—Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione mi è giunta, e che Jakutsk è, mi sembra, più vicino di Pietroburgo per farmi dare questo passaporto.—Per unʼaltra strana coincidenza, continuò lʼesaule, il Polacco fuggito è accompagnato da una giovinetta,i cui connotati corrispondono a quelli di vostra sorella.—Che posso farci?—Voi, niente. Ma io debbo fare ciò che la prudenza esige in queste circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per domandargli delle istruzioni.Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:—Voi compirete il vostro dovere come lʼintendete. Ma nel medesimo tempo che il corriere porterà le vostre lettere al governatore di Jakutsk, egli porterà altresì la mia protesta contro la violenza che mi fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconterò gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non vi sarà che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avrò lʼonore di fare il vostro ritratto.Lʼesaule, a sua volta, mi sembrò perdere staffa. Io aveva aperta la breccia; perciò continuai:—Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio—di cui intendo, del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai tafani.La venalità dei funzionarii russi è proverbiale in Europa, a causa dellʼimpudenza chʼessi vi mettono. La parola ricompensa suonò dolce allʼorecchio dellʼesaule.Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo strepito e la iattanza dei missionaricattolici, converte ogni anno, allʼepidermide egli è vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo per visitare i suoi catecumeni. Lʼesauleparlò qualche minuto allʼorecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembrò, con vivacità. Da quel colloquio segreto risultò questo:—Io comincio ad occuparmi da domani, disse lʼesaule, per procurarvi una buona narta e la migliore muta di cani, che sarà possibile riunire in questa stagione. Resterete in casa mia. Io farò partire, fra un giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porterà il mio rapporto al generale Ozerof e le vostre lettere per lʼAmmiragliato. Saremo così in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subirò le conseguenze.Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi alteramente:—Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore. Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero vivere insieme in un eccellente accordo, così pregovi di assegnarmi unʼaltra dimora, fosse anche nellʼostrog, come conviensi ad un forzato fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione al vostro dovere che vʼimpone un sospetto, pel quale mettete impedimento agli ordini dello Czar.Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dellʼesaulee del prete ricominciò. Côlsi in aria questa frase del prete: Chi lo saprà?—Lʼostrog è inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose lʼesaule. Restate qui per oggi. Domani procurerò di avere una casipola per voi.Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del mio uomo.Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico allʼesaule, sollecitandolo a far partire il corriere. Eʼ si mostrò poco pressato. Al contrario, esagerò la pena che doveva darsi per somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che pagherei—imprudenza da mia parte, essendo ciò insolito agli uffiziali del Governo! Questo però allettò lʼesaule. Eʼ poteva esigere una commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a Verknè-Kolimsk tre giorni in una viva ansietà quantunque constatassi che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione collʼesaule, nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia partenza.—Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando saprò che sarete stato severamente punito per il vostro abuso di autorità! Ciò mi risparmierà forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del ghiaccio delle riviere, le difficoltà infinite della via, che, la contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?—Che posso farci adesso? rispose lʼesaule, con accento significativo?—Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.—Sia, riprese lʼesaule. Non manderò corriere. Ripartite domani. Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto è in punto onde partiate domani.Infatti, partii allʼindomani. Una narta, carica di viveri, di pesce secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva. Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.Viaggiammo con celerità incredibile.I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome le asperità dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche ritardo, così si feʼ uso dei pattini di ghiaccio—vale a dire, si versava dellʼacqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia più caldo, per mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo, arrivammo alle sponde dellʼOmolone, al sito ove la Knodutuna sbocca nella riviera.Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare allʼOmolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali divenivano tanto più veementi, inquantochè la contrada non era più frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora nude, ora gremite di sterpio, nelle spaccature, di cedri nani, la cui piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e deglʼindigeni. I lupi ci dettero ancora una cacciavigorosa; ma questa volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima di arrivare allʼAvadyr.Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo già nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, tribù indipendenti, gelose della loro libertà, sospettose, feroci, viventi di caccia, di pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la buona ventura di cansar lʼincontro dei banditi, vale a dire i forzati evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ciò con Cesara, quando un giorno, verso il mezzodì, entrando in una gola di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga cristallizzata sulla neve della notte precedente.—Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.—Che selvaggiume?—Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, ivorsscappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si è sicuri di nulla.Malgrado lʼallarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti, trovando sempre però le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che passano per la contrada.Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere più di cinquanta verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della narta aveva scôrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a traversare, ed erasi vôlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo seguìto da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido partiva dalla nostra guida, che sclamava:—Sono morto!La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un nugolo di freccie fischiò allora intorno a Metek, che saltò di botto dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori. Cesara si alzò, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta: si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il più chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata della parte più considerevole delle nostre provvigioni.XI.La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e fortunatamente il calderino, la lamina di rame, lʼaccetta... ed altre piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai cani?—Ho di che nudrirli per tre giorni, mormorò Metek. Noi cacceremo. Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de lʼAnadyr.—LʼAnadyr non è una città, dissi io. Ed una volta colà, abbiamo ancora circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi-Ostrog, non voglio approssimarmivi.—Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.—Ma i cani sono sfiniti.—Vado a regalarli, disse Metek.Io vidi allora, con forte fremito, chʼegli, preso il coltello, andò a tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri dei briganti. Egli lʼaccatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta; poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un poʼ addomesticati si davano ad una veraorgia, Metek accese il fuoco. Ben presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui stemperammo un poʼ di farina di segale. Nientʼaltro; ma era un liquido caldo, e ci rifocillò.Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno dieci o dodici verste allʼora, oltrepassavano in questo momento le quindici verste—il massimo della loro velocità. Unʼora e mezzo dopo, li lasciavamo respirare per una mezzʼora; poi la corsa ricominciò. Due giorni dopo, eravamo allʼAnadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue foci.Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo, del resto, liberi dallʼinseguimento degli assassini.Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.—Egli è impossibile raggiungere il golfo dʼAnadyr col nostro equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti, hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.—Che fare allora?—Anzi tutto li calzerò di stivaletti, e continueremo con essi fin dove potremo. Ma è mestieri pensare ad altro.—Per esempio?—Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio. Queste bestie se la svignano versoil mare Glaciale a primavera, onde sottrarsi al calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste della pianura il verno per trovarvi un poʼ di caldo. Le steppe deitorendras, della sponda sinistra dellʼAnadyr, ne formicolano. Lʼimmensa contrada che principia allʼOmolone e si stende fino allo stretto di Behring, tra la via sinistra dellʼAnadyr ed il mare Glaciale, è abitata deiTsciuktscias a renne. Arriveremo quindi a procurarci una muta, il cui nutrimento non ci costerà nulla, e la cui forza e lʼabitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci serviranno a cacciare le renne. Imperocchè non basta di giungere alla baia dʼOnemene, nel golfo; ma bisognerà forse risalire verso il nord, o costeggiare il mare allʼest per...Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari dellʼesauledi Verknè-Kolimsk? Io penso che sì...Le ripe dellʼAnadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a sinistra. Da un lato si osserva la catena degli Stunovoi, che comincia là verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare di Behring. Dallʼaltro lato, sono stagni frastagliati da piccoli laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei Tsciuktscias. Vi è ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non raggiunge nè i torendras a sinistra nè le rive del mar Glaciale. Il corso dellʼAnadyr è seminato qua e là di isole, e riceve un gran numero di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli, tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie affamate, la vista diqualche orso bruno, che ci fiutava con una voluttà sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi stessi ci accompagnavano come se avessero seguìto un funebre corteggio.Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.Siccome diveniva sempre più urgente di dar la caccia alle renne—due dei nostri cani sanguinavano già ai piedi—così ci fermammo al sito, ove il Kholole si precipita nellʼAnadyr, il sito sembrava propizio. Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito, prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine destro del fiume, ed accampammo nella grotta.Il freddo era feroce, benchè in febbraio. I cani ci aiutarono a cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per il desinare, atteso da così lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una renna, neppure una lepre si presentò ai nostri sguardi. Bisognò, per quel dì, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in queʼ paraggi. Allʼindomani, lʼistessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle renne. Questa traccia però, andando dallʼest allʼovest, ci consigliò a cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi pel dì seguente.In fatti, verso il mezzodì, la vista nellʼaria di qualche aquila ed altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne che emigrano, ci segnalò la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si offerse al nostro sguardo.Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i rimettiticci più teneri. Il capo-renna, che dirigeva il piccolo branco, ilvojati, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il segnale della partenza.—Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek, esse hanno avvicinato però lʼuomo. Ci sarà quindi facile forse di strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io mʼincaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse guardavano con attenta curiosità quellʼessere ravvolto in una pelle simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia, quando una freccia fendè lʼaria con un sibilo lamentevole, ed andò a conficcarsi nel cuore della renna-capo. Essa gettò un bramito lacerante e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati. Immediatamente, di dietro unʼaltra macchia si mostrò un Jukaghir, cheaveva abbattuto il selvaggiume. Ei sʼincontrò faccia a faccia con Metek.Il Jukaghir rassomiglia un poʼ al Russo: capelli ed occhi quasi neri, viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle, ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti il violino o labalalayka, o mandolino.Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un grido di gioia, e cʼinformò che a 50 verste più lontano, allʼest, quasi sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo un eccellente desinare colla lingua della renna.Partimmo allʼindomani alla ricerca della yurta. Ellʼera, del resto, sulla nostra via.Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva essere—Metek aveva presi dei ragguagli precisi—, ci fermammo. La giornata era stata orribile. Avevamo seguìto una valle profonda, nella quale lʼAnadyr scorre, nellʼestate, quasi incassato fra due argini fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava forme bizzarre alle rupi. Dallʼalto di questi picchi, colle cime fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse di diamante. La crosta del fiume presentava unasuperficie fortemente aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un poʼ di pemmican. Un poʼ più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove lʼAnadyr si precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve, ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.Sollecitavamo lʼarrivo dellʼalba per metterci alla ricerca del casolare indicato.Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito dʼitterizia si avventurò allʼorizzonte.Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la tenda a qualche pilastro di ghiaccio—non vi erano più alberi—, ed accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo, ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più rare.Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio vi erano calde ancora: il che significava che lʼabitante era assente, o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro, arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della nostra presenza: Metek le rassicurò. Lʼuomo loro cacciava, e non arriverebbe che a sera. Vicino alla yurtastavano due piccole slitte. Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse vedute da noi qualche giorno innanzi.Volendo ad ogni costo parlare allʼabitante di quel luogo, cacciammo, aspettando lʼora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade. Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li cacciai sotto la neve, che assorbì lʼumidità e me li rese secchi come se uscissero di un forno.Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che lʼindigeno dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del tabacco di Tsciukscia, fortissimo, o dellʼacquavite di cui noi mancavamo affatto. Eʼ non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnorse, vale a dire ad 800 verste allʼovest. Lʼindomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi due la vigilia.Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il Tsciukstcia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume. Ora, noi avevamo cani e fucili. Lʼindigeno cacciava colla picca, colle frecce,e venne armato del suobatase—una lama di ferro in cima di una lunga asta.Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta, tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio. Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi giunse allʼorecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.—Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata al suolo.Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, eʼ si raddrizzò, e si scagliò sopra di me, collabatasealla mano. Era stato ferito alla guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io rinculai fuori della tenda, ed afferrai lʼaccetta. Avevo il fucile: avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come avevo fatto dellʼorso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo; ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il selvaggio aveva il vantaggio dellʼarma, io quello della ginnasticae della scherma. Per buona ventura, eʼ non si avvisò di servirsi del revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara uscì, e gridò:—Guárdati, guárdati!Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi ilbatasenel ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio in due, e lo rovesciò fulminato.Metek sopraggiunse.Voi comprendete il resto.Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e della slitta dellʼindigeno.Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa. Unʼaurora boreale ci aiutò a tirarci dal letto dellʼAnadyr, per evitare lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.Il resto del viaggio si compiè senza accidenti umani, ma le difficoltà naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo allʼimboccatura della Krusnaia, uno degli affluenti dellʼAnadyr, a 300 verste dal mare.Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre più selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo scioglimento dei ghiacci?Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilità, considerati tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al filo, ove lʼAnadyr cessa di essere fiumee diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti, eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia-Onkiloni, Tsciuktscias sedentari, mentre i nomadi, i Tsciuktscias a renne, sono accampati nella parte montagnosa della contrada, al nord-ovest del mar Glaciale.Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada, piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando il deserto?Per le seguenti principalmente:Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati; arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilità di salvamento: o traversando durante lʼinverno, in slitta, gli ottantaquattro chilometri che separano lʼAsia dallʼAmerica, il capo Orientale dal capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo stretto durante lʼestate, approdare allʼisola delle Spezie, e recarmi di là nellʼAmerica russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca della morsa, dellʼorso bianco, del vitello marino e della balena, abbondantissimi in queʼ paraggi alla rottura dei ghiacci.Questa parte della costa nord-est dellʼAsia è più popolata, precisamente perchè gli anfibi e le balene la frequentano di più.Avrei potuto avventurarmi nellʼAmerica russa e nelle regioni dai Samoiedi, quando lʼavessi voluto, in due giorni; ma ciò era quello che mi conveniva meno. La mia speranza era proprio dʼinstallarmi abordo di una baleniera e di toccare così un porto dellʼArcipelago del re Giorgio, dellʼArcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk, nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare di Hudson, allʼisola Vancouver, o infine in un porto del territorio di Washington.Le tribù del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza possibile. Quindi mi stabilii nellʼinterno delle terre, non lontano dal fiume, per aspettare il mese di giugno e lʼarrivo delle baleniere. Se questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente, leccando il muschio o scavando il lichene, questʼultimo dei vegetali che copre lʼultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di fame. Il più prezioso e il più raro oggetto del nostro mantenimento però era il legno. Lʼho detto: non incontravamo più selve; bisognava andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano persino dalle coste di America.Metek ritornò dopo sei giorni di assenza, seguìto da un Kamakay, il capo di una tribù di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche, confermate, del resto, dalla mia posizione.Egli aveva detto loro che io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io era un inviato delloCzar bianco; che i ladri ci avevano spogliati delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare il paesaggio di queste coste desolate.Ora, eʼ non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi ad assicurarsi coi loro occhi della verità del racconto di Metek. Il Kamakay si chiamava Ethel.Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, nè esporli a rinnovare lʼattentato infame che avevo punito, ricevei i miei visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da terrore: mi prese per unosciaman, che gli gittasse un sortilegio. Lo rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda più larga in pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io glʼindicherei bentosto. Ethel sembrò incantato del negozio. E se ne andò quasi in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco,figlio del sole, non potendo recarsi in quelle contrade, voleva averele immagini dei Kamakay suoi amici, e chʼessi tutti passerebbero sotto gli occhi dello Czar, il quale manderebbe ad ognuno dʼessi un Kamley in panno rosso.Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.I balenieri visitavano queʼ paraggi molto irregolarmente, nè ogni anno, nè ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra altre coste decidevano dei loro viaggi.Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra dellʼAnadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un poʼ di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi nellʼincognito dellʼAmerica russa se non allʼultimo estremo.Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo, verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi-Kamen, tra la baia di Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivanoPaulowski—a circaquattordici mila chilometrida Varsavia!La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza a picco. Esso formava una dalle pareti del burrone, ove si slancia, di roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante. Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sullʼaltro versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al torrente, si abbelliva nellʼestate di piante, e di poche bacche di un verde-giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule delprotococcuscominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in partite di piacere. Vi si pescava un poʼ losterlet, lanelma, ilmauksunee lotscir—tutti grossi pesci della specie della trota e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano la state a raccogliere un poʼ di frutti delvacietdi montagna, quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa dellamakarcha, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.Io non era lontano dalla costa, ove sʼincontrava qualchecasipola di rifugioper i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del mare e darmiai miei studii topografici. Potevo andare alla caccia dellʼisatis bianco o turchino, dellʼorso bianco, dellʼargali, della volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù degli uccelli viaggiatori edacquatici, e dei quadrupedi che fuggivano innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciavano un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io non avevo a passar lʼinverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Machi sa?Dʼaltronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara allʼaccampamento ed ero partito con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia dellʼorso bianco e della foca. Lʼaria sembrava pura; ma eravamo appena in cammino che il vento nord-ovest ci scatenò su un nebbione denso e nero come il fumo, chiamatomorok. Noi non vedevamo il compagno assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano dʼistinto. Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud-est, e come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.Era il mare?Figuratevi la Svizzera vista dallʼalto di un pallone aerostatico, a mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove spazialʼaquila, ed avrete appena unʼidea di quel magico spettacolo. Dei milioni di guglie dʼogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dellʼaria! Un campo interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di minareti! Qui la forma dellʼorso, dellʼelefante, più giù la forma del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei mostri della primavera del mondo—i mammuth, i pterodattili, gli archeopterix, glʼichtyosauri—tutta una creazione di delirio ammalato. Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi; un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo ditorosedi formazione recente—è questo il nome dei blocchi di ghiaccio—avendo ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una spalancatapolinas—crepaccio—che li inghiotte lʼuno dopo lʼaltro. Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno allʼincontro lʼuna dellʼaltra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono, sʼinabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, unseguito di balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai per schizzare un abbozzo e, quel giorno lì non volli andare più lontano.Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad unʼora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, unʼoukhasucculenta ditsciralla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di balena.Percorrendo iltundras, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva trovato unasayba—o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di pietre—contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano gli indigeni....Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.La miseria deglʼindigeni della Siberia, ho potuto constatarlo, è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma lʼimprevidenza, lʼinesperienza, lo spirito di fatalismo, lʼincapacità dellʼuomo, vi contribuiscono largamente. «Non si evita ciò che deveessere»! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto, lʼagilità, la volontà, lʼenergia, lʼingegnosità europea, ei faceva miracoli.Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume; egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo, al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e le strappavamo di che vivere. La caccia dellʼargali, della renna, dellʼorso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le achilleemillefolium, spuntavano di già. Di già si intravedeva il graziosocornilletdai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì che la radice delboursaultrampante era un eccellente condimento alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con un cavolo marino—crambe maritima—che ci dette unstchi, o zuppa saporitissima. Prevedendo lʼignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma la fusione dei ghiacci cominciò per bene.Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla moda deglʼindigeni,aveva accomodate dʼogni banda, cifrandole con un segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio, lʼimmobilità, lʼuniformità maestosa e religiosa che sʼincontra per migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dallʼaltra banda, era lʼOceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era lʼebbrietà vertiginosa della vita.A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve eterna, o niellati di fili di argento brunito—i ruscelli. Il sole lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve, la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole nevose, che impregnavano lʼaria, lanciavano sul fondo vaporoso una miriade dʼarchi-baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava il paesaggio. Lʼeco dei baratri ripercoteva gli urli del vento. La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano, turbinavano, davano lʼassalto al cielo. Di fronte era lʼOceano che rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, sʼincontravano e si precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua schiuma furibonda; ma poco dopo eʼ risaliva a galla, lordo di limo verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al contatto dei fondi desolati. Lʼimmensa stesa immobileentrava, a sua volta, anchʼessa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava, si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva, polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un poʼ sul ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva dallʼasfissia. Lʼorso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dellʼonda, sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e gittassero lungi di fuori le montagne che correvano lʼuna sullʼaltra.Il sole restava adesso in permanenza allʼorizzonte—per cinquanta giorni—ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne abbagliati. Verso lʼora che doveva essere la notte, esso si abbassava un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sullʼorizzonte, tanto più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un sorriso fecondo.Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.Ma la state non è un beneficio per il regno animale, uomo e bestie; imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura, oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto deidimokur, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato del vento, e rinunziare così allʼincanto della luce pura, dellʼaria fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.Glʼindigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della morsa.Infrattanto la stagione avanzava. Lʼora della speranza, e lʼagonia che essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoiice-bergso torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma lʼazzurro dei fiotti rivaleggiava con quello del cielo, lʼacqua ribolliva, saltava, fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della slitta.Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!Ecco il mese di agosto: e non un baleniere!—Abbrevio.Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansietà spasmodica che, per quaranta giorni, oscurò le nostre veglie e popolò di fantasimi il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle venture le meno lugubri il ritorno a Yakutsk,vale a dire, il disonore per Cesara e per me la morte sotto lo knut.I progetti del nostro salvamento sʼincrociavano: approdare allʼAmerica Russa ed andare incontro allʼincognito dei Samoiedi; risalire lʼAnadyr, traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di là, come Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello stretto di Behring ed attendere lʼanno prossimo; o recarci nellʼAmerica russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie... Tutto ciò era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a traversare lo Stretto in unabaydaraindigena, barca costrutta di costole di balena e pelli di foca, ed approdare più al sud che potessi del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici, contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un poʼ di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare. I nostri sguardi non si distaccavano più dal mare. La mia vista aveva acquistata unʼacuità incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta dʼombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava lʼanima. Io cominciavo a dubitare dellʼintervento divino nella vita del mondo, che la mia religione insegnavami.—Bontà di Dio! Misericordia eterna! Lʼè una nuvola? Lʼè una vela? Lʼè un punto nero! No: lʼè una delle tre isole dello Stretto! No: lʼè un masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi nuotavano in lagrime di gioia. Lʼera una nave....Io distinguevo la bandiera.—No, non è la bandiera russa. È dessa inglese, olandese, americana? Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!Sì, era un brick di guerra degli Stati-Uniti che bordeggiava al vento per entrar nella baia. Esso aveva seguìto la costa delle isole Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le trattative della cessione dellʼAmerica russa agli Stati-Uniti, erano cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.Unʼora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava al capitano dellʼOcean-Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dellʼequipaggio. Un deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!Unʼora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa erano orrendi!Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar lʼinverno fra glʼindigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti, che frequentano questafiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto: provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento rubli in oro che mi restavano.Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera, nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata dalle poste russe...Sposai Cesara a New-York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e da... mio fratello!
—Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione mi è giunta, e che Jakutsk è, mi sembra, più vicino di Pietroburgo per farmi dare questo passaporto.—Per unʼaltra strana coincidenza, continuò lʼesaule, il Polacco fuggito è accompagnato da una giovinetta,i cui connotati corrispondono a quelli di vostra sorella.—Che posso farci?—Voi, niente. Ma io debbo fare ciò che la prudenza esige in queste circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per domandargli delle istruzioni.Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:—Voi compirete il vostro dovere come lʼintendete. Ma nel medesimo tempo che il corriere porterà le vostre lettere al governatore di Jakutsk, egli porterà altresì la mia protesta contro la violenza che mi fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconterò gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non vi sarà che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avrò lʼonore di fare il vostro ritratto.Lʼesaule, a sua volta, mi sembrò perdere staffa. Io aveva aperta la breccia; perciò continuai:—Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio—di cui intendo, del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai tafani.La venalità dei funzionarii russi è proverbiale in Europa, a causa dellʼimpudenza chʼessi vi mettono. La parola ricompensa suonò dolce allʼorecchio dellʼesaule.Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo strepito e la iattanza dei missionaricattolici, converte ogni anno, allʼepidermide egli è vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo per visitare i suoi catecumeni. Lʼesauleparlò qualche minuto allʼorecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembrò, con vivacità. Da quel colloquio segreto risultò questo:—Io comincio ad occuparmi da domani, disse lʼesaule, per procurarvi una buona narta e la migliore muta di cani, che sarà possibile riunire in questa stagione. Resterete in casa mia. Io farò partire, fra un giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porterà il mio rapporto al generale Ozerof e le vostre lettere per lʼAmmiragliato. Saremo così in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subirò le conseguenze.Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi alteramente:—Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore. Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero vivere insieme in un eccellente accordo, così pregovi di assegnarmi unʼaltra dimora, fosse anche nellʼostrog, come conviensi ad un forzato fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione al vostro dovere che vʼimpone un sospetto, pel quale mettete impedimento agli ordini dello Czar.Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dellʼesaulee del prete ricominciò. Côlsi in aria questa frase del prete: Chi lo saprà?—Lʼostrog è inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose lʼesaule. Restate qui per oggi. Domani procurerò di avere una casipola per voi.Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del mio uomo.Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico allʼesaule, sollecitandolo a far partire il corriere. Eʼ si mostrò poco pressato. Al contrario, esagerò la pena che doveva darsi per somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che pagherei—imprudenza da mia parte, essendo ciò insolito agli uffiziali del Governo! Questo però allettò lʼesaule. Eʼ poteva esigere una commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a Verknè-Kolimsk tre giorni in una viva ansietà quantunque constatassi che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione collʼesaule, nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia partenza.—Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando saprò che sarete stato severamente punito per il vostro abuso di autorità! Ciò mi risparmierà forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del ghiaccio delle riviere, le difficoltà infinite della via, che, la contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?—Che posso farci adesso? rispose lʼesaule, con accento significativo?—Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.—Sia, riprese lʼesaule. Non manderò corriere. Ripartite domani. Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto è in punto onde partiate domani.Infatti, partii allʼindomani. Una narta, carica di viveri, di pesce secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva. Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.Viaggiammo con celerità incredibile.I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome le asperità dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche ritardo, così si feʼ uso dei pattini di ghiaccio—vale a dire, si versava dellʼacqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia più caldo, per mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo, arrivammo alle sponde dellʼOmolone, al sito ove la Knodutuna sbocca nella riviera.Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare allʼOmolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali divenivano tanto più veementi, inquantochè la contrada non era più frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora nude, ora gremite di sterpio, nelle spaccature, di cedri nani, la cui piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e deglʼindigeni. I lupi ci dettero ancora una cacciavigorosa; ma questa volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima di arrivare allʼAvadyr.Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo già nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, tribù indipendenti, gelose della loro libertà, sospettose, feroci, viventi di caccia, di pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la buona ventura di cansar lʼincontro dei banditi, vale a dire i forzati evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ciò con Cesara, quando un giorno, verso il mezzodì, entrando in una gola di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga cristallizzata sulla neve della notte precedente.—Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.—Che selvaggiume?—Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, ivorsscappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si è sicuri di nulla.Malgrado lʼallarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti, trovando sempre però le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che passano per la contrada.Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere più di cinquanta verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della narta aveva scôrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a traversare, ed erasi vôlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo seguìto da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido partiva dalla nostra guida, che sclamava:—Sono morto!La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un nugolo di freccie fischiò allora intorno a Metek, che saltò di botto dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori. Cesara si alzò, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta: si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il più chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata della parte più considerevole delle nostre provvigioni.XI.La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e fortunatamente il calderino, la lamina di rame, lʼaccetta... ed altre piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai cani?—Ho di che nudrirli per tre giorni, mormorò Metek. Noi cacceremo. Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de lʼAnadyr.—LʼAnadyr non è una città, dissi io. Ed una volta colà, abbiamo ancora circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi-Ostrog, non voglio approssimarmivi.—Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.—Ma i cani sono sfiniti.—Vado a regalarli, disse Metek.Io vidi allora, con forte fremito, chʼegli, preso il coltello, andò a tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri dei briganti. Egli lʼaccatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta; poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un poʼ addomesticati si davano ad una veraorgia, Metek accese il fuoco. Ben presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui stemperammo un poʼ di farina di segale. Nientʼaltro; ma era un liquido caldo, e ci rifocillò.Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno dieci o dodici verste allʼora, oltrepassavano in questo momento le quindici verste—il massimo della loro velocità. Unʼora e mezzo dopo, li lasciavamo respirare per una mezzʼora; poi la corsa ricominciò. Due giorni dopo, eravamo allʼAnadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue foci.Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo, del resto, liberi dallʼinseguimento degli assassini.Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.—Egli è impossibile raggiungere il golfo dʼAnadyr col nostro equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti, hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.—Che fare allora?—Anzi tutto li calzerò di stivaletti, e continueremo con essi fin dove potremo. Ma è mestieri pensare ad altro.—Per esempio?—Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio. Queste bestie se la svignano versoil mare Glaciale a primavera, onde sottrarsi al calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste della pianura il verno per trovarvi un poʼ di caldo. Le steppe deitorendras, della sponda sinistra dellʼAnadyr, ne formicolano. Lʼimmensa contrada che principia allʼOmolone e si stende fino allo stretto di Behring, tra la via sinistra dellʼAnadyr ed il mare Glaciale, è abitata deiTsciuktscias a renne. Arriveremo quindi a procurarci una muta, il cui nutrimento non ci costerà nulla, e la cui forza e lʼabitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci serviranno a cacciare le renne. Imperocchè non basta di giungere alla baia dʼOnemene, nel golfo; ma bisognerà forse risalire verso il nord, o costeggiare il mare allʼest per...Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari dellʼesauledi Verknè-Kolimsk? Io penso che sì...Le ripe dellʼAnadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a sinistra. Da un lato si osserva la catena degli Stunovoi, che comincia là verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare di Behring. Dallʼaltro lato, sono stagni frastagliati da piccoli laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei Tsciuktscias. Vi è ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non raggiunge nè i torendras a sinistra nè le rive del mar Glaciale. Il corso dellʼAnadyr è seminato qua e là di isole, e riceve un gran numero di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli, tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie affamate, la vista diqualche orso bruno, che ci fiutava con una voluttà sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi stessi ci accompagnavano come se avessero seguìto un funebre corteggio.Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.Siccome diveniva sempre più urgente di dar la caccia alle renne—due dei nostri cani sanguinavano già ai piedi—così ci fermammo al sito, ove il Kholole si precipita nellʼAnadyr, il sito sembrava propizio. Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito, prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine destro del fiume, ed accampammo nella grotta.Il freddo era feroce, benchè in febbraio. I cani ci aiutarono a cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per il desinare, atteso da così lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una renna, neppure una lepre si presentò ai nostri sguardi. Bisognò, per quel dì, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in queʼ paraggi. Allʼindomani, lʼistessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle renne. Questa traccia però, andando dallʼest allʼovest, ci consigliò a cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi pel dì seguente.In fatti, verso il mezzodì, la vista nellʼaria di qualche aquila ed altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne che emigrano, ci segnalò la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si offerse al nostro sguardo.Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i rimettiticci più teneri. Il capo-renna, che dirigeva il piccolo branco, ilvojati, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il segnale della partenza.—Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek, esse hanno avvicinato però lʼuomo. Ci sarà quindi facile forse di strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io mʼincaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse guardavano con attenta curiosità quellʼessere ravvolto in una pelle simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia, quando una freccia fendè lʼaria con un sibilo lamentevole, ed andò a conficcarsi nel cuore della renna-capo. Essa gettò un bramito lacerante e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati. Immediatamente, di dietro unʼaltra macchia si mostrò un Jukaghir, cheaveva abbattuto il selvaggiume. Ei sʼincontrò faccia a faccia con Metek.Il Jukaghir rassomiglia un poʼ al Russo: capelli ed occhi quasi neri, viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle, ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti il violino o labalalayka, o mandolino.Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un grido di gioia, e cʼinformò che a 50 verste più lontano, allʼest, quasi sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo un eccellente desinare colla lingua della renna.Partimmo allʼindomani alla ricerca della yurta. Ellʼera, del resto, sulla nostra via.Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva essere—Metek aveva presi dei ragguagli precisi—, ci fermammo. La giornata era stata orribile. Avevamo seguìto una valle profonda, nella quale lʼAnadyr scorre, nellʼestate, quasi incassato fra due argini fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava forme bizzarre alle rupi. Dallʼalto di questi picchi, colle cime fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse di diamante. La crosta del fiume presentava unasuperficie fortemente aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un poʼ di pemmican. Un poʼ più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove lʼAnadyr si precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve, ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.Sollecitavamo lʼarrivo dellʼalba per metterci alla ricerca del casolare indicato.Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito dʼitterizia si avventurò allʼorizzonte.Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la tenda a qualche pilastro di ghiaccio—non vi erano più alberi—, ed accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo, ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più rare.Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio vi erano calde ancora: il che significava che lʼabitante era assente, o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro, arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della nostra presenza: Metek le rassicurò. Lʼuomo loro cacciava, e non arriverebbe che a sera. Vicino alla yurtastavano due piccole slitte. Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse vedute da noi qualche giorno innanzi.Volendo ad ogni costo parlare allʼabitante di quel luogo, cacciammo, aspettando lʼora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade. Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li cacciai sotto la neve, che assorbì lʼumidità e me li rese secchi come se uscissero di un forno.Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che lʼindigeno dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del tabacco di Tsciukscia, fortissimo, o dellʼacquavite di cui noi mancavamo affatto. Eʼ non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnorse, vale a dire ad 800 verste allʼovest. Lʼindomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi due la vigilia.Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il Tsciukstcia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume. Ora, noi avevamo cani e fucili. Lʼindigeno cacciava colla picca, colle frecce,e venne armato del suobatase—una lama di ferro in cima di una lunga asta.Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta, tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio. Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi giunse allʼorecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.—Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata al suolo.Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, eʼ si raddrizzò, e si scagliò sopra di me, collabatasealla mano. Era stato ferito alla guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io rinculai fuori della tenda, ed afferrai lʼaccetta. Avevo il fucile: avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come avevo fatto dellʼorso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo; ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il selvaggio aveva il vantaggio dellʼarma, io quello della ginnasticae della scherma. Per buona ventura, eʼ non si avvisò di servirsi del revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara uscì, e gridò:—Guárdati, guárdati!Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi ilbatasenel ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio in due, e lo rovesciò fulminato.Metek sopraggiunse.Voi comprendete il resto.Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e della slitta dellʼindigeno.Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa. Unʼaurora boreale ci aiutò a tirarci dal letto dellʼAnadyr, per evitare lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.Il resto del viaggio si compiè senza accidenti umani, ma le difficoltà naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo allʼimboccatura della Krusnaia, uno degli affluenti dellʼAnadyr, a 300 verste dal mare.Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre più selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo scioglimento dei ghiacci?Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilità, considerati tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al filo, ove lʼAnadyr cessa di essere fiumee diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti, eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia-Onkiloni, Tsciuktscias sedentari, mentre i nomadi, i Tsciuktscias a renne, sono accampati nella parte montagnosa della contrada, al nord-ovest del mar Glaciale.Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada, piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando il deserto?Per le seguenti principalmente:Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati; arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilità di salvamento: o traversando durante lʼinverno, in slitta, gli ottantaquattro chilometri che separano lʼAsia dallʼAmerica, il capo Orientale dal capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo stretto durante lʼestate, approdare allʼisola delle Spezie, e recarmi di là nellʼAmerica russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca della morsa, dellʼorso bianco, del vitello marino e della balena, abbondantissimi in queʼ paraggi alla rottura dei ghiacci.Questa parte della costa nord-est dellʼAsia è più popolata, precisamente perchè gli anfibi e le balene la frequentano di più.Avrei potuto avventurarmi nellʼAmerica russa e nelle regioni dai Samoiedi, quando lʼavessi voluto, in due giorni; ma ciò era quello che mi conveniva meno. La mia speranza era proprio dʼinstallarmi abordo di una baleniera e di toccare così un porto dellʼArcipelago del re Giorgio, dellʼArcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk, nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare di Hudson, allʼisola Vancouver, o infine in un porto del territorio di Washington.Le tribù del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza possibile. Quindi mi stabilii nellʼinterno delle terre, non lontano dal fiume, per aspettare il mese di giugno e lʼarrivo delle baleniere. Se questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente, leccando il muschio o scavando il lichene, questʼultimo dei vegetali che copre lʼultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di fame. Il più prezioso e il più raro oggetto del nostro mantenimento però era il legno. Lʼho detto: non incontravamo più selve; bisognava andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano persino dalle coste di America.Metek ritornò dopo sei giorni di assenza, seguìto da un Kamakay, il capo di una tribù di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche, confermate, del resto, dalla mia posizione.Egli aveva detto loro che io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io era un inviato delloCzar bianco; che i ladri ci avevano spogliati delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare il paesaggio di queste coste desolate.Ora, eʼ non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi ad assicurarsi coi loro occhi della verità del racconto di Metek. Il Kamakay si chiamava Ethel.Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, nè esporli a rinnovare lʼattentato infame che avevo punito, ricevei i miei visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da terrore: mi prese per unosciaman, che gli gittasse un sortilegio. Lo rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda più larga in pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io glʼindicherei bentosto. Ethel sembrò incantato del negozio. E se ne andò quasi in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco,figlio del sole, non potendo recarsi in quelle contrade, voleva averele immagini dei Kamakay suoi amici, e chʼessi tutti passerebbero sotto gli occhi dello Czar, il quale manderebbe ad ognuno dʼessi un Kamley in panno rosso.Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.I balenieri visitavano queʼ paraggi molto irregolarmente, nè ogni anno, nè ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra altre coste decidevano dei loro viaggi.Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra dellʼAnadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un poʼ di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi nellʼincognito dellʼAmerica russa se non allʼultimo estremo.Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo, verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi-Kamen, tra la baia di Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivanoPaulowski—a circaquattordici mila chilometrida Varsavia!La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza a picco. Esso formava una dalle pareti del burrone, ove si slancia, di roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante. Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sullʼaltro versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al torrente, si abbelliva nellʼestate di piante, e di poche bacche di un verde-giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule delprotococcuscominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in partite di piacere. Vi si pescava un poʼ losterlet, lanelma, ilmauksunee lotscir—tutti grossi pesci della specie della trota e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano la state a raccogliere un poʼ di frutti delvacietdi montagna, quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa dellamakarcha, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.Io non era lontano dalla costa, ove sʼincontrava qualchecasipola di rifugioper i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del mare e darmiai miei studii topografici. Potevo andare alla caccia dellʼisatis bianco o turchino, dellʼorso bianco, dellʼargali, della volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù degli uccelli viaggiatori edacquatici, e dei quadrupedi che fuggivano innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciavano un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io non avevo a passar lʼinverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Machi sa?Dʼaltronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara allʼaccampamento ed ero partito con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia dellʼorso bianco e della foca. Lʼaria sembrava pura; ma eravamo appena in cammino che il vento nord-ovest ci scatenò su un nebbione denso e nero come il fumo, chiamatomorok. Noi non vedevamo il compagno assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano dʼistinto. Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud-est, e come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.Era il mare?Figuratevi la Svizzera vista dallʼalto di un pallone aerostatico, a mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove spazialʼaquila, ed avrete appena unʼidea di quel magico spettacolo. Dei milioni di guglie dʼogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dellʼaria! Un campo interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di minareti! Qui la forma dellʼorso, dellʼelefante, più giù la forma del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei mostri della primavera del mondo—i mammuth, i pterodattili, gli archeopterix, glʼichtyosauri—tutta una creazione di delirio ammalato. Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi; un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo ditorosedi formazione recente—è questo il nome dei blocchi di ghiaccio—avendo ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una spalancatapolinas—crepaccio—che li inghiotte lʼuno dopo lʼaltro. Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno allʼincontro lʼuna dellʼaltra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono, sʼinabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, unseguito di balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai per schizzare un abbozzo e, quel giorno lì non volli andare più lontano.Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad unʼora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, unʼoukhasucculenta ditsciralla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di balena.Percorrendo iltundras, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva trovato unasayba—o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di pietre—contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano gli indigeni....Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.La miseria deglʼindigeni della Siberia, ho potuto constatarlo, è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma lʼimprevidenza, lʼinesperienza, lo spirito di fatalismo, lʼincapacità dellʼuomo, vi contribuiscono largamente. «Non si evita ciò che deveessere»! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto, lʼagilità, la volontà, lʼenergia, lʼingegnosità europea, ei faceva miracoli.Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume; egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo, al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e le strappavamo di che vivere. La caccia dellʼargali, della renna, dellʼorso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le achilleemillefolium, spuntavano di già. Di già si intravedeva il graziosocornilletdai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì che la radice delboursaultrampante era un eccellente condimento alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con un cavolo marino—crambe maritima—che ci dette unstchi, o zuppa saporitissima. Prevedendo lʼignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma la fusione dei ghiacci cominciò per bene.Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla moda deglʼindigeni,aveva accomodate dʼogni banda, cifrandole con un segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio, lʼimmobilità, lʼuniformità maestosa e religiosa che sʼincontra per migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dallʼaltra banda, era lʼOceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era lʼebbrietà vertiginosa della vita.A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve eterna, o niellati di fili di argento brunito—i ruscelli. Il sole lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve, la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole nevose, che impregnavano lʼaria, lanciavano sul fondo vaporoso una miriade dʼarchi-baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava il paesaggio. Lʼeco dei baratri ripercoteva gli urli del vento. La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano, turbinavano, davano lʼassalto al cielo. Di fronte era lʼOceano che rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, sʼincontravano e si precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua schiuma furibonda; ma poco dopo eʼ risaliva a galla, lordo di limo verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al contatto dei fondi desolati. Lʼimmensa stesa immobileentrava, a sua volta, anchʼessa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava, si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva, polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un poʼ sul ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva dallʼasfissia. Lʼorso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dellʼonda, sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e gittassero lungi di fuori le montagne che correvano lʼuna sullʼaltra.Il sole restava adesso in permanenza allʼorizzonte—per cinquanta giorni—ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne abbagliati. Verso lʼora che doveva essere la notte, esso si abbassava un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sullʼorizzonte, tanto più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un sorriso fecondo.Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.Ma la state non è un beneficio per il regno animale, uomo e bestie; imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura, oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto deidimokur, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato del vento, e rinunziare così allʼincanto della luce pura, dellʼaria fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.Glʼindigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della morsa.Infrattanto la stagione avanzava. Lʼora della speranza, e lʼagonia che essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoiice-bergso torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma lʼazzurro dei fiotti rivaleggiava con quello del cielo, lʼacqua ribolliva, saltava, fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della slitta.Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!Ecco il mese di agosto: e non un baleniere!—Abbrevio.Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansietà spasmodica che, per quaranta giorni, oscurò le nostre veglie e popolò di fantasimi il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle venture le meno lugubri il ritorno a Yakutsk,vale a dire, il disonore per Cesara e per me la morte sotto lo knut.I progetti del nostro salvamento sʼincrociavano: approdare allʼAmerica Russa ed andare incontro allʼincognito dei Samoiedi; risalire lʼAnadyr, traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di là, come Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello stretto di Behring ed attendere lʼanno prossimo; o recarci nellʼAmerica russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie... Tutto ciò era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a traversare lo Stretto in unabaydaraindigena, barca costrutta di costole di balena e pelli di foca, ed approdare più al sud che potessi del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici, contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un poʼ di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare. I nostri sguardi non si distaccavano più dal mare. La mia vista aveva acquistata unʼacuità incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta dʼombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava lʼanima. Io cominciavo a dubitare dellʼintervento divino nella vita del mondo, che la mia religione insegnavami.—Bontà di Dio! Misericordia eterna! Lʼè una nuvola? Lʼè una vela? Lʼè un punto nero! No: lʼè una delle tre isole dello Stretto! No: lʼè un masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi nuotavano in lagrime di gioia. Lʼera una nave....Io distinguevo la bandiera.—No, non è la bandiera russa. È dessa inglese, olandese, americana? Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!Sì, era un brick di guerra degli Stati-Uniti che bordeggiava al vento per entrar nella baia. Esso aveva seguìto la costa delle isole Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le trattative della cessione dellʼAmerica russa agli Stati-Uniti, erano cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.Unʼora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava al capitano dellʼOcean-Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dellʼequipaggio. Un deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!Unʼora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa erano orrendi!Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar lʼinverno fra glʼindigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti, che frequentano questafiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto: provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento rubli in oro che mi restavano.Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera, nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata dalle poste russe...Sposai Cesara a New-York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e da... mio fratello!
—Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione mi è giunta, e che Jakutsk è, mi sembra, più vicino di Pietroburgo per farmi dare questo passaporto.
—Per unʼaltra strana coincidenza, continuò lʼesaule, il Polacco fuggito è accompagnato da una giovinetta,i cui connotati corrispondono a quelli di vostra sorella.
—Che posso farci?
—Voi, niente. Ma io debbo fare ciò che la prudenza esige in queste circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per domandargli delle istruzioni.
Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:
—Voi compirete il vostro dovere come lʼintendete. Ma nel medesimo tempo che il corriere porterà le vostre lettere al governatore di Jakutsk, egli porterà altresì la mia protesta contro la violenza che mi fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconterò gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non vi sarà che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avrò lʼonore di fare il vostro ritratto.
Lʼesaule, a sua volta, mi sembrò perdere staffa. Io aveva aperta la breccia; perciò continuai:
—Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio—di cui intendo, del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai tafani.
La venalità dei funzionarii russi è proverbiale in Europa, a causa dellʼimpudenza chʼessi vi mettono. La parola ricompensa suonò dolce allʼorecchio dellʼesaule.
Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo strepito e la iattanza dei missionaricattolici, converte ogni anno, allʼepidermide egli è vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo per visitare i suoi catecumeni. Lʼesauleparlò qualche minuto allʼorecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembrò, con vivacità. Da quel colloquio segreto risultò questo:
—Io comincio ad occuparmi da domani, disse lʼesaule, per procurarvi una buona narta e la migliore muta di cani, che sarà possibile riunire in questa stagione. Resterete in casa mia. Io farò partire, fra un giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porterà il mio rapporto al generale Ozerof e le vostre lettere per lʼAmmiragliato. Saremo così in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subirò le conseguenze.
Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi alteramente:
—Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore. Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero vivere insieme in un eccellente accordo, così pregovi di assegnarmi unʼaltra dimora, fosse anche nellʼostrog, come conviensi ad un forzato fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione al vostro dovere che vʼimpone un sospetto, pel quale mettete impedimento agli ordini dello Czar.
Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dellʼesaulee del prete ricominciò. Côlsi in aria questa frase del prete: Chi lo saprà?
—Lʼostrog è inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose lʼesaule. Restate qui per oggi. Domani procurerò di avere una casipola per voi.
Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del mio uomo.
Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico allʼesaule, sollecitandolo a far partire il corriere. Eʼ si mostrò poco pressato. Al contrario, esagerò la pena che doveva darsi per somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che pagherei—imprudenza da mia parte, essendo ciò insolito agli uffiziali del Governo! Questo però allettò lʼesaule. Eʼ poteva esigere una commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a Verknè-Kolimsk tre giorni in una viva ansietà quantunque constatassi che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione collʼesaule, nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia partenza.
—Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando saprò che sarete stato severamente punito per il vostro abuso di autorità! Ciò mi risparmierà forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del ghiaccio delle riviere, le difficoltà infinite della via, che, la contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?
—Che posso farci adesso? rispose lʼesaule, con accento significativo?
—Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....
Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.
—Sia, riprese lʼesaule. Non manderò corriere. Ripartite domani. Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto è in punto onde partiate domani.
Infatti, partii allʼindomani. Una narta, carica di viveri, di pesce secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva. Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.
Viaggiammo con celerità incredibile.
I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome le asperità dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche ritardo, così si feʼ uso dei pattini di ghiaccio—vale a dire, si versava dellʼacqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia più caldo, per mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo, arrivammo alle sponde dellʼOmolone, al sito ove la Knodutuna sbocca nella riviera.
Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare allʼOmolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali divenivano tanto più veementi, inquantochè la contrada non era più frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora nude, ora gremite di sterpio, nelle spaccature, di cedri nani, la cui piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e deglʼindigeni. I lupi ci dettero ancora una cacciavigorosa; ma questa volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima di arrivare allʼAvadyr.
Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo già nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, tribù indipendenti, gelose della loro libertà, sospettose, feroci, viventi di caccia, di pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la buona ventura di cansar lʼincontro dei banditi, vale a dire i forzati evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ciò con Cesara, quando un giorno, verso il mezzodì, entrando in una gola di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga cristallizzata sulla neve della notte precedente.
—Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.
—Che selvaggiume?
—Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, ivorsscappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si è sicuri di nulla.
Malgrado lʼallarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti, trovando sempre però le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che passano per la contrada.
Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere più di cinquanta verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della narta aveva scôrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a traversare, ed erasi vôlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo seguìto da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido partiva dalla nostra guida, che sclamava:
—Sono morto!
La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un nugolo di freccie fischiò allora intorno a Metek, che saltò di botto dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori. Cesara si alzò, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta: si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il più chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata della parte più considerevole delle nostre provvigioni.
La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e fortunatamente il calderino, la lamina di rame, lʼaccetta... ed altre piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai cani?
—Ho di che nudrirli per tre giorni, mormorò Metek. Noi cacceremo. Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de lʼAnadyr.
—LʼAnadyr non è una città, dissi io. Ed una volta colà, abbiamo ancora circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi-Ostrog, non voglio approssimarmivi.
—Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.
—Ma i cani sono sfiniti.
—Vado a regalarli, disse Metek.
Io vidi allora, con forte fremito, chʼegli, preso il coltello, andò a tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri dei briganti. Egli lʼaccatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta; poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un poʼ addomesticati si davano ad una veraorgia, Metek accese il fuoco. Ben presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui stemperammo un poʼ di farina di segale. Nientʼaltro; ma era un liquido caldo, e ci rifocillò.
Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.
La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno dieci o dodici verste allʼora, oltrepassavano in questo momento le quindici verste—il massimo della loro velocità. Unʼora e mezzo dopo, li lasciavamo respirare per una mezzʼora; poi la corsa ricominciò. Due giorni dopo, eravamo allʼAnadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue foci.
Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo, del resto, liberi dallʼinseguimento degli assassini.
Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.
Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.
—Egli è impossibile raggiungere il golfo dʼAnadyr col nostro equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti, hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.
—Che fare allora?
—Anzi tutto li calzerò di stivaletti, e continueremo con essi fin dove potremo. Ma è mestieri pensare ad altro.
—Per esempio?
—Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio. Queste bestie se la svignano versoil mare Glaciale a primavera, onde sottrarsi al calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste della pianura il verno per trovarvi un poʼ di caldo. Le steppe deitorendras, della sponda sinistra dellʼAnadyr, ne formicolano. Lʼimmensa contrada che principia allʼOmolone e si stende fino allo stretto di Behring, tra la via sinistra dellʼAnadyr ed il mare Glaciale, è abitata deiTsciuktscias a renne. Arriveremo quindi a procurarci una muta, il cui nutrimento non ci costerà nulla, e la cui forza e lʼabitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci serviranno a cacciare le renne. Imperocchè non basta di giungere alla baia dʼOnemene, nel golfo; ma bisognerà forse risalire verso il nord, o costeggiare il mare allʼest per...
Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari dellʼesauledi Verknè-Kolimsk? Io penso che sì...
Le ripe dellʼAnadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a sinistra. Da un lato si osserva la catena degli Stunovoi, che comincia là verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare di Behring. Dallʼaltro lato, sono stagni frastagliati da piccoli laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei Tsciuktscias. Vi è ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non raggiunge nè i torendras a sinistra nè le rive del mar Glaciale. Il corso dellʼAnadyr è seminato qua e là di isole, e riceve un gran numero di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli, tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie affamate, la vista diqualche orso bruno, che ci fiutava con una voluttà sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi stessi ci accompagnavano come se avessero seguìto un funebre corteggio.
Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.
Siccome diveniva sempre più urgente di dar la caccia alle renne—due dei nostri cani sanguinavano già ai piedi—così ci fermammo al sito, ove il Kholole si precipita nellʼAnadyr, il sito sembrava propizio. Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito, prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine destro del fiume, ed accampammo nella grotta.
Il freddo era feroce, benchè in febbraio. I cani ci aiutarono a cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per il desinare, atteso da così lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una renna, neppure una lepre si presentò ai nostri sguardi. Bisognò, per quel dì, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in queʼ paraggi. Allʼindomani, lʼistessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle renne. Questa traccia però, andando dallʼest allʼovest, ci consigliò a cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi pel dì seguente.
In fatti, verso il mezzodì, la vista nellʼaria di qualche aquila ed altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne che emigrano, ci segnalò la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si offerse al nostro sguardo.
Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i rimettiticci più teneri. Il capo-renna, che dirigeva il piccolo branco, ilvojati, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il segnale della partenza.
—Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek, esse hanno avvicinato però lʼuomo. Ci sarà quindi facile forse di strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.
Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io mʼincaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse guardavano con attenta curiosità quellʼessere ravvolto in una pelle simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia, quando una freccia fendè lʼaria con un sibilo lamentevole, ed andò a conficcarsi nel cuore della renna-capo. Essa gettò un bramito lacerante e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati. Immediatamente, di dietro unʼaltra macchia si mostrò un Jukaghir, cheaveva abbattuto il selvaggiume. Ei sʼincontrò faccia a faccia con Metek.
Il Jukaghir rassomiglia un poʼ al Russo: capelli ed occhi quasi neri, viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle, ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti il violino o labalalayka, o mandolino.
Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un grido di gioia, e cʼinformò che a 50 verste più lontano, allʼest, quasi sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo un eccellente desinare colla lingua della renna.
Partimmo allʼindomani alla ricerca della yurta. Ellʼera, del resto, sulla nostra via.
Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva essere—Metek aveva presi dei ragguagli precisi—, ci fermammo. La giornata era stata orribile. Avevamo seguìto una valle profonda, nella quale lʼAnadyr scorre, nellʼestate, quasi incassato fra due argini fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.
Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava forme bizzarre alle rupi. Dallʼalto di questi picchi, colle cime fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse di diamante. La crosta del fiume presentava unasuperficie fortemente aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un poʼ di pemmican. Un poʼ più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove lʼAnadyr si precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve, ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.
Sollecitavamo lʼarrivo dellʼalba per metterci alla ricerca del casolare indicato.
Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito dʼitterizia si avventurò allʼorizzonte.
Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la tenda a qualche pilastro di ghiaccio—non vi erano più alberi—, ed accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo, ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più rare.
Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio vi erano calde ancora: il che significava che lʼabitante era assente, o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro, arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della nostra presenza: Metek le rassicurò. Lʼuomo loro cacciava, e non arriverebbe che a sera. Vicino alla yurtastavano due piccole slitte. Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse vedute da noi qualche giorno innanzi.
Volendo ad ogni costo parlare allʼabitante di quel luogo, cacciammo, aspettando lʼora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade. Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li cacciai sotto la neve, che assorbì lʼumidità e me li rese secchi come se uscissero di un forno.
Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che lʼindigeno dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del tabacco di Tsciukscia, fortissimo, o dellʼacquavite di cui noi mancavamo affatto. Eʼ non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnorse, vale a dire ad 800 verste allʼovest. Lʼindomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi due la vigilia.
Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il Tsciukstcia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume. Ora, noi avevamo cani e fucili. Lʼindigeno cacciava colla picca, colle frecce,e venne armato del suobatase—una lama di ferro in cima di una lunga asta.
Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta, tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio. Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi giunse allʼorecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.
—Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata al suolo.
Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, eʼ si raddrizzò, e si scagliò sopra di me, collabatasealla mano. Era stato ferito alla guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io rinculai fuori della tenda, ed afferrai lʼaccetta. Avevo il fucile: avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come avevo fatto dellʼorso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo; ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il selvaggio aveva il vantaggio dellʼarma, io quello della ginnasticae della scherma. Per buona ventura, eʼ non si avvisò di servirsi del revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara uscì, e gridò:
—Guárdati, guárdati!
Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi ilbatasenel ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio in due, e lo rovesciò fulminato.
Metek sopraggiunse.
Voi comprendete il resto.
Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e della slitta dellʼindigeno.
Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa. Unʼaurora boreale ci aiutò a tirarci dal letto dellʼAnadyr, per evitare lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.
Il resto del viaggio si compiè senza accidenti umani, ma le difficoltà naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo allʼimboccatura della Krusnaia, uno degli affluenti dellʼAnadyr, a 300 verste dal mare.
Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre più selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo scioglimento dei ghiacci?
Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilità, considerati tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al filo, ove lʼAnadyr cessa di essere fiumee diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti, eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia-Onkiloni, Tsciuktscias sedentari, mentre i nomadi, i Tsciuktscias a renne, sono accampati nella parte montagnosa della contrada, al nord-ovest del mar Glaciale.
Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada, piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando il deserto?
Per le seguenti principalmente:
Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati; arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilità di salvamento: o traversando durante lʼinverno, in slitta, gli ottantaquattro chilometri che separano lʼAsia dallʼAmerica, il capo Orientale dal capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo stretto durante lʼestate, approdare allʼisola delle Spezie, e recarmi di là nellʼAmerica russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca della morsa, dellʼorso bianco, del vitello marino e della balena, abbondantissimi in queʼ paraggi alla rottura dei ghiacci.
Questa parte della costa nord-est dellʼAsia è più popolata, precisamente perchè gli anfibi e le balene la frequentano di più.
Avrei potuto avventurarmi nellʼAmerica russa e nelle regioni dai Samoiedi, quando lʼavessi voluto, in due giorni; ma ciò era quello che mi conveniva meno. La mia speranza era proprio dʼinstallarmi abordo di una baleniera e di toccare così un porto dellʼArcipelago del re Giorgio, dellʼArcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk, nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare di Hudson, allʼisola Vancouver, o infine in un porto del territorio di Washington.
Le tribù del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza possibile. Quindi mi stabilii nellʼinterno delle terre, non lontano dal fiume, per aspettare il mese di giugno e lʼarrivo delle baleniere. Se questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.
Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente, leccando il muschio o scavando il lichene, questʼultimo dei vegetali che copre lʼultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di fame. Il più prezioso e il più raro oggetto del nostro mantenimento però era il legno. Lʼho detto: non incontravamo più selve; bisognava andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano persino dalle coste di America.
Metek ritornò dopo sei giorni di assenza, seguìto da un Kamakay, il capo di una tribù di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche, confermate, del resto, dalla mia posizione.Egli aveva detto loro che io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io era un inviato delloCzar bianco; che i ladri ci avevano spogliati delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare il paesaggio di queste coste desolate.
Ora, eʼ non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi ad assicurarsi coi loro occhi della verità del racconto di Metek. Il Kamakay si chiamava Ethel.
Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, nè esporli a rinnovare lʼattentato infame che avevo punito, ricevei i miei visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.
Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da terrore: mi prese per unosciaman, che gli gittasse un sortilegio. Lo rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda più larga in pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io glʼindicherei bentosto. Ethel sembrò incantato del negozio. E se ne andò quasi in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco,figlio del sole, non potendo recarsi in quelle contrade, voleva averele immagini dei Kamakay suoi amici, e chʼessi tutti passerebbero sotto gli occhi dello Czar, il quale manderebbe ad ognuno dʼessi un Kamley in panno rosso.
Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.
I balenieri visitavano queʼ paraggi molto irregolarmente, nè ogni anno, nè ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra altre coste decidevano dei loro viaggi.
Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra dellʼAnadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un poʼ di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi nellʼincognito dellʼAmerica russa se non allʼultimo estremo.
Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo, verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi-Kamen, tra la baia di Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivanoPaulowski—a circaquattordici mila chilometrida Varsavia!
La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza a picco. Esso formava una dalle pareti del burrone, ove si slancia, di roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante. Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sullʼaltro versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al torrente, si abbelliva nellʼestate di piante, e di poche bacche di un verde-giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule delprotococcuscominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in partite di piacere. Vi si pescava un poʼ losterlet, lanelma, ilmauksunee lotscir—tutti grossi pesci della specie della trota e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano la state a raccogliere un poʼ di frutti delvacietdi montagna, quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa dellamakarcha, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.
Io non era lontano dalla costa, ove sʼincontrava qualchecasipola di rifugioper i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del mare e darmiai miei studii topografici. Potevo andare alla caccia dellʼisatis bianco o turchino, dellʼorso bianco, dellʼargali, della volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù degli uccelli viaggiatori edacquatici, e dei quadrupedi che fuggivano innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciavano un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.
Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io non avevo a passar lʼinverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Machi sa?Dʼaltronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.
Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara allʼaccampamento ed ero partito con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia dellʼorso bianco e della foca. Lʼaria sembrava pura; ma eravamo appena in cammino che il vento nord-ovest ci scatenò su un nebbione denso e nero come il fumo, chiamatomorok. Noi non vedevamo il compagno assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano dʼistinto. Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud-est, e come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.
Era il mare?
Figuratevi la Svizzera vista dallʼalto di un pallone aerostatico, a mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove spazialʼaquila, ed avrete appena unʼidea di quel magico spettacolo. Dei milioni di guglie dʼogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dellʼaria! Un campo interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di minareti! Qui la forma dellʼorso, dellʼelefante, più giù la forma del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei mostri della primavera del mondo—i mammuth, i pterodattili, gli archeopterix, glʼichtyosauri—tutta una creazione di delirio ammalato. Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi; un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo ditorosedi formazione recente—è questo il nome dei blocchi di ghiaccio—avendo ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una spalancatapolinas—crepaccio—che li inghiotte lʼuno dopo lʼaltro. Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno allʼincontro lʼuna dellʼaltra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono, sʼinabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, unseguito di balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai per schizzare un abbozzo e, quel giorno lì non volli andare più lontano.
Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad unʼora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, unʼoukhasucculenta ditsciralla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di balena.
Percorrendo iltundras, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva trovato unasayba—o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di pietre—contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano gli indigeni....
Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.
La miseria deglʼindigeni della Siberia, ho potuto constatarlo, è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma lʼimprevidenza, lʼinesperienza, lo spirito di fatalismo, lʼincapacità dellʼuomo, vi contribuiscono largamente. «Non si evita ciò che deveessere»! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto, lʼagilità, la volontà, lʼenergia, lʼingegnosità europea, ei faceva miracoli.
Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume; egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo, al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e le strappavamo di che vivere. La caccia dellʼargali, della renna, dellʼorso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le achilleemillefolium, spuntavano di già. Di già si intravedeva il graziosocornilletdai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì che la radice delboursaultrampante era un eccellente condimento alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con un cavolo marino—crambe maritima—che ci dette unstchi, o zuppa saporitissima. Prevedendo lʼignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma la fusione dei ghiacci cominciò per bene.
Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla moda deglʼindigeni,aveva accomodate dʼogni banda, cifrandole con un segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio, lʼimmobilità, lʼuniformità maestosa e religiosa che sʼincontra per migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dallʼaltra banda, era lʼOceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era lʼebbrietà vertiginosa della vita.
A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve eterna, o niellati di fili di argento brunito—i ruscelli. Il sole lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve, la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole nevose, che impregnavano lʼaria, lanciavano sul fondo vaporoso una miriade dʼarchi-baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava il paesaggio. Lʼeco dei baratri ripercoteva gli urli del vento. La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano, turbinavano, davano lʼassalto al cielo. Di fronte era lʼOceano che rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, sʼincontravano e si precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua schiuma furibonda; ma poco dopo eʼ risaliva a galla, lordo di limo verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al contatto dei fondi desolati. Lʼimmensa stesa immobileentrava, a sua volta, anchʼessa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava, si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva, polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un poʼ sul ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva dallʼasfissia. Lʼorso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dellʼonda, sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e gittassero lungi di fuori le montagne che correvano lʼuna sullʼaltra.
Il sole restava adesso in permanenza allʼorizzonte—per cinquanta giorni—ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne abbagliati. Verso lʼora che doveva essere la notte, esso si abbassava un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sullʼorizzonte, tanto più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un sorriso fecondo.
Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.
Ma la state non è un beneficio per il regno animale, uomo e bestie; imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura, oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto deidimokur, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato del vento, e rinunziare così allʼincanto della luce pura, dellʼaria fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.
Glʼindigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della morsa.
Infrattanto la stagione avanzava. Lʼora della speranza, e lʼagonia che essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoiice-bergso torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma lʼazzurro dei fiotti rivaleggiava con quello del cielo, lʼacqua ribolliva, saltava, fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della slitta.
Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!
Ecco il mese di agosto: e non un baleniere!—
Abbrevio.
Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansietà spasmodica che, per quaranta giorni, oscurò le nostre veglie e popolò di fantasimi il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle venture le meno lugubri il ritorno a Yakutsk,vale a dire, il disonore per Cesara e per me la morte sotto lo knut.
I progetti del nostro salvamento sʼincrociavano: approdare allʼAmerica Russa ed andare incontro allʼincognito dei Samoiedi; risalire lʼAnadyr, traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di là, come Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello stretto di Behring ed attendere lʼanno prossimo; o recarci nellʼAmerica russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie... Tutto ciò era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a traversare lo Stretto in unabaydaraindigena, barca costrutta di costole di balena e pelli di foca, ed approdare più al sud che potessi del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici, contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un poʼ di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare. I nostri sguardi non si distaccavano più dal mare. La mia vista aveva acquistata unʼacuità incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta dʼombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava lʼanima. Io cominciavo a dubitare dellʼintervento divino nella vita del mondo, che la mia religione insegnavami.
—Bontà di Dio! Misericordia eterna! Lʼè una nuvola? Lʼè una vela? Lʼè un punto nero! No: lʼè una delle tre isole dello Stretto! No: lʼè un masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....
Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi nuotavano in lagrime di gioia. Lʼera una nave....
Io distinguevo la bandiera.
—No, non è la bandiera russa. È dessa inglese, olandese, americana? Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!
Sì, era un brick di guerra degli Stati-Uniti che bordeggiava al vento per entrar nella baia. Esso aveva seguìto la costa delle isole Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le trattative della cessione dellʼAmerica russa agli Stati-Uniti, erano cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.
Unʼora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava al capitano dellʼOcean-Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dellʼequipaggio. Un deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!
Unʼora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa erano orrendi!
Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar lʼinverno fra glʼindigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti, che frequentano questafiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto: provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento rubli in oro che mi restavano.
Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera, nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata dalle poste russe...
Sposai Cesara a New-York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e da... mio fratello!