Chapter 20

Si spegnevano i fuochi dei bivacco. La notte scendeva sul deserto. Diecimila uomini cercavano il sonno fra le tende e le sabbie, distesi sotto le stelle, con accanto il fucile. Si udivano appena voci sommesse e il trepestar dei muli e dei cavalli raccolti in cerchio intorno a una palma, o a un palo, o a un carro nero. Era una notte africana, tersissima, senza fiato di nebbie, sì che gli astri parevano più grandi e più vicini e più profonda l’oscurità interposta.

Si spegnevano i fuochi dei bivacco. La notte scendeva sul deserto. Diecimila uomini cercavano il sonno fra le tende e le sabbie, distesi sotto le stelle, con accanto il fucile. Si udivano appena voci sommesse e il trepestar dei muli e dei cavalli raccolti in cerchio intorno a una palma, o a un palo, o a un carro nero. Era una notte africana, tersissima, senza fiato di nebbie, sì che gli astri parevano più grandi e più vicini e più profonda l’oscurità interposta.

E, sotto l’immensità, diecimila giovinezze tacevano nell’immemore sonno.

Qualche rado lume brillava tuttavia, qualche bagliore di fuochi semispenti; ma dalle tende, ma dalle basse baracche non si udiva che il pispiglio di qualche parola sussurrata nel sonno o il respiro uguale del riposo dopo il travagliato giorno.

Fra le scarse palme, su le dune più alte, in tutta la vastità del campo trincerato era trascorsa la pace. Solo, su le trincee ciclopiche, passavano e ripassavano le ombre delle sentinelle. Un cerchio di uomini vigili era intorno intorno. Simuovevano essi su le sabbie, inavvertiti, contro la volta notturna.

Qualche stella che brillava più basso, fin su l’ombra di una duna, poteva trarli in inganno e irrigidirli nell’attesa e così il tinnire dei reticolati percossi dall’incauto che v’incappava; ma il primo dubbio era tosto risolto dalla persistenza dello scintillio rossigno ed il secondo anche, chè un subito mugolio indicava il trascorrere di un cane affamato. Le ore si trascinavano a stento quasi che il sonno le cogliesse per via e il loro andare fosse interrotto da pause.

La città della guerra giaceva nel suo vigile riposo avendo intorno l’avida brama e l’urlo della barbarie. Ma pure qualcuno non s’era inchino tuttavia su lo sparto o su la sabbia a cercarsi il consueto giaciglio e, alla poca luce di un cero, o di una lanterna, curvo su di una cassa vuota o su due zaini sovrapposti, scriveva ai lontani, al di là del mare.

Altre ombre si aggiravano intorno alle tende del Comando e ad un fonducco, nel quale giacevano promiscuamente i prigionieri. Un giovinetto berbero, appoggiato allo stipite della porta, guardava la notte, impassibile come se non fosse in prigionia, ma sull’entrata della sua tenda al limitare delle Hammade.

Era in quel suo giovine volto come una volontà assidua che ne impietriva il segno, sì che nè sorriso, nè dolore, nè altro sentimento aggallava dall’anima a tale specchio muto ed arcigno.Aveva l’occhio freddo ed acuto dello sparviero e di indoma fierezza. Immobile da lung’ora parea attendesse dal cuor della notte un suo misterioso messaggio, attraverso allo spazio taciturno. Due soldati l’osservavano in disparte, e quegli che doveva guardare la preda umana gli passava dinnanzi nel suo breve giro squadrandolo come chi poco si fida poi che poco intende.

Poi qualcuno sopravvenne correndo. I tre soldati di guardia al fonducco si volsero contemporaneamente dalla parte da cui giungeva il busso dei piedi. Una voce chiamò:

— Cartesi?... Amendoli?...

— Presente! — risposero due voci forti.

— Venite subito!... Vi si vuole al Comando.

— Pronti.

Colui che rimase di guardia riprese l’assiduo giro: gli altri seguirono il sopraggiunto. Come furono a una grande tenda illuminata ristettero per ripartire poco dopo, essendosi spontaneamente offerti a un arduo còmpito notturno. S’incamminarono per la notte senza parlare.

Attraversarono l’accampamento fra il sonno comune, fra il ritmo della pace infinita. Da una baracca udirono una voce sommessa, una voce trasfigurata dal sonno, invocare un nome; da una tenda, più oltre, qualcuno rideva di un suo riso breve ed improvviso, interrotto da strane pause in cui nulla si udiva; e la causa di tale gioia sognata era segreta come ogni altra vita notturna. I muli dormivano in cerchio;diritti i più, il muso atterrato e le froge pendule.

Al loro passare qualcuno volse lentamente la testa e sogguardò puntando le acute orecchie. Furono al fonducco. Il giovine berbero era fermo tuttavia nell’atto dell’ignota attesa. Non li guardò, nè si mosse, nè battè gli occhi fermi.

Il soldato di guardia chiese loro:

— Dove andate?

— A Tripoli.

— A quest’ora?

— Sì.

Proseguirono calmi, col loro passo uguale, salendo e discendendo le dune, lungo la pista carovaniera. Le profonde carreggiate su la sabbia segnavan la via sicura.

Non potevano smarrirsi. Anche il fonducco si allontanò e non si udì che il gran palpito notturno intessuto di suoni erranti, di soffii improvvisi, di brividi d’ombra, di una vita che è simile al guizzare degli astri nell’altro cammino. Su tale trama si levavano prossime e remote le strida degli sciacalli.

Andarono senza cambiar parola, il fucile su la spalla; e il cuore aveva il ritmo del passo sicuro.

Nè s’eran desti con la sera, nè avevan rinfrancata la forza loro nel sonno. Fin dall’aurora eran stati nel sole, nel vento, a fianco dei compagni, alla dura fatica, tenaci come il picchio sul saldo tronco, allegri come l’allodola che cantae si veste d’aurora. I loro vent’anni erano come una forza infinita che sempre soprastà ad ogni cura e sempre è pronta oltre il sonno e il riposo. E fra il popolo aspro e torpido delle terre africane, fra le genti imbestialite che s’inebetiscono nel niente e rientrano, vive, nel cerchio delle cose morte, essi passavano come una freschezza di pioggia improvvisa, come un lavacro di purezza e un tumultuar di acque vive su la millenne aridità.

Risposero al richiamo delle ultime sentinelle, scavalcarono i reticolati e le fosse di lupo, furon soli e la città della guerra svaniva nella tenebra.

Non brillò intorno alcun altro chiarore che non fosse quello degli astri. Appena avevano lasciato Ain-Zara che questa parve profondasse in una lontananza incommensurabile. La notte ed il deserto mutavan valore ad ogni distanza, ad ogni sensazione.

Come le prime dune furon dietro le loro spalle la solitudine divenne compiuta. Dovevan percorrere sei chilometri prima di giungere alle trincee di Bu-Meliana, dove sapevano del loro arrivo, eppure era come se partissero per il cammino mortale delle Hammade o degli Edeien. La loro vita dipendeva da un destino più che fallace. Ogni passo poteva condurli all’agguato; ogni ombra poteva essere l’ombra mortale. Andavano per un fantastico paese ignoto su cui ogni cosa viva non potea più che trascorrere. Ma l’anima loro vegliava per gli occhi intenti chegià avevano penetrata la tenebra. Or pareva che una luce siderale, immobile e fredda, diffusa come l’alito, scaturisse intorno dalla terra spettrale. E sempre più dilagava senza muover ombre, trasfigurando le cose che in lei sorgevano con profili di sogno.

Era come una fosforescenza di luna sonnolenta, presso a morir fra le nebbie occidue. Gli aspetti diventavan fuggevoli, impalpabili, giuoco di un inganno diverso ad ogni attimo, inafferrabili in un segno preciso.

I due giovani proseguivano calmi, or salendo verso la sommità delle dune come per una via senza compimento che non fosse il punto suo estremo pel cielo; or discendendo nell’interposto solco come in un sepolcro nel cuor della terra. Apparivano, disparivano, senza muover l’eco di un suono, diritti al loro segno. Solo a volte, là dove la furia delghibliaveva maggiormente sconvolta la mobile terra, i loro passi risuonavano su la roccia con tonfi cupi, alternati da pause. Non si apriva sotto i loro piedi una cavernosa immensità che dava il rimbombo? L’identico pensiero attraversò il chiuso dell’anima loro senza appalesarsi e con questo altri molti: precisi ed informi, vividi e scialbi, di ricordanza e di desiderio.

Giunsero ad uno stagno. D’improvviso su la terra nera apparve una tenuissima fosforescenza animata da più vive luci. Eran le stelle rispecchiate dall’acqua immota. Scansarono unamassa oscura, il cadavere di un cammello, riverso sul pendio di una duna. Il collo ed il muso eran contratti in tale arco di spasimo che pareva dovesser schiantare; le quattro gambe intelite non toccavan la terra. Da presso gli giaceva un mucchio di cenci, un basto capovolto, una stuoia e una rete di sparto; poco più oltre era una piccola trincea scavata a furia, con le mani, dal nemico in fuga, e una cosa informe: forse un morto. Non vi posero mente. Ricordavan la giornata della vittoria, la lunga attesa sotto la pioggia, sdraiati nel fango fra il rombare e il frullar dei proiettili, poi i balzi in avanti, l’impeto irresistibile, la fuga delle orde incomposte. Declinava il giorno, si accendevano i fuochi. Gli accampamenti abbandonati ardevano in scoppi improvvisi; si levavano alte, nella calma del vespero, le fiamme e le colonne di fumo.

Ad un tratto Cartesi disse:

— Dov’è la carreggiata?

Amendoli guardò intorno senza rispondere. Si fermarono. Lo stagno s’incupiva sotto le dune e aveva perso di chiarore come si erano avvicinati. Pareva una nera lastra cosparsa di fuochi verdastri, un vuoto buiore intersecato da guizzi. Si udì un fruscìo e un tonfo.

L’immobile specchio si agitò tremando, le stelle vi si deformarono. D’istinto i due giovani puntarono il fucile contro l’ombra ma altro non si udì. Le concentriche anella diradarono, morendoalle rive, lo stagno ritornò alla sua spettrale apparenza.

— Per dove si va? — domandò Amendoli.

Cartesi si volse intorno. Erano fra un angusto giro di dune in un àmbito ancor più fosco.

— Vedi i fili del telefono?

— No.

L’ansia non fece tremare l’anima loro.

— Eppure siamo passati per di qua. Non ricordi quest’acqua?

— Sì.

— Ebbene, andiamo diritto!

Ripresero il cammino. Ancora non avevano salite le opposte dune che un nuovo tonfo si udì alle loro spalle e questa volta più forte.

— Sta attento, — disse Cartesi.

Amendoli aveva il fucile alla spalla. Domandò con voce inalterata:

— Che sarà?

Nulla si vedeva rimuovere intorno. Attesero scrutando l’ombra e quando parve loro che ogni maggiore sosta fosse vana ripreser la via.

Cartesi disse:

— Se sono gli spiriti, tanto meglio! Quelli non hanno lo schioppo!

— Sarà qualche bestia, — disse Amendoli. Poi qualcosa gli balzò innanzi, con occhi di fuoco e dileguò mugolando.

— Hai veduto?

— Sì, un cane!

— Era uno sciacallo.

— Ciò che vuoi, ma non sparare!

Le carreggiate non ricomparivano, nè i pali, nè i fili del telefono. Quando furono sull’alto di una duna si fermarono.

— Sai orizzontarti? — domandò Cartesi.

— Quando andavo giù pei tratturi con le greggi, verso Foggia, a svernare, conoscevo le stelle della mia strada. Qui le stelle non mi dicono nulla.

— Non importa. Ci sbrigheremo ugualmente.

Passò un silenzio.

— Le trincee sono laggiù!

— Dove?

— Là!... Hai veduto?

— Sì.

Una luce debolissima punteggiava la tenebra più presso la terra, in fondo in fondo.

— È un lume dei nostri. Andiamo.

Appena avevan mosso tre passi che tutto scomparve. Ora le dune erano più frequenti ed essi faticavano nel cammino. La mobile arena appesantiva il passo, pareva vincolasse ognor più i piedi e li inceppasse a trattenerli nel suo molle seno. Quello scendere e salire disorientava i raminghi. Vagarono di duna in duna, il volto aggrottato, gli occhi lucenti. Di repente Cartesi si fermò e disse:

— Ricorda che, nel peggior dei casi, non debbono prenderci vivi!

Camminavano da tre ore.

— Dovremmo essere arrivati, — disse Amendoli.

— Arriveremo.

— Bè. Sarà ciò che Iddio padre ha deciso.

E ristettero. Sentivano una grande volontà di riposo. Amendoli si abbandonò prono sul pendio di una duna.

— Guarda di non addormentarti!

— No.

— Levati.

Innanzi a loro apparivano, abbandonate scompostamente, alcune cose oscure e indefinibili alle quali non avevan posto mente a tutta prima, intesi com’erano a cercar le pediche dello smarrito cammino; ora, nella sosta, le guardavano.

Erano cadaveri insepolti, i caduti di quattro giorni innanzi abbandonati dal nemico, nella fuga. Si vedeva l’avviluppo dei cenciosi barracani e il gesto supremo dell’agonia. Uno si era irrigidito in quel che puntava il capo e i piedi nell’urlo spasmodico e giaceva, le braccia larghe, il viso orribilmente losco; un secondo sembrava schiacciato e crocifisso alla terra e la sua faccia affondava nella sabbia; un terzo era ruzzolato di fianco, le mani contratte sul cuore, la bocca torta.

Non in un volto era la pace o un segno di divina grandezza. Intorno intorno, cosparsi per un vastissimo raggio, giacevano bossoli di cartucce, schegge di granate, avanzi di cuoi e di panni e di armi infrante.

Era in tutto ciò una tragica solennità.

I raminghi ripreser la strada. Ora sentivanola necessità dell’andare, per qualunque via, in qualunque punto pur di giungere a una risoluzione. Più temevano l’aggravarsi della solitudine anzichè la lotta e la morte. Più dell’uomo e della sua furia era grave il deserto senza vie nel suo immenso silenzio.

Ancora tentarono dirigersi ma la morta terra non consentiva loro la diritta via; li ingannava in un giuoco assiduo di cento cammini. Più andavano e meno sapevan di giungere. Era una disperante lotta con l’imponderabile: con l’ombra e la terra, con ciò che non si misura e non si conquista, di cui, nelle ore più tragiche della nostra vita, si sente l’infinito impassibile potere. A certe incrociate non resta che affidarsi alla sorte. L’uomo e l’orgoglio dell’uomo rientrano nel mare delle cose mute ed impossenti, sono riassorbiti dal silenzio che ci attornia e ci sovrasta e verso il quale precipita ed annega ogni vita ad adeguarsi nell’uguale profondità.

Su le sabbie non apparivano pediche di uomini o di cavalli. Forse le orme loro eran prime e uniche in quella zona desertica e non avrebbero avuto compagne. Si susseguivano appaiate e profonde in una fila senza fine. Da cinque ore erano in via.

Amendoli disse:

— Riposiamo qui. All’alba si vedrà la strada.

— Bisogna giungere prima dell’alba! — rispose Cartesi e sentiva di dir cose vane. E quando il lucore dell’alba vinse la notte e coronò illevante della sua fresca tenuità, essi camminavano ancora, ma la loro vigoria era per cadere. Fu allora che Cartesi mormorò:

— Sono stanco!

Si guardarono in faccia. Ogni potenza ha un confine. La lotta col deserto è tremenda perchè è di una piccola volontà contro l’impassibile. Li tormentava la sete. La stanchezza oscurava ogni loro pensamento, li teneva in una torbida veglia piena di fantasmi. Erano ormai come una sola persona, come un’anima e due vite. Si guardarono in faccia. L’uno lesse negli occhi dell’altro la parola della disperazione ma tale parola non fu detta, brillò nel raggio degli occhi solamente. Reclini, la mano ferma alla bandoliera del fucile, continuaron la strada.

Poi l’un d’essi gridò:

— Guarda laggiù, guarda!

— Dove?

— Là.... là.... non vedi?

— Son dei nostri!

— Sì, sì!... Siamo salvi!...

Amendoli lanciò la parola d’intesa:

— Italia!... Italia!...

Tacquero.

— Dove sono?

— Non li vedo più!

— Andiamo ad incontrarli.

— Aspetta, — disse Cartesi e attanagliò il braccio del compagno.

— Che c’è?

— Aspetta.

Avevan veduto in verità la veste grigia di due bersaglieri e l’elmetto piumato; non si erano ingannati; la luce novella non consentiva l’illusione.

I sopraggiunti erano scomparsi. Li avevano scorti ad una distanza non grande e non era possibile non avessero udita la chiamata; non avevano risposto. Dove andavano?

Un arruffio di pensieri contrari attraversò la loro mente torbida tuttavia; ma d’improvviso i compagni riapparvero ad un trar d’arco, sopra una duna. Balzarono su come decisi ad un inseguimento, si fermaron di scatto.

— Che fanno? — domandò Amendoli. — Non ci hanno riconosciuti? Non ci vedono?

Cartesi tacque ed il viso di lui s’infoschì. Vide i sopraggiunti parlare fra loro, poi levar le braccia e rivolgersi intorno col gesto di chi spia e teme un agguato.

— Che fanno? Chi aspettano?

Cartesi non rispose, si chinava lentamente stringendo il fucile. Disse a voce spenta:

— Non ti muovere!

— Perchè?

— Sta zitto!

Si udì un urlo roco, e un altr’urlo più lontano. Apparve una fumata. I dispersi avvertirono un fruscio alle loro spalle mentre gli inesplicabili compagni non si muovevano più dall’alta duna.

Anche Amendoli aveva spenta la voce e l’orgasmoimprovviso. Ancora non si spiegava la ragione di tale sosta. Ma avvenne allora ciò che non si sarebbe atteso giammai. Vide, trasognando, i due bersaglieri prender la mira contro di loro e sparare e precipitar giù dalla duna, di schianto.

Cartesi aveva preveduto tutto, e in quel che pareva impietrire nell’attesa, aveva risolta l’azione; anche gli era apparso un segno che, riaccesa tutta la sua vigoria, lo aveva fatto conscio di una possibilità inattesa. Gridò ad Amendoli:

— Non sparare!

E si gettò giù per la sottostante fossa a gran corsa. Gridò ancora:

— Presto! Presto!

Ma Amendoli gli era ai fianchi. Seguirono l’avvallamento, pratici del favore dei luoghi e riudirono il trepestìo alle loro spalle. Un urlìo si levò nell’alba.

Tentavano accerchiarli.

— Ci hanno presi!

— No, — ruggì Cartesi. — No!

Soggiunse:

— Appena li vedi, spara!... Mira giusto, per il tuo Dio!

Amendoli non intese. La corsa diveniva sempre più rapida.

Percorsero un laberinto di fosse e il passar delle palle si moltiplicava. Non cercarono evitarle, non si arrestarono un attimo. Più non pensavano alla vita loro. Morire per morire!Che importava vivere?... Che cos’era la morte in quel punto se non un balzo improvviso nel sonno da quella divina possanza?

Ora il trepestìo era più lontano e le voci più fioche nell’aria. Si udì sul vento un grand’urlo diverso.

— Hai sentito?... Hai sentito?... — gridò Amendoli fattosi pallidissimo.

— Sì!... Sono i nostri!

— Attaccano!

Cartesi sostò, si morse una mano a sangue:

— Sacramento!... Ci sono sfuggiti!... — bestemmiò.

Poi ebbe un guizzo, avvinghiò alle spalle il compagno, lo trascinò con sè contro la terra, in agguato.

— Sono là!... Sono là!....

Amendoli appena ebbe tempo di volgere gli occhi, che il compagno suo, puntato lo schioppo, aveva disteso al suolo i misteriosi apparsi. Gridò inorridendo:

— Che hai fatto mai?... Che hai fatto?...

Cartesi non rispose.

I due bersaglieri giacevano bocconi rantolando. Allora Amendoli si lanciò a corsa e già era presso ai caduti quando l’un d’essi, levatosi sul torso, lo prese di mira.

Cartesi parò il colpo gridando:

— Hai veduto, imbecille?

Poi si chinò sui vinti, li disarmò, tolse loro le vesti rubate per l’ignobile insidia, e ridevae aveva gli occhi troppo lucidi per il suo grande riso.

Ritto, fra il tempestar della morte, non sentì più che il canto del suo cuore forte.

Trascorrevano su le prossime dune, i bersaglieri lanciati all’assalto.


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