Tutto chiuso nella sua fiera amarezza, da anni ed anni non aveva partecipato alle cose del mondo, esule volontario da una vita che era caduta in troppa miseria perchè potesse intenderla o tollerarla.
Tutto chiuso nella sua fiera amarezza, da anni ed anni non aveva partecipato alle cose del mondo, esule volontario da una vita che era caduta in troppa miseria perchè potesse intenderla o tollerarla.
E come la sua voce sarebbe stata vana, e gli atti suoi sarebbero stati derisi dalla bruta incoscienza e dal cinismo, e dalla scettica bestialità di una gente senz’anima e senza grandezza, aveva scelto la solitudine che non s’adombra e si avvicina alla morte nel suo tranquillo silenzio.
Come una vetta aspra ed una torre per deserti si era isolato nell’anima sua sola, chiuso in sè a guisa del monte nell’ombra notturna e della terra nel mistero.
Era sorto da natura come l’albero ricco e la fonte che nulla vuole pur di traboccare in letizia. Il cielo si era rispecchiato in lui e la virtù del sole. Aveva amato per donarsi, aveva sofferto per la grandezza di un sogno. Era tuttavia di coloro che non sanno misurare la loro azione all’utile immediato; nè calcolano, nel tempo,personali vantaggi, ma sentono la vita come una gloria d’amore e di sacrificio.
E gli anni e le nuove coscienze lo avevano fatto solitario.
Viveva nella sua casa antica come il falconello su la rupe e non sapeva che l’avvicendarsi dei giorni e il trascorrere delle stagioni.
Si era fatto come le cose impassibili sotto il sole che non si smuovono nei tempi se non per morire. Ma in quel suo silenzio la passione sua si affinava, sempre giovine oltre gli anni suoi ch’eran molti, sempre viva oltre l’apparente morte di ogni sua attività mentale. Si adora Iddio come si adora la patria, e l’uno e l’altra sentono la grandezza delle anime che li elessero. Nascono e si formano di amore. Sono la morte e la vita e l’oltre. La compagine del gregge sperduto.
Conviene saper morire per il proprio sogno. Questa sola cosa è bella e profittevole sotto il sole.
Ed egli amava e moriva. Amava e moriva come un cenobita austero, chiuso e sepolto nella propria visione.
Si era appartato per non maledire. Lo chiamavano Pietro l’eremita, ma senza scherno. Certe figure, certi uomini s’impongono oltre ogni scetticismo per una loro forza morale che s’avverte a distanza, che è come il raggio e lo splendore.
Di lui tacevano. Nessuno osava dirne cosa che non fosse a rispetto. La malignità si ammantavadi fronte al nome suo ed ogni miseria illividiva impossente. Era stato diritto come l’antenna, sempre, e nulla poteva adombrarlo: nè l’alito della moltitudine, nè la mala arte dei roditori. E i roditori sentivano in Pietro Aresu un nemico imponderabile: troppo più grande di loro e troppo lontano.
La gente amava il silenzio di quell’uomo e non avrebbe tollerato che altri lo turbasse. L’inconscia necessità della fede, negli anni in cui ogni fede dispariva, saliva a lui, senza parola. Tutti gli uomini col loro effimero nome, anche quelli che pareva non sapessero altro nel mondo se non la mensa ed il letto, sentivano ch’egli era più in alto, fra loro. Questo avveniva tacitamente. È legge che la quercia giganteggi fra gli alberi. Pietro Aresu aveva in sè e nel suo sdegno alcunchè di santo e di gigantesco. E la sua grandezza non umiliava.
*
Declinava il sole sull’orto. Quattro alberi, dietro un rosso muro, ne avevan d’oro le foglie. E il sereno era profondo.
Il vecchio Aresu guardava la terra lavorata, appoggiato alla sua vanga. Suonava vespro. Scarse nubi crocee venavano il cielo; l’accendevano di ardore e di languore. Lontanamente, fra glialberi forti, spuntava la rossa guglia di un campanile e su quello e su gli alberi e sui muri e su tutta la campagna discendeva l’ardore ed il languore delle nubi altissime.
Una voce chiamò:
— Pietro Aresu?
Il gran vecchio si volse ed il suo volto apparve nella luce rossigna, inquadrato fra la barba bianca ed i capelli candidi. Corrugò le ciglia a guardare. Assunta Rosa giungeva per il mezzo dell’orto a gran passi. L’attese senza far parola. E quella ansava arrancando:
— Pietro Aresu non mi senti?
— Che vuoi?
— Mastro Giachi ti cerca. Si è fermato sulla porta.
Pietro Aresu riprese la vanga.
— Ebbene? — domandò Assunta Rosa. — Non rispondi?
— Che vuoi?
— Mastro Giachi....
— Non ricordi ciò che devi fare?
— Mi ha scongiurato perchè dice....
— Nulla!...
— Non lo vuoi vedere?
— No!
Assunta Rosa torse il grembiule fra le rosse mani, arrossì per la rabbia repressa, ma non si dette per vinta.
— Si fora la montagna ma non te!
Il vecchio vangava e pareva non udisse.
La faccia di lui era china sulla terra e così il gran torso muscoloso.
— Nessuno ti parlerà mai, allora?
La vanga picchiava sodo, ritmicamente, e il colpo risuonava secco nel primo silenzio dell’ombra.
— Ma sai ciò che deve dirti?... — riprese la donna ostinata.
— No!
— Voleva parlarti di....
— Basta!
E questa volta anche Assunta Rosa tacque. Guardò Pietro Aresu in tralice. Riprese il sentiero fra le aiuole.
— Per me, potresti morir di silenzio! — brontolò.
Due volte ancora si volse e ristette in forse se ritentare la prova, ma ambo le volte scrollò il capo, sfiduciata.
Scomparve fra le macchie, vicino alla casa, e tutto fu quieto.
Pietro Aresu continuava l’opera sua ritmica, in pace.
Il sole radente discendeva dietro due grandi roveri e un muro di cinta. Lo aveva in faccia, come uno specchio. E il tramonto distendeva nell’aria il suo velo di ametista. C’era, alle soglie del cielo, una soavità accorante.
Il vecchio non levò il volto. Voleva compiere l’opera che si era prefissa, curvo sul suo solco, oltre il morir del sole.
E taceva, grande e nero contro l’irradiato cielo, in un campo di bagliore spoglio di rami e di mura, allorchè udì nell’orto di Giovanni Arbìa un sussurrare improvviso, poi una voce si levò chiara e chiamò:
— Pietro Aresu?
Si appoggiò sulla vanga e volse la faccia verso il muro di cinta. Chiese:
— Chi sei?
— Sono mastro Giachi e debbo dirti che Valerio è ritornato!
— Chi?
— Valerio tuo!
Pietro Aresu ebbe un sussulto violento ma non parlò.
— Che debbo dirgli? — riprese mastro Giachi.
— Digli che viva in pace.
— Non vuoi vederlo?
Passò un silenzio e il vecchio rispose:
— No!
— E tuo nipote?
Pietro Aresu levò gli occhi oltre il muro di cinta quasi che le parole di mastro Giachi avessero dovuto materiarsi d’improvviso nella forma del giovinetto. Chiese:
— Dov’è?
Si udì un mormorio e qualche parola monca, poi si vide il termine di una scala a piuoli appoggiata al muro di cinta.
In quel punto il sole rotondo si spegneva nell’aria, più presso il suo termine estremo.
Il vecchio non mutò aspetto nè luogo. Era diritto su la terra nera, appoggiato alla sua vanga.
E qualcosa si agitò nell’aria. Si udì un fruscìo di rami smossi, come un frullo di voli da un albero; poi, nella zona pallida del cielo, apparve, oltre il muro di cinta, un capo ricciuto e un volto, chiaro di due grandi occhi commossi. Era una faccia pallida e fiera di giovinetto. Tutto il torso apparve e il sole era già su la terra.
Si guardarono senza profferire parola, gli occhi negli occhi.
Nè si udì suono che turbasse quel silenzio.
Poi Pietro Aresu si avvicinò di qualche passo:
— Quando sei arrivato?
— Ieri sera, nonno!
— E dove stai?
— In casa di mastro Giachi.
— Domani verrai da me?
— Verrò!
Assunta Rosa, che era ricomparsa nell’orto, si stringeva le mani e aveva il volto raggiante.
Il vecchio chinò il capo. Riprese:
— Di’ a tuo padre che la mia casa è tua! Addio!
— Grazie, nonno!
E come il giovinetto scomparve, Pietro Aresu ritornò alla sua fatica.
Si aprivano le strade degli astri.
*
Lo accolse su la soglia. Gli tese le grandi mani nerborute. Gli disse:
— Ti aspettavo!
Poi lo condusse per la casa, e per l’orto; gli mostrò ogni cosa sua, tranquillamente, parlando piano.
Assunta Rosa li seguiva passo passo senza fiatare.
— È una casa vecchia, ti adatterai!
E l’Assunta:
— Siamo poveri!
— Abbiamo quanto ci basta! — ribattè il vecchio e riprese: — Ma tu cosa conti di fare?
— Compirò i miei studi in Italia.
— E tuo padre?
— Riparte domani.
Pietro Aresu chinò la fronte aggrottata e non aggiunse parola. Compirono ben presto il giro della casa antica; passarono dalle soffitte al pianterreno fino alla stanza che avevano destinata al nuovo ospite. Era una cameretta luminosa che si apriva sul brolo. Un tavolo, un canterale, un letto e una sedia ne compivano l’arredamento. C’era una austerità monastica e una grande freschezza, proveniente forse dalle bianche pareti, dalla luce bionda, da un’anima ignota e presente.Non era nata là dentro qualche gaiezza improvvisa? Non v’era trascorsa una di quelle giovinezze irruente che lasciano una eco interminata nel mondo?
Sul tavolo, in un vaso verde, deliziosamente goffo, erano strette in un gran mazzo pomposo tutte le violacciocche del giardino e odoravan soave.
Giovannello le guardò e sorrise ed anche Assunta Rosa, che non gli distaccava mai gli occhi dal viso, sorrise e disse: ed eran le sue prime parole:
— Mi scuserai.... sono brutte!
La sua voce era così umile e dolce, tanto buona e sommessa che Giovannello non seppe rispondere.
Altri fiori erano sul canterale e, in un angolo, innanzi a un’immagine stinta, ardeva un lumicino tanto esile e pallido che pareva cercasse tutta l’ombra della stanza per non morire.
Quando gli occhi di Giovannello si volsero a quella parte, Assunta Rosa gli si accostò e piano piano, a voce tremante, che temeva non l’udisse il fratello, chiese a pena:
— Ci credi alla Madonna?
Il giovine non volle offendere quella trepida fede, quella timidezza d’amore e rispose:
— Sì!
Allora si sentì stringere forte una mano.
Se ne andarono in silenzio. Si sentivano già vicini come se gli anni della lontananza nonfossero stati mai e il loro cuore colmasse in un attimo tutta la vastità del tempo; ma un turbamento era fra loro, un disagio continuo e inespresso che li faceva chinar gli occhi a quando a quando e troncava a mezzo certe parole che avrebbero voluto andar oltre ed oltre.
— Rimani a pranzo con noi?
— Il babbo parte domani!
Gli occhi di Assunta Rosa passarono rapidi dal pallido volto del giovine a quello del vecchio, ma la cosa che avrebbe voluto dire le si spense in gola.
— Quando verrai?
— Domani sera.
— Sta bene.
E nient’altro? si diceva Assunta Rosa; ma era tanto difficile adunque aprir le braccia ad una creatura?
Tacevano in imbarazzo. Erano sul limite dell’orto. Giovannello si guardava intorno; aveva gli occhi smarriti; era pallido un poco.
Assunta Rosa sentiva che si sarebbe inginocchiata innanzi a lui.
Ma l’altro?... l’altro?... E lo guardava e avrebbe voluto mettergli nell’anima quella sua commozione perchè si destasse, perchè parlasse a un tratto tutte le parole represse in vent’anni.
Pietro Aresu non mutava volto. Era chiuso in sè, serrato nella sua solitudine sdegnosa.
Nell’equilibrio del suo giudicare tutto era valutato con freddezza. Era vano cedere a unasubita commozione per rinnovare inutilmente uno stato penoso e intollerabile.
Se Valerio era mutato da quello di un tempo, nulla gli vietava la soglia varcata. Chiamarlo per ritrovarsi all’antico contrasto amarissimo era voler inacerbire un inutile dolore. E la ragione gli stava innanzi impassibile, in quel punto periglioso.
Giovannello disse:
— Allora, nonno.... se tu non vuoi.... vado....
Pietro Aresu levò gli occhi in volto al nipote e chiese con voce dolce e ferma:
— Che cosa non voglio?
Il giovine taceva.
— Parla, figliuolo! Ciò che si è detto vale la nostra fede e il nostro coraggio; ciò che si nasconde è sempre vile!
Giovannello levò la fronte serena e disse:
— Mi sarebbe piaciuto che oggi ci fossimo stati tutti, qui!
— Ha ragione! — sussurrò Assunta Rosa.
— Che ti ha detto tuo padre?
— Nulla!
— Sei tu solo che desideri questo?
— E tu, no?
— Rispondimi chiaro: sei tu solo?
— Sì, sono io solo!
— Tuo padre non ti ha parlato?
— No!
Pietro Aresu chinò gli occhi. Disse:
— Nulla è mutato!... Va!... È giusto che tustia con lui prima ch’egli parta! Ci vedremo domani!
Assunta Rosa si portò il grembiale agli occhi, ma non fiatò. Nulla era mutato! Sarebber morti così come due estranei, l’uno lontano dall’altro, come se non fossero stati dello stesso sangue, sorti da un solo ceppo, nella stessa casa! E non capiva che volesse dir ragione, di fronte all’amore. Quanto avrebbero vissuto ancora lei e Pietro Aresu? Pochi anni forse. E quando c’è la morte alla soglia dell’anima e Iddio ci aspetta per giudicarci è bene gettar via tutte le cose gravose e dimenticare anche le offese più gravi! Dopo non si rimedia più!
Giovannello si avviò muto verso l’uscita. Lo seguirono fin sulla porta. Assunta Rosa dischiuse l’uscio e si ritrasse, ma quando il giovine fu sulla soglia disse per un’estrema speranza ch’ella sapeva vana:
— Avevo preparato il desinare per quattro....
— Saremmo stati tre! — disse Pietro Aresu.
— Sì! — rispose Assunta Rosa e chinò la faccia.
C’era intorno la tensione del pianto. Evitavano di guardarsi. Solo il vecchio sentiva l’intiero dominio di sè stesso. Tese le mani al nipote.
— Allora vai!... Domani ti si aspetta!
— Non mancare! — soggiunse Assunta Rosa.
Giovannello non abbandonava la soglia, pareva non sapesse distaccarsi di là; che ancora volesse dire qualcosa.
— E se il babbo mi domanda....
— Parla!
— Se mi domanda che cos’hai detto?...
— Devi rispondergli che il nonno, se invecchia, non muta cuore! Egli ti intenderà.
— E.... se volesse ritornare?
— A mio figlio la sua casa è aperta!
Allora si udì un riso strano, un breve ingannevole riso, fondo, represso, duro, in brevi schianti sempre più rapidi e la faccia di Assunta Rosa impallidiva.
Pietro Aresu disse ancora:
— Ma non ritornerà!... Addio, Giovanni!
— Addio, nonno!
E la porta si richiuse lentamente, dolcemente sul giovine che si allontanava.
*
Valerio Aresu ripartì per le terre d’oltre mare senza aver riveduto suo padre.
L’antico dissidio che li aveva divisi e li aveva condotti a tale estremo d’ira da rendere impossibile ogni convivenza, non era ancor morto. Poteva risorgere al minimo accenno e porli di fronte come un tempo, senza nessuna pace.
Era, in loro, l’anima di due età vicine e lontane, non compatibili nè conciliabili. Meglio valevalasciare nel sonno l’antico dolore. Chi dà alle proprie convinzioni tutta la propria passione non sa tollerare. Tollera chi non ama; concede chi non sa morire. Pietro Aresu vedeva questo. Il suo giudizio non poteva scardinarsi per una sentimentalità improvvisa. Egli portava con fierezza il proprio destino sul declinare degli anni e sapeva che il suo gran sogno era morto. Una gente meschina agitava fosche passioni per il mondo e le turbe ubbriache urlavano. Trascorreva una furia cieca. Il ventre era Dio. Ad ogni altare si appostava lo scherno dei distruttori. Nulla più era bello e grande, nulla si imponeva, convinceva e innalzava l’anima impetuosa a una insolita virtù di amore.
Odiare, vivere, bestemmiare era la divisa dell’idolo fallico, ebbro della sua bruta potenza. Decaduto ogni valor morale, la gran bestia non vedeva che la sua mangiatoia. Per difender la vita la si impantanava. Tutto era tratto al giudizio dei retori, alle scuole di una scienza cieca, alla gazzarra dei trionfatori. Ogni mediocrità si paludava in manti imperatorî; ogni imparaticcio era speso per buona sapienza; ogni miseria gabellata per virtù fondamentale. La critica imperava e con lei la gioia del demolire. Le demenze più sciocche si scatenavano a furia e tutto era sepolto sotto le scorie dei roditori.
Ora chi scendeva, esule, da un’età dolce di amore e di gloria, non poteva piegarsi alla realtà quotidiana. Le anime grandi non tramutanoe non s’adattano. Di fronte a tale verità egli aveva scelto per la seconda volta la sua solitudine. E portava il suo dolore di padre come l’altro grande dolore inespresso, lo portava in silenzio aspettando la morte. Non aveva rimproveri per Valerio: lo giudicava travolto dalla corrente. Solo, nonostante gli anni trascorsi, sentiva l’amaro della cieca irriverenza di lui, della sua vana protervia, del suo giudizio meschino e reciso. Tutta l’anima di Pietro Aresu si era ribellata violentemente allora, e ne fremeva tuttavia.
Così nulla mutò. I due monti lontani vegliarono la notte, muti e dissimili nel cuor dell’ombra dove sono le invisibili strade degli astri.
*
Entrava per la quinta volta sulla punta dei piedi, adagio adagio. Era il mattino fiorito.
— Giovannello?
E si fermava a mezzo la stanza trattenendo il fiato. Il giovine dormiva profondamente, il capo affondato sui guanciali bianchi, soffuso di un lieve rossore, la bocca chiusa. Lo guardava con le mani giunte, con gli occhi umidi. Com’era giovine!
I capelli ricci gli adombravano la fronte bianca. Era forte e bello! E una pietà, un amoreinesprimibile tenevano il cuore di lei sospeso in ardore. Le salivano alle labbra parole sorte da chissà dove, ch’ella non aveva dette mai, che non aveva mai ascoltato. Parole soavi come quelle di una preghiera, accorate un poco, fresche ed intatte.
Si fece un po’ più innanzi e si sporse un poco verso il letto e chiamò appena:
— Giovannello?
Ma il giovine dormiva del più bel sonno profondo.
Allora Assunta Rosa si accostò alla finestra e l’aprì. Entrò il sole e la voce di Pietro Aresu che era nell’orto.
— Si è levato? — domandò il vecchio.
— Ssst!... — fece Assunta Rosa.
— Destalo che è tardi!
Assunta Rosa si rivolse e ristette, la mano nel palmo della mano, sorridendo.
Giovannello aveva appoggiato un gomito al guanciale e si passava una mano su gli occhi, abbagliato dalla troppa luce.
— Che ore sono? — domandò.
— Sono le nove, — rispose Assunta Rosa.
— Le nove?
— Sì!
— Non dovevi chiamarmi alle sette?
— Sono venuta cinque volte e dormivi sempre!
— Perchè non m’hai destato?
— Io ti ho destato ma continuavi a dormire!
— Presto presto, zia, che è tardi!
E saltò il letto e passò da un canto all’altro della stanza tempestando.
Assunta Rosa gli apprestava i panni, gli versava l’acqua nel catino affaccendandosi in gaiezza.
— Dov’è il nonno?
— Nell’orto.
— Di che umore è?
— Di ottimo umore. Già, tu fai miracoli.
— Io?
— Sì, tu.
— Via via, zietta!... Dammi l’asciugamano.
— Eccolo.
E si asciugava forte, arrubinando il volto.
Poi cantava ed ella evitava di guardarlo per non interromperlo. Ma tutto finiva tanto presto! In un battibaleno era pronto.
— Addio, zia!
— Addio.
— Guarda che tornerò con molta fame!
— Bravo, bravo!
— Tieni pronto per mezzo giorno preciso!
— Sarà pronto.
E spariva come una folata di vento: traversava la casa; era nell’orto; non c’era più!
Benedetto! Ella si attardava nella stanza di lui a guardare i libri, le carte, le fotografie, ma senza curiosità investigatrice, solo per la gioia di sentirsi un poco più vicina a quella giovinezza irruenta. Ed era, nel suo vecchio cuore, un senso religioso e una tenerezza materna. Rideva,era contenta, le tornava alla memoria la sua giovinezza remota, simile a un mare attraversato una volta sola nel corso di un’alba e l’isola fiorita era lontana. E pensava che il Signore avesse voluto premiarla della sua lunga vigilia e tesseva tesseva un’incantevole trama per l’arca del sogno. Ma era contenta! Così, tutto, intorno a lei, pareva più disposto a godere.
Quel monello era entrato per tramutare ogni cosa. Aveva detto:
— Voglio che tutto sia sole!
E tutto era diventato sole, miracolosamente. Le piccole cose e le grandi, tutto quanto il mondo delle cose e delle anime.
La vita si era moltiplicata e Pietro Aresu lo sentiva. Sul suo volto grave era ritornato il sorriso. Già, il nipote pareva il ritratto del nonno! Lo stesso capo folto di capelli ricciuti, la stessa fronte severa e serena, gli stessi occhi vivacissimi. Un miracolo. C’era, nel salotto, un vecchio dagherrotipo che Pietro Aresu si era fatto a diciotto anni ed era tanta la somiglianza che Assunta Rosa, a volte, si fermava perplessa per domandarsi:
— E se gli somigliasse anche....
E quando le nasceva tale dubbio si eclissava nella chiesa più prossima per un giorno intiero.
In casa la cercavano invano.
— Dov’è Assunta Rosa?
— Dov’è la zia?
Rispondeva in sua vece la domestica:
— È uscita questa mattina. Ha dato gli ordini per tutta la giornata!
— E quando ritornerà?
— Dov’è?
La domestica non sapeva che rispondere.
Ritornava tutta avvolta nel suo scialle nero, verso sera.
Giovannello l’udiva primo. Conosceva il passo di lei e le balzava incontro gridando:
— Eccola, eccola la scioperata! Ah zia! Cominceremo a pensar male di voi!
— Sta zitto, sciocco!
— Dove sei stata?
— Dove mi accomoda, — e rideva sotto lo scialle.
— Dimmi dove sei stata!
Allora la vecchia lo prendeva per mano, lo traeva in disparte, parlava sommessa:
— Sono stata in chiesa a pregare per te!... Sssst!... Non dir nulla!... Bambino.... promettimi che non farai pazzie!... Assomigli troppo a tuo nonno!
Giovannello rideva.
— Me lo prometti?
— Ma sì!... che pazzie vuoi ch’io faccia?
— Eh! lo so io!
E si avviava senza aggiunger parola, tutta curva nel suo scialle nero.
Dopo ne parlavano, Giovannello e il nonno, ne parlavano sorridendo bonari, in fondo all’orto.
E passavano i giorni e i mesi così.
Passavano.
Pietro Aresu li vedeva scendere uguali come i grani dell’arena nella clessidra. E nulla era mutato nell’animo di lui come nella vita sua. La solitudine non era stata interrotta. Solo a quando a quando un pensiero luminoso gli si accendeva innanzi d’improvviso e gli occhi suoi ne erano abbagliati. Ma lo scacciava. Non conveniva desiderare cosa che non dipendesse dalla propria volontà. Egli amava Giovannello, ma voleva saperlo libero di sè e del suo cuore. Così doveva vivere, scegliere e amare secondo il giudizio suo. Solo ciò che si elegge spontaneamente può accendere una luce. Ma per certe parole, per certi scatti, per certi silenzi improvvisi egli aveva intravveduto nell’anima del nipote. Anima fresca e innamorata di ogni cosa bella. E pensava a volte che la giovinezza fosse per congiungersi alla vecchiaia per uno stesso ponte ideale. Forse stava per risorgere il tempo di un ardore novello. Ma Pietro Aresu suggellava in sè la trepida speranza e viveva la sua vita uguale e taciturna nel declinare degli anni.
*
Assunta Rosa ascoltava in silenzio, seduta nell’angolo di un divano, tutto il viso smarrito.
Giovannello parlava e parlava da un’ora. Siera acceso come la brace, le parole di lui passavan via fulminee e vibranti, erano il fuoco e l’ardore. Non l’aveva mai veduto così.
Che diceva? Ella capiva e non capiva. Parlava di paesi, di mari e di diritti e di cose fantastiche ch’ella non sapeva, che non voleva sapere. E scivolavan via nomi di uomini leggendari e caotici arruffii di potenze, di navi, di eserciti, di battaglie. Forse la guerra? Le si gelava il cuore. Ma chi faceva la guerra e dove? E si tendeva ad ascoltare sempre più smarrita e sempre più si sentiva disperdere in quel fiume tempestoso e inverosimile.
Pietro Aresu era seduto di traverso in una sedia e stava a capo basso, un braccio appoggiato su la tavola.
Non parlava, non mostrava il volto; solo scrollava la testa di tanto in tanto come per dire:
— Sì, hai ragione!... Sì, hai ragione!...
Ma il suo volto era oscuro, contratto, impenetrabile. Lasciava parlare Giovannello senza interromperlo, lo ascoltava come sognasse. Che dicevano mai?
E Assunta Rosa avrebbe voluto chiedere la semplice risoluzione di tutto quel dire, ma non si attentava.
La sua era una povera voce umile, di creatura ignorante, che avrebbe stonato in quell’ora.
Il discorso finì. Giovannello se ne andò distratto, senza salutare. Il vecchio era troppo oscuro e non avrebbe risposto alle domande di lei.Rimase sola, si guardò attorno, sentì d’improvviso la grande cappa del silenzio. E un timore indefinito spuntò in lei come una mala nebbia.
Un giorno discese nell’orto per interrogare Pietro Aresu, ma ritornò in casa senza essere riuscita a chiedergli nulla. Perchè non le parlava, Giovannello? Ma se le avesse detto:
— Zia.... c’è questo e questo.... io andrò.... io farò.... — Sapeva bene ch’ella avrebbe risposto sempre:
— Sì.
Una sera il vecchio le disse:
— Assunta, il tuo Dio mi ha ascoltato e morirò contento!
La cosa era tanto insolita ch’ella sbalordì. Pietro Aresu non si confidava mai. Che poteva avergli aperta l’anima a quel sorriso? E attendeva da Dio una soluzione.
Ed ecco che un giorno Giovannello la chiamò, tutto festevole:
— Zia? Zia?
Accorse ansante. Vide sulla tavola un involto di stoffe dai colori vivaci.
— Bisogna che tu lavori, zia! Subito subito! Prendi gli occhiali, l’anello, l’ago....
Ubbidì senza chiedere più.
— Ed ora.... questa è la materia prima! Bianco, rosso e verde! Bisogna cucire tante coccarde! Bisogna farne mille! Prendi le forbici.... così!
— Che ne vuoi fare?
— Lo saprai!
Si mise all’opera e le sue mani erano più rapide del baleno, quantunque tremassero.
— Di’ un po’, bambino?
— Di’, zia.
— Che c’è di nuovo?...
Giovannello la guardò e le scoccò un gran bacio sulle guance.
Assunta Rosa tacque e lavorò più in fretta.
E chiese ancora:
— Ci sarà questa guerra?
— Non la guerra, zia, non la guerra! La risurrezione!
La vecchia scrollò il capo e ne capì meno di prima.
Sopraggiunse Pietro Aresu, si fermò a guardare un poco e ripartì senza avere aperto bocca.
La mattina dopo, Assunta Rosa lo udì cantarellare piano piano, nella sua stanza. La cosa non avveniva da quarant’anni forse, e forse da più tempo ancora.
Ella era giovinetta e Pietro Aresu aveva allora i capelli folti e ricciuti come Giovannello. C’erano i tedeschi. Si facevano i nomi di Garibaldi e di Mazzini. Si cospirava, si moriva! Perchè Pietro Aresu cantasse come in quel tempo doveva essere avvenuto un prodigio.
E il prodigio era avvenuto. C’era per l’aria come una subita effervescenza, un lievito di entusiasmo, una gioia e una forza inattese. Si udivano grida insolite e il nome d’Italia!
Da quanto tempo non era morto, il bel nome,sulla bocca dei figli immemori? All’odio era subentrato l’amore; alla disgregazione la compagine; all’incertezza bieca, una luminosa coscienza.
Ci si sentiva uniti! Uno squillo di fanfare chiamava tutto il popolo a raccolta e tutto il popolo era legione. La buona razza non si smentiva. Decisa l’azione, il cuore della patria accompagnava i figli suoi che andavano oltre mare. E in tale vincolo era la forza oltre ogni morte.
Un giorno tutto il paese si tramutò in festa, si vestì di bandiere, si empì di suoni e di grida. Partivano.
Pietro Aresu era uscito fin dal mattino, col viso simile a quello di un Dio. Aveva abbandonato l’orto, la vanga e il silenzio dopo più di vent’anni; era ritornato giovine; aveva parlato, aveva riso, si era vestito de’ suoi panni più belli.
Tutte le finestre della casa erano aperte: vi sventolavano tre bandiere, e i davanzali erano ricolmi di fiori.
Anche Assunta Rosa aveva indossato la sua veste di raso, un po’ goffa, ma antica, antica come il suo cuore! E rideva come gli altri. Era la primavera.
La casa fu presa d’assalto da un’onda di giovinezza. Erano fanciulle, tutte sconosciute per lei, tutte belle agli occhi suoi. Irruppero ridendo in una folata magnifica. Ella non ne conosceva nessuna, ma rise a tutte, strinse la mano a tutte.
— È questa la casa di Giovanni Aresu?
— Sì! Sì! Avanti!... Avanti!...
Ogni finestra fu un grappolo umano, una gaiezza ciarliera, impetuosa, solare!
E Assunta Rosa rideva stringendosi le mani, perduta nella sua grande veste di raso marrone; e correva da un canto all’altro senza capir nulla, essendo contenta di non capir nulla.
Si udiva un brusìo ininterrotto, un incrociarsi di richiami, di urla, un andare e venire, un correre, un tempestare di ardore. Nessuno badava a lei. Non le era stato serbato neppur l’angolo di una finestruccia per vedere, ma non le importava. Le importava di udire i discorsi e prestava orecchio qua e là, ma erano tutte frasi monche, sconnesse, incomprensibili.
Passò Giovannello e tutte le fanciulle si sporsero a salutarlo gridando; passò Pietro Aresu e fu un grand’urlo.
Ella si sentì la faccia rigata di lacrime e si stringeva le mani respirando forte e sorridendo a nessuno perchè nessuno si occupava di lei.
Poi si udì come un bombito e una grande commozione la ghermì alla gola.
— Eccoli, eccoli, eccoli!
Scoppiò l’inno delle fanfare. Una fiumana tempestosa si riversava nella via. Vide le giovanette levarsi in piedi, gettare i fiori, sporgersi tutte quante in una passione che le travolgeva in delirio. E si sporse anche lei, si confuse nel grappolo, vide i soldati travolti nell’impeto della grande fiumana.
Poi gli occhi le si velarono troppo e si ritirò in un angolo.
Solo a notte ritornò Pietro Aresu e quando la vide le disse ridendo:
— Vecchia.... si rinasce!
Poi tornò Giovannello e parlò col nonno, a lungo, come l’altra volta.
E quando furono intorno alla tavola, Giovannello era pensoso e non mangiava. Aveva gli occhi fissi in un punto e ardevano.
Ad un tratto disse:
— Nonno, parto anch’io!
Pietro Aresu levò la faccia a guardarlo e sbiancò senza rispondere.
*
Ella scriveva malamente, sotto la dettatura del fratello:
A Giovanni Aresu11.º reggimento bersaglieri....
— Hai fatto il pacco? — le chiese Pietro Aresu.
— Sì.
— Vi hai messo tutto quanto ti ho detto?
— Tutto!
— La mantellina?
— Sì!
— Allora spedisci subito!
— Chissà quando arriverà! — disse Assunta Rosa.
Pietro Aresu uscì senza risponderle.
Ella finì di scrivere l’indirizzo con la sua grande calligrafia stentata, incollò il cartiglio sul pacco e si avviò alla posta, da sola.
Non passava giorno ch’ella non andasse alla posta. Era sempre lei che spediva qualcosa o domandava con la sua voce timida:
— C’è nulla per Pietro Aresu?
— Nulla!
Ritornava, curva sotto il suo scialle nero. Poi leggeva i giornali, anzi li compitava lentamente, con infinita pazienza. E la sua vita si passava fra tale occupazione e la chiesa.
Pietro Aresu non stava più nell’orto. Ora usciva la mattina e ritornava appena per le ore dei pasti. La casa era abbandonata.
Giovannello aveva scritto una volta sola, era sempre entusiasta. Parlava della guerra come di un poema. Tutto era bello e grande.
“.... Il colonnello Fara è l’anima nostra„ — scriveva. — “Non morremo!„
Ora ella ricordava quel nome dolce e lo aggiungeva alle sue preghiere.
A Pietro Aresu parlava poco. Solo, quando giungevano notizie gravi, andava a lui col giornale.
— Hai letto?
— Sì!
— E Giovannello?
— Speriamo in Dio!
E Assunta Rosa si meravigliava ch’egli parlasse di Dio mentre non ne aveva parlato mai. Però, per quanto si facesse forza, vedeva che Pietro Aresu era agitato. Mangiava appena, brontolava fra sè, usciva e rientrava venti volte al giorno quando i giornali annunziavano uno scontro. Poi giungeva un telegramma. Era un grande allarme, un gran battito di cuore, un arresto del respiro. Non si pensava a firmar la ricevuta; le mani si adoperavano a strappare l’involucro, tremavano inette e il foglio era lacerato, ma gli occhi correvano rapidi alle parole.
Subentrava un gran sollievo, una pace profonda.
Ed anche quei giorni di pena passavano come tutte le cose al mondo.
Ora doveva giungere Valerio. Era già in viaggio. Aveva scritto prima d’imbarcarsi, ma Pietro Aresu non aveva fatto parola della lettera. Forse giungeva per Giovannello.
E la vecchia moltiplicava i ceri innanzi alle immagini raccomandando a Dio: Giovannello, i compagni suoi e l’Africa tutta.
In chiesa si trovavano in molte e parlavano sommesso, fra le buie arcate. Ognuna aveva un figlio, un nipote, un fratello alla guerra; ognuna leggeva l’ultima lettera ricevuta dal campo. E ascoltavano come se la parola di uno solo fosse per tutte. Poi qualcuna si appartò, vestì il bruno,pregò più a lungo. Le altre ne rispettavano il silenzio e si attardavano con lei. Erano come vecchie sorelle.
Ormai Iddio disponeva. Fosse fatta la volontà del Signore. A volte piangevano per una lettera eroica, per una morte eroica, sperdute fra i neri intercolunnii di un tempio taciturno.
E seguirono giorni di maggiore ansia.
Sopraggiunse una notizia laconica ed oscura. C’era stata battaglia e molti morti. Quanti? Quali? Non c’erano nomi; non si sapeva nulla. Pareva che i bersaglieri si fossero votati a un grande, tragico olocausto.
Per due giorni Pietro Aresu e Assunta Rosa non sedettero a tavola. Fu un’austera vigilia. Alla sera del secondo giorno, come stavano per salire alle loro stanze, udirono il tinnire del campanello.
Pietro Aresu fu alla porta di un balzo. Era un telegramma. Lo aprì. Assunta Rosa gli stava vicino.
— Che dice?
— Nulla!
— Sta bene?
— No.
— No?...
Pietro Aresu richiuse la porta e si avviò lentamente trascinando i passi.
Assunta Rosa lo seguì fino alla stanza a terreno. Quando furono di fronte, soli, gli chiese:
— Che ha?
— È morto!
E non fu che un silenzio.
*
Il giorno dopo giunse Valerio.
Fu Assunta Rosa che gli aprì. Quando se lo trovò di fronte, all’improvviso, non seppe trattenersi dal mandare un grido, ma quegli la scostò brutalmente ed entrò.
Era torvo e disfatto. Domandò:
— Dov’è il babbo?
— È nell’orto, — rispose Assunta Rosa.
Valerio si avviò verso l’orto.
Assunta Rosa gli tenne dietro. Sentiva un gran freddo per l’ossa.
Pietro Aresu era ritto vicino al pozzo: pareva sognasse. Quando levò la pallida faccia severa e vide suo figlio gli mosse incontro. Furono vicini. Allora il sopraggiunto levò gli occhi torvi e cominciò a parlare, a parlare, prima a bassa voce, lentamente, interrottamente, poi una gran furia passò per l’anima sua bieca: si scatenò, imperversò nemica, si perdette nell’ira scomposta, nella folle ignominia, nel vituperio.
Pietro Aresu non battè palpebra. Ascoltò bianco e impassibile. Guardò il figlio negli occhi, sempre, e quando tutta la feccia di quell’animamiserrima fu riversata a ruina, quando più nulla rimase di forza, di energia, di nobiltà a quell’uomo senza nome, Pietro Aresu non approfittò del suo dominio e tacque ancora. Ormai nulla più poteva scuoterlo. Egli aveva raggiunto il suo segno. Era come l’astro e il cristallo e la conchiusa eternità.
Rimase solo, non si mosse; sentiva intorno una luce fonda e senza tramonto, una parola bella e senza confine, una giovinezza senza mutamento.
Il mondo si chiuse nel sonno. Egli non dormì. Il suo pensiero doveva essere grande come le scie astrali perchè non s’avvide del tempo. L’alba lo sorprese. E con l’alba giunse un nuovo squillo di fanfare. Altri ed altri partivano col cuore d’Italia. Tutta la giovinezza si scagliava alla conquista: di un grido. Nulla moriva, nulla scompariva in quell’ora suprema di eternità. Allora sentì il suo cuore scandere il ritmo della nuova epopea, dell’antica epopea che aveva vissuto; sentì che ogni compimento era raggiunto.
E nella fede della patria nata e rinata, si chiuse nel silenzio del giovine scomparso e attese in serenità l’ora della morte.