CAPO VI.AZIONI E POTENZA DEI MAGHI E DELLE STREGHE.
Dopo tanti sussidj i maghi doveano esser tenuti potenti sopra la terra: essi davanosalute e sventura, creavano ricchezze, fabbriche, facevano tremare i grandi, indemoniati gli uomini ed irrequieti i morti. Imitando gli storici che adducono pergamene e cronache, rechiamo noi pure i documenti giustificativi. Sono tutti cavati da libri stampati da Delancre, Leloyer, Lenglet, Gabriella, ecc., dunque devono avere autenticità presso quelli che vogliono credervi.
Gli Dei avevano il nettare e l'ambrosia, i maghi e le streghe l'elisir di lunga vita. È un liquore rosso o bianco, portentoso come il cerotto di Dulcamara, e nel quale Trevisan diceva filtrata la pietra filosofale.
Le streghe l'avevano siccome beveraggio potente: guarisce tutti i mali e prolunga la vita finchè piace, e quando un tisico abbia appena un po' di polmone, basta per conservarglielo sempre. Ma questo è poco; cambia il rame, il piombo, il ferro, e tutti i metalliin oro più puro di quello delle miniere. Peccato che non lo possedano quei poveri diavoli che si consacrano alle lettere! non sarebbero costretti a fare degli almanacchi.
La strana ricetta dell'elisir di lunga vita si ebbe a gran ventura perchè la palesò un vecchio contadino calabrese a un ammiraglio di Carlo V, il quale il dimandò come fosse in sì grande età e robusto. Si fece popolare, si usò da molti, e si narrarono meraviglie come del Leroi e dell'omeopatismo. Guarì un conte alemanno, il marchese di Brandeburgo e la duchessa di Friburgo dopo lunghi anni di malattia. Però ora si crede di poco utile, se ne è inventato invece uno migliore almeno per l'apparenza, e si vende dai profumieri: esso consiste in acque per tingere i capelli, in essenza per ammorbidire le carni, in parrucche: se non allungano la vita, allungano alquanto l'illusione di averla migliore.
Anche il balsamo universale era un elisir che valeva a tutti i mali. Un alchimista di Besançon vendeva questo balsamo, ma siccomesi osò dubitare delle sue virtù, costui si tagliava le mani, la testa più volte, e se le rappiccava col balsamo: diceva esser pronto a farne l'esperimento con altre persone; si presentarono alla prova tre Savojardi, tagliò loro la testa e le mani, trasse loro gli intestini, e rimise tutto a posto. Però la seconda volta volle per maggior prodigio aspettare alla dimane ad aggiustarli: portò i laceri corpi a casa, ma per sciagura un gatto rubò ad uno la mano, e un cane mangiò gli intestini dell'altro; ma lo stregone da bravo, sostituì le busecchie di un porcello, e la mano di un impiccato, e ritornò in vita i Savojardi.
Mefistofele e i suoi colleghi, amici agli stregoni, faceano loro non solo ogni servigio, ma spesso da muratore. Vi è un racconto popolare, assai curioso nella Campania, d'un granajo che un demone fabbricò a Giovanni Mullinfatto mago: siccome non è per noi di molto interesse, ne narrerò invece uno lombardo.
Ognuno sa che il ponte sul Ticino a Pavia è magnifico ed a lungo fu il primo d'Italia; dicono i cronacisti a che ne furono architetti Giovanni da Ferrara e Jacopo da Gozzo; ma corre a Pavia fra il volgo una tradizione strana sul modo onde fu edificato: la raccolsi da un cenciajo che tiene sua bottega sulle sponde del ponte, e vende fibbie scompagnate, volumi guasti e simili bazzecole, ed ha una faccia che somiglia un pochetto ad un trovatore. Udendomi, mentre io guardava a certi libriccini che aveva nella sua piccola bottega, parlare con un amico del tempo che fu costrutto il ponte, esso mi guardò e disse:
— Oh! si volevano altro che gli uomini a fare questo ponte: ella non ne sa niente; quando i cittadini di Pavia stabilirono di fabbricarlo, ne diedero la cura ad un maestromuratore di cui non si sa il nome, ma sono note le vicende. Costui era in grande affanno, non sapea da che parte incominciare, e andava farneticando per la città gittando bestemmie a suo potere; allora gli capitò innanzi un uomo tutto avvolto nel tabarro, e gli chiese che cosa avesse; il poveraccio glielo disse, e l'ignoto offrì di fargli il ponte in una notte se voleva dargli l'anima. Sulle prime l'artefice sbalordì, poi pensato al gran guadagno che ne avrebbe, rispose di acconsentire, stese la destra, e quell'altro, scosso alquanto il tabarro, mise fuori una mano che aveva certe griffe da far paura: si videro anche gambe di capra, barba.... insomma quel signore era Berlicche. Il muratore titubò un pochetto, ma udendo l'amico dirgli: — Sarai un signore a questo mondo, — per avidità di guadagno, strinse la mano; l'ignoto gli diede la posta per la mezza notte sulla ripa del Ticino, nel luogo ove doveasi edificare il ponte, e gli ordinò di portare seco un foglio di cartone, un cane ed un pane.
Il maestro non mancò e il signore dal tabarro venne poco dopo a cavallo di un gran caprone: attraversava il fiume come se camminasse sul solido: quando fu a mezza via, essendo bujo, disse al capro di far lume, e questo scosse le corna e diventarono due fiamme. Approdò, e voltosi al muratore:
— Or da bravo, fratello, il ponte sarà fra poco costrutto, e tu dimani chiuderai nell'arca tutto il valore che hai pattuito col signor sindaco del paese: so che egli usa mettere un po' di tassa a questi contratti; bada a non dargli nulla; s'affoghi nei debiti chè sarà mia preda a suo tempo; tutto in tasca; dammi il cartone. —
L'altro glielo sporse, e il demone lo gittò nell'acqua, e tosto lo si vide crescere, allungarsi, rialzarsi, parte sprofondarsi nel fiume, parte sollevarsi in archi, e formarsi colonne e tetto; insomma costruirsi un ponte bello e grande come è al presente. Però lo Spirito s'accorse che colui rideva, e siccome gli aveva stretta la mano e non giurato, s'avvide volessegabbarsi di lui, e costrutto il ponte far penitenza e rubargli l'anima. Ma colui era furbo più di noi rivenditori, e guardandolo:
— Ora che il ponte è fatto, prova quanto valga, gittavi sopra quel pane, e mandavi il tuo cane a pigliarlo. —
Il maestro ubbidì, lasciò il cane che corse sul ponte, ma questo si aprì e la povera bestia precipitò, nè più si vide. L'avaro impallidì, e l'altro ghignando:
— Giura di darmi l'anima, e il ponte diverrà di pietra; se no, fa a tuo modo e sarai povero. —
L'avarizia strinse il tristo; giurò, si sentì un cupo fragore, il capro si tramutò in un cavallo, il diavolo gli saltò sopra, galoppò sul ponte e si udì il battere sulla pietra della zampa ferrata.
Alla mattina si trovò il ponte bello e magnifico, solo in un pilone era un buco, dove stava sepolto il cane; il buco vi è ancora, e dicono alcuni che alla notte la povera bestia ne metta fuori il capo e latri; io non l'homai udito, perchè a molti curiosi colse entro l'anno qualche disgrazia. L'avaro artefice ebbe la pattuita mercede, ma potè goderne per poco tempo, giacché un giorno gli apparve quel signore dal tabarro mentre era sulla ripa del Ticino, e gli disse: — Amico, son venuto a pigliarti — nè consentì che rispondesse, perchè nel tempo stesso si aprì il suolo sotto a' loro piedi e buona notte, sparvero; uscì un puzzo di zolfo, si fece una voragine sopra la quale corse subito l'acqua del fiume, e formò quel piccolo seno che si chiama Ticinello. —
Così narrava il cienciajo; mi veniva voglia di ridere, ma colui mi guardava con un far sì cagnesco, che tenni per lo meglio andarmene.
Nessuna azione maravigliosa era difficile ai maghi, ognuno lo sente. Non dirò di Merlino e di Atlante, de' quali parlano i poeti romanzeschi; ricorderò alcuni del secolo XIII, e più recenti.
Guido Bonato, troppo famoso per le opere sue e per le arti con cui seppe volgere a proprio talento l'animo d'Ezzelino da Romano, scuotendo la magica bacchetta, operava quanto gli talentava; ergeva edifizj, distruggeva monumenti, infondea vita nelle cose inanimate e reggea la fortuna de' lontani avvenimenti. Sovente Bonato aveva soccorso alla pericolante fortuna di Ezzelino, ed allorché il conte di Montefeltro usciva da Forlì a campo cogli altri popoli di Romagna, il mago salito sulla torre di san Mercuriale, col tocco della campana dirigeva il principe nella battaglia, quantunque fosse delle miglia ben molte lontano, e quindi riescì più volte troppo fatale ai Bolognesi.
Ma la magìa venuta a parte della diplomazia, operò in que' secoli un grande prodigio per mezzo di Michele di Scozia. Fu data a costui commissione dalla sua patria di andare in ambasciata in Francia, per ottenere risarcimento di alcune piraterìe commesse sulle coste di Scozia dai marinaj francesi; l'ambasciatorenon volle altro seguito che un suo demone famigliare che tramutò in cavallo; ma come giunse a Parigi, il re di Francia tenne di poco conto un messo sì male in arnese; e accolta con disprezzo la fattagli domanda, era ormai vicino a rimandarlo senza che nulla gli concedesse. Allora il mago il pregò perchè innanzi di definire ogni cosa, concedesse che il suo cavallo percuotesse colla zampa il suolo; il re non seppe negargli sì mite richiesta; lo Scoto toccò della sua verga il ronzino. Sentite meraviglia: al primo battere della fatale zampa, tremarono tutte le torri di Parigi e suonarono tutte le campane; al secondo si fe' più fiero il terremoto e caddero tre cupole della corte. Il re che vide questa piccola bagattella, spaventato, pregò l'ambasciatore facesse sospendere il terzo colpo, a cui già innalzava il piede il temuto cavallo. Così apprese che conveniva aver maggior riguardo agli ambasciadori in qualunque forma apparissero; accordò al mago quanto richiese, nè si tenne sicuro finchè nol vide partire.
Nel secolo XIII vi furono molti maghi oltre al Bonato che visse fino al 1300; un Riprandino veronese, un arabo che denominavasi il nuovo Barlaamo, Giovanni da Paria e Gherardo da Sabionetta cremonese, erano in molta riputazione, usavano alle corti, e teneano dimestichezza coi grandi. Nè fu allora solo che costoro salirono a tanto potere, ma nel secolo che seguì, il duca Giovanni Maria Visconti non si conduceva a operare la più piccola cosa, ove non avesse consultato il suo mago e le stelle; e abbiamo da Schiller che quel valente soldato il quale in tempi più recenti capitanò la guerra dei trent'anni, solea sovente aver consulta coi maghi.
Però per quanto i fattucchieri avessero potere di porre in iscompiglio gli uomini e le cose, e gli spiriti loro seguaci li soccorressero in ogni evento, non tutti si lasciavano intimidire, e spesso alcuni la vinsero alla provacon loro; sovente si cimentarono a combatterli, e ne uscirono vincitori o vinti, siccome meglio resse loro l'animo a frenare i pregiudizj d'una educazione falsata. Vo' riprodurvi alcune storielle piuttosto curiose.
Tra i più coraggiosi a bravare la magìa fu Riccardo, pel suo coraggio soprannominato senza paura; era figlio di Roberto il Diavolo, quello stesso che venne non ha molto posto in iscena sui teatri di Parigi. Uno spirito chiamato Brudemort udì del costui coraggio, n'ebbe un po' d'invidia e si mise in capriccio di fargli paura, ma non vi riescì. Primamente lo appostò con dieci mila civette in un bosco, e quando il vide giungere, fece che tutte si dessero a stridere: pensate che frastuono! Il demone intanto avvertiva caritatevolmente Riccardo perchè si salvasse, ma egli niente, si mette a gridare con loro a più potere, nè tacque finchè si dissiparono.
Un'altra volta tre grandi cavalieri neri cacciavano coi cani nelle sue terre, e facevano atti da spaventarlo; ma Riccardo fuori unaspada, è sopra loro, ne uccide uno: era uno spirito travestito; sarà poi risuscitato.
Un dì Riccardo correva una foresta, vide un bambino sur un albero, vi si arrampicò e ne spiccò la creatura, che era femmina, e la diede a nutrire alla moglie del suo guardaboschi. La fanciulla crebbe sì prospera che in sette anni si fece una bella tosa che pareva ne avesse quattordici. Riccardo non avea eredi, ed i suoi baroni il sollecitarono a prendere moglie; si arrese e sposò Roena, la fanciulla misteriosa. Dopo sette anni di beatitudine conjugale, la sposa cadde malata e morì; però essa nell'agonìa pregò il marito di farla seppellire nella foresta. Riccardo annuì, la fe' recare ove ella aveva divisato, e si trattenne a piangerla; ma a mezzanotte si aprì la bara, l'estinta riprese vita e fece un gemito che risuonò per tutto il bosco; quindi si alzò, diede una stretta alla gola del cavaliere che era in compagnia del marito e scomparve. Però Riccardo non ne prese paura, e si accorse che sua moglie era stata un diavolo; caso forseunico che un marito si avveda di questa qualità della moglie solo dopo che sia morta.
Convien credere che Brudemort, essendo stato una volta battuto dal valente principe, avesse deposti i pensieri ostili, perchè oltre avergli fatto da moglie in buona pace, seguì a soccorrerlo poi. Carlo Magno diede un torneo, Riccardo vi accorse, vide alla festa la figlia del re d'Inghelterra, e se ne invaghì, ma non giunse ad ottenerla in isposa; ei che vinse gli spiriti non temeva gli uomini; era innamorato, e si rapì la giovinetta. Il re d'Inghilterra l'ebbe per onta, volle vendetta, corse con molte armi sugli stati di Riccardo dimandando la figlia; allora Brudemort venne in sua difesa: gli alleati sconfissero gli inglesi, e Riccardo celebrò colla vittoria un bel par di nozze.
Però anche il folletto non fa servigi senza ricompensa; Brudemort aveva guerra con un altro demone Burgifer; chiese soccorso a Riccardo che acconsentì di buon amico. Si armarono, ed uniti andarono in una foresta; ivi era il re dell'averno, assiso sopra una sediatutta nera, levata al piede di un olmo largo e spazioso; vestito di velluto nero, faccia terribile, cinto da numeroso stuolo di spiriti tutti neri, molti armati, altri senz'arme. Il re infernale li squadrò da capo a piedi, li commendò, ed ordinò loro di disporsi alla battaglia. Si trovarono presto con Burgifer; Riccardo volle misurarsi pel primo; corsero furiosamente ad incontrarsi, si ruppero le lance, vennero alle spade, scintillarono gli scudi e menarono colpi alla disperata, ma Riccardo era più poderoso, e il nemico chiese misericordia e si diede vinto; si fece la pace, e Burgifer rese omaggio a Brudemort.
Dopo tante vittorie Riccardo non avea più freno, pensò alla conquista. Carlo Magno mandò i suoi baroni e cavalieri ad una spedizione in Terra-Santa; Riccardo vi si rese in abito sconosciuto; battè e sconfisse i paladini di Francia in un torneo; poi trasse in Inghilterra, commise azioni di gran valore, e si fece proclamare re. Tutto questo perchè era uomo che non aveva paura neppure dei demoni.
Però il genio Malarbetto non è sempre paziente come avvenne con Riccardo: se la passò un po' male un Olandese, che, come narra una cronaca d'Utrecht, volle penetrare un castello incantato, rôcca levata in deserta landa, cinta di fosse, torri e merli anneriti dal tempo e dai licheni. Erano chiuse sempre le porte, nessuno poteva penetrarvi; narravansi meraviglie; vedersi solo di notte mostri, donne, demoni, giungere a volo per l'aria ed entrare per la parte del tetto; ivi fare i loro congressi le streghe, celebrarsi il Sabbath. Tutti passavano tremando presso il castello, guardavano con terrore, e non osavano accostarvisi.
Un giovine di belle forme, ardito, udì quelle maraviglie, e fu punto dalla curiosità di visitarlo: chiamò a suo ajuto un mago possente nella propria arte e negli scongiuri, condusse seco due valletti armati, penetrò nelcastello. Era silenzio nella corte, e sotto le vôlte de' grandi porticati, che rispondevano cupamente con un roco risuono all'alternare dei passi del profano. Appena pose piede nell'atrio, eccogli una vecchia che gli attraversa la via; una mano invisibile respinge il viaggiatore. Questi chiamò il soccorso del mago, che alza la bacchetta e scongiura; la vecchia fugge tramutata in nibbio, ma per farne vendetta prende i due scudieri pel naso, e se li porta a volo come se fossero pulcini.
L'audace giovane non ismarrisce, inoltra in una sala deserta, silenziosa, ove in mezzo eran ossa disfatte e in polvere. Quella vista lo atterrisce, ma il mago lo rinfranca ponendogli al collo un amuleto, e innanzi; ed ecco sbucare dalla soglia un orso e muovere contro il profano: questi trasse la spada, ma si ruppe al toccare della belva; venne a soccorrerlo il mago, e l'orso fu stretto fuggire. Poco dopo diruppe una pioggia di sangue e un fragore di lamenti; il giovane mosse alla stanza onde venivano, e trovò uno scheletroincatenato, il quale aveva il cuore che batteva e gli occhi che giravano nelle occhiaje.
A sì strani portenti già il viaggiatore perdeva la ragione, ma il mago abbruciò dei mirti verdi, e tosto mutò scena: apparvero tappezzerie e fiori, una mensa e vivande servite da mani invisibili, e gli ospiti audaci si posero al desco e si rifocillarono.
Non durò a lungo quella fortuna: quando si servirono le frutta, venne bujo, tuoni, saette, un rimbombo in tutte le parti del castello: cadde la folgore sulla mensa, e la distrusse, s'infiammò la stanza, s'aprì la vôlta e grandinò una falange di mostri che ingrandivano, ingigantivano, altri coll'ale, altri di fuoco, uccelli, rettili con teste umane, insomma si aprì il Sabbath. Una strega portò un fanciullo neonato, lo si uccise e si pose allo spiedo pel banchetto: cadde un'ampolla nera, tutti s'inchinarono, ne escì il presidente del congresso e se gli intrecciò intorno una danza.
Intanto che maestro Leonardo si godeva quel tripudio, vide i due profani, sebbene sifossero avvolti da una nebbia e celati all'assemblea; diede un grido, furono scoperti; si sciolse l'infernale congrega e tornò il bujo.
Restati soli, il mago invitò il coraggioso amico a prendere riposo, e si adagiarono sul letto ov'era lo spettro; ma poco dopo questi si alza, impreca sul loro capo perchè turbassero il riposo de' morti, e leva la mano per strangolarli. Il mago lo scongiura a sospendere e a manifestare la propria sorte, solleva la bacchetta del comando e minaccia toccarlo. Lo spettro fu preso da timore, rispose:
— Perchè mi sforzi a rompere il silenzio che serbo da cento anni? Io mi chiamo Lenderbonne: il fondatore di questo castello mi prese al suo servizio nella mia gioventù. Non era maritato: una sera si bagnava al chiarore di luna, vide una giovane che annegava, la salvò, e siccome era bella, la sposò e venne con lei ad abitare questo castello. La sposa gli partorì un figlio, ma appena nato sparve colla madre. I saggi, consultati in proposito, risposero che il mio padrone aveva sposatoun demone succubo, e indovinarono. Un giorno ch'io percorreva la foresta col padrone, essendomi dilungato da lui e postomi dietro una macchia frondosa, ei mi scambiò con un lupo e mi mandò all'altro mondo. Vi trovai sua moglie. — Lenderbonne, mi disse, torna sulla terra: vi ho lasciato uno sposo che mi fu infedele, e lo scopersi coll'arte mia; dagli la morte. — Fui forzato ubbidire. Dopo quel delitto, costretto a restare nel castello, ho strangolati i mortali che hanno osato penetrarvi. Quantunque io non sia colpevole che per forza, sostengo ancora la punizione de' miei omicidj; il sacrificio di una gallina nera consumato da una mano innocente, può solo mettere un termine al mio supplicio. —
Allora il mago commosso, promise allo spettro di liberarlo da quella pena, se gli restituiva i due scudieri che aveva rapiti. Apparvero tosto, e i quattro compagni uscirono dal castello, e all'indomani liberarono lo spettro col sacrificio della gallina nera.
Queste credenze di spettri condannati acorrere una penitenza sulla terra erano popolari, e vediamo anche Boccaccio immaginarne una novella, i poeti alemanni farne argomento a que' loro racconti tetri e melanconici di morti e di ombre. Ne leverò ancora due dallaSpectriana, che sono piuttosto comici.
Uno spettro visitava da lungo tempo un castello della Sassonia, metteva spavento in tutti coloro che ardivano prendervi alloggio, usando loro malvessazioni indiscrete, talchè già da parecchi anni era inabitato; un giovine animoso divisò di passarvi una notte, e prese seco all'uopo provvisioni, lume ed armi. A mezza notte, mentr'era sul dormire, udì da lunge un tintinnìo di catene, e dopo strascinate alcun tempo pei corritoj, si girarono le chiavi, si aprì la porta della stanza ov'egli ricovrava, e vide entrare un grande spettro pallido, macilento, colla barba lunga e che recava un astuccio. Il giovane stette fermo,lo spettro chiuse con diligenza la porta, ed accostatosi al letto fe' segno all'ospite di levarsi, gli mise un accappatojo sulle spalle, e gl'indicò colla mano un banco sul quale gli accennò di sedere. Il giovine che già erasi alquanto impaurito, sbigottì fortemente quando vide che il fantasma trasse dall'astuccio un piatto da barbiere, ed un immane rasojo; tuttavia dopo si rinfrancò, e lasciò che l'altro proseguisse. Allora lo spettro con tutta gravità, gl'insaponò il mento, gli tonse con molta diligenza la barba e i capelli; e poi gli levò l'accappatojo.
Sin qui nulla di nuovo; era noto al giovane che lo spirito tondeva in questo modo tutti quelli che dormivano nel castello; ma si aggiungeva innoltre che dopo averli rasi, malmenava a colpi del suo grosso e scarno pugno. Il giovane sbarbato si levò dal seggio senza poter soffocare un doppio spavento: fissò gli occhi allo scheletro per vedere se non gli tempestava il resto sulle spalle; tuttavia, non perdendosi affatto d'animo, si rinfrancòancor meglio, vedendo che l'ombra si poneva sul seggio al di lui posto, e gli accennava l'astuccio che aveva deposto sur un tavolo. Tutti quelli che lo avevano preceduto nel castello, furono presi da tanta paura che erano caduti in isvenimento, mentre si tagliava loro la barba, e questa era la causa che ne fossero malmenati a pugni. Il giovane notò la lunga barba del fantasma, e tosto si accorse che dimandava lo stesso servigio che gli aveva reso; gli fece una buona saponata, e con coraggio gli rase la barba ed i capelli.
Appena fu compiuto quest'ufficio, lo spettro che fino allora era stato muto, parlò come persona viva, seppe cortesia al giovine come a proprio liberatore, e narrò che nel buon tempo passato egli era feudatario del paese, e che teneva il costume inospitale di tondere irremissibilmente tutti i pellegrini che prendevano alloggio nel proprio castello; sicchè per dargli castigo un pio levita, reduce di Palestina, lo aveva condannato a tondere dopo la morte tutti gli ospiti, finchè non capitasseuno tanto audace da radere lui pure. — Sono trecento anni che dura la mia penitenza, e tu mi hai liberato — soggiunse lo spettro, e dopo avergli rese di nuovo le maggiori grazie, partì.
Il giovane ardito, pienamente sicuro, dormì saporitamente; indi comperò il castello per picciolo prezzo e vi passò molti anni beatamente con forte maraviglia de' terrazzani, che lo spacciavano per un valente incantatore.
Si dice che le donne menano gli uomini pel naso, è loro virtù; esse valgono a qualche cosa di meglio se una non ebbe timore di pigliare il folletto per le orecchie. Madama Deshoulieres andò ad alloggiare in un castello: fu posto tutto a suo ordine, meno una stanza che se le disse abitata da uno spirito: curiosità femminina! Desiderò vederlo, volle dormire in quella stanza.
Poichè fu adagiata e spense il lume, udì spinger la porta mal chiusa, e qualcuno muoverea passi gravi verso il letto, aprire le cortine e stendersi sulle coltri: madama coraggio, s'alza, minaccia, e non le è risposto; ella s'adira, allunga le mani, e le capitano due larghe orecchie vellose: le crede quelle del demone infesto, le prende strette, e dice: — Ti voglio vedere. — Chiama gente, e si scopre che il diavolo, il quale era nelle unghie di madama, era un grosso cane che ogni notte andava a dormire in quella stanza.
Se si volesse dare la storia di tutti i luoghi che si credevano incantati, si avrebbe quasi sempre questo scioglimento: o malizia degli uomini o fortuite circostanze, che nella paura prendono forma di prodigio!
Or bene, credete forse che tutta questa razza di streghe, di fattucchieri, di negromanti, sparsi sulla superficie della terra, e tutti appartenenti ad una grande associazione, potessero passarsi senza conferire insiemeper stringere i legami e avviar meglio le faccende comuni? Non vi hanno umani consorzj senza corrispondenze e congressi; verranno a termine con molte chiacchiere, non importa, purchè si facciano.
Diversi erano i modi co' quali i maghi corrispondevano fra loro. Alcuni mandavano a volo gli spiriti che avevano a proprio servigio come noi i corrieri per le poste; altri si adagiavano in certe positure a divisate ore del giorno, e vedevano e sentivano quanto un altro mago nella stessa attitudine volea significare e far loro vedere; altri finalmente scrivevano o in terra o sopra alcune pietre fatate, cifre e simboli, la luna li specchiava e tosto li ripercuoteva a quello cui erano diretti, che gli leggeva senza cannocchiali; per tal modo i maghi si ricercavano a vicenda con mutui discorsi e insegnamenti. Le streghe non avevano questo privilegio; bisognava si dessero fastidio di muoversi, di uscire di casa e si incontravano mutate in gatti sui tetti, od in civette sulle piante.
Però queste erano conferenze di poco conto, erano visite di amici; più gravi bisogni chiamavano sovente maghi e streghe in generali congressi a luoghi divisati: allora bisognava che si ajutassero ne' viaggi dalle proprie arti.
Diversi erano i modi con cui andavano da un luogo all'altro, quanto erano vaghi i capricci dei maghi. Abaris soleva viaggiare a cavallo della sua bacchetta magica; abbiamo veduto che lo Scoto andasse a Parigi con un demone tramutato in ronzino: spesso ove erano molti maghi in viaggio corsero fino alcune barche che navigavano per l'aria. Altri volavano in seno a qualche nube, altri avevano un legaccio che stringevano al piede, e in poche ore facevano lunghissimo cammino; molte volte stendevano alla sera a terra il mantello, e standovi seduti sopra, a grande agio, si trovavano col dì nascente ove era loro in piacere: alcuna volta viaggiavano fino coricati sui letti, come vediamo nel Boccaccio i maghi di Saladino facessero in una notte trasportare messer Torello dall'Oriente ins. Pietro in Ciel d'oro a Pavia. Alle streghe però non era facoltativo viaggiare con tanta dignità, prendevano per cavallo una scopa, un montone od una capra, ma più spesso si spalmavano cogli unguenti dei quali Vierio e Cardano vollero darne la ricetta; allora erano trasformate in qualche uccello o bestia e giungevano spiccie al loro destino.
Le loro universali congreghe si chiamavano Sabbath: i nostri lettori fecero la prima conoscenza con tutta codesta diabolica genìa in uno di questi congressi.
Il Sabbath tenevasi nelle notti dal mercoledì al giovedì, o dal venerdì al sabbato: alcuni credono si chiamasse Sabbath dai Sabbazj, antichi popoli, primamente convocati da Orfeo, o da Saboè, parola con cui s'invocava Bacco nelle orgie.
Questo congresso tenevasi talora in un trivio, in un quadrivio, ma più spesso in un luogo deserto alle falde di un monte presso qualche grande pianta, meglio sulle rive di un lago od in maremma per aver più facile l'elementoa fabbricare le tempeste; il terreno ove si celebrava il Sabbath si spogliava di vegetazione: tali erano i campi di Benevento presso un gran noce, tale quel circolo rotondo che vide lo Strozzi presso Vicenza.
Così le brughiere del milanese sono da alcuni credute inaridite dalle streghe, terre di maledizione ove non doveano crescere nè piante, nè virgulti; venne però l'irrigazione e l'agricoltura a sciorre l'incanto.
Chi fosse presidente dell'assemblea, che vi si operasse, ognun già sel conosce che vide la prima scena di questo dramma fantastico; ivi maestro Leonardo, i maghi, fattucchieri, streghe e rospi, loro cavalieri serventi, facevano quanto era di più strano e di più nefando.
Però non tutte le streghe trovarono il Sabbath sì spaventoso: Maria della Ralde condottavi per la prima volta di dieci anni, diceva che parevale di andare a una festa di nozze, non già per immodestie di cui non aveva mai veduto farne, ma perchè lo spirito che signoreggiava, teneva sì legate le lorovolontà e i loro cuori, che non v'avea luogo altro desiderio; vi era inoltre una musica sì armoniosa che credeva di essere in paradiso.
Al Sabbath vi erano fuoco, cucina e mense, e buona illuminazione, giacchè Antonio Dumonsar fu castigato perchè vi portasse le candele: al Sabbath vi erano suonatori e mimi, si ballava, e si decidevano le sorti dei mortali, ai quali si volevano apportare tribulazioni coi maleficj. Tutti i riti di questa congrega sono provati da testimoni di veduta che li deposero in solenni processi, la maggior parte stampati da Delancre; e vedremo più innanzi di quanta autorità fossero questi processi.