[295]si[296]Ai[297]Dei[298]Caro[299]debba[300]scerne[301]ad
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Dagli atrii[302]muscosi, dai Fori cadenti,Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor;Un volgo disperso repente si desta,Intende l’orecchio, solleva la testaPercosso da novo crescente romor.Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,Qual raggio di sole da nuvoli folti,Traluce de’[303]padri la fiera virtù:Ne’[304]guardi, ne’[305]volti confuso ed incertoSi mesce e discorda lo spregio soffertoCol misero orgoglio d’un tempo che fu.S’aduna voglioso, si sperde tremante,Per torti sentieri, con passo vagante,Fra tema e desire, s’avanza e ristà;E adocchia e rimira scorata e confusaDe’[306]crudi signori la turba diffusa,Che fugge dai brandi, che sosta non ha.Ansanti li vede, quai trepide fere,Irsuti per tema le fulve criniere,Le note latebre del covo cercar;E quivi, deposta l’usata minaccia,Le donne superbe, con pallida faccia,I figli pensosi pensose guatar.E sopra i fuggenti, con avido brando,Quai cani disciolti, correndo, frugando,Da ritta, da manca, guerrieri venir:Li vede, e rapito d’ignoto contento,Con l’agile speme precorre l’evento,E sogna la fine del duro servir.Udite! Quei forti che tengono il campo,Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,Son giunti da lunge, per aspri sentier:Sospeser le gioie[307]dei prandi[308]festosi,Assursero in fretta dai blandi riposi,Chiamati repente da squillo guerrier.Lasciâr nelle sale del tetto natioLe donne accorate, tornanti all’addio,A preghi e consigli che il pianto troncò:Han carca la fronte de’[309]pesti cimieri,Han poste le selle sui bruni corsieri,Volaron sul ponte che cupo sonò.A torme, di terra passarono in terra,Cantando giulive canzoni di guerra,Ma i dolci castelli pensando nel cor:Per valli petrose, per balzi dirotti,Vegliaron nell’arme le gelide notti,Membrando i fidati colloqui[310]d’amor.Gli oscuri perigli di stanze incresciose,Per greppi senz’orma le corse affannose,Il rigido impero, le fami durâr:Si vider le lance calate sui petti,A canto agli scudi, rasente agli elmetti,Udiron le frecce fischiando volar.E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D’un volgo straniero por fine al dolor?Tornate alle vostre superbe ruine,All’opere imbelli dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor.Il forte si mesce col vinto nemico,Col novo signore rimane l’antico;L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.Dividono i servi, dividon gli armenti;Si posano insieme sui campi cruentiD’un volgo disperso che nome non ha.
Dagli atrii[302]muscosi, dai Fori cadenti,Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor;Un volgo disperso repente si desta,Intende l’orecchio, solleva la testaPercosso da novo crescente romor.Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,Qual raggio di sole da nuvoli folti,Traluce de’[303]padri la fiera virtù:Ne’[304]guardi, ne’[305]volti confuso ed incertoSi mesce e discorda lo spregio soffertoCol misero orgoglio d’un tempo che fu.S’aduna voglioso, si sperde tremante,Per torti sentieri, con passo vagante,Fra tema e desire, s’avanza e ristà;E adocchia e rimira scorata e confusaDe’[306]crudi signori la turba diffusa,Che fugge dai brandi, che sosta non ha.Ansanti li vede, quai trepide fere,Irsuti per tema le fulve criniere,Le note latebre del covo cercar;E quivi, deposta l’usata minaccia,Le donne superbe, con pallida faccia,I figli pensosi pensose guatar.E sopra i fuggenti, con avido brando,Quai cani disciolti, correndo, frugando,Da ritta, da manca, guerrieri venir:Li vede, e rapito d’ignoto contento,Con l’agile speme precorre l’evento,E sogna la fine del duro servir.Udite! Quei forti che tengono il campo,Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,Son giunti da lunge, per aspri sentier:Sospeser le gioie[307]dei prandi[308]festosi,Assursero in fretta dai blandi riposi,Chiamati repente da squillo guerrier.Lasciâr nelle sale del tetto natioLe donne accorate, tornanti all’addio,A preghi e consigli che il pianto troncò:Han carca la fronte de’[309]pesti cimieri,Han poste le selle sui bruni corsieri,Volaron sul ponte che cupo sonò.A torme, di terra passarono in terra,Cantando giulive canzoni di guerra,Ma i dolci castelli pensando nel cor:Per valli petrose, per balzi dirotti,Vegliaron nell’arme le gelide notti,Membrando i fidati colloqui[310]d’amor.Gli oscuri perigli di stanze incresciose,Per greppi senz’orma le corse affannose,Il rigido impero, le fami durâr:Si vider le lance calate sui petti,A canto agli scudi, rasente agli elmetti,Udiron le frecce fischiando volar.E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D’un volgo straniero por fine al dolor?Tornate alle vostre superbe ruine,All’opere imbelli dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor.Il forte si mesce col vinto nemico,Col novo signore rimane l’antico;L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.Dividono i servi, dividon gli armenti;Si posano insieme sui campi cruentiD’un volgo disperso che nome non ha.
Dagli atrii[302]muscosi, dai Fori cadenti,Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor;Un volgo disperso repente si desta,Intende l’orecchio, solleva la testaPercosso da novo crescente romor.
Dagli atrii[302]muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor;
Un volgo disperso repente si desta,
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,Qual raggio di sole da nuvoli folti,Traluce de’[303]padri la fiera virtù:Ne’[304]guardi, ne’[305]volti confuso ed incertoSi mesce e discorda lo spregio soffertoCol misero orgoglio d’un tempo che fu.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’[303]padri la fiera virtù:
Ne’[304]guardi, ne’[305]volti confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.
S’aduna voglioso, si sperde tremante,Per torti sentieri, con passo vagante,Fra tema e desire, s’avanza e ristà;E adocchia e rimira scorata e confusaDe’[306]crudi signori la turba diffusa,Che fugge dai brandi, che sosta non ha.
S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’[306]crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.
Ansanti li vede, quai trepide fere,Irsuti per tema le fulve criniere,Le note latebre del covo cercar;E quivi, deposta l’usata minaccia,Le donne superbe, con pallida faccia,I figli pensosi pensose guatar.
Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti, con avido brando,Quai cani disciolti, correndo, frugando,Da ritta, da manca, guerrieri venir:Li vede, e rapito d’ignoto contento,Con l’agile speme precorre l’evento,E sogna la fine del duro servir.
E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.
Udite! Quei forti che tengono il campo,Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,Son giunti da lunge, per aspri sentier:Sospeser le gioie[307]dei prandi[308]festosi,Assursero in fretta dai blandi riposi,Chiamati repente da squillo guerrier.
Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie[307]dei prandi[308]festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciâr nelle sale del tetto natioLe donne accorate, tornanti all’addio,A preghi e consigli che il pianto troncò:Han carca la fronte de’[309]pesti cimieri,Han poste le selle sui bruni corsieri,Volaron sul ponte che cupo sonò.
Lasciâr nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’[309]pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.
A torme, di terra passarono in terra,Cantando giulive canzoni di guerra,Ma i dolci castelli pensando nel cor:Per valli petrose, per balzi dirotti,Vegliaron nell’arme le gelide notti,Membrando i fidati colloqui[310]d’amor.
A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui[310]d’amor.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,Per greppi senz’orma le corse affannose,Il rigido impero, le fami durâr:Si vider le lance calate sui petti,A canto agli scudi, rasente agli elmetti,Udiron le frecce fischiando volar.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr:
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.
E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D’un volgo straniero por fine al dolor?Tornate alle vostre superbe ruine,All’opere imbelli dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,Col novo signore rimane l’antico;L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.Dividono i servi, dividon gli armenti;Si posano insieme sui campi cruentiD’un volgo disperso che nome non ha.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.
[302]atrj[303]dei[304]Nei[305]nei[306]Dei[307]gioje[308]prandj[309]dei[310]colloquj
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[310]colloquj
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Giardino nel monastero di San Salvatore in Brescia.
ERMENGARDA, sostenuta da dueDONZELLE, ANSBERGA.
ERMENGARDA.Qui sotto il tiglio, qui.(s’adagia sur un sedile).Come è soaveQuesto raggio d’april! come si posaSulle[311]fronde nascenti! Intendo or comeTanto ricerchi il sol colui che, d’anniCarco, fuggir sente la vita!(alle Donzelle)A voiGrazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,Pago feste l’amor ch’oggi mi preseDi circondarmi ancor di queste aperteAure, ch’io prime respirai, del Mella;Sotto il mio cielo di sedermi, e tuttoVederlo ancor, fin dove il guardo arriva.—Dolce sorella, a Dio sacrata madre,Pietosa Ansberga!(le porge la mano: le Donzelle si ritirano:ANSBERGAsiede)—Di tue cure il fineS’appressa, e di mie pene. Oh! con misuraLe dispensa il Signor. Sento una paceStanca, foriera della tomba: incontroL’ora di Dio più non combatte questaMia giovinezza doma; e dolcemente,Più che sperato io non avrei, dal laccioL’anima, antica nel dolor, si solve.L’ultima grazia ora ti chiedo[312]: accogliLe solenni parole, i voti ascoltaDella morente, in cor li serba, e puriRendili un giorno a quei ch’io lascio in terra.—Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmiAccorata così. Di Dio, nol vedi?,Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terraPel dì che Brescia assaliran? per quandoUn tal nemico appresserà? che a questoIneffabile strazio Ei qui mi tenga?ANSBERGA.Cara infelice, non temer: lontaneDa noi son l’armi ancor: contra Verona,Contra Pavia, de’[313]re, dei fidi asilo,Tutte le forze sue quell’empio adopra;E, spero in Dio, non basteranno. Il nostroNobil cugin, l’ardito Baudo, il santoVescovo Ansvaldo, a queste mura intornoDel Benaco i guerrieri e delle valliHan radunati[314]; e immoti stanno, accintiA difesa mortal. Quando VeronaCada[315]e Pavia (Dio, nol consenti!) un novoLungo conflitto....ERMENGARDA.Io nol vedrò: discioltaGià d’ogni tema e d’ogni amor terreno,Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padreIo pregherò, per quell’amato Adelchi,Per te, per quei che soffrono, per quelliChe fan soffrir, per tutti.—Or tu raccogliLa mia mente suprema. Al padre, Ansberga,Ed al fratel, quando li veda[316]—oh questaGioia[317]negata non vi sia!—diraiChe, all’orlo estremo della vita, al puntoIn cui tutto s’obblia, grata e soaveSerbai memoria di quel dì, dell’attoCortese, allor che a me tremante, incerta,Steser le braccia risolute e pie,Nè una reietta[318]vergognar; diraiChe al trono del Signor, caldo, incessante,Per la vittoria lor stette il mio prego;E s’Ei non l’ode, alto consiglio è certoDi pietà più profonda; e ch’io morendoGli ho benedetti.—Indi, sorella... oh! questoNon mi negar!... trova un Fedel che possa,Quando che sia, dovunque, a quel feroceDi mia gente nemico approssimarsi....ANSBERGA.Carlo!ERMENGARDA.Tu l’hai nomato: e sì gli dica:Senza rancor passa Ermengarda: oggettoD’odio in terra non lascia, e di quel tantoCh’ella sofferse, Iddio scongiura, e speraCh’Egli a nessun conto ne chieda,[319]poiChe dalle mani sue tutto ella prese.Questo gli dica, e... se all’orecchio alteroTroppo acerba non giunge esta parola...Ch’io gli perdono.—Lo farai?ANSBERGA.L’estreme[320]Parole mie riceva il ciel, siccomeQueste tue mi son sacre.ERMENGARDA.Amata! e d’unaCosa ti prego ancor: della mia spoglia,Cui, mentre un soffio l’animò, sì largaFosti di cure, non ti sia ribrezzoPrender l’estrema; e la componi in pace.Questo anel che tu vedi alla mia manca,Scenda seco nell’urna: ei mi fu datoPresso all’altar, dinanzi a Dio. ModestaSia l’urna mia:—tutti siam polve; ed ioDi che mi posso gloriar?—ma portiDi regina le insegne: un sacro nodoMi fe’ regina: il don di Dio, nessunoRapir lo puote, il sai: come la vita,Dee la morte attestarlo.ANSBERGA.Oh! da te lungeQueste memorie dolorose!—AdempiIl sagrifizio; odi: di questo asilo,Ove ti addusse pellegrina Iddio,Cittadina divieni; e sia la casaDel tuo riposo tua. La sacra spogliaVesti, e lo spirto seco, e d’ogni umanaCosa l’obblìo.ERMENGARDA.Che mi proponi, Ansberga?Ch’io mentisca al Signor! Pensa ch’io vadoSposa dinanzi a Lui; sposa illibata,Ma d’un mortal.—Felici voi! feliceQualunque, sgombro di memorie il coreAl Re de’[321]regi offerse, e il santo veloSovra gli occhi posò, pria di fissarliIn fronte all’uom! Ma—d’altri io sono.ANSBERGA.Oh maiStata nol fossi!ERMENGARDA.Oh mai! ma quella via,Su cui ci pose il ciel, correrla interaConvien, qual ch’ella sia, fino all’estremo.—E, se all’annunzio di mia morte, un novoPensier di pentimento e di pietadeAssalisse quel cor? Se, per ammendaTarda, ma dolce ancor, la fredda spogliaEi richiedesse come sua, dovutaAlla tomba real?—Gli estinti, Ansberga,Talor de’[322]vivi son più forti assai.ANSBERGA.Oh! nol farà.ERMENGARDA.Tu pia, tu poni un frenoIngiurioso alla bontà di Lui,Che tocca i cor, che gode, in sua mercede,Far che ripari, chi lo fece, il torto?ANSBERGA.No, sventurata, ei nol farà.—Nol puote.ERMENGARDA.Come? perchè nol puote?ANSBERGA.O mia diletta,Non chieder oltre; obblìa.ERMENGARDA.Parla! alla tombaCon questo dubbio non mandarmi.ANSBERGA.Oh! l’empioIl suo delitto consumò.ERMENGARDA.Prosegui!ANSBERGA.Scaccialo[323]al tutto dal tuo cor. Di nuoveInique nozze ei si fe’ reo: sugli[324]occhiDegli uomini e di Dio, l’inverecondo,Come in trionfo, nel suo campo ei traggeQuella Ildegarde sua....(ERMENGARDAsviene)Tu impallidisci!Ermengarda! non m’odi? Oh ciel! sorelle,Accorrete! oh che feci!(entrano le due Donzelle e varie Suore)Oh! chi soccorsoLe dà? Vedete: il suo dolor l’uccide.PRIMA SUORA.Fa core; ella respira.SECONDA SUORA.O sventurata!A questa età, nata in tal loco, e tantoSoffrir!UNA DONZELLA.Dolce mia donna!PRIMA SUORA.Ecco le luciApre.ANSBERGA.Oh che sguardo! Ciel! che fia?ERMENGARDA.(in delirio)Scacciate[325]Quella donna, o scudieri! Oh! non vedeteCome s’avanza ardimentosa, e tentaPrender la mano al re?ANSBERGA.Svegliati: oh Dio!Non dir così; ritorna in te; respingi[326]Questi fantasmi; il nome santo invoca.ERMENGARDA.(in delirio)Carlo! non lo soffrir: lancia a costeiQuel tuo sguardo severo. Oh! tosto in fugaAndranne: io stessa, io sposa tua, non reaPur d’un pensiero, intraveder nol possoSenza tutta turbarmi.—Oh ciel! che vedo[327]?Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudeleScherzo; ei mi strazia, io nol sostengo.—O Carlo,Farmi morire di dolor, tu il puoi;Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giornoDolor ne avresti.—Amor tremendo è il mio.Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancoraNon tel mostrai: tu eri mio: securaNel mio gaudio io tacea; nè tutta maiQuesto labbro pudico osato avriaDirti l’ebbrezza[328]del mio cor segreto.—Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo,Come una serpe: il guardo suo m’uccide.—Sola e debol son io: non sei tu il mioUnico amico? Se fui tua, se alcunaDi me dolcezza avesti.... oh! non forzarmiA supplicar così dinanzi a questaTurba che mi deride.... Oh cielo! ei fugge!Nelle sue braccia!... io muoio[329]!...ANSBERGA.Oh! mi faraiTeco morir!ERMENGARDA.(in delirio)Dov’è Bertrada? io voglioQuella soave, quella pia. Bertrada!Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi,Che prima amai di questa casa, il sai?Parla a questa infelice: odio la voceD’ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto,Ma nelle braccia tue sento una vita,Un gaudio amaro che all’amor somiglia.—Lascia ch’io ti rimiri, e ch’io mi seggaQui presso a te: son così stanca![330]Io voglioStar presso a te; voglio occultar nel tuoGrembo la faccia, e piangere: con tecoPiangere io posso! Ah non partir! promettiDi non fuggir da me, fin ch’io mi leviInebbriata[331]del mio pianto. Oh! moltoDa tollerarmi non ti resta: e tantoMi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insiemeGiorni ridenti! Ti sovvien? varcammoMonti, fiumi e foreste; e ad ogni auroraCrescea la gioia[332]del destarsi. Oh giorni!No, non parlarne per pietà! Sa il cieloS’io mi credea che in cor mortal giammaiTanta gioia[333]capisse e tanto affanno!Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi?Chiamami figlia: a questo nome io sentoUna pienezza di martir, che il coreM’inonda, e il getta nell’obblìo.(ricade)ANSBERGA.TranquillaElla morìa!ERMENGARDA.(in delirio)Se fosse un sogno! e l’albaLo risolvesse in nebbia! e mi destassiMolle di pianto ed affannosa; e CarloLa cagion ne chiedesse, e, sorridendo,Di poca fè mi rampognasse!(ricade in letargo).ANSBERGA.O Donna[334]Del ciel, soccorri a questa afflitta!PRIMA SUORA.Oh! vedi:Torna la pace su quel volto; il coreSotto la man più non trabalza.ANSBERGA.O suora!Ermengarda! Ermengarda!ERMENGARDA.(riavendosi)Oh! chi mi chiama?ANSBERGA.Guardami; io sono Ansberga: a te d’intornoStan le donzelle tue, le suore pie,Che per la pace tua pregano.ERMENGARDA.Il cieloVi benedica.—Ah! sì: questi son voltiDi pace e d’amistà.—Da un tristo sognoIo mi risveglio.ANSBERGA.Misera! travaglioPiù che ristoro ti recò sì torbaQuiete.ERMENGARDA.È ver: tutta la lena è spenta.Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fidoMio letticciol[335]traetemi: l’estremaFatica è questa che[336]vi do; ma tutteSon contate lassù.—Moriamo in pace.Parlatemi di Dio: sento ch’Ei giunge.
ERMENGARDA.Qui sotto il tiglio, qui.(s’adagia sur un sedile).Come è soaveQuesto raggio d’april! come si posaSulle[311]fronde nascenti! Intendo or comeTanto ricerchi il sol colui che, d’anniCarco, fuggir sente la vita!(alle Donzelle)A voiGrazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,Pago feste l’amor ch’oggi mi preseDi circondarmi ancor di queste aperteAure, ch’io prime respirai, del Mella;Sotto il mio cielo di sedermi, e tuttoVederlo ancor, fin dove il guardo arriva.—Dolce sorella, a Dio sacrata madre,Pietosa Ansberga!(le porge la mano: le Donzelle si ritirano:ANSBERGAsiede)—Di tue cure il fineS’appressa, e di mie pene. Oh! con misuraLe dispensa il Signor. Sento una paceStanca, foriera della tomba: incontroL’ora di Dio più non combatte questaMia giovinezza doma; e dolcemente,Più che sperato io non avrei, dal laccioL’anima, antica nel dolor, si solve.L’ultima grazia ora ti chiedo[312]: accogliLe solenni parole, i voti ascoltaDella morente, in cor li serba, e puriRendili un giorno a quei ch’io lascio in terra.—Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmiAccorata così. Di Dio, nol vedi?,Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terraPel dì che Brescia assaliran? per quandoUn tal nemico appresserà? che a questoIneffabile strazio Ei qui mi tenga?ANSBERGA.Cara infelice, non temer: lontaneDa noi son l’armi ancor: contra Verona,Contra Pavia, de’[313]re, dei fidi asilo,Tutte le forze sue quell’empio adopra;E, spero in Dio, non basteranno. Il nostroNobil cugin, l’ardito Baudo, il santoVescovo Ansvaldo, a queste mura intornoDel Benaco i guerrieri e delle valliHan radunati[314]; e immoti stanno, accintiA difesa mortal. Quando VeronaCada[315]e Pavia (Dio, nol consenti!) un novoLungo conflitto....ERMENGARDA.Io nol vedrò: discioltaGià d’ogni tema e d’ogni amor terreno,Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padreIo pregherò, per quell’amato Adelchi,Per te, per quei che soffrono, per quelliChe fan soffrir, per tutti.—Or tu raccogliLa mia mente suprema. Al padre, Ansberga,Ed al fratel, quando li veda[316]—oh questaGioia[317]negata non vi sia!—diraiChe, all’orlo estremo della vita, al puntoIn cui tutto s’obblia, grata e soaveSerbai memoria di quel dì, dell’attoCortese, allor che a me tremante, incerta,Steser le braccia risolute e pie,Nè una reietta[318]vergognar; diraiChe al trono del Signor, caldo, incessante,Per la vittoria lor stette il mio prego;E s’Ei non l’ode, alto consiglio è certoDi pietà più profonda; e ch’io morendoGli ho benedetti.—Indi, sorella... oh! questoNon mi negar!... trova un Fedel che possa,Quando che sia, dovunque, a quel feroceDi mia gente nemico approssimarsi....ANSBERGA.Carlo!ERMENGARDA.Tu l’hai nomato: e sì gli dica:Senza rancor passa Ermengarda: oggettoD’odio in terra non lascia, e di quel tantoCh’ella sofferse, Iddio scongiura, e speraCh’Egli a nessun conto ne chieda,[319]poiChe dalle mani sue tutto ella prese.Questo gli dica, e... se all’orecchio alteroTroppo acerba non giunge esta parola...Ch’io gli perdono.—Lo farai?ANSBERGA.L’estreme[320]Parole mie riceva il ciel, siccomeQueste tue mi son sacre.ERMENGARDA.Amata! e d’unaCosa ti prego ancor: della mia spoglia,Cui, mentre un soffio l’animò, sì largaFosti di cure, non ti sia ribrezzoPrender l’estrema; e la componi in pace.Questo anel che tu vedi alla mia manca,Scenda seco nell’urna: ei mi fu datoPresso all’altar, dinanzi a Dio. ModestaSia l’urna mia:—tutti siam polve; ed ioDi che mi posso gloriar?—ma portiDi regina le insegne: un sacro nodoMi fe’ regina: il don di Dio, nessunoRapir lo puote, il sai: come la vita,Dee la morte attestarlo.ANSBERGA.Oh! da te lungeQueste memorie dolorose!—AdempiIl sagrifizio; odi: di questo asilo,Ove ti addusse pellegrina Iddio,Cittadina divieni; e sia la casaDel tuo riposo tua. La sacra spogliaVesti, e lo spirto seco, e d’ogni umanaCosa l’obblìo.ERMENGARDA.Che mi proponi, Ansberga?Ch’io mentisca al Signor! Pensa ch’io vadoSposa dinanzi a Lui; sposa illibata,Ma d’un mortal.—Felici voi! feliceQualunque, sgombro di memorie il coreAl Re de’[321]regi offerse, e il santo veloSovra gli occhi posò, pria di fissarliIn fronte all’uom! Ma—d’altri io sono.ANSBERGA.Oh maiStata nol fossi!ERMENGARDA.Oh mai! ma quella via,Su cui ci pose il ciel, correrla interaConvien, qual ch’ella sia, fino all’estremo.—E, se all’annunzio di mia morte, un novoPensier di pentimento e di pietadeAssalisse quel cor? Se, per ammendaTarda, ma dolce ancor, la fredda spogliaEi richiedesse come sua, dovutaAlla tomba real?—Gli estinti, Ansberga,Talor de’[322]vivi son più forti assai.ANSBERGA.Oh! nol farà.ERMENGARDA.Tu pia, tu poni un frenoIngiurioso alla bontà di Lui,Che tocca i cor, che gode, in sua mercede,Far che ripari, chi lo fece, il torto?ANSBERGA.No, sventurata, ei nol farà.—Nol puote.ERMENGARDA.Come? perchè nol puote?ANSBERGA.O mia diletta,Non chieder oltre; obblìa.ERMENGARDA.Parla! alla tombaCon questo dubbio non mandarmi.ANSBERGA.Oh! l’empioIl suo delitto consumò.ERMENGARDA.Prosegui!ANSBERGA.Scaccialo[323]al tutto dal tuo cor. Di nuoveInique nozze ei si fe’ reo: sugli[324]occhiDegli uomini e di Dio, l’inverecondo,Come in trionfo, nel suo campo ei traggeQuella Ildegarde sua....(ERMENGARDAsviene)Tu impallidisci!Ermengarda! non m’odi? Oh ciel! sorelle,Accorrete! oh che feci!(entrano le due Donzelle e varie Suore)Oh! chi soccorsoLe dà? Vedete: il suo dolor l’uccide.PRIMA SUORA.Fa core; ella respira.SECONDA SUORA.O sventurata!A questa età, nata in tal loco, e tantoSoffrir!UNA DONZELLA.Dolce mia donna!PRIMA SUORA.Ecco le luciApre.ANSBERGA.Oh che sguardo! Ciel! che fia?ERMENGARDA.(in delirio)Scacciate[325]Quella donna, o scudieri! Oh! non vedeteCome s’avanza ardimentosa, e tentaPrender la mano al re?ANSBERGA.Svegliati: oh Dio!Non dir così; ritorna in te; respingi[326]Questi fantasmi; il nome santo invoca.ERMENGARDA.(in delirio)Carlo! non lo soffrir: lancia a costeiQuel tuo sguardo severo. Oh! tosto in fugaAndranne: io stessa, io sposa tua, non reaPur d’un pensiero, intraveder nol possoSenza tutta turbarmi.—Oh ciel! che vedo[327]?Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudeleScherzo; ei mi strazia, io nol sostengo.—O Carlo,Farmi morire di dolor, tu il puoi;Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giornoDolor ne avresti.—Amor tremendo è il mio.Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancoraNon tel mostrai: tu eri mio: securaNel mio gaudio io tacea; nè tutta maiQuesto labbro pudico osato avriaDirti l’ebbrezza[328]del mio cor segreto.—Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo,Come una serpe: il guardo suo m’uccide.—Sola e debol son io: non sei tu il mioUnico amico? Se fui tua, se alcunaDi me dolcezza avesti.... oh! non forzarmiA supplicar così dinanzi a questaTurba che mi deride.... Oh cielo! ei fugge!Nelle sue braccia!... io muoio[329]!...ANSBERGA.Oh! mi faraiTeco morir!ERMENGARDA.(in delirio)Dov’è Bertrada? io voglioQuella soave, quella pia. Bertrada!Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi,Che prima amai di questa casa, il sai?Parla a questa infelice: odio la voceD’ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto,Ma nelle braccia tue sento una vita,Un gaudio amaro che all’amor somiglia.—Lascia ch’io ti rimiri, e ch’io mi seggaQui presso a te: son così stanca![330]Io voglioStar presso a te; voglio occultar nel tuoGrembo la faccia, e piangere: con tecoPiangere io posso! Ah non partir! promettiDi non fuggir da me, fin ch’io mi leviInebbriata[331]del mio pianto. Oh! moltoDa tollerarmi non ti resta: e tantoMi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insiemeGiorni ridenti! Ti sovvien? varcammoMonti, fiumi e foreste; e ad ogni auroraCrescea la gioia[332]del destarsi. Oh giorni!No, non parlarne per pietà! Sa il cieloS’io mi credea che in cor mortal giammaiTanta gioia[333]capisse e tanto affanno!Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi?Chiamami figlia: a questo nome io sentoUna pienezza di martir, che il coreM’inonda, e il getta nell’obblìo.(ricade)ANSBERGA.TranquillaElla morìa!ERMENGARDA.(in delirio)Se fosse un sogno! e l’albaLo risolvesse in nebbia! e mi destassiMolle di pianto ed affannosa; e CarloLa cagion ne chiedesse, e, sorridendo,Di poca fè mi rampognasse!(ricade in letargo).ANSBERGA.O Donna[334]Del ciel, soccorri a questa afflitta!PRIMA SUORA.Oh! vedi:Torna la pace su quel volto; il coreSotto la man più non trabalza.ANSBERGA.O suora!Ermengarda! Ermengarda!ERMENGARDA.(riavendosi)Oh! chi mi chiama?ANSBERGA.Guardami; io sono Ansberga: a te d’intornoStan le donzelle tue, le suore pie,Che per la pace tua pregano.ERMENGARDA.Il cieloVi benedica.—Ah! sì: questi son voltiDi pace e d’amistà.—Da un tristo sognoIo mi risveglio.ANSBERGA.Misera! travaglioPiù che ristoro ti recò sì torbaQuiete.ERMENGARDA.È ver: tutta la lena è spenta.Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fidoMio letticciol[335]traetemi: l’estremaFatica è questa che[336]vi do; ma tutteSon contate lassù.—Moriamo in pace.Parlatemi di Dio: sento ch’Ei giunge.
ERMENGARDA.
Qui sotto il tiglio, qui.
(s’adagia sur un sedile).
Come è soave
Questo raggio d’april! come si posa
Sulle[311]fronde nascenti! Intendo or come
Tanto ricerchi il sol colui che, d’anni
Carco, fuggir sente la vita!
(alle Donzelle)
A voi
Grazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,
Pago feste l’amor ch’oggi mi prese
Di circondarmi ancor di queste aperte
Aure, ch’io prime respirai, del Mella;
Sotto il mio cielo di sedermi, e tutto
Vederlo ancor, fin dove il guardo arriva.
—Dolce sorella, a Dio sacrata madre,
Pietosa Ansberga!
(le porge la mano: le Donzelle si ritirano:ANSBERGAsiede)
—Di tue cure il fine
S’appressa, e di mie pene. Oh! con misura
Le dispensa il Signor. Sento una pace
Stanca, foriera della tomba: incontro
L’ora di Dio più non combatte questa
Mia giovinezza doma; e dolcemente,
Più che sperato io non avrei, dal laccio
L’anima, antica nel dolor, si solve.
L’ultima grazia ora ti chiedo[312]: accogli
Le solenni parole, i voti ascolta
Della morente, in cor li serba, e puri
Rendili un giorno a quei ch’io lascio in terra.
—Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmi
Accorata così. Di Dio, nol vedi?,
Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terra
Pel dì che Brescia assaliran? per quando
Un tal nemico appresserà? che a questo
Ineffabile strazio Ei qui mi tenga?
ANSBERGA.
Cara infelice, non temer: lontane
Da noi son l’armi ancor: contra Verona,
Contra Pavia, de’[313]re, dei fidi asilo,
Tutte le forze sue quell’empio adopra;
E, spero in Dio, non basteranno. Il nostro
Nobil cugin, l’ardito Baudo, il santo
Vescovo Ansvaldo, a queste mura intorno
Del Benaco i guerrieri e delle valli
Han radunati[314]; e immoti stanno, accinti
A difesa mortal. Quando Verona
Cada[315]e Pavia (Dio, nol consenti!) un novo
Lungo conflitto....
ERMENGARDA.
Io nol vedrò: disciolta
Già d’ogni tema e d’ogni amor terreno,
Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padre
Io pregherò, per quell’amato Adelchi,
Per te, per quei che soffrono, per quelli
Che fan soffrir, per tutti.—Or tu raccogli
La mia mente suprema. Al padre, Ansberga,
Ed al fratel, quando li veda[316]—oh questa
Gioia[317]negata non vi sia!—dirai
Che, all’orlo estremo della vita, al punto
In cui tutto s’obblia, grata e soave
Serbai memoria di quel dì, dell’atto
Cortese, allor che a me tremante, incerta,
Steser le braccia risolute e pie,
Nè una reietta[318]vergognar; dirai
Che al trono del Signor, caldo, incessante,
Per la vittoria lor stette il mio prego;
E s’Ei non l’ode, alto consiglio è certo
Di pietà più profonda; e ch’io morendo
Gli ho benedetti.—Indi, sorella... oh! questo
Non mi negar!... trova un Fedel che possa,
Quando che sia, dovunque, a quel feroce
Di mia gente nemico approssimarsi....
ANSBERGA.
Carlo!
ERMENGARDA.
Tu l’hai nomato: e sì gli dica:
Senza rancor passa Ermengarda: oggetto
D’odio in terra non lascia, e di quel tanto
Ch’ella sofferse, Iddio scongiura, e spera
Ch’Egli a nessun conto ne chieda,[319]poi
Che dalle mani sue tutto ella prese.
Questo gli dica, e... se all’orecchio altero
Troppo acerba non giunge esta parola...
Ch’io gli perdono.—Lo farai?
ANSBERGA.
L’estreme[320]
Parole mie riceva il ciel, siccome
Queste tue mi son sacre.
ERMENGARDA.
Amata! e d’una
Cosa ti prego ancor: della mia spoglia,
Cui, mentre un soffio l’animò, sì larga
Fosti di cure, non ti sia ribrezzo
Prender l’estrema; e la componi in pace.
Questo anel che tu vedi alla mia manca,
Scenda seco nell’urna: ei mi fu dato
Presso all’altar, dinanzi a Dio. Modesta
Sia l’urna mia:—tutti siam polve; ed io
Di che mi posso gloriar?—ma porti
Di regina le insegne: un sacro nodo
Mi fe’ regina: il don di Dio, nessuno
Rapir lo puote, il sai: come la vita,
Dee la morte attestarlo.
ANSBERGA.
Oh! da te lunge
Queste memorie dolorose!—Adempi
Il sagrifizio; odi: di questo asilo,
Ove ti addusse pellegrina Iddio,
Cittadina divieni; e sia la casa
Del tuo riposo tua. La sacra spoglia
Vesti, e lo spirto seco, e d’ogni umana
Cosa l’obblìo.
ERMENGARDA.
Che mi proponi, Ansberga?
Ch’io mentisca al Signor! Pensa ch’io vado
Sposa dinanzi a Lui; sposa illibata,
Ma d’un mortal.—Felici voi! felice
Qualunque, sgombro di memorie il core
Al Re de’[321]regi offerse, e il santo velo
Sovra gli occhi posò, pria di fissarli
In fronte all’uom! Ma—d’altri io sono.
ANSBERGA.
Oh mai
Stata nol fossi!
ERMENGARDA.
Oh mai! ma quella via,
Su cui ci pose il ciel, correrla intera
Convien, qual ch’ella sia, fino all’estremo.
—E, se all’annunzio di mia morte, un novo
Pensier di pentimento e di pietade
Assalisse quel cor? Se, per ammenda
Tarda, ma dolce ancor, la fredda spoglia
Ei richiedesse come sua, dovuta
Alla tomba real?—Gli estinti, Ansberga,
Talor de’[322]vivi son più forti assai.
ANSBERGA.
Oh! nol farà.
ERMENGARDA.
Tu pia, tu poni un freno
Ingiurioso alla bontà di Lui,
Che tocca i cor, che gode, in sua mercede,
Far che ripari, chi lo fece, il torto?
ANSBERGA.
No, sventurata, ei nol farà.—Nol puote.
ERMENGARDA.
Come? perchè nol puote?
ANSBERGA.
O mia diletta,
Non chieder oltre; obblìa.
ERMENGARDA.
Parla! alla tomba
Con questo dubbio non mandarmi.
ANSBERGA.
Oh! l’empio
Il suo delitto consumò.
ERMENGARDA.
Prosegui!
ANSBERGA.
Scaccialo[323]al tutto dal tuo cor. Di nuove
Inique nozze ei si fe’ reo: sugli[324]occhi
Degli uomini e di Dio, l’inverecondo,
Come in trionfo, nel suo campo ei tragge
Quella Ildegarde sua....
(ERMENGARDAsviene)
Tu impallidisci!
Ermengarda! non m’odi? Oh ciel! sorelle,
Accorrete! oh che feci!
(entrano le due Donzelle e varie Suore)
Oh! chi soccorso
Le dà? Vedete: il suo dolor l’uccide.
PRIMA SUORA.
Fa core; ella respira.
SECONDA SUORA.
O sventurata!
A questa età, nata in tal loco, e tanto
Soffrir!
UNA DONZELLA.
Dolce mia donna!
PRIMA SUORA.
Ecco le luci
Apre.
ANSBERGA.
Oh che sguardo! Ciel! che fia?
ERMENGARDA.
(in delirio)
Scacciate[325]
Quella donna, o scudieri! Oh! non vedete
Come s’avanza ardimentosa, e tenta
Prender la mano al re?
ANSBERGA.
Svegliati: oh Dio!
Non dir così; ritorna in te; respingi[326]
Questi fantasmi; il nome santo invoca.
ERMENGARDA.
(in delirio)
Carlo! non lo soffrir: lancia a costei
Quel tuo sguardo severo. Oh! tosto in fuga
Andranne: io stessa, io sposa tua, non rea
Pur d’un pensiero, intraveder nol posso
Senza tutta turbarmi.—Oh ciel! che vedo[327]?
Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudele
Scherzo; ei mi strazia, io nol sostengo.—O Carlo,
Farmi morire di dolor, tu il puoi;
Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giorno
Dolor ne avresti.—Amor tremendo è il mio.
Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancora
Non tel mostrai: tu eri mio: secura
Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai
Questo labbro pudico osato avria
Dirti l’ebbrezza[328]del mio cor segreto.
—Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo,
Come una serpe: il guardo suo m’uccide.
—Sola e debol son io: non sei tu il mio
Unico amico? Se fui tua, se alcuna
Di me dolcezza avesti.... oh! non forzarmi
A supplicar così dinanzi a questa
Turba che mi deride.... Oh cielo! ei fugge!
Nelle sue braccia!... io muoio[329]!...
ANSBERGA.
Oh! mi farai
Teco morir!
ERMENGARDA.
(in delirio)
Dov’è Bertrada? io voglio
Quella soave, quella pia. Bertrada!
Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi,
Che prima amai di questa casa, il sai?
Parla a questa infelice: odio la voce
D’ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto,
Ma nelle braccia tue sento una vita,
Un gaudio amaro che all’amor somiglia.
—Lascia ch’io ti rimiri, e ch’io mi segga
Qui presso a te: son così stanca![330]Io voglio
Star presso a te; voglio occultar nel tuo
Grembo la faccia, e piangere: con teco
Piangere io posso! Ah non partir! prometti
Di non fuggir da me, fin ch’io mi levi
Inebbriata[331]del mio pianto. Oh! molto
Da tollerarmi non ti resta: e tanto
Mi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insieme
Giorni ridenti! Ti sovvien? varcammo
Monti, fiumi e foreste; e ad ogni aurora
Crescea la gioia[332]del destarsi. Oh giorni!
No, non parlarne per pietà! Sa il cielo
S’io mi credea che in cor mortal giammai
Tanta gioia[333]capisse e tanto affanno!
Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi?
Chiamami figlia: a questo nome io sento
Una pienezza di martir, che il core
M’inonda, e il getta nell’obblìo.
(ricade)
ANSBERGA.
Tranquilla
Ella morìa!
ERMENGARDA.
(in delirio)
Se fosse un sogno! e l’alba
Lo risolvesse in nebbia! e mi destassi
Molle di pianto ed affannosa; e Carlo
La cagion ne chiedesse, e, sorridendo,
Di poca fè mi rampognasse!
(ricade in letargo).
ANSBERGA.
O Donna[334]
Del ciel, soccorri a questa afflitta!
PRIMA SUORA.
Oh! vedi:
Torna la pace su quel volto; il core
Sotto la man più non trabalza.
ANSBERGA.
O suora!
Ermengarda! Ermengarda!
ERMENGARDA.
(riavendosi)
Oh! chi mi chiama?
ANSBERGA.
Guardami; io sono Ansberga: a te d’intorno
Stan le donzelle tue, le suore pie,
Che per la pace tua pregano.
ERMENGARDA.
Il cielo
Vi benedica.—Ah! sì: questi son volti
Di pace e d’amistà.—Da un tristo sogno
Io mi risveglio.
ANSBERGA.
Misera! travaglio
Più che ristoro ti recò sì torba
Quiete.
ERMENGARDA.
È ver: tutta la lena è spenta.
Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fido
Mio letticciol[335]traetemi: l’estrema
Fatica è questa che[336]vi do; ma tutte
Son contate lassù.—Moriamo in pace.
Parlatemi di Dio: sento ch’Ei giunge.
[311]Su le[312]chieggo[313]dei[314]ragunati[315]Caggia[316]veggia[317]Gioja[318]rejetta[319]chiegga[320]Le estreme[321]dei[322]dei[323]Caccialo[324]su gli[325]Cacciate[326]rispingi[327]veggio[328]ebrezza[329]muojo[330]sì stanca io sono![331]Inebriata[332]gioja[333]gioja[334]donna[335]letticciuol[336]ch’io
[311]Su le
[311]Su le
[312]chieggo
[312]chieggo
[313]dei
[313]dei
[314]ragunati
[314]ragunati
[315]Caggia
[315]Caggia
[316]veggia
[316]veggia
[317]Gioja
[317]Gioja
[318]rejetta
[318]rejetta
[319]chiegga
[319]chiegga
[320]Le estreme
[320]Le estreme
[321]dei
[321]dei
[322]dei
[322]dei
[323]Caccialo
[323]Caccialo
[324]su gli
[324]su gli
[325]Cacciate
[325]Cacciate
[326]rispingi
[326]rispingi
[327]veggio
[327]veggio
[328]ebrezza
[328]ebrezza
[329]muojo
[329]muojo
[330]sì stanca io sono!
[330]sì stanca io sono!
[331]Inebriata
[331]Inebriata
[332]gioja
[332]gioja
[333]gioja
[333]gioja
[334]donna
[334]donna
[335]letticciuol
[335]letticciuol
[336]ch’io
[336]ch’io
Sparsa le trecce morbideSull’[337]affannoso petto,Lenta le palme, e roridaDi morte il bianco aspetto,Giace la pia, col tremoloSguardo[338]cercando il ciel.Cessa il compianto: unanimeS’innalza una preghiera:Calata in su la gelidaFronte, una[339]man leggieraSulla[340]pupilla cerulaStende l’estremo vel.Sgombra, o gentil, dall’ansiaMente i terrestri ardori;Leva all’Eterno un candidoPensier d’offerta, e muori:Fuor della vita è il termineDel lungo tuo martir.Tal della mesta, immobileEra quaggiuso il fato:Sempre un obblìo di chiedereChe le saria negato;E al Dio de’[341]santi ascendere,Santa del suo patir.Ahi! nelle insonni tenebre,Pei claustri solitari,Tra[342]il canto delle vergini,Ai supplicati altari,Sempre al pensier tornavanoGl’irrevocati[343]dì;Quando ancor cara, improvidaD’un avvenir mal fido,Ebbra[344]spirò le vivideAure del Franco lido,E tra[345]le nuore SalicheInvidiata uscì:Quando da un poggio aereo,Il biondo crin gemmata,Vedea nel pian discorrereLa caccia affaccendata,E sulle[346]sciolte rediniChino il chiomato sir;E dietro a lui la furiaDe’[347]corridor fumanti;E lo sbandarsi, e il rapidoRedir dei veltri ansanti;E dai tentati triboliL’irto cinghiale uscir;E la battuta polvereRigar di sangue, coltoDal regio stral: la teneraAlle donzelle il voltoVolgea[348]repente, pallidaD’amabile terror.Oh Mosa errante! oh tepidiLavacri d’Aquisgrano!Ove, deposta l’orridaMaglia, il guerrier sovranoScendea del campo a tergereIl nobile sudor!Come rugiada al cespiteDell’erba inaridita,Fresca negli arsi calamiFa rifluir la vita,Che verdi ancor risorgonoNel temperato albor;Tale al pensier, cui l’empiaVirtù d’amor fatica,Discende il refrigerioD’una parola amica,E il cor diverte ai placidiGaudii d’un altro amor.Ma come il sol che reduceL’erta infocata ascende,E con la vampa assiduaL’immobil aura incende,Risorti appena i graciliSteli riarde al suol;Ratto così dal tenueObblìo torna immortaleL’amor sopito, e l’animaImpaurita assale,E le sviate immaginiRichiama al noto duol.Sgombra, o gentil, dall’ansiaMente i terrestri ardori;Leva all’Eterno un candidoPensier d’offerta, e muori:Nel suol che dee la teneraTua spoglia ricoprir,Altre infelici dormono,Che il duol consunse; orbateSpose dal brando, e verginiIndarno fidanzate;Madri che i nati videroTrafitti impallidir.Te dalla rea progenieDegli oppressor discesa,Cui fu prodezza il numero,Cui fu ragion l’offesa,E dritto il sangue, e gloriaIl non aver pietà,Te collocò la providaSventura in fra gli oppressi:Muori compianta e placida;Scendi a dormir con essi:Alle incolpate ceneriNessuno insulterà.Muori; e la faccia esanimeSi ricomponga in pace;Com’era allor che improvidaD’un avvenir fallace,Lievi pensier virgineiSolo pingea. CosìDalle squarciate nuvoleSi svolge[349]il sol cadente,E, dietro il monte, imporporaIl trepido occidente:Al pio colono augurioDi più sereno dì.
Sparsa le trecce morbideSull’[337]affannoso petto,Lenta le palme, e roridaDi morte il bianco aspetto,Giace la pia, col tremoloSguardo[338]cercando il ciel.Cessa il compianto: unanimeS’innalza una preghiera:Calata in su la gelidaFronte, una[339]man leggieraSulla[340]pupilla cerulaStende l’estremo vel.Sgombra, o gentil, dall’ansiaMente i terrestri ardori;Leva all’Eterno un candidoPensier d’offerta, e muori:Fuor della vita è il termineDel lungo tuo martir.Tal della mesta, immobileEra quaggiuso il fato:Sempre un obblìo di chiedereChe le saria negato;E al Dio de’[341]santi ascendere,Santa del suo patir.Ahi! nelle insonni tenebre,Pei claustri solitari,Tra[342]il canto delle vergini,Ai supplicati altari,Sempre al pensier tornavanoGl’irrevocati[343]dì;Quando ancor cara, improvidaD’un avvenir mal fido,Ebbra[344]spirò le vivideAure del Franco lido,E tra[345]le nuore SalicheInvidiata uscì:Quando da un poggio aereo,Il biondo crin gemmata,Vedea nel pian discorrereLa caccia affaccendata,E sulle[346]sciolte rediniChino il chiomato sir;E dietro a lui la furiaDe’[347]corridor fumanti;E lo sbandarsi, e il rapidoRedir dei veltri ansanti;E dai tentati triboliL’irto cinghiale uscir;E la battuta polvereRigar di sangue, coltoDal regio stral: la teneraAlle donzelle il voltoVolgea[348]repente, pallidaD’amabile terror.Oh Mosa errante! oh tepidiLavacri d’Aquisgrano!Ove, deposta l’orridaMaglia, il guerrier sovranoScendea del campo a tergereIl nobile sudor!Come rugiada al cespiteDell’erba inaridita,Fresca negli arsi calamiFa rifluir la vita,Che verdi ancor risorgonoNel temperato albor;Tale al pensier, cui l’empiaVirtù d’amor fatica,Discende il refrigerioD’una parola amica,E il cor diverte ai placidiGaudii d’un altro amor.Ma come il sol che reduceL’erta infocata ascende,E con la vampa assiduaL’immobil aura incende,Risorti appena i graciliSteli riarde al suol;Ratto così dal tenueObblìo torna immortaleL’amor sopito, e l’animaImpaurita assale,E le sviate immaginiRichiama al noto duol.Sgombra, o gentil, dall’ansiaMente i terrestri ardori;Leva all’Eterno un candidoPensier d’offerta, e muori:Nel suol che dee la teneraTua spoglia ricoprir,Altre infelici dormono,Che il duol consunse; orbateSpose dal brando, e verginiIndarno fidanzate;Madri che i nati videroTrafitti impallidir.Te dalla rea progenieDegli oppressor discesa,Cui fu prodezza il numero,Cui fu ragion l’offesa,E dritto il sangue, e gloriaIl non aver pietà,Te collocò la providaSventura in fra gli oppressi:Muori compianta e placida;Scendi a dormir con essi:Alle incolpate ceneriNessuno insulterà.Muori; e la faccia esanimeSi ricomponga in pace;Com’era allor che improvidaD’un avvenir fallace,Lievi pensier virgineiSolo pingea. CosìDalle squarciate nuvoleSi svolge[349]il sol cadente,E, dietro il monte, imporporaIl trepido occidente:Al pio colono augurioDi più sereno dì.
Sparsa le trecce morbideSull’[337]affannoso petto,Lenta le palme, e roridaDi morte il bianco aspetto,Giace la pia, col tremoloSguardo[338]cercando il ciel.
Sparsa le trecce morbide
Sull’[337]affannoso petto,
Lenta le palme, e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Sguardo[338]cercando il ciel.
Cessa il compianto: unanimeS’innalza una preghiera:Calata in su la gelidaFronte, una[339]man leggieraSulla[340]pupilla cerulaStende l’estremo vel.
Cessa il compianto: unanime
S’innalza una preghiera:
Calata in su la gelida
Fronte, una[339]man leggiera
Sulla[340]pupilla cerula
Stende l’estremo vel.
Sgombra, o gentil, dall’ansiaMente i terrestri ardori;Leva all’Eterno un candidoPensier d’offerta, e muori:Fuor della vita è il termineDel lungo tuo martir.
Sgombra, o gentil, dall’ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all’Eterno un candido
Pensier d’offerta, e muori:
Fuor della vita è il termine
Del lungo tuo martir.
Tal della mesta, immobileEra quaggiuso il fato:Sempre un obblìo di chiedereChe le saria negato;E al Dio de’[341]santi ascendere,Santa del suo patir.
Tal della mesta, immobile
Era quaggiuso il fato:
Sempre un obblìo di chiedere
Che le saria negato;
E al Dio de’[341]santi ascendere,
Santa del suo patir.
Ahi! nelle insonni tenebre,Pei claustri solitari,Tra[342]il canto delle vergini,Ai supplicati altari,Sempre al pensier tornavanoGl’irrevocati[343]dì;
Ahi! nelle insonni tenebre,
Pei claustri solitari,
Tra[342]il canto delle vergini,
Ai supplicati altari,
Sempre al pensier tornavano
Gl’irrevocati[343]dì;
Quando ancor cara, improvidaD’un avvenir mal fido,Ebbra[344]spirò le vivideAure del Franco lido,E tra[345]le nuore SalicheInvidiata uscì:
Quando ancor cara, improvida
D’un avvenir mal fido,
Ebbra[344]spirò le vivide
Aure del Franco lido,
E tra[345]le nuore Saliche
Invidiata uscì:
Quando da un poggio aereo,Il biondo crin gemmata,Vedea nel pian discorrereLa caccia affaccendata,E sulle[346]sciolte rediniChino il chiomato sir;
Quando da un poggio aereo,
Il biondo crin gemmata,
Vedea nel pian discorrere
La caccia affaccendata,
E sulle[346]sciolte redini
Chino il chiomato sir;
E dietro a lui la furiaDe’[347]corridor fumanti;E lo sbandarsi, e il rapidoRedir dei veltri ansanti;E dai tentati triboliL’irto cinghiale uscir;
E dietro a lui la furia
De’[347]corridor fumanti;
E lo sbandarsi, e il rapido
Redir dei veltri ansanti;
E dai tentati triboli
L’irto cinghiale uscir;
E la battuta polvereRigar di sangue, coltoDal regio stral: la teneraAlle donzelle il voltoVolgea[348]repente, pallidaD’amabile terror.
E la battuta polvere
Rigar di sangue, colto
Dal regio stral: la tenera
Alle donzelle il volto
Volgea[348]repente, pallida
D’amabile terror.
Oh Mosa errante! oh tepidiLavacri d’Aquisgrano!Ove, deposta l’orridaMaglia, il guerrier sovranoScendea del campo a tergereIl nobile sudor!
Oh Mosa errante! oh tepidi
Lavacri d’Aquisgrano!
Ove, deposta l’orrida
Maglia, il guerrier sovrano
Scendea del campo a tergere
Il nobile sudor!
Come rugiada al cespiteDell’erba inaridita,Fresca negli arsi calamiFa rifluir la vita,Che verdi ancor risorgonoNel temperato albor;
Come rugiada al cespite
Dell’erba inaridita,
Fresca negli arsi calami
Fa rifluir la vita,
Che verdi ancor risorgono
Nel temperato albor;
Tale al pensier, cui l’empiaVirtù d’amor fatica,Discende il refrigerioD’una parola amica,E il cor diverte ai placidiGaudii d’un altro amor.
Tale al pensier, cui l’empia
Virtù d’amor fatica,
Discende il refrigerio
D’una parola amica,
E il cor diverte ai placidi
Gaudii d’un altro amor.
Ma come il sol che reduceL’erta infocata ascende,E con la vampa assiduaL’immobil aura incende,Risorti appena i graciliSteli riarde al suol;
Ma come il sol che reduce
L’erta infocata ascende,
E con la vampa assidua
L’immobil aura incende,
Risorti appena i gracili
Steli riarde al suol;
Ratto così dal tenueObblìo torna immortaleL’amor sopito, e l’animaImpaurita assale,E le sviate immaginiRichiama al noto duol.
Ratto così dal tenue
Obblìo torna immortale
L’amor sopito, e l’anima
Impaurita assale,
E le sviate immagini
Richiama al noto duol.
Sgombra, o gentil, dall’ansiaMente i terrestri ardori;Leva all’Eterno un candidoPensier d’offerta, e muori:Nel suol che dee la teneraTua spoglia ricoprir,
Sgombra, o gentil, dall’ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all’Eterno un candido
Pensier d’offerta, e muori:
Nel suol che dee la tenera
Tua spoglia ricoprir,
Altre infelici dormono,Che il duol consunse; orbateSpose dal brando, e verginiIndarno fidanzate;Madri che i nati videroTrafitti impallidir.
Altre infelici dormono,
Che il duol consunse; orbate
Spose dal brando, e vergini
Indarno fidanzate;
Madri che i nati videro
Trafitti impallidir.
Te dalla rea progenieDegli oppressor discesa,Cui fu prodezza il numero,Cui fu ragion l’offesa,E dritto il sangue, e gloriaIl non aver pietà,
Te dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l’offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la providaSventura in fra gli oppressi:Muori compianta e placida;Scendi a dormir con essi:Alle incolpate ceneriNessuno insulterà.
Te collocò la provida
Sventura in fra gli oppressi:
Muori compianta e placida;
Scendi a dormir con essi:
Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanimeSi ricomponga in pace;Com’era allor che improvidaD’un avvenir fallace,Lievi pensier virgineiSolo pingea. Così
Muori; e la faccia esanime
Si ricomponga in pace;
Com’era allor che improvida
D’un avvenir fallace,
Lievi pensier virginei
Solo pingea. Così
Dalle squarciate nuvoleSi svolge[349]il sol cadente,E, dietro il monte, imporporaIl trepido occidente:Al pio colono augurioDi più sereno dì.
Dalle squarciate nuvole
Si svolge[349]il sol cadente,
E, dietro il monte, imporpora
Il trepido occidente:
Al pio colono augurio
Di più sereno dì.
[337]Su l’[338]Guardo[339]Fronte una[340]Su la[341]dei[342]Fra[343]Gli irrevocati[344]Ebra[345]fra[346]su le[347]Dei[348]Torcea[349]svolve
[337]Su l’
[337]Su l’
[338]Guardo
[338]Guardo
[339]Fronte una
[339]Fronte una
[340]Su la
[340]Su la
[341]dei
[341]dei
[342]Fra
[342]Fra
[343]Gli irrevocati
[343]Gli irrevocati
[344]Ebra
[344]Ebra
[345]fra
[345]fra
[346]su le
[346]su le
[347]Dei
[347]Dei
[348]Torcea
[348]Torcea
[349]svolve
[349]svolve
Notte.—Interno d’un battifredo sulle[350]mura di Pavia. Un’armatura nel mezzo.
GUNTIGI, AMRI.
GUNTIGI.Amri, sovvienti di Spoleti?AMRI.E possoObbliarlo, signor?GUNTIGI.D’allor che, mortoIl tuo signor, solo, dai nostri cinto,Senza difesa rimanesti? AlzataSul tuo capo la scure, un furibondoGià la calava; io lo ritenni; ai piediTu mi cadesti, e ti gridasti mio.Che mi giuravi?AMRI.Ubbidienza[351]e fede,Fino alla morte.—O mio signor, falsatoHo il giuro mai?GUNTIGI.No; ma l’istante è giuntoChe tu lo illustri con la prova.AMRI.Imponi.GUNTIGI.Tocca quest’armi consacrate, e giuraChe il mio comando eseguirai; che mai,Nè per timor nè per lusinghe, fia,[352]Mai, dal tuo labbro rivelato.AMRI.(ponendo le mani sull’armi)Il giuro:E, se quandunque mentirò, mendicoAndarne io possa, non portar più scudo,Divenir servo d’un Romano.GUNTIGI.Ascolta.A me commessa delle mura, il sai,È la custodia; io qui comando, e a nulloUbbidisco[353]che al re. Su questo spaltoIo ti pongo a vedetta, e quindi ogn’altroGuerriero allontanai. Tendi l’orecchio,E osserva[354]al lume della luna; al mezzoQuando la notte fia, cheto vedraiAlle mura un armato avvicinarsi:Svarto ei sarà... Perché così mi guardi[355]Attonito? egli[356]è Svarto, un che tra[357]noiEra da men di te; che ora tra i FranchiIn alto sta, sol perchè seppe accortoE segreto servir. Ti basti intanto,Che amico viene al tuo signor costui.Col pomo della spada in sullo[358]scudoSommessamente ei picchierà: tre volteGli renderai lo stesso segno. Al muroUna scala ei porrà: quando fia posta,Ripeti il segno; ei saliravvi: a questoBattifredo lo scorgi, e a guardia pontiQui fuor: se un passo,[359]se un respiro ascolti,[360]Entra ed avvisa.AMRI.Come imponi, io tuttoFarò.GUNTIGI.Tu servi a gran disegno, e grandeFia il premio.(AMRIparte).
GUNTIGI.Amri, sovvienti di Spoleti?AMRI.E possoObbliarlo, signor?GUNTIGI.D’allor che, mortoIl tuo signor, solo, dai nostri cinto,Senza difesa rimanesti? AlzataSul tuo capo la scure, un furibondoGià la calava; io lo ritenni; ai piediTu mi cadesti, e ti gridasti mio.Che mi giuravi?AMRI.Ubbidienza[351]e fede,Fino alla morte.—O mio signor, falsatoHo il giuro mai?GUNTIGI.No; ma l’istante è giuntoChe tu lo illustri con la prova.AMRI.Imponi.GUNTIGI.Tocca quest’armi consacrate, e giuraChe il mio comando eseguirai; che mai,Nè per timor nè per lusinghe, fia,[352]Mai, dal tuo labbro rivelato.AMRI.(ponendo le mani sull’armi)Il giuro:E, se quandunque mentirò, mendicoAndarne io possa, non portar più scudo,Divenir servo d’un Romano.GUNTIGI.Ascolta.A me commessa delle mura, il sai,È la custodia; io qui comando, e a nulloUbbidisco[353]che al re. Su questo spaltoIo ti pongo a vedetta, e quindi ogn’altroGuerriero allontanai. Tendi l’orecchio,E osserva[354]al lume della luna; al mezzoQuando la notte fia, cheto vedraiAlle mura un armato avvicinarsi:Svarto ei sarà... Perché così mi guardi[355]Attonito? egli[356]è Svarto, un che tra[357]noiEra da men di te; che ora tra i FranchiIn alto sta, sol perchè seppe accortoE segreto servir. Ti basti intanto,Che amico viene al tuo signor costui.Col pomo della spada in sullo[358]scudoSommessamente ei picchierà: tre volteGli renderai lo stesso segno. Al muroUna scala ei porrà: quando fia posta,Ripeti il segno; ei saliravvi: a questoBattifredo lo scorgi, e a guardia pontiQui fuor: se un passo,[359]se un respiro ascolti,[360]Entra ed avvisa.AMRI.Come imponi, io tuttoFarò.GUNTIGI.Tu servi a gran disegno, e grandeFia il premio.(AMRIparte).
GUNTIGI.
Amri, sovvienti di Spoleti?
AMRI.
E posso
Obbliarlo, signor?
GUNTIGI.
D’allor che, morto
Il tuo signor, solo, dai nostri cinto,
Senza difesa rimanesti? Alzata
Sul tuo capo la scure, un furibondo
Già la calava; io lo ritenni; ai piedi
Tu mi cadesti, e ti gridasti mio.
Che mi giuravi?
AMRI.
Ubbidienza[351]e fede,
Fino alla morte.—O mio signor, falsato
Ho il giuro mai?
GUNTIGI.
No; ma l’istante è giunto
Che tu lo illustri con la prova.
AMRI.
Imponi.
GUNTIGI.
Tocca quest’armi consacrate, e giura
Che il mio comando eseguirai; che mai,
Nè per timor nè per lusinghe, fia,[352]
Mai, dal tuo labbro rivelato.
AMRI.
(ponendo le mani sull’armi)
Il giuro:
E, se quandunque mentirò, mendico
Andarne io possa, non portar più scudo,
Divenir servo d’un Romano.
GUNTIGI.
Ascolta.
A me commessa delle mura, il sai,
È la custodia; io qui comando, e a nullo
Ubbidisco[353]che al re. Su questo spalto
Io ti pongo a vedetta, e quindi ogn’altro
Guerriero allontanai. Tendi l’orecchio,
E osserva[354]al lume della luna; al mezzo
Quando la notte fia, cheto vedrai
Alle mura un armato avvicinarsi:
Svarto ei sarà... Perché così mi guardi[355]
Attonito? egli[356]è Svarto, un che tra[357]noi
Era da men di te; che ora tra i Franchi
In alto sta, sol perchè seppe accorto
E segreto servir. Ti basti intanto,
Che amico viene al tuo signor costui.
Col pomo della spada in sullo[358]scudo
Sommessamente ei picchierà: tre volte
Gli renderai lo stesso segno. Al muro
Una scala ei porrà: quando fia posta,
Ripeti il segno; ei saliravvi: a questo
Battifredo lo scorgi, e a guardia ponti
Qui fuor: se un passo,[359]se un respiro ascolti,[360]
Entra ed avvisa.
AMRI.
Come imponi, io tutto
Farò.
GUNTIGI.
Tu servi a gran disegno, e grande
Fia il premio.
(AMRIparte).