CAPO VII.LE PURGAZIONI.

CAPO VII.LE PURGAZIONI.

Gli uomini che si studiarono di trovare farmachi a tutti i mali, non potevano restare inoperosi a ricercarne contro questo fantasmadella magìa, da cui avevano tanti malanni. Anzi per applicare meglio i medicamenti, moltiplicavano i mali, creavano fatturati e fatturatori in ogni luogo; quindi vi davano rimedj or miti, più spesso tremendi: erano ora il medico che sana con blande medicine, ora il chirurgo che adopra il ferro ed il fuoco.

Tutti gli animi timorosi dell'influenza della magìa, procuravano di vestire un usbergo che ne rintuzzasse le ferite; erano amuleti diversi. Di consueto si facevano di pergamena ma presceglievasi la vergine: ecco come si formasse: prendevasi un agnello che non avesse generato, si chiudeva in luogo segreto, e formato un coltello col legno d'un anno e scongiuratolo, lo si adoperava per iscorticare l'agnello: poi trattane la pelle, l'aspergevano di sale, la ponevano per quindici giorni al sole; quindi presa una pentola dipinta a caratteri misteriosi, vi si immergeva la pellecon calce viva; dopo alcuni giorni la si ritraeva, se le toglievano i velli, si faceva essiccare e si adoperava per farne amuleti.

Con un brano di pergamena vergine si componeva il pentacolo: attendevasi a quella cura al mercoledì del primo quarto di luna, a tre ore di mattino in una camera aperta, imbiancata di nuovo. Ivi si hanno penne, oro, colori tutti consacrati, e con questi si fanno tre circoli l'uno chiuso nell'altro con quest'ordine: oro, cinabro e verde, e in mezzo un triangolo. Si scrivono fra i circoli dei nomi sacrosanti, e le paroleformatio,reformatio,trasformatio, e in mezzo la più potente,agla; si fanno profumi, si pronunciano orazioni e scongiuri, ed il pentacolo è formato. Talora invece della pergamena usavasi una lamina d'argento o di rame, e vi si incidevano parole e circoli colle stesse cerimonie.

Eguali sono italismani. Si scrivevano su una pergamena tagliata a tondo dei segni celesti e si adoperavano egualmente dai maghi per le loro malìe, dai timidi per schermirsene.

Un altro talismano si solea formare colla verbena; quegli che attendeva a prepararla stava fisso all'oriente, fermava la sinistra mano sull'erba, pronunciava mistiche parole e se le girava attorno senza mai volgersi addietro; infine la cuoceva con legna benedetta.

Finalmente un amuleto che tutti solevano portare sulla persona era la parolaAbracadabra, scritta e ripetuta a triangolo sur una pergamena in maniera, che da ogni parte che si leggesse dasse la combinazione dell'intera parola o d'una parte. Eccovi il simbolo che ho posto a prefazione di questo libro, perchè mi riparasse le maledizioni di quelli che ne sono annojati.

Questa possente parola valse anche contro la seduzione; un galante narrava tutto commosso ad una signora a cui non piaceva, che aveva il cuore lacerato, che spasimava, che era lì per morire, ed essa freddamente gli risposeAbracadabra. Il povero diavolo vide che gettava il suo fiato, e gli morirono le parole sulle labbra; prese il cappello e muto partì.

In tempo che credevasi allo stregamento, molti, confondendo il vero col fantastico, erano facili a porsi in capo che qualche spirito diabolico prendesse abitazione ne' loro corpi; però il ministro ecclesiastico che sempre soccorre nelle necessità ai credenti, non poteva restare indifferente a tante loro perturbazioni, e trovò maniera a liberararli dai mali e a ridonarli alla pace coll'esorcismo. Convenne però che anche i più prudenti nei rimedj si accostassero all'indole dei mali, e in tempi rozzi usassero formole se non materiali, che almeno parlassero ai sensi; se non che alcuni sì le moltiplicarono che indussero gravi errori, i quali vennero poi condannati da varj concilj.

Teneansi diverse maniere di esorcizzare. Primamente, e quelli che erano posseduti dal demonio, e quelli che dovevano scacciarnelo, aveano certe regole oltre le quali non conveniva trascorrere e per non cadere in peccato,e perchè non andasse a vuoto l'esorcismo. Di queste molte sono prescritte nell'Enchiridiondi papa Leone; altre si trovano in una Collezione che Bernardo Sannig ordinò di scongiuri, benedizioni ed esorcismi.

Allorchè presentavasi qualche sgraziato che cercava essere liberato dal demone che il possedeva, doveasi innanzi tratto esaminare se non lo affliggesse qualche malore, o veramente lo turbasse uno spirito nemico; distinguevansi i segni che indicavano un fatturato in certi ed in probabili. Dei primi era il parlar bene ed a lungo una lingua sconosciuta, e profetare cose lontane ed occulte: dei secondi tremare al suono delle sacre parole, usare motti e contorsioni, abborrire dalle cose sante; insolita grossezza del corpo e del volto, e forze maggiori che non si convengono all'età ed alla persona. Si aggiungevano pure l'insensibilità, la sordidezza, l'immobilità, i borborigmidi ventre, occhi immobili, salassi senza sangue, vomitare molte spille; insomma una specie di cholèra. Però era di necessità interrogare lo spirito che invadeva lo sgraziato, del suo nome, di sua condizione, se fosse solo od accompagnato, in qual tempo avesse penetrato quel corpo e qual causa ve lo avesse condotto. Siccome poi in queste risposte il demone sovente ripeteva le più strane cose del mondo, e sovente anche l'esorcizzante gli faceva strane interrogazioni, Sisto V proibì di domandarlo di cose che non appartenessero all'esorcismo, ed ove fossero donne di non dare interrogazioni che potessero molestare al pudore.

Poichè aveasi certezza che il penitente fosse indemoniato, si tracciava un circolo con un carbone, e vi si faceva entrare il paziente; se gli faceano sopra infinite croci, se gli posava sul capo il pentacolo o la verbena od altre reliquie, e recitavansi devote orazioni;finalmente con tre diversi scongiuri, l'uno più tremendo dell'altro, si discacciava lo spirito maledetto. Non occorre ricordare che in questi scongiuri, come li abbiamo osservati nel Sannig, invocavasi quanto vi ha di più sacrosanto nella religione: però alcuni quasi dubitassero che lo spirito più di quelle invocazioni dovesse temere la forza di alcune parole, vi accoppiarono molti nomi ebraici che col loro suono mettessero la fuga nello spirito nemico; uno scongiuro di san Zaccaria, comincia: — Maledetti e scomunicati demonj, in virtù di queste paroleEmmanuel, Sabaoth, Adonay, Athanatos, Ischyros, Eleison, Imas, Irios, Tetragrammaton. —

Mentre seguivano queste preci e cerimonie, gli indemoniati sovente si rotolavano per terra, parlavano lingue orribili e diverse, faceano contorcimenti e mandavano lunghi ululati, finchè non fosse fuggito lo spirito che li tenea. Finalmente rigenerati alla grazia, spossati per tante fatiche, tributavano inni di ringraziamento e promesse divote.

Sarà agevole comprendere come alcuni, o per melanconìa o affetti da malattia, od anche per ingannare altrui, potessero far credere che li governasse il demonio, e quindi destare la compassione e la misericordia dei più creduli, i quali non di rado erano larghi ai posseduti, di elemosine, perchè potessero viaggiare ai luoghi di maggiore santità per purgarsi o cercare esorcisti di maggiore virtù.

In fatti un tessitore Brossier, sul declinare del secolo XVI, sapendogli assai male il lavoro, pensò con tre sue figlie di correre la Francia, e facendole vedere come indemoniate, commuovere la compassione e vuotare la borsa dei pietosi. Fra queste, Marta, sapea più destramente d'ogni altra fingersi attratta, contraffarsi in forme diverse, e corrispondere alle prove che si facevano sopra di lei; insomma adoperava in tal modo che ognuno la credeva posseduta da un demonio, ma di tantamalignità, che non era riuscito a scacciarlo nessuna forza di esorcismi; eppure ne aveva avuti assai, perchè in ogni città domandava le benedizioni, e le otteneva con abbondanti elemosine.

Il vescovo d'Orleans però che non si lasciava prendere dall'altrui malizia, volle smascherarla. Incominciò dall'invitare Marta a pranzo, e le fece ministrare, senza ch'ella se ne avvedesse, dell'acqua benedetta, ed ella la bevè senza che lo spirito ne facesse motto; e invece, allorchè si recò l'aspersorio bagnato in acqua non benedetta, ella cominciò a concitarsi e si fece tutta attratta. Il prelato prese il libro degli esorcismi, e facendo vista di leggere, recitava in voce alta i primi versi dell'Eneide, e Marta sentendo il latino si rotolava sul suolo, rispondea parole latine, e facea sentire che lo spirito l'affliggesse. Allora il vescovo, allontanata ogni persona, gravemente la rimproverò di questa impostura, e ammonitone il padre perchè più oltre non seguisse, minacciando di appalesare la loro impudenza, li licenziò.

Ma Brossier, che traeva buon guadagno da quella commedia, non curò quella minaccia e quel consiglio, e condotta Marta a Parigi dimandò l'esorcismo in santa Genueffa, e persuase ad ognuno che la cattivella aveva in petto un demone de' più possenti. Ne corse la novella per la città, tutti traevano a vederla, e il vescovo fece visitare l'indemoniata a sette medici; e questi, essendo a controversia fra loro sulla condizione di lei, il prelato ordinò che al primo aprile 1599 venisse esorcizzata dal padre Serafino che allora era in credito di molta santità.

Quando Marta fu all'altare e vide principiare la cerimonia, contorse gli occhi, allungò la lingua fuori dalle labbra, e quando sentì più forte lo scongiuro, si rotolò dalla tribuna fino alla porta della chiesa. Allora Marescotto, uno dei medici presenti, che di mal umore s'ingojava quella menzogna, corre presso alla donna, e presala alla gola, le ordina di fermarsi; ella subitamente atterrita, arresta; ma destramente, per non iscoprirsi,adduce che il demonio l'ha in quello istante abbandonata; il vescovo e i medici partono ed ella rinnova la commedia.

Costei rispondeva in greco, in latino alle domande che facevansi al suo spirito; e mosse tal rumore che persuase sì gli animi della propria sciagura, che già lamentavasi forte di un recente rescritto del re contro gli esorcismi, e la bisogna andò sì innanzi che convenne incarcerare Marta e suo padre. Fuggì però anche quel travaglio e andò a Roma, sperando di far maggior profitto nel suo mestiere, ma palesata l'impostura dall'ambasciatore di Enrico IV, morì povera in un ospizio di carità.

Luigia Maillat viveva nel 1598 tutta melanconica; la si sospettò di fatturamento. Fu esposta innanzi a una chiesa, si fecero imprecazioni, e dàlli, e grida, si scoprì da alcuni che aveva in corpo nient'altro che cinque spiriti, e tutti col lor nome, cioè: lupo, cane, gatto, grazioso, griffone, e faceano conversazione in tutte le lingue con que' cheli parlavano. Infine madamigella vomitò due pillole grosse come un pugno, una rossa e l'altra nera, poi altre tre: erano i diavoli, che andavano vaghi, vaghi vicino al fuoco, e scomparivano, e tutti questi spiriti la povera Luigia li aveva ingojati in un frusto di pane che le aveva dato Francesco Secretail.

Una signora di Londra, restata sola, divenne melanconica, se le contorsero le mani, se le fece la voce rauca: fu giudicata indemoniata: lo spirito che non voleva rispondere fu costretto coll'esorcismo; confessò che l'aveva fatturata un priore, e sull'asserzione della pazza, il pover'uomo fu preso ed abbruciato come mago. È facile accorgersi che lo stregamento si propaga quasi sempre per pestilenza; nel 1566 vi ebbero trenta fanciulli indemoniati, e a Roma divennero tali in una notte trenta figlie, nè si poterono liberare per due anni; Cardano osò dubitare che fosse causa di questi guai la mal'aria, e Delancre disse che questo dubbio era empio.

Quando più non v'ebbe lo stregamentovennero le convulsioni, che si moltiplicano anch'esse come i folletti: in un ospedale tutte le giovani avevano le convulsioni: non v'era rimedio: Boherave lo ha trovato. Fece porre in mezzo alla sala un braciere di carboni ardenti, e arroventativi entro alcuni ferri, chiamò uomini con tanaglie, e disse, che appena venivano le convulsioni tastassero le persone delle malate con que' ferri; le convulsioni non apparvero.

Fu più accorto un savio cappuccino, che fu l'ultimo guardiano nella casa di Pavia, come egli stesso piacevolmente mi narrò: egli trasse con molta disinvoltura dall'errore del fatturamento, non solo un paese, ma anche un buon parroco.

Resosi dunque il savio frate a tenere certe missioni in una parrocchia di campagna, il parroco gli disse d'avere molti suoi popolani indemoniati e che si raccomandava alle orazioni di lui, perchè potesse salvarli da tanta disgrazia. Il cappuccino che si vide alle mani un'occasione di liberare da un fatal pregiudiziomolte persone, disse, che di voglia lo avrebbe fatto, che in verità predicando, aveva sovente visti molti presi da improvvisi scuotimenti; ma non temesse ch'egli recava seco una tale reliquia che valeva a cacciare Belzebù con tutta la sua schiera se fossero ricovrati in un corpo solo.

Ne fu oltremodo contento il buon parroco e confidò a credenza con alcuni quella ventura, e in breve lo spirito malvagio invase nuove persone, giacché il possedimento è simile alle convulsioni che si propagano per simpatìa, e da lì a non molto la chiesa fu piena di ispiritati, ed ispecie donne, che incominciando colle convulsioni, terminarono con gridare ed urlare disperatamente. Il cappuccino come vide gli animi presi a questa follìa, pose di venirne a capo, e disse al parroco essere presto ad esorcizzare una di quelle donne, ove però fosse delle più fortemente possedute. Il parroco ne fe' venire una che avea voce di essere più d'ogni altra perseguitata dal demonio, e il missionario fattaselacadere ginocchioni dinanzi, annunziò che metteva fuori una reliquia di gran santità che aveva seco e tutti la ossequiassero; e trattala di sotto alle vesti, tenendola avvolta in un bianchissimo pannolino, la innalzava in vista di molta devozione. La spiritata che appena egli levò la mano colla reliquia, era stata presa da alcuni scuotimenti, come vide avvicinarsele l'esorcizzatore, incominciò dal mandar voci alte o lamentevoli, e parole latine ed altre più strane ancora, che alcuni meravigliando dicevano ebraiche. Il frate parve commosso di tanto, poichè asserì accorgersi chiudere quella sgraziata in petto uno spirito di prim'ordine, ma però non ismarrirsi, nè dubitare che alla forza della sua reliquia quel maledetto sarebbe fuggito.

Indi incominciava dal recitare a gran voce parole latine e nomi ebraici, e posto sul capo alla donna il suo talismano, imponeva al folletto, con tremende imprecazioni, di uscire da quel corpo ormai reso sacro per le sue benedizioni: imponevagli di uscire per la bocca,e la donna era presa da subito impeto di vomito; il frate imprecava, e diceva di vederlo già spuntar per le corna, e la paziente seguiva a scacciarlo con ogni potere: finalmente quando il frate scagliò l'ultima maledizione e disse che lo spirito se ne andava, ella stanca, sudata, anelante con un gran urlo il cacciò fuori, e sana alzatasi corse allegra fra le braccia del marito, mentre tutti gridavano al miracolo.

Io strabiliava a quel racconto e il cappuccino soggiunse di aver seco ancora quella reliquia possente, e levatala di tasca, come già usò col parroco e cogli altri che gli faceano intorno maravigliosa festa per l'ottenuto prodigio, me la mostrò: era la sua tabacchiera di corno. Io risi, e il valoroso cappuccino mi disse che siffatta lezione riescì di gran profitto a que' superstiziosi, e aggiunse che radunati i mariti, insegnò loro un altro rimedio possente contro il fatturamento; cioè che preparassero alcune buone verghe di sambuco, legno che sortì dalla natura una potenzademonifuga, perchè nel nome racchiude qualche parte di quello de' santi; ordinò loro che in qualunque ora le proprie donne fossero agitate dai demoni, le sferzassero pure con quelle sbracciatamente, nè badassero ai loro pianti, perchè esse non pativano, ma sibbene il demone, e proseguissero a sferzarle recitando qualche orazione. I mariti seguirono quel consiglio, e il nemico sloggiò da quella parrocchia in meno di quindici giorni: furono tolti da grave errore non solo i mariti, ma i più savj sacerdoti: tanto potè conseguire un cappuccino di spirito.


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