I.
Ora poteva darsi che di una razza salda e di bella tempra ne sortisse negli anni, per la dottrina che non ha volo nè grandezza, una specie di tediosa chiericìa infrollita in ogni esaltazione di egoismo, povera di anima e di cuore; poteva darsi che i lupi doventassero agnelli per troppo amore a sè stessi e che la viltà insinuasse il suo piccolo pallido volto di femmina meschina fra le genti della grande pianura.
I vecchi morivano, essi che avevano saputo ciò che era servire e soggiacere perennemente a una volontà estrania; se ne andavano col loro sogno remoto, superato ormai, dimenticato; e fra i campi ed i fiumi, nel paese dei rivi e dei maceri, la nuova giovinezza, ebbra di una volgarità senza nome, dimentica di ogni freno di urbanità, senza Dio e senza amore, bestemmiava il passato e le forme del passato aggirandosi, cieca, nella propria miseria angustissima e pensando di conquistar l’avvenire.
Ciò era nel prossimo tempo trascorso; nulla si vedeva intorno che accennasse ad arginarela mala piena. E l’antica forza di una stirpe, moriva.
Così nella vecchia casa sul fiume, presso le roveri e le acacie, con la sua aia stretta dagli olmi giganteschi, spersa fra il grande mare delle canape.
Era una casa remota, oltre le strade battute, che non aveva se non una viottola erbosa per giungervi. Il fiume, verde e silenzioso, passava fra le sue sabbie grigie, nel fondo, velato dai canneti e dai salici. Non lontano era il mare. E quando Borea scendeva dai monti dell’Istria e tempestando sommoveva le acque del mare, ecco che dalla casa antica, fra i querceti, si udiva un muggito senza fine e a quel mugghio cominciavan le prime fiammate sotto il camino dall’enorme cappa.
Le opre nei campi eran quasi ultimate. Già l’aratro sementino era riposto sotto la capanna fra l’erpice e il giogo e le corbe per la semina; e i buoi, distesi nelle lor poste, ruminavan sonnecchiando nella calda stalla.
Forse sopravvanzava qualche campicello da arare, ma con pace, a tempo guadagnato, quando fosse agevole il giorno col suo piccolo sole.
Era una casa vecchia, di gente antica che si perpetuava in quel luogo da secoli e ogni generazione vi aveva lasciato alcunchè del suo tempo: l’arredamento di una stanza, una pendola, un calesse su le cigne, un’arca nuziale tutta scolpita e dipinta; e nulla di quel che v’era esulavamai perchè ciascuna cosa aveva il nome di un avo, di un bisavolo ed era considerata famigliare come la memoria dello scomparso. Solo gli arnesi rurali non avevano età, chè, per essi, era la tradizione, l’uso più che millenne e rappresentavan la stirpe e non la famiglia. La chiamavano la Casa degli Antoni. Anche nel nome patronimico era come una santità antica.
Era cominciata dal poco, poi si era ingrandita tanto da racchiudere una vasta corte su la quale si aprivano i magazzini, le stalle, il pollaio, i fienili e, in fondo, le stanze per i braccianti, quando venivano a opera per mietere, e per le ragazze che maciullavan la canapa, nell’autunno.
La casa si era ingrandita col podere e con la fortuna degli Antoni. Era la famiglia; la sua vita e la sua storia.
Quando il primo degli Antoni si era stabilito laggiù, fra la foce del Po di Primaro e quella del Lamone, era quasi tutta palude all’intorno e poco si seminava per raccogliere quasi punto; poi la tenace opera diuturna degli uomini aveva cambiato aspetto ai luoghi e la fortuna degli Antoni si era aumentata lentamente e continuamente passando di padre in figlio, intatta. La casa aveva seguito la vicenda della fortuna. Con l’accrescersi del benessere si era ampliata, ma negli anni, rispondendo ai bisogni che erano pochi e tardi e ai quali non si badava se non quando non era possibile fare altrimenti.
Così da piccina che era, con tre sole stanze e una stalla e il tetto ricoperto di stipa, si era alzata e allargata fino a comprendere fra le sue ali una vasta corte. E il tempo le aveva dato le sue macchie e il suo color d’ombra fra il grigio e l’argento vecchio e aveva quasi cancellata, sul muro a solatìo, una meridiana della quale non era visibile che l’asta arrugginita, una gran falce dipinta e il numero del meriggio.
Le generazioni si eran succedute nel nido ramingo come le età nella storia degli uomini, uguali, fatali, lasciando il ricordo della loro vita in una più intima storia famigliare fatta di bontà e di silenzio.
Ora, reggeva la casata, secondo la consuetudine patriarcale, l’avo ottantenne: Giuseppe degli Antoni e gli eran sottoposti i suoi tre figli e i nipoti e le donne. Nessuna cosa si effettuava senza il consiglio del vecchio e il voler suo: nè l’amore dei giovani, nè la coltura delle terre; egli tutto disponeva nei giorni e nel tempo, secondo il bene della famiglia. Lo chiamavano il Vecchio e, in presenza sua, le donne non cianciavano vanamente e gli uomini non trascendevano a litigi. Egli parlava poco e a tempo e non abbandonava l’anima sua alla curiosità dei minori. Viveva un poco appartato, quasi sempre taciturno.
I suoi molti anni non gli erano gravi più che non lo siano alla rovere. Era della tempra delle creature centenni che più si rinsaldano quantopiù il tempo trascorre. Non sapeva malanno, come non conosceva la faccia del vizio. La sua vita era condotta secondo i principii degli uomini semplici, di tutti coloro che hanno il sole a compagno e con esso si levano e lo seguon nel sonno. Come tornavano i suoi pastori fanciulli dalle lande e riponevano le greggi nel chiuso, inseguendole con urla e sibili; come la stella del crepuscolo declinava sul mar delle canape, verso le montagne azzurre, adunate le sue genti alla mensa, spartiva il pane sul palmo della mano, essendo diritto innanzi alla tavola e gli altri seduti; e, compiuta la cena, saliva alla sua stanza disadorna, a riposare. Con l’alba era in piedi, innanzi a tutti e, come l’udivan nella corte aprir la porta delle stalle, si levavano i garzoni, i braccianti e le donne della famiglia.
Egli era la diana: bastava che il passo di lui risuonasse su le pietre della corte perchè ogni sonno fosse interrotto e le piccole finestre stridessero sui loro cardini e si levassero le voci degli uomini e quelle dei fanciulli.
Il vecchio non amava novità, amava che tutto andasse per la sua via antichissima così come le cose che per non tramutare si eternano. E in ciò che era opera ed apparenza era ubbidito, ma il cuore dei giovani non lo seguiva. Così il suo poco parlare proveniva anche dal sentirsi troppo solo, dal non veder gli occhi dei nipoti levati negli occhi suoi, quand’egli diceva dei doveri che la vita impone, dal non sentirel’acconsentimento concorde il quale, senza parole, è manifesto. E vedeva, nel suo chiuso, che, quand’egli avesse ceduto alla morte, la Casa degli Antoni si sarebbe disfatta. Svaniva l’antico sentimento famigliare che teneva unite le genti dello stesso sangue in un solo nido, per una sola fortuna; ognuno pensava più a sè che alla casata; aveva in mente la ventura sua nel mondo e nulla più che fosse l’antica devozione ad una comune fede. Prevaleva un egoismo meschino che nulla vedeva più in là del proprio tornaconto. E le leggi del sangue, le sante leggi che facevano delle genti di un solo ceppo come una costellazione, ecco, non eran più intese, anzi erano combattute e dovevan morire.
Questo sentiva e vedeva Giuseppe degli Antoni, il vecchio senza miserie, l’ultimo Nume nel tempio corso dall’irriverenza e dalla discordia.
Ma a lui nessuno si opponeva in contrasto. Se comandava era ubbidito.
De’ suoi tre figli, due si erano ammogliati ed erano schiavi delle loro donne, nè avrebbero saputo mai risolversi ad una qualsiasi cosa senza l’acconsentimento delle donne loro. Il terzo era prete, quindi perduto.
E il vecchio sentiva che l’anima sua non aveva intorno un nido in cui rifugiarsi e, nella santità della sua vecchiaia, guatava l’immensa solitudine che accompagna la morte degli ultimi.
I nipoti disertavan la casa e i campi, mutialla dolcezza dell’antichissimo nido fra le canape stellate.
Protervi, bestemmiatori, paghi di ogni volgarità pur che la loro rozzezza bruta sopravalesse in un simulacro di impero, preferivan le comitive dei loro simili al raccoglimento severo della casa veneranda e si sperdevano fra bagordi e tumulti, pronti a urlare e a fuggire, ad essere spavaldi contro i deboli e vili contro i forti, a non avere virtù nessuna che non fosse quella della loro prepotenza. E l’ignoranza loro conosceva la parola — diritto — e la elevava oltre ogni termine ed ogni giudizio ed ogni giustizia.
Ribelli come il bove che tragioga e si scaglia innanzi contro il dirupo, non potevano nè avrebbero voluto sottostare ad alcuna legge che avesse menomato, ai loro occhi, l’assoluta libertà alla quale tendevano; e credevano di ubbidire al Vecchio, solo per la sua vecchiezza e per la morte sua non lontana, non volendosi confessare l’invincibile umiltà che li teneva proni di fronte a quella gagliardia.
Così si iniziava il disfacimento. Il vecchio sentiva dietro di sè non già la sua morte ma la morte di un mondo e il silenzio eterno là dove avevano pianto e cantato tutte le genti dell’antica famiglia.
Ora non c’era che un’anima, fra tante, una creatura sola che lo intendesse ed era una sua piccola parente: Rinotta. Era questa, una ragazzabella e forte, che rideva volontieri e più cantava fra la corte e le redole e nella sua stanza angusta, presso i magazzini.
Rinotta aveva quindici anni, ma tanto le aveva profittato il tempo della sua vita che era già donna.
Fresca come il pomo novello, grande e ben fatta, tranquilla ed operosa, era l’unica serenità della casa. E non v’era altri che sapesse la gioia ch’ella sapeva, nè la sua pace. Nessuno più di lei era lontano da ogni noia e dal tedio che inasprisce la vita e nessuno sorgeva ad ogni alba con maggior letizia.
Questo piaceva al Vecchio e glie l’aveva fatta prediligere.
S’incontravano nella corte, ogni giorno, che appena era schiarito il cielo e gli altri eran tutti nel sonno, dimentichi, oltre le imposte chiuse.
Dormivan vicini. Appena il Vecchio si rimoveva per la stanza che già udiva, nella pace soave dell’alba, il passo frettoloso di Rinotta e l’udiva scendere e salire con l’acqua tersa, poi gli giungeva lo sciacquio del suo lavarsi e, a volte, cantava come l’usignuolo presso il nido, che appena s’ode e mormora sul romper della luce. E questo era ad ogni giorno, anche quando il pigro inverno faceva l’alba più tarda e tutta la campagna era un gelo.
Poi com’egli discendeva, ecco un passo vivace dietro il suo passo tardo od una voce fresca incontro alla sua voce grave.
S’incontravano nella corte:
— Buongiorno, nonno.
— Buongiorno, Rinotta.
E talvolta s’accompagnavano nel giro mattutino attraverso alle stalle e ai pollai; tale altra Rinotta correva a risvegliare le genti assopite o, nei giorni della calura, traeva dal catro i maiali e li menava giù per il fiume che si ristorassero fra l’acqua e la melma, là dove potevan trovare pastura e frescura. Ella sedeva su la riva essendo presso l’acqua co’ suoi piedi scalzi e batteva il suo vinciglio su le esili canneggiole fischiettando, chè i maiali non avessero a sbandarsi; o, tutta abbandonata, seguiva la lieve linea solare, così dolce come l’amor che si sogna, levarsi, vincere e baciare e dissolvere l’azzurra opacità dell’alba; e le pareva di esser mille: di essere il fiume, il cielo, il verde delle piante e le salde radici e il fiore che nasce e l’immensa gioia del mondo.
Non c’era nessuno intorno ma ella sentiva il suo cuore per tutto e il suo cuore parlava. Il fiume era come uno specchio antico, col suo verde opaco, e pareva prendesse le cose dentro l’anima sua tanto le rispecchiava a chiarore e mormorava col ramo sporgente, s’increspava in un sorriso presso la canneggiola che sorgeva dal suo fondo, dal suo dolce fondo tepido dove era dolce andare coi piedi nudi.
Talvolta il Vecchio scendeva fino a lei e, dopo aver riposti i maiali e riempito il truogolo, sene andavano attraverso ai campi insieme, per le redole, lungo le porche e le prode e parlavano poco ma stavano bene l’uno accanto all’altra.
— Quest’anno il grano promette bene!
— Guardate le belle spiche, nonno!
E si perdevano nel sole, ella con la sua pezzuola rossa gettata sui capelli neri, il Vecchio sotto il suo grande cappello a cencio dalle larghe tese.
— Le viti non hanno alleghito. Ha piovuto troppo!
— Il moscadello sì! Guardate quanti grappoli!
E andavano innanzi, muti, accarezzando con gli occhi le messi, da campo a campo, da filare a filare.
Altre volte si fermavano a un’ombra a sorvegliare i braccianti; poi ella ritornava nell’alto sole, alle sue faccende. Il Vecchio la vedeva allontanarsi diritta e forte e saltare i fossi e aprirsi un varco fra le siepi.
Si amavano senza dirselo chè uno era il loro mondo, nè il desiderio di giungere alle vie maestre e di allontanarsi per le vie maestre dalla solinga dimora li tormentava; anzi se andavano alla città, talvolta, nei giorni di mercato o nelle feste solenni, vi si trovavano a disagio affrettando l’ora del ritorno.
Ed erano i soli della casata i quali sentissero che non c’era su la terra altra cosa desiderabile all’infuori della loro fattoria; ma l’uno era pressoil punto di abbandonare il sole e l’altra era una fanciulla che non avrebbe potuto imporre la propria volontà, se pur non avesse ascoltato qualcuno della casa che l’amava, e non ne avesse riso.
Qualcuno le stava da presso inutilmente e ella, in sè, tutto dimenticava che non fosse la vita di lei.
Una sera di marzo la vecchia casa fra le roveri era in grande tumulto. Si udivano le donne gridare e gli uomini imprecare.
Rinotta cantava nella corte, indifferente al frastuono, raccogliendo al pollaio le sue oche reali. Siccome i litigi non erano rari per questioni di interesse, ella non vi badava più che tanto chè la curiosità non la pungeva nè il pettegolezzo. Il Vecchio non era tuttavia rientrato.
Però la stupì la violenza delle grida e il loro persistere. Gli uomini e le donne si erano raccolti in una stanza a terreno e, attraverso alle inferriate, si vedevano a quando a quando rimuoversi. Si udiva la voce di Giorgio salir più alta delle altre in qualche imprecazione.
Per un attimo Rinotta si rivolse a guardare pensosamente, poi, come vide Maddalena, la vecchiaserva, che attraversava la corte in quel punto, le domandò:
— Che hanno fatto?
Maddalena alzò una spalla:
— Cosa vuoi che ti dica, io? Urlano, non si capisce niente! Ho sentito che parlavan di soldati e di guerra. C’è anche iltuoGiorgio.
E si avviò ciabattando verso le stalle.
Rinotta rise da prima, per l’accenno della serva, poi non cantò più. Una lieve increspatura le era passata fra ciglio e ciglio.
La luce era quasi morta e già Lorenzo, il garzone, aveva accesa la sua lanterna e si avviava ai magazzini.
Come ebbe raccolte le oche e chiuso il pollaio; Rinotta ristette pensosa: doveva salire alla sua camera e non farsi viva o non era meglio sapere quale gran male era toccato a Giorgio?
Stava in forse quando udì il bubbolio di una sonagliera e tre colpi forti sul portone, dal canto dell’orto. Corse ad aprire al Vecchio.
Come la cavalla varcò l’andito ed entrò nella corte, trascinando lo stinto bagherino a mantice, ogni vociare fu spento. Solo si udì ancora l’aspra voce di Giorgio urlare:
— Io me ne infischio del Vecchio!... Io, devo andar via e non lui!
Un puledro annitrì nella stalla e si udì il tubare dei colombi su la loro torretta roggia, sopra la casa.
Rientravano le greggi.
Giuseppe degli Antoni non chiamò il garzone, staccò da sè la cavalla, senza parlare.
Era accigliato; non guardò Rinotta che gli si era ferma vicina. Poi giunse Lorenzo, tolse la capezza dal cassetto del bagherino e condusse via la bestia, parlandole piano.
La stanza a terreno, dove si era adunata la famiglia, appariva deserta. Tutti si erano sbandati all’arrivo del Vecchio, chi pei magazzini, chi per le cucine e per le stalle e chi era uscito sulla viottola.
Giorgio passeggiava nel fondo della corte, a grandi passi, il capo curvo, brontolando fra sè, e il suo viso era fosco e gli occhi suoi accesi. Pareva cercasse un appiglio qualsiasi per un litigio.
Rinotta guardava ora lui, ora il Vecchio, tutta sbigottita. Sentiva che un urto doveva avvenire fra i due.
Il suo cuore batteva forte e si domandava s’ella non poteva intervenire per ciò che le aveva detto tante volte il giovane, ma non sapeva che farsi.
La madre di Giorgio si affacciò su la soglia della cucina e chiamò stizzita:
— Maddalena?... Vi siete messa in testa anche voi di farmi morire?... Che fate là?
Poi rientrò sbattendo l’uscio.
La vecchia serva attraversava la corte col suo carico di carbone e ancora si udì la voce di lei, nel silenzio:
— Oh santa Vergine, che pazienza!...
Come scomparve, per un istante non si udirono che i cavalli franger la biada.
Passarono Lario e Gildo, i due pastori fanciulli che già avevano raccolte le greggi. Li seguiva il loro cane bianco. Si diressero al lato opposto della corte dove era la loro stanza buia.
Il Vecchio si era fermo in mezzo alla corte come sperduto in un pensiero remoto. Aveva un involto sotto il braccio. Si mosse e si fermò di nuovo. Guardava la terra. Poi disse rivolgendosi a Rinotta e tendendole l’involto.
— Porta questo in casa.
E seguì Lorenzo che si avviava verso i magazzini.
Faceva freddo. La stella del vespero era presso a morire.
Gli animali eran già raccolti nel sonno.
Lario e Gildo ricomparvero e si accosciarono presso il muro a sbocconcellare il loro pane e non parlavano.
Il cane li guardò scodinzolando, fermo innanzi a loro.
Poi la corte fu deserta e l’ombra e il silenzio discesero uguali.
Come la vecchia pendola su le scale sonò le otto, tutta la famiglia era raccolta intorno alla tavola, per la cena: Giovanni e Pietro, i due figli del Vecchio; Clotilde e Teresa le loro mogli e i sei figli di Clotilde e i cinque di Teresa. Non mancava che Giuseppe degli Antoni, il Vecchio.
E quella sera Rinotta guardava Giorgio ma questi non guardava lei.
Clotilde domandò alla ragazza:
— Dov’è il Vecchio?
Rinotta disse:
— Era nei magazzini, con Lorenzo.
— Va a chiamarlo, — fece Giovanni. — Forse non avrà sentita l’ora della cena!
— Sì, va a chiamarlo, — soggiunse Teresa; poi come Rinotta fu uscita, mormorò:
— Bisognerà parlargli.
— E chi si arrischia? — disse Clotilde.
I due uomini tacevano guardando nei loro piatti.
— Voi, — riprese Teresa con voce aspra, e guardava il marito, — voi che state là che sembrate di stucco, dovreste mostrarvi uomo e parlare!
Pietro scrollò le spalle e rispose:
— Non mi seccare!
— Come seccare? — continuò la donna levando la voce. — Come seccare?... Non è vostro figlio, Giorgio?... Vi piacerebbe che morisse?...
— Uff, quante chiacchiere!... — disse Pietro. — Ce ne sono tanti che partono!
— Ma io no! — urlò Giorgio. — Io no perchè è ingiusto! Fate partire i signori chè son loro che vogliono questa guerra! Partite voi, se vi piace, ma io no! Poi, — soggiunse battendo il pugno su la tavola, — poi se nessuno ha core di parlare al Vecchio, gli parlerò io!
— No, tu starai zitto! — disse Teresa. — Tu starai al tuo posto!
— La vedremo!
I piccini avevano approfittato dal battibecco per picchiar sodo su la tavola con i cucchiai. Clotilde li redarguì.
Giovanni disse:
— Con la calma si accomoderà tutto!
— Ma che calma! — urlò Giorgio.
— Ha ragione! — dissero in coro Livio, Cesare e Umberto.
— È una guerra ingiusta!... Io non mi sento di andare ad ammazzar gli altri in casa loro. Che direste se qualcuno entrasse qui e volesse mandarvi via? Si farebbe a mori e ammazza per difender la roba nostra e avremmo ragione! Così l’hanno loro. No, io non parto, e se tutti pensassero come me e se non ci fossero degli imbecilli, vedreste la bella sorpresa!... Altro che patria e patria!... La patria è dove si mangia!...
— Ha ragione!... — ripeterono il fratello e i due cugini. — Ha ragione! — Ed essi pure aggiunsero una grossa bestemmia alle innumerevoli delle quali Giorgio, il buon comiziatore, aveva infarcita la sonante discorsa.
I bimbi avevano levato il capo di su, la tavola e stavano ad ascoltare, edificati.
— Mi pare che potreste fare a meno di bestemmiare! — mormorò Clotilde che ancora sentiva un lontano pudore della sua fede semispenta.
— Ecco la bigotta! — fece Cesare ghignando.
E Giorgio che ormai era in calore e gli pareva di rifare il mondo con le sue parole, soggiunse:
— Non ci vorrebbe altro che il vostro Dio per farci ancora più servi!
Ma a questo punto una voce forte gridò:
— Imbecille!
E tutti ammutolirono. Il Vecchio era giunto inavvertito; dietro di lui stava Rinotta.
Colpito dalla parola improvvisa, Giorgio abbassò gli occhi chè non resse lo sguardo del Vecchio, e non fiatò altra sillaba.
Neppure un volto si levò a guardare il sopraggiunto; passò come un gelo improvviso da core a core e l’imbelle volontà del pecorume si sentì soggiogata.
Poi il silenzio non fu più interrotto.
Il Vecchio spartì il pane e sedette a capotavola.
I bimbi mangiavano compunti chè sentivano la nuvola nera passar su l’anima del nonno e dei parenti.
Solo Teresa guardava Pietro e lo incitava a parlare, gestendo muta.
E quando la cena stava per compirsi, il pover’uomo, temendo le segrete furie della sua compagna, parlò e disse:
— Babbo, sapete nulla della guerra?
Il Vecchio rispose:
— So che hanno richiamata la classe dell’ottantotto.
E guardò Giorgio.
Pietro inghiottì la saliva amara.
Dopo una sosta penosa, riprese:
— E.... che ne dite di questa guerra?
— Dico che è necessaria! — rispose il Vecchio.
Giorgio si accontentò di mugolare qualcosa che non fu inteso e Teresa soggiunse senza guardare la chiara faccia del temuto:
— Già.... voi leggete i giornali!
L’impresa doventava sempre più ardua.
— Così.... il nostro Giorgio dovrà partire! — soggiunse Pietro.
— Già!
— Noi avevamo pensato.... — S’interruppe. — Sapete, Edoardo.... Edoardo Fambri.... ha scritto dalla Germania.... e invita Giorgio laggiù, chè c’è lavoro!
— Ah!
— Noi.... avevamo pensato che.... forse sarebbe la sua fortuna.... e.... se a voi non dispiacesse.... lo faremmo partire!...
Il Vecchio non rispose, si rivolse a Giorgio e gli domandò:
— E tu, che ne pensi?
— Io la penso come mio padre, — rispose il giovine.
— No, come tua madre!
— Sicuro, anche come lei!... Come tutti quelli che ragionano!
Il Vecchio ebbe un impeto che solo si rivelò per il bagliore degli occhi, ma ancora seppe rattenersi e disse:
— Domani ti presenterai al Distretto.
— Ma....
— Ho detto che domani ti presenterai, e ti condurrò io stesso!
Il giovine era di brage. Brontolò:
— La vedremo!
Allora il gran pugno nocchieruto dell’avo scese violentemente su la tavola; i bimbi n’ebbero un tremo:
— E bada, bada di non disubbidire!... Bada che se ho detto “voglio!„ non se n’esce!...
Teresa e Pietro cercavano invano di frenare e con gli occhi e coi gesti la furia del loro figliuolo. Questi, che ormai ne era travolto, non cedeva.
— Io credo, — disse, — credo che potrò fare della mia vita ciò che mi piace!
— Quando ti sarai sbattezzato, sì! Allora potrai essere vigliacco e disertore. Ma fin che sarai degli Antoni, no!... E non mormorare!... Alza quella faccia e parla forte!
— Io dico che non partirò!...
L’avo sbiancava.
— Bada, bambino, non t’impuntare, non mi mettere nel caso di dover fare ciò che non voglio! — E la nativa violenza forzava i freni. — — Se ho detto che partirai.... vedi.... anche se ti dovessi legare con queste mie mani e portarti così al tuo posto di uomo, lo farei.... lo farei per il nome d’Iddio e per il nome nostro che vuoi disonorare!...
— Che c’entrate voi, dopo tutto?
— Che cosa dici?
— Dico che non sono più un bambino e che non ho dovere di ubbidirvi!
— Ah no?
— No!
— Tu puoi fare ciò che vuoi?
— Se è vero che mi chiamo Giorgio, sì!
— Tu puoi andare, stare, disporre come vuoi da intiero padrone?
— Per ciò che mi riguarda, sì.
— Giorgio! Giorgio!... — urlò Teresa spaurita, chè sentiva la nera tempesta sopravvenire.
— Lasciatelo dire! — disse il Vecchio. E continuò: — E se ti piace di essere disertore, lo sarai?...
— Potete togliervi dal capo l’idea ch’io parta!
— E non darai retta a nessuno?
— Solo ai compagni del mio Partito!
— Ah!... solo al tuo Partito, dunque? Solo ai tuoi compagni?.... — E si levava lentamente. — Solo ai vigliacchi pari tuoi? — E il suo corpo di vecchio atleta tremava forte.
— Babbo, babbo!... — gridarono i suoi figliuoli, — che fate babbo?... Non gli date retta!... Non sa quel che si dice!
Solo Rinotta si levò col Vecchio. Era accigliata e bianca.
Questi si diresse lentamente verso la parete, ne staccò la doppietta. Giorgio lo guardava fare, livido ed impietrito.
Poi si volse, si avvicinò di tre passi al caparbio che ancora era seduto e, fra un pauroso silenzio, gli disse, e scandì le parole:
— Ora lèvati e camminami innanzi!
— Babbo.... per carità!... — implorò Giovanni e fece per levarsi ma il Vecchio lo fermò a mezzo.
Giorgio aveva conserte le braccia su la tavola e il capo sopravi. Dalle contrazioni del suo corpo pareva singultasse.
— Che cosa ti ho detto? — riprese il Vecchio.
Poi come vide che l’altro non rimuoveva, abbassò lentamente la doppietta e l’impostò su la spalla.
— O ti levi, o t’ammazzo!...
Passò un attimo tragico in cui non una bocca ebbe un respiro, nè un volto un moto; gli occhi eran come di pietra e le femmine spasimavano.
Si era alla risoluzione, al punto in cui non è via d’uscita se l’una delle due forze in contrasto non piega. Ogni secondo era eterno.
Il cocciuto si rimosse, levò il volto di morte, sfigurato in guisa che pareva scarnito e disfatto dall’attimo della furia e dell’orrore, guardò il Vecchio, si contrasse, si rannicchiò, s’aggomitolò contro il cugino, su la panca; tese innanzi le braccia, vi nascose la faccia e d’improvviso schiantò dai singhiozzi. E quel pianto ne raddusse molt’altri.
Allora Rinotta, che era diritta dietro l’avo, si fece innanzi, si accostò al giovine, lo prese per un braccio e gli disse:
— Su, vieni via!... Su.... vieni con me!...
Giorgio ubbidì, travalcò la panca, si avviò incurvo e tremante per il suo pianto, al fianco di Rinotta. Gli pareva ch’ella dovesse comprenderlo, ch’ella dovesse dirgli una parola confortevole.
Furono all’uscio, scomparvero. Tutto ciò avvenne nel tempo di un battibaleno.
Nella corte i due pastori fanciulli erano addossati tuttavia al muro: dormivano con la testa su le ginocchia e il bianco cane ai loro piedi.
La notte era buia. Si udiva lontano lontano il grand’urlo del mare.
Come furono soli, nel buio, Giorgio cominciò a dire a dire, fra i singulti, nel tremore dell’anima sua e Rinotta, diritta vicina a lui, l’ascoltava. Ma quando il ribelle tacque, quando credette che il giovane cuore di Rinotta l’avesse compreso ed assolto per l’amore ch’egli da tanto tempo invocava invano da lei, quando tese le mani a conforto, la ragazza si scostò di un passo e non seppe dirgli che una parola:
— Vigliacco!
Allora egli levò i pugni a minaccia ma Rinotta non si scompose.
Il Vecchio li guardava di su la soglia.
Rinotta aveva disciolti i suoi capelli neri al sole e, ferma nel vano della piccola finestra adorna da un geranio rosso, si volgeva a quando a quando ad una piccola spera, chiusa in una cornicetta di stagno e appesa allo stipite, all’altezza del viso. Il pettine s’impigliava fra i capelli aggrovigliati ed ella con una mano ne levava una gran ciocca sopra la tempia.
Aveva le braccia nude, le sue belle braccia piene, di ragazza sana, e il volto sereno. I suoi occhi lucevan di sole, avevano un’anima di primavera.
E cantava sommessa, interrompendosi allora che era più aspro l’aggroviglio da superare.
Cantava:
Di là dal mare c’è un camin che fuma,...È il cuore del mio amor che si consuma!
Di là dal mare c’è un camin che fuma,...È il cuore del mio amor che si consuma!
Di là dal mare c’è un camin che fuma,...
È il cuore del mio amor che si consuma!
Nella corte c’era Lorenzo che governava la cavalla fra un gran battere e trepestare e fra grida improvvise.
Passò Maddalena che tornava dall’orto con l’erbe per la cucina, poi un contadino e Teresa. Questa levò gli occhi alla finestra di Rinotta e li rivolse altrove. Dal giorno in cui Giorgioera partito, accompagnato dal Vecchio, ella non aveva più detto parola e passava per la casa come un’estranea. Anche gli altri si erano fatti muti e l’ora dei pasti trascorreva fra un gran silenzio interrotto solamente dal ciangottìo dei bimbi.
Il Vecchio e Rinotta vivevano fra i loro come gente d’altra lingua e d’altri costumi, senza che nessuno mai li accostasse; ma ciò non li turbava, nè la vita loro si era, per questo, oscurata.
Vivevano come per l’innanzi, come erano stati sempre soli per l’innanzi e il loro sonno non era meno tranquillo.
Il tempo volgeva su la vecchia casa le sue ore uguali e il giro delle stagioni.
Trascorreva un dolce novembre, tepido come una primavera e s’anco le giornate scemavan sempre più e il sole s’addormentava a mezzo il cielo, il rovaio non era giunto tuttavia e le finestre si aprivano di buon mattino all’aria appena appena fresca.
Rinotta cantava, il cuore un po’ turbato e l’anima pensosa. Il nonno era uscito all’alba all’alba. Ora andava ogni giorno alla città e qualche volta vi si tratteneva a lungo. Ritornava con un grande fascio di giornali e leggeva anche sul bagherino, tanto che per due volte aveva rovesciato in un fosso per aver dimenticato le redini.
Ogni giorno Rinotta andava ad incontrarlo oltrela lunga viottola e percorreva anche un buon tratto di strada maestra, fino alla chiesa. Poi lo aspettava sul sagrato. Giungeva, si salutavano.
— Che notizie ci sono? — domandava Rinotta.
— Buone, — rispondeva il Vecchio.
— Ha scritto?
— No!
Ed erano più di quaranta giorni che la domanda si ripeteva e il lontano non aveva scritto ancora.
— Che dicono i giornali?
Il Vecchio glieli passava:
— Leggi. Leggi forte!
E mentre la cavalla andava al passo, travagando e nitrendo a chiamare il suo redo, Rinotta leggeva delle lontane terre conquistate all’Italia e delle vittorie delle nostre genti. A volte fermavano la cavalla, quando c’era il racconto di una grande battaglia e dimenticavano il desinare.
A volte Rinotta chiedeva:
— Avrà combattuto anche Giorgio? Che farà laggiù?
E il Vecchio si stringeva fra le spalle.
Ambidue, senza confessarselo, attendevano ansiosamente che Giorgio scrivesse.
Ma molto maggiore era l’ansia di Rinotta. Ella si accorgeva di pensare troppo spesso e troppo intensamente al lontano, si accorgeva di non essere più tranquilla come una volta e di nonpoter tutto dimenticare in sè stessa come la giovine pianta nel sole.
Perchè?... E di questo perchè era tutta turbata e pensosa e, benchè non sapesse e volesse rispondersi, le tornavano alla memoria tante e tante cose che aveva dimenticate e che certo non l’avevan commossa così quando erano accadute.
Un tempo dormiva dalla sera al mattino sì profondamente che le accadeva di ridestarsi nella stessa positura in cui aveva preso sonno. Ora non più.
Poteva darsi che ciò dipendesse dalle notti troppo lunghe; ma anche da qualche altra cosa: dal suo turbamento. Un turbamento che l’aveva fatta piangere talvolta: cosa che non le era accaduta mai. E se Giorgio moriva? Le tornava in mente la sera in cui l’aveva strappato dalla furia del Vecchio e l’aveva condotto nella buia corte per dirgli la parola amara, e le pareva che egli non le avrebbe saputo perdonare mai la dura accusa e che, se fosse morto, ella sola avrebbe dovuto portare l’immensa pena di quella morte. E quando le sorgeva innanzi un tal pensiero, ecco che il suo sonno esulava ed ella udiva la pendola su le scale batter le ore una dopo l’altra fin che non fosse l’alba.
E nelle ore più fonde della notte le accadeva che, per non poter più sopportare il peso delle coltri e quello della sua pena, si levava e s’inginocchiava sul pavimento, innanzi ad un piccolocrocifisso, indugiandosi a pregare fin che il freddo glielo consentisse. Allora ritornava fra le coltri ad attendere l’alba, senza sonno.
E poi le riapparivano certe giornate serene di cui s’illuminava tutto il ricordo; giornate di pace, lontane come il motivo di una canzone appassionata, udita in un dormiveglia, come una cosa vissuta appena senza che l’anima ignara pensasse a fissarne il contorno nella memoria. Una volta che s’era addormentata sotto un salice su la riva del fiume e che Giorgio l’aveva risvegliata al suono di una sua nunnola. Egli era ancora fanciullo. Andava scalzo e aveva le gambe nude fino al ginocchio e la testa scoperta. Ricordava di avere aperto gli occhi e di averlo veduto d’improvviso nella luce, contro il cielo, e più di questo non ricordava; ma a quella apparizione si era aggiunta nel tempo una malia d’incantamento tanto vaga, che la dolcezza pareva scendesse a lei non dalla vita ma da una paradisiaca tenuità.
E un’altra volta ancora ch’egli veniva sotto la stella del crepuscolo, solo, e la terra languiva nella frescura della sera trascorrendo il luglio. Ella era seduta al margine di un campo di trifoglio tutto fiorito, fra un silenzioso aliare di farfalle. La volta stellare era color delle viole con qualche venatura rosa e una dolcezza di amaranto sul gorgo chiuso contro la morte del sole. Non pensava, godeva la frescura, ascoltava i campani delle greggi che ritornavano daipascoli marini, e il fiorire di un angelus nel cuor della sera.
E Giorgio, era giovinetto allora, veniva su per la viottola erbita con passo leggero e gli brillava sul capo la stella del pastore. Egli le disse qualcosa che non ricordava, poi si fermò a sorridere.
Nulla più; ma l’amore getta un seme e scompare e dopo tanti anni ritorna!
Ma ancora ella non sapeva di essere innamorata; credeva che la pena di lei sorgesse da un po’ di rimorso, dall’aver aggiunta la sua volontà a quella del Vecchio, dall’aver colpito il giovine con una parola che non si perdona. E quando le sorgeva tale ultimo dubbio era colta da uno smarrimento di tutto l’essere. E se Giorgio non le avesse parlato mai più? Se non le avesse saputo perdonare l’insulto atroce? Così nasceva il suo amore e per tale contrasto dalla fanciulla ignara sorgeva la donna che soffre.
Il solicello era già fra le rame dispoglie. I biolchi ed i pastori erano usciti dietro le mandre e le greggi con le loro lunghe aste e i vincigli. La corte era deserta. Uscirono Lauretta e Lucio, i due bimbi di Carlotta; si fermarono al sole, sotto i porticati dei magazzini, in un angolo. Li udì parlucchiare, poi non li udì più.
Discese. Il Vecchio le aveva detto, la sera innanzi, che sarebbe ritornato più presto quel giorno ed ella pensò di andare all’incontro edi giungere oltre la chiesa, fino ai tre canali. Uscì dal portone su la viottola; non vide nessuno nè in casa nè fuori. Camminò piano piano lungo le prode dei fossi, e le siepi non avevano più se non qualche rada foglia e qualche boccilano. Si vedevano i campi senza più confine, fino alle lande. Delle belle canape stellari neppure il ricordo. Erano nati i nuovi grani: un piccolo, rado verde fra le terre nere.
Giunse alla chiesa, l’oltrepassò. Camminava guardando le prode e gli ultimi fiori delle margherite. Un piccolo prato contro una vecchia villa abbandonata era tutto fiorito dai gigli del freddo.
Poi udì il trotto di un cavallo e levò il capo. Era il Vecchio. Si fermò ad attenderlo. Lo vide gestire ma non intese che volesse. Quando le fu vicino si accorse che aveva gli occhi radiosi.
— Che diresti, se avessi una bella cosa per te?
Ella arrossì dalla gioia ma ancora non azzardò sperare.
— Che cosa?
— Indovina!
— Non saprei....
— Non ti dice nulla il cuore?
Ella sorrise, si avvicinò al bagherino, chiese con un fil di voce:
— Ha scritto?...
— Dopo tutto, — fece il Vecchio, — è un buon ragazzo!
E le porse la lettera che aveva aperta innanzi.Rinotta gettò un’occhiata su la soprascritta e disse, e gli occhi le si inumidivano:
— Ma.... è proprio per me?!..
— Sì.... è per te. Leggi, leggi.
Poi frustò la cavalla e non mutarono altra parola.
Era partito con il proposito fermo di finirla, di sacrificar sè stesso alle idee che professava. Ciò era necessario, chè non avrebbe conosciuta mai più la serenità se non avesse saputo cancellare, con un gesto qualsiasi, la parola che Rinotta gli aveva lanciata, nella corte, la sera innanzi la dipartita. Votarsi al concetto borghese della guerra, no; partire con sentimento di italiano per cooperare alla grandezza della patria, neppure: troppo odio era accumulato in fondo all’anima sua e tanto l’aveva immiserito e pervertito ch’egli non vedeva al mondo se non due classi: quella dei poveri e quella dei ricchi e non ne sentiva che l’assiduo antagonismo.
Oltre tale concetto tutto era tenebra e negazione, tutto annegava in una vuotezza assoluta.
Inoltre l’aver dovuto ubbidire al Vecchio e la promessa che aveva fatto ai compagni di non andarsene, a qualsiasi costo, lo rinfocolavan nel suo acerbo tumulto.
E doveva apparire diverso agli occhi di Rinotta, e questa doveva avere, per tutta la vita, il rimorso dell’atroce accusa. Forse l’avrebbe maledetto, ma che importava? Dopo il fatto, sarebbe caduta di per sè stessa la taccia che distrugge l’uomo e lo fa men di una pallida femmina. Perchè egli era pronto a sacrificar sè stesso, a gettarsi per un cammino dal quale non si può ritornare mai più.
Stretto e costretto nella foschia di tali pensieri era partito coi nuovi compagni per le città della moltitudine. E nulla gli era stato presente se non ciò che rimane all’uomo quando la miglior parte di sè ha esulato: l’ironia. E se talvolta per l’ebbrezza delle folle, per l’ardore improvviso che attraversava l’Italia da un punto all’altro, si sentiva trascinare nel gorgo, cercava in sè ogni possibilità avversa, tanto da contrapporsi, da non cedere da non essere vinto. Anche tale costrizione lo inaspriva sempre più. Passava fra la gaiezza dei nuovi compagni senza esserne partecipe; il volto di lui non era mai sereno ma ombrato perennemente dall’odio.
Non sentiva alcuna fratellanza, non provava simpatia per nessuno. Guardava i superiori suoi come carnefici, come i primi e peggiori rappresentanti del regime capitalistico. Essendo scomparsa dalla sua angusta concezione morale, ogni idea di patria e di grandezza, avversava le istituzioni militari come quelle che perpetuavano uno stato di barbarie e si opponevano più fieramenteall’attuazione de’ suoi ideali. Sempre si era esaltato dell’esaltazion di coloro che pongono sè stessi oltre ogni umana possibilità nel più fondo cuore del più cieco egoismo. E per aver accarezzata la propria vita sotto ogni forma ed averla posta sì in alto, al lume dell’intelletto, da deificarla, per essersi creduto sacro ed inviolabile e non aver pensato mai di dover nulla a qualcosa di più grande del suo io, tanto si era ammutolito nell’amor di sè stesso da compiangersi e da veder sè come uno sciagurato che una violenza nemica, senza alcuna ragione, voleva spingere alla morte. L’anima sua imbelle scambiava per illuminata coscienza tale decadimento e velava d’odio e d’ingiustizia la propria paura.
Era terribilmente combattuto; si avviava a quel punto in cui la disperazione trasmuta un’anima e l’innalza alla più pura bellezza o la scaglia verso le vie del delitto. Egli doveva uscire da tale stato di angosciante incertezza, doveva risolversi e agire in qualsiasi modo, ma agire.
E sempre che s’appartasse o chiudesse gli occhi nel suo silenzio, gli appariva Rinotta, la bella giovinetta fiera ch’egli amava come s’ama l’amore a vent’anni, e gli pareva di non esser più di un meschino di fronte a lei e di non poterla rivedere (se pur ciò poteva essere mai) se non dopo una prova tale che dovesse spengere ogni dubbio.
D’altra parte gli appariva il ghigno dei compagnie udiva le loro parole e i giuramenti solenni. Così sempre più s’infoschiva in sè stesso rimanendo estraneo alla vita circostante.
Attendeva di giorno in giorno l’ispirazione che lo illuminasse, il movente che lo conducesse di balzo al punto risolutivo. E se gli altri cantavano egli più si turbava nel suo buio e tutto gli era insoffribile e nemico.
Trascorsero alcuni giorni così, fin che un ordine repentino giunse ed essi dovevano partire la sera stessa per Napoli. Come un automa, preso fra l’impeto e la gaiezza dei compagni, raccolse le sue poche cose, si pose in assetto di guerra, entrò nei ranghi allo squillar delle trombe. Si udiva per le vie il tumulto del popolo che attendeva. Qualcuno parlò ma egli non intese parola, guardava intorno con occhi foschi essendo pallido come la morte.
Poi si mosse con gli altri, uscì fra l’impeto delle fanfare e l’urlo delle genti assiepate. Procedette fra una fiumana di popolo, sotto un continuo gettito di fiori. Vide una giovinetta che stava per accostarglisi e che si ritrasse, sbigottita dalla sua faccia sinistra.
Non raccolse un fiore; non guardò in volto la gente, non volle doni nè rispose a chi gli parlò. E l’isolamento al quale si condannava poneva il colmo alla sua fosca tristezza perchè il sorriso ironico che gli increspò l’angolo delle labbra procedeva direttamente dalla sua desolata, immensurabile tristezza.
Pensava che tutti l’odiassero e tutti dovessero leggergli nell’anima e sapere ogni cosa della vita di lui fino alla parola di Rinotta; vedeva ch’egli non poteva raccogliere nulla dal suo passato che gli fosse come un ardore e uno splendore, ma soltanto odio e null’altro che odio. Ed il suo cuore era misero; e si isolava nella landa di cenere per la quale l’avevan condotto e l’avevano fatto disperdere, sotto un cielo senza aurora.
Avrebbe pianto ed ucciso perchè la sua giovinezza deserta si doleva come la terra senza il sorriso delle acque, e avrebbe voluto rinascere e non poteva.
Così, attorto e sconvolto, procedeva nel suo muto dolore quando, ad un’incrociata, qualcuno gli si accostò e gli infisse fra le cigne una piccola bandiera. Tutti i compagni suoi se ne erano adorni, egli no. Non volle fregiarsi del simbolo che dispregiava. Lo strappò dal petto, lo spezzò bestemmiando. Allora un capitano che gli era da presso gli si avvicinò e gli disse, forte:
— Vergognati, rinnegato!...
Egli non rispose ma gli occhi suoi ebbero un losco bagliore. E fermò in sè il suo patto.
L’alba era prossima. Dovevano imbarcarsi a mezzogiorno: forse partire per non ritornare mai più. Giorgio degli Antoni levava a quando a quando la pallida faccia: i compagni suoi dormivano del loro sonno più bello. Da quando avevano suonato il silenzio, fino a quell’ora antelucana, egli non aveva saputo riposo nè sosta, preso nel vortice del suo sinistro divisamento. Si vedeva alla soglia dalla quale non si retrocede, avvicinandosi l’ora del suo più grande destino.
Tutto si dipartiva da lui, anche ciò ch’egli avrebbe voluto più da presso per la necessità del conforto. Sentiva la soavità di una voce vicina e la rifiutava, intravvedeva la bellezza di una memoria e la discacciava. Doveva essere solo come un dèmone e la giovinezza di lui insorgeva tuttavia per il suo ultimo sereno. Era presso a quella solitudine che supera il vuoto della morte; discendeva ai tetri ipogei che solo conoscono coloro che tutto rifiutano.
Nè la postuma riconoscenza dei compagni valse a illuminargli la strada. Forse nessuno, fra i tanti, avrebbe avuto animo a superare lo stesso valico perchè il berciare della moltitudine non vale il gesto del solitario e la moltitudine acefalaè vile. Ed egli sentiva la volontà del gregge sbandato gravargli le spalle e si sentiva spinto innanzi da tutti quelli che si ritraevano, da coloro che non avrebbero saputo mai, nella loro bruttura, il compiuto distacco dal mondo per seguire il vortice di un’idea ribelle. Qualcuno era andato innanzi a lui ed egli ne vedeva le orme e ne sentiva il dolore perchè tutto si vince fuorchè il dolore.
Il tempo scorreva oltre la volontà dell’uomo e la sua meschina misura. Già si udiva per le vie sottostanti il primo rotolar dei carri e i campani delle capre che si avviavano verso la città dell’amore e qualcuno passava cantando per malinconia.
Napoli si apriva nella sua gloria eterna e nella sua pena disconosciuta. Si udiva il grido cadenzato e sospiroso di coloro che scendevano dagli orti.
Giorgio degli Antoni si levò sul suo letto. Tutti dormivano in pace, l’un presso l’altro, il volto invermigliato dal sonno.
Egli vide ciò che sarebbe accaduto, percorse le ultime ore che lo separavano dal compimento. Fra il turbinare dell’essere suo, la scena si compose e si scompose, si precisò, apparì e disparì dal silenzio, nel silenzio, animata di orrore. Vide i gesti ed i volti; udì le parole e le urla; seppe la tempesta causata dalla sua violenza, e più, nel suo chiuso, per la volontà inasprita, s’ingrandì ogni aspetto quanto più ne soffriva.
Varcato il confine nulla più era possibile in eterno.
Non un ritorno, adunque; ma solo la forza di sopportare; solo la sua forza di fronte a tutta l’umanità.
E coloro che l’avevano preceduto non avevan lasciata parola per lui ma il lungo, l’interminabile seguito delle loro orme su la landa, verso un vespero sanguigno. Erano discesi oltre il vespero, nelle terre del sogno e dell’incubo; erano scomparsi per sempre là dov’egli doveva scomparire, nel grembo della morte senza parola e senza speranza e senza pace nessuna.
Riudì di repente le voci degli uomini e ritornò nella vita.
Balzò a terra che gli altri gridavano intorno, ridesti. La realtà lo riprendeva di schianto, sbiancò. L’ora era giunta. Qualcuno prese a motteggiarlo, invano. Rispose a monosillabi a un graduato che lo interrogò. Poi come tutti furon presti, li lasciò allontanare e rimase solo nella corsia. Il cuore di lui pareva il maglio dei metalli che strapiomba nell’impeto uguale. Gli tremavan le mani nell’approntar l’arme ed era terreo. Compiva ciò fra un dilagar vasto di canzoni e di risate. Quando fece per uscire dalla corsìa si scontrò nello stesso che gli aveva rivolto la parola poco prima.
— Che facevi qui?
— Nulla.
— Presto, raggiungi gli altri, chè c’è il rancio e poi si parte.
Si gettò giù per le scale, ma al primo ripiano si fermò guatando intorno. Gli era parso che l’altro lo guardasse ancora. Non c’era più. Riprese a discender le scale grado per grado e il suo passo or s’appesantiva nella sosta, or scivolava leggero a seconda delle raffiche che si scatenavano su lo spirito di lui.
Una vita attendeva il proprio destino, ignara, nel tepore di un autunno pieno di promesse e di canti; uno, segnato dalla cieca rabbia di chi sbava e s’impantana e rinnega sè ed il suo sangue, doveva morire. Morire per l’idolo fallico delle piazze dalle mille bocche voraci. Giorgio degli Antoni era, in quel punto, la parola che s’incarna, l’odio agitato per mille continue brutture che trova il suo valico e si scatena.
Scivolò per gli anditi deserti che si aprivano in fondo alle scale: evitò il cortile con tutti i suoi canti, col tumultuare di un’ardita giovinezza la quale gli diveniva sempre più insoffribile; aveva bisogno di esser solo, di andarsene in compagnia del proprio delitto, senza veder nessuno, senza che nessuno lo ascoltasse o gli parlasse, chè non voleva udire altra voce o diverso tumulto da quello fondo e livido che aveva preso a dibattere tutta l’anima sua come un oceano.
Giunse ad una porta chiusa; l’aprì appena, con mano tremante, poi si ritrasse chè gli parveudire un passo dietro le sue spalle. Stette in ascolto. Fioriron due voci. Si persero lontane.
Ora egli sapeva che l’uomo designato doveva trovarsi nella caserma perchè era fra coloro che partivano e sapeva che i condottieri si adunavano in un piccolo cortile oltre quello nel quale si raccoglievano i soldati. La porta che stava per dischiudere si apriva su questo cortile.
Attese come chi si agguata ed occhieggia a coglier sua preda, poi, con mano cauta socchiuse l’uscio e guardò per lo spiraglio. L’uomo non era là. Si ricompose. Doveva attendere o andare braccando fin che non l’avesse colto? Attendere no, chè potevano sorprenderlo. E se era fra i compagni? S’egli non avesse avuto campo a colpirlo? Uscì sul cortile, l’attraversò, fu per un androne nel quale ogni suo passo ridestò un tonfo ingrandito dalla vôlta. Un terrore inesplicabile lo tenne; ristette, si nascose nel vano di una porta, si acquattò, pronto a sparare su chiunque giungesse. L’anima sua convulsiva cercava una liberazione. E così stava, contratto, allorchè udì qualcuno avvicinarsi. Era giunto al limite ultimo, su l’abisso; solo doveva sporgersi e lanciarsi verso l’invisibile fondo.
Ma non era il designato, era un giovine, quasi un fanciullo, entrato da poco al reggimento, tale da non ridestar odio in alcuno. Neppureda un anno aveva rivestito il grado di sottotenente; era conosciuto ed amato per la sua giovinezza radiosa e per la bontà sua. Si chiamava Furio Valerio. Partiva con gli altri per il suo ardore.
Ma il nemico doveva uscir dal covo e la sorte lo aveva spinto al bivio dal quale non si retrocede: o uccidere o esser colto in agguato. La risoluzione nacque fulminea. Attese poco ancora, tanto da non fallire il colpo, poi s’inginocchiò appoggiando la canna del fucile allo stipite della porta: chinò le spalle, la faccia: prese la mira. Ma in quel ch’egli era per premere sul grilletto, qualcosa intervenne che non gli consentì l’azione.
Dietro il giovine era apparsa d’improvviso una donna, una vecchia donna vestita di nero, umilmente, il viso nascosto da un velo; e questa creatura aveva chiamato forte l’adolescente che si era rivolto di scatto alla voce più cara di quant’altre ci sieno vicine su la terra: alla voce di sua madre. E si erano abbracciati.
— Non sei venuto a salutarmi?
Il giovine non rispondeva; teneva il chiaro volto inchino su la spalla di lei.
— Perchè non sei venuto?
— Perchè.... non avresti voluto....
— Oh!... non lo dire!... Non lo dire!...
E gli stringeva il capo fra le mani e lo guardava negli occhi.
— Non lo dire!... Non lo dire!... — ma la voce di lei si affiochiva nel pianto.
— Anche le tue sorelle ti volevan vedere!... Ti salutano. Va.... va, creatura mia!... Via e Iddio ti benedica!...
L’adolescente era scosso dai singulti e l’altra ripeteva dolce, a pena, accarezzandolo sempre, nella sua bontà sconfinata:
— Iddio ti benedica, figliuolo!... Iddio ti benedica!...
Allora Giorgio degli Antoni si levò dal suo covo, uscì dal suo covo come chi si ridesti sbalordito da un orribile incubo e camminò adagio da prima, poi più forte, più forte, fin che corse, corse lontano dove nessuno l’avesse veduto, dove nessuno mai avesse potuto sorprenderlo. E la dolce voce insisteva in lui:
— Iddio ti benedica!... Iddio ti benedica!...
E quando fu solo gettò il fucile lontano, si lasciò cadere in un angolo e, rattrappito in sè stesso, si sciolse in un gran pianto, così, come quando era fanciullo e non sapeva che il sole e il suo piccolo cuore che soffriva.
Lo seguì sempre. Gli pareva che l’altra gli parlasse. Ormai egli non era più di sè stesso ma di quel fanciullo e della madre lontana che gli era apparsa nell’umile veste nera, nell’attimo più tragico della vita di lui.
Furio Valerio non sapeva che si avesse quel soldato fosco il quale sempre gli era alle terga ogni qualvolta uscissero in battaglia e un giorno gli chiese:
— Perchè mi stai sempre vicino?
Il soldato non gli rispose. Aveva inchinato il volto come in un subito, strano pudore. Furio Valerio non domandò altra cosa e si convinse che il taciturno fosse preso da una inesplicabile mania. Lo lasciò fare. Lo chiamò Ombra e tutti lo chiamarono Ombra.
Giorgio degli Antoni non se ne adontò e non per questo rivelò il proprio segreto. Gli era troppo caro, era la prima fonte di ogni suo ardore.
Ancora non aveva scritto a nessuno e da più di un mese era lontano, e v’erano stati giorni di cupa ansietà dopo il tradimento degli arabi e le male arti del nemico. Non aveva scritto perchè non era in pace con sè stesso ancora, e l’anima sua, sebben dissonnata, non era conscia della grande via per la quale si era posta. Taceva, ma sempre vedeva i luoghi suoi e la casa e il fiume e il volto di Rinotta: sempre. E nella vita rude e faticata, nel continuo pericolo di avere la sua rozza croce sotto la terra sabbiosa, di cadere per non sollevarsi mai più; nel senso religioso che lascia intorno a sè la morte e il pericolo della morte, ogni cosa lontana si affinava, si ingentiliva, dileguando la volgarità che tutto deforma e impoverisce.
Ogni asprezza di contrasti era caduta, egli nonsentiva che uno sconfinato amore per il proprio nido e per la sua gente che era un po’ dell’Italia, anzi la miglior parte agli occhi suoi.
Il fato che lo aveva trattenuto sul punto della propria rovina, la forza inesplicabile del fato che aveva deciso della vita di lui, quando egli ormai più non era se non il masso precipite, gli aveva dischiuso la mente al senso del mistero, al senso dell’inafferrabile che sospinge la vita nostra verso inattesi confini. E il ghigno e la brutale cecità dei lontani, di tutti coloro che vivevan bestemmiando, nel loro fimo, gli parve la cosa più miseranda che fosse stata mai. La sua mutazione lo faceva taciturno.
Scopriva in sè un altro io: gli pareva di sentirsi uomo la prima volta nel mondo, di affermarsi per la prima volta, di essere uno. Fino a quel punto non era stato che un ubbriaco berciante dietro il carro dei distruttori; un dimentico; un qualcuno che aveva un nome e una coscienza fittizia e che s’imbrutiva fra la morale povertà del gregge; ma il confine era superato; sentiva ora di poter ritornare fra gli antichi compagni con serena fermezza.
E il Vecchio? Talvolta, sotto la tenda, quando tutti dormivano ed egli chiudeva gli occhi senza sonno, talvolta gli accadeva di vederselo innanzi, fiero e muto e gli pareva di non sapergli parlare ancora, e tale era la sua pena più grande. Ma se fosse ritornato, se il destino gli avesse concesso di rifar tutta la lunga stradafino alla solitaria casa fra le due foci, allora forse avrebbe trovata la parola che non udiva tuttavia nel suo profondo.
Viveva così, senza partecipare alla chiassosa allegria dei camerati, cercando solo di oprare, di esser posto innanzi, inflessibile ed instancabile. Della tragedia superata non gli era rimasto che il fermo silenzio. Nessuno sapeva nulla di lui, nessuno l’aveva udito lamentarsi mai e le sue parole eran conte. La razza dalla quale proveniva poteva ben dare simili piante dal buon ceppo antico, per il suo intatto cuore addormentato.
Giorgio degli Antoni imparò che amare val più che odiare e che allora solo è bella e grande la vita e vai la pena di esser vissuta, allora quando sa essere eroica e votarsi al sacrificio per un bene di cui non godrà, di cui non avrà che la parte più pura nella coscienza del sacrificio stesso e del suo valore.
Ed anche la bella creatura per la quale l’amor suo era nato con la vita, anche Rinotta non era più quella di un tempo. Egli lo sentiva. La fierezza era vinta dalla pena e l’indifferenza di lei da un pensiero senza soste, nutrito dalla muta lontananza. Forse la sua voce sarebbe stata più lieve nel canto, interrompendosi talvolta per ascoltare, per sognare, per non poter più vestirsi tutta quanta della propria festosità senz’ombra nessuna; forse questo avveniva ogni giorno, nel cuore della grande casa sperduta frale due foci, là dove non si udiva che il mare, il vento, il lamentoso grido delle gru e il canto delle canipaiole fra le canape stellate. Questo avveniva ogni giorno a consolare il silenzio. Così come per lui che seguiva, nel proprio rinascere, una lunga scia ideale non mai conosciuta, una gentile bontà che lo empiva di ebbrezza.
Tale era la mostruosa guerra, la scuola di ogni più empia brutalità per cui ogni animula bianca versava lacrime e clamori imprecando alla barbarie; tale era ad onta degli eunuchi di ogni schiatta e di ogni dottrina, dolorosa sì ma rivelatrice di uomini e di magnifiche tempre e di divine bontà.
E molti si disbrutivano che erano ciechi per lo innanzi e le ebbrezze, ignote ai giorni trascinati nel livore e nell’uggia e nella miseria di una piccola vita in troppo angusti confini, le ebbrezze collettive per idealità immortali, rivelavano gli uomini a sè stessi, erano come un maggio improvviso dopo una tenebra grande.
Tutto era superato con lieto cuore. La gioventù si moltiplicava fino a inverosimili tenacie, superava ogni ombra sinistra illuminando di sè l’asperrima vita. Ogni stirpe italica recava la propria anima e i suoi canti, i suoi canti sonori di cui si empivano le ruine e i bivacchi; le deserte selve e le oblique città. In tutti era un’idea sola: l’Italia, oltre ogni disparità di stirpe e su la terra e sul mare.
Ora, dopo una tregua di giorni e giorni parevache le mude del deserto si rimovessero a compire un loro piano d’attacco, spinte all’azione dagli invisibili eroi di ogni brigantaggio e del martirio e della turpe menzogna. Pareva che gli uomini senza pudore e senza legge, scendessero sicuri della riconquista, a ricacciare in mare gl’infedeli.
E già, dai punti avanzati, dalle vedette di Sidi Mesri, da Bu-Meliana, da Gargaresh si scorgevano lontanissimamente, torme esulanti, per il deserto; cavalieri trascorrenti fra mutevoli nubi di polvere; esigue carovane. A quando a quando parlavano le bocche dei cannoni a salutare coloro che più si approssimavano alle difese e le notti eran corse dalle fantastiche luci dei riflettori, dalle spade d’adamante intersecantisi nell’ombra con subiti guizzi, o immobili come tese dalla mano di un arcangelo muto ed invisibile verso l’insidia discoperta. Nel cerchio della luce adamantina si vedevano come per prodigio, biancheggiare di un subito e gettarsi a terra e sbandarsi atterrite le torme sorprese, fin che non giungesse il mugghio del cannone. A volte tinnivano i reticolati per qualcuno che era giunto fino alle difese, strisciando; a volte passava l’allarme di una sentinella o il serpentino miagolìo delle palle nemiche, su l’accampamento. Sparavano a caso, ma avveniva che qualcuno morisse nel sonno, disteso sotto la sua tenda.
E, di giorno, continuavano a giungere dal desertoi fuggitivi: vecchi, fanciulli e donne, orrende nel loro sfacelo, dagli scarsi capelli, rossi per l’hennè, dalle mandibole nude fino alla bocca contratta. Arrivavano sorridendo e urlando, inebetiti nella fame e nella loia, levando le braccia, prosternandosi, sospingendo innanzi un somarello carico di cose immonde. Solo i fanciulli non conoscevan nè voce nè pianto; sempre accigliati e diffidenti. Erano aggiunti al branco, condotti fra i soldati, alla città ospitale. E vedevansi lunghe teorie di carrette siciliane, cariche di luride donne e di bimbi; o gruppi di prigionieri avvinti fra loro per salde ritorte.
Erano i giorni della lunga vigilia e dell’ardore, i giorni in cui ogni muro per l’oasi ed ogni casa recava una invocazione alla grandezza d’Italia.
Giorgio degli Antoni vegliava nel suo fermo coraggio e amoroso. E pur oprando con sollecitudine, poi che vinto il mare della propria tristezza si era tutto ridesto, sempre era penetrato dalla intenzione nata nell’ora tragica del risveglio e lo turbava la possibilità della propria impotenza. Anche più: se talvolta gli appariva tale possibilità fino alla morte e vedeva il giovinetto procombere e il pallido volto della donna abbrunata inchinarsi straziato, nel silenzio che egli non sapeva, tanto ne era smarrito da accusarsene. Chè per trascorrere di giorni e mutevole avvicendarsi di avvenimenti il patto chiuso in sè gli era presente come il fermo dovere segnato.
Se l’era promesso senza parole, nè gesti, nè pallide commozioni; l’idea era nata dalla sua essenza, decisa e concreta oltre ogni ragionare, nè poi si era perduto a considerarla. Di indole rude e schietta sdegnava sè stesso innanzi gli altri e non ammetteva per sè ciò che non gli sarebbe piaciuto vedere in altrui. Aveva tale forza inconscia che era l’eredità della sua razza.
Era anche in ciò di una ruvida virilità, per troppo pudore di ogni moto dell’animo suo.
Ora i piccoli scontri si moltiplicavano e tutto accennava alla prossimità della battaglia. I soldati la sentivano e se l’auguravano.
Furio Valerio scherzava con Ombra sul prossimo avvento, ma Ombra non rideva mai. Grave e riverente di fronte al giovinetto pareva l’ascoltasse e non l’ascoltasse, profondato nel suo mondo interiore.
E una sera la voce corse per tutto l’accampamento:
— Domani, innanzi l’alba, si parte!
E ridestò ogni ardore assopito.
Fu anticipato il riposo. Le baracche e le tende raccolsero i loro ospiti nel sonno. Le stelle vegliarono sopra una gran pace serena. Si perser le canzoni innanzi l’ora e il vario vociare delle varie genti. Solo un padiglione più grande, nel mezzo del campo, rimase illuminato; le altre tende non ebbero il loro piccolo cuore di luce. Ma Giorgio degli Antoni non dormì; Ombra non seppe la calma notte riposata e non si abbandonòsul suo giaciglio, al fianco de’ compagni suoi. Si era seduto sul limitare della sua baracca; guardava la notte.