— Eccoli!... Eccoli!...
— Eccoli!... Eccoli!...
Il grido passò sommesso, di bocca in bocca, fra i superstiti schiacciati alla terra, nei loro ripari. Erano presso i loro morti, sublimemente impietriti nell’ordine della battaglia.
— Eccoli!... Eccoli!...
Sbucavano tutt’intorno, sorgevano balzando, guizzando, strisciando come se la terra li partorisse in un subito prodigio.
Alle spalle, ai fianchi, di fronte, da ogni siepe, da ogni viottola, da dietro le basse case, dalle norie con le loro braccia spettrali, dagli intrichi dei cacti e degli ulivi, dalle cavernose cisterne, ovunque fosse un riparo, in rivoli esigui o in fiotti improvvisi sopravvenivano tempestando.
Si chiudeva su gli sperduti un cerchio di urla e di fuoco.
Era un immenso rimuoversi di figure ammantate, una caotica miseria riversata a morte e a bottino, un muggire d’insaziata bramosia fanatizzante.
C’era, nell’aria accesa su quel coro formidabile, c’era nel sole africano l’immensa ombra di un Dio. L’eredità di Javet pesava sul’orda dei pastori del deserto. Innanzi alla loro fame e alla loro morte regnava tale volontà divina. Nè un cuore era diverso dall’altro sotto tale afflato possente, nè la vita dalla vita, nè il pensiero dal pensiero.
Essi vedevano i cieli: la loro barbarie ne era delirante, la loro asprezza rindurita. Ciascuno sapeva di superare un tetro destino, combattendo, e ciascuno urlava sopra possa come per farsi intendere dall’Invisibile che sovrastava.
Erano duemila e più, un’orda incomposta e irruenta. E i superstiti non vedevano facce umane, ma stravolti ceffi e occhi di belva. E attendevano. Poco più oltre un altro gruppo esiguo sparava tuttavia. Ancora bastavano i radi colpi degli sparsi eroi a tenere in rispetto l’ondeggiante massa. Ma l’epica lotta dei piccoli soldati grigi si accostava al suo termine. Troppo incalzava l’infuriare nemico. La voce della vittoria sconfinava balenando, sì che sempre aumentava la moltitudine orrenda.
S’era sperato invano in un possibile aiuto. Due staffette spedite al Comando non erano tornate. L’oasi era tutta un agguato. Morti i condottieri, l’uno dopo l’altro, senza indietreggiare, divinamente impassibili nel nome d’Italia, l’esiguo avanzo non si arrendeva tuttavia.
Proni nel campo del loro olocausto, non sentivano ormai se non l’orgoglio della loro razza che li faceva prodi, irraggiando il pallore delle giovani fronti.
Erano muti, contratti nello spasimo. Se la loro volontà avesse potuto armarsi di acciaio, non era turbine che l’avesse doma.
Si conoscevano per nome; si sapevano come l’acqua e la terra; s’eran conti: erano quindici. Ma Giacomo Banti, l’uomo dell’Alpe, già rantolava bocconi.
Frattanto i guidati dal Dio guerriero si stringevano sempre più da presso.
Venivan di Tagiura, di Tarhuna, di Gariana, erano i cacciatori di gazzelle, i cammellieri, i guidatori di carovane, gli scarni pastori delle steppe, tutto il popolo nomade cantato dai poeti d’Israele.
Una bieca massa guidata da una fede guerriera. Gli schiavi neri, i giganti del Sudan venivano innanzi come una muda di cani, accesi dal loro sguattìo, in una serra continua. Cadevano, si rinnovavano. Gittavan l’anima come la veste lacera raccolta su la loro magrezza. Si vedevano piombar di traverso, inarcarsi di un subito in un urlo atroce, le braccia arrancanti a vuoto, e morire.
Ma che era mai un negro cane? La masnada turchesca, al riparo, li sospingeva a staffile ed essi andavano ebeti di sgomento. Frotta su frotta, muda su muda, sguinzagliati, affamati, orrendi. Giungevano al punto colpito fra Sciara-Sciat e Sciara-Zauiet, fra il mare e una cubba. Facevano forza d’impeto incuneandosi ovunque, cadendo e risorgendo, duri nella cotenna come il cinghiale; senza dolore. Stipati, apparivano escomparivano in un balenio continuo; si acquattavano come la iena, con occhi lustrenti; davano un balzo, ricomparivano. E più dietro era la fosca genia dei deserti: l’arabo bestia.
Per mille facce stravolte, strette nel fasciame delle luride bende, null’altro appariva se non il riverbero di mill’anime fosche come le coltella.
Qualcuno, per le sgangherate mascelle strideva; qualche altro, fra la moltitudine briaca, correva a furore deliberato a morire per la sfrenata sua libidine; altri s’incitava in Allah; altri spasimava di furia e d’ardore.
— “Combattete gli infedeli finchè non ne abbiate fatto carnaio....„
“Coloro che morranno per la fede non morranno....„
Essi non sapevano che la loro fame e tali parole, incruditi nell’obliqua barbarie, simili allo sciacallo irsuto, vili e tremendi.
Ma i pochi superstiti erano come l’ancudine che percossa e straziata e maledetta rimane salda e piana senza commovimento che appaia.
Altri tre erano caduti. Giacomo Banti rantolava in disparte nella sua smisurata sofferenza. Poi qualcuno, che aveva il color della morte si volse a mormorare:
— Non ho più cartucce!
Non gli risposero.
I colpi si facevano sempre più radi, mentre moltiplicava ovunque la furia degli assalti.
La rovina era prossima. Ciascuno la sentiva giganteggiare e guardava il compagno negli occhi comunicandogli il brivido disceso in lui come dal mondo del mistero. A volta a volta abbassavano il fucile. Soli Blesimme e Giannettasio sparavan tuttavia dal loro solco sanguigno.
Un velo tenue di fumo passava sui volti intenti. L’ora era prossima.
Di lontano giunse un urlo acutissimo; una voce tragica acclamò:
— Italia!... Italia!...
Si spense. Fu un baleno. Non si udì più nulla. Qualcuno era morto nel grido sublime, gittando l’anima eroica incontro al destino della Patria.
Non permase se non lo sguattìo dell’orda incomposta.
A un tratto Blesimme bestemmiò afferrando il fucile per la canna, e Giannettasio, cupo in volto, si rivolse a dire:
—Mo’ ce semo!....
Si strinsero più da presso, si guardarono in fondo alle pupille dilatate; cercaron, fra loro, quell’uno che avesse una volontà da imporre.
Giannettasio li raccolse intorno a sè. Erano dodici. Tutti risposero al cenno del più forte.
Ma il loro improvviso rimuoversi attirò una tempesta di colpi. Altri due giacquero bocconi, poi un altro. Non furon che nove. La ressa divenne furiosa; si chiuse su di loro come la morsa e la tomba.
Gli assalitori erano a dieci passi forse; eranoa faccia a faccia. In quel punto Blesimme si scagliò contro la moltitudine obliqua; si aprì un varco, cadde, risorse, avanzò. La morte lo scansava. Nulla di vulnerabile era nella sua piccola persona salcigna.
Si vide l’arme sua turbinare per buon tratto finchè, angosciato da cento ferite, non schiantò in un urlo, rendendo l’anima purpurea.
Allora i morituri si levarono.
In quel ch’essi apparvero, schierati di fronte, l’orda sostò.
La fierezza degli inermi valse il prodigio. Stavano essi senza gesto, senza voce, senza un guizzo sul volto impietrito.
Ebbero, in quell’attimo, dal loro ceppo millenne la forza che attraversa i secoli. L’anima loro fermò i lupi, li tenne a dominio. Morire è, a volte, dominare. La rossa ferocia, sopraffacendo gli ultimi superstiti, segnava la sua schiavitù, non vinceva. La forza di tutta una stirpe fu nella faccia degli ultimi vivi e i bruti ne sentirono la divina grandezza.
*
Camminaron diritti. Giannettasio andava innanzi. Colpito non fiatò, urtato, calpestato, non emise un suono dalle labbra sigillate su la sua fierezza. Solo ad un punto, poichè un nero cialtronegli si parò dinanzi e lo colpì sulle guance, si protese e gli sputò su la faccia.
Camminaron diritti, gli occhi fissi al loro cammino, ma non videro il paese che attraversarono. Tutto era estraneo intorno e ignoto, in un unico mistero: gli uomini, gli alberi le case, la morte! Tutto era fuso e confuso nell’ombra immensa che stava per inghiottirli. Si sentivano esuli dalla vita, distaccati da ogni cosa fittizia, prossimi all’eternità.
Erano ignudi, tutti ignudi, dalle spalle alle calcagna e lividi di battiture. Cento mani avide s’erano azzuffate a strappar loro di dosso le armi, i panni mentre eran tratti verso il folto dell’oasi.
Ora il sole volgeva al suo mancare. Incontrarono altri gruppi d’armati; e donne e fanciulle, ma non un volto pietoso. Una vecchia dalla voce stridente come l’arpione arrugginito, floscia ed orrenda, si trascinò innanzi a percuoterli di una sua mazza ferrata. I fanciulli gettaron loro sotto i piedi foglie spinose di fichidindia.
Giulio Volpi era fatto guercio, e per l’occhio abbacinato sanguinava; Vincenzo Asciani aveva trapassata una spalla da parte a parte; Lorenzo Ippoliti mostrava, dalle labbra socchiuse, i denti frantumati e le gengive rossigne. E non fiatavano. Ciascuno guatò il suo dolore con occhi fermi, con anima pura e tenace. Nè la folle paura potè sommuoverli. Fra la viltà della lurida accozzaglia mussulmana compirono così il duro transito.
Ed ecco che giunsero ad una casa presso una radura e a fianco della casa sorgeva un recinto. L’orda si soffermò sul luogo. Gli anziani si fecero innanzi e si raccolsero a disputare.
Il consiglio fu breve. Poi che la decisione fu presa, vennero sospinti ad uno ad uno in un andito e dall’andito in un cortile sul quale si aprivano tenebrose stanze.
Gli armati fecero ressa dietro loro e l’opera parve volgesse al suo fine, ma non finì, chè in quel ch’essi attendevano, legati e avvinti mani e piedi per solide ritorte, ecco che si udì un grand’urlo e un rintronar rapido di scoppi, e il rumor di una corsa anelante. Di repente il cortile si sgombrò e le vicinanze furon deserte.
Gli otto martiri erano soli.
Fatto che fu il silenzio, interrotto da un cupo rimbombo lontano, Giannettasio levò il capo che aveva tenuto inchino fino allora, e gli occhi suoi d’aquila guizzarono d’un bagliore selvaggio. Egli era stretto ad un palo, nel mezzo del “patio„, presso la bocca di una cisterna. Levò il capo e la faccia grifagna, angusta e forte, fra gli irsuti capelli e le mascelle quadrate e fra zigomo e zigomo. I denti suoi stridettero, un respiro grande gli sollevò il petto e le costole rade sotto la pelle livida. I compagni lo guardavano. Girò intorno la faccia, aggrottata, nella suprema angustia, come chi fiuta l’agguato, e gli occhi, di sotto l’osso frontale, incupiti d’ombra e di ardoree di fosca furia, frugarono ovunque. Non si udiva che il rombo della battaglia lontana.
Allora il corpo di lui si contrasse, si divincolò, si distese, si ripiegò scattando. Il giuoco dei muscoli tentò e ritentò invano le solide ritorte; nè gli strappi, nè le tensioni violente ottennero risultato. L’arabo cane aveva ben saputa l’arte dei nodi.
Più forzava e più si macerava le carni ignude; ma non era egli di natura sgomenta e la sua pervicacia si rinsaldava nella furia. Disperare è morire. Così come più si incanì dibattendosi, s’addiede ad un punto che il nodo che gli serrava le braccia, gli era salito su per il petto fin presso il collo. Allora di repente abbattè il capo su la corda, l’addentò, la forzò, la scrollò squassando, contratto nello spasimo sovrumano. Il collo s’inturgidì, la faccia s’invermigliò fino agli occhi, tutta di fiamma, di sangue e di furore, in un aspetto terribile, disumanata.
Apparve stravolta, irriconoscibile, come quella della follia e dell’agonia.
La vita vi ruggiva spasimando e affannando in tutta l’impetuosa sua violenza.
Poi, di un subito quella faccia si levò con stretto fra i solidi denti l’un capo della corda e non è più chiarore nel volto del meriggio di quello che non ne passasse in quegli occhi.
I compagni tremavano nell’attesa. Ecco le braccia eran libere, ecco era libero il torso, ecco ilbreve grido di spasimo rinforzava, si spegneva, riprendeva; ecco ecco i legami cedevano, si scioglievano, si afflosciano abbandonati. L’uomo balzò libero nel “patio„ e fece per lanciarsi all’uscita; ma allora udì egli l’urlo straziante dei sette compagni avvinti:
— Giannettasio!... Giannettasio!...
Udì e ne tremò per tutto il corpo.
— Giannettasio!... Giannettasio!...
E l’anima sua non gli concesse la viltà della fuga. Si gettò sul più prossimo, e già, dato mano ai nodi, due ne aveva disciolti, quando riudì la moltitudine vicina, sempre più vicina d’attimo in attimo, nella rapidità della morte.
— Giannettasio!...
—Zittete per Cristo!
— Vengono!...
—Mo’ ci accidono!...
— Giannettasio! Giannettasio!...
Balzò presso la porta, si acquattò, strisciò, vide. Allora stravolto e smarrito si volse intorno senza più capire, schiavo del suo sangue. Nulla più udì se non la cupa voce del suo sangue e, superato di un balzo un muro, scomparve.
Lo seguì una gran voce di pianto.
Poi i tormentatori tornarono all’opera loro e l’uomo fuggiva ed udiva, fuggiva ed udiva, rabbrividendo, l’urlo orribile degli straziati. Ad un tratto sostò. Il figlio di Roma sentì la sua buona razza e quando i bianchi morituri erano per finire, un uomo ignudo apparve su l’alto delmuro di cinta, contro il cielo. Brandiva un fucile. E la vigliacca ciurmaglia, una volta ancora, tremò per uno solo che aveva il cuore di una razza titanica.
Tremò e sette ne cadder supini innanzi che l’apparso, trapassato più volte, non ripiombasse nell’ombra dalla quale era sorto.
Ora questo ho narrato, che è la verità, perchè qualcuno ricordi.