VII.

Passò un uomo di guardia; si fermò:

— Perchè vegli?

— Non ho sonno!

— Bada che domani sarà un giorno faticato!

— Non importa!

— Almeno tu potessi prendere il mio posto! Io non reggo più!

E si allontanò a testa bassa, ondulando nel passo, la mano sulla bandoliera del fucile.

Ombra non si rimosse. La notte svolgeva i suoi diademi stellari. Gli stipiti e i ciuffi delle palme parevan sculti in una oscura materia lievemente radiosa; si susseguivano come in una teoria ieratica profondando nel buio. E le stelle erano fra il fogliame, e più sopra, e intorno, nel loro figurato ardore. Innumerevoli colonne si appuntavano al cielo, mirabilmente uguali, vegliando un Dio fra il cuor della notte e la terra. Ritornavan ricordi di altri paesi orientali, intravveduti su gli altari, nelle piccole chiese del mondo ed echi di canti liturgici alla stella dell’oriente che si toglie dal mare, su l’alba. I palmizi erano dietro il sole, remotissimamente, nel paese di Dio. L’idea divina era ricongiunta così, fin dai primi ricordi dell’anima, all’albero mistico.

Tutto era immoto nel prodigio della notte africana, assorto in un tenuissimo folgorìo, profondo e distinto. Le viottole fra i fichi d’india, i muricciuoli,le carreggiate, le pediche su le sabbie rossastre eran palesi nell’interlunio e l’umile erba come le palme altissime. Era una chiarità d’incantesimo sotto le spettrali fiamme degli astri.

Una casipola cubica con la piccola porta archiacuta, senz’altro vano sui muri, appariva albeggiando, acquattata fra il volo delle palme lanciate a sorreggere l’immensità di una cupola divina. Era la tana goffa, costretta, per la grossezza degli uomini, alla forma discorde e brutale fra l’oltremirabile levità.

La natura assecondava la linea lieve e salda come a contrapporre il suo impero di grazia e di forza alla sconfinata tristezza. E con l’assurgere delle forme oltre le morte arene, assurgeva l’anima alla contemplazione cercando, nel vacuo spazio impenetrabile, lo scampo al dolore.

Un bagliore verdigno si accese, tracciò una scia fulminea nella cupola astrale, lumeggiò le vette dei palmizi, discese contro il deserto, approdò al segno di tre stelle per morire.

Ombra levò gli occhi. Or non udiva che il grido lanciato e da presso e da lungi dalle sentinelle veglianti su le trincee e il misurato respirar del sonno dalle tende oscure. Levò gli occhi e la meteora era morta e pensò a ciò che gli dicevano negli anni ignari, quando, sul crocchio raccolto intorno all’acervo del granoturco, scivolava una stella sperduta. Gli dicevano:

— Guarda e desidera! Se tu pensi innanzi che muoia la stella avrai ciò che pensi!

E s’ingegnava a guardare e a pensare; ma la stella moriva col desiderio di lui, per sempre.

Ne aveva sofferto perchè non chiedeva che piccole cose comuni, ciò che può chiedere un bimbo che va scalzo per le redole dietro un umile gregge; ed or si trovava con l’anima di allora a cercar la sua speranza nella fatalità dell’ignoto.

Furio Valerio dormiva poco lungi, al termine di un’angusta e lunga baracca suddivisa in piccole stanze. Ed ogni stanza recava il segno dell’abitatore nell’arredamento, nell’armonica disposizion delle cose, nella scelta degli oggetti trovati nelle nuove terre o portati dall’Italia.

Furio Valerio, accanto al suo piccolo letto da campo, non aveva che una scialba immagine di donna, una vecchia donna dagli occhi miti e pensosi e, innanzi all’immagine, ogni giorno si rinnovavano i fiori sì che non passava ora d’oblio fra le due anime lontane, congiunte dall’amore purissimo. Oltre ciò era la sua cameretta come una cella monastica nella quale non è cosa che distolga dalla perfezione della carità divina. Un solo amore empiva tutto quanto il mondo di quella giovinezza non ancora persa e dispersa fra ingannevoli allettamenti e tale semplicità rispecchiava il nido del suo riposo e del suo sonno. Ed anche l’immagine materna raffigurava l’ardore e l’alta idealità per la quale si cimentava alla morte.

Ombra sapeva tutto questo, aveva veduto ecompreso in un suo commosso stupore, chè ricordava l’angoscia raffrenata di lei quando, sul punto di lasciare il suo bene, forse per sempre, non aveva trovato che il cuor suo di cristiana per la più dolce fra le benedizioni e nessuna parola che rivelasse un livore verso qualcuno, un dispetto per la Patria che le toglieva il figliuolo. A tutto questo pensava, nella tersa notte, come a una inverosimile grandezza. Aveva veduto altre lacrime, aveva udito ben diverse parole fra coloro che tutto avrebbero rinnegato pur di non partire e più, per tale violento contrasto, tale umile semplicità si ingrandiva agli occhi di lui. L’uno, nella bellezza de’ suoi anni chiari, pur non avendone il preciso dovere, partiva quasi furtivamente pur di dare sè e la vita sua allo splendore di un’idea grande oltre il confine degli anni; l’altra rimaneva con le umili figliuole ad attendere nell’oscuro silenzio, reprimendo il suo pianto, chè nessuno ne avesse a soffrire e levando la voce solo per dolcezza.

Quando mai aveva non che veduta, pensata, una simile cosa nel suo brutale egoismo?

E quando mai il suo cuore aveva tremato per maggior tenerezza? E quando quando aveva sentito in sè una più serena e illuminata coscienza di essere in realtà qualcuno per poter giovare a qualcuno?

Gli si chiariva innanzi una via per la quale l’andare in silenzio era più dolce che il sapersi d’improvviso amato, quando l’anima si pensa,in un eterno esilio, sperduta. E godeva in sè del suo ardore, immaginando insolite cose, mentre la notte approdava al suo confine, quando trasparì, di fra le palme, un tenue bagliore. Erano i fuochi del bivacco.

Si levò. L’ora era prossima. Un brusio sordo, come d’api nel folto di un tiglio in fiore, fu nell’ora antelucana. I lembi delle tende si sollevarono e ne uscirono i compagni suoi. Si mossero carretti e muli, si udì il cupo strepito delle artiglierie trascinate per l’oasi e il rombo di un carro automobile. Ma le genti appena fiatavano, scambiando a voce dispenta i comandi e gli ordini, tra il silenzio e la fiera compostezza che precedono le grandi azioni. In breve tutto si ordinò nella voluta misura.

Ombra era presso Furio Valerio, allineato nei ranghi, muto. Il giovinetto conversava tutto gaio come andasse ad incontrare il suo sole. L’anima era in lui come la luce su l’acqua e la rugiada su l’erba novella. Pareva desse splendore e maraviglia. Passò un ordine sommesso ed ogni breve parola morì. Nasceva l’alba e i soldati si mossero verso l’ignota battaglia, fra due volontàoscure: quella del Condottiero e quella del Destino.

Trascorsero innumerevoli i giovani dalla pelle bronzea, dagli occhi chiari e ciascuno parve un poco simile al compagno come se la sorte e la fede comune li pareggiasse. Guardavano innanzi, faticando fra le sabbie, tutti grigi come vestiti del loro umile eroismo e passavano e dileguavano oltre il varco fra le trincee.

Camminarono a lungo. Le ore passaron come il fiato, inavvertite e il sole fu alto senza che ne avessero misurato il corso.

Camminavano sul fondo di un mare, sopra un aperto sepolcro e tutto era uguale intorno, in una fulva aridità.

Di repente sostarono e si gettaron supini, imbracciando il fucile. Via per l’impietrito mare, di dorso in dorso, in un abbacinante splendore si distendeva il sole fino ai confini chiusi da una foschia albicante e non era forma d’albero o di casa, nulla se non la faccia del deserto, accesa di squallore e di luce. Ma, sul fondo, qualcosa appariva e dispariva nella immobilità senza memoria e senza respiro, come un guizzare di ombre esigue, visibili nello spazio dell’attimo e tosto inghiottite nelle interposte fosse fra dorso e dorso. Si attendeva. I soldati mutavan rade parole:

— Li vedi?

— Sì.

— Quanti saranno?

— Forse mille.

Il punteggio dell’ombre si distendeva per cento dune, scarseggiando, in discontinua catena.

— Perchè non spariamo?

— Sono troppo lontani!

— Guarda.... piegano a destra!

— Vengono!

E si vedevano i volti, obliqui al calcio del fucile, rocchio alla mira. Qualcuno s’adunava innanzi un monticello di sabbia, un’esigua trincea a difendersi dai colpi radenti; qualche altro si irrigidiva, contratto su l’arme, impassibilmente.

Furio Valerio, inginocchiato innanzi ai suoi, scrutava l’orizzonte. Gli era dietro Giorgio degli Antoni, levato come lui contro il nemico, per l’intiero torso.

— Signor tenente, si ripari!

— Non mi seccare!

Ed Ombra insisteva:

— Guardi.... qui si vede meglio!

Un rombo passò per la conca del mattino; fu fra cielo e terra, enorme. Si udì rimbalzare contro rupi invisibili in successivi scoppi per la squarciata profondità e, quel che pesava su l’anima degli uomini, enigmatico silenzio, fu travolto e dissolto dal formidabile ululato! Seguì come un polverìo di colpi fittissimi, su la sinistra, verso Gargarèsc. Ora le masse lontane apparivano più distinte, si vedevano muoversi con maggiore rapidità. L’orgasmo dell’azione accendevagli uomini, fermi nell’ordine voluto, ma nessuno aveva più che un guizzo, una contrazione, una rapida parola. Fischiaron le prime palle, miaularon alte. Lamehallanemica si avvicinava felinamente, balzando ed acquattandosi. Si vedevan più lungi, torme di cavalieri percorrere il deserto in vari sensi. E le bianche vesti inconsutili si empivan di vento materiando nell’aria la figurazione della furia.

Ora, di fronte all’impetuoso avvicinarsi dell’orda selvaggia, Furio Valerio non mutava posa nè volto. Levato di tutto il torso sui soldati distesi al suolo, scrutava l’avvicinarsi del nemico e se l’anima sua ebbe un sussulto non apparve sul volto che mantenne la sua dolce e ferma chiarezza.

Giorgio degli Antoni, immobile dietro il giovinetto, non fiatava. Le sue mani stringevano il fucile, tremando un poco per la repressa pena. I sordi miaulii si accrescevano quanto più si avanzava la discontinua catena del nemico.

I soldati reprimevan l’impeto, nella grandezza dell’ubbidire. Poi un siciliano dagli irsuti capelli e dal viso gagliardo si levò e ricadde rovescio. Fu trascinato fuor dalla linea del fuoco. Giorgio degli Antoni sbiancò.

— Signor tenente, si farà ammazzare!

E la sua voce implorava come parlasse a un fratello d’amore; ma l’altro non udiva.

Così stettero fra l’irrompere della morte fin che lamehalla, fatta più ardita, non si lanciòurlando fino alle prossime dune. Allora incominciò l’aspra battaglia.

Sorpreso dall’inattesa resistenza, il nemico sostò, ondeggiò su le dune, scomparve nei cammini celati. Vi fu un istante di tregua in cui non si udì che il boato delle artiglierie.

Poi l’orda selvaggia ricomparve più vicina, aumentò in ardire abbandonando dietro di sè i morti. Una donna, cinta da armille lucenti, spaventosa nel suo orrido ceffo incanito, dai grigi cernecchi ondeggianti su le tempie vuote fino alla bocca cavernosa, si agitava urlando, correndo, come invasata dal demone della follia e allo strido di lei rispondeva il gregge furibondo con un urlo spasmodico, gutturale, rinnovato a balzi come su l’impeto del cuore.

Furio Valerio accennò ai più prossimi la megera, qualcuno mormorò sorridendo:

— La bella Paradisa!

E pareva non fossero in campo, contro la morte, ma per le vie consuete del mondo, senza pensiero.

Poi come l’onda dei barbari pareva forzasse a furore ed altri ne sopravvenivano, passò un comando conciso, una voce che rimbalzò da plotone a plotone balenando. Si udì il crocchiare delle baionette innastate e passò nel sole un fulgido guizzar di lame. Finalmente! Era l’attimo atteso, l’attimo della bella violenza che ognuno si augurava, inasprito dalla costretta immobilità.

L’orda avanzava sempre più, imbaldanzita da ciò che giudicava pauroso silenzio e già si udivano i ghigni e i cachinni e le schernevoli risa interposte al consueto latrare:

—Barra taliani!...Barra!...

E qualcuno danzava goffamente trepestando e balzando, il fucile levato sul capo.

Ma la beota certezza, nutrita dalla fede turca, nella sua continua miserevole viltà, cozzava contro la troppo spregiata razza che non aveva manti imperatori per il suo vestire, nè iperboli per il suo coraggio.

La barriera umana si levò di scatto, si allineò d’istinto, attese il cenno supremo, a testa bassa, ferma come il timone e l’antenna. Due cadder sul fianco prima di muover passo, nel baleno della sosta e, immobili nel loro sangue, urlarono il nome benedetto fra i mille. Poi si levò il comando, i condottieri si lanciarono innanzi, la rivoltella tesa nel pugno e si udì una invocazione di potenza:

— Savoia!...

La parola, moltiplicata da cento impeti, si convertì in un grido enorme che saettò come un gran brivido per l’aria, via, con la massa precipite:

— Savoia!... Savoia!...

E da ogni singolo ardore sorse un’anima smisurata. La falange avanzava rapidissimamente sotto il fuoco del nembo barbarico d’un subito immutito; saliva le dune, superava ogni valico,trabalzando, sospinta via da un prodigioso ardire e il grido terrifico la precedeva come la raffica innanzi la nube olivigna.

Furio Valerio era primo tra tutti. Agile come l’antilope, superava la sua gente. Ombra gli era alle terga. Cozzaron primi contro l’oscuro baluardo poi fu la mischia e la rotta dei fedeli d’Asrael.

Or come i soldati sostarono al comando e si rivolser d’intorno e si ricercaron con gli occhi, due uomini mancavano al muto appello: Furio Valerio e Giorgio degli Antoni.

Ogni ricerca fallì. La sera, alle trincee, li dettero come sperduti fra il silenzio del cielo e del deserto.

Ancora il fanciullo implorò con la sua voce dispenta:

— Lasciami qui. Viene il buio.... non arriverò alle trincee!... Salvati!...

Ma Ombra non rispondeva. Una tremenda furia di vento scendeva dall’oscura vastità traendo seco nembi di sabbie che saettavan nell’ultimo crepuscolo, simili a impenetrabili nubi rigonfie levate dalla terra alle sommità dell’aria. La notte era prossima. Là dove l’astro era disceso, sui cieli della stella d’oro, saliva, fra l’abbaglio ininterrottodei baleni, una cupola nera e densa e grave come il piombo; saliva compatta, lasciando un deciso confine fra sè e il sereno, senza interposte nubi. E dal cielo alla terra era un diffuso orrore.

Ombra si fermò. Depose il ferito allo scarso riparo di una duna; gli si pose contro, dal lato in cui il vento più faceva impeto; si accosciò; tacque.

Furio Valerio chiuse gli occhi come a sopire la viva sofferenza ed era esangue, di un bianco pallor mortale.

Non dissero verbo. Sentivano la furia degli elementi rompere l’enigmatico silenzio come se nessun’altra voce potesse essere fra cielo e terra là dove l’uomo non giunge, nessuna voce diversa da quella della morte. Superati gli effimeri confini, usciti dalla lieve trama delle apparenze e degli inganni e dei falsi valori era dunque quello l’aspetto di Dio?... La parola dell’immensità eterna e della sconfinata morte?... Tutto non era più di una festuca, più di una gola che trilla nell’attimo, fra gli astri, e da sola si ode e si duole e muore, sempre da sola fra l’impassibile.

Ombra, l’uomo ridesto, levò l’arsa faccia contro i cieli remoti, fissò gli occhi sul brivido dei baleni, sentì un gran freddo, sentì come se una volontà inespressa ma presente e diffusa per ogni aspetto ignoto, l’opprimesse senza tregua sotto il suo segno deciso.

Il fanciullo taceva, raccolto sotto la mantella dicui gli aveva coperte le spalle e non apriva gli occhi se non per guardare il compagno in una adorata tenerezza. La notte era giunta. Era giunta con la rapidità del fulmine, chiusa come il sepolcro.

Ombra si levò. Gli parve che il vento lo avrebbe guidato come guida la rondine sul mare, quando emigra; come conduceva le gru che passavan su la sua casa, nelle notti più fonde e più tempestose del novembre. Tanto valeva cadere in quel luogo o più innanzi. Ciò deve l’uomo: camminare anche se gli appaia vana la meta, anche se il suo sangue l’abbandoni e la vita, a mezzo la strada; ciò deve, sotto il mistero, per levar la fronte pallida e grande alla luce degli astri.

E come disse:

— Andiamo!

Il fanciullo levò un poco il capo e rispose:

— Lasciami qui!... Lasciami morire qui!...

Trascorreva il mugghio delle raffiche violentissime e il cielo si accendeva rivelando una spettrale profondità senza fine.

— Andiamo! — riprese Ombra e si chinò.

L’altro non disse parola, tese le braccia alle braccia che gli si tendevano, si sollevò ripiegandosi sul saldo torace dei compagno.

Furon per via, sotto il turbine.

Poi Furio disse:

— Sanguini....

Ombra rispose:

— No!

E nessuno lo vide sotto il suo carico se non l’occhio dei baleni, nessuno seppe il suo martirio se non il cuore suo, grande come la bontà che tutto perdona sapendo, e ricinge l’orrore di una fresca ghirlanda.

Andava e andava, reprimendo in sè la voce del suo spasimo, cercando una forza sovrumana, costringendosi al martirio il quale per macerare il corpo nella grandezza del volere, dona all’anima, più libera, due grandi ali al suo volo.

Non si domandò se era quella la strada, non cercò tracce per dirigersi. A quando a quando la notte si squarciava in una fulminea rivelazione sotto le vampe verdigne e allora appariva la terra, la dolorosa terra del suo cammino. Ma quanto si appesantiva il passo ad ogni nuova duna! Ogni duna doventava un Calvario ma non vinceva la volontà di lui. Giorgio degli Antoni non seppe il gelo della disperazione; l’anima della sua razza fu in lui come il ferro nell’antenna della nave e le chiavarde nelle torri centenni e lo resse; l’anima non per anco rivelata nel bestemmiare della vita trascorsa fra le tane delle talpe e le aridità dei retori, ma viva solamente e solamente intiera nell’ora del suo amore e del suo martirio.

Si era detto di morire e sarebbe morto nè gli sembrava grave lasciar la vita se pure, dal fondo di una incommensurabile distanza, gli sorridevano gli occhi dolci ed ardenti di una giovinetta,in una promessa attesa da troppo tempo perchè non dovesse turbarlo. Ma si era detto di morire, aveva fermato in sè il suo patto.

E scendeva e saliva fra il balenare sempre più frequente, investito dalle raffiche; la gola, gli occhi e le narici riarse dalle sabbie.

La tempesta rinvigoriva col crescer della notte. Ora si udiva un cupo e continuo bubbolìo, un rombo e un rimbombo e lo schianto delle folgori. I baleni spesseggiavano. Dalla terra al cielo, la lotta, pur dianzi accesa fra gli uomini, si rinnovava nell’impeto titanico dei venti contrari. E nessuna rivelazione era innanzi al cuore dell’uomo e nulla scendeva dall’abisso ai sensi della creatura che non fosse affanno ed angoscia e rovina.

Camminare, lottare, morire. Ed oltre la morte quale altra lotta coglieva la nostra sostanza a erigerla al lume di un astro, a una coscienza nuova? Dove era la fine del gurgite? Dove mai la tenebra senza raggio e senza moto e senza il palpitare di un Dio?

Due uomini andavano per il deserto: anzi un uomo ed un fanciullo, una sola volontà sorta di pianta millenne pel fior di una stirpe tenace e su questa s’aggravava ogni angoscia ed ogni sofferenza, invano. Fin che il cuore reggeva, fin che le forze non fosser venute meno di schianto, Ombra avrebbe proseguito, si sarebbe trascinato innanzi senza rivolgersi, senza misurar la via. Ogni pietà pel suo soffrire era morta; tanto avevamartellato il suo volere in sè, da renderlo insensibile.

Ancora si fermò. Riprendeva lena solo allora che si sentiva prossimo a procombere, solo allora quando il suo passo si attardava ed egli cedeva sotto il peso intollerabilmente grave. Come le altre volte depose il ferito al riparo di una duna e gli si accosciò a lato senza parlare. Avrebbe voluto che Furio Valerio non avvertisse se non la presenza dell’amico, come una certa salvezza, come una vigile forza incrollabile e nulla più. Il suo nome non importava, la sua parola era vana. Si chiamava Ombra.

Tacquero. Anche Furio Valerio non ebbe parola. Lo vedeva ad ogni lampeggiare con gli occhi chiusi e la bocca serrata e, se accostava l’orecchio, sentiva il suo respiro interrotto. Gli posava la rude mano callosa, su la fronte: era fredda.

La bufera era sui loro capi, fra il tempestare di un vento gelido. Ora abbrividivano.

Incominciò un dirotto imperversare di pioggia.

Allora il fanciullo si riscosse, si levò un poco sul torso, tese una mano, disse a pena, e Ombra sentì il tremito della mano diaccia, disse:

— Addio!

Fu un silenzio. Ombra sapeva portarlo ma non sapeva le parole che consolano. Lo strinse forte, lo coprì; gli si chinò più sopra per ripararlo dal diluvio. Ma Furio Valerio non lo vedeva più; parlava ai fantasmi del suo farnetico.

— Non ho nulla.... Eravamo soli.... lontani!... No.... non ho nulla.... guarda.... guardami, mamma!...

Ombra ascoltava.

— Bisognava vincere!... Bisognava vincere ad ogni costo!... Perchè non mi perdoni, mamma?... Mamma.... perchè non mi baci?...

Allora l’uomo che non sapeva parole di dolcezza, si chinò sul fanciullo e lo baciò su la faccia. Poi lo risollevò con rinnovata forza, se lo prese su le quadrate spalle e riprese la strada fra il bagliore e il rovinìo della bufera.

Dopo, la memoria di lui si offuscò. La tenebra notturna invase l’essere suo. Ancora si vide in cammino, ma la fatica troppo grande fece del suo corpo una cosa inconscia.

Erano ormai estranei e lontani. E l’alba li trovò esangui, presso una cubba: l’uno disteso su le sabbie, l’altro accosciato da presso.

Poi l’inaudita pena ebbe il suo termine.

Più tardi, nella corsìa dell’ospedale, quando riaprì gli occhi e riebbe coscienza, a coloro che gli eran dintorno, non chiese che una sola cosa e quando seppe che Furio Valerio viveva e che non sarebbe morto, una gran pace discese in lui e null’altro udì di ciò che gli dissero. Ma dal fondo rasserenato del suo cielo, ancora gli apparve una dolente creatura abbrunata, una vecchia mamma, sola fra le sue tristi figliuole, e udì la voce più grande e più belladi quant’altre sieno nel mondo, l’udì in tutto l’essere suo dilagare, ingrandirsi nella soave benedizione che già l’aveva ridesto:

— Iddio ti benedica, figliuolo!...

Poi gli parve che una dolce mano gli chiudesse gli occhi, gli assopisse la sofferenza e discese nell’ombra della sua pace.

Fu quando ritornò verso la vita con le sue forze gagliarde ch’egli pensò di poter scrivere a Rinotta. Aveva poche cose da dirle ma chiare, precise e tali ch’ella avrebbe capito anche oltre le parole di lui. E una sera si pose all’opera faticosa, imbastì a gran pena la lettera.

Non parlò, alla lontana, dell’avventura di lui, ma le disse che forse avrebbe meritato da lei una parola meno cattiva di quella ch’egli aveva sempre in mente e le disse che sperava rivederla, un giorno, e che le voleva bene anche più di prima. Poi, dopo i saluti, aggiunse una postilla nella quale pregava il Vecchio di perdonarlo perchè credeva di non aver disonorato la casata, e firmò.

Da quel giorno fu più contento. Ma non mutò contegno.

Furio Valerio aveva raccontato l’atto di abnegazione del soldato taciturno e l’avventura si era diffusa, era corsa pei giornali ampliandosi, aveva celebrato il nome di Giorgio degli Antoni in tutta Italia. Non passava giorno che qualcuno non giungesse fino a lui per udire dalla suavoce il racconto dell’impresa. Ombra non ricordava più nulla nè sapeva spiegarsi la ragione di tanto tumulto per ciò che aveva compiuto. Solo una volta si commosse quando gli giunse la lettera della madre di Furio Valerio e dentro c’eran dei fiori. Si appartò perchè non voleva che altri vedesse il suo pianto. Forse solo la dolce creatura lontana sapeva dire con tanta semplicità le cose soavi ch’egli non aveva udite mai e per quelle cose sarebbe andato incontro a tutte le pene, con tranquillità. Pose la lettera nel suo vecchio portafoglio. Fu la sola che serbò.

Poi, un giorno, fra i soldati che presentavan le armi, un Condottiero gli fu vicino e gli parlò con voce commossa nel nome della Patria e lo baciò su la fronte.

Il suo dovere di uomo era compiuto.

Imbruniva. L’angelo era disceso a salutar la sera con le sue dolci campane.

Il bimbo, aggrappate le piccole mani alla veste di Rinotta, insisteva nella sua domanda:

— Che cosa mi darai, se sarò buono?... Che cosa mi darai?...

Rinotta posava il lavoro.

— Ti darò.... — e levava gli occhi all’aria, — tidarò i tre rubini, i tre piccoli rubini rossi che hanno le cicale fra gli occhi....

E il bimbo ripeteva guardando l’aria a sua volta, nel delizioso stupore:

— Rossi, rossi!... E poi? Che cosa mi darai ancora?

— Ti darò.... ti darò la bella freccia della cicala....

— Che cosa ne faremo?...

— Andremo a caccia!

— A caccia delle allodole, come Cesare?

— No, le allodole non si toccano.

— Perchè?

— Perchè cantano.

— Cantano!... — riprendeva il bimbo ripensando chissà quale bagliore mattutino. — Zia, zia, perchè non mi canti un poco? Sì, sì, zia!... Sì!...

Rinotta aveva ripreso il lavoro.

— Lasciami in pace ora; lasciami lavorare!

E, dopo una pausa:

— Senti, senti i pastori che ritornano?... Va, va ad incontrarli, va a vedere le pecore belle!

Il bimbo saltò giù dalle ginocchia di lei, corse verso il portone che era aperto.

— Non scendere nel fiume, sai, — riprese Rinotta. — Bada, c’è l’uomo nero che ti mangia!

Ma il bimbo non le badava più, non udì forse le parole di lei, attratto dalla voce dei due fanciulli che ritornavano e dal belo delle pecore e degli agnelli.

Rinotta tacque, inchina sul suo lavoro.

Il Vecchio uscì dalle stalle e si fermò a guardarla:

— Ci vedi ancora a lavorare?

— Sì.

— Che fai?

— Finisco un gonnellino. — E indicando il lato dal quale il bimbo era scomparso, riprese: — Quel monello li rompe tutti! È sempre fra le siepi!

Il Vecchio si accostò di qualche passo, la guardò, fu sul punto di parlare, ma si rivolse, avviandosi al portone.

Le rondini erano sotto le gronde; si udiva tuttavia qualche pigolìo dai nidi.

Una voce si levò da una stanza, poi un ciangottìo di bimbi e il lamento di un assiolo dalle roveri.

Maddalena e Lorenzo attraversaron la corte. Il Vecchio uscì per la via.

Rinotta fu sola, seduta presso il portico dei magazzini, incontro al cielo dove il giorno moriva.

E la luce scendeva su le sue ginocchia, da sopra i tetti, con dolcezza amorosa, ed ella raccoglieva come un’ospite che sia sul punto di varcare la soglia e dalla soglia si rivolga ancora a mostrar la sua faccia e a dir l’ultima parola soave.

Aveva vissuto quel giorno come fra terra e cielo, nel sogno, con tutta l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.

Il cielo era chiaro con le sue nuvole sparte; venato e delicato come il polso di un fanciullo; brillava per allegrezza.

Era discesa al fiume di buon mattino e si era ferma, come tante volte, su la riva a guardare, invasa dal beato torpore della vita vegetale e delle cose placide, in una passività dolce e pigra, senza barlume di pensiero.

Si era distesa fra le canneggiole e i viburni, di contro a un greto, e sentiva sui piedi scalzi il carezzìo dell’acqua e su la faccia la brezza del mare e le stille della rugiada. Seguiva l’aliare lievissimo delle libellule vellutate, il guizzare delle idrometre, il trascorrere dei pesci in cerca di preda. Vedeva tutto e nulla come in uno specchio tersissimo, riposando l’anima nei sensi distesi a voluttuosa letizia.

Era come la terra beata, come il fiume presso la foce che un poco ristagna, dimentico dell’aspre cime e ancora ignaro del tumultuoso mare. Godeva senza sapere perchè, sperduta nella calma dolcezza mattutina come tutte le cose.

Padron Antonio passò lontano, diguazzando nelle pozze co’ suoi grandi piedi color bronzo e le gambe irsute. Aveva la mazzacchera. Tornava dall’aver pescato i ranocchi nei maceri. Dileguò nell’azzurra levità dell’aria fra l’acqua e i greti.

Poi una verletta, vaiata come la buccia del castagno, volò fra i rami sopra il capo di lei,ad un nido. Una voce stornellò dal forteto. Allora Rinotta incominciò a pensare. Il pensiero nacque tranquillo dal silenzio dell’anima sua immobile, come la gallora nel rincollo del fiume. Dilagò. Pensò il mare, le navi, le terre lontane, l’amore. Una luminosa catena. E la voce cantava sempre. Il cuore cominciò a battere un poco più forte, a rallegrarsi di un qualcosa che non aveva aspetto. Guardò una fila di nubi color di rose poi le innumerevoli foglie delle acacie, una riga di sole. Fu dapprima come un mareggiare e un fluttuar di nebbie sottili e dalle nebbie ritornò la sua giovine pena. Dov’era? Che faceva? Le aveva scritto una volta e non più. E così, com’è della natura di ciascuno, tanto più si appassionava quanto più pareva le sfuggisse ciò che non le era parso tesoro allorchè le si offriva ad ogni ora, apertamente. Poi si figurò ciò che era nella sua bramosia e tutta si perse, l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.

L’ora era trascorsa fin oltre il meriggio così, ed ella era ritornata all’opera sua a malavoglia che non avrebbe voluto veder nessuno e nulla udire che la togliesse dal suo chiuso a ricondurla alla vita com’era, alla muta realtà presente.

E, a tarda sera, si era raccolta nella corte, coi bimbi, ad agucchiare intorno a una vesticciuola pensando alle cose miti che le davano una materna soavità.

Poi la luce fu per esulare. Il portone fu chiuso e più non si vide la viottola erbita.

Bartìn, l’ultimo figlio di Carlotta, il bimbo che più le piaceva, era rientrato con i due pastori. Passò Maddalena con l’utello e una lampada spenta. Non si udirono che rare voci sommesse. La casa era assorta come la sera alla quale approdavan le stelle. Abbandonò il lavoro sul grembo; levò gli occhi ed il viso; guardò. E se fosse morto?... Se fosse morto?... Allora si sentì affondare nel silenzio, si trovò sola di fronte al suo dolore e alla vanità della vita, non ebbe più ardimento, si smarrì come chi, dalla casa serrata, si affacci al livido orrore del turbine: pianse.

Che poteva, più che piangere, la sua giovinezza incompiuta? Un’ombra le passò da presso e non si fermò. Ella non la vide: vide il cielo oscurato. Non si udiva più nulla, più nulla, più nulla!... Si passò le mani su la faccia, nascose il volto fra le palme, singhiozzando, ripiegandosi su sè stessa, sotto l’ombra e la notte impassibile.

Nessuno poteva risponderle, nessuno l’avrebbe racconsolata mai! E, come avviene nelle nature forti, la raffica si ingrandì e la travolse.

Non un lume era acceso. Dov’erano andati? Perchè tanto silenzio su tutta la casa?... Si alzò, mosse qualche passo, udì battere tre colpi sul portone.

Sbigottì rivolgendosi e attese che qualcuno andasse ad aprire ma nessuno comparve. Ancora fu bussato e più forte. Allora attraversò la corte, senza fretta, a malincuore.

Quando fu presso il portone domandò:

— Chi è?

Non le risposero. Tirò il catenaccio rugginoso, aprì. Un’ombra si fece innanzi senza dir parola.

Rinotta la guardò, col batticore:

— Che volete?...

L’ombra non rispose.

— Chi cercate? — disse più forte e si pose nel vano ad impedir l’entrata.

Una voce sommessa rispose:

— Cerco te!...

Rinotta sbigottì, non battè ciglio, non intese. Passò un silenzio. Erano fermi ad un passo l’una dall’altro.

E la voce riprese:

— Rinotta?...

Allora ella si sentì raggricciare e abbrividire come per la gioia e per lo spavento e domandò:

— Chi sei?... È mai possibile?...

E lo spasimo non durò che un baleno che ella ebbe un grido:

— Giorgio?... Giorgio?... Sei tu?... Sei proprio tu, Giorgio?...

Per la prima volta nella sua vita, egli si sentì tutto quanto illuminato. Non se l’aspettava!... Credeva tuttavia di trovarla come un tempo, di dover guadagnare l’amore di lei con fiera costanza e si vedeva trascinato in un impeto di tenerezza tale da morirne.

Gli era caduta fra le braccia e lo stringeva forte, senza baciarlo, mormorandogli all’orecchio, fra i singhiozzi:

— Sei tornato!... Sei tornato!... Ho pianto tanto!... Ti ho aspettato tanto, Giorgio!... Giorgio mio!....

Ed egli non seppe che dire, si lasciò trasportare come una cosa dolcemente morta, pianse con lei.

Tutti sapevano del suo ritorno, vero?... Tutti lo sapevano ed ella no!... Perchè non dirglielo!... Chi le aveva nascosta la cosa?... I giornali non comparivano più, il Vecchio non parlava più!...

Entrarono. Egli vestiva ancora la divisa grigia. Lo vide al lume degli astri; le parve bello come un Dio. E sospirava adagio, tremando nella soavissima voce:

— Ho saputo tutto.... ho saputo tutto!... Oh perdonami, perdonami!...

Egli se l’attirò fra le braccia e le disse solamente:

— Ma se ti voglio tanto bene!...

Tacquero ancora, più a lungo.

Poi udirono un passo dietro le loro spalle, un passo misurato e tranquillo. Si discostarono rivolgendosi.

Era il Vecchio. Non aveva il cappello, insolitamente; pareva ancora più alto nella notte illune. Attesero la sua voce e la voce del vegliardo si levò dal silenzio e disse:

— Benvenuto, figliuolo. Vieni, chè ti dia un bacio!...

Giorgio si accostò scoprendosi e chinò la faccia. Il Vecchio lo baciò sulla fronte.

— Ed ora, — riprese, — ora che sei il primo fra noi, meriti tutto!... Domani ti passerò le bisacce e tu reggerai la casata d’ora innanzi. Lo vuoi?...

Giorgio scosse il capo a dir di sì, chè non poteva parlare.

Il Vecchio accarezzò Rinotta sui capelli, poi se ne andò senza rivolgersi più, nella notte illune, come l’attendesse la morte.

Poteva morire ormai, nel cuor del suo Dio. La casa degli Antoni aveva trovato il suo continuatore.


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