CAPITOLO XI.

«Felici! Tu insegni che il Signore felici non ne vuole; ma per quanto si può….

«Tu stai per maritare Bianca?

«Te lo voleva dire quel giorno, in cui venni in casa tua a pigliare lo sposo….

«Sposo! E tu pensi che Bianca lo ami, codesto sposo che tu vuoi darle? Bada, Fedele; al mondo, dei miseri ve ne sono già troppi; e pensa che degli affetti delle fanciulle, un cristiano deve farne altra stima da quella che si suole. La donna è abbastanza infelice da sè: e darla contro il suo cuore, a chi piace a noi; è forse un aprire la via della fuga alla virtù, che prima o poi se ne va. Tua figlia ama un altro; lo sai?

«Che ha il nostro Don Marco?»—entrò dicendo il padre Anacleto, disceso in quel punto, a porsi tra i due.

«Ho che qui si vuol rovinare una fanciulla inesperta!—sclamò Don Marco all'improvvisa apparizione del frate:—ed ella dovrebbe aiutarmi a fare che non avvenisse!

«Ma Don Marco,—disse il signor Fedele, tutto cuore a sentirlo:—chi ti fa credere, che io voglia maritare per forza mia figlia?

«Va—interruppe il padre Anacleto, sicuro del fatto suo:—va, falla venir quà, che egli la vegga, la oda; certe cose non c'è che vederle da sè… va….»

Fedele salì, in cerca di Bianca; e il frate e il prete rimasero un istante a guardarsi in viso.

«Don Marco;—disse alfine il padre Anacleto:—ella è il decano del clero di C…; parliamoci chiaro: viene per intercedere a prò di quel suo scolare di D…, Giacobino e Volterriano, più prossimo al carcere che all'aule, dove dà a credere di stare a studio?

«Empio?—rispose Don Marco:—io, quanto a me, non so a qual uomo getterei in faccia questa parola. Che io poi sia qui pel bene di quel giovane, è la verità….

«E poichè ella dice la verità, la dirò anch'io; sì anch'io son qui, e ci fui, e ci sto: lieto d'aver tolta Bianca al pericolo di perdere l'anima sua, e d'averla tornata nell'obbedienza del padre….

«Oh se noi,—sciamò doloroso Don Marco—se noi ci immischiassimo meno della salute dell'anime; e si pensasse a fare che sulla terra fosse un po' più di giustizia! Si soffrirebbe meno, e si godrebbe abbastanza; e il fumo del peccato non s'innalzerebbe con quello degli incensi, che noi abbruciamo ogni giorno! Padre Anacleto, abbandoniamo questa casa ambedue, la luce del Signore vi discenderà da sè….»

A questo punto, il signor Fedele tornava con Bianca. L'aveva cercata coll'aiuto di Margherita, ed anche di damigella Maria; e scovertala in quel nascondiglio, erano riusciti a cavarnela più a forza, che colle preghiere. Di che stizzita, vergognosa, aveva dato in ismanie dapprima; poi sbigottita al pensiero dell'Alemanno che poteva udirla, e disperando d'essere lasciata in pace; «che si vuole da me?—aveva sclamato—che chiede Don Marco? Mi cerca? dov'è? io non lo fuggo mica!» E mentre la cieca si sentiva rimpicciolire il cuore, il signor Fedele quasi in punto di battere le mani dall'allegrezza, menava la figlia giù per le scale a quella stanza, dove erano Don Marco e il frate.

Alla vista dei due, Bianca fu quasi colta da capogiro: sentì gli ultimi pensieri di rispetto che aveva pel prete, cozzare coi nuovi postile in mente dal padre Anacleto, e involarsi; appunto come avevano fatto poco prima i colombi alla sua apparizione. E Don Marco, con voce impressa d'affetto pietoso le disse:

«O Bianca; sono venuto a vederti, e tu non mi dici nulla…, che pensi, che fai?…»

Essa chinò gli occhi e rispose:

«Io non ho nulla a dire… faccio quello che il Signore comanda…, obbedisco mio padre….

«Dunque tutto quell'affetto….

«Ho pianto abbastanza;—interruppe Bianca—e non voglio peccare, pur col rammentare il passato…»

Don Marco rimase come uomo che acciechi improvvisamente. Aperse le braccia, guardò in alto, e senza più dire parola, uscì di quella casa, dove gli pareva di sentirsi strozzare. La famiglia del cascinaio lo vide allontanarsi quasi fosse perseguitato da qualche nemico; e vide anche il padre Anacleto venir sulla soglia, e fargli dietro una croce, per mandarlo segnato e benedetto. Questi, rientrando, stava per fare le feste di quella sua nuova vittoria; quando tastoni, ansante, pallida come una morta, veniva giù della scala madamigella Maria.

«E voi—sclamava—voi avete scacciato Don Marco? Scacciate dunque me pure!»—E così dicendo faceva atto d'andarsene sola. Senonchè il cognato, il padre Anacleto, la stessa Bianca le furono attorno, e ingegnandosi di trattenerla, questa diceva:

«O zia, Don Marco se n'è andato da sè…, io gli dissi che farò quello che mio padre vuole, ed egli rimase contento che il Signore m'abbia illuminata….

«Illuminata!—diceva singhiozzando la cieca: dunque tu andrai lontana?… tu m'ingannavi?… Fu nulla tutto quello che io penai per te… o Bianca, Bianca!…» E presa tra le mani la testa di lei, le baciava i capelli, la fronte, la bocca, per tutto dove in quella angoscia le cadevano le labbra.

La fanciulla piangeva; il signor Fedele era quasi commosso; il padreAnacleto coglieva il modo di quetare la cieca, e diceva:

«Come! e tu Bianca non hai detto a tua zia, che lo sposo t'ha promesso di stare quassù; di far tua, se vorrai, tutta la valle; di riedificare il castello…, e tante altre bellissime cose? Datti pace Maria, tu starai sempre con essi, sarai l'angelo consolatore della loro casa; ma ora per carità non facciamoci intendere da lui; che potrebbe risentirne la sua salute.»

Damigella Maria, solo a udire che Bianca sarebbe rimasta sempre in C…, sebbene tutti quei giorni si fosse accostumata a fidarsi poco del padre Anacleto, si quetò un tantino; e disse che pigliava un po' di tempo per trovare il partito che più le conveniva. Fu lasciata con Bianca; e il signor Fedele salì dall'Alemanno il quale stando a letto aveva udito quel viavai, ma per buona sorte non ci si era raccapezzato.

Nella palazzina si rifaceva la quiete, essendo quasi l'ora di mezzogiorno; e il padre Anacleto tornando al convento guardava se in qualche punto della vallicella scoprisse Don Marco; il quale dallo sgomento di quelle sconfitte, doveva a sentir suo, avere smarrita per lo meno la via.

Se altra fosse stata la vista del padre Anacleto, ed egli avesse data un'occhiata alla via, che di là della Bormida, a seconda di questa, menava a D…; avrebbe scoperto Don Marco, sotto i vecchi castagni, avviato a quella volta.

Uscito dalla palazzina, che gli pareva di non aver più senso di nulla, il buon prete era andato alla ventura; ma a poco a poco rivenutigli i pensieri, aveva colto quello d'andare a D…, e là, detto apertamente ogni cosa alla signora Maddalena, porla in grado di sapersi governare col figlio. Il quale poteva capitare a casa da un giorno all'altro; e si sarebbe trovato ai fatti dolorosi, che s'andavano compiendo.

Per guadagnare la via che aveva a fare, gli era bisognato piegare a manca, e varcare la Bormida su d'una palancola, la quale si specchiava in un lago verdastro, formato dalle acque vorticose e raccolte là sotto, in un gorgo pauroso. Questo a chi vi passava sopra, dava le vertigini, e ne riverberava l'immagine, rotta in cento maniere. Di là del varco, fatti pochi passi su per un macereto, si trovava la via; e Don Marco vi si mise di quell'andatura, che consentivano gli anni, e la passione che lo turbava.

Così, colle mani appaiate sulle reni, un passo innanzi l'altro, fu in un'ora al villaggio di R…, mezzo ancora sossopra per la passata dello stormo di quei di D…. Cansò le case, pigliò i traghetti, e nascosto dalle siepi degli orti, si ripose più oltre sulla via maestra. Quando giunse a scoprir D…, i vichi sulle riva del torrente, il castello, il campanile, tutto parve sorridergli come ad un amico, e dirgli che dei guai di Giuliano, e dei patimenti della signora Maddalena, niuno sapeva nulla. Il suo sguardo si posò sulla casa di lei, che spiccava fra l'altre, col suo piazzale ombrato di viti prosperose; e a mirare quelle mura d'allegra vista, non sembrò vero manco a lui, che lì dentro si fosse annidata la sventura.

A quel punto del suo cammino, udì un cavallo che gli veniva dietro di trotto; e tirandosi in sulla proda della via, si fermò per lasciarlo passare. Il cavaliero era un ulano alemanno, di quei che avevano svernato a C…, il quale come fu vicino al prete, rattenne la cavalcatura, si scoperse, e facendo vedere un foglio, dimandollo molto rispettosamente:

«Signor prete, sarebbe lei il pievano di D….

«No,—rispose Don Marco:—Salga su quel monticello dove vede quel campanile; il pievano abita lassù; vada pur dritto che non può fallare….»

Il soldato salutò di nuovo, e ripigliando il trotto, tirò innanzi.

Ma così non fece Don Marco; chè avendo cansato la terricciuola di R…. per non imbattersi nel curato, il quale l'avrebbe annoiato col volerlo seco qualche ora; adesso si studiava passare in parte da non essere visto dal pievano di D…. nè da altri preti, che gliene potessero dire. Si sentiva mal disposto verso gli ecclesiastici; e disviando, discese sul greto del torrente, per guadare alla riva sinistra, e quindi arrivare alla casa della signora Maddalena, che giaceva su quella.

Al guado più agevole, sedette sul primo sasso che trovò, si scalzò lentamente; e dando uno sguardo alle sue gambe insecchite, quasi per confortarle a porsi nell'acque; sorrise, e pensò che tra non guari le avrebbe poste a riposare nelle buche dei morti. Entrato nell'acqua, i ciottoli del fondo gli scivolavano sotto le piante; ma sebbene ad ogni passo gli paresse di cadere, la freschezza dell'onda gli temperava il disagio, e guadagnò l'altra sponda. Là si rimise in gamba le grosse calze di lana, che non erano più nere, ma d'un colore come di panno strinato; poi contento del tepore che gli ravvivava le carni, prese un sentieruolo, il quale lungo l'argine d'una gora guidava al molino del borgo, donde in pochi passi, si saliva al piazzale della signora Maddalena.

Tra l'andare e lo stare a ripigliar fiato, ora a quella, ora a quest'ombra, aveva fatte quasi le ventidue; ed egli sapeva come fosse l'ora, in cui la signora soleva uscire per le sue passeggiate solitarie. Guardò pei prati e pei campi vicini, ma non la vide; perchè s'erano mutate in quella casa di molte usanze, massime in quei due mesi, ch'essa non usciva quasi più. Amava la solitudine; un cerchio plumbeo le si era venuto formando intorno agli occhi; dal tanto patire, le carni le si erano fatte scure; talvolta, si lagnava colla fantesca, d'avere le labbra arse, e nel cuore un caldo come d'acqua bollente; tal'altra rabbrividiva, e poi parlava di mostri che le era parso di vedere. Marta s'ingegnava di farle animo, diceva che di quelle scosse di nervi n'aveva provato anch'essa; e parecchie volte pigliava la via della montagna, e tornava carica d'erbe che conosceva per buone a quei mali; ma l'indomani le buttava via senza averle adoperate.

A guarire la signora sarebbe occorso altro aiuto. Suo figlio in casa, Bianca per nuora, e la dolce quiete; questi sì che sarebbero stati farmachi da giovarle! Ma di lui non si pregava che le notizie; di Bianca non aveva più risaputo nulla; nè s'era mai rischiata di chiederne a Don Marco per lettera o per altra via. Di quello che aveva inteso e veduto a C… le era rimasto qualcosa che la consigliava a non si fidar nel futuro; e sebbene la fanciulla avesse promesso di non essere d'altri mai; si mescolava a quella memoria l'immagine del signor Fedele, come quella d'un drago delle tante favole, che alla fine l'avrebbe costretta.

Per togliersi un poco a quelle idee lugubri, aveva trovato un passatempo che per quell'età, non era cosa da poco. Raccoglieva ogni giorno tre o quattro fanciulle del vicinato, e loro insegnava a leggere con molto amore. In questa impresa, essa e le alunne s'erano così dilettate, che queste sino dalle prime lezioni avevano imparato ilgesummaria. Io non saprei con quale giudizio i pochi che allora sapevano di lettere in quella valle, avessero dato all'abicìquel nome, che sempre è sulle labbra alla gente che sclama per dolore, per uggia o per paura: ma so che lo si chiamava ancora a quel modo, sarà poco più di vent'anni.

La novità spiaceva a Marta, la quale ne mormorava tra sè ogni giorno; molestata dal monotono sillabicare di quelle donne: spiaceva a Rocco, perchè tra queste ci aveva la sua Tecla: e sopra tutti spiaceva al pievano, il quale non s'era potuto tenere dal dire di sul pulpito, che qualcuno della sua pieve, lavorava a far roba pel diavolo. Ma la signora Maddalena, pur avendolo risaputo non ci badava, e tirava innanzi da brava maestra.

Quel giorno, all'ora in cui don Marco si avvicinava, essa aveva seco, delle alunne, la sola Tecla… Questa, chi non l'avesse più riveduta, dal dì della partenza di Giuliano, a prima giunta non la ravvisava. Faceva allora i suoi sedici anni; e prima, niuno s'era accorto che fosse bella; perchè la sua faccia aveva patito il sole; e forse la gran sanità, che fa parere le campagnuole sin troppo virili, teneva nascosti i pregi delle sue forme. Ma da quando Giuliano le aveva dette, sul prato, le afflitte parole che rammentiamo; i contorni del viso e la persona le si erano risolti in molta bellezza: e a misura che immagriva, si avrebbe potuto somigliarla ad una statua, sbozzata alla grossa nella furia del creare, e poi condotta a fine con lungo affetto. Di certo le era entrato qualche dolore, che assiduo ma pacato aveva fatto migliore l'opera della natura; e parlava in essa dagli occhi neri e languenti, maestro d'un'anima nata con ali da volar alta, e tenuta in cambio, tutta l'adolescenza, nascosta e costretta come gemma in seno alla roccia.

La signora Maddalena, cui quel mutarsi della fanciulla, dava gran piacimento; stava, come ho detto, con essa in sala: e avendo terminata la sua lezione di lettura, diceva amorosa:

«Non ti puoi immaginare la dolcezza che provo! Prima che l'anno finisca, voglio che tu sappia leggere a modo, e scrivere. Così, se un giorno ti sposerai a qualche buon giovane, ti vorrà più bene. E allora ti ricorderai di me, nevvero?… Adesso provati a imitare questi segni che t'ho fatto in cima al foglio.»

A Tecla, quelle parole suonavano piene di mesti presagi, e insieme di dolci promesse. Si appoggiò al tavolino, e cominciò a menare la penna di pollo d'India, sgorbiando certe lettere che un po' le riescivano somiglianti a scorpioni, un po' a girini; e a tratti la penna impuntando come bestia restia, schizzava inchiostro fin sulle dita della signora.

In quella don Marco, giunto sul piazzale, si spolverava un tantino; e attraversato il corto andito, che dall'atrio metteva nella sala terrena, battè all'uscio pianamente, quasi gli fosse piaciuto di non essere inteso. Tecla corse ad aprire spedita.

«O Dio!—sclamò la signora, facendosi bianca come la baverina, che dal collo le si rovesciava sulla veste turchina carica; e movendo incontro al prete, rimasto a quel grido sulla soglia impacciato, gli prese la mano lo guardò fisso, gli lesse negli occhi. A lui la lingua gli andò in fondo alla gola; essa non trovò la forza a dir altro.

Con questa sorta d'accoglienza s'andarono a sedere vicino al tavolo, sul quale si vedeva il calamajo, la penna, il foglio sgorbiato da Tecla, e allora soltanto, così per aspettare che alla signora si quetasse quel rimescolo di sangue: «qui,—disse don Marco—qui abbiamo una scuola?» E pigliò in mano il foglio, ma non disse altro all'alunna, nè lodò la bella impresa, come sarebbe stato da lui. Tecla intanto accorta d'esservi di troppo, chiesta timidamente licenza, si tirò in cucina, sotto colore d'ajutarvi Marta in qualche faccenda.

«Dunque, tutte quelle promesse son divenute nulla!—disse la signora, certa d'avere indovinato quel che il prete portava.

«Le hanno fatto vedere che il mondo è vasto, bello, ricco di piaceri; Bianca ha dimenticato il suo paradiso. S'è fidanzata, bisogna rassegnarsi.

«Rassegnarsi! noi rassegnarci, ma Giuliano? Ah quel giorno, glie l'aveva pur detto che queste cose avrebbero trista fine…! O che sono le fanciulle dei nostri tempi? Come mai si può mutarsi tanto, com'essa, in sì breve tempo? E a udirla era pronta ad ogni martirio..!

«Sono cose che chi non le ha viste, manco saprebbe immaginarle:—rispose don Marco; e qui cominciò a narrare l'andata improvvisa in villa del signor Fedele; poi dell'Alemanno capitato a C…. ferito, e di nuovo di colui che se l'era venuto a pigliare per portarselo laggiù. Disse di quel tempo in cui non aveva avuto cuore d'andare a quella villa, e quanto gli rimordeva; raccontò quel che gli era incontrato poche ore prima; e ripetè le parole di Bianca, che gli era parsa fresca e rossa, e aveva detto di voler fare in tutto la volontà del padre suo, con tai modi, da non lasciare speranza di vederla tornata all'antico proposito.

Diceva di sentimento, ma badando a dar meno dolore che potesse alla signora; la quale a mano a mano che gli parlava, si abbandonava di nuovo nella sua stanca malinconia. Ma come se per quel giorno, non ne avesse abbastanza, doveva capitarle in casa don Apollinare con un'altra consolazione.

Chi fosse stato a vedere costui, scendere di castello, infilare il ponte, passarlo, piegare a manca verso la casa della signora Maddalena; avrebbe creduto che visto andarvi un prete forastiero, corresse a lagnarsi dell'ospitalità chiesta altrove, piuttosto che nel presbiterio. Ma egli veniva per tutt'altro, rosso in viso, e per quel che si capiva dal passo spigliato, con qualcosa nell'animo che lo agitava di molto. Alla fine delle fini il suo giorno era giunto per quel discolo di Giuliano; egli lo sapeva, e s'affrettava a dirlo alla povera madre, a farle dinanzi le grosse esclamazioni; proprio come un uomo tenuto sobrio gran tempo, che appena lo può corre all'odor del forno, con la voglia spasimata d'una buona satolla. Passando sotto quell'arco, vedendo quell'orto, si rammentò di quella tal mattina che Giuliano glie ne aveva dette di così scolpite; attraversò in fretta il piazzale, l'atrio, l'andito; ma all'uscio della sala non istette a picchiare, ed entrò da sè addirittura.

La signora Maddalena manco s'accorgeva di lui, se don Marco andandogli incontro, così per dire qualcosa, non gli chiedeva della sua salute.

«Io sto bene!—rispose il pievano:—ma non così tutti coloro che mi stanno a cuore. Suo figlio, signora, a Torino si finisce di rovinare.

«Che non l'è ancora abbastanza?—proruppe essa levandosi ritta:—ci pigli una volta me e lui! ci mandi schiavi ai Turchi; peggio di qui non istaremo!»

Queste parole, il modo in cui furono dette, la guardatura di don Marco, posero il pievano in gran confusione. Di che ripiegandosi un tratto in sè stesso: «io—disse—io che le ho fatto a lei…? Me ne vado e ognuno s'ingegni…!»

E fece atto d'andarsene; ma don Marco si pose tra l'uscio e lui per rattenerlo; e stava per consigliarli maggior carità, per la signora; senonchè questa aveva già presa la mano di don Apollinare, e tenendola umilmente e lagrimando diceva:

«No…! signor pievano, abbia compassione d'una povera madre, che non finirà di penare, sinchè non sia morta o impazzita! Mi dica tutto…, mi dica, e che io muoia se è tempo!

«Ecco!—sclamò egli spiegandosi di nuovo:—ecco che cosa le fruttò l'aver taciuto, quando egli mostrava di perdere il timor di Dio! Questa è una lettera, che ho calda calda da un soldato, spacciatomi a bella posta dal generale piemontese, che accampa dalle parti di Ceva, il quale l'ebbe da Torino, per la via di Mondovì: e in essa mi si chiede notizie di un Giuliano da D…, che studia laggiù, che è mio parrocchiano;… insomma si vuol sapere che soggetto è…! e se ne immischia la polizia, la Curia… tutti!»

Così dicendo faceva vedere la lettera, battendola sul dorso della mano sinistra, e aspettando che l'un dei due parlasse. La signora teneva il capo chino, colla mente negli abissi in cui il figliuol suo precipitava; don Marco, guardando il pievano, pareva studiare, come un sacerdote potesse aver cuore, di tormentare così fuor di maniera una donna già troppo infelice.

«Che ne dice, ella che fu suo maestro?—gli chiese alfine don Apollinare, vedendo che non gli si rispondeva nè dall'una nè dall'altro.

«Eh!—rispose don Marco—io dico, che questo miscuglio di monsignori, di polizie e di generali, mi pare una torbida cosa: e mi duole di vedere che noi preti, a quest'ora abbiamo lacerate mezze le pagine del Vangelo! Dia retta a me, faccia in pezzi cotesto foglio, li metta per segnacoli nel suo breviario; e ogni volta che li rivede, rammenti quel dettato che abbiamo sempre in bocca; non muove foglia che Dio non voglia.

«Altro che foglie!—proruppe il pievano—va in aria la intera foresta, e il vento della rivoluzione l'amulinella!

«O allora, qual riparo vi possono fare la Curia, la polizia, il generale di Ceva…? E Giuliano, un giovane che manco si vede sulla terra, che cosa può aggiungere alla grande bufera? Non gli faranno nulla… vedrà…

«No… nulla!—saltò su a dire la signora Maddalena, pigliando dalla sicurtà di don Marco, un subito ardimento:—non gli faranno nulla, perchè noi scriveremo, andremo, mi presenterò al Re!

«Il Re è stanco di perdonare—disse il pievano—e Dio non può più vedere la religione calpestata, i suoi ministri oltraggiati! Io ho qui la lettera; farò il debito mio, da cristiano e da pastore; ella scriva, mandi, vada, faccia quel che pare! l'ho avvisata!»

Ciò detto diè di volta, infilò l'uscio e scomparve, stizzito di non avere potuto sfogarsi, per quell'importuno don Marco. Il quale, rattenendo la signora, che voleva correr dietro al pievano per supplicarlo:

«Stia,—diceva:—e non si sgomenti…! E la marchesa di G…, non farà nulla per Giuliano? non l'avrà tenuto d'occhio?»

A questo ricordo, la signora Maddalena si fece in faccia, come sarebbe a dire un fiore, su cui discenda un raggio di sole dopo un ribocco di pioggia. E da quel nome pigliando lena, si mise col prete a pensar modo di chiedere alla gentildonna, che aiutasse Giuliano a scampare dai pericoli ignoti, de' quali il pievano era venuto a parlare.

Ora la marchesa di G…, cui don Marco aveva raccomandato Giuliano, sin dal primo anno della sua andata a Torino; era di quei tempi, dama d'altissimo conto, in corte ai reali di Sardegna. Nelle due valli della Bormida, la si stimava onnipotente: e perchè vi veniva ogni anno a villeggiare, ora in quello ora in questo de' suoi molti poderi, conosceva per quei borghi i primi casati. Rimase nelle Langhe memoria di lei onoratissima: e si parla tuttavia di giovani, scampati per opera sua, nei due o tre giudizii di quegli anni, in cui per tutto si vedevano Giacobini e nemici di Dio e del Re, da torre di mezzo. Tra l'altre si narra la storia d'uno scuolare, che carcerato con altri molti, la marchesa gli fece dire non pigliasse altro cibo, salvo quello che gli avrebbe mandato lei. Ogni giorno capitava in carcere una dozzina d'aranci pel prigioniero, e in capo a una settimana, egli potè uscire, e tornarsi libero alle montagne native.

La signora Maddalena e Don Marco, stettero un pezzo a fare e disfare disegni, discorrendo di Giuliano e della gentildonna: e appunto concludevano con quello di scriverle, quando Marta venne a dire che era l'ora di cena. La signora aveva più volontà di piangere che di muoversi; il prete era uomo di poco cibo, che se aveva in cuore qualche tristezza, di questa si nudriva come di vivanda succosa; ma ambedue per usanza di cenare sull'imbrunire, passarono in quella stanzetta oltre la sala, dove era la mensa apparecchiata.

Tecla, che s'era tenuta fino a quel punto in cucina, donde aveva inteso i discorsi di Don Marco colla padrona, e quella notizia portata dal pievano, appena ebbe veduto libero il passo per la sala; uscì di là in punta di piedi, turbata che non pareva il caso di trovar la porta, per cui andar fuori. Poichè fu sul piazzale diede intorno un'occhiata, come una fuggitiva che cercasse la via più destra. Il sole era andato sotto allora allora, ma se un ultimo raggio l'avesse percossa negli occhi, si sarebbe franto in due lagrime, che non potendo sgorgare, davano alla sua guardatura non so che addolorato e selvaggio. A un tratto parve aver afferrato un pensiero, una memoria: e correndo difilata a casa di suo padre, salì per la scala di legno sul pianerottolo che metteva nelle stanze, dov'erano i lettucci della famigliuola. Entrò guardinga; non vide nessuno: e fattasi vicino ad una vecchia ed ampia cassa, in cui suo padre teneva il frumento; disteso sul coperchio un fazzoletto, tirò giù dalla stanga una gonna d'indiana rossa, un giubboncello di panno azzurro, un grembiale d'ugual colore, che cinto la copriva fin dietro le anche; poi aggiunto un fazzoletto da capo stampato d'alberi e d'uccelli, e gli scarponcini da festa; di tutto fece un fagottino, aggruppò in croce le becche del fazzoletto, e buttò giù dalla finestra dietro la casuccia, in un orticello. Discese, scantonò non vista, raccolse il fardelletto, attraversò un vicolo, e fu sulla via che lungo la ripa del torrente, menava a seconda dell'acque. Era quella presa da suo padre due mesi innanzi, quando aveva accompagnato il signorino; e una volta in viaggio essa aveva inteso dire assai volte, che per chi ha la lingua in bocca ogni via va a Roma. Molti che tornavano dai campi, o che già cenavano sulle soglie delle loro casette, la videro passare; ma come erano usi a non le abbadare, così non fu chiesta da nessuno, che cercasse o dove corresse.

In casa sua l'attendevano a cena; e sulla madia finiva di fumare raffreddandosi la sua scodella di minestra; quando Rocco levando il capo, e stando per imboccare l'ultima cucchiaiata, pose gli occhi in quegli della sua donna, e le chiese: «e Tecla?»

«Chi lo sa dov'è?—rispose la moglie—ora che impara a leggere, non la si può più comandare….!

«Vai a vedere dalla signora padrona!—gridò Rocco irato ad uno dei figliuoli: e questi andato, tornò subito portando che di là Tecla era uscita da un pezzo. Allora la donna, si fece sulla porta, e colla voce più acuta che potè chiamò; «Tecla! Tecla!» tre o quatto volte. I più discoli della ragazzaglia che ruzzava nel vicolo, risposero per beffa imitando la voce della fanciulla; e la donna ingiuriandoli in cuor suo proseguiva a chiamare. Ma Tecla di qua, Tecla di là, questa non si faceva viva; ond'essa salì a veder nelle camere, e trovato che di sulla stanga era stata tolta la veste cogli altri panni della figliuola; tornò giù così in furia, che manco non vide la scala, e piantatasi di faccia al suo uomo, gli disse sgomenta «Tecla è fuggita!»

Rocco balzò ritto, e ruppe a quella nuova in certe parolacce, che le donnicciole del vicinato, affacciate a chiedere che fosse, si turarono le orecchie gridando: «Gesummaria!» Marta stessa, venuta alla voce, ne lo rimproverava! e intanto sull'aia, dinanzi la casa, si faceva folla come a vedere l'infortunio. Allora si cominciò a bisbigliare; e chi aveva vista Tecla, con un fagottino, passare dinanzi la sua porta; chi s'era abbattuto in essa e gli era parsa stravolta; uno le aveva tenuto dietro coll'occhio sino al tale punto, un altro sino alla tale svolta della via; sarà andata di qua, avrà tirato per di là, l'avranno maltrattata in casa; chi l'accusava, chi la compativa; e i più caritatevoli dissero che bisognava andare cercarla, trovarla dovunque fosse, perchè dei soldati Alemanni se ne incontravano da per tutto, e…. non osavano dire di più. Così gli uni correvano a pigliar lanterne, gli altri a munirsi di bastoni; la moglie di Rocco non faceva più che pianti: ed egli affaccendato a rispondere, a interrogare, ad allestirsi un lume; venne più volte a segno, che se avesse avuto lì uno schioppo, se lo sarebbe scaricato nel capo.

La signora Maddalena e Don Marco, saputo da Marta la cagione di quel tramestio, erano venuti fuori anch'essi; e quella tremava, e il prete accorreva pensando alle sciagure che in quel giorno facevano mazzo. Là si diede attorno a porre un pò d'ordine fra quella gente; e spacciandone per ogni banda, finì col mettersi insieme a Rocco ed a parecchi altri, proprio per la via presa da Tecla.

Questa a loro sentire non poteva essersi allontanata di molto; e in verità non era lungi più d'un miglio, sebbene avesse avuto tempo di far più cammino. Ma ad un bivio s'era fermata, incerta di qual parte doveva pigliare, e un pò spaurita dalla notte che s'era fatta alta. In quel sito, su d'uno rialto, coperto di cespugli maluriosi, sorgeva una croce, e Tecla a piè di quello la guardava di sotto in su, pregando con gran batticuore, «Madonna Santa! mandatemi un'ispirazione! da qual parte si va a Torino? non vado mica a dirgli nulla no…., vado a raccontargli che sua madre muore di dolore, s'egli non se ne viene via di là; che lo metteranno in carcere, che quella giovane…., ah… Madonna Santa, non mi lasciate qui smarrita!» Così stando le si era accesa la fantasia per modo, che le parve d'essere guardata da un paio d'occhi balenanti di dietro la croce; e raccapricciò, come avesse avuto lo spasimo di tutto quel roveto nelle carni. E subito rammentò che là un viaggiatore era stato morto dagli assassini; credè di vedere i tristi acquattati, e i loro ferri luccicanti nei cespugli, e il morto ruzzolare dalla ripa sanguinante a' suoi piedi. Si abbandonò, si rannicchiò, si fece piccina, e non osando fiatare: «eccoli, pensava porgendo orecchio affannosa—vengono, mi uccidono; ma…. se dicessi loro quel che vado a fare a Torino? Chi sa che non mi ci menassero essi stessi? Ne ho intese tante di masnadieri, che alle volte fanno di belle cose! oh, mio Dio, sono qui..!» E si strinse vie più; quasi volesse farsi una buca nella terra; e un sudore freddo le correva per la persona.

Qualcuno veniva davvero, perchè lungo la via che essa aveva fatto, s'udivano pedate e parole; e fra i tronchi scuri degli alberi si vedevano due o tre lumi apparire e celarsi. Alla lentezza dell'avanzare, si discerneva che coloro cercavano con diligenza la riva del torrente; ma Tecla non potè badare a questo, perchè provatasi a fuggire, ricadde senza forza, e ravvolgendo la faccia nel grembiale, ruppe nel pianto più disperato che creatura umana possa versare.

Come la brigata fu al bivio, uno che precedeva di pochi passi vide quella cosa scura a piè del rialto; e correndovi accostò la lanterna. Non ebbe tempo di vedere che fosse, e Tecla facendo uno sforzo, con voce rotta dall'affanno gli gridava: «signore, sono una povera creatura, non mi faccia alcun male; vado a Torino a salvare il signor Giuliano…

«È qui, è qui,—urlava colui scoprendo il viso alla giovane mezza morta dalla paura. «Te lo do io il signor Giuliano!» gridava Rocco, smesso il rammarichio con cui si era venuto lagnando come un uomo che morisse svenato; e d'uno slancio fu sopra la figliuola sbuffando feroce, e colle pugna levate. Ma un'altra mano incontrò le sue sul capo della infelice; ed egli guardando chi osasse toglierli quello sfogo di padre, vide don Marco in atto così dolce, che gli fece cadere quel primo furore. E «orsù confessati—disse risoluto alla figlia—confessati qui a don Marco, che qualche gran peccato ce l'hai di certo. Suvvia… a chi dico? Comando io, o chi comanda?» e così dicendo, e ridestandosi in lui l'ira, torceva alla fanciulla le braccia.

«No Rocco—entrava a dire don Marco—questo non è fare da cristiano; date mano a Tecla, essa è vostra figlia, e si confesserà a voi, meglio che a me, meglio che a chichessia.»

E fatto raccattare il fagotto ad uno di quei villani, ai quali la sua parola tornava sì nuova e sì dolce; parlando di pietà, d'amore, di perdono, don Marco s'avviò con essi per tornare al borgo.

Vi giunsero che il ponte riboccava di gente, e chi una e chi un'altra, tutti in quella faccenda dicevano la loro. Don Apollinare anch'esso, disceso di castello, dopo aver ben chiarito, che non era affare di Francesi; alle congetture che ardiva fare, aggiungeva la sua, e tenendosi in mezzo ad un capannello di maggiorenti, diceva.

«Tutte baie! Quella ragazza va a male da due o tre mesi in qua; ed io ne sono certo, e dico che ha pigliato il maleficio. Chi in una mela chi in un garofano, ne ho viste molte che l'avevano preso; e tutte finirono col fuggire improvvisamente di casa, come, salvo l'anima, i cani che vanno in rabbia….

«Dice bene il signor pievano; salva l'anima, come i cani!—rispondevano coloro:—eccola, eccola, l'hanno trovata, è qui….» E tutta quella gente si affollava, in capo alla via.

«Vieni qua… menala qua che la vegga…—diceva il pievano a Rocco—fategli largo….. Eh? di queste ne ho a sentire nella mia pieve?—E levando il bastone sopra la fanciulla, che veniva innanzi trascinata dal padre;—ma se l'ho detto, continuava, è malefiziata! non la vedete com'è stravolta? Va, tienila chiusa, mettile in bocca una foglia d'olivo benedetto, falle bere un sorso d'acqua santa; domani la condurrai in chiesa, faremo l'esorcismo; e se il diavolo non le uscirà di corpo, bisognerà condurla a Savona, a farla esorcizzare nella miracolosa cappella del Cristo risorto.

«Ma signor pievano! interrompeva don Marco, che stanco com'era, arrivava un po' dopo degli altri:—che parla di malefici, di esorcismi… di diavolo…? Ho visto questa fanciulla a piè d'una croce costaggiù, e lei insegna che il diavolo fugge dalla croce….!

«È vero…. l'abbiamo sin per proverbio…. fuggire come il diavolo dalla croce….! dicevano gli astanti.

«Oh! si persuada?—proseguiva don Marco pigliando a braccetto il pievano, cui l'assentire dei suoi parrocchiani toglieva l'ardire: e tirandolo via verso la salita del castello gli andava dicendo: «ai demoni e ai malefici, si crede meno di quel che pare; per carità, badiamo a non nuocere a nessuno, e tanto meno a fanciulle povere e senza difesa….»

Rocco, colto il destro, s'allontanava con Tecla; i signori e i popolani, chi lieto, chi mal sazio, si dispersero ognuno verso casa sua; i due preti si fermarono a piè della salita del castello; e chi fosse stato dietro a un oratorio che ivi sorge antichissimo, avrebbe inteso don Marco continuare il suo discorso col pievano; il quale lo lasciava dire, come quegli fosse stato un vescovo, ed egli un chierichetto novizio.

«Le sarò grato—diceva don Marco—le sarò grato d'essersi persuaso; d'avere smessa l'idea d'esorcizzare quella povera giovane, perchè sarebbe morta di vergogna…. Ma ora ho un'altra cosa, per cui sarei venuto domani mattina a pregarla: e giacchè siamo qui…, mi dica…. a quella lettera d'oggi risponderà….?

«E come no?—sussurrava il pievano.

«Risponderei anch'io; ma mi dimenticherei di qualunque corruccio. Pensi, signor pievano, che là in quell'angolo della sua pieve, vive una povera madre, che non sa più a qual santo volgersi per un po' di pace. Io credo che la troverà nella tomba, perchè non durerà più a lungo. Ma un giorno quando gliela porteranno morta, a farla benedire, sotto le vôlte della sua chiesa: e il popolo che le vuol bene, la piangerà come una madre perduta; qual consolazione per lei, poter dire: io le ho fatto un beneficio, e questa donna lo deve a me se non è morta da tempo….?

«La signora….. povera donna, è degna di rispetto….—rispondeva don Apollinare:—ma lui, quel suo figliuolo, quell'insolente che farebbe ingiuria al paradiso…! Qui il pievano s'accendeva, ma don Marco sempre con dolcezza:

«Senza macchia non v'è manco il sole! Eppoi, sia pure Giuliano quel che le pare, ma sta bene a un prete giocar di vendette? Sta bene a noi essere i primi, a portar la lanterna al bargello? E se domani, se fra venti giorni la guerra ci portasse in casa i Francesi; e qualcuno si pigliasse la briga di dir loro che ella ha perseguitato un giovane, che la pensava un po' alla loro maniera? La vendetta rifiglia, ella lo sa; e se i Francesi ponessero le mani addosso a lei?

«Io….—disse il pievano sentendosi arricciare la pelle più assai di quella volta, in cui il padre Anacleto gli aveva dette a un dipresso uguali parole:—io scriverò a Torino che Giuliano è un giovane…. sì, un giovane…..

«Via…. un giovane dabbene, dica! Mi porto via la sua promessa, signor pievano; e se non ci vedessimo più, le sia dolce quanto a me, pensare che l'ultima volta abbiamo fatto insieme un po' di bene….»

Ciò detto, e strettagli la mano con gran sentimento, lo lasciò a piè della salita; e s'affrettò a casa di Rocco, dove non sapeva come avrebbe trovata la povera Tecla. Sull'uscio della casetta s'imbattè in lui e nella moglie, che si bisticciavano, circondati dai figliuoli; ma la fanciulla non v'era, perchè la signora l'avea scampata a fatica dalle furie della madre, e se l'era tirata in casa per tenervela quella notte. Don Marco si fermò un tratto da Rocco per consigliare a lui e alla moglie pazienza e pace; poi fece quei pochi passi che correvano di là alla casa dalla padrona. Marta lo aspettava nell'atrio, struggendosi dalla voglia di parlargli: e appena lo vide gli si piantò in faccia, e gli disse:

«Mi perdoni; ci ha capito nulla lei nel fattaccio di questa sera? No? Ebbene, io invece ci ho capito che la ragazzona è innamorata del signorino! Già me ne era accorta quest'oggi, mentre ella parlava colla padrona, e quando il signor pievano venne a dare quelle brutte nuove; Tecla pareva sul fuoco, e piangeva. Ora questa scappata…. quel fagotto…. vorrei parlarne alla signora….

«Date retta, Marta, la signora lasciatela in pace.

«Ma se venisse il signorino a casa…? Questa ragazza….

«Lasciamo questi discorsi, Marta, e domani sarete più contenta d'avere parlato poco.»

La fantesca tacque, gli aperse l'uscio, ed entrò dietro di lui. La signora Maddalena scendeva da una camera, vicina alla sua, dove aveva posta Tecla a dormire; e fattosi incontro al prete gli chiese:

«Ebbene, che diceva il pievano?

«Il pievano? Parlò di malìe, di malefici, di diavoli…; voleva cheTecla gli fosse menata domattina per esorcizzarla….

«Oh! allora dovranno venirla a togliere di qui a forza! sclamò la signora, lieta di potersi porre a qualche sbarraglio, ora che suo figlio pericolava a Torino:—di qui Tecla non uscirà più; alla fine delle fini, baciar la polvere ogni volta che il signor pievano lo vuole, non è manco da cristiani!

«Ma egli ha smessa l'idea;—aggiunse don Marco—ed anche mi ha promesso di scrivere a Torino lodando Giuliano.»

Discorsero un altro poco di Tecla, del signorino, del pievano; e quindi si lasciarono colla buona notte. Don Marco fu accompagnato da Marta nella camera di Giuliano, dove la signora faceva tenere il letto sempre rifatto, perchè a vederlo le pareva che il suo figliuolo non fosse via: ed era una sua dolce illusione. Là il prete vide libri e schioppi in bell'ordine; e avvicinatosi allo scrittoio trovò su certi fogli molti visi di donna abbozzati, che tutti somigliavano a Bianca. «Gran musa l'amore!» disse tra sè, e sedutosi, cominciò a scrivere la lettera a quella gentildonna di Torino, molto raccomandandole il suo antico scolaro. Poi si coricò, e don Apollinare, Giuliano, il signor Fedele, l'Alemanno, Bianca e quella Tecla infelice, forse più di tutti; gli uni con faccia di scherno, gli altri di dolore, gli facevano nella fantasia una ridda, che gli metteva la febbre. Meditando sul fatto di quella sera, e sulle parole dette da Tecla nel punto in cui era stata trovata; finì per credere che Marta avesse ragione, e che la fanciulla fosse davvero innamorata del signorino. Il primo pensiero fu di immischiarsene pel bene di tutti, ma gli parve di sentirsi negli orecchi una gran risata del padre Anacleto, e la voce di lui dirgli: «prete, tu trovavi a ridire di me?» Con questo, contro ogni sua speranza, gli venne il sonno; e in casa la signora Maddalena tutto fu quiete, come fosse stata non abitata.

L'indomani un po' dopo l'alba, don Apollinare stava sotto il portichetto della chiesa, con parecchie divote che avevano udito la messa; lo speziale apriva la bottega, e uscito a vedere che tempo facesse, si mescolava al crocchio: un uomo attempatetto, che era il cerusico, montato su d'un cavalluccio per avviarsi a visitare i malati, si fermava a barattar con essi qualche parola, sul fatto della sera innanzi: parevano l'ultima nuvola d'un temporale notturno, risolto da un vento benefico, in un mattino quieto.

Marta, che manco per mezzo mondo, non avrebbe lasciata nella propria vita la lacuna d'una messa perduta, perchè le sarebbe parso di non si poter più fidare tranquilla all'eternità; aveva penato a non trattenersi a dire anch'essa la sua; ma si era fatta forza, e discendeva di castello frettolosa, per giungere a tempo, se la padrona e don Marco levandosi, bisognassero di nulla. E camminando le pareva di aver sognato, su quello che le era stato detto dalla signora, che Tecla, da quel giorno in poi in cambio di andare a pascere il branco, e a spigolare dietro i mietitori, sarebbe rimasta in casa come una figliuola. Il villano che per pietà prese la serpe a scaldarsela in seno; al sentire di Marta non se n'era di certo pentito, come la si sarebbe di poi la signora, inconscia del capriccio annestatosi in capo alla figlia di Rocco. Eppure non poteva avvisarla, non poteva dirle che badasse bene. Perchè don Marco l'aveva consigliata a tacere quel suo sospetto: e per essa contradire un prete, se proprio non v'era tirata pei capelli, valeva quanto usare scortesia ad un angelo del cielo, se l'avesse incontrato per la via, come ai tempi d'Abramo.

Giunta a casa, trovò che la padrona, don Marco e Tecla, facevano colazione, sebbene non fosse peranco l'ora; e vedendo che la fanciulla, servito il latte, ed affettato il pane, sedeva a mensa con essi, assai bene composta; capì con dolore, di non essere necessaria là dentro; ingelosì, corse in cucina, e forse pianse. Tecla s'era accorta dell'animo di lei, e dalla confusione manco non aveva osato levare gli occhi a guardarla. La signora e il prete non badarono ad esse; occupati l'una a pregar l'altro di rimanere, mentre questi si schermiva, e persisteva nel voler partire; e alla fine s'accommiatava che poteva essere un'ora di sole. Passando dinanzi alla casuccia di Rocco, vide costui che dava dentro nel pestello, a fare un savoretto d'aglio da spalmarne la polenta; e capì che il pover'uomo, mezzo scornato la sera innanzi, stava sulla porta a pestare, perchè le donne del vicinato lo vedessero, e fossero persuase che in casa sua v'era tutt'altro che guai, che anzi vi si scialava a mangiare. Lo salutò, senza potersi tenere dal sorridere di quella semplicità; e Rocco e la sua moglie riconoscenti, per poco non gli chiesero la benedizione, come ad un monsignore.

Indi a poco Anselmo, fatto chiamare dalla signora Maddalena, giungeva a cavallo in sul piazzale. Questa afflitta per l'addio di don Marco, gli diede la lettera di lui da portare in Alba, al gastaldo della marchesa di G…; coll'incarico di dire a costui, che la mandasse in gran diligenza alla sua padrona in Torino. Anselmo avute le raccomandazioni e alcune monete, levò il trotto allegro come il sole di maggio; e poi che fu sparito, la signora, Tecla e Marta si ritirarono in casa, ognuna pensando a Giuliano secondo il proprio cuore; meste come se quella solitudine in cui rimanevano, non avesse dovuto mai più finire.

E Giuliano? Avveniva di lui come di tanti, che mentre a casa loro si sta dì e notte in pena per essi; cercano lontano gli spassi e la lieta vita, badando a fare i magnifici della roba sparagnata dai parenti?

Se fosse stato a D…., sotto gli occhi di sua madre, non avrebbe potuto essere più raccolto, nè più severo di vita; e dal dì del suo ritorno a Torino, che facevano appena due mesi, s'era così mutato, da mostrare qualche anno di più. Seguiva di lui, come di certe fanciulle, che dall'oggi al domani ti capitano innanzi indonnite: e pareva un uomo, che già avesse trovato il suo da fare nella vita. Non era malinconico, sì che altri se ne accorgesse, ma schivava ogni spasso; taciturno e solitario, invece d'uno scuolare, che non vedeva l'ora di potersene tornare medico alle sue montagne; lo si avrebbe creduto uno dei tanti fuorusciti francesi, che di quei giorni, andavano randagi coi segni in viso di lutti domestici, o di sconfitte toccate alla loro parte. Faceva le sue passeggiate per le vie più deserte della città; desinava or qua, or là nelle osterie più basse, per ascoltarvi i discorsi dei popolani, i quali già osavano sussurrarsi qualche parola, e mostrarsi vogliosi di vedere i mutamenti del mondo: e il meglio delle sue giornate, studiava nella camera, che aveva presa a pigione sui lembi della città, dalla banda della fortezza; luoghi memori dell'eroismo di Micca, di cui non so se i discendenti rosicchiassero sin d'allora il tozzo di pane, dato dai re di Sardegna alla schiatta del prode. Di certo gli accadde più d'una volta, di meditare sul gran gesto del popolano Canavese, e di vederne l'ombra passare nelle tenebre, colla face in mano, e coll'anima immortale tutta negli occhi. E pensando ai Francesi combattuti da lui, e a quelli che adesso si affacciavano all'Alpi; gli parve che a mutare l'ire dei popoli in fratellanze durature, non mancasse che un po' più di luce nelle menti delle moltitudini.

Il mattino e la sera, soleva salire sulla terrazza della casa; e di lassù pasceva l'animo contemplando la natura, maestra sovrana di chi sa capirne i divini linguaggi. E talora sprofondava lo sguardo nelle valli delle Alpi, velate dall'azzurro vaporoso delle lontananze; e colla fantasia trovava in seno ad esse, i villaggi, sorgenti in mezzo al verde dei prati irrigui, o fra macchie di pini. Sulle case vedeva levarsi i campanili delle chiese; e all'ombra di queste, serene figure di vecchi parrochi, sedere fra i borghigiani, poveri e degni di riverenza. Ma la memoria di don Apollinare, subito gli guastava nella testa la dolce visione. «Illusioni, illusioni!—diceva—tali quali si fanno, i preti sono tutti d'una maniera; noi ce li figuriamo sacerdoti, e in cambio non sono che uomini, i quali più o meno fanno un mestiere.» Spingeva allora quello sguardo dalle valli basse alle altissime vette; e si pregava d'essere un pastore, d'avere lassù sua madre e Bianca, per vivervi con esse d'amore, di meditazione e di libertà. Poi si volgeva dalla parte di mezzodì, cercando nell'orizzonte gli Apennini nativi, sebbene sapesse di non li poter scoprire; e colla guancia raccolta in una mano rimaneva in quell'atto sin che facesse notte, e la città e i colli che soggiogano il Po, cominciassero a brillare d'innumerevoli lumi. Fantasticava su questi, quali rischiarassero le quiete cene delle famiglie; quali il piacere, lo studio, il dolore, e quali la morte. Allora lo coglieva un'onda di pensieri lugubri; e se qualche rintocco di campana gli veniva di lungi nell'orecchio, provava di quello un'amarezza soave, e pensava alla religione della sua giovinezza come ad un bel sogno, che non gli era dato rifare. Altrettanto gli accadeva, passando la sera dinnanzi a questa o a quella chiesa. I suoni dell'organo gli avevano molte volte rotto il passo, e si era fermato. L'ombra che piena di misteriosi inviti, avvolgeva i divoti; la luce tremolante che diffusa dall'altare si frangeva nel fumo degli incensi; la voglia dei ricordi infantili serbati nel cuore; tutto gli faceva forza. Ma ecco il ricordo delle sue vacanze di Pasqua; ecco l'immagine di don Apollinare affacciarsi di nuovo alla sua mente; ecco quelle di tutti i preti a lui noti; e sola tra tante la umile, mesta, quasi rifiutata figura di don Marco, che gli paresse spirare qualcosa della religiosità predicata dal clero. Allora egli tirava oltre, pensando se mai fosse venuto sulla terra un sacerdozio veramente cristiano; e finiva ricoverandosi nello spedale, cercando il letto dell'infermo che fosse più giù della vita; e medico a un tempo e consolatore, vi stava la notte intera. E se su quel letto discendeva la morte, le parole «parti o anima cristiana….» suonavano all'orecchio del moribondo sentite, piene, feconde; gli infermieri piangevano, e loro pareva di non averle mai udite, nel modo che quel giovane, selvatico e fantasioso, sapeva dirle. Egli credeva.

Quelle notti passate fuori di casa, avevano dato nell'occhio alla vecchia che li appigionava la camera; la quale aveva notato, come oltre a quelle, si ritirasse anche ogni altra assai al tardi. Accostumata con giovani pigionali, che i più non si davano pensiero, se non di far buon tempo; pensava che qualche intrigo di basso amore, lo tenesse fuori fino a quelle ore insolite; ed era stata più volte a un pelo di lagnarsi con lui, che non l'aveva posta di mezzo in tali faccende. Se egli avesse indovinati i contacci, che colei faceva sui fatti suoi; ne avrebbe preso sdegno, come fanciulla dabbene cui venga usata villania disonesta; e messo in fascio roba, libri, ogni cosa, sarebbe tornato di casa altrove. Ma in tutto il tempo che era stato là dentro, non aveva barattato con essa quattro parole; non le aveva mai dato appicco di dire più che il buon giorno, o la buona notte; augurio sibilato tra i denti lerci da quella arpia, mentre gli porgeva la lucerna, che egli pigliava camminando difilato in camera, senza badarle. Così ignorava di che tempera essa fosse, e come non avesse saputo porre gli occhi sopra di lui, giovane e bello, senza bruttarlo coi suoi pensieri. Quella era una donna, che guardando il cielo stellato; non vi avrebbe visto più di quello che vi vedono le giovenche e gli altri animali: e Giuliano, casto come i veri forti, e pieno di amore per fanciulla lontana, cui si avvicinava col pensiero, ora per vie ridenti di fiori d'ogni generazione; ora per altre meste come quelle dei cimiteri; non meritava d'essere giudicato da lei. Ma questo era il minor male che gli potesse incontrare; perchè, guai a lui, se essa avesse avuto naso più fino! Persona da saper fare d'ogni lana un peso, sarebbe andata ad accusarlo al bargello; e una bella notte avrebbe fatto lume ai birri, venuti a levarlo di quella cameretta; che allora valeva quanto essere spacciato. Egli s'era scritto ad una di quelle compagnie d'uomini amatori di cose nuove; e usava trovarsi con essi ai notturni convegni. Quelle compagnie erano già numerose, e da quartiere a quartiere, da città a città, si cercavano, si davano l'intesa, si adunavano di segreto, crescevano ogni giorno di speranza e d'ardire. In quelle fratellanze misteriose, egli si vedeva accolto di gran cuore, come giovane di alti pensieri, d'animo pronto e devoto; stimato dai compagni di studio come uno dei loro capi. E della scolaresca, i buoni s'ingegnavano di somigliargli; i chiassosi, diluviatori, sfaccendati, n'avevano soggezione; e nelle ore pentite pensavano a lui, invidiandogli quella sua bella natura. La parola di Giuliano suonava in quei convegni, ricca di immagini come sogliono averla i marinai ed i montanari; si capiva che tutto quello che egli diceva lo credeva, e sarebbe morto per confermarlo, se fosse bisognato.

A lui si leggeva in viso qualche segno, come di una potenza che dall'infuori gli governasse l'animo; ed era un occhio dolce di donna, che egli si vedeva dinanzi, intento, amico, ispiratore. Quell'occhio lo accompagnava per tutto, sotto quella vista cresceva nell'arte sua; s'afforzava nei pensieri di ribellioni generose; s'avezzava sobrio ed austero; studiava, sperava ed amava: la scienza, la rivoluzione, sua madre e Bianca, erano i suoi amori. Di questa, in tutto il tempo che mancava da D…., non aveva avuto nè chieste novelle; non volendo risicare la ricca illusione, per sapere cose che, delle due l'una, o erano conformi a quella, o tali da struggerla tutta. Pure gli incontrava sovente di non si poter levare dal cuore una mestizia, che gli recava in malaugurio ogni cosa. Il parentado con Bianca gli pareva stornato da lunga pezza; immaginava che l'Alemanno l'avesse sposata in quei mesi, o fosse lì per isposarla; voci misteriose lo ammonivano dal fondo del cuore; di pensiero in pensiero, di dubbio in dubbio, andava tant'oltre che vedeva il corteo nuziale, l'altare, il frate, i due felici sorridentisi alla balaustrata della chiesa di C…. là dove fin dai primi anni che aveva vista Bianca, egli s'era messo a sognare d'inginocchiarsi con essa, a darle l'anello.

Se ne sentiva al cuore un dolor di morte; ma subito il dolersi, il piangere, gli parevano uno sfogo dei dappochi, e gli balenava l'idea del ritorno improvviso. Tornare, sì, a casa; correre a C…, scendere dal signor Fedele, e sposa o no, portarsi via Bianca. Ma…. «se fosse già di quell'altro» gli chiedevano quelle voci misteriose; «se la fortuna ti pigliasse a gabbo, così che tu capitassi laggiù proprio a vederli in chiesa, a udirli dire di sì…» Allora gli si levava dentro un fiotto d'ira, e sin che non gli suonassero nella memoria le promesse di Bianca, portategli da sua madre quando era stata a C… in quelle vacanze di Pasqua, meditava cose lugubri. Tornata la calma, ripigliava lena a studiare; affrettava coi voti il giorno in cui sarebbe partito da Torino colla sua pergamena da dottore in saccoccia; gli bisognavano poco più che due mesi, e poi il signor Fedele e il suo Alemanno l'avrebbero visto.

Con questo frequente mutarsi di timori, di dubbi e di speranze, viveva e scriveva a casa ogni quindici dì, quando la posta correva; e tra bene e male veniva anche per lui la fine di quel maggio, nel quale dalle sue parti era accaduta, la spedizione del popolo in armi al Settepani; la conversione di Bianca; l'assunzione di Tecla a più nobile vita: quel maggio in cui per amor suo, la signora Maddalena non s'era manco accorta della bella stagione, nè aveva sentito quegli inni che il cuore canta anco ai più miseri, e il labbro non sa ridire, nè il poeta ha mai scritto.

Un di quei giorni, che la lettera di don Marco alla marchesa di G… era capitata al suo destino, meglio che da una settimana, Giuliano stava alla finestra di quella sua cameretta, coll'occhio rivolto alla fortezza, dove era un insolito moto. Vedeva sugli spalti erbosi molti soldati, e sui vasti piazzali un addensarsi di schiere, un andare e venire di messaggeri; con quell'aspetto strano che avrebbe un villaggio dove non fossero nè femmine, nè fanciulli; e gli abitanti vestissero tutti ad una foggia, e non sapessero camminare se non armati, allineati in molti, stecchiti ed arcigni. Turbe di popolo traevano dalla città, e si fermavano a piè delle mura ferrigne; dal ciglio delle quali sporgevano molti cannoni a guisa d'animali che posassero, e luccicando al sole, parevano mandare biechi ammiccamenti. A un tratto comparvero, dentro quelle mura due uomini, accompagnati da un drappello di fanti sino a mezzo lo spazzo; e là sederono su due scranne, ciascuno con una persona nera allato, prete o frate. Giuliano, sentì, come se fosse stato al posto d'un di quei due, il peso degli sguardi di tutte quelle schiere; capì che erano condannati a morte, e sentì un rapimento dell'anima in alto; a guisa di aquila, che turbata od offesa, va a nascondersi tra le nubi. La scena, rimasta silenziosa un poco, fu mutata da un suon di tamburo; la folla fuori la fortezza ondeggiò commossa da quel suono; i soldati fecero un gran moto di braccia e d'armi; le sentinelle uscite dai casotti degli spalti si atteggiarono a rispetto: qualche cavaliere corse su e giù, dall'uno all'altro dei gruppi pomposi di pennacchi fluttuanti; poi il silenzio tornò lugubre. Allora un ufficiale s'appressò ai due condannati; si vide all'atto che strappava ad essi le assise, mentre un altro a cavallo pareva leggere un foglio, forse una sentenza: quindi s'allontanarono e rimasero i preti, i quali bendarono gli occhi agli infelici, poi se ne staccarono anch'essi; e allora s'udì un fragore di molti tamburi e uno squillar di trombe, un nembo di fumo avvolse per un istante quei due; e subito dissipato dal vento, li lasciò vedere a Giuliano distesi a terra…… Si levò dalla finestra collo scompiglio nell'animo; e quasi senza avvedersene, sbattè le imposte e gli scurini in faccia alla luce, che non gli entrasse in camera; adesso che aveva rischiarato l'orribile scena. Poi si buttò sul letto bocconi, e colla faccia contro il guanciale, stette tribolandosi in abissi di fantasmi, di luci stranissime, di deformità chimeriche. Indi a poco, irrequieto come per bevanda che lo turbasse, si levò da giacere, riaperse la finestra, provò un altro desiderio; uscire, andare a una lunga passeggiata, fuori la città: andare, andare dove che fosse, anco lontano fin dove il vento arrivava a soffiare.

Uscì col fare d'un uomo che preso il broncio in famiglia, vada a gironzare per isvagarsi; e discendendo trovò per le scale un tale, che aveva rondinato sulla via, mentre egli era alla finestra a guardare la scena descritta quassù. Costui soffermatosi a fargli largo, si scoperse il capo rispettosamente, e domandollo del suo nome.

«Giuliano…. da D….» rispose il giovane che non badava ad andare sconosciuto; e si fermò anch'egli a figurare quell'uomo, il quale inchinatosi un'altra volta gli disse:

«S'è tanto mutata, da quando non l'ho più riveduta, che penava a ravvisarla. Come vede dalla mia livrea, io servo la eccellentissima marchesa di G…., la quale mi manda a cercare di lei da parecchi giorni, e questa sera la vuole nel suo palazzo.

«Ditele in mio nome, che non dimenticherò di venire.»

Il servitore fece la sua terza riverenza e s'accommiatò. Giuliano gli tenne dietro, strologando sull'avventura, e su quello che la marchesa di G…. poteva volere da lui; non tornato più a rivederla dalla prima volta ch'era venuto a Torino, due anni innanzi: e come fu sulla via, si lasciò portare dalle gambe, senza por mente verso dove.

Per chi sa quali varchi, che a noi non importa conoscere, riuscì di là del Po; dove i margini del fiume reale, le colline, il monte dei Cappuccini, gli parlarono delle rive modeste ed amene della sua Bormida, e del castello di D…., al quale il monte ed il convento somigliavano un poco per le conformità e per la postura. Ma, non sapendo neanch'egli qual fosse, desiderio suo, o invito che venisse dall'aria; pigliò la via che saliva lassù, e pareva quella che a D…., per l'erta del colle, menava al presbiterio di don Apollinare. L'acciottolato, l'erba delle prode, l'ombra delle quercie, tutto v'era come a D…; senonchè là si abbatteva in frati che discendevano, in divote brigate che montavano; il colle pareva un luogo santo di pellegrinaggio: al castello di D…. in cambio, salvo i dì di festa, non si vedevano mai che le stesse persone, i signorotti della terra, che menavano vita allegra e sconclusionata.

Giunto in cima, dove chi s'affaccia al muricciuolo che cinge il sagrato, può secondo la natura sua accontentarsi di guardare la città sottoposta; o per quanto gli vale l'occhio, ammirare la vista sterminata di pianure, di colli, d'acque e d'Alpi, che fantasia umana non saprebbe trovare più bella; si arrestò, crollò il capo, diede di volta senza pur badare a quello spettacolo, in cui l'animo suo si sarebbe ricreato altra volta lungamente. Tornò a valle, infilò la via lungo la riva destra del fiume, verso Superga; andò su e giù un poco come smemorato; poi trovato un navicellaio, scese nel burchio e si fece traghettare all'altra sponda. Di là per campi e per vie traverse, andò a porsi in un'osteria campestre, vi mangiò vi bevè; s'allontanò quindi nè tristo nè lieto più di quello che fosse stato tutto il giorno; e per altra porta da quella che aveva passato ad uscire, tornò in città che il sole andava sotto.

Ridottosi in camera, si pose in gamba le meglio brache del suo corredo; indossò un panciotto ed un giubboncello di seta, ornati assai bene di sopragitti lungo le occhiellature, alle pettine, ai paramani; calzò un paio di scarpini leggeri; e tornato fuori prese la via verso il palazzo della Marchesa. Là trovo una turba di servi a terreno, una turba su per le scale; e in cima a queste gli si fece incontro quel domestico, che era stato il mattino ad invitarlo. Costui lo mise dentro ad una vasta sala, illuminata che meglio non poteva essere se vi fosse stato il sole; popolata come una chiesa in tempo d'uffici; e lo accompagnò coll'annunzio del suo nome alto e sonoro.

Giuliano si fermò sulla soglia un poco, e le orecchie gli fischiarono come ad uno che rompendo improvviso in una battaglia, capitasse nel più fitto grandinare delle palle. Tutti quei crocchi, tutte quelle teste bianche che non si lasciavano scernere le giovani dalle vecchie quegli occhi di donne, che si socchiudevano per isbirciare lui; gli fecero un senso tale, che per poco non diede di volta frettoloso. Ma la gentildonna padrona di casa gli mosse incontro, lo prese per una mano, lo trasse in mezzo a quelle beate amicizie; le quali tutte accennarono garbatamente di non disgradirlo; poi se lo fece sedere allato, e mentre i crocchi ripigliavano i loro parlari, essa si mise a discorrere con lui.

Egli era preso in fra due: da una parte lo splendore dei doppieri, la magnificenza delle arazzerie e delle supellettili, in cui era sfoggiato lo stile di non so quale Luigi; dall'altra le parole della gentildonna, che lo assaliva con una procella di domande, e di rimproveri, sul non essersi egli fatto vivo, da quella prima volta di due anni innanzi; sicchè essa aveva creduto ch'egli stancatosi di stare a Torino, e tornato a D…., non fosse più rivenuto. Giuliano a trovar scuse, a darle contezza di sè, de' propri studi, di D…, di tutto quello che la marchesa menzionava; e intanto i discorsi dei crocchi si facevano più caldi, più confusi, più alti, sul fatto seguito quel giorno nella fortezza, e sulla morte meritata dal cavaliere di Sant'Amore, e da Mesmer; i quali comandando l'uno la fortezza di Saorgio nell'Alpi marittime, l'altro quella di Mirabocco dalla banda di Savoia, le avevano date in mano ai Francesi. Moschettati per traditori, tutta Torino aveva parlato di loro; ma adesso in casa alla marchesa se ne parlava ancora, come tra persone che nelle faccende dello Stato avevano molto a ridire.

Giuliano teneva un orecchio alla gentildonna, l'altro a quei discorsi: e ad ogni poco il cuore gli si accapricciava. La disputa era venuta innanzi così calda che già si cominciava a chiedere d'un arbitro, che sentenziasse fra le due parti; delle quali chi s'accontentava della morte data col piombo ai due sciagurati, pur che fossero stati moschettati nelle schiere; chi avrebbe voluto che gli avessero appiccati alle forche, a guisa di coloro che assassinavano alle strade. Provò d'essere là dentro uno sgomento indicibile; tutto quello splendore d'arredi, di vesti, di vezzi scintillanti dalle gole e dai polsi delle dame, gli parve una cosa tetra; e quando una voce chiamò giudice lui, quasi per fargli capire che egli solo non essendo nobile, poteva mostrarsi imparziale; purchè parlasse col dovuto rispetto, e guardando da sotto in su; egli rispose:

«Di quel che corra tra i diversi modi di morte io non so giudicare: questo so che sino a quando la morte sarà data in pena a chi fa il male, essa parrà agli uomini se non una cosa turpe, almeno il maggiore dei mali. Così se ne oltraggia la santità, si allevano gli uomini codardi; e si fa della morte quel che si è fatto di tante cose santissime…! E poi uno sia reo quanto si vuole…; più della colpa mi stupisce questo, che i più caldi a volerlo morto, sono coloro che credono esservi un luogo nell'altra vita, dove lo spirito nostro si purga: ora se là, perchè non si potrà diventare migliori anche qui…?»

A queste parole si levò un bisbiglio, somigliante al ronzio che farebbe uno sciame d'api, turbato improvvisamente nella sua pastura: e fu uno scontento, un volgersi di teste, uno scuotersi di code, uno scarpiccio irrequieto, da non potersi dire. Giuliano da qual parte mirasse, vedeva nasi agricciati, menti sporti, sorrisetti schifiltosi; ma non uno degnò di rimbeccare, come avrebbe meritato, quel plebeo; il quale aveva osato entrare là con in capo certi pensieri; su per giù come un villano, che vi fosse venuto colle scarpe inzaccherate.

Egli semplice nell'atto, sereno in viso, e nulla maravigliato, stette un poco a quella sorta di temporale: poi rivoltosi alla marchesa le disse, che se nulla avesse a comandargli, gli bisognava partire; e si levò in piedi. La gentildonna accennò col capo, si levò anch'essa, gli dette a toccare la punta delle sue dita sottili e fredde; lo guardò bene, quasi per accertarsi se egli fosse davvero quel Giuliano, di cui le parlava la lettera di don Marco; e avuto l'ultimo inchino, lo lasciò che andasse.

I servi stupirono di vederlo partire così in fretta, ed egli quando fu sulla via, diede una grande rifiatatona. La notte era molto innanzi; la luce dei fanali pallida e poca; l'aria quieta. Si sentì allora, come un pesce che sguisciato di mano al pescatore, dà due o tre saltelloni sulla spiaggia e si rituffa nell'acqua: andò a zonzo una pezza, e si ritirò che era la mezzanotte. A vedere le pareti della sua camera, sciolte e senza ornamenti salvo che di alcuni quadri di santi, effigiati per modo da parere più alla tortura che fra le gioie del paradiso; fece paragone di quella sua abitazione con la sontuosissima della marchesa; e coi soffittoni, dove il popolo della città, allora come oggi, nasceva e moriva, sopra poca paglia, coll'orcio dell'acqua, e il lumicino sepolcrale, in capo al giaciglio. Gli parve d'essere agiato sin troppo, e pensando a D…., e alla propria casa, che si poteva stimare una cosa di mezzo tra un palazzo e una catapecchia plebea; più che ad abellirla, si sentì tirato a farla modesta. Disegnando su questo a seconda dei pensieri che gli frullavano pel capo, si coricò; per destarsi l'indomani a ripigliare la sua vita di studio, di solitudine, di sogni d'amore: ma in casa la marchesa non tornò più. Nè questa se ne dolse a lui per imbasciata, o in altra guisa; solo volle tenerlo guardato per uno dei servi più fidi; vogliosa di far servizio a quella buona signora Maddalena e a don Marco. Seppe che nello studio, proseguiva ad essere riputato dei migliori, sebbene menasse vita selvatica e da uomo di sua testa; ma le dolse chiarire come nei libri della polizia, il nome di lui fosse notato assai nero: di che stette tutta occhi, perchè da quella parte non gli seguisse niun male. Egli poi, nulla sapendo delle cure che la gentildonna pigliava di lui; diventava ogni dì più assiduo ai ritrovi misteriosi, che ho rammentato; e cogli uomini, che di quel tempo erano tenuti in sospetto, di voler un giorno dar dentro a rivoltare il mondo, stringeva amicizia, ricambiava promesse; attirando sopra sè stesso i tanti pericoli, da cui coloro erano minacciati.

Di questo andare entravano giugno e luglio, colle loro giornate noiose e mai più finite; e Giuliano si vide di più di manco, alla vigilia di fare i fardelli, per tornarsi medico a quel suo D…. sospirato. Di sua madre ebbe in quel tempo due lettere, mute su Bianca, e però di cattivo presagio. Se ne doleva, fantasticando su quel silenzio; ma ne scusava la madre, come donna prudente, che non voleva mandar attorno il nome della fanciulla, confidato alla carta: e gli erano di qualche conforto le notizie che essa gli dava di sè, della vita che menava rassegnata, dello spasso preso in quelle sue lezioni date a Tecla, della quale diceva, come se la fosse tirata in casa, e quanto ne fosse lieta, crescendo questa di gentilezza ogni giorno, sicchè egli nel tornare non l'avrebbe più ravvisata. Queste cose piacevano al giovane, perchè s'accordavano coi suoi pensieri; e perchè Tecla gli era sempre paruta degna di vita men dura di quella, che pel suo stato, doveva condurre: faceva conto di assecondare quel pietoso lavoro di sua madre, una volta che avesse sposato Bianca; e godeva, al pensiero di poterle dare questa villanella, che se la tenesse per compagna, e proseguisse a tirarla su creanzata.

Venuto così in sugli ultimi di quel luglio, tornava una sera per chiudersi a studiare e prepararsi all'esame; e sulla porta della casa dove abitava, trovò uno staffiere che teneva pronto un cavallo bellissimo, vigoroso, sellato, come in attesa di chi v'avesse a montar su, per qualche viaggio non corto. Appena Giuliano gli fu accosto, lo staffiere si scoperse, e gli diede un biglietto della marchesa di G…, cui il giovane lesse in un baleno, facendosi in viso come un panno lavato.

«Vostra madre è morente;—diceva la scrittura—partite su questo cavallo, ma subito: alla mia villa di B…. troverete altri cavalli. Servitevi, partite, chi sa se farete a tempo….

«Un momento! sclamò Giuliano col cuore alla gola; e volato in camera, si pose in gamba un paio di stivali armati di sproni; poi così com'era, senza badare a robe, a libri, a nulla di quel che lasciava; discese e montò in sella.

«Badi—gli disse lo staffiere—appena fuori B…. a man destra, in quella palazzina, troverà il gastaldo della signora marchesa….

«Mi rammenterò di voi—rispose egli mettendo in mano a colui qualche moneta: dite alla signora marchesa che io terrò la vita per lei: addio.»

E spronando dalla parte di mezzogiorno, trovò la via del suo destino, e si mise su quella di trotto chiuso.

Lo staffiere pensando alle spalle riquadre, al corpo snello, alle gambe di ferro del giovane; tornò a casa la marchesa, a dirle che questi era partito come un razzo; e la gentildonna, ringraziò il cielo, e pregò che Dio tenesse la sua santa mano sul capo a Giuliano, per tutta la via.

E in verità il giovane ne aveva bisogno, perchè egli spronava di maniera, che quanti s'imbattevano in lui, fossero a cavallo o a piedi, penavano a scansarsi, e gli davano dietro di basilisco e di peggio. E forse avrà trovato di tali, cui sarebbe piaciuto movergli contesa per quella furia; ma la bellezza del cavallo, dava a pensare all'alto stato del cavaliere; e di quei tempi si avevano in grande reverenza i signori e le loro soperchierie. Fu soltanto in un piccolo borgo, che si udì gridar dietro: «fermatelo! fermatelo!» ma una voce aveva quetato la folla, dicendo che forse egli era una staffetta del Re, e le grida erano cessate. Oh s'egli avesse potuto conoscere colui che con quelle parole l'aveva salvato, se non da altro, dall'essere fermato, indugiato, sì che forse non sarebbe più stato padrone di sè, per correre dove lo chiamavano le ultime voci materne! L'avrebbe ringraziato in ginocchio; avrebbe chiesto perdono a quel popolo d'essere passato fendendo l'aria come una saetta, risicando schiacciargli i bambini; ma con tutto questo non rimise dal correre, e buon per lui, che fattasi notte, potè tirare innanzi senz'altri incontri.

Giunse a B…. a mezza via tra Torino ed Alba, che rompeva l'aurora; e ai coloni che già a quell'ora si avviavano ai campi, chiese del gastaldo della marchesa per mutare il cavallo. Quello che aveva sotto non poteva più reggere. Gli fu additato una sorta di maniero, lontano pochi passi dalla via maestra, dove un uomo stava sulla soglia, quasi avesse saputo di dovervi aspettare qualcuno. Costui era appunto il gastaldo, il quale ravvisando il cavallo, si fece incontro al cavaliero; e mentre guardava con occhio pietoso la povera bestia com'era conciata; udiva da Giuliano che gli aveva a dare un'altra cavalcatura. Smontare, togliere l'arnese di dosso al cavallo stanco, e sellarne un altro, zaino, accapucciato, di collo scarico e all'aspetto buon corridore; fu lavoro di poco tempo. I due animali barattarono tra loro un nitrito, come se il nuovo chiedesse allo stanco, se il cavaliero fosse forte in arcioni; Giuliano già in sella spronò, e forse senza salutare il gastaldo, ripigliò la via.

E tornò a traversare borghi e castelli, non provando molestia di fame o di stanchezza. Più camminava più gli pareva di diventar forte e fresco; al sole non badava nè al polverio, nè ad altro: arrivare a D…. ecco lo sprone che gli si era fitto nell'anima, più acuto, più tormentoso di quello, con cui egli insanguinava i fianchi al cavallo; il quale se gli fosse bastata la lena, quel giorno di certo non avrebbe odorato biada nè fieno, prima d'essere a D…. Ma alla fine se non la compassione del cavaliero, potè la stanchezza; e il povero animale rallentò da sè la gran corsa. Allora Giuliano si trovò come riscosso da un sogno, che stesse facendo; e alzato il capo si vide in faccia e poco discoste le torri di Alba. La voce del Tanaro gli suonò all'orecchio, come quella d'un amico che gli parlasse, con dialetto somigliante a quello dei suoi monti; e guardando la propria ombra sulla via, gli parve sì corta, che stimò il mezzogiorno molto vicino. Passando il ponte di legno che metteva nella città, pensò come quelle acque verdastre, spumanti, rumorose contro le barche; sarebbero scese più basso, a mescolarsi con quelle della sua Bormida; sentì l'aria della sua terra; diede un'ultima occhiata dietro di sè alla pianura, all'Alpi lontane, in quell'ora non tinte come a sera, di colori che paiono dell'altro mondo; poi messosi dentro, badò innanzi la via per dove andava.


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