VIII.

La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero lentamente, nascondendo il tutto dietro lʼalcova di Cesara. Io contavo, al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma, dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva sperimentato la sagacia, la fedeltà e le cognizioni esatte delle steppe che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e dipromichleniks, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed abitava Killaem, a duehoese mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk, sulla Lena.Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore, potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome russo. Feci anche di più: mi detti, per ogni ventura, una commissione del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo, allʼoccorrenza, lʼaiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar. Nulla mancava alla lettera di commissione: lʼavevo calcata sur unʼaltra simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria.A dir vero, mi vergognavo di questa falsità; ma la tirannia ingenera logicamente e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai nè dellʼuna nè dellʼaltra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non sospettavo ancora che la fatalità prendesse tanta parte nel destino umano, e che, se lʼuomo si agita, Dio lo mena.Lʼinverno passò gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo la Lena—quando questo fiume non ne fa dei paludi—e nelle splendide foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state, accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di suo governo, ed ebbi lʼoccasione di studiarne un poco la topografia e segnare i punti più vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. Lʼautunno, pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per lʼinverno; perocchè io aveva definitivamente acquistato la stima e lʼamicizia del generale, e lʼuna delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore—se pur mai pregasse—che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse giammai.Il 1.onovembre spuntò. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino. La tempesta, lʼuragano, le trombe di neve scorrevano lʼaere sbrigliate. Lʼora suonò.Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato.Jodelle comprese probabilmente il mio progetto, poichè a bella prima sclamò: Viva la repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, eʼ mi fece delle osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, eʼ mi annunziò che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e chʼei mʼaccompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio, avendolo già prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al generale il permesso di andare a caccia dellʼorso. Per fortuna, Alice era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon rinforzo, bellʼarma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al signor Ozeroff, che è restato mio amico.Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu tratta fuori dallʼalcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce nellʼaria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le presi, quando suo padre me la confidò come sorella. Non proferimmo una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle cantarellò:Malbrouk sʼen va-t-en guerre!La mia iliade, una delle più drammatiche della vita di un uomo, cominciava.VIII.—Padrone,toyone, mi dimandò Metek, il Jakuto, ove bisogna dirigerci?—Al golfo di Anadyr.—Quale via volete seguire, la più corta o la più sicura?Se io fossi stato solo, non avrei esitato un secondo a rispondere: La più corta. Ma io era risponsabile della vita di Cesara. Risposi:—La più sicura, ma altresì la più corta possibile.—In questo caso, bisogna seguire la strada del Governo, riprese Metek, per Verkho-Jansk, Baralasse, Jobolask, Zakiversk, Saradakhsk, Srednè-Kolimsk.—No no. Io amo visitare lʼinterno della contrada, poco esplorato, poco noto.—Sta bene, ma siccome non abbiamo sufficienti provvisioni, siccome non troveremo ogni dì una volpe, una renna, un orso, un uccello di buona volontà che voglia servire ad accomodarci un desinare; siccome le notti sonofresche, ed i lupi potrebbero provare una troppo forte tentazione alla vista delle nostre belle renne, così noi non volgeremo il dorso, quando si può, allayurtadellʼindigeno, che ci offre lʼospitalità.—Questo è pure il mio avviso. Ho visto tante facce russe e cosacche, che sono assetato di contemplare dei buoni volti mantsciù.—Avete ragione,toyone. Possiamo dunque partire.—Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.—Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta è già troppo pesante per le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e dessa è eccellente.—Io pure la penso così; ma ho qui un giovane fratello che non è mica altrettanto ruminante. Nondimeno, se ciò fa peso...—Sì, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.I primi giorni passarono a meraviglia. Cʼintromettemmo per una cinquantina di verste nellʼinterno della contrada, poi cominciammo a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta praticati attraverso lagune, foreste, steppe, cavati da macchie spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ciò fino al letto dellʼAnadyr—cinquemila chilometri! Incontrammo qualcheulus, o gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate, di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era bianco adesso: solo di qua e di là un ciuffo di larici o di pini. Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo uno di forma ovale, il Sibeli.Al di là del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso lʼest, incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un fiume che si getta nellʼAldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse dʼinseguirmi. Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino, avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta bianco e brizzolato. Nulla di più elegante che il suo andare. La rapidità della sua corsa è favolosa; al contrario dellʼalce, essa vola sugli strati più sottili di neve senza affondare. Discesa o salita, nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa si affeziona allʼuomo, di cui è la vera provvidenza, un benefattore in quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna è stanca, o quando ha fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterraresotto la neve e pascere un poʼ di lichene come può; e quando si è riposata e nudrita, viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo riprende il suo volo di rondine. La sua carne è squisita, sopra tutto la lingua; la sua pelle è preziosa a mille usi.Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso, faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col thè, la farina ed un poʼ di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo a secco, ciò che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek non conosceva queste umane debolezze; tutto al più, ei sonnecchiava un quarto dʼora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non cʼincomodava ancora.A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare più liberamente. Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore. Nevicava così forte, così fitto, che non vedevamo dalla predella la prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e miserabile. I cinque individui, che lʼabitavano, portavano il vestito di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco però scintillava nel mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di argali e qualche kavaky. Si mescolò al brodo un poʼ di scorza di larice grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro ospite una cicogna bianca magrissima, la spiumò, e la mise allo spiedo, che cavò dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara preferì coricarsi nella slitta: lʼaria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegliò le renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso nelle vicinanze.Allʼindomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dellʼAldane.Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo, noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice, di salice, dʼalberella, che corrono lungo le sponde dellʼAldane, si urtavano sotto i buffi dellʼuragano. Metek cacciava o fumava il suoganzi, una specie di pipa cortissima.Lasciando lʼAldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente, a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di monti. Il corso delle riviere, andando allʼinsù, era particolarmente arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate. Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue rive che presentava minori ostacoli. Talʼaltra, a piè della montagna ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra tutto perigliosa. Qualche fiata, la metà della slitta sorpiombava ad un precipizio, mentre che, aggruppati allʼaltra metà, noi ne equilibravamo il peso, e le renne spossate la tiravano.Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle dellʼIndighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dellʼintensissimo freddo.Appena avevamo spiegato il nostropologueed acceso un allegro fuoco, noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna.La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col cuore raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:«Dimmi, piccola colomba,—Dimmi colomba dalla piuma nera:—Ove hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare?—Io li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti,—Sulle bianchetorose[3]dellʼOceano.—Gli è là chʼessi hanno scoverto una bellʼisola!—Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso il mare turchino,—Per dire al mio amante—Che tu hai visto la sua amica versare lagrime amare».Facemmo alto un dì allʼimboccatura della valle, ove lʼArga raccoglie una parte delle sue acque. Fummo assaliti da uncaccia-neve, che faceva dar le volte alla slitta ed alle renne. Per fortuna, eravamo nella pianura.Dal 22 novembre era cominciata una notte, che duròtrentotto giorni!La forza della rifrazione, la smagliante bianchezza della neve—non avevamo ancora avuto aurore boreali—temperavano lʼoscurità.Ma quando lʼuragano di neve batteva la campagna, non si vedeva più ad un metro di distanza.Ci sembrò esser perduti. Impossibile di fare un passo oltre. Un gruppo di larici e di betulle era ad una mezza versta a sinistra, a piè di una prominenza; Metek ed io prendemmo le renne per la correggia, e, sprofondando nella neve fresca, che cadeva come una sabbia di punte di aghi e ci trapassava, tagliammo la via verso questo ricovero. Lo raggiungemmo. Legammo la slitta, che girava come una trottola, e distaccammo le renne. Non bisognava pensare a spiegare la nostra piccola tenda o accendere il fuoco. Dovemmo contentarci del pesce secco e del biscotto e bere un sorso di acquavite. Non avevo termometro, ma sono persuaso che il freddo toccava i 38 o 40 gradi; perocchè il legno era divenuto duro come ferro, e lʼaccetta sarebbe andata in pezzi come vetro, se non lʼavessimo adoperata con grande precauzione.I monti che circondavanci, come pure le boscaglie, avevano dei gridi di laceramento: macigni che si fendevano e precipitavano, alberi che schiattavano, rami che si spezzavano nella battaglia, sotto la potenza che li lanciava gli uni contro gli altri. Noi non tremavamo neppure più: eravamo agghiadati, irrigiditi. Metek, egli stesso, pigiava il suolo, e faceva scambietti per darsi un poʼ di caldo. Seppellita sotto una montagna di pellicce, Cesara sembrava un pezzo di ghiaccio. Questa terribile calcitrata del verno durò ventisei ore. Infine si calmò alquanto. Le nostre renne, che accollate lʼuna allʼaltra, accovacciate vicino alla slitta, non avevano osato andare in busca di una bocconata dicrittogama sotto la neve, si allontanarono. Noi spiegammo la tenda, ed accendemmo un immenso braciere. Il thè caldo, qualche pezzo di cacciagione restatoci, un poʼ dipemmicansciolto nellʼacqua bollente, che ci diede immediatamente un brodo squisito, ci rifocillarono e richiamarono a vita.Non ostante, eʼ non occorreva pensare a partire per quel dì. La gola della valle, quantunque assai larga, era ostruita dalla neve accumulata e profondamente agitata ancora. Le nostre renne restarono assenti per più lungo tempo del consueto. Io cominciava perfino ad esserne inquieto, perchè udivamo lʼurlo dei lupi risvegliar tutti gli echi delle boscaglie vicine. Ora, quale non fu la nostra sorpresa, quando, udendo un poʼ di rumore presso la tenda, misi fuori la testa, ed in luogo di tre, vidi cinque renne! Tutto indicava che desse avevano già servito, e che, per una ragione o per unʼaltra, avevano disertato lʼantico padrone. Metek non perdette un istante. Uscì dalla tenda, e mise una sbarra ai nuovi ospiti onde non si allontanassero di nuovo. Infatti quando partimmo allʼindomani, noi li aggiogammo tutti al nostro veicolo. Avventuroso rinforzo! cinque giorni dopo, entrammo nel letto dellʼArga. La sera, accampammo sul confluente orientale del fiume, in una yurta di cacciatore Jakuto con la sua famiglia.Questa famiglia componevasi di cinque individui. Egli è impossibile imaginare alcun che di più miserabile, di più screpolato, di più stomachevole di questa dimora e di questi individui. Il cacciatore aveva avuto il suo cane divorato da un lupo. Le sue lunghe corse erano dunque adesso spessissimo infruttuose. La piccola cacciagione, rarissima ancora, non poteva bastarea nudrir quella gente. Le giovanette portavano una specie di astuccio di pelle dʼorso in lembi. La madre, scarna, squallida, cogli occhi stralunati di fame, somigliava a bestia feroce, anzi che a donna. Lʼuomo soccombeva sotto il peso della rassegnazione, delle privazioni, dei gemiti di questi esseri affamati. Io diedi loro un poʼ di pesce secco. Metek sospettò di quegli sventurati, cui la fame poteva cangiare in assassini. Eʼ fumò tutta la notte, fuori della yurta, a guardia delle renne e della slitta. Il dì seguente, cominciammo a discendere lʼArga.Il vento era violento. Eravamo al 15 dicembre. Il freddo si era un poʼ calmato. Il letto del fiume, ora incassato fra due alti margini, ora a fior di terra, in una steppa immensa che saliva verso il nord, non offriva accidenti insormontabili. Avanzavamo quindi in media da sette ad otto chilometri lʼora. Ad un sito, ove il fiume faceva gomito, ci arrestammo per lasciar pascere le renne e preparare il nostro desinare. Noi facevamo due pasti caldi al dì: lʼasciolvere, prima di metterci in cammino, e la cena la sera. Nel mezzo del dì, rosicchiavamo un biscotto, e strappavamo coi denti un lembo di carne salata. La tenda era affumicata e rischiarata ad un tempo dal fuoco dei ginepri verdi che bruciavamo. Io aveva disteso uno strato di piccoli rami rotti sul ghiaccio, e vi spiegavo sopra le molte pellicce della slitta per preparare il letto di Cesara, quando udimmo un rumore intorno al nostro accampamento ed un bramito straziante nel lontano profondo della foresta. Prendemmo le nostre armi, ed uscimmo. Le nostre tre renne tremavano, e si avanzavano dietro la slitta per cercarvi un ricovero; le altre due renne non vi erano più.—Qualche belva le divora, gridò Metek: andiamo in loro aiuto.Penetrammo nel boschereccio a gran pena. La neve, meno esposta sotto i rami degli alberi, perciò più cedevole, ci affaticava. Le branche dei salici ci opponevano una siepe fitta, come il traliccio di un paniere. Rompendo questi ostacoli, strisciando a carponi, saltando, brancolando, facemmo qualche versta dalla parte ove il grido delle nostre povere compagne aveva risuonato; ma non potemmo trovar nulla.—Ritorniamo, dissi io, le renne sono state sbranate, e noi non arriveremmo neppure a tempo per istrappare ai lupi od agli orsi la nostra parte delle vittime.Continuammo la nostra strada. Il paesaggio non cangiava. Noi guizzavamo come ombre in mezzo a questo aere perso, carico di brina, pesante, cieco, su questo suolo, di cui la stanchevole bianchezza aumentava la tristezza. Di vita, punto. Senza la demenza degli elementi ed il guaito delle foreste, un silenzio assoluto ci avrebbe circondati. Le belve stesse tacevansi, di disperazione forse, forse per non dare lʼallarme alle prede, che esse cacciavano con rabbia e non trovavano. Lʼorso e lʼaquila, assiderati, restavano in uno stato letargico. Il volo dei rari uccelli era corto, trascinantesi, timido. Il corvo solo ci seguiva pesantemente, lentamente, lasciando dietro a sè un trascico di vapore, che si allungava come un filo. Infine, dopo parecchi giorni di viaggio, sboccammo nella Yadighirka, al punto ove la si confonde con la Moma.Lʼimmersione, o piuttosto la discesa da una corrente dʼacqua in unʼaltra, fu penosa. Allʼimboccaturadellʼaffluente eravi una barra di rocce, che formavano una cascata di otto o dieci metri di altezza. Lʼacqua gelata e la neve soprapposta cangiavano la cascata in un piano inclinato assai rapido, per non dire a picco. Fu mestieri distaccare le renne e farle saltare a parte, poi alleggerire la slitta e farla scivolar giù, ritenendola per di dietro con le corregge delle renne; poi operar la discesa, o piuttosto lo sdrucciolo, di Cesara, il mio e quello di Metek. Ciò ci prese lungo tempo, ma ci procurò un ricovero per la notte. Noi eravamo come al fondo di un pozzo, salvo il corso immenso della riviera, che si apriva dinanzi a noi come un viale a perdita dʼocchio. Il vento, che spirava in questo corridoio di granito, era intollerabile. Dico corridoio, perchè le due sponde del fiume erano bastionate di rocce merlate. La tenda fu spiegata, il veicolo raggiustato. Faceva un freddo di 35 gradi, almanco.Scalammo la ripa a sinistra, la più bassa, ed andammo a cercar dei bruscoli. Le renne ci seguivano. Mentre che Metek trasportava il legno ed allumava il fuoco, e che Cesara si occupava del desinare, io restai per sorvegliare le renne e cacciare. Rimuginando nel selvatico dai cespi intrecciati di ginepri e salici, scoversi sul nevischio gelato della notte precedente una pesta, che mi arrestò. Era il piede di un animale della famiglia dei cervi, che aveva gironzato per là:—forse—mi dissi—una delle nostre renne perdute. Presi a seguire la traccia. Ben presto, Metek mi raggiunse. Era difficilissimo procedere; il chiarore insufficiente limitava la portata dello sguardo. Ma le peste si seguivano. La speranza di una bella preda ci diede lo slancio. Penetrammo semprepiù nella macchia, Metek avanti, io dietro a lui. A un tratto, Metek fermossi, e per di dietro fecemi segno colla mano di fermarmi altresì. Guardammo. A un tratto, un alce sbuca da una specie di cespuglio di rododendri e di piante fanerogame, di cui sbioccolava i tralci gelati. I nostri due colpi partirono ad un tempo. Lʼalce cadde.Questo bello antilope è al presente rarissimo in questa contrada. Una provvigione così inaspettata e felice ricolmocci di gioia. Ci mettemmo a modo di trascinarlo allʼaccampamento. Ma come caricare le nostre povere renne di questo soprappiù di peso? Esse avevano già tanta pena a camminare, sia per il freddo, sia per lʼinsufficienza del nutrimento. Bisognollo nondimeno. Solo, procedevamo più lentamente.Ci fermammo due giorni per far riposare la nostra muta, regalandoci della carne squisita dellʼalce. Poi rimontammo la Moma; e dopo un giorno di viaggio voltammo la corrente a sinistra.Dinnanzi a noi spiegavasi, a perdita di vista, a destra ed a sinistra, una bastionata di montagne, della forma presso a poco simile alle mezze lune delle piazze forti. Il versante ovest rizzavasi quasi a picco davanti a noi, in distanza, mentre i versanti nord ed est si abbassavano, e disegnavano come delle vallate alberate. Risalivamo la corrente. La superficie della neve gelata era increspata sotto il soffio del vento, che lʼaveva agitata quando cadeva. Procedevamo quindi con infinito disagio. Una burrasca secca, che sollevava la neve, ridotta ad un polverio di punte acuminate, ci tagliava la faccia, e percuoteva i fianchi. Le renne non ne potevano più. Io apriva ad ogni momento le store della slitta, perocchè avevonotato una specie di inquietudine sul sembiante di Metek, il quale si volgeva, e guardava indietro. Egli incoraggiava più che mai le renne a correre, col suo lungo scudiscio armato di spuntone.—Cosa cʼè dunque? dimandai io, alla fine.—Guardate! rispose Metek.Sporsi il capo fuori della slitta, e vidi tre lupi, a due trecento metri di distanza, seguirci tristamente. Avevano le code abbattute, le orecchie tese in avanti, la testa bassa, e seguitano la striscia che lasciava il nostro veicolo.—Ebbene, sclamai io, se ci fermassimo per dimandar loro notizie dello Czar?—Oibò! rispose Metek. Stamane era uno solo che ci teneva dietro. Più tardi ne ho veduto un altro sbadigliare alla vetta dellʼargine, e poi si è messo alla coda del compagno. Più tardi ancora, un terzo si è congiunto alla compagnia. E... guardate,toyone, essi sono già quattro! Eʼ si fermano quando noi ci fermiamo, e conservano la distanza con rispetto. Se facciamo alto per andare a presentar loro le nostre palle devotissime, potrebbe darsi che qualcuno dei loro amici, nascosto dietro quei ginepraj, profittasse della nostra distrazione per precipitarsi sulle nostre renne e scannarle. Continuiamo dunque per la nostra via. Vedremo, alla sosta di stasera, ciò che abbiamo a fare.Mi arresi a questa ragione. Procedemmo, ma io sporgeva di tratto in tratto il capo fuori della slitta. Il corteggio aumentava. Bentosto i quattro lupi divennero sei, poi otto, poi dieci, poi dodici, poi venti: infine, non potevamo più contarli. La situazione aggravavasi in modo sinistro. Le renne,non so per quale presentimento, acceleravano la corsa. Gli stivaletti, che Metek aveva fatti loro, si erano lacerati, e noi scorgemmo sulla neve la traccia rossa del sangue dei loro piedi. Gli era appunto questo sangue che allettava i lupi e li incocciava ad inseguirci. Essi meditavano un attentato, o si rassegnavano ad aspettare una catastrofe.La banda dei lupi prendeva, frattanto, proporzioni terribili. Metek diveniva livido. Il crepuscolo si ottenebrava. Le renne volavano, saltando sugli ostacoli, di cui il letto della Moma era gremito: quarti di macigni, alberi, banchi di ghiaccio sovrapposti, formanti torri, barricate, bastioni. Noi ci trascinavamo dietro un corteggio di almeno dugento lupi. Riempivano il letto del fiume, marciando parecchi di fronte, e permettendosi oramai di tempo in tempo un ululato, cui lʼeco ripercuoteva e moltiplicava. Era un appello. Suonavano la carica. Bande dietro bande dalla foresta accorrevano: le volpi dietro i lupi; i corvi sullʼinsieme.Noi percorrevamo per lo meno quattordici verste allʼora.Infine raggiungemmo la gola dei due monti, ove la Moma attinge la sua sorgente. A un tratto le nostre renne caddero al suolo: esse non potevano andar più oltre.Eʼ fu come se un generale avesse gittato il grido: Allʼassalto!Metek, io, Cesara stessa, armata di revolver, ci schierammo intorno alla slitta.I primi lupi, che avanzarono, furono fulminati. Noi tiravamo nel mucchio: non un colpo era perduto. Una montagna di cadaveri ci fece presto una barricata;un ruscello di sangue colava intorno a noi. Nulla valse: eravamo circondati da gole formidabili, armate, spalancate, affamate, livide, gettanti urli che ci atterrivano. Cesara caricava i fucili; col coltellaccio alla mano, noi sventravamo i lupi che si avvicinavano. Nulla valse: no, nulla valse.Mentre lottavamo da un lato, altri lupi si precipitavano sulle nostre sventurate renne, e, con un colpo di zanna, aprirono loro la jugulare. Esse gittarono un bramito lamentevole, che ci lacerò il cuore. Giammai in vita mia, in alcuna circostanza, io ho risentito un dolore più dilaniante. La banda intera si scagliò allora sulla preda. Noi mietevamo le teste come spighe. I brani di carne volavano allʼaria.... A un tratto, un grugnito formidabile risuonò di fianco a noi, sul limitare della selva. Erano due orsi, uno bruno ed uno grigio.—Ah perchè non siete arrivati prima—gridò Metek con una voce di rimprovero, arringando gli orsi—briganti.... vigliacchi...E non continuò la sua frase...IX.I lupi, incomodamente interrotti nel loro festino da quei parassiti intrusi, che venivano ad imporsi al banchetto senza aver sostenuta la battaglia, fecero voltafaccia allʼistante. Gli orsi retrocessero di qualche passo, e si addossarono ad un macigno, ondeavere le spalle sicure; poi si assisero sulle lacche, sporgendo la gola aperta ed incrociando sul petto le loro zampe anteriori. I lupi si spiegarono in mezzo cerchio intorno ai loro nemici, alla distanza di tre quattro metri. Noi restammo indietro, spettatori attoniti, in mezzo a quellʼimmenso macello. I combattenti dei due campi si squadravano: i lupi invitando gli orsi a prender lʼiniziativa, provocandoli coi ringhi quasi beffardi; gli orsi aspettando con pazienza che la flemma dei loro nemici si esaurisse. Non erano essi padroni del tempo e dello spazio? Un nugolo di corvi calò sui rami degli alberi, e sembrava incoraggiare, collʼorrido gracchiare, la collera sorda dei combattenti. Una doppia fila di volpi si costituiva spettatrice in distanza, senza muoversi, neutrale. Gli orsi tennero fermo. I lupi, aizzati forse dalia fame o più esasperati, perdettero la pazienza. Qualcuno dei più arditi saltò sui due pilastri di carne e di pelle, che li sorvegliavano. Invece di fare gomitolo e scagliarsi di un balzo sugli orsi, i lupi si avanzarono alla spicciolata, e si spiegarono a ventaglio. Questo fu il loro errore e la nostra salvezza.Gli orsi cominciarono ad agitare le loro zampe come una clava di acciaio. A destra ed a manca, a manca ed a destra.... ad ogni sgrugnare si schiacciava un cranio di lupo.—Andiamo in soccorso dei nostri amici, disse Metek.Avevamo caricati i nostri fucili ed i nostri revolver. Facendo un mezzo giro vicino alle volpi, giudici del campo, andammo a collocarci a fianco degli orsi. Il nostro intervento inaspettato, non sperato, cagionòun momento di sorpresa in mezzo ai due campi. Ma lʼattacco essendo principiato, era oramai impossibile di rimettersi in guardia. I lupi si sbrancarono in massa. Noi non avevamo ad occuparci dei nemici onesti e franchi che si facevano avanti, colla testa alta, e si trovavano per conseguenza alla portata delle zampe o dei denti degli orsi. Noi sorvegliavamo i traditori, vale a dire quelli fra i lupi che strisciavano e miravano al ventre, poco difeso, dei loro nemici. Noi facemmo fuoco su questi vigliacchi. Gli orsi esitarono un momento, udendo dʼaccosto a loro quellʼesplosione di cui non comprendevano lʼintenzione. Ma, come videro i lupi fulminati avvoltolarsi ai loro piedi, essi si persuasero dellʼimportanza del nostro intervento, e divennero meno cauti.Io non saprei dipingervi questa mischia. I lupi, lanciati da tutti i lati, piovevano a cinquanta metri in circolo, schiacciati, lacerati, sventrati, col cranio fracassato, cadevano sotto le nostre palle, senza neppur gettare un urlo. Essi rincularono nella loro prima posizione.—Se ne andranno? domandai io.—Eh! non ancora, rispose Metek; essi hanno troppa fame.Infatti, ritornarono alla carica, ma con minore ardore, e solamente, si sarebbe detto, per lʼonore della bandiera. Sicome io non voleva sciupare la mia polvere, ora che vedevo la vittoria quasi assicurata, mi accontentai di appoggiare la canna del mio fucile al fianco dellʼorso che era dal mio lato e proteggere la sua epa. Metek, che comprese la mia manovra, fece altrettanto. Gli orsi, dʼaltronde, non avevano più bisogno di noi. Essi sostennero il secondoassalto con la medesima bravura e la medesima fortuna. I lupi retrocessero: gli orsi caricarono alla loro volta. Era finita. Dieci minuti dopo, non restava più intorno a noi che delle carcasse. Ma la mia disperazione non aveva limite.La morte delle nostre renne era la nostra morte. Noi non osavamo neppur parlare. Non avevamo più freddo, non avevamo più fame: Dio ci schiacciava. Il ritorno degli orsi venne a formar diversione alla nostra agonia.Essi non sembravano avvedersi di noi. Si misero senzʼaltro a divorare i loro nemici morti.Lʼorso, in questa stagione, si trincera di ordinario nel campo fortificato, chʼeʼ si prepara per irrigidirsi nella sonnolenza e restare così sino alla primavera, senza mangiare, pacifico, inoffensivo. Perchè questi due orsi si trovassero così sulla nostra via, era stato mestieri che qualche cacciatore li avesse stanati e non uccisi. Gli urli dei lupi li avevano attirati al sito della zuffa. Arrivavano dunque terribilmente affamati ed esasperati da un digiuno di due mesi. Noi restammo a considerarli, ma sotto le armi. Li avevamo soccorsi, perchè i lupi li avrebbero infallibilmente divorati, dopo aver mangiato le due renne—tanto poca cosa allo spaventevole loro appetito—, ma non eravamo punto rassicurati sulle buone intenzioni dei nostri alleati. Certi alleati sono più a temere che i nemici stessi—e noi Polacchi ne sappiamo qualche cosa. Lʼorso bruno si rimpinzava di carne con voracità. Lʼorso grigio sceglieva i suoi bocconi, li mangiava più lentamente, più pulitamente, con una certa voluttà. Esso era immenso. Quando lʼorso bruno fu sazio, sbadigliò, volse le spalle, esʼinselvò nelle macchie. Lʼorso grigio, invece, si sedè sulle sue lacche, e cominciò a dondolarsi, guardandoci. Si sarebbe detto che, alla frutta, esso avesse voglia di chiacchiere.Voi sapete che lʼorso grigio si nutre di vegetabili, e di pesce, anzichè di carne; non è feroce, al punto che gli Ostiaki della Siberia occidentale, al principio dellʼinverno, li menano a Berezoff in branchi considerevoli, e la carne loro si vende ai beccaj mentre la pelle è destinata al commercio delle pellicce. Lʼorso grigio è dolce, intelligente, socievole, e sopratutto, quando è sazio o quando qualcuno sʼincarica di nutrirlo, esso può divenire un animale domestico molto utile. Il nostro orso grigio aveva probabilmente ronzato attorno alleyurtedegli indigeni, ed erasi familiarizzato allʼaspetto dellʼuomo.—Noi stiamo per giocare la vita, mi disse Metek basso allʼorecchio: ma, se Dio ci aiuta, siamo forse salvi.Eʼ si mise allora a cantare illiedsiberiano seguente:«Non mi occorre nè penna nè inchiostro per scrivere la mia lettera:—Una lagrima bruciante basterà!—Questa colomba a gola rossa e violetta sarà il mio messaggiero.—Gentile colomba, fa presto, parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella città.—Tu caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto la sua finestra».Metek, si tacque e guardò lʼorso. Questo continuava a dondolarsi, spensieratamente, in cadenza, e quasi sonnecchiando.—Diavolo! disse Metek, esso è difficile a contentare. Eppure io non gli ho cantato uno dei nostriandiltehinèguerrieri, ma il più soave dei nostri lai femminili. Ciò non lo tocca. Su, presto,fategli udire la voce più infantile del vostro giovane fratello.È noto che lʼorso ha lʼudito durissimo. Ma, per una stranezza della natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore, resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre con uncrescendodi tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo. Ella fece dunque sopra di sè uno di quegli sforzi della disperazione che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e sommessa questa dolcedenkapolacca:«Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua perdita.«—Chi piange per me lassù? chi passa sulla collina?«—Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io orfana miserevole. Chi pettinerà oggimai le mie lunghe trecce? Chi laverà le mie guance? Chi mi dirà una parola carezzevole di amore?«—Torna alla tua dimora, figliuola mia; là unʼaltra madre, più felice di me, ornerà la tua fronte coi tuoi capelli, spanderà lʼacqua sul tuo bel sembiante; là un giovane sposo ti sussurrerà delle tenere parole che calmeranno il tuo dolore».Lʼeffetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani attestano lʼefficacia infallibile sullʼorso. Il fatto è, che il bruto cessò di dondolarsi, si avvicinòpasso a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e fregò il suo muso alle pellicce di Cesara.Ciò si fece come in un lampo.Metek passò al collo dellʼorso un collare delle nostre renne, lʼannodò alla slitta, caricò i due quarti di dietro delle nostre povere bestie sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e punse lʼorso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento di pensare al riposo, nè al pranzo, nè al freddo, nè a che che sia. Bisognava profittare dellʼammaliamento del difficile melomano. La malìa però non durò lungo tempo.Lʼorso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fissò con tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuonò nello spazio. Lʼorso fece qualche passo, saggiò il peso che aveva a tirare—non gravissimo per lui—si rese conto del suo destino, e fermossi. Per buona ventura, eʼ non pensò a rivoltarsi. Io lo teneva, del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise? Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, più urgente, più determinato—lo punse colla punta del suo coltello—lʼorso si rimise in cammino.Esso andò dapprima con un passo maestoso, come un giudice o un vescovo; poi perdè la pazienza, forse in vista di liberarsi del suo fardello, e cominciò a correre. Noi salivamo una vallata fra due montagne. Lʼascensione era ardua; ma la neve indurita ci sosteneva bene, ed addolciva le difficoltà del passo. Però, blocchi immensi di piperno ci ostruivano talvoltala via. Lʼorso, fremente di collera concentrata, dava colla testa in giù contro questi ostacoli, e si precipitava negli anditi che gli sʼaprivano dinanzi. Eravamo scossi terribilmente.—Lʼandrà, lʼandrà, disse Metek, e si mise a cantare.La stanchezza, piuttosto che il canto, moderò lʼardore del nostro salvatore. Esso regolò il suo andare ad una specie di galoppo, che un vincitore di Derby non avrebbe disdegnato. Temevamo di vedere ad ogni istante il nostro veicolo andare in pezzi. Il pericolo aumentò, alla discesa nella valle che separa il corso delle acque dellʼIndighirka da quello della Kolima. Lambivamo i precipizi, ove lʼorso voleva slanciarsi di partito preso. Metek lo tratteneva con mano di ferro, ed il collare, stendendosi, lo strangolava. Bisognava allora addolcirlo. Io uscii dalla slitta e lo carezzai. Cesara fece altrettanto, ad un passo ove la slitta bilicava sur un baratro, ritenuta unicamente dalla trazione. Ella osò passare la sua mano sul grugno appuntito dellʼorso. Ciò fu veramente magico.—No, sclamò Metek con un grido istantaneo, il vostro giovane fratello è una piccola sorella.Stupefatto da queste parole, io non trovai nulla a rispondere. Sorrisi.—Ciò è una grande fortuna ed un gran pericolo, rispose Metek. Vedremo.Infrattanto, la corsa dellʼorso si regolava. Solamente, esso fermavasi di tempo in tempo, e volgeva la testa verso la slitta. A digiuno da dodici ore, noi osammo allora mordere un biscotto ed un lembo di carne salata, gelata.Viaggiammo così due giorni.Avevamo traversato sempre paludi gelate, boschi cedui quasi impenetrabili, montagne dalle creste frangiate, burroni irti, fiumi torrenziali dʼestate, ora gibbosi, e scorgendo di lontano in lontano qualcheyurtaaffamata. La terribile notte di trentotto giorni cessava alfine. Eravamo al 28 dicembre, e vedemmo allʼorizzonte una luce, come lʼalba del mattino, ma così pallida, che lo splendore delle stelle non era punto affievolito. Queste deboli apparizioni del sole rendevano il freddo più vivo, senza bandire imoroki, o nebbioni densi, prodotti dai venti del nord. Avevamo avuto rarissime notti serene. Dinanzi a noi si allineava una formidabile cortina di montagne, dietro la quale scorre la Kolima. Nella pianura sterminata elevansi delle colline più o meno alte, più o meno coniche e arrotondate a foggia di cranio. Il paesaggio non cangiava mai; gli accidenti non diminuivano. La nostra stanchezza era estrema. Una notte di riposo ci sembrò indispensabile. Da sessantasei ore non avevamo preso nulla di caldo.Facemmo alto a piè dʼun poggio, che ci offriva uno scavato fra due massi. Distaccammo lʼorso dalla slitta, ma non gli demmo la libertà. Mentre io innalzava ilpologhee Metek tagliava le legna pel fuoco, Cesara dalla slitta teneva la correggia dellʼorso, al quale io aveva presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. Lʼorso parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangiò il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezzò.—Ma! eʼ si lascerebbe baciare, senza far troppolo schifiltoso, se glielo proponessi, disse ella. Non è vero, ninì?Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta alpologhe. Lʼorso, solidamente legato ad un corno della roccia, allungò il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti. Cenammo con una parte dellʼanca dellʼalce, messa sulle brace, che restavaci ancora. Lʼorso non volle gustare di carne cotta, ma rotolò fra le sue zampe enormi lʼenorme osso scarnato, divertendosene come di un trastullo. Poi feʼ scricchiolar sotto i denti con diletto un biscotto. Noi bevemmo del thè; eʼ si contentò fiutarlo con curiosità. Lʼaspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi dʼun insolito scintillio, malgrado ciò dolce e tenero. Eʼ si allogò allʼingresso della tenda, e la sbarrò.Metek assicurò che lʼorso erasi oramai affezionato a noi, e che non si avviserebbe a riprendere la libertà. Non pertanto, siccome esso era la nostra vita, così decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che Metek sonnecchierebbe. Ciò fu fatto.Il dì seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome diCzar, e partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo zenzero. Viaggiavamo con una celerità media di dodici chilometri allʼora.Percorrevamo una pianura interminabile, qua e là interrotta da qualche collina. Lʼintensità del freddocresceva. Certo, se avessimo avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero. Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di soppiatto, un boccon dʼaria fresca, che ci increspava il petto con la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo restava esposta per un minuto solo al contatto dellʼaria. Gli occhi sʼinjettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve, restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore, prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nellʼaria. I laghi gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non potevamo servirci più dellʼaccetta, che sarebbe andata in frantumi al minimo uso.Arrivammo così, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai piè dei monti, che chiudono allʼovest la vallata della Kolima.Non avevamo nè carta della Siberia, nè bussola, nè alcuno strumento per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed eʼ trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma, spirando nella medesima direzione—ciò che la gente del paese chiama lazastruga—, ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale, in tutta la Siberia, è nera dal lato nord e rossastra da quello del mezzodì.Stavamo per intraprendere lʼascensione di unʼerta montagna, da quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando letundras, allo stretto di Behring. Eʼ fu dunque mestieri ora scalare o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta affondavamo, ora aprirci la via con delle scale. Volgemmo la montagna a mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dallʼimo degli abissi come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una tromba verso le nuvole.Corremmo immediatamente a rialzare lʼorso, che era lì per fracassar tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia del suo collare erasi svolta: esso saltò in piedi, e noi potemmo raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una mano, avvinghiandosi collʼaltra agli sterpi, oscillanti essi stessi sotto la bufera.Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i macigni. Lʼuragano durò ventiquattrʼore. Il freddo, malgrado il fuoco enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e cʼimpediva di uscir fuori della tenda. E noi avevamo a nutrir lʼorso! La carne dellʼalce e della renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la fine. Il pesce e la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo preziosa per destinarli ad alimentar lʼorso,che divorava due o tre chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda, allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il thè e lʼacquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican.... Metek si arrischiò ad uscire, conducendo seco lʼorso, che lo seguì con molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si rassegnò ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ciò bastava presso a poco per lo Czar: era lʼessenziale. Infine, la bufera si calmò. Il cielo si rischiarò: la luce apparve. Che spettacolo!Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio. Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche. Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della società, dellʼagiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore. La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle sovrapposizioni stravaganti.Allʼindomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask,che saltella di roccia in roccia sugli spalti della montagna.Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui avevamo scalato, ma le difficoltà raddoppiavano. Nondimeno riescimmo a cavarcela, a poco a poco, grazie ad unʼaurora boreale, che ci rischiarò. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali è meno splendente che in novembre e dicembre. Unʼiride appena colorata spuntò dapprima verso il nord-est. Poi delle colonne di fuoco si slanciarono allʼorizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circondò di una benda, ora verde-azzurra, ora rosa. Le trasformazioni più imprevedute si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo bleu-nero profondissimo della notte.Due giorni dopo, ci fermammo allʼimboccatura della Stolbovayask nella Kolima.Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e provvedere ai nostri bisogni.Adagiammo ilpologheal ricovero in unʼimboccatura di basalto, vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri, costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la rapacità dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un vento caldo si levò di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla metà del verno nelle vallate della Kolima e dellʼAniuy. La temperatura cangiò di botto, e passò dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di caldo.Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolungò oltre ventiquattro ore per cacciare lʼintera giornata con una fortuna mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti. Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il sordo brontolìo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il mio cuore balzò forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso libero, affinchè eʼ cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato, e non temevamo neppur più che ci abbandonasse. Mi fermai sotto, ed ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.—La disgrazia, che temevo, è arrivata, gridò Metek, mettendosi a correre verso il nostro accampamento.Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek più spaventato di lui. In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve, dibattendosi contro lʼorso, che la scalpitava e la leccava orridamente. Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira lʼorso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde supina in tutta la sua lunghezza.Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.Metek sollecitò a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai le vesti della povera creatura, ela richiamai alla vita. Dio lʼaveva salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offuscò allʼistante, e le successe la disperazione: noi non avevamo più chi tirasse la nostra slitta!X.Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere lʼannichilimento che piombò su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei suoi mezzi di trasporto, ridotto allʼalternativa di morire presto o tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek dimandò:—Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?—Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara, coricata sotto le pelliccie.—Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si deve lottare contro la morte.—Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?—Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verknè-Kolimsk, il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui potessimo trovare un aiuto qualunque.—Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi vi salverete.—Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi della sventura. Ma vostra sorella?—Ah! sclamai io, che fare?—Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta numerose; ora lʼepizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La giovane padrona può percorrere sei o sette verste al dì?—Ne dubito.—Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione, rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche di più.—Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte unanartacon una muta di cani?—Io sarò pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo affranta.—Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo dietro a noi tutto ciò chepossediamo. Prenderemo dunque quanto potremo di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre armi, lʼaccetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da temere.—E voi pensate che troveremo cani o cavalli?—Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte almeno della via. Dormiamo adesso. Lʼuomo non è padrone del suo domani; è dunque inutile preoccuparsene.Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiarò la guerra. Uno spaventevole caccia-neve ci avviluppò. Il turbine ci prese nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci sentivamo innalzare dal suolo storditi.—Faccia a terra, gridò Metek, che ci apriva la strada, dandoci lʼesempio.Noi ci lasciammo cadere lʼuno accosto allʼaltro, col viso contro lʼimmensa nappa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per avere un poʼ di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo la mano, sottoun metro di neve, per farci deʼ segni. Ciò durò sette o otto ore. Quando il turbinio si acquetò, noi uscimmo dalle nostre tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, allʼaria aperta, cʼirrigidì di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo in cammino per ripigliare un poʼ di calorico; ma il cuore era più ghiacciato ancora che il corpo.Facemmo così cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare, sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco. Il caldarino, pieno di neve, cantò; il pemmican ci offrì un brodo rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo più la tenda. Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve, assicurandoci bene chʼessa era solidamente gelata, affinchè la vôlta non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quellʼarcata, a moʼ dei Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce. Poco dopo, avevamo, per così dire, troppo caldo.Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclamò:—Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare più oltre.Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia volta:—Ebbene, figliuola, moriamo insieme.Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il silenzio, lʼinerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a traverso i quali lʼanima valicò abissi di dolore senza nome, terrori frenetici. Infine Metek si levò, e disse:—Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve nʼè ancora abbastanza. La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè-Kolimsk, e vi condurrò una narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni al più. Troverò in quel villaggio il delegato dellʼispravnik—il commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a Srednè-Kolimsk—ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in piedi, ovvero lʼesaule, lʼuomo di confidenza della tappa di Verknè. Io mʼindirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e protezione?In nome di chi? Ecco dunque lʼuomo, chiamato ad intervenire a sua volta per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi dissi a Metek:—Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.—Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.—Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso non era enorme, e noi procedevamopiù spediti. Due giorni dopo, arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda, le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo allʼindomani a rinchiuderla in una specie di casa—una casa costrutta di aste e rami intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dellʼacqua, che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta fu collocata nella casa, di cui assicurai lʼapproccio, praticandovi feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.Metek calzò le suelija—pattini da neve—e partì il dì seguente. Prese alcuni viveri, un poʼ di tabacco e di acquavite, e 300 rubli: più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio. Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono Polacco: dunque cattolico.Nellʼintervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne, lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello—gli uccelli, del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai qualchesalmone larareto, che tagliai a fette sottilissime, le quali, gelate, ci somministrarono una squisitastruganina. Presi, nei cavi, dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici disanguis-orbae dirubus chamemorus, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara si rimisedella sua immensa stanchezza e della terribile emozione che le aveva cagionato lʼorso. Che scena!Ella si sentì presa alle spalle, allʼimprovviso, e rovesciata sulla neve, mentre che lʼalito bruciante e fetido del bruto lʼasfissiava. Si dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio nella tenda. Ma lʼorso lʼatterrò, posandovisi sopra; ripresa poi Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente, e brontolando una specie dirurulamentevole e modulato. Cesara, terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dellʼorso, il quale, sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida della fanciulla, davano il racapriccio. Lʼorso esitava tra la smania di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto fine a quella orribile scena e salvato Cesara.Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate, ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno, una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo, sʼinfiammò di un tratto, e lanciò intorno, nellʼinterminabile firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostraisba—se mi è permesso piaggiare così la nostra tana.—Il povero cacciatore si affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice—la parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita nellʼacqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.E dire che il Governo russo esige da questi affamati ilyosak, ossia tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!Quindici giorni scorsero senza troppa ansietà. Ma, da quel momento, non fu più che unʼagonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno alsciuuvalefiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla nostra porta.Hurrà! era Metek, che arrivava con duenarte, di cui una tirata da ventiquattro cani, lʼaltra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa, quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!Ecco di che trattavasi.Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la curiosità dellʼesaule, il capo della truppa di Verknè-Kolimsk, il quale faceva le funzioni di delegato di Srednè-Kolimsk. Era stato mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un poʼgasconche Metek fece forse delle nostre avventure—i Russi sono essenzialmente esageratori—parvero sospetti allʼesaule. Eʼ non volle permettere il reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò unanartaper condurci a Verknè, e mandòdue dei suoi cinque Cosacchi per far eseguire lʼordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli stesso dei nostri apparecchi.Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro cani per due mesi, egli è certo che mi sarei sbarazzato dei due Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio. Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi lʼestate. Bisognò dunque fare buon viso, avvegnacchè il cuore battesse con violenza.Partimmo allʼindomani, una dellenartetirando al rimorchio la slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.Tre dì più tardi arrivammo a Verknè-Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e grossi tronchi. Lʼostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque Cosacchi che lʼoccupavano per dare mano forte allʼoffiziale del bailo nella esazione delyusaknel distretto.Lʼesauleera un Russo, invecchiato nel paese, lupo un dì formidabilmente affamato, ora un poʼ addimestichito.Presi immediatamente con lui unʼaria insolente ed in collera, lo minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia orientale. Lʼesaule non si mostrò però troppo turbato, e mi chiese il mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo voltò e rivoltò nelle sue mani, mi guardò in maniera sospettosa, mi squadrò con insolenza.—Il passaporto è in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la lettera di commissione dellʼAmmiragliato di Pietroburgo.—Ciò non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla visita del passaporto.—Ciò è vero, replicò lʼesaule.—Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficoltà a mostrarvi il dispaccio del ministro della marina.—Vi chieggo scusa, mormorò lʼesaule, leggendo la lettera dellʼAmmiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche tratto di somiglianza.—Ciò non mi stupisce: io sono dellʼUkrania.—Dʼaltronde, perchè, in una stagione come questa, vi scostate voi dalla strada ordinaria?—Gli è semplicissimo, risposʼio. Io sono incaricato dal generale Ozerof di fare uno studio geologico della catena degli Stanovoy-Grebete, ove prendono la sorgente lʼIndighirka, la Kolima e lʼOmolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi a Petropaolowki, così non potevo osservare queste montagne che costeggiandole il più dʼappresso possibile.—Avete voi questa commissione in iscritto?—No: nè ciò era necessario.—Eppure! disse lʼesaule. Poi, perchè avete voi un passaporto datato da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da Pietroburgo?

La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero lentamente, nascondendo il tutto dietro lʼalcova di Cesara. Io contavo, al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma, dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva sperimentato la sagacia, la fedeltà e le cognizioni esatte delle steppe che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e dipromichleniks, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed abitava Killaem, a duehoese mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk, sulla Lena.Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore, potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome russo. Feci anche di più: mi detti, per ogni ventura, una commissione del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo, allʼoccorrenza, lʼaiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar. Nulla mancava alla lettera di commissione: lʼavevo calcata sur unʼaltra simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria.A dir vero, mi vergognavo di questa falsità; ma la tirannia ingenera logicamente e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai nè dellʼuna nè dellʼaltra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non sospettavo ancora che la fatalità prendesse tanta parte nel destino umano, e che, se lʼuomo si agita, Dio lo mena.Lʼinverno passò gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo la Lena—quando questo fiume non ne fa dei paludi—e nelle splendide foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state, accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di suo governo, ed ebbi lʼoccasione di studiarne un poco la topografia e segnare i punti più vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. Lʼautunno, pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per lʼinverno; perocchè io aveva definitivamente acquistato la stima e lʼamicizia del generale, e lʼuna delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore—se pur mai pregasse—che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse giammai.Il 1.onovembre spuntò. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino. La tempesta, lʼuragano, le trombe di neve scorrevano lʼaere sbrigliate. Lʼora suonò.Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato.Jodelle comprese probabilmente il mio progetto, poichè a bella prima sclamò: Viva la repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, eʼ mi fece delle osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, eʼ mi annunziò che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e chʼei mʼaccompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio, avendolo già prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al generale il permesso di andare a caccia dellʼorso. Per fortuna, Alice era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon rinforzo, bellʼarma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al signor Ozeroff, che è restato mio amico.Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu tratta fuori dallʼalcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce nellʼaria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le presi, quando suo padre me la confidò come sorella. Non proferimmo una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle cantarellò:Malbrouk sʼen va-t-en guerre!La mia iliade, una delle più drammatiche della vita di un uomo, cominciava.VIII.—Padrone,toyone, mi dimandò Metek, il Jakuto, ove bisogna dirigerci?—Al golfo di Anadyr.—Quale via volete seguire, la più corta o la più sicura?Se io fossi stato solo, non avrei esitato un secondo a rispondere: La più corta. Ma io era risponsabile della vita di Cesara. Risposi:—La più sicura, ma altresì la più corta possibile.—In questo caso, bisogna seguire la strada del Governo, riprese Metek, per Verkho-Jansk, Baralasse, Jobolask, Zakiversk, Saradakhsk, Srednè-Kolimsk.—No no. Io amo visitare lʼinterno della contrada, poco esplorato, poco noto.—Sta bene, ma siccome non abbiamo sufficienti provvisioni, siccome non troveremo ogni dì una volpe, una renna, un orso, un uccello di buona volontà che voglia servire ad accomodarci un desinare; siccome le notti sonofresche, ed i lupi potrebbero provare una troppo forte tentazione alla vista delle nostre belle renne, così noi non volgeremo il dorso, quando si può, allayurtadellʼindigeno, che ci offre lʼospitalità.—Questo è pure il mio avviso. Ho visto tante facce russe e cosacche, che sono assetato di contemplare dei buoni volti mantsciù.—Avete ragione,toyone. Possiamo dunque partire.—Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.—Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta è già troppo pesante per le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e dessa è eccellente.—Io pure la penso così; ma ho qui un giovane fratello che non è mica altrettanto ruminante. Nondimeno, se ciò fa peso...—Sì, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.I primi giorni passarono a meraviglia. Cʼintromettemmo per una cinquantina di verste nellʼinterno della contrada, poi cominciammo a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta praticati attraverso lagune, foreste, steppe, cavati da macchie spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ciò fino al letto dellʼAnadyr—cinquemila chilometri! Incontrammo qualcheulus, o gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate, di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era bianco adesso: solo di qua e di là un ciuffo di larici o di pini. Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo uno di forma ovale, il Sibeli.Al di là del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso lʼest, incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un fiume che si getta nellʼAldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse dʼinseguirmi. Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino, avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta bianco e brizzolato. Nulla di più elegante che il suo andare. La rapidità della sua corsa è favolosa; al contrario dellʼalce, essa vola sugli strati più sottili di neve senza affondare. Discesa o salita, nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa si affeziona allʼuomo, di cui è la vera provvidenza, un benefattore in quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna è stanca, o quando ha fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterraresotto la neve e pascere un poʼ di lichene come può; e quando si è riposata e nudrita, viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo riprende il suo volo di rondine. La sua carne è squisita, sopra tutto la lingua; la sua pelle è preziosa a mille usi.Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso, faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col thè, la farina ed un poʼ di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo a secco, ciò che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek non conosceva queste umane debolezze; tutto al più, ei sonnecchiava un quarto dʼora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non cʼincomodava ancora.A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare più liberamente. Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore. Nevicava così forte, così fitto, che non vedevamo dalla predella la prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e miserabile. I cinque individui, che lʼabitavano, portavano il vestito di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco però scintillava nel mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di argali e qualche kavaky. Si mescolò al brodo un poʼ di scorza di larice grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro ospite una cicogna bianca magrissima, la spiumò, e la mise allo spiedo, che cavò dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara preferì coricarsi nella slitta: lʼaria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegliò le renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso nelle vicinanze.Allʼindomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dellʼAldane.Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo, noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice, di salice, dʼalberella, che corrono lungo le sponde dellʼAldane, si urtavano sotto i buffi dellʼuragano. Metek cacciava o fumava il suoganzi, una specie di pipa cortissima.Lasciando lʼAldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente, a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di monti. Il corso delle riviere, andando allʼinsù, era particolarmente arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate. Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue rive che presentava minori ostacoli. Talʼaltra, a piè della montagna ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra tutto perigliosa. Qualche fiata, la metà della slitta sorpiombava ad un precipizio, mentre che, aggruppati allʼaltra metà, noi ne equilibravamo il peso, e le renne spossate la tiravano.Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle dellʼIndighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dellʼintensissimo freddo.Appena avevamo spiegato il nostropologueed acceso un allegro fuoco, noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna.La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col cuore raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:«Dimmi, piccola colomba,—Dimmi colomba dalla piuma nera:—Ove hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare?—Io li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti,—Sulle bianchetorose[3]dellʼOceano.—Gli è là chʼessi hanno scoverto una bellʼisola!—Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso il mare turchino,—Per dire al mio amante—Che tu hai visto la sua amica versare lagrime amare».Facemmo alto un dì allʼimboccatura della valle, ove lʼArga raccoglie una parte delle sue acque. Fummo assaliti da uncaccia-neve, che faceva dar le volte alla slitta ed alle renne. Per fortuna, eravamo nella pianura.Dal 22 novembre era cominciata una notte, che duròtrentotto giorni!La forza della rifrazione, la smagliante bianchezza della neve—non avevamo ancora avuto aurore boreali—temperavano lʼoscurità.Ma quando lʼuragano di neve batteva la campagna, non si vedeva più ad un metro di distanza.Ci sembrò esser perduti. Impossibile di fare un passo oltre. Un gruppo di larici e di betulle era ad una mezza versta a sinistra, a piè di una prominenza; Metek ed io prendemmo le renne per la correggia, e, sprofondando nella neve fresca, che cadeva come una sabbia di punte di aghi e ci trapassava, tagliammo la via verso questo ricovero. Lo raggiungemmo. Legammo la slitta, che girava come una trottola, e distaccammo le renne. Non bisognava pensare a spiegare la nostra piccola tenda o accendere il fuoco. Dovemmo contentarci del pesce secco e del biscotto e bere un sorso di acquavite. Non avevo termometro, ma sono persuaso che il freddo toccava i 38 o 40 gradi; perocchè il legno era divenuto duro come ferro, e lʼaccetta sarebbe andata in pezzi come vetro, se non lʼavessimo adoperata con grande precauzione.I monti che circondavanci, come pure le boscaglie, avevano dei gridi di laceramento: macigni che si fendevano e precipitavano, alberi che schiattavano, rami che si spezzavano nella battaglia, sotto la potenza che li lanciava gli uni contro gli altri. Noi non tremavamo neppure più: eravamo agghiadati, irrigiditi. Metek, egli stesso, pigiava il suolo, e faceva scambietti per darsi un poʼ di caldo. Seppellita sotto una montagna di pellicce, Cesara sembrava un pezzo di ghiaccio. Questa terribile calcitrata del verno durò ventisei ore. Infine si calmò alquanto. Le nostre renne, che accollate lʼuna allʼaltra, accovacciate vicino alla slitta, non avevano osato andare in busca di una bocconata dicrittogama sotto la neve, si allontanarono. Noi spiegammo la tenda, ed accendemmo un immenso braciere. Il thè caldo, qualche pezzo di cacciagione restatoci, un poʼ dipemmicansciolto nellʼacqua bollente, che ci diede immediatamente un brodo squisito, ci rifocillarono e richiamarono a vita.Non ostante, eʼ non occorreva pensare a partire per quel dì. La gola della valle, quantunque assai larga, era ostruita dalla neve accumulata e profondamente agitata ancora. Le nostre renne restarono assenti per più lungo tempo del consueto. Io cominciava perfino ad esserne inquieto, perchè udivamo lʼurlo dei lupi risvegliar tutti gli echi delle boscaglie vicine. Ora, quale non fu la nostra sorpresa, quando, udendo un poʼ di rumore presso la tenda, misi fuori la testa, ed in luogo di tre, vidi cinque renne! Tutto indicava che desse avevano già servito, e che, per una ragione o per unʼaltra, avevano disertato lʼantico padrone. Metek non perdette un istante. Uscì dalla tenda, e mise una sbarra ai nuovi ospiti onde non si allontanassero di nuovo. Infatti quando partimmo allʼindomani, noi li aggiogammo tutti al nostro veicolo. Avventuroso rinforzo! cinque giorni dopo, entrammo nel letto dellʼArga. La sera, accampammo sul confluente orientale del fiume, in una yurta di cacciatore Jakuto con la sua famiglia.Questa famiglia componevasi di cinque individui. Egli è impossibile imaginare alcun che di più miserabile, di più screpolato, di più stomachevole di questa dimora e di questi individui. Il cacciatore aveva avuto il suo cane divorato da un lupo. Le sue lunghe corse erano dunque adesso spessissimo infruttuose. La piccola cacciagione, rarissima ancora, non poteva bastarea nudrir quella gente. Le giovanette portavano una specie di astuccio di pelle dʼorso in lembi. La madre, scarna, squallida, cogli occhi stralunati di fame, somigliava a bestia feroce, anzi che a donna. Lʼuomo soccombeva sotto il peso della rassegnazione, delle privazioni, dei gemiti di questi esseri affamati. Io diedi loro un poʼ di pesce secco. Metek sospettò di quegli sventurati, cui la fame poteva cangiare in assassini. Eʼ fumò tutta la notte, fuori della yurta, a guardia delle renne e della slitta. Il dì seguente, cominciammo a discendere lʼArga.Il vento era violento. Eravamo al 15 dicembre. Il freddo si era un poʼ calmato. Il letto del fiume, ora incassato fra due alti margini, ora a fior di terra, in una steppa immensa che saliva verso il nord, non offriva accidenti insormontabili. Avanzavamo quindi in media da sette ad otto chilometri lʼora. Ad un sito, ove il fiume faceva gomito, ci arrestammo per lasciar pascere le renne e preparare il nostro desinare. Noi facevamo due pasti caldi al dì: lʼasciolvere, prima di metterci in cammino, e la cena la sera. Nel mezzo del dì, rosicchiavamo un biscotto, e strappavamo coi denti un lembo di carne salata. La tenda era affumicata e rischiarata ad un tempo dal fuoco dei ginepri verdi che bruciavamo. Io aveva disteso uno strato di piccoli rami rotti sul ghiaccio, e vi spiegavo sopra le molte pellicce della slitta per preparare il letto di Cesara, quando udimmo un rumore intorno al nostro accampamento ed un bramito straziante nel lontano profondo della foresta. Prendemmo le nostre armi, ed uscimmo. Le nostre tre renne tremavano, e si avanzavano dietro la slitta per cercarvi un ricovero; le altre due renne non vi erano più.—Qualche belva le divora, gridò Metek: andiamo in loro aiuto.Penetrammo nel boschereccio a gran pena. La neve, meno esposta sotto i rami degli alberi, perciò più cedevole, ci affaticava. Le branche dei salici ci opponevano una siepe fitta, come il traliccio di un paniere. Rompendo questi ostacoli, strisciando a carponi, saltando, brancolando, facemmo qualche versta dalla parte ove il grido delle nostre povere compagne aveva risuonato; ma non potemmo trovar nulla.—Ritorniamo, dissi io, le renne sono state sbranate, e noi non arriveremmo neppure a tempo per istrappare ai lupi od agli orsi la nostra parte delle vittime.Continuammo la nostra strada. Il paesaggio non cangiava. Noi guizzavamo come ombre in mezzo a questo aere perso, carico di brina, pesante, cieco, su questo suolo, di cui la stanchevole bianchezza aumentava la tristezza. Di vita, punto. Senza la demenza degli elementi ed il guaito delle foreste, un silenzio assoluto ci avrebbe circondati. Le belve stesse tacevansi, di disperazione forse, forse per non dare lʼallarme alle prede, che esse cacciavano con rabbia e non trovavano. Lʼorso e lʼaquila, assiderati, restavano in uno stato letargico. Il volo dei rari uccelli era corto, trascinantesi, timido. Il corvo solo ci seguiva pesantemente, lentamente, lasciando dietro a sè un trascico di vapore, che si allungava come un filo. Infine, dopo parecchi giorni di viaggio, sboccammo nella Yadighirka, al punto ove la si confonde con la Moma.Lʼimmersione, o piuttosto la discesa da una corrente dʼacqua in unʼaltra, fu penosa. Allʼimboccaturadellʼaffluente eravi una barra di rocce, che formavano una cascata di otto o dieci metri di altezza. Lʼacqua gelata e la neve soprapposta cangiavano la cascata in un piano inclinato assai rapido, per non dire a picco. Fu mestieri distaccare le renne e farle saltare a parte, poi alleggerire la slitta e farla scivolar giù, ritenendola per di dietro con le corregge delle renne; poi operar la discesa, o piuttosto lo sdrucciolo, di Cesara, il mio e quello di Metek. Ciò ci prese lungo tempo, ma ci procurò un ricovero per la notte. Noi eravamo come al fondo di un pozzo, salvo il corso immenso della riviera, che si apriva dinanzi a noi come un viale a perdita dʼocchio. Il vento, che spirava in questo corridoio di granito, era intollerabile. Dico corridoio, perchè le due sponde del fiume erano bastionate di rocce merlate. La tenda fu spiegata, il veicolo raggiustato. Faceva un freddo di 35 gradi, almanco.Scalammo la ripa a sinistra, la più bassa, ed andammo a cercar dei bruscoli. Le renne ci seguivano. Mentre che Metek trasportava il legno ed allumava il fuoco, e che Cesara si occupava del desinare, io restai per sorvegliare le renne e cacciare. Rimuginando nel selvatico dai cespi intrecciati di ginepri e salici, scoversi sul nevischio gelato della notte precedente una pesta, che mi arrestò. Era il piede di un animale della famiglia dei cervi, che aveva gironzato per là:—forse—mi dissi—una delle nostre renne perdute. Presi a seguire la traccia. Ben presto, Metek mi raggiunse. Era difficilissimo procedere; il chiarore insufficiente limitava la portata dello sguardo. Ma le peste si seguivano. La speranza di una bella preda ci diede lo slancio. Penetrammo semprepiù nella macchia, Metek avanti, io dietro a lui. A un tratto, Metek fermossi, e per di dietro fecemi segno colla mano di fermarmi altresì. Guardammo. A un tratto, un alce sbuca da una specie di cespuglio di rododendri e di piante fanerogame, di cui sbioccolava i tralci gelati. I nostri due colpi partirono ad un tempo. Lʼalce cadde.Questo bello antilope è al presente rarissimo in questa contrada. Una provvigione così inaspettata e felice ricolmocci di gioia. Ci mettemmo a modo di trascinarlo allʼaccampamento. Ma come caricare le nostre povere renne di questo soprappiù di peso? Esse avevano già tanta pena a camminare, sia per il freddo, sia per lʼinsufficienza del nutrimento. Bisognollo nondimeno. Solo, procedevamo più lentamente.Ci fermammo due giorni per far riposare la nostra muta, regalandoci della carne squisita dellʼalce. Poi rimontammo la Moma; e dopo un giorno di viaggio voltammo la corrente a sinistra.Dinnanzi a noi spiegavasi, a perdita di vista, a destra ed a sinistra, una bastionata di montagne, della forma presso a poco simile alle mezze lune delle piazze forti. Il versante ovest rizzavasi quasi a picco davanti a noi, in distanza, mentre i versanti nord ed est si abbassavano, e disegnavano come delle vallate alberate. Risalivamo la corrente. La superficie della neve gelata era increspata sotto il soffio del vento, che lʼaveva agitata quando cadeva. Procedevamo quindi con infinito disagio. Una burrasca secca, che sollevava la neve, ridotta ad un polverio di punte acuminate, ci tagliava la faccia, e percuoteva i fianchi. Le renne non ne potevano più. Io apriva ad ogni momento le store della slitta, perocchè avevonotato una specie di inquietudine sul sembiante di Metek, il quale si volgeva, e guardava indietro. Egli incoraggiava più che mai le renne a correre, col suo lungo scudiscio armato di spuntone.—Cosa cʼè dunque? dimandai io, alla fine.—Guardate! rispose Metek.Sporsi il capo fuori della slitta, e vidi tre lupi, a due trecento metri di distanza, seguirci tristamente. Avevano le code abbattute, le orecchie tese in avanti, la testa bassa, e seguitano la striscia che lasciava il nostro veicolo.—Ebbene, sclamai io, se ci fermassimo per dimandar loro notizie dello Czar?—Oibò! rispose Metek. Stamane era uno solo che ci teneva dietro. Più tardi ne ho veduto un altro sbadigliare alla vetta dellʼargine, e poi si è messo alla coda del compagno. Più tardi ancora, un terzo si è congiunto alla compagnia. E... guardate,toyone, essi sono già quattro! Eʼ si fermano quando noi ci fermiamo, e conservano la distanza con rispetto. Se facciamo alto per andare a presentar loro le nostre palle devotissime, potrebbe darsi che qualcuno dei loro amici, nascosto dietro quei ginepraj, profittasse della nostra distrazione per precipitarsi sulle nostre renne e scannarle. Continuiamo dunque per la nostra via. Vedremo, alla sosta di stasera, ciò che abbiamo a fare.Mi arresi a questa ragione. Procedemmo, ma io sporgeva di tratto in tratto il capo fuori della slitta. Il corteggio aumentava. Bentosto i quattro lupi divennero sei, poi otto, poi dieci, poi dodici, poi venti: infine, non potevamo più contarli. La situazione aggravavasi in modo sinistro. Le renne,non so per quale presentimento, acceleravano la corsa. Gli stivaletti, che Metek aveva fatti loro, si erano lacerati, e noi scorgemmo sulla neve la traccia rossa del sangue dei loro piedi. Gli era appunto questo sangue che allettava i lupi e li incocciava ad inseguirci. Essi meditavano un attentato, o si rassegnavano ad aspettare una catastrofe.La banda dei lupi prendeva, frattanto, proporzioni terribili. Metek diveniva livido. Il crepuscolo si ottenebrava. Le renne volavano, saltando sugli ostacoli, di cui il letto della Moma era gremito: quarti di macigni, alberi, banchi di ghiaccio sovrapposti, formanti torri, barricate, bastioni. Noi ci trascinavamo dietro un corteggio di almeno dugento lupi. Riempivano il letto del fiume, marciando parecchi di fronte, e permettendosi oramai di tempo in tempo un ululato, cui lʼeco ripercuoteva e moltiplicava. Era un appello. Suonavano la carica. Bande dietro bande dalla foresta accorrevano: le volpi dietro i lupi; i corvi sullʼinsieme.Noi percorrevamo per lo meno quattordici verste allʼora.Infine raggiungemmo la gola dei due monti, ove la Moma attinge la sua sorgente. A un tratto le nostre renne caddero al suolo: esse non potevano andar più oltre.Eʼ fu come se un generale avesse gittato il grido: Allʼassalto!Metek, io, Cesara stessa, armata di revolver, ci schierammo intorno alla slitta.I primi lupi, che avanzarono, furono fulminati. Noi tiravamo nel mucchio: non un colpo era perduto. Una montagna di cadaveri ci fece presto una barricata;un ruscello di sangue colava intorno a noi. Nulla valse: eravamo circondati da gole formidabili, armate, spalancate, affamate, livide, gettanti urli che ci atterrivano. Cesara caricava i fucili; col coltellaccio alla mano, noi sventravamo i lupi che si avvicinavano. Nulla valse: no, nulla valse.Mentre lottavamo da un lato, altri lupi si precipitavano sulle nostre sventurate renne, e, con un colpo di zanna, aprirono loro la jugulare. Esse gittarono un bramito lamentevole, che ci lacerò il cuore. Giammai in vita mia, in alcuna circostanza, io ho risentito un dolore più dilaniante. La banda intera si scagliò allora sulla preda. Noi mietevamo le teste come spighe. I brani di carne volavano allʼaria.... A un tratto, un grugnito formidabile risuonò di fianco a noi, sul limitare della selva. Erano due orsi, uno bruno ed uno grigio.—Ah perchè non siete arrivati prima—gridò Metek con una voce di rimprovero, arringando gli orsi—briganti.... vigliacchi...E non continuò la sua frase...IX.I lupi, incomodamente interrotti nel loro festino da quei parassiti intrusi, che venivano ad imporsi al banchetto senza aver sostenuta la battaglia, fecero voltafaccia allʼistante. Gli orsi retrocessero di qualche passo, e si addossarono ad un macigno, ondeavere le spalle sicure; poi si assisero sulle lacche, sporgendo la gola aperta ed incrociando sul petto le loro zampe anteriori. I lupi si spiegarono in mezzo cerchio intorno ai loro nemici, alla distanza di tre quattro metri. Noi restammo indietro, spettatori attoniti, in mezzo a quellʼimmenso macello. I combattenti dei due campi si squadravano: i lupi invitando gli orsi a prender lʼiniziativa, provocandoli coi ringhi quasi beffardi; gli orsi aspettando con pazienza che la flemma dei loro nemici si esaurisse. Non erano essi padroni del tempo e dello spazio? Un nugolo di corvi calò sui rami degli alberi, e sembrava incoraggiare, collʼorrido gracchiare, la collera sorda dei combattenti. Una doppia fila di volpi si costituiva spettatrice in distanza, senza muoversi, neutrale. Gli orsi tennero fermo. I lupi, aizzati forse dalia fame o più esasperati, perdettero la pazienza. Qualcuno dei più arditi saltò sui due pilastri di carne e di pelle, che li sorvegliavano. Invece di fare gomitolo e scagliarsi di un balzo sugli orsi, i lupi si avanzarono alla spicciolata, e si spiegarono a ventaglio. Questo fu il loro errore e la nostra salvezza.Gli orsi cominciarono ad agitare le loro zampe come una clava di acciaio. A destra ed a manca, a manca ed a destra.... ad ogni sgrugnare si schiacciava un cranio di lupo.—Andiamo in soccorso dei nostri amici, disse Metek.Avevamo caricati i nostri fucili ed i nostri revolver. Facendo un mezzo giro vicino alle volpi, giudici del campo, andammo a collocarci a fianco degli orsi. Il nostro intervento inaspettato, non sperato, cagionòun momento di sorpresa in mezzo ai due campi. Ma lʼattacco essendo principiato, era oramai impossibile di rimettersi in guardia. I lupi si sbrancarono in massa. Noi non avevamo ad occuparci dei nemici onesti e franchi che si facevano avanti, colla testa alta, e si trovavano per conseguenza alla portata delle zampe o dei denti degli orsi. Noi sorvegliavamo i traditori, vale a dire quelli fra i lupi che strisciavano e miravano al ventre, poco difeso, dei loro nemici. Noi facemmo fuoco su questi vigliacchi. Gli orsi esitarono un momento, udendo dʼaccosto a loro quellʼesplosione di cui non comprendevano lʼintenzione. Ma, come videro i lupi fulminati avvoltolarsi ai loro piedi, essi si persuasero dellʼimportanza del nostro intervento, e divennero meno cauti.Io non saprei dipingervi questa mischia. I lupi, lanciati da tutti i lati, piovevano a cinquanta metri in circolo, schiacciati, lacerati, sventrati, col cranio fracassato, cadevano sotto le nostre palle, senza neppur gettare un urlo. Essi rincularono nella loro prima posizione.—Se ne andranno? domandai io.—Eh! non ancora, rispose Metek; essi hanno troppa fame.Infatti, ritornarono alla carica, ma con minore ardore, e solamente, si sarebbe detto, per lʼonore della bandiera. Sicome io non voleva sciupare la mia polvere, ora che vedevo la vittoria quasi assicurata, mi accontentai di appoggiare la canna del mio fucile al fianco dellʼorso che era dal mio lato e proteggere la sua epa. Metek, che comprese la mia manovra, fece altrettanto. Gli orsi, dʼaltronde, non avevano più bisogno di noi. Essi sostennero il secondoassalto con la medesima bravura e la medesima fortuna. I lupi retrocessero: gli orsi caricarono alla loro volta. Era finita. Dieci minuti dopo, non restava più intorno a noi che delle carcasse. Ma la mia disperazione non aveva limite.La morte delle nostre renne era la nostra morte. Noi non osavamo neppur parlare. Non avevamo più freddo, non avevamo più fame: Dio ci schiacciava. Il ritorno degli orsi venne a formar diversione alla nostra agonia.Essi non sembravano avvedersi di noi. Si misero senzʼaltro a divorare i loro nemici morti.Lʼorso, in questa stagione, si trincera di ordinario nel campo fortificato, chʼeʼ si prepara per irrigidirsi nella sonnolenza e restare così sino alla primavera, senza mangiare, pacifico, inoffensivo. Perchè questi due orsi si trovassero così sulla nostra via, era stato mestieri che qualche cacciatore li avesse stanati e non uccisi. Gli urli dei lupi li avevano attirati al sito della zuffa. Arrivavano dunque terribilmente affamati ed esasperati da un digiuno di due mesi. Noi restammo a considerarli, ma sotto le armi. Li avevamo soccorsi, perchè i lupi li avrebbero infallibilmente divorati, dopo aver mangiato le due renne—tanto poca cosa allo spaventevole loro appetito—, ma non eravamo punto rassicurati sulle buone intenzioni dei nostri alleati. Certi alleati sono più a temere che i nemici stessi—e noi Polacchi ne sappiamo qualche cosa. Lʼorso bruno si rimpinzava di carne con voracità. Lʼorso grigio sceglieva i suoi bocconi, li mangiava più lentamente, più pulitamente, con una certa voluttà. Esso era immenso. Quando lʼorso bruno fu sazio, sbadigliò, volse le spalle, esʼinselvò nelle macchie. Lʼorso grigio, invece, si sedè sulle sue lacche, e cominciò a dondolarsi, guardandoci. Si sarebbe detto che, alla frutta, esso avesse voglia di chiacchiere.Voi sapete che lʼorso grigio si nutre di vegetabili, e di pesce, anzichè di carne; non è feroce, al punto che gli Ostiaki della Siberia occidentale, al principio dellʼinverno, li menano a Berezoff in branchi considerevoli, e la carne loro si vende ai beccaj mentre la pelle è destinata al commercio delle pellicce. Lʼorso grigio è dolce, intelligente, socievole, e sopratutto, quando è sazio o quando qualcuno sʼincarica di nutrirlo, esso può divenire un animale domestico molto utile. Il nostro orso grigio aveva probabilmente ronzato attorno alleyurtedegli indigeni, ed erasi familiarizzato allʼaspetto dellʼuomo.—Noi stiamo per giocare la vita, mi disse Metek basso allʼorecchio: ma, se Dio ci aiuta, siamo forse salvi.Eʼ si mise allora a cantare illiedsiberiano seguente:«Non mi occorre nè penna nè inchiostro per scrivere la mia lettera:—Una lagrima bruciante basterà!—Questa colomba a gola rossa e violetta sarà il mio messaggiero.—Gentile colomba, fa presto, parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella città.—Tu caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto la sua finestra».Metek, si tacque e guardò lʼorso. Questo continuava a dondolarsi, spensieratamente, in cadenza, e quasi sonnecchiando.—Diavolo! disse Metek, esso è difficile a contentare. Eppure io non gli ho cantato uno dei nostriandiltehinèguerrieri, ma il più soave dei nostri lai femminili. Ciò non lo tocca. Su, presto,fategli udire la voce più infantile del vostro giovane fratello.È noto che lʼorso ha lʼudito durissimo. Ma, per una stranezza della natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore, resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre con uncrescendodi tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo. Ella fece dunque sopra di sè uno di quegli sforzi della disperazione che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e sommessa questa dolcedenkapolacca:«Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua perdita.«—Chi piange per me lassù? chi passa sulla collina?«—Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io orfana miserevole. Chi pettinerà oggimai le mie lunghe trecce? Chi laverà le mie guance? Chi mi dirà una parola carezzevole di amore?«—Torna alla tua dimora, figliuola mia; là unʼaltra madre, più felice di me, ornerà la tua fronte coi tuoi capelli, spanderà lʼacqua sul tuo bel sembiante; là un giovane sposo ti sussurrerà delle tenere parole che calmeranno il tuo dolore».Lʼeffetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani attestano lʼefficacia infallibile sullʼorso. Il fatto è, che il bruto cessò di dondolarsi, si avvicinòpasso a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e fregò il suo muso alle pellicce di Cesara.Ciò si fece come in un lampo.Metek passò al collo dellʼorso un collare delle nostre renne, lʼannodò alla slitta, caricò i due quarti di dietro delle nostre povere bestie sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e punse lʼorso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento di pensare al riposo, nè al pranzo, nè al freddo, nè a che che sia. Bisognava profittare dellʼammaliamento del difficile melomano. La malìa però non durò lungo tempo.Lʼorso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fissò con tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuonò nello spazio. Lʼorso fece qualche passo, saggiò il peso che aveva a tirare—non gravissimo per lui—si rese conto del suo destino, e fermossi. Per buona ventura, eʼ non pensò a rivoltarsi. Io lo teneva, del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise? Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, più urgente, più determinato—lo punse colla punta del suo coltello—lʼorso si rimise in cammino.Esso andò dapprima con un passo maestoso, come un giudice o un vescovo; poi perdè la pazienza, forse in vista di liberarsi del suo fardello, e cominciò a correre. Noi salivamo una vallata fra due montagne. Lʼascensione era ardua; ma la neve indurita ci sosteneva bene, ed addolciva le difficoltà del passo. Però, blocchi immensi di piperno ci ostruivano talvoltala via. Lʼorso, fremente di collera concentrata, dava colla testa in giù contro questi ostacoli, e si precipitava negli anditi che gli sʼaprivano dinanzi. Eravamo scossi terribilmente.—Lʼandrà, lʼandrà, disse Metek, e si mise a cantare.La stanchezza, piuttosto che il canto, moderò lʼardore del nostro salvatore. Esso regolò il suo andare ad una specie di galoppo, che un vincitore di Derby non avrebbe disdegnato. Temevamo di vedere ad ogni istante il nostro veicolo andare in pezzi. Il pericolo aumentò, alla discesa nella valle che separa il corso delle acque dellʼIndighirka da quello della Kolima. Lambivamo i precipizi, ove lʼorso voleva slanciarsi di partito preso. Metek lo tratteneva con mano di ferro, ed il collare, stendendosi, lo strangolava. Bisognava allora addolcirlo. Io uscii dalla slitta e lo carezzai. Cesara fece altrettanto, ad un passo ove la slitta bilicava sur un baratro, ritenuta unicamente dalla trazione. Ella osò passare la sua mano sul grugno appuntito dellʼorso. Ciò fu veramente magico.—No, sclamò Metek con un grido istantaneo, il vostro giovane fratello è una piccola sorella.Stupefatto da queste parole, io non trovai nulla a rispondere. Sorrisi.—Ciò è una grande fortuna ed un gran pericolo, rispose Metek. Vedremo.Infrattanto, la corsa dellʼorso si regolava. Solamente, esso fermavasi di tempo in tempo, e volgeva la testa verso la slitta. A digiuno da dodici ore, noi osammo allora mordere un biscotto ed un lembo di carne salata, gelata.Viaggiammo così due giorni.Avevamo traversato sempre paludi gelate, boschi cedui quasi impenetrabili, montagne dalle creste frangiate, burroni irti, fiumi torrenziali dʼestate, ora gibbosi, e scorgendo di lontano in lontano qualcheyurtaaffamata. La terribile notte di trentotto giorni cessava alfine. Eravamo al 28 dicembre, e vedemmo allʼorizzonte una luce, come lʼalba del mattino, ma così pallida, che lo splendore delle stelle non era punto affievolito. Queste deboli apparizioni del sole rendevano il freddo più vivo, senza bandire imoroki, o nebbioni densi, prodotti dai venti del nord. Avevamo avuto rarissime notti serene. Dinanzi a noi si allineava una formidabile cortina di montagne, dietro la quale scorre la Kolima. Nella pianura sterminata elevansi delle colline più o meno alte, più o meno coniche e arrotondate a foggia di cranio. Il paesaggio non cangiava mai; gli accidenti non diminuivano. La nostra stanchezza era estrema. Una notte di riposo ci sembrò indispensabile. Da sessantasei ore non avevamo preso nulla di caldo.Facemmo alto a piè dʼun poggio, che ci offriva uno scavato fra due massi. Distaccammo lʼorso dalla slitta, ma non gli demmo la libertà. Mentre io innalzava ilpologhee Metek tagliava le legna pel fuoco, Cesara dalla slitta teneva la correggia dellʼorso, al quale io aveva presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. Lʼorso parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangiò il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezzò.—Ma! eʼ si lascerebbe baciare, senza far troppolo schifiltoso, se glielo proponessi, disse ella. Non è vero, ninì?Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta alpologhe. Lʼorso, solidamente legato ad un corno della roccia, allungò il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti. Cenammo con una parte dellʼanca dellʼalce, messa sulle brace, che restavaci ancora. Lʼorso non volle gustare di carne cotta, ma rotolò fra le sue zampe enormi lʼenorme osso scarnato, divertendosene come di un trastullo. Poi feʼ scricchiolar sotto i denti con diletto un biscotto. Noi bevemmo del thè; eʼ si contentò fiutarlo con curiosità. Lʼaspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi dʼun insolito scintillio, malgrado ciò dolce e tenero. Eʼ si allogò allʼingresso della tenda, e la sbarrò.Metek assicurò che lʼorso erasi oramai affezionato a noi, e che non si avviserebbe a riprendere la libertà. Non pertanto, siccome esso era la nostra vita, così decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che Metek sonnecchierebbe. Ciò fu fatto.Il dì seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome diCzar, e partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo zenzero. Viaggiavamo con una celerità media di dodici chilometri allʼora.Percorrevamo una pianura interminabile, qua e là interrotta da qualche collina. Lʼintensità del freddocresceva. Certo, se avessimo avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero. Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di soppiatto, un boccon dʼaria fresca, che ci increspava il petto con la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo restava esposta per un minuto solo al contatto dellʼaria. Gli occhi sʼinjettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve, restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore, prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nellʼaria. I laghi gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non potevamo servirci più dellʼaccetta, che sarebbe andata in frantumi al minimo uso.Arrivammo così, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai piè dei monti, che chiudono allʼovest la vallata della Kolima.Non avevamo nè carta della Siberia, nè bussola, nè alcuno strumento per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed eʼ trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma, spirando nella medesima direzione—ciò che la gente del paese chiama lazastruga—, ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale, in tutta la Siberia, è nera dal lato nord e rossastra da quello del mezzodì.Stavamo per intraprendere lʼascensione di unʼerta montagna, da quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando letundras, allo stretto di Behring. Eʼ fu dunque mestieri ora scalare o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta affondavamo, ora aprirci la via con delle scale. Volgemmo la montagna a mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dallʼimo degli abissi come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una tromba verso le nuvole.Corremmo immediatamente a rialzare lʼorso, che era lì per fracassar tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia del suo collare erasi svolta: esso saltò in piedi, e noi potemmo raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una mano, avvinghiandosi collʼaltra agli sterpi, oscillanti essi stessi sotto la bufera.Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i macigni. Lʼuragano durò ventiquattrʼore. Il freddo, malgrado il fuoco enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e cʼimpediva di uscir fuori della tenda. E noi avevamo a nutrir lʼorso! La carne dellʼalce e della renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la fine. Il pesce e la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo preziosa per destinarli ad alimentar lʼorso,che divorava due o tre chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda, allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il thè e lʼacquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican.... Metek si arrischiò ad uscire, conducendo seco lʼorso, che lo seguì con molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si rassegnò ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ciò bastava presso a poco per lo Czar: era lʼessenziale. Infine, la bufera si calmò. Il cielo si rischiarò: la luce apparve. Che spettacolo!Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio. Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche. Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della società, dellʼagiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore. La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle sovrapposizioni stravaganti.Allʼindomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask,che saltella di roccia in roccia sugli spalti della montagna.Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui avevamo scalato, ma le difficoltà raddoppiavano. Nondimeno riescimmo a cavarcela, a poco a poco, grazie ad unʼaurora boreale, che ci rischiarò. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali è meno splendente che in novembre e dicembre. Unʼiride appena colorata spuntò dapprima verso il nord-est. Poi delle colonne di fuoco si slanciarono allʼorizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circondò di una benda, ora verde-azzurra, ora rosa. Le trasformazioni più imprevedute si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo bleu-nero profondissimo della notte.Due giorni dopo, ci fermammo allʼimboccatura della Stolbovayask nella Kolima.Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e provvedere ai nostri bisogni.Adagiammo ilpologheal ricovero in unʼimboccatura di basalto, vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri, costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la rapacità dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un vento caldo si levò di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla metà del verno nelle vallate della Kolima e dellʼAniuy. La temperatura cangiò di botto, e passò dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di caldo.Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolungò oltre ventiquattro ore per cacciare lʼintera giornata con una fortuna mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti. Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il sordo brontolìo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il mio cuore balzò forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso libero, affinchè eʼ cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato, e non temevamo neppur più che ci abbandonasse. Mi fermai sotto, ed ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.—La disgrazia, che temevo, è arrivata, gridò Metek, mettendosi a correre verso il nostro accampamento.Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek più spaventato di lui. In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve, dibattendosi contro lʼorso, che la scalpitava e la leccava orridamente. Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira lʼorso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde supina in tutta la sua lunghezza.Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.Metek sollecitò a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai le vesti della povera creatura, ela richiamai alla vita. Dio lʼaveva salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offuscò allʼistante, e le successe la disperazione: noi non avevamo più chi tirasse la nostra slitta!X.Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere lʼannichilimento che piombò su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei suoi mezzi di trasporto, ridotto allʼalternativa di morire presto o tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek dimandò:—Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?—Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara, coricata sotto le pelliccie.—Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si deve lottare contro la morte.—Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?—Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verknè-Kolimsk, il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui potessimo trovare un aiuto qualunque.—Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi vi salverete.—Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi della sventura. Ma vostra sorella?—Ah! sclamai io, che fare?—Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta numerose; ora lʼepizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La giovane padrona può percorrere sei o sette verste al dì?—Ne dubito.—Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione, rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche di più.—Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte unanartacon una muta di cani?—Io sarò pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo affranta.—Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo dietro a noi tutto ciò chepossediamo. Prenderemo dunque quanto potremo di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre armi, lʼaccetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da temere.—E voi pensate che troveremo cani o cavalli?—Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte almeno della via. Dormiamo adesso. Lʼuomo non è padrone del suo domani; è dunque inutile preoccuparsene.Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiarò la guerra. Uno spaventevole caccia-neve ci avviluppò. Il turbine ci prese nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci sentivamo innalzare dal suolo storditi.—Faccia a terra, gridò Metek, che ci apriva la strada, dandoci lʼesempio.Noi ci lasciammo cadere lʼuno accosto allʼaltro, col viso contro lʼimmensa nappa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per avere un poʼ di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo la mano, sottoun metro di neve, per farci deʼ segni. Ciò durò sette o otto ore. Quando il turbinio si acquetò, noi uscimmo dalle nostre tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, allʼaria aperta, cʼirrigidì di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo in cammino per ripigliare un poʼ di calorico; ma il cuore era più ghiacciato ancora che il corpo.Facemmo così cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare, sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco. Il caldarino, pieno di neve, cantò; il pemmican ci offrì un brodo rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo più la tenda. Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve, assicurandoci bene chʼessa era solidamente gelata, affinchè la vôlta non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quellʼarcata, a moʼ dei Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce. Poco dopo, avevamo, per così dire, troppo caldo.Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclamò:—Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare più oltre.Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia volta:—Ebbene, figliuola, moriamo insieme.Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il silenzio, lʼinerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a traverso i quali lʼanima valicò abissi di dolore senza nome, terrori frenetici. Infine Metek si levò, e disse:—Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve nʼè ancora abbastanza. La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè-Kolimsk, e vi condurrò una narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni al più. Troverò in quel villaggio il delegato dellʼispravnik—il commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a Srednè-Kolimsk—ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in piedi, ovvero lʼesaule, lʼuomo di confidenza della tappa di Verknè. Io mʼindirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e protezione?In nome di chi? Ecco dunque lʼuomo, chiamato ad intervenire a sua volta per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi dissi a Metek:—Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.—Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.—Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso non era enorme, e noi procedevamopiù spediti. Due giorni dopo, arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda, le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo allʼindomani a rinchiuderla in una specie di casa—una casa costrutta di aste e rami intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dellʼacqua, che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta fu collocata nella casa, di cui assicurai lʼapproccio, praticandovi feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.Metek calzò le suelija—pattini da neve—e partì il dì seguente. Prese alcuni viveri, un poʼ di tabacco e di acquavite, e 300 rubli: più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio. Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono Polacco: dunque cattolico.Nellʼintervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne, lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello—gli uccelli, del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai qualchesalmone larareto, che tagliai a fette sottilissime, le quali, gelate, ci somministrarono una squisitastruganina. Presi, nei cavi, dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici disanguis-orbae dirubus chamemorus, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara si rimisedella sua immensa stanchezza e della terribile emozione che le aveva cagionato lʼorso. Che scena!Ella si sentì presa alle spalle, allʼimprovviso, e rovesciata sulla neve, mentre che lʼalito bruciante e fetido del bruto lʼasfissiava. Si dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio nella tenda. Ma lʼorso lʼatterrò, posandovisi sopra; ripresa poi Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente, e brontolando una specie dirurulamentevole e modulato. Cesara, terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dellʼorso, il quale, sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida della fanciulla, davano il racapriccio. Lʼorso esitava tra la smania di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto fine a quella orribile scena e salvato Cesara.Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate, ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno, una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo, sʼinfiammò di un tratto, e lanciò intorno, nellʼinterminabile firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostraisba—se mi è permesso piaggiare così la nostra tana.—Il povero cacciatore si affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice—la parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita nellʼacqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.E dire che il Governo russo esige da questi affamati ilyosak, ossia tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!Quindici giorni scorsero senza troppa ansietà. Ma, da quel momento, non fu più che unʼagonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno alsciuuvalefiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla nostra porta.Hurrà! era Metek, che arrivava con duenarte, di cui una tirata da ventiquattro cani, lʼaltra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa, quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!Ecco di che trattavasi.Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la curiosità dellʼesaule, il capo della truppa di Verknè-Kolimsk, il quale faceva le funzioni di delegato di Srednè-Kolimsk. Era stato mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un poʼgasconche Metek fece forse delle nostre avventure—i Russi sono essenzialmente esageratori—parvero sospetti allʼesaule. Eʼ non volle permettere il reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò unanartaper condurci a Verknè, e mandòdue dei suoi cinque Cosacchi per far eseguire lʼordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli stesso dei nostri apparecchi.Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro cani per due mesi, egli è certo che mi sarei sbarazzato dei due Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio. Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi lʼestate. Bisognò dunque fare buon viso, avvegnacchè il cuore battesse con violenza.Partimmo allʼindomani, una dellenartetirando al rimorchio la slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.Tre dì più tardi arrivammo a Verknè-Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e grossi tronchi. Lʼostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque Cosacchi che lʼoccupavano per dare mano forte allʼoffiziale del bailo nella esazione delyusaknel distretto.Lʼesauleera un Russo, invecchiato nel paese, lupo un dì formidabilmente affamato, ora un poʼ addimestichito.Presi immediatamente con lui unʼaria insolente ed in collera, lo minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia orientale. Lʼesaule non si mostrò però troppo turbato, e mi chiese il mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo voltò e rivoltò nelle sue mani, mi guardò in maniera sospettosa, mi squadrò con insolenza.—Il passaporto è in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la lettera di commissione dellʼAmmiragliato di Pietroburgo.—Ciò non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla visita del passaporto.—Ciò è vero, replicò lʼesaule.—Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficoltà a mostrarvi il dispaccio del ministro della marina.—Vi chieggo scusa, mormorò lʼesaule, leggendo la lettera dellʼAmmiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche tratto di somiglianza.—Ciò non mi stupisce: io sono dellʼUkrania.—Dʼaltronde, perchè, in una stagione come questa, vi scostate voi dalla strada ordinaria?—Gli è semplicissimo, risposʼio. Io sono incaricato dal generale Ozerof di fare uno studio geologico della catena degli Stanovoy-Grebete, ove prendono la sorgente lʼIndighirka, la Kolima e lʼOmolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi a Petropaolowki, così non potevo osservare queste montagne che costeggiandole il più dʼappresso possibile.—Avete voi questa commissione in iscritto?—No: nè ciò era necessario.—Eppure! disse lʼesaule. Poi, perchè avete voi un passaporto datato da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da Pietroburgo?

La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero lentamente, nascondendo il tutto dietro lʼalcova di Cesara. Io contavo, al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma, dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva sperimentato la sagacia, la fedeltà e le cognizioni esatte delle steppe che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e dipromichleniks, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed abitava Killaem, a duehoese mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk, sulla Lena.

Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore, potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome russo. Feci anche di più: mi detti, per ogni ventura, una commissione del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo, allʼoccorrenza, lʼaiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar. Nulla mancava alla lettera di commissione: lʼavevo calcata sur unʼaltra simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria.A dir vero, mi vergognavo di questa falsità; ma la tirannia ingenera logicamente e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai nè dellʼuna nè dellʼaltra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non sospettavo ancora che la fatalità prendesse tanta parte nel destino umano, e che, se lʼuomo si agita, Dio lo mena.

Lʼinverno passò gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo la Lena—quando questo fiume non ne fa dei paludi—e nelle splendide foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state, accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di suo governo, ed ebbi lʼoccasione di studiarne un poco la topografia e segnare i punti più vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. Lʼautunno, pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per lʼinverno; perocchè io aveva definitivamente acquistato la stima e lʼamicizia del generale, e lʼuna delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore—se pur mai pregasse—che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse giammai.

Il 1.onovembre spuntò. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino. La tempesta, lʼuragano, le trombe di neve scorrevano lʼaere sbrigliate. Lʼora suonò.

Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato.Jodelle comprese probabilmente il mio progetto, poichè a bella prima sclamò: Viva la repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, eʼ mi fece delle osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, eʼ mi annunziò che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e chʼei mʼaccompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio, avendolo già prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al generale il permesso di andare a caccia dellʼorso. Per fortuna, Alice era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon rinforzo, bellʼarma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al signor Ozeroff, che è restato mio amico.

Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu tratta fuori dallʼalcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.

La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce nellʼaria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le presi, quando suo padre me la confidò come sorella. Non proferimmo una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle cantarellò:Malbrouk sʼen va-t-en guerre!La mia iliade, una delle più drammatiche della vita di un uomo, cominciava.

—Padrone,toyone, mi dimandò Metek, il Jakuto, ove bisogna dirigerci?

—Al golfo di Anadyr.

—Quale via volete seguire, la più corta o la più sicura?

Se io fossi stato solo, non avrei esitato un secondo a rispondere: La più corta. Ma io era risponsabile della vita di Cesara. Risposi:

—La più sicura, ma altresì la più corta possibile.

—In questo caso, bisogna seguire la strada del Governo, riprese Metek, per Verkho-Jansk, Baralasse, Jobolask, Zakiversk, Saradakhsk, Srednè-Kolimsk.

—No no. Io amo visitare lʼinterno della contrada, poco esplorato, poco noto.

—Sta bene, ma siccome non abbiamo sufficienti provvisioni, siccome non troveremo ogni dì una volpe, una renna, un orso, un uccello di buona volontà che voglia servire ad accomodarci un desinare; siccome le notti sonofresche, ed i lupi potrebbero provare una troppo forte tentazione alla vista delle nostre belle renne, così noi non volgeremo il dorso, quando si può, allayurtadellʼindigeno, che ci offre lʼospitalità.

—Questo è pure il mio avviso. Ho visto tante facce russe e cosacche, che sono assetato di contemplare dei buoni volti mantsciù.

—Avete ragione,toyone. Possiamo dunque partire.

—Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.

—Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta è già troppo pesante per le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e dessa è eccellente.

—Io pure la penso così; ma ho qui un giovane fratello che non è mica altrettanto ruminante. Nondimeno, se ciò fa peso...

—Sì, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!

Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.

I primi giorni passarono a meraviglia. Cʼintromettemmo per una cinquantina di verste nellʼinterno della contrada, poi cominciammo a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta praticati attraverso lagune, foreste, steppe, cavati da macchie spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ciò fino al letto dellʼAnadyr—cinquemila chilometri! Incontrammo qualcheulus, o gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate, di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era bianco adesso: solo di qua e di là un ciuffo di larici o di pini. Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo uno di forma ovale, il Sibeli.

Al di là del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso lʼest, incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un fiume che si getta nellʼAldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse dʼinseguirmi. Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.

Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino, avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta bianco e brizzolato. Nulla di più elegante che il suo andare. La rapidità della sua corsa è favolosa; al contrario dellʼalce, essa vola sugli strati più sottili di neve senza affondare. Discesa o salita, nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa si affeziona allʼuomo, di cui è la vera provvidenza, un benefattore in quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna è stanca, o quando ha fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterraresotto la neve e pascere un poʼ di lichene come può; e quando si è riposata e nudrita, viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo riprende il suo volo di rondine. La sua carne è squisita, sopra tutto la lingua; la sua pelle è preziosa a mille usi.

Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso, faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col thè, la farina ed un poʼ di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo a secco, ciò che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek non conosceva queste umane debolezze; tutto al più, ei sonnecchiava un quarto dʼora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non cʼincomodava ancora.

A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare più liberamente. Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.

La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore. Nevicava così forte, così fitto, che non vedevamo dalla predella la prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e miserabile. I cinque individui, che lʼabitavano, portavano il vestito di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco però scintillava nel mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di argali e qualche kavaky. Si mescolò al brodo un poʼ di scorza di larice grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro ospite una cicogna bianca magrissima, la spiumò, e la mise allo spiedo, che cavò dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara preferì coricarsi nella slitta: lʼaria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegliò le renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso nelle vicinanze.

Allʼindomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dellʼAldane.

Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo, noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice, di salice, dʼalberella, che corrono lungo le sponde dellʼAldane, si urtavano sotto i buffi dellʼuragano. Metek cacciava o fumava il suoganzi, una specie di pipa cortissima.

Lasciando lʼAldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente, a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di monti. Il corso delle riviere, andando allʼinsù, era particolarmente arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate. Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue rive che presentava minori ostacoli. Talʼaltra, a piè della montagna ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra tutto perigliosa. Qualche fiata, la metà della slitta sorpiombava ad un precipizio, mentre che, aggruppati allʼaltra metà, noi ne equilibravamo il peso, e le renne spossate la tiravano.

Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle dellʼIndighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dellʼintensissimo freddo.

Appena avevamo spiegato il nostropologueed acceso un allegro fuoco, noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna.La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col cuore raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:

«Dimmi, piccola colomba,—Dimmi colomba dalla piuma nera:—Ove hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare?—Io li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti,—Sulle bianchetorose[3]dellʼOceano.—Gli è là chʼessi hanno scoverto una bellʼisola!—Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso il mare turchino,—Per dire al mio amante—Che tu hai visto la sua amica versare lagrime amare».

Facemmo alto un dì allʼimboccatura della valle, ove lʼArga raccoglie una parte delle sue acque. Fummo assaliti da uncaccia-neve, che faceva dar le volte alla slitta ed alle renne. Per fortuna, eravamo nella pianura.

Dal 22 novembre era cominciata una notte, che duròtrentotto giorni!La forza della rifrazione, la smagliante bianchezza della neve—non avevamo ancora avuto aurore boreali—temperavano lʼoscurità.Ma quando lʼuragano di neve batteva la campagna, non si vedeva più ad un metro di distanza.

Ci sembrò esser perduti. Impossibile di fare un passo oltre. Un gruppo di larici e di betulle era ad una mezza versta a sinistra, a piè di una prominenza; Metek ed io prendemmo le renne per la correggia, e, sprofondando nella neve fresca, che cadeva come una sabbia di punte di aghi e ci trapassava, tagliammo la via verso questo ricovero. Lo raggiungemmo. Legammo la slitta, che girava come una trottola, e distaccammo le renne. Non bisognava pensare a spiegare la nostra piccola tenda o accendere il fuoco. Dovemmo contentarci del pesce secco e del biscotto e bere un sorso di acquavite. Non avevo termometro, ma sono persuaso che il freddo toccava i 38 o 40 gradi; perocchè il legno era divenuto duro come ferro, e lʼaccetta sarebbe andata in pezzi come vetro, se non lʼavessimo adoperata con grande precauzione.

I monti che circondavanci, come pure le boscaglie, avevano dei gridi di laceramento: macigni che si fendevano e precipitavano, alberi che schiattavano, rami che si spezzavano nella battaglia, sotto la potenza che li lanciava gli uni contro gli altri. Noi non tremavamo neppure più: eravamo agghiadati, irrigiditi. Metek, egli stesso, pigiava il suolo, e faceva scambietti per darsi un poʼ di caldo. Seppellita sotto una montagna di pellicce, Cesara sembrava un pezzo di ghiaccio. Questa terribile calcitrata del verno durò ventisei ore. Infine si calmò alquanto. Le nostre renne, che accollate lʼuna allʼaltra, accovacciate vicino alla slitta, non avevano osato andare in busca di una bocconata dicrittogama sotto la neve, si allontanarono. Noi spiegammo la tenda, ed accendemmo un immenso braciere. Il thè caldo, qualche pezzo di cacciagione restatoci, un poʼ dipemmicansciolto nellʼacqua bollente, che ci diede immediatamente un brodo squisito, ci rifocillarono e richiamarono a vita.

Non ostante, eʼ non occorreva pensare a partire per quel dì. La gola della valle, quantunque assai larga, era ostruita dalla neve accumulata e profondamente agitata ancora. Le nostre renne restarono assenti per più lungo tempo del consueto. Io cominciava perfino ad esserne inquieto, perchè udivamo lʼurlo dei lupi risvegliar tutti gli echi delle boscaglie vicine. Ora, quale non fu la nostra sorpresa, quando, udendo un poʼ di rumore presso la tenda, misi fuori la testa, ed in luogo di tre, vidi cinque renne! Tutto indicava che desse avevano già servito, e che, per una ragione o per unʼaltra, avevano disertato lʼantico padrone. Metek non perdette un istante. Uscì dalla tenda, e mise una sbarra ai nuovi ospiti onde non si allontanassero di nuovo. Infatti quando partimmo allʼindomani, noi li aggiogammo tutti al nostro veicolo. Avventuroso rinforzo! cinque giorni dopo, entrammo nel letto dellʼArga. La sera, accampammo sul confluente orientale del fiume, in una yurta di cacciatore Jakuto con la sua famiglia.

Questa famiglia componevasi di cinque individui. Egli è impossibile imaginare alcun che di più miserabile, di più screpolato, di più stomachevole di questa dimora e di questi individui. Il cacciatore aveva avuto il suo cane divorato da un lupo. Le sue lunghe corse erano dunque adesso spessissimo infruttuose. La piccola cacciagione, rarissima ancora, non poteva bastarea nudrir quella gente. Le giovanette portavano una specie di astuccio di pelle dʼorso in lembi. La madre, scarna, squallida, cogli occhi stralunati di fame, somigliava a bestia feroce, anzi che a donna. Lʼuomo soccombeva sotto il peso della rassegnazione, delle privazioni, dei gemiti di questi esseri affamati. Io diedi loro un poʼ di pesce secco. Metek sospettò di quegli sventurati, cui la fame poteva cangiare in assassini. Eʼ fumò tutta la notte, fuori della yurta, a guardia delle renne e della slitta. Il dì seguente, cominciammo a discendere lʼArga.

Il vento era violento. Eravamo al 15 dicembre. Il freddo si era un poʼ calmato. Il letto del fiume, ora incassato fra due alti margini, ora a fior di terra, in una steppa immensa che saliva verso il nord, non offriva accidenti insormontabili. Avanzavamo quindi in media da sette ad otto chilometri lʼora. Ad un sito, ove il fiume faceva gomito, ci arrestammo per lasciar pascere le renne e preparare il nostro desinare. Noi facevamo due pasti caldi al dì: lʼasciolvere, prima di metterci in cammino, e la cena la sera. Nel mezzo del dì, rosicchiavamo un biscotto, e strappavamo coi denti un lembo di carne salata. La tenda era affumicata e rischiarata ad un tempo dal fuoco dei ginepri verdi che bruciavamo. Io aveva disteso uno strato di piccoli rami rotti sul ghiaccio, e vi spiegavo sopra le molte pellicce della slitta per preparare il letto di Cesara, quando udimmo un rumore intorno al nostro accampamento ed un bramito straziante nel lontano profondo della foresta. Prendemmo le nostre armi, ed uscimmo. Le nostre tre renne tremavano, e si avanzavano dietro la slitta per cercarvi un ricovero; le altre due renne non vi erano più.

—Qualche belva le divora, gridò Metek: andiamo in loro aiuto.

Penetrammo nel boschereccio a gran pena. La neve, meno esposta sotto i rami degli alberi, perciò più cedevole, ci affaticava. Le branche dei salici ci opponevano una siepe fitta, come il traliccio di un paniere. Rompendo questi ostacoli, strisciando a carponi, saltando, brancolando, facemmo qualche versta dalla parte ove il grido delle nostre povere compagne aveva risuonato; ma non potemmo trovar nulla.

—Ritorniamo, dissi io, le renne sono state sbranate, e noi non arriveremmo neppure a tempo per istrappare ai lupi od agli orsi la nostra parte delle vittime.

Continuammo la nostra strada. Il paesaggio non cangiava. Noi guizzavamo come ombre in mezzo a questo aere perso, carico di brina, pesante, cieco, su questo suolo, di cui la stanchevole bianchezza aumentava la tristezza. Di vita, punto. Senza la demenza degli elementi ed il guaito delle foreste, un silenzio assoluto ci avrebbe circondati. Le belve stesse tacevansi, di disperazione forse, forse per non dare lʼallarme alle prede, che esse cacciavano con rabbia e non trovavano. Lʼorso e lʼaquila, assiderati, restavano in uno stato letargico. Il volo dei rari uccelli era corto, trascinantesi, timido. Il corvo solo ci seguiva pesantemente, lentamente, lasciando dietro a sè un trascico di vapore, che si allungava come un filo. Infine, dopo parecchi giorni di viaggio, sboccammo nella Yadighirka, al punto ove la si confonde con la Moma.

Lʼimmersione, o piuttosto la discesa da una corrente dʼacqua in unʼaltra, fu penosa. Allʼimboccaturadellʼaffluente eravi una barra di rocce, che formavano una cascata di otto o dieci metri di altezza. Lʼacqua gelata e la neve soprapposta cangiavano la cascata in un piano inclinato assai rapido, per non dire a picco. Fu mestieri distaccare le renne e farle saltare a parte, poi alleggerire la slitta e farla scivolar giù, ritenendola per di dietro con le corregge delle renne; poi operar la discesa, o piuttosto lo sdrucciolo, di Cesara, il mio e quello di Metek. Ciò ci prese lungo tempo, ma ci procurò un ricovero per la notte. Noi eravamo come al fondo di un pozzo, salvo il corso immenso della riviera, che si apriva dinanzi a noi come un viale a perdita dʼocchio. Il vento, che spirava in questo corridoio di granito, era intollerabile. Dico corridoio, perchè le due sponde del fiume erano bastionate di rocce merlate. La tenda fu spiegata, il veicolo raggiustato. Faceva un freddo di 35 gradi, almanco.

Scalammo la ripa a sinistra, la più bassa, ed andammo a cercar dei bruscoli. Le renne ci seguivano. Mentre che Metek trasportava il legno ed allumava il fuoco, e che Cesara si occupava del desinare, io restai per sorvegliare le renne e cacciare. Rimuginando nel selvatico dai cespi intrecciati di ginepri e salici, scoversi sul nevischio gelato della notte precedente una pesta, che mi arrestò. Era il piede di un animale della famiglia dei cervi, che aveva gironzato per là:—forse—mi dissi—una delle nostre renne perdute. Presi a seguire la traccia. Ben presto, Metek mi raggiunse. Era difficilissimo procedere; il chiarore insufficiente limitava la portata dello sguardo. Ma le peste si seguivano. La speranza di una bella preda ci diede lo slancio. Penetrammo semprepiù nella macchia, Metek avanti, io dietro a lui. A un tratto, Metek fermossi, e per di dietro fecemi segno colla mano di fermarmi altresì. Guardammo. A un tratto, un alce sbuca da una specie di cespuglio di rododendri e di piante fanerogame, di cui sbioccolava i tralci gelati. I nostri due colpi partirono ad un tempo. Lʼalce cadde.

Questo bello antilope è al presente rarissimo in questa contrada. Una provvigione così inaspettata e felice ricolmocci di gioia. Ci mettemmo a modo di trascinarlo allʼaccampamento. Ma come caricare le nostre povere renne di questo soprappiù di peso? Esse avevano già tanta pena a camminare, sia per il freddo, sia per lʼinsufficienza del nutrimento. Bisognollo nondimeno. Solo, procedevamo più lentamente.

Ci fermammo due giorni per far riposare la nostra muta, regalandoci della carne squisita dellʼalce. Poi rimontammo la Moma; e dopo un giorno di viaggio voltammo la corrente a sinistra.

Dinnanzi a noi spiegavasi, a perdita di vista, a destra ed a sinistra, una bastionata di montagne, della forma presso a poco simile alle mezze lune delle piazze forti. Il versante ovest rizzavasi quasi a picco davanti a noi, in distanza, mentre i versanti nord ed est si abbassavano, e disegnavano come delle vallate alberate. Risalivamo la corrente. La superficie della neve gelata era increspata sotto il soffio del vento, che lʼaveva agitata quando cadeva. Procedevamo quindi con infinito disagio. Una burrasca secca, che sollevava la neve, ridotta ad un polverio di punte acuminate, ci tagliava la faccia, e percuoteva i fianchi. Le renne non ne potevano più. Io apriva ad ogni momento le store della slitta, perocchè avevonotato una specie di inquietudine sul sembiante di Metek, il quale si volgeva, e guardava indietro. Egli incoraggiava più che mai le renne a correre, col suo lungo scudiscio armato di spuntone.

—Cosa cʼè dunque? dimandai io, alla fine.

—Guardate! rispose Metek.

Sporsi il capo fuori della slitta, e vidi tre lupi, a due trecento metri di distanza, seguirci tristamente. Avevano le code abbattute, le orecchie tese in avanti, la testa bassa, e seguitano la striscia che lasciava il nostro veicolo.

—Ebbene, sclamai io, se ci fermassimo per dimandar loro notizie dello Czar?

—Oibò! rispose Metek. Stamane era uno solo che ci teneva dietro. Più tardi ne ho veduto un altro sbadigliare alla vetta dellʼargine, e poi si è messo alla coda del compagno. Più tardi ancora, un terzo si è congiunto alla compagnia. E... guardate,toyone, essi sono già quattro! Eʼ si fermano quando noi ci fermiamo, e conservano la distanza con rispetto. Se facciamo alto per andare a presentar loro le nostre palle devotissime, potrebbe darsi che qualcuno dei loro amici, nascosto dietro quei ginepraj, profittasse della nostra distrazione per precipitarsi sulle nostre renne e scannarle. Continuiamo dunque per la nostra via. Vedremo, alla sosta di stasera, ciò che abbiamo a fare.

Mi arresi a questa ragione. Procedemmo, ma io sporgeva di tratto in tratto il capo fuori della slitta. Il corteggio aumentava. Bentosto i quattro lupi divennero sei, poi otto, poi dieci, poi dodici, poi venti: infine, non potevamo più contarli. La situazione aggravavasi in modo sinistro. Le renne,non so per quale presentimento, acceleravano la corsa. Gli stivaletti, che Metek aveva fatti loro, si erano lacerati, e noi scorgemmo sulla neve la traccia rossa del sangue dei loro piedi. Gli era appunto questo sangue che allettava i lupi e li incocciava ad inseguirci. Essi meditavano un attentato, o si rassegnavano ad aspettare una catastrofe.

La banda dei lupi prendeva, frattanto, proporzioni terribili. Metek diveniva livido. Il crepuscolo si ottenebrava. Le renne volavano, saltando sugli ostacoli, di cui il letto della Moma era gremito: quarti di macigni, alberi, banchi di ghiaccio sovrapposti, formanti torri, barricate, bastioni. Noi ci trascinavamo dietro un corteggio di almeno dugento lupi. Riempivano il letto del fiume, marciando parecchi di fronte, e permettendosi oramai di tempo in tempo un ululato, cui lʼeco ripercuoteva e moltiplicava. Era un appello. Suonavano la carica. Bande dietro bande dalla foresta accorrevano: le volpi dietro i lupi; i corvi sullʼinsieme.

Noi percorrevamo per lo meno quattordici verste allʼora.

Infine raggiungemmo la gola dei due monti, ove la Moma attinge la sua sorgente. A un tratto le nostre renne caddero al suolo: esse non potevano andar più oltre.

Eʼ fu come se un generale avesse gittato il grido: Allʼassalto!

Metek, io, Cesara stessa, armata di revolver, ci schierammo intorno alla slitta.

I primi lupi, che avanzarono, furono fulminati. Noi tiravamo nel mucchio: non un colpo era perduto. Una montagna di cadaveri ci fece presto una barricata;un ruscello di sangue colava intorno a noi. Nulla valse: eravamo circondati da gole formidabili, armate, spalancate, affamate, livide, gettanti urli che ci atterrivano. Cesara caricava i fucili; col coltellaccio alla mano, noi sventravamo i lupi che si avvicinavano. Nulla valse: no, nulla valse.

Mentre lottavamo da un lato, altri lupi si precipitavano sulle nostre sventurate renne, e, con un colpo di zanna, aprirono loro la jugulare. Esse gittarono un bramito lamentevole, che ci lacerò il cuore. Giammai in vita mia, in alcuna circostanza, io ho risentito un dolore più dilaniante. La banda intera si scagliò allora sulla preda. Noi mietevamo le teste come spighe. I brani di carne volavano allʼaria.... A un tratto, un grugnito formidabile risuonò di fianco a noi, sul limitare della selva. Erano due orsi, uno bruno ed uno grigio.

—Ah perchè non siete arrivati prima—gridò Metek con una voce di rimprovero, arringando gli orsi—briganti.... vigliacchi...

E non continuò la sua frase...

I lupi, incomodamente interrotti nel loro festino da quei parassiti intrusi, che venivano ad imporsi al banchetto senza aver sostenuta la battaglia, fecero voltafaccia allʼistante. Gli orsi retrocessero di qualche passo, e si addossarono ad un macigno, ondeavere le spalle sicure; poi si assisero sulle lacche, sporgendo la gola aperta ed incrociando sul petto le loro zampe anteriori. I lupi si spiegarono in mezzo cerchio intorno ai loro nemici, alla distanza di tre quattro metri. Noi restammo indietro, spettatori attoniti, in mezzo a quellʼimmenso macello. I combattenti dei due campi si squadravano: i lupi invitando gli orsi a prender lʼiniziativa, provocandoli coi ringhi quasi beffardi; gli orsi aspettando con pazienza che la flemma dei loro nemici si esaurisse. Non erano essi padroni del tempo e dello spazio? Un nugolo di corvi calò sui rami degli alberi, e sembrava incoraggiare, collʼorrido gracchiare, la collera sorda dei combattenti. Una doppia fila di volpi si costituiva spettatrice in distanza, senza muoversi, neutrale. Gli orsi tennero fermo. I lupi, aizzati forse dalia fame o più esasperati, perdettero la pazienza. Qualcuno dei più arditi saltò sui due pilastri di carne e di pelle, che li sorvegliavano. Invece di fare gomitolo e scagliarsi di un balzo sugli orsi, i lupi si avanzarono alla spicciolata, e si spiegarono a ventaglio. Questo fu il loro errore e la nostra salvezza.

Gli orsi cominciarono ad agitare le loro zampe come una clava di acciaio. A destra ed a manca, a manca ed a destra.... ad ogni sgrugnare si schiacciava un cranio di lupo.

—Andiamo in soccorso dei nostri amici, disse Metek.

Avevamo caricati i nostri fucili ed i nostri revolver. Facendo un mezzo giro vicino alle volpi, giudici del campo, andammo a collocarci a fianco degli orsi. Il nostro intervento inaspettato, non sperato, cagionòun momento di sorpresa in mezzo ai due campi. Ma lʼattacco essendo principiato, era oramai impossibile di rimettersi in guardia. I lupi si sbrancarono in massa. Noi non avevamo ad occuparci dei nemici onesti e franchi che si facevano avanti, colla testa alta, e si trovavano per conseguenza alla portata delle zampe o dei denti degli orsi. Noi sorvegliavamo i traditori, vale a dire quelli fra i lupi che strisciavano e miravano al ventre, poco difeso, dei loro nemici. Noi facemmo fuoco su questi vigliacchi. Gli orsi esitarono un momento, udendo dʼaccosto a loro quellʼesplosione di cui non comprendevano lʼintenzione. Ma, come videro i lupi fulminati avvoltolarsi ai loro piedi, essi si persuasero dellʼimportanza del nostro intervento, e divennero meno cauti.

Io non saprei dipingervi questa mischia. I lupi, lanciati da tutti i lati, piovevano a cinquanta metri in circolo, schiacciati, lacerati, sventrati, col cranio fracassato, cadevano sotto le nostre palle, senza neppur gettare un urlo. Essi rincularono nella loro prima posizione.

—Se ne andranno? domandai io.

—Eh! non ancora, rispose Metek; essi hanno troppa fame.

Infatti, ritornarono alla carica, ma con minore ardore, e solamente, si sarebbe detto, per lʼonore della bandiera. Sicome io non voleva sciupare la mia polvere, ora che vedevo la vittoria quasi assicurata, mi accontentai di appoggiare la canna del mio fucile al fianco dellʼorso che era dal mio lato e proteggere la sua epa. Metek, che comprese la mia manovra, fece altrettanto. Gli orsi, dʼaltronde, non avevano più bisogno di noi. Essi sostennero il secondoassalto con la medesima bravura e la medesima fortuna. I lupi retrocessero: gli orsi caricarono alla loro volta. Era finita. Dieci minuti dopo, non restava più intorno a noi che delle carcasse. Ma la mia disperazione non aveva limite.

La morte delle nostre renne era la nostra morte. Noi non osavamo neppur parlare. Non avevamo più freddo, non avevamo più fame: Dio ci schiacciava. Il ritorno degli orsi venne a formar diversione alla nostra agonia.

Essi non sembravano avvedersi di noi. Si misero senzʼaltro a divorare i loro nemici morti.

Lʼorso, in questa stagione, si trincera di ordinario nel campo fortificato, chʼeʼ si prepara per irrigidirsi nella sonnolenza e restare così sino alla primavera, senza mangiare, pacifico, inoffensivo. Perchè questi due orsi si trovassero così sulla nostra via, era stato mestieri che qualche cacciatore li avesse stanati e non uccisi. Gli urli dei lupi li avevano attirati al sito della zuffa. Arrivavano dunque terribilmente affamati ed esasperati da un digiuno di due mesi. Noi restammo a considerarli, ma sotto le armi. Li avevamo soccorsi, perchè i lupi li avrebbero infallibilmente divorati, dopo aver mangiato le due renne—tanto poca cosa allo spaventevole loro appetito—, ma non eravamo punto rassicurati sulle buone intenzioni dei nostri alleati. Certi alleati sono più a temere che i nemici stessi—e noi Polacchi ne sappiamo qualche cosa. Lʼorso bruno si rimpinzava di carne con voracità. Lʼorso grigio sceglieva i suoi bocconi, li mangiava più lentamente, più pulitamente, con una certa voluttà. Esso era immenso. Quando lʼorso bruno fu sazio, sbadigliò, volse le spalle, esʼinselvò nelle macchie. Lʼorso grigio, invece, si sedè sulle sue lacche, e cominciò a dondolarsi, guardandoci. Si sarebbe detto che, alla frutta, esso avesse voglia di chiacchiere.

Voi sapete che lʼorso grigio si nutre di vegetabili, e di pesce, anzichè di carne; non è feroce, al punto che gli Ostiaki della Siberia occidentale, al principio dellʼinverno, li menano a Berezoff in branchi considerevoli, e la carne loro si vende ai beccaj mentre la pelle è destinata al commercio delle pellicce. Lʼorso grigio è dolce, intelligente, socievole, e sopratutto, quando è sazio o quando qualcuno sʼincarica di nutrirlo, esso può divenire un animale domestico molto utile. Il nostro orso grigio aveva probabilmente ronzato attorno alleyurtedegli indigeni, ed erasi familiarizzato allʼaspetto dellʼuomo.

—Noi stiamo per giocare la vita, mi disse Metek basso allʼorecchio: ma, se Dio ci aiuta, siamo forse salvi.

Eʼ si mise allora a cantare illiedsiberiano seguente:

«Non mi occorre nè penna nè inchiostro per scrivere la mia lettera:—Una lagrima bruciante basterà!—Questa colomba a gola rossa e violetta sarà il mio messaggiero.—Gentile colomba, fa presto, parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella città.—Tu caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto la sua finestra».

«Non mi occorre nè penna nè inchiostro per scrivere la mia lettera:—Una lagrima bruciante basterà!—Questa colomba a gola rossa e violetta sarà il mio messaggiero.—Gentile colomba, fa presto, parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella città.—Tu caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto la sua finestra».

Metek, si tacque e guardò lʼorso. Questo continuava a dondolarsi, spensieratamente, in cadenza, e quasi sonnecchiando.

—Diavolo! disse Metek, esso è difficile a contentare. Eppure io non gli ho cantato uno dei nostriandiltehinèguerrieri, ma il più soave dei nostri lai femminili. Ciò non lo tocca. Su, presto,fategli udire la voce più infantile del vostro giovane fratello.

È noto che lʼorso ha lʼudito durissimo. Ma, per una stranezza della natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore, resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.

Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre con uncrescendodi tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo. Ella fece dunque sopra di sè uno di quegli sforzi della disperazione che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e sommessa questa dolcedenkapolacca:

«Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua perdita.

«—Chi piange per me lassù? chi passa sulla collina?

«—Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io orfana miserevole. Chi pettinerà oggimai le mie lunghe trecce? Chi laverà le mie guance? Chi mi dirà una parola carezzevole di amore?

«—Torna alla tua dimora, figliuola mia; là unʼaltra madre, più felice di me, ornerà la tua fronte coi tuoi capelli, spanderà lʼacqua sul tuo bel sembiante; là un giovane sposo ti sussurrerà delle tenere parole che calmeranno il tuo dolore».

Lʼeffetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani attestano lʼefficacia infallibile sullʼorso. Il fatto è, che il bruto cessò di dondolarsi, si avvicinòpasso a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e fregò il suo muso alle pellicce di Cesara.

Ciò si fece come in un lampo.

Metek passò al collo dellʼorso un collare delle nostre renne, lʼannodò alla slitta, caricò i due quarti di dietro delle nostre povere bestie sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e punse lʼorso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento di pensare al riposo, nè al pranzo, nè al freddo, nè a che che sia. Bisognava profittare dellʼammaliamento del difficile melomano. La malìa però non durò lungo tempo.

Lʼorso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fissò con tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuonò nello spazio. Lʼorso fece qualche passo, saggiò il peso che aveva a tirare—non gravissimo per lui—si rese conto del suo destino, e fermossi. Per buona ventura, eʼ non pensò a rivoltarsi. Io lo teneva, del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise? Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, più urgente, più determinato—lo punse colla punta del suo coltello—lʼorso si rimise in cammino.

Esso andò dapprima con un passo maestoso, come un giudice o un vescovo; poi perdè la pazienza, forse in vista di liberarsi del suo fardello, e cominciò a correre. Noi salivamo una vallata fra due montagne. Lʼascensione era ardua; ma la neve indurita ci sosteneva bene, ed addolciva le difficoltà del passo. Però, blocchi immensi di piperno ci ostruivano talvoltala via. Lʼorso, fremente di collera concentrata, dava colla testa in giù contro questi ostacoli, e si precipitava negli anditi che gli sʼaprivano dinanzi. Eravamo scossi terribilmente.

—Lʼandrà, lʼandrà, disse Metek, e si mise a cantare.

La stanchezza, piuttosto che il canto, moderò lʼardore del nostro salvatore. Esso regolò il suo andare ad una specie di galoppo, che un vincitore di Derby non avrebbe disdegnato. Temevamo di vedere ad ogni istante il nostro veicolo andare in pezzi. Il pericolo aumentò, alla discesa nella valle che separa il corso delle acque dellʼIndighirka da quello della Kolima. Lambivamo i precipizi, ove lʼorso voleva slanciarsi di partito preso. Metek lo tratteneva con mano di ferro, ed il collare, stendendosi, lo strangolava. Bisognava allora addolcirlo. Io uscii dalla slitta e lo carezzai. Cesara fece altrettanto, ad un passo ove la slitta bilicava sur un baratro, ritenuta unicamente dalla trazione. Ella osò passare la sua mano sul grugno appuntito dellʼorso. Ciò fu veramente magico.

—No, sclamò Metek con un grido istantaneo, il vostro giovane fratello è una piccola sorella.

Stupefatto da queste parole, io non trovai nulla a rispondere. Sorrisi.

—Ciò è una grande fortuna ed un gran pericolo, rispose Metek. Vedremo.

Infrattanto, la corsa dellʼorso si regolava. Solamente, esso fermavasi di tempo in tempo, e volgeva la testa verso la slitta. A digiuno da dodici ore, noi osammo allora mordere un biscotto ed un lembo di carne salata, gelata.

Viaggiammo così due giorni.

Avevamo traversato sempre paludi gelate, boschi cedui quasi impenetrabili, montagne dalle creste frangiate, burroni irti, fiumi torrenziali dʼestate, ora gibbosi, e scorgendo di lontano in lontano qualcheyurtaaffamata. La terribile notte di trentotto giorni cessava alfine. Eravamo al 28 dicembre, e vedemmo allʼorizzonte una luce, come lʼalba del mattino, ma così pallida, che lo splendore delle stelle non era punto affievolito. Queste deboli apparizioni del sole rendevano il freddo più vivo, senza bandire imoroki, o nebbioni densi, prodotti dai venti del nord. Avevamo avuto rarissime notti serene. Dinanzi a noi si allineava una formidabile cortina di montagne, dietro la quale scorre la Kolima. Nella pianura sterminata elevansi delle colline più o meno alte, più o meno coniche e arrotondate a foggia di cranio. Il paesaggio non cangiava mai; gli accidenti non diminuivano. La nostra stanchezza era estrema. Una notte di riposo ci sembrò indispensabile. Da sessantasei ore non avevamo preso nulla di caldo.

Facemmo alto a piè dʼun poggio, che ci offriva uno scavato fra due massi. Distaccammo lʼorso dalla slitta, ma non gli demmo la libertà. Mentre io innalzava ilpologhee Metek tagliava le legna pel fuoco, Cesara dalla slitta teneva la correggia dellʼorso, al quale io aveva presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. Lʼorso parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangiò il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezzò.

—Ma! eʼ si lascerebbe baciare, senza far troppolo schifiltoso, se glielo proponessi, disse ella. Non è vero, ninì?

Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta alpologhe. Lʼorso, solidamente legato ad un corno della roccia, allungò il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti. Cenammo con una parte dellʼanca dellʼalce, messa sulle brace, che restavaci ancora. Lʼorso non volle gustare di carne cotta, ma rotolò fra le sue zampe enormi lʼenorme osso scarnato, divertendosene come di un trastullo. Poi feʼ scricchiolar sotto i denti con diletto un biscotto. Noi bevemmo del thè; eʼ si contentò fiutarlo con curiosità. Lʼaspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi dʼun insolito scintillio, malgrado ciò dolce e tenero. Eʼ si allogò allʼingresso della tenda, e la sbarrò.

Metek assicurò che lʼorso erasi oramai affezionato a noi, e che non si avviserebbe a riprendere la libertà. Non pertanto, siccome esso era la nostra vita, così decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che Metek sonnecchierebbe. Ciò fu fatto.

Il dì seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome diCzar, e partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo zenzero. Viaggiavamo con una celerità media di dodici chilometri allʼora.

Percorrevamo una pianura interminabile, qua e là interrotta da qualche collina. Lʼintensità del freddocresceva. Certo, se avessimo avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero. Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di soppiatto, un boccon dʼaria fresca, che ci increspava il petto con la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo restava esposta per un minuto solo al contatto dellʼaria. Gli occhi sʼinjettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve, restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore, prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nellʼaria. I laghi gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non potevamo servirci più dellʼaccetta, che sarebbe andata in frantumi al minimo uso.

Arrivammo così, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai piè dei monti, che chiudono allʼovest la vallata della Kolima.

Non avevamo nè carta della Siberia, nè bussola, nè alcuno strumento per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed eʼ trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma, spirando nella medesima direzione—ciò che la gente del paese chiama lazastruga—, ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale, in tutta la Siberia, è nera dal lato nord e rossastra da quello del mezzodì.Stavamo per intraprendere lʼascensione di unʼerta montagna, da quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando letundras, allo stretto di Behring. Eʼ fu dunque mestieri ora scalare o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta affondavamo, ora aprirci la via con delle scale. Volgemmo la montagna a mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dallʼimo degli abissi come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una tromba verso le nuvole.

Corremmo immediatamente a rialzare lʼorso, che era lì per fracassar tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia del suo collare erasi svolta: esso saltò in piedi, e noi potemmo raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una mano, avvinghiandosi collʼaltra agli sterpi, oscillanti essi stessi sotto la bufera.

Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i macigni. Lʼuragano durò ventiquattrʼore. Il freddo, malgrado il fuoco enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e cʼimpediva di uscir fuori della tenda. E noi avevamo a nutrir lʼorso! La carne dellʼalce e della renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la fine. Il pesce e la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo preziosa per destinarli ad alimentar lʼorso,che divorava due o tre chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda, allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il thè e lʼacquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican.... Metek si arrischiò ad uscire, conducendo seco lʼorso, che lo seguì con molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si rassegnò ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ciò bastava presso a poco per lo Czar: era lʼessenziale. Infine, la bufera si calmò. Il cielo si rischiarò: la luce apparve. Che spettacolo!

Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio. Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche. Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della società, dellʼagiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore. La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle sovrapposizioni stravaganti.

Allʼindomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask,che saltella di roccia in roccia sugli spalti della montagna.

Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui avevamo scalato, ma le difficoltà raddoppiavano. Nondimeno riescimmo a cavarcela, a poco a poco, grazie ad unʼaurora boreale, che ci rischiarò. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali è meno splendente che in novembre e dicembre. Unʼiride appena colorata spuntò dapprima verso il nord-est. Poi delle colonne di fuoco si slanciarono allʼorizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circondò di una benda, ora verde-azzurra, ora rosa. Le trasformazioni più imprevedute si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo bleu-nero profondissimo della notte.

Due giorni dopo, ci fermammo allʼimboccatura della Stolbovayask nella Kolima.

Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e provvedere ai nostri bisogni.

Adagiammo ilpologheal ricovero in unʼimboccatura di basalto, vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri, costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la rapacità dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un vento caldo si levò di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla metà del verno nelle vallate della Kolima e dellʼAniuy. La temperatura cangiò di botto, e passò dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di caldo.

Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolungò oltre ventiquattro ore per cacciare lʼintera giornata con una fortuna mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti. Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il sordo brontolìo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il mio cuore balzò forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso libero, affinchè eʼ cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato, e non temevamo neppur più che ci abbandonasse. Mi fermai sotto, ed ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.

—La disgrazia, che temevo, è arrivata, gridò Metek, mettendosi a correre verso il nostro accampamento.

Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek più spaventato di lui. In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!

Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve, dibattendosi contro lʼorso, che la scalpitava e la leccava orridamente. Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira lʼorso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde supina in tutta la sua lunghezza.

Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.

Metek sollecitò a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai le vesti della povera creatura, ela richiamai alla vita. Dio lʼaveva salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?

Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offuscò allʼistante, e le successe la disperazione: noi non avevamo più chi tirasse la nostra slitta!

Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere lʼannichilimento che piombò su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei suoi mezzi di trasporto, ridotto allʼalternativa di morire presto o tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek dimandò:

—Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?

—Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara, coricata sotto le pelliccie.

—Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si deve lottare contro la morte.

—Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?

—Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verknè-Kolimsk, il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui potessimo trovare un aiuto qualunque.

—Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi vi salverete.

—Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi della sventura. Ma vostra sorella?

—Ah! sclamai io, che fare?

—Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta numerose; ora lʼepizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La giovane padrona può percorrere sei o sette verste al dì?

—Ne dubito.

—Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione, rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche di più.

—Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte unanartacon una muta di cani?

—Io sarò pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo affranta.

—Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo dietro a noi tutto ciò chepossediamo. Prenderemo dunque quanto potremo di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre armi, lʼaccetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da temere.

—E voi pensate che troveremo cani o cavalli?

—Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte almeno della via. Dormiamo adesso. Lʼuomo non è padrone del suo domani; è dunque inutile preoccuparsene.

Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiarò la guerra. Uno spaventevole caccia-neve ci avviluppò. Il turbine ci prese nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci sentivamo innalzare dal suolo storditi.

—Faccia a terra, gridò Metek, che ci apriva la strada, dandoci lʼesempio.

Noi ci lasciammo cadere lʼuno accosto allʼaltro, col viso contro lʼimmensa nappa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per avere un poʼ di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo la mano, sottoun metro di neve, per farci deʼ segni. Ciò durò sette o otto ore. Quando il turbinio si acquetò, noi uscimmo dalle nostre tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, allʼaria aperta, cʼirrigidì di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo in cammino per ripigliare un poʼ di calorico; ma il cuore era più ghiacciato ancora che il corpo.

Facemmo così cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare, sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco. Il caldarino, pieno di neve, cantò; il pemmican ci offrì un brodo rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo più la tenda. Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve, assicurandoci bene chʼessa era solidamente gelata, affinchè la vôlta non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quellʼarcata, a moʼ dei Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce. Poco dopo, avevamo, per così dire, troppo caldo.

Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclamò:

—Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare più oltre.

Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia volta:

—Ebbene, figliuola, moriamo insieme.

Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il silenzio, lʼinerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a traverso i quali lʼanima valicò abissi di dolore senza nome, terrori frenetici. Infine Metek si levò, e disse:

—Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve nʼè ancora abbastanza. La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè-Kolimsk, e vi condurrò una narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni al più. Troverò in quel villaggio il delegato dellʼispravnik—il commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a Srednè-Kolimsk—ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in piedi, ovvero lʼesaule, lʼuomo di confidenza della tappa di Verknè. Io mʼindirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e protezione?

In nome di chi? Ecco dunque lʼuomo, chiamato ad intervenire a sua volta per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi dissi a Metek:

—Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.

—Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.

—Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.

Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso non era enorme, e noi procedevamopiù spediti. Due giorni dopo, arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda, le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo allʼindomani a rinchiuderla in una specie di casa—una casa costrutta di aste e rami intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dellʼacqua, che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta fu collocata nella casa, di cui assicurai lʼapproccio, praticandovi feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.

Metek calzò le suelija—pattini da neve—e partì il dì seguente. Prese alcuni viveri, un poʼ di tabacco e di acquavite, e 300 rubli: più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio. Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono Polacco: dunque cattolico.

Nellʼintervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne, lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello—gli uccelli, del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai qualchesalmone larareto, che tagliai a fette sottilissime, le quali, gelate, ci somministrarono una squisitastruganina. Presi, nei cavi, dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici disanguis-orbae dirubus chamemorus, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara si rimisedella sua immensa stanchezza e della terribile emozione che le aveva cagionato lʼorso. Che scena!

Ella si sentì presa alle spalle, allʼimprovviso, e rovesciata sulla neve, mentre che lʼalito bruciante e fetido del bruto lʼasfissiava. Si dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio nella tenda. Ma lʼorso lʼatterrò, posandovisi sopra; ripresa poi Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente, e brontolando una specie dirurulamentevole e modulato. Cesara, terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dellʼorso, il quale, sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida della fanciulla, davano il racapriccio. Lʼorso esitava tra la smania di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto fine a quella orribile scena e salvato Cesara.

Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate, ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno, una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo, sʼinfiammò di un tratto, e lanciò intorno, nellʼinterminabile firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.

Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostraisba—se mi è permesso piaggiare così la nostra tana.—Il povero cacciatore si affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice—la parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita nellʼacqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.

E dire che il Governo russo esige da questi affamati ilyosak, ossia tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!

Quindici giorni scorsero senza troppa ansietà. Ma, da quel momento, non fu più che unʼagonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno alsciuuvalefiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla nostra porta.

Hurrà! era Metek, che arrivava con duenarte, di cui una tirata da ventiquattro cani, lʼaltra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa, quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!

Ecco di che trattavasi.

Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la curiosità dellʼesaule, il capo della truppa di Verknè-Kolimsk, il quale faceva le funzioni di delegato di Srednè-Kolimsk. Era stato mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un poʼgasconche Metek fece forse delle nostre avventure—i Russi sono essenzialmente esageratori—parvero sospetti allʼesaule. Eʼ non volle permettere il reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò unanartaper condurci a Verknè, e mandòdue dei suoi cinque Cosacchi per far eseguire lʼordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli stesso dei nostri apparecchi.

Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro cani per due mesi, egli è certo che mi sarei sbarazzato dei due Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio. Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi lʼestate. Bisognò dunque fare buon viso, avvegnacchè il cuore battesse con violenza.

Partimmo allʼindomani, una dellenartetirando al rimorchio la slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.

Tre dì più tardi arrivammo a Verknè-Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e grossi tronchi. Lʼostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque Cosacchi che lʼoccupavano per dare mano forte allʼoffiziale del bailo nella esazione delyusaknel distretto.

Lʼesauleera un Russo, invecchiato nel paese, lupo un dì formidabilmente affamato, ora un poʼ addimestichito.

Presi immediatamente con lui unʼaria insolente ed in collera, lo minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia orientale. Lʼesaule non si mostrò però troppo turbato, e mi chiese il mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo voltò e rivoltò nelle sue mani, mi guardò in maniera sospettosa, mi squadrò con insolenza.

—Il passaporto è in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la lettera di commissione dellʼAmmiragliato di Pietroburgo.

—Ciò non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla visita del passaporto.

—Ciò è vero, replicò lʼesaule.

—Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficoltà a mostrarvi il dispaccio del ministro della marina.

—Vi chieggo scusa, mormorò lʼesaule, leggendo la lettera dellʼAmmiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche tratto di somiglianza.

—Ciò non mi stupisce: io sono dellʼUkrania.

—Dʼaltronde, perchè, in una stagione come questa, vi scostate voi dalla strada ordinaria?

—Gli è semplicissimo, risposʼio. Io sono incaricato dal generale Ozerof di fare uno studio geologico della catena degli Stanovoy-Grebete, ove prendono la sorgente lʼIndighirka, la Kolima e lʼOmolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi a Petropaolowki, così non potevo osservare queste montagne che costeggiandole il più dʼappresso possibile.

—Avete voi questa commissione in iscritto?

—No: nè ciò era necessario.

—Eppure! disse lʼesaule. Poi, perchè avete voi un passaporto datato da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da Pietroburgo?


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