago di 500 chilometri di diametro cangiato in prateria, che alla primavera sembrava un mare di verdura ondulante, limitato dalla gran curva del Danubio, da Pesth a Belgrado, ed il semicerchio delle montagne azzurre dei Carpazii; era un mare giallo, gonfiato qua e là da vapori bianchi, che strisciavano sotto lʼaspirazione esausta del sole,—la nebbia avvelenata delle paludi, ove il toro bianco e la cavalla selvaggia degli Czikos, si trascuravano essi stessi, sonnolenti ed oppressi. La Tisza e la Maros travolgevano delle onde melmose dʼun verde livido. Tutto aveva lʼitterizia e lʼardore divorante della febbre. La caldura annientava le forze. Nei villaggi si vedevano degli uomini, validi ancora, accovacciati agli angoli delle strade, la pipa in bocca, aspettare lʼignoto, che pesava sovrʼessi e li stringeva da ogni parte. Non un soffio dʼaria, non una goccia di rugiada: sempre lʼalito snervante e malaticcio, che corre sulle acque tenebrose delle paludi, come quello dʼun demone. Io sentiva la voglia di piangere. Affrettavo il passo, seminando consolazioni ed incoraggiamenti, che erano accettati col sorriso della rassegnazione. Due uomini soli non disperavano ancora, Kossuth e Bem.

Bem aveva già cominciate le sue operazioni. Egli aveva sotto i suoi ordini 20,000 uomini effettivi, e conquesto pugno di coscritti doveva far fronte a 13,000 Austriaci e 50,000 Russi, e impedir loro dʼentrare in Transilvania. Questʼimpresa prendeva le proporzioni dʼun miracolo; la storia si tagliava le ciarpe della leggenda. Ma in guerra i grossi battaglioni finiscono sempre col divorare i piccoli. I Russi, venendo dalla Valacchia e dalla Bucovina, presentandosi a tutte le entrate in una volta, avevano finito col forzarle sotto la pressione delle loro possenti colonne. Essi penetravano nella Transilvania da sei passi.

Io incontrai Bem il 10 luglio, di mattina, al momento che i Russi lʼattaccavano, presso Besztercze. Egli non volle ripiegarsi, e subimmo un grosso scacco. Sei giorni dopo, a Szered-falva, fummo nuovamente battuti. Bem aveva subito già due altre disfatte presso Teke, malgrado i prodigi che seppe fare con poche centinaia dʼuomini, circondati dai Cosacchi, come il mare circonda unʼisola. Nondimeno corremmo nel paese siculo a dar battaglia a Clam-Gallas. Vincemmo due giorni di seguito, il 21 e 22 luglio, poi con 2,500 uomini entrammo in Valacchia per fare una diversione ai Russi. I Moldo-Valacchi non risposero alla nostra chiamata, quantunque lʼavessero promesso, e ritornammo sui nostri passi.

Nellʼandare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci la strada. Al ritorno, Lüders accampava già in Segesvar, quando Bem venne, poco lungi dalla città, a dargli battaglia. Ai primi colpi di cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo più stare a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una piccola vettura tirata da due focosiinkersattaccati allʼungherese, con delle bardature chiamatecsalang, da cui pendono da tutte le parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta prima. Poi, strisciando nella belletta, andò a nascondersi fino alla notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non può più cancellarsi dai miei occhi: la morte di Petőfi.

Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una ondata di cavalieri russi piombò sopra lui, e sommerse i suoi compagni. Il suo cavallo, un diabolicotarkasdella Puszta, partì con un salto di fianco, e lo trasportò traverso uno spazio chʼesso vide solitario. Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del terreno ove lʼerba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva volare anzichè camminare, perchè sentiva il suolo venirgli meno sotto i piedi. Petőfi provò di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso. Egli penzolava già sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure del suolo. Io gettai un grido di spavento.

Petőfi volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile. Egli scendeva già nellʼabisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta formidabile delfango. Ma più egli si sforzava di sollevarsi, più scavava il vuoto che lo aspirava, più ingrandiva il buco da cui era inghiottito. Petőfi si rizzò sul corpo del cavallo, già quasi scomparso. Sperò per un momento che la sua cavalcatura colmasse la fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino! Lʼuomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel petto ove batteva un cuore così generoso e così eroico, fino alla testa chʼegli portava sì alta, malgrado il peso del pensiero, sotto lʼaureola del genio! Vidi quel capo così fieramente caratteristico sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile agguato dellʼabisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa ritornare allʼaspetto formidabilmente tranquillo dellʼimboscata calma e silenziosa. Fuggii da quel sito.

Bem uscì dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo corpo. Trovò riuniti 7,000 uomini a Maros-Vasarhély. Si gettò sopra Nagy-Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesciò i Russi a Vizahna, prese dʼassalto Nagy-Szeben. Lüders accorse allʼindomani, e si presentò in ordine di battaglia sotto le mura della città. Bem non lo fece attendere. Gli andò incontro, dicendoci:

—Siamo civili con questo Calmucco.

I Sassoni di Nagy-Szeben ci gettarono dellʼacqua bollente sul capo, e tirarono dalle finestre su noi. Lüders ci bombardò a meraviglia. Ritirandosi, Bem incontrò la staffetta del Governo, che lo richiamava in Ungheria in qualità di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora allʼidea di confidare la dittatura aGörgey. La proposta era stata fatta, e le circostanze la imponevano.

Görgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilità, salvando i suoi 25,000 uomini dallʼinseguimento dei 120,000 Russi, che gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia, barcamenandosi fra lʼesercito di Paskevitch, che lo balestrava da una parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla Gallizia, condotto da Osten-Sacken. Avrebbe anche potuto venire in soccorso di Nagy-Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini, era attaccato allʼimprovviso a Debreczin da 80,000 Russi.

—Ecco Nagy-Sandor, che riceve una bastonata! sclamò sorridendo Görgey, udendo tuonare il cannone.

Görgey aveva giurato la distruzione di Nagy-Sandor e del suo corpo. Quando egli aveva emessa lʼidea di una dittatura militare, Nagy-Sandor aveva detto:

—Se cʼè qualcuno che vuol divenir Cesare, io sarò il suo Bruto.

Finalmente Görgey aveva ricondotto lʼesercito ad Arad. Ma il Governo aveva dovuto abbandonare anche Szeged. Dembinski vi aveva riunito circa 35,000 uomini in una specie di campo trincierato, appena abbozzato. Nonostante, la posizione non sembrandogli tenibile sotto le valanghe di Russi e di Austriaci che affluivano da tutte le parti, aveva dato lʼordine di abbandonarla e di stabilirsi un poʼ più lungi, a Szőreg.

Haynau, che comprendeva il suo vantaggio di numero e di posizione, non gli lasciò il tempo di condurre a fine il suo cambiamento di posto. Attaccò le truppe, che cominciavano a prender stanza a Szőreg.La battaglia ebbe principio il 5 agosto di sera. Gli Ungheresi avevano gli occhi abbagliati dal sole che tramontava ed impediva loro di vedere lʼinimico. Essi non furono sconfitti, ma piuttosto cedettero il terreno, protetti dagli ussari, che rinnovando delle ammirabili cariche, tennero in iscacco gli Austriaci.

Dembinski aveva a scegliere allora fra due linee di ritirata: Arad, ove Görgey doveva arrivare il giorno stesso; o Temesvar, fortezza che era nelle mani degli Austriaci, ma dove sperava di tirare a sè il corpo di Kmety. Il vecchio generale polacco preferì, per fatalità, Temesvar, la cui guarnigione, credeva egli, non poteva resistere lungamente. Il Governo seguiva il corpo dʼarmata di Dembinski. La Dieta si era aggiornatasine die. Il principe Nyraczi e sua figlia si ritiravano collʼesercito, cacciati dallʼultima loro dimora di Szeged e spinti dalla tempesta, che li travolgeva dinanzi a sè.


Back to IndexNext