Per ricordare.“Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere.„Alfredo Oriani,Fino a Dogali.
“Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere.„Alfredo Oriani,Fino a Dogali.
“Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere.„
Alfredo Oriani,Fino a Dogali.
Cominciammo con uomini che si avventuravano soli per le terre dell’Africa oscura, soli ed indifesi ma temprati al sacrificio e alla morte per condurre innanzi con la loro volontà il Destino della patria.
Morirono disperando. Non seppero e non videro forse che una generazione non lontana avrebbe raccolto i loro nomi per iscriverli nel martirologio della stirpe. Forse giacciono tuttavia lungo le piste carovaniere, pei deserti.
Pellegrino Matteucci, Antonio Cecchi, Giulietti, Bisleri, Chiarini, Bianchi, Diana, Monari: ecco i pionieri autoctoni.
La giovinezza del popolo andava innanzi a loro; la fatalità di un disegno storico li sospingeva al sacrificio. Morirono e lo squallore delle anime non seppe la bellezza e la grandezza del toro gesto. La trepidante ansia dei governanti deprecò la loro morte. Non si voleva agire. L’Italia, bollata dalla secolare servitù, impaurita dalle sue ultime disfatte sul campo di battaglia, sbigottita dal disastro di Lissa che era, nei secoli, la sua prima pagina ingloriosa sul mare, era renitente al suo Destino, si umiliava per non seguir la sua via. Non ardì quand’era tempo, non si rimosse quando altri le apriva lastrada, si condusse da schiava ne’ suoi rapporti con le Nazioni, volle passar come l’ombra, essere nulla e nessuno per non trovarsi di fronte al pericolo e vi riuscì. Si salvò perchè necessaria ad un equilibrio di forze, ma l’anima sua si immiseriva sempre più. Ebbe uomini d’accatto che per la loro timidezza politica le tolsero anche l’ultima dignità. Cadde in dispregio. Le sue glorie nazionali si offuscarono. Ma il fato la premeva e dovette ubbidirgli.
Così mentre era stata facile giuoco della Francia dapprima e si era rifiutata di seguir l’Inghilterra poi e, accecata dalla più grande insipienza politica e da un vergognoso timore, aveva trascurata la sua migliore fortuna, si decise ad entrare in campo meschinamente acquistando una piccola terra nell’Africa lontana.
Agì come colui che rasenta i muri e segue l’ombra dei viottoli. La sua incorreggibile umiltà le vietava la strada a fronte serena, in pieno sole. Agli irresoluti è serbato sempre il cammino più aspro.
E ancora, alla dolorosa terra mancò l’accorgimento. Si volle e non si volle. Si ubbidì all’Inghilterra stretta dal Madhi a Karthum, le si promise aiuto senza provvedere nella misura necessaria all’aspro còmpito, e quando l’Inghilterra, dopo un tragico eccidio, desistè dal suo disegno, si ricadde nell’irresolutezza avviliente. Si lesinarono i mezzi, si lasciarono uomini quasi indifesi, si preparò Dogali.
Con Dogali ebbe principio una tragedia ed un’alba. Da allora si iniziarono le conseguenze inevitabili della timidezza nostra ma si dimostrò anche il nerbo delle nostre genti.
Ciò che fu guardato a vergogna ci doveva insuperbire. Non si perde quando una gente muore come morirono gli uomini di De Cristoforis.
Ricordiamo il rapporto del capitano Tanturi:“.... Dietro la cresta del monticello superiore vidi l’immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati.„
Se l’inettitudine dei governanti procacciava la sventura dell’Italia, i suoi soldati le accrescevan fierezza. Ma altro doveva sopraggiungere. Avemmo nemici di fronte e nemici nell’ombra, questi forse più temibili di quelli perchè il loro giuoco era subdolo e colpivano alle spalle. Ancora non ci sapemmo destreggiare. La nostra impresa si imbattè in un nuovo ostacolo ogni giorno. Mentre per raggiungere il fine necessario sarebbe occorsa la maggiore concordia, il paese era dilaniato dalle fazioni. I soldati partivano fra il silenzio e le grida sediziose; l’anima del popolo non li accompagnava. E si giunse ad Adua. Ma la vergogna non fu nella fatale disfatta, fu nell’atteggiamento che ne seguì. Raumiliati ci imponemmo il silenzio e si lasciò crescere la leggenda della nostra viltà. Di questa si valsero i demagoghi all’interno, gli ipocriti amici e gli aperti avversari all’estero. Nessuno più ci temettee fummo vassalli nelle alleanze, schiavi nelle amicizie. Pareva la compiuta rovina e, per una gente d’altra tempra, forse non vi sarebbe stato riparo; ma nessuno sapeva il cuore delle stirpi italiche.
Come non si parlò più di Adua e si temette di sentirla menzionare dimenticando tutti gli eroi che anche nel disastro avevano tenuto alto il nome della loro patria, così non si badò all’umile, al paziente, al tenace lavorio del popolo che veniva preparando un’êra nuova. Il settentrione con le industrie, il mezzogiorno con l’emigrazione risollevarono l’Italia. Si compì nel silenzio un’impresa colossale. Le gigantesche colonne furono risollevate a sostenere le nuove arcate; turbe macilente vi si adoprarono notte e giorno; tutti dal primo all’ultimo figlio di questa terra benedetta, dettero un poco del loro sangue; fu un’opera anonima ed insigne; un popolo antichissimo e nuovissimo lavorando e morendo, ricreava il suo Tempio e il suo Nume. L’opera volle le sue vittime, e furono migliaia. Dietro il Tempio fu il campo dei morti. Unico sacerdote, il silenzio. Sempre il Silenzio; ma i popoli sani non cianciano, creano. E dall’operoso mare delle turbe non aggallarono che le scorie; su le spiagge non si videro che i rifiuti, dal raccoglimento taciturno non si levò che lo strido dei nibbî. E chi ascoltò si illuse ancora. Chi ascoltò vide un’Italia dilaniata dalle fazioni, immemore, scettica, spiritualmente impoverita,trattenuta da mille pastoie, incapace di un’azione concorde. La parte migliore del popolo sfuggiva all’analisi. Il sentimento nuovo, serpeggiante per le anime, non si appalesava se non per rade e inascoltate voci. La gente che avrebbe mirato a un apogeo era uscita appena dagli ipogei; ma quando dalla torre millenaria suonò l’ora storica, il rombo fu seguito da un grido inusitato. Il popolo multanime rompeva il suo silenzio, si faceva innanzi, si scagliava alla luce. Il Tempio, se non compiuto, era giunto a’ suoi fastigi. E la lotta incominciò.
*
Ora della guerra che segna nel nostro cammino un assurgere dello spirito collettivo e il formarsi di una individualità nazionale io ho raccolto qui qualche aspetto.
Se l’arte è mancata mi valga il grande amore che mi costrinse all’opera.
Adoratore di ogni forma di energia, ho cercato di esprimere la potenza energetica degli uomini e dei fatti. Ho osservato ed ho amato, serrandomi entro una severa misura.
Certo non è qui che un pallido soffio delle ore del magnifico entusiasmo. Queste ebbero il loro Grande che le cantò. Ricordo il commovimento ineffabile che passava, alle trincee, peicrocchi intenti alla lettura di una nuova Canzone. Erano volti di fanciulli e di eroi, cuori incorrotti, anime di fede. Si protendevano ad ascoltare con negli occhi una smarrita letizia. Sentivano la grande voce della Patria attraverso l’anima del suo Poeta. Forse la bellezza di questa compiuta unità di un popolo non si intende tuttavia. Il genio della stirpe accomunò allora il più grande al più umile e non vi fu disarmonia nessuna. Ogni cosa meschina: gli odî, i livori, le basse brutture non furono più, parve non fossero state mai. L’Italia non aveva che il suo destino. Era sorta e camminava.
Ma è appunto l’antitesi violenta fra l’oggi e l’ieri che non deve farci dimenticare. Vi sono altre tombe lungo la via, sulle quali non è stato mai il fior di un ricordo.
Rivolgiamoci; qualcuno parlò che non fu inteso. Riapro il libro. È un soldato che narra: Nicola D’Amato. Ascoltiamo:
“Penso a quel giorno fatale.... Rivedo i miracoli di quei soldati degni di miglior fortuna; rivedo il generale Dabormida, il colonnello Airaghi, il capitano Mottini. Lasciarono sul campo di Adua il loro nome scritto col sangue.
“Era il momento supremo e gli ultimi sforzi, gli estremi prodigi di valore si compivano dalla brigata, per coronare quella giornata con la vittoria.
“Dopo un combattimento come quello sostenutodalla brigata Dabormida, non si poteva perdere: il grido di vittoria, che, già entusiasta, saliva lungo le creste del monte Mariam-Sciavitù, pareva che, insistente, chiedesse nella valle una eco nel grido: Italia! Savoia!... I petti ansavano forte, le palle non si temevano più, quando un fremito ci corse per le vene: la tromba batteva la ritirata!„
E più oltre:
“Muta, ansante, disperata saliva la colonna dei vinti su per l’altura ed io ero alla coda di essa. Fu su quell’erta che la brigata combattè l’ultima volta, mentre gli eroi ricevevano il battesimo del sangue dall’angelo della morte. Fu quella una battaglia accanita, selvaggia: quattro pezzi di artiglieria vomitavano mitraglia, seminando il campo di morti: quattro pezzi più in su, con tiri precisi, proteggevano dall’assalto i cannoni sottostanti che prendevano frattanto posizione salendo, tratti su a forza di braccia. Più in alto ancora, il fuoco ben nutrito dei fucili si manteneva ordinato come in piazza d’armi. Tutto era un finimondo. La coda della brigata si batteva calma contro i nemici vicini, tanto che potei servirmi della rivoltella ottenendo buon risultato. I neri, impassibili innanzi alla morte, venivano come il destino a strapparci l’ultimo brandello della vittoria.
“....Ho ancora presente, con un ricordo lucidissimo, il capitano Mottini, il quale, dopo aver ridotto al silenzio i cannoni abissini, guardavacol cannocchiale l’effetto prodotto da’ suoi colpi che sfollavano il nemico. Notavo con meraviglia l’impassibilità di quell’ufficiale.
Mottini, suonata la ritirata, cessò il fuoco esclamando:
“—Se perdo la batteria non torno più in Italia!
“Poco dopo cadde, riverso tra i suoi cannoni.„
“....Saliva affannosamente per l’erta un tenente con la sua ordinanza. Il soldato era un siciliano. Il tenente, ferito, cercava afferrarsi alla roccia e il soldato lo spingeva, lo strappava, lo contendeva al pericolo; e, mentre l’uno si fermava un istante per acquistare lena e riposare, l’altro caricava il fucile e faceva fuoco. Poi, chinava sul ferito uno sguardo fraterno come per incoraggiarlo. Piangevano! Il tenente, affranto, con la destra sul cuore e l’occhio velato, pregava il soldato perchè si salvasse.
“—Non voglio! — rispose costui scrollando la testa.
“—Vattene! — gli ingiunse il superiore.
“—No, — rispose l’altro risoluto.
“—Ma.... io non posso andare avanti!
“—Moriremo insieme; ma uno con me me lo porto!
“L’ufficiale ristette un momento.
“—Allora mi siedo, — disse in tono reciso, e sedette.
“—Siedo anch’io, — ripigliò l’ordinanza, e, calmo, al fianco di lui, imitò l’esempio.
“Erano rivolti dalla parte d’onde il nemico saliva; restavano tranquilli in mezzo all’imperversare delle palle. Il soldato continuava a far fuoco, ed il tenente, con la sinistra sul capo di lui, come per proteggerlo, abbassava lentamente la testa sul petto. Li vidi l’ultima volta, distesi tutti e due, l’uno a fianco dell’altro, con un sorriso sulle labbra, reso ancora più bello dagli ultimi raggi del sole che li salutava mentre spariva dietro i monti di Axum.„
“....Ad una svolta della via una scena di orrore si presentò a’ miei occhi. Ferito e sanguinante in tutte e due le gambe era il colonnello Airaghi, e, accanto a lui, un sergente incolume attendeva il supplizio.
“Il colonnello faceva sforzi sovrumani per impedire lo sfregio; aveva i pugni serrati e si mordeva a sangue le labbra. Invano, che il coltello inesorabilmente tagliava, mentre il volto del martire si torceva in un riso convulso e diabolico.
“—Coraggio dottore, — mi disse Airaghi, — sono questi gli eventi della guerra!
“—Cammini, signor colonnello, pensi per lei che è ferito alle gambe, — risposi, e lo salutai militarmente, ciò che mi guadagnò dal mio aguzzino una sciabolata al polso sinistro. Tirai oltre senza aver la forza di rivolgermi; ma involontariamente mi voltai scosso da un grido che nulla aveva di umano e che era l’ultimo anelito di quel prode!„
“....Sapemmo ad Adua della sorte toccata algenerale Arimondi, ed al colonnello Galliano; noi non sapevamo che fossero morti e chiedemmo i particolari della loro fine. Ci riferirono che per il campo di Adua furono vedute le loro teste portate in giro sulle picche! Quello che ci fu assicurato trovò riscontro nei particolari fornitimi da Grasmac-Joseph.
“Arimondi fu riconosciuto quale generale quando era già agonizzante, ferito in più parti del corpo, ed i nemici, rinunziando alla speranza di poterlo condurre vivo innanzi al Negus, lo finirono sul posto.
“Galliano, invece, fu preso incolume, e camminava fra i vincitori, afflittissimo per la sventura della patria. Ma, presso Adua, rientrò in sè stesso, e gli balenò un’idea che tradusse immediatamente in atto. Quell’anima di bronzo, non spostava di una linea le sue decisioni, avesse contro lui tutte le minaccie e tutta la forza dei nemici. Si abbandonò tranquillamente a terra, ribellandosi agli sforzi dei suoi carnefici, che volevano presentarlo vivo all’imperatore.
“—No, — disse, — non voglio veder la faccia di quel maiale.
“Il Negus lo seppe e, o perchè lo credesse stanco, o per sembrargli generoso, gli mandò un muletto. Galliano lo respinse con parole più sdegnose e più acri.
“Quando Menelick seppe la ferma volontà del colonnello, comandò che glie ne fosse portata la testa.„
“....Spingiamo più tardi i muli innanzi per raggiungere un uomo che ci precede di passo sicuro e misurato, come se diretto ad una mèta prefissa e inesorabile come il destino.
“Lo raggiungiamo: è il tenente Caruso, il piccolo Ercole di Altavilla Irpina. Figura degna di ammirazione altissima, mantenutasi rigida e disdegnosa anche nel colmo della sventura, tutta un esempio raro di resistenza, di amor proprio, di serietà, di abnegazione direi impossibile. Dopo la giornata di Adua aveva digiunato per più giorni, e, nudo come l’avevan ridotto, aveva la fissazione dolorosa di un’idea e su le labbra un sospiro: la sventura della Patria! Egli fermò un giorno il famoso Clochette, che passava a cavallo fra i nemici, e fieramente gli gridò in volto:
“—Vergogna d’Europa, rifiuto delle nazioni, sei contento di vedere i tuoi fratelli latini trattati così?
“Clochette, annichilito, abbassò gli occhi, non osò rispondere, scomparve.„
Queste sono le parole di un soldato che vide e sofferse la penata vigilia e la prigionia. Da Toselli al tenente Pini, dal maggiore Gamerra al sottotenente Piccinini il martirologio è grande. La robustezza della razza si appalesò allora. Non vi fu vergogna. A volte basta il gesto di un uomo solo a temprare il cuor di una stirpe.
Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere.