Chapter 8

Venivano tutte tre di passo uguale, ravvolte nei loro scialli neri, all’antica. Un po’ inchine, procedevano in silenzio per la via deserta della chiesa, scarpicciando sull’acciottolato, e il loro passo spaventava qualche passero saltabeccante fra gli scarsi rifiuti, nel tardo sole. Era il maggio, un maggio bianco di tenui nebbie. E sopra loro eran le mura dei giardini conventuali, sempre chiusi nel loro segreto amore e qualche casa malinconica, appena albicante fra macchie rogge e nerastre su per i muri scalcinati. Per tutta la strada non c’era anima viva se non ombre e sbadigli di finestre vuote.

Venivano tutte tre di passo uguale, ravvolte nei loro scialli neri, all’antica. Un po’ inchine, procedevano in silenzio per la via deserta della chiesa, scarpicciando sull’acciottolato, e il loro passo spaventava qualche passero saltabeccante fra gli scarsi rifiuti, nel tardo sole. Era il maggio, un maggio bianco di tenui nebbie. E sopra loro eran le mura dei giardini conventuali, sempre chiusi nel loro segreto amore e qualche casa malinconica, appena albicante fra macchie rogge e nerastre su per i muri scalcinati. Per tutta la strada non c’era anima viva se non ombre e sbadigli di finestre vuote.

Ondavan le campane; il sole non si vedeva più. Lontano, in fondo a un vicoletto, passò un fanciullo e si udì il suono della sua nunnola, poi si udì cantare una donna da qualche cortile e s’udì anche il rotolìo di un carro; ma tali suoni morirono come il fumo che sale e si fa di cielo per disparire.

E le nonne andavan di passo uguale, a fianco a fianco, guardando la terra. Due tenevan le mani aggroppate sotto lo scialle, la terzaaveva la corona. Non parlavano; Vespero le immutiva e le ricordanze. Erano già presso la chiesa, al pesante coltrone che ne chiudeva l’entrata. Un vecchio giaceva sulla soglia, immobile, la faccia levata all’alto e le braccia abbandonate fra le ginocchia. Non si vedeva la sua infermità; pareva fosse tutto perduto in Dio, anima e cuore, tanto era fermo il suo volto nel silenzio dell’ora.

Come giunsero alla chiesa, furon rideste dalla voce lamentosa dell’infermo:

— Fate la carità, creature di Dio!

E una d’esse si fermò ad esaudire la domanda, poi, a passo lieve, a volta a volta, scomparvero nella chiesa e il coltrone si appesantì su l’ombra.

Così tutte le sere, come il giorno mancava, entravano nella remota chiesa della piccola città provinciale ed ivi restavano finchè non fosse sopraggiunta la notte con le sue stelle. Allora si toglievano dagli inginocchiatoi e, a passo lento, l’anima ad un solo pensiero, parlucchiando appena, rifacevan la strada l’una a fianco dell’altra, chiuse nei loro scialli neri, all’antica, le mani aggroppate sotto lo scialle. Poi ad una piazzetta si soffermavano tutte tre inchine e intorno c’era qualche raro passante; si scambiavano l’augurio consueto con un leggero rammarichio nella voce:

— Buonasera Pasquina!

— Buonasera Concetta!

— Buonasera Fortunata!

— Buonasera!

E ognuna se ne tornava sola, lungo i muri, alla sua piccola casa. Così fin che il giorno non risorgesse, fin che la sera non ritornasse con la salutazione angelica. E tutti le sapevano, in città, e tutti le chiamavan le nonne, per dolcezza.

Per dolcezza solamente, perchè la gioia di sentirsi rinascere nei figli dei figli, di lasciar qualcosa della propria anima al tempo, non era stata concessa che ad una fra loro, alla più vecchia, a Fortunata. E il nome suo era sorto dalla sua fortuna. Quando il figliolo di lei ebbe sposato e quando le nacque un nipote, nonna Pasquina e nonna Concetta, che sempre le erano dintorno, le dicevano ad ogni sospiro:

— Come siete fortunata!

E Fortunata si chiamò. Nessuno la conobbe diversamente nè in casa nè altrove; nè fra i poveri nè fra i ricchi.

Erano vecchie, ma vecchie di tanti anni che quasi più nessuno dei loro coetanei sopravviveva; tutto il mondo della loro giovinezza era scomparso da sotto il sole, o permaneva come in un’alba di accorante mestizia, fra le ricordanze più remote, simili a un sogno vissuto appena fra vespero e aurora, inenarrabile. Avevan veduto altri costumi, sapevano altri governi e le persecuzioni e le morti e le battaglie e l’ansito del batticore. Nonna Concetta ricordavale grandi feste che s’eran fatte in città per il passaggio di Pio IX. Allora era giovinetta! e piacente, co’ suoi grand’occhi chiari, pieni di carezzosa mestizia, e i giovani le stavan d’intorno, per l’amore di lei che era desiderato. Era un giorno sereno, con un gran sole e una letizia, diffusa talmente per tutta l’aria, che pareva ne ridesser le case e le torri e ogni opera umana ed ogni cosa del mondo. Ella gioiva come la rondine ebbra di aurora e sentiva la sua giovinezza illuminata, raggiare. Aveva un bel vestito a righe, color di rose, un’acconciatura con certi boccoli morbidi e lucenti che pareva le baciassero il viso sereno e una gran voglia di ridere e di piangere insieme per la commozione che le serrava la gola. Stava a una finestra, sul Corso; tutte le finestre erano gremite di donne, di fanciulli, di bimbi e il Corso era una grande fiumana di gente.

I giovani passavano nella via e levavan la faccia a salutare. L’amore passava con loro nella gran luce serena. Quali giornate senza fine!

Poi un lungo fremito attraversava la folla. Le voci s’incrociavano, si fondevano crescendo; non eran più una ed una, ma il grido della folla ebbra del suo gran core.

— Viene!... Viene!...

— Eccolo!... Eccolo!...

Molti piangevano e mostravano le lacrime loro senza alcuna vergogna. Ella pure piangeva, ma un pianto di piena dolcezza che non le toglievail sorriso. Le piccole mani bianche le tremavano come il core. Che avveniva mai? E il grido si espandeva e la folla si stipava sempre più, spessa come le spiche nel campo, agitata da un soffio di ardore. Si udivano squilli di trombe. Poi fu come uno schianto improvviso, nulla più valse a trattenere il turbine delle genti. Erano apparse le staffette in livrea e una grande berlina ondeggiava in fondo facendosi strada a gran pena.

Allora il cuore parve fermarsi; la vita fu sospesa nell’attimo prodigioso. La parola che stava in ogni anima raggiando, ma che non era mai echeggiata a delirio, si liberò, fu gridata a voce di pianto, a voce di gioia. Andò, ritornò, si elevò su da quel crogiuolo di ardore, con l’impeto dei battimani, fra il ritornello degli evviva.

E l’uomo pallido, nella sua berlina, s’inchinava e benediceva commosso dalla formidabile commozione del suo popolo, trascinato dall’enorme violenza.

Allora ella sentì i singhiozzi serrarle la gola e non sorrise più. Gettò tutti i suoi fiori, a fascio a fascio, e quando più non ne ebbe sul davanzale agitò le piccole bianche mani. La sua voce fu fra le infinite; ma ella sentiva, come tutti sentivano intorno a lei, che non era un uomo che passava, nè un pontefice che si acclamava piangendo, ma un’altra cosa più grande, per la quale era giusto soffrire e morire: l’Italia! — L’Italia che si levava dalla sua secolaresofferenza, purificata e intatta per ricominciar la via.

E anche quel giorno era tramontato, ma nel grigio cerchio degli anni splendeva tuttavia come una gemma solitaria.

Poi qualcuno ch’ella adorava umilmente e tenacemente era morto a Calatafimi, in battaglia, nelle giornate del prodigio ed ella aveva impallidito come il fiore senza più sole e aveva veduto trascorrere i giorni e gli anni, i mesi e le stagioni senza più nulla domandare, ferma ad un vespero della sua giovinezza e ad una ricordanza di amore e di pianto.

Nonna Pasquina aveva saputo più mondo; non era stata, come la compagna sua, il fiore del brolo, la conchiusa malinconia che appena s’illumina di una fuggevole luce. Sposata a un giovane fiero e combattivo, costretto all’esilio in tempi sinistri, era fuggita con lui in Inghilterra, donde era ritornata sola. E anche il destino di lei si era risolto in amarezza. Solo nonna Fortunata era giunta ai suoi novant’anni vedendo serenare i giorni innanzi a lei e compiersi la sua speranza nel tempo. Comunque fosse, la diversità dei destini non le aveva disgiunte. Come andavano insieme ai tempi belli della loro primavera, così si trovavano al vespero, unite. Allora avevan compagno il desiderio, ora il silenzio, per le stesse vie, negli stessi luoghi. Ma il cuor loro era immutato e l’anima senza cruccio. Scendevano, serene, alla porta che non siriapre mai più, declinando con la soavità dell’ombra, nell’amore di Dio. E le genti le sapevano ormai come le cose che sfuggono al tempo ed alla morte, nella loro raccolta umiltà; come le cose sempre vedute, sempre uguali, che dànno al core una pace improvvisa e la nostalgia delle memorie.

Quella sera nonna Fortunata era più gaia e gli occhi suoi rendevano splendore. L’allegrezza sua si era comunicata alle compagne, perchè palpitavano di uno stesso bene tutte tre.

Nonna Concetta leggeva una lunga lettera e, a quando a quando, si soffermava e le altre con lei. Eran per via, verso la chiesa, come ad ogni vespero. Cantavan le campane, e qualche donna, dagli angusti cortili, cantava d’amore a salutar la sera. Nessuno c’era per la via, come sempre, se non il povero, immobile presso il coltrone, all’oscura soglia del tempio.

Nonna Concetta levò il volto di su la lettera e disse:

— Che santa creatura! Fate che ci ritorni, Signore!

E nonna Fortunata:

— Avete letto, eh?... Belle prodezze davvero! Va a cercar tutti gli arrischi!

— Sempre uguale! — soggiunse nonna Pasquina.

Percorsero un altro tratto di via, in silenzio, e non si udì che il loro scarpicciare sull’acciottolato.Poi nonna Pasquina si fermò e le compagne si fermarono con lei e la guardarono.

— Com’è lontano! — disse Pasquina.

E Fortunata:

— Dove sarà mai questo Tripoli?

Nonna Concetta sospirò e soggiunse:

— Dicono sia di là dal mare!

Ripresero il cammino scuotendo il capo.

Fortunata ripiegò la lettera che nascose fra le vesti, sul seno. Poi riudirono l’invocazione del povero:

— Fate la santa carità, creature di Dio!

E il coltrone si appesantì su l’ombra.

Quella sera pregarono più fervidamente, inchine su lo stesso inginocchiatoio, innanzi a un altare propiziato da una lampada scialba. Nè l’una si addiede dell’altra, nè scambiaron parole sommesse come solevano a quando a quando, fra una prece e l’altra, sì come un pensiero estraneo irrompeva subitamente a turbare il santo raccoglimento.

Non seppero di cose umane se non quella che premeva loro sul cuore giganteggiando ed oltre quella fu lo spazio e la gloria di Dio.

Nè le scarne ginocchia provarono stanchezza per la lunga ora della sosta. La sera era morta ed esse erano ancora su la panca antica, innanzi al solitario altare; erano nate tutte le stelle nella gran notte e le nonne sognavanoe pregavano senza mutar parola, sperdute nella immensità divina. Senonchè quel che di più dolcemente umano animava il loro mondo pallido di anime stanche, si univa all’immagine di Dio e come nasce il canto per l’umida serenità del mattino, nasceva la ricordanza dall’anima memore.

Ed esse si vedevano sole: Concetta e Pasquina, e già era trascorso il tempo di sperare, chè ogni anno accresceva il carico grave e giovinezza era lontana. Aspettavano di morire solamente. Una scialba inerzia era sul mondo e sul cuore degli uomini; non v’era intorno che un fiacco abbandono.

A quando a quando le campane suonavano a morto e la voce triste correva di casa in casa e si faceva un nome. Un altro di quelli che erano stati giovani con loro aveva compiuto il transito. E pareva morisse così anche il ricordo di tutto il palpitare e del combattere e del vivere d’ardore dei giorni purpurei dei trionfi.

Il mondo era sempre più squallido, impoverito come la terra abbandonata.

Si vedevan più di rado. Nonna Fortunata andava a cercarle a quando a quando per condurle con sè o in chiesa o negli orti, ma esse pregavano Iddio che le togliesse dal mondo. Erano vecchie, sgagliardite e nessuno era intorno alla loro madia. Ma un giorno nonna Fortunata andò a loro col viso acceso di gaiezza e come le vide, disse:

— Il fiore che non si vuole, nasce nell’orto!

Nonna Concetta e nonna Pasquina si rivolsero a lei. Fortunata soggiunse:

— Non sapete? Il mio Giovanni ha avuto un figlio! E pensare che non lo desiderava!

— Sarà contento! — dissero a una voce Concetta e Pasquina.

— Ora sì!

Allora parve che nella solitudine di tanta vecchiaia nascesse d’improvviso un’aurora; parve che dalla castità del cielo scendesse il canto dell’allodola mattutina. La gioia di nonna Fortunata fu la gioia delle compagne sue e incominciò da quel giorno una vita inattesa.

Il nuovo venuto s’ebbe in battesimo il nome di Donato, e s’ebbe fin da’ suoi primi giorni, l’amore delle tre nonne. Visse con loro più che con sua madre e non conobbe mai il cruccio di un desiderio insoddisfatto. L’arida vita delle nonne si inalbò per la vita di quel bimbo e nell’unico lume si sentirono tutte tre sorelle. Erano sempre insieme, sempre con lui: in chiesa, nei prati, nei piccoli cortili delle loro case modeste.

Egli s’ebbe quel che avevan loro, distrusse ciò che gli piacque, senza veder mai sul loro volto, se non un sorriso.

Così crebbe in amore, bello e forte, ed esse lo videro tramutare adorando e quando più non poterono seguirlo, lo benedissero ugualmente eil loro pensiero vigile non lo abbandonò mai nelle sue venture di giovane ardito.

Anzi piacque loro la sua virilità gagliarda che non si umiliava ma si imponeva per dominio; piacque loro quel poco di scapestrataggine che lo faceva più giovine e più uomo e più ricco di ardore, e l’aspettavan su la soglia al volgere della sera, quando giungeva a salutarle, perchè allora, e allora solo, le piccole squallide case parea si accendessero tutte quante. Rinascevano adorando. Così fino al giorno in cui, essendo egli sotto l’armi, tanto aveva tempestato finchè non l’avevan fatto partire per la guerra.

Quel giorno le tre nonne non avevano avuto querele.

Ricordavano altre partenze, altre ansie uguali.

Solo nonna Fortunata gli aveva detto:

— Bambino mio, non fare più di ciò che devi!

E nonna Pasquina, più sottovoce:

— Cerca d’esser tranquillo, figliolo! Non sprecare il tuo coraggio!

E nonna Concetta l’aveva tratto in disparte e aveva fatto cenno di volergli parlare da sola, all’orecchio, e quand’egli fu chino innanzi alla bocca di lei che tremava, ella, con un filo di voce, per non piangere, disse:

— Quando ritornerai ti darò quella medaglia d’oro.... sai?... quella di Calatafimi.... che non fu portata mai!...

Poi volse la faccia altrove e non rispose a ciò ch’egli disse. Troppo ricordava un’altra partenza.Ma quando il treno fu in moto rimasero ferme tutte tre sotto la tettoia ad agitar le mani fin che lo videro ed egli andò con quella gran luce nel cuore.

*

Avevano ancora, nell’arca, i loro scialli di Ternò, a quattro doppi, tutti frangiati e da tanto tempo non li portavano più perchè bastava loro l’umiltà dello scialluccio nero nel quale si imbacuccavano a nascondersi, quasi vergognose di farsi vedere tanto vecchie; ma quel giorno ognuna, senza saper dell’altra, aveva voluto trarre dall’arca lo scialle di Ternò, per farsi bella.

Nonna Pasquina mentre si adornava così, gettando talvolta una fuggevole occhiata nel vecchio inutile specchio verdastro, si era sorpresa a cantare una canzone dei tempi andati, semplice e grande; e cercava le spille e dimenticava dove fossero, e tutto dimenticava nella fretta, fermandosi a mezzo di un atto, senza saper più cosa fare. Si sperdeva, si obliava dietro un sogno, dietro un ricordo illuminato dalla gran gioia del presente. Aveva aperto le piccole finestre che davano sull’angustissimo giardino della sua casetta.

Un giardino da bimbi dove anche poteva stare una vecchia col suo cuore pieno di ricordanze.

Era maggio; c’era un sole tiepido che svegliava ogni vena; si udiva un grande brusìo per la strada che passava al di là di un muro. Il sole si era disteso sul pavimento, era salito sul postergale del letto fin su le coltri, pareva giuocasse con tutti i suoi pulviscoli d’oro e la stanza era un rifugio di luce.

Nonna Pasquina cantava. Che ore erano? Guardò la vecchia pendola, ma si era ferma. La sera innanzi aveva dimenticato di caricarla. Era sbalordita, tanto sbalordita che aveva sognato di avere diciotto anni e aveva sognato tante altre cose che, a confessarle, una vecchia come lei avrebbe dovuto arrossire. Epperò ne era turbata, a volte, allorchè la visione le si ripresentava più chiara; scuoteva il capo sorridendo.

Ed ecco non sapeva più a che punto rifarsi per compire l’abbigliamento suo e s’imbizziva finchè il ritornello della canzone tanto vecchia, quanto la vita sua, non le tornasse alle labbra.

E cantava e s’obliava. Avevan bussato alla porta? Era forse Fortunata?... Stava in orecchio, non udiva nulla; udiva il grande brusìo della strada e il cuore le si stringeva tutto quanto e la gola anche. Una volta si sorprese a ridere ma di un riso tanto strano che, se non si fosse frenata a tempo, avrebbe finito col piangere. Poi guardò nel giardino l’aiuola delle violacciocche e pensò di farne un gran fascio. Bisognava spicciarsi, chè Fortunata sarebbe giuntada un momento all’altro; e girava e anfanava, dispersa nella luce del mattino e dell’anima sua.

Poi giunse Fortunata e ristette sulla soglia.

Anche Fortunata aveva lo scialle di Ternò e un vestito di raso a pieghe a pieghe, che pareva abbrividisse dal freddo, e i guanti. Si fermò sulla soglia. Era un poco pallida; domandò:

— Non siete pronta?

— Eccomi! Eccomi!

Ora nonna Pasquina si affrettava per davvero.

— Dov’è Concetta?

— Non è con voi? — domandò nonna Pasquina.

— Io non l’ho veduta!

— Neanche io.

— Forse la troveremo per via.

E Pasquina fu pronta. Prese i guanti, anche quelli erano vecchi e piangevano per il lungo abbandono; gettò un’occhiata intorno, si avviò che già nonna Fortunata l’aveva preceduta.

Quando fu per le scale esclamò:

— E le mie violacciocche?

— Quali violacciocche?

— Quelle che volevo portargli!

— Gliele darete dopo; ora non c’è tempo, andiamo.

E svoltaron pei vicoli per sfuggire la folla, per non vedere, per non commuoversi troppo. Poi si vergognavano del loro abbigliamento; la loro consueta umiltà ne era ferita. Nonna Fortunata, tra per vincer l’emozione e per timore di avereesagerato nell’eleganza, si era aggrottata in volto e non parlava. Nonna Pasquina era troppo sperduta ne’ suoi pensieri per dir parola. Si tennero per le vie più deserte, giunsero alla stazione quasi di soppiatto e quando si trovaron d’improvviso fra la folla acclamante, fra il tempestar dell’urla e delle musiche, in quell’arruffio di gente che pareva fuori di senno, tanto era trascinata dall’orgasmo, non seppero più nè avanzare nè fermarsi, si lasciaron trasportare nel rigurgito, senza opporre resistenza nessuna.

Poi non seppero spiegarsi ciò che avvenne; si videro ferme in un angolo della stazione, addossate ad un muro, le vesti sgualcite, sole, ma contente, ma liete di una grande gioia come se la giovinezza loro fosse ritornata e con lei i giorni della gloria.

Donato le trovò in quell’angolo; le sorprese come due estranee, ignare di tutto; se le portò via nel turbine della gioia come in un trionfo d’amore e le due candide vecchie lasciaron fare, il volto rorido di lacrime. Poi corse un nome fra loro:

— E Concetta?

— Dov’è Concetta?

— Andiamo, andiamo, ci aspetterà.

La vettura divorò la via, passò fra le acclamazioni frenetiche, svoltò per le strade del silenzio. La porta era socchiusa.

Donato si precipitò su per le scale gridando:

— Concetta?... Nonna Concetta mia?...

Ma nessuno rispose. Ristette all’uscio del ripiano.

— Non c’è! — disse rivolto a nonna Fortunata.

Entra, — rispose la vecchia.

Come l’uscio fu aperto non la videro.

— È uscita! — dissero.

— Ti cercherà!

Ma Donato si fermò di repente innanzi a una poltrona, rivolta alla finestra del cortile, e disse sottovoce, sbiancando:

— Nonna Concetta!

Le compagne si accostarono. Ella era seduta là, più bianca de’ suoi lini, contro il poco sole che illuminava un muro del cortile. Aveva su le ginocchia uno scialle, una veste antica color di rose, un po’ di fiori secchi, un astuccio. E le mani scarne tremavano e così la pallida bocca. Non era più lume in quel viso se non negli occhi mesti. I tre la guardarono senza parlare.

Ella non guardò che Donato e brancicava e voleva dire. Per la squallida stanza era una pallida luce e non si udiva rumore.

Poi il giovine le cadde di peso ai ginocchi, stette prono innanzi a lei. Allora l’angoscia della lenta agonia si accrebbe, non per la morte che era attesa e benedetta, ma per il costretto silenzio.

Pareva che la gran pietra fosse calata per sempre ed ella dovesse partire così nella sua malinconia, senza poter dire la santa parola; ma Iddio le fu misericorde. Ed ecco che essi la viderolevarsi; ecco che riudiron l’eco della voce dispenta:

— Prendi.... bambino.... tienila per mio ricordo! È la medaglia di Calatafimi.... che non fu mai portata.... non te ne separare.... che è santa!

E la pallida faccia malinconica si illuminò di una gran luce; più non parlò: vide e gioì nella sua morte, vide e gioì per l’ombra del suo lontano amore che riviveva in quell’ora, nell’anima sua moritura e nella giovinezza d’Italia.


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