In morte di un eroe.“Per i profeti che negavano la nostra virtù militare.„
“Per i profeti che negavano la nostra virtù militare.„
“Per i profeti che negavano la nostra virtù militare.„
Chiamaron dall’alto la morte — si elessero l’austero silenzio.
Giovanilmente puri varcaron di un balzo l’istinto — senza pallore, sereni.
E come i Navarchi la ciurma — come i Condottieri la masnada.
Fermato un voto di fede — scacciata la pietà turbatrice — si allontanaron dal mondo.
Dietro restava la turba — restava la dolce famiglia — il volto del segreto amore.
E fu la notte — purissima — col suo pensiero gigantesco.
La morte si ammantò di silenzio — austera come una Iddia eretta sul cassero — pura come l’anima della giovinezza — innanzi ai Navarchi.
Gli occhi l’affissaron tranquilli — poi che su l’abisso dell’anima — non passò che il rombo di una volontà glaciale — il saettare di un candido cigno fra fosche lame di rupi — ai confini della terra.
Disse il Navarca: — Forse non ritorneremo. Pensate a chi resta chè è l’ora!
E sui volti schierati brillò la tua luce — coraggio — semplice e nuda come l’antenna e la prora — come la corazza d’acciaio.
Poi l’uno scrisse: — Non piangetemi! — E l’altro: — Avrò la mia fossa nel mare! — E qualcuno alla madre: — Non ti lascio che il mio buon nome. Questa notte vado a morir per la Patria!
E schietti e digiuni entraron nei chiusi navigli consacrati al gorgo.
Andarono — calmi nell’esiguo spazio come nel cuor di una tenebra — ciascuno al suo còmpito estremo. — E la tomba rombante fu per ciascuno un altare. — Solo sul ponte, il navarca — gli altri nel chiuso, solleciti all’ubbidire — fino nel cuore del fuoco — nell’ambito delle macchine.
Morire due volte era nulla agli aspri pionieri — morire, rimorire — pur di condurre la prora incontro alla pavida Armata — pur di gettare la pietra delle fondamenta — la base incrollabile — elevata al di là del transito.
Andarono. — Dalle rive infernali s’avventò l’impeto di migliaia — ma la morte era a bordo con loro — ospite fra i suoi bravi. — Era seduta sul cassero l’Iddia de l’ardimento e derideva alle sponde, agli urli dello scompiglio, ai mille boati, alle fiamme, al tramugghiar dei cannoni, all’epica ruina precipite. — Andarono, ritornarono. — E scritta è la leggenda millenne.
Ma se qualcuno — talvolta — se qualcuno domanderà — qual’anima avevano i morituri — dite che una sola era l’anima — e la speranza levata su loro nella tremenda notte — una sola e perenne: l’Italia!