ATTO SECONDO.

[148]ufficio,[149]Franca... Longobarda... Franche...[150]istessi[151]caggia[152]in prima

[148]ufficio,

[148]ufficio,

[149]Franca... Longobarda... Franche...

[149]Franca... Longobarda... Franche...

[150]istessi

[150]istessi

[151]caggia

[151]caggia

[152]in prima

[152]in prima

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.Adelchi,Che pensiero era il tuo? Tutta PaviaFar di nostr’onta testimon volevi?E la ria moltitudine a goderne,Come a festa, invitar? DimenticastiChe ancor son vivi, che ci stan d’intornoQuei che le parti sostenean di Rachi,Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?Nemici ascosi, aperti un tempo; a cuiL’abbattimento delle nostre frontiÈ conforto e vendetta!ADELCHI.Oh prezzo amaroDel regno! oh stato, del costor, di quelloDe’ soggetti più rio! se anche il lor guardoTemer ci è forza, ed occultar la frontePer la vergogna; e se non ci è concesso,Alla faccia del sol, d’una dilettaLa sventura onorar!DESIDERIO.Quando all’oltraggioPari fia la mercè, quando la macchiaFia lavata col sangue; allor, depostiI vestimenti del dolor, dall’ombreLa mia figlia uscirà: figlia e sorellaNon indarno di re, sovra la follaAmmiratrice, leverà la fronteBella di gloria e di vendetta.—E il giornoLunge non è; l’arme, io la tengo; e Carlo,Ei me la die’: la vedova infeliceDel fratel suo, di cui con arti iniqueEi successor si feo, quella GerbergaChe a noi chiese un asilo, e i figli all’ombraDel nostro soglio ricovrò. Quei figliNoi condurremo al Tebro, e per corteggioUn esercito avranno: al Pastor sommoComanderem che le innocenti testeUnga, e sovr’esse proferisca i preghiChe danno ai Franchi un re. Sul Franco suoloLi porterem, dov’ebbe regno il padre,Ove han fautori a torme, ove sopitaMa non estinta in mille petti è l’iraContro l’iniquo usurpator.ADELCHI.Ma incertaÈ la risposta d’Adrian? di luiChe stretto a Carlo di cotanti nodi,Voce udir non gli fa che di lusingaE di lode non sia, voce di padreChe benedice? A lui vittoria e regnoE gloria, a lui l’alto favor di PieroPromette e prega; e in questo punto ancoraI suoi legati accoglie, e contro[153]noiCerto gl’implora; contro[154]noi la terraE il santuario di querele assordaPer le città rapite.DESIDERIO.Ebben, ricusi:Nemico aperto ei fia; questa incresciosaGuerra eterna di lagni e di messaggiE di trame fia tronca; e quella al fineComincerà dei brandi: e dubbia alloraLa vittoria esser può? Quel dì che indarnoI nostri padri sospirar, serbatoÈ a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto,Supplice invan, delle terrene spadeDisarmato per sempre, ai santi studiAdrian tornerà; re delle preci,Signor del Sacrifizio,[155]il soglio a noiSgombro darà.ADELCHI.Debellator de’ Greci,E terror de’ ribelli, uso a non maiTornar che dopo la vittoria, innanziAlla tomba di Pier due volte AstolfoPiegò l’insegne,[156]e si fuggì; due volteDell’antico pontefice la destra,Che pace offrìa, respinse, e sordo stetteAll’impotente gemito. Oltre l’Alpe[157]Fu quel gemito udito:[158]a vendicarloPipin due volte le varcò: que’ FranchiDa noi soccorsi tante volte e vinti,Dettaro i patti qui. Veggo[159]da questaReggia il pian vergognoso ove le tendeAbborrite sorgean, dove scorreaL’ugna de’ Franchi corridor.DESIDERIO.Che parliOr tu d’Astolfo e di Pipin? SotterraGiacciono entrambi: altri mortali han regno,Altri tempi si volgono, branditeSono altre spade. Eh! se il guerrier che il capoAl primo rischio offerse, e il muro ascese,Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,E disperar? Questi i consigli sonoDel mio figliuol? Quel mio superbo AdelchiDov’è, che imberbe ancor vide SpoletiRovinoso venir, qual su la predaGiovinetto sparviero, e nella strageSpensierato tuffarsi, e su la turbaDe’ combattenti sfolgorar, siccomeLo sposo nel convito? Insiem col vintoDuca ribelle ei ritornò: sul campo,Consorte al regno il chiesi; un grido sorse[160]Di consenso e di plauso, e nella destra—Tremenda allor—l’asta real fu posta.Ed or quel desso altro veder che inciampiE sventure non sa? Dopo una rottaCosì parlar non mi dovresti. Oh cielo!Chi mi venisse a riferir che taliSon di Carlo i pensier, quali or gli scorgoNel mio figliuol, mi colmeria di gioia.[161]ADELCHI.Deh! perchè non è qui! Perchè non possoIn campo chiuso essergli a fronte, io solo,Io fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto,Nel giudizio[162]di Dio, nella mia spadaLa vendetta ripor del nostro oltraggio!E farti dir, che troppo presta, o padre,Una parola dal tuo labbro uscìa!DESIDERIO.Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giornoChe tu brami, io l’affretto.ADELCHI.O padre, un altroGiorno io veggo[163]appressarsi. Al grido imbelle,Ma riverito, d’Adrian, vegg’ioCarlo venir con tutta Francia; e il giornoQuello sarà de’ successor d’AstolfoIncontro al figlio di Pipin. RammentaDi chi siam re; che nelle nostre fileMisti ai leali, e più di lor fors’anco,Sono i nostri nemici; e che la vistaD’un’insegna straniera ogni nemicoIn traditor ti cangia. Il core, o padre,Basta a morir; ma la vittoria e il regnoÈ pel felice che ai concordi impera.Odio l’aurora che m’annunzia il giornoDella battaglia, incresce l’asta e pesaAlla mia man, se nel pugnar, guardarmiDeggio dall’uom che mi combatte al fianco.DESIDERIO.Chi mai regnò senza nemici? il coreChe importa? e re siam dunque indarno? e i brandiTener chiusi dovrem nella vaginaInfin che spento ogni livor non sia?Ed aspettar sul soglio inoperosiChi ci percota? Havvi altra via di scampoFuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?[164]ADELCHI.Quel che, signor di gente invitta e fida,In un dì di vittoria, io proporrei:Sgombriam le terre de’ Romani; amiciSiam d’Adriano: ei lo desia.DESIDERIO.Perire,Perir sul trono, o nella polve, in priaChe tanta onta soffrir. Questo consiglioPiù dalle labbra non ti sfugga: il padreTe lo comanda.

DESIDERIO.Adelchi,Che pensiero era il tuo? Tutta PaviaFar di nostr’onta testimon volevi?E la ria moltitudine a goderne,Come a festa, invitar? DimenticastiChe ancor son vivi, che ci stan d’intornoQuei che le parti sostenean di Rachi,Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?Nemici ascosi, aperti un tempo; a cuiL’abbattimento delle nostre frontiÈ conforto e vendetta!ADELCHI.Oh prezzo amaroDel regno! oh stato, del costor, di quelloDe’ soggetti più rio! se anche il lor guardoTemer ci è forza, ed occultar la frontePer la vergogna; e se non ci è concesso,Alla faccia del sol, d’una dilettaLa sventura onorar!DESIDERIO.Quando all’oltraggioPari fia la mercè, quando la macchiaFia lavata col sangue; allor, depostiI vestimenti del dolor, dall’ombreLa mia figlia uscirà: figlia e sorellaNon indarno di re, sovra la follaAmmiratrice, leverà la fronteBella di gloria e di vendetta.—E il giornoLunge non è; l’arme, io la tengo; e Carlo,Ei me la die’: la vedova infeliceDel fratel suo, di cui con arti iniqueEi successor si feo, quella GerbergaChe a noi chiese un asilo, e i figli all’ombraDel nostro soglio ricovrò. Quei figliNoi condurremo al Tebro, e per corteggioUn esercito avranno: al Pastor sommoComanderem che le innocenti testeUnga, e sovr’esse proferisca i preghiChe danno ai Franchi un re. Sul Franco suoloLi porterem, dov’ebbe regno il padre,Ove han fautori a torme, ove sopitaMa non estinta in mille petti è l’iraContro l’iniquo usurpator.ADELCHI.Ma incertaÈ la risposta d’Adrian? di luiChe stretto a Carlo di cotanti nodi,Voce udir non gli fa che di lusingaE di lode non sia, voce di padreChe benedice? A lui vittoria e regnoE gloria, a lui l’alto favor di PieroPromette e prega; e in questo punto ancoraI suoi legati accoglie, e contro[153]noiCerto gl’implora; contro[154]noi la terraE il santuario di querele assordaPer le città rapite.DESIDERIO.Ebben, ricusi:Nemico aperto ei fia; questa incresciosaGuerra eterna di lagni e di messaggiE di trame fia tronca; e quella al fineComincerà dei brandi: e dubbia alloraLa vittoria esser può? Quel dì che indarnoI nostri padri sospirar, serbatoÈ a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto,Supplice invan, delle terrene spadeDisarmato per sempre, ai santi studiAdrian tornerà; re delle preci,Signor del Sacrifizio,[155]il soglio a noiSgombro darà.ADELCHI.Debellator de’ Greci,E terror de’ ribelli, uso a non maiTornar che dopo la vittoria, innanziAlla tomba di Pier due volte AstolfoPiegò l’insegne,[156]e si fuggì; due volteDell’antico pontefice la destra,Che pace offrìa, respinse, e sordo stetteAll’impotente gemito. Oltre l’Alpe[157]Fu quel gemito udito:[158]a vendicarloPipin due volte le varcò: que’ FranchiDa noi soccorsi tante volte e vinti,Dettaro i patti qui. Veggo[159]da questaReggia il pian vergognoso ove le tendeAbborrite sorgean, dove scorreaL’ugna de’ Franchi corridor.DESIDERIO.Che parliOr tu d’Astolfo e di Pipin? SotterraGiacciono entrambi: altri mortali han regno,Altri tempi si volgono, branditeSono altre spade. Eh! se il guerrier che il capoAl primo rischio offerse, e il muro ascese,Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,E disperar? Questi i consigli sonoDel mio figliuol? Quel mio superbo AdelchiDov’è, che imberbe ancor vide SpoletiRovinoso venir, qual su la predaGiovinetto sparviero, e nella strageSpensierato tuffarsi, e su la turbaDe’ combattenti sfolgorar, siccomeLo sposo nel convito? Insiem col vintoDuca ribelle ei ritornò: sul campo,Consorte al regno il chiesi; un grido sorse[160]Di consenso e di plauso, e nella destra—Tremenda allor—l’asta real fu posta.Ed or quel desso altro veder che inciampiE sventure non sa? Dopo una rottaCosì parlar non mi dovresti. Oh cielo!Chi mi venisse a riferir che taliSon di Carlo i pensier, quali or gli scorgoNel mio figliuol, mi colmeria di gioia.[161]ADELCHI.Deh! perchè non è qui! Perchè non possoIn campo chiuso essergli a fronte, io solo,Io fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto,Nel giudizio[162]di Dio, nella mia spadaLa vendetta ripor del nostro oltraggio!E farti dir, che troppo presta, o padre,Una parola dal tuo labbro uscìa!DESIDERIO.Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giornoChe tu brami, io l’affretto.ADELCHI.O padre, un altroGiorno io veggo[163]appressarsi. Al grido imbelle,Ma riverito, d’Adrian, vegg’ioCarlo venir con tutta Francia; e il giornoQuello sarà de’ successor d’AstolfoIncontro al figlio di Pipin. RammentaDi chi siam re; che nelle nostre fileMisti ai leali, e più di lor fors’anco,Sono i nostri nemici; e che la vistaD’un’insegna straniera ogni nemicoIn traditor ti cangia. Il core, o padre,Basta a morir; ma la vittoria e il regnoÈ pel felice che ai concordi impera.Odio l’aurora che m’annunzia il giornoDella battaglia, incresce l’asta e pesaAlla mia man, se nel pugnar, guardarmiDeggio dall’uom che mi combatte al fianco.DESIDERIO.Chi mai regnò senza nemici? il coreChe importa? e re siam dunque indarno? e i brandiTener chiusi dovrem nella vaginaInfin che spento ogni livor non sia?Ed aspettar sul soglio inoperosiChi ci percota? Havvi altra via di scampoFuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?[164]ADELCHI.Quel che, signor di gente invitta e fida,In un dì di vittoria, io proporrei:Sgombriam le terre de’ Romani; amiciSiam d’Adriano: ei lo desia.DESIDERIO.Perire,Perir sul trono, o nella polve, in priaChe tanta onta soffrir. Questo consiglioPiù dalle labbra non ti sfugga: il padreTe lo comanda.

DESIDERIO.

Adelchi,

Che pensiero era il tuo? Tutta Pavia

Far di nostr’onta testimon volevi?

E la ria moltitudine a goderne,

Come a festa, invitar? Dimenticasti

Che ancor son vivi, che ci stan d’intorno

Quei che le parti sostenean di Rachi,

Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?

Nemici ascosi, aperti un tempo; a cui

L’abbattimento delle nostre fronti

È conforto e vendetta!

ADELCHI.

Oh prezzo amaro

Del regno! oh stato, del costor, di quello

De’ soggetti più rio! se anche il lor guardo

Temer ci è forza, ed occultar la fronte

Per la vergogna; e se non ci è concesso,

Alla faccia del sol, d’una diletta

La sventura onorar!

DESIDERIO.

Quando all’oltraggio

Pari fia la mercè, quando la macchia

Fia lavata col sangue; allor, deposti

I vestimenti del dolor, dall’ombre

La mia figlia uscirà: figlia e sorella

Non indarno di re, sovra la folla

Ammiratrice, leverà la fronte

Bella di gloria e di vendetta.—E il giorno

Lunge non è; l’arme, io la tengo; e Carlo,

Ei me la die’: la vedova infelice

Del fratel suo, di cui con arti inique

Ei successor si feo, quella Gerberga

Che a noi chiese un asilo, e i figli all’ombra

Del nostro soglio ricovrò. Quei figli

Noi condurremo al Tebro, e per corteggio

Un esercito avranno: al Pastor sommo

Comanderem che le innocenti teste

Unga, e sovr’esse proferisca i preghi

Che danno ai Franchi un re. Sul Franco suolo

Li porterem, dov’ebbe regno il padre,

Ove han fautori a torme, ove sopita

Ma non estinta in mille petti è l’ira

Contro l’iniquo usurpator.

ADELCHI.

Ma incerta

È la risposta d’Adrian? di lui

Che stretto a Carlo di cotanti nodi,

Voce udir non gli fa che di lusinga

E di lode non sia, voce di padre

Che benedice? A lui vittoria e regno

E gloria, a lui l’alto favor di Piero

Promette e prega; e in questo punto ancora

I suoi legati accoglie, e contro[153]noi

Certo gl’implora; contro[154]noi la terra

E il santuario di querele assorda

Per le città rapite.

DESIDERIO.

Ebben, ricusi:

Nemico aperto ei fia; questa incresciosa

Guerra eterna di lagni e di messaggi

E di trame fia tronca; e quella al fine

Comincerà dei brandi: e dubbia allora

La vittoria esser può? Quel dì che indarno

I nostri padri sospirar, serbato

È a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto,

Supplice invan, delle terrene spade

Disarmato per sempre, ai santi studi

Adrian tornerà; re delle preci,

Signor del Sacrifizio,[155]il soglio a noi

Sgombro darà.

ADELCHI.

Debellator de’ Greci,

E terror de’ ribelli, uso a non mai

Tornar che dopo la vittoria, innanzi

Alla tomba di Pier due volte Astolfo

Piegò l’insegne,[156]e si fuggì; due volte

Dell’antico pontefice la destra,

Che pace offrìa, respinse, e sordo stette

All’impotente gemito. Oltre l’Alpe[157]

Fu quel gemito udito:[158]a vendicarlo

Pipin due volte le varcò: que’ Franchi

Da noi soccorsi tante volte e vinti,

Dettaro i patti qui. Veggo[159]da questa

Reggia il pian vergognoso ove le tende

Abborrite sorgean, dove scorrea

L’ugna de’ Franchi corridor.

DESIDERIO.

Che parli

Or tu d’Astolfo e di Pipin? Sotterra

Giacciono entrambi: altri mortali han regno,

Altri tempi si volgono, brandite

Sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo

Al primo rischio offerse, e il muro ascese,

Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,

E disperar? Questi i consigli sono

Del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi

Dov’è, che imberbe ancor vide Spoleti

Rovinoso venir, qual su la preda

Giovinetto sparviero, e nella strage

Spensierato tuffarsi, e su la turba

De’ combattenti sfolgorar, siccome

Lo sposo nel convito? Insiem col vinto

Duca ribelle ei ritornò: sul campo,

Consorte al regno il chiesi; un grido sorse[160]

Di consenso e di plauso, e nella destra

—Tremenda allor—l’asta real fu posta.

Ed or quel desso altro veder che inciampi

E sventure non sa? Dopo una rotta

Così parlar non mi dovresti. Oh cielo!

Chi mi venisse a riferir che tali

Son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo

Nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.[161]

ADELCHI.

Deh! perchè non è qui! Perchè non posso

In campo chiuso essergli a fronte, io solo,

Io fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto,

Nel giudizio[162]di Dio, nella mia spada

La vendetta ripor del nostro oltraggio!

E farti dir, che troppo presta, o padre,

Una parola dal tuo labbro uscìa!

DESIDERIO.

Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giorno

Che tu brami, io l’affretto.

ADELCHI.

O padre, un altro

Giorno io veggo[163]appressarsi. Al grido imbelle,

Ma riverito, d’Adrian, vegg’io

Carlo venir con tutta Francia; e il giorno

Quello sarà de’ successor d’Astolfo

Incontro al figlio di Pipin. Rammenta

Di chi siam re; che nelle nostre file

Misti ai leali, e più di lor fors’anco,

Sono i nostri nemici; e che la vista

D’un’insegna straniera ogni nemico

In traditor ti cangia. Il core, o padre,

Basta a morir; ma la vittoria e il regno

È pel felice che ai concordi impera.

Odio l’aurora che m’annunzia il giorno

Della battaglia, incresce l’asta e pesa

Alla mia man, se nel pugnar, guardarmi

Deggio dall’uom che mi combatte al fianco.

DESIDERIO.

Chi mai regnò senza nemici? il core

Che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi

Tener chiusi dovrem nella vagina

Infin che spento ogni livor non sia?

Ed aspettar sul soglio inoperosi

Chi ci percota? Havvi altra via di scampo

Fuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?[164]

ADELCHI.

Quel che, signor di gente invitta e fida,

In un dì di vittoria, io proporrei:

Sgombriam le terre de’ Romani; amici

Siam d’Adriano: ei lo desia.

DESIDERIO.

Perire,

Perir sul trono, o nella polve, in pria

Che tanta onta soffrir. Questo consiglio

Più dalle labbra non ti sfugga: il padre

Te lo comanda.

[153]contra[154]contra[155]Sacrificio[156]le insegne[157]alpe[158]inteso[159]Veggio[160]surse[161]gioja[162]giudicio[163]veggio[164]al fine

[153]contra

[153]contra

[154]contra

[154]contra

[155]Sacrificio

[155]Sacrificio

[156]le insegne

[156]le insegne

[157]alpe

[157]alpe

[158]inteso

[158]inteso

[159]Veggio

[159]Veggio

[160]surse

[160]surse

[161]gioja

[161]gioja

[162]giudicio

[162]giudicio

[163]veggio

[163]veggio

[164]al fine

[164]al fine

VERMONDO che precede ERMENGARDA, eDETTI.DONZELLEche l’accompagnano.

VERMONDO.O regi, ecco Ermengarda.DESIDERIO.Vieni, o figlia; fa cor.(VERMONDOparte: le Donzelle si scostano).ADELCHI.Sei nelle bracciaDel fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzoAi fidi antichi tuoi; sei nel palagioDe’ re, nel tuo, più riverita e caraD’allor che ne partisti.ERMENGARDA.Oh benedettaVoce de’ miei! Padre, fratello, il cieloQueste parole vi ricambi[165]; il cieloSia sempre a voi, quali voi siete ad unaVostra infelice. Oh! se per me potesseSorgere un lieto dì, questo sarebbe,Questo, in cui vi riveggo.[166]—Oh dolce madre!Qui ti lasciai: le tue parole estremeIo non udii;, tu qui morivi—ed io...Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;Quella Ermengarda tua, che[167]di tua manoAdornavi quel dì, con tanta gioia,[168]Con tanta piéta, a cui tu stessa il crineRecidesti quel dì, vedi qual torna!E benedici i cari tuoi, che accoltaHanno così questa reietta.[169]ADELCHI.Ah! nostroÈ il tuo dolor, nostro l’oltraggio.DESIDERIO.E nostroSarà il pensier della vendetta.ERMENGARDA.O padre,Tanto non chiede il mio dolor; l’obblìoSol bramo; e il mondo volentier l’accordaAgl’infelici[170]: oh! basta; in me finiscaLa mia sventura. D’amistà, di paceio la candida insegna esser dovea:Il ciel non[171]volle: ah! non si dica almenoCh’io recai meco la discordia e il piantoDovunque apparvi, a tutti a cui di gioia[172]Esser pegno dovea.DESIDERIO.Di quell’iniquoForse il supplizio ti dorria? quel vile,Tu l’ameresti ancor?ERMENGARDA.Padre, nel fondoDi questo cor che vai cercando? Ah! nullaUscir ne può che ti rallegri: io stessaTemo d’interrogarlo: ogni passataCosa è nulla per me.—Padre, un estremoFavor ti chieggo[173]: in questa corte, ov’ioCrebbi adornata di speranze, in gremboDi quella madre, or che farei? ghirlandaVagheggiata un momento, in su la frontePosta per gioco un dì festivo, e tostoGittata a’ pie’ del passeggiero. Al santoDi pace asilo e di pietà, che un tempoLa veneranda tua consorte ergea,—Quasi presaga—ove la mia dilettaSuora, oh felice! la sua fede strinseA quello sposo che non mai rifiuta,Lascia ch’io mi ricovri. A quelle pureNozze aspirar più non poss’io, legataD’un altro nodo; ma non vista, in paceIvi potrò chiudere i giorni.ADELCHI.Al ventoQuesto presagio: tu vivrai: non diedeCosì la vita de’[174]migliori il cieloAll’arbitrio de’ rei: non è in lor manoOgni speranza inaridir, dal mondoTôrre ogni gioia.[175]ERMENGARDA.Oh! non avesse maiViste le rive del Ticin Bertrada!Non avesse la pia, del longobardoSangue una nuora desiata mai,Nè gli occhi volti sopra me!DESIDERIO.Vendetta,Quanto lenta verrai!ERMENGARDA.Trova il mio pregoGrazia appo te?DESIDERIO.Sollecito fu sempreConsigliero il dolor più che fedele,E di vicende e di pensieri il tempoInpreveduto apportator. Se nullaAl tuo proposto ei muta, alla mia figliaNulla disdir vogl’io.

VERMONDO.O regi, ecco Ermengarda.DESIDERIO.Vieni, o figlia; fa cor.(VERMONDOparte: le Donzelle si scostano).ADELCHI.Sei nelle bracciaDel fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzoAi fidi antichi tuoi; sei nel palagioDe’ re, nel tuo, più riverita e caraD’allor che ne partisti.ERMENGARDA.Oh benedettaVoce de’ miei! Padre, fratello, il cieloQueste parole vi ricambi[165]; il cieloSia sempre a voi, quali voi siete ad unaVostra infelice. Oh! se per me potesseSorgere un lieto dì, questo sarebbe,Questo, in cui vi riveggo.[166]—Oh dolce madre!Qui ti lasciai: le tue parole estremeIo non udii;, tu qui morivi—ed io...Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;Quella Ermengarda tua, che[167]di tua manoAdornavi quel dì, con tanta gioia,[168]Con tanta piéta, a cui tu stessa il crineRecidesti quel dì, vedi qual torna!E benedici i cari tuoi, che accoltaHanno così questa reietta.[169]ADELCHI.Ah! nostroÈ il tuo dolor, nostro l’oltraggio.DESIDERIO.E nostroSarà il pensier della vendetta.ERMENGARDA.O padre,Tanto non chiede il mio dolor; l’obblìoSol bramo; e il mondo volentier l’accordaAgl’infelici[170]: oh! basta; in me finiscaLa mia sventura. D’amistà, di paceio la candida insegna esser dovea:Il ciel non[171]volle: ah! non si dica almenoCh’io recai meco la discordia e il piantoDovunque apparvi, a tutti a cui di gioia[172]Esser pegno dovea.DESIDERIO.Di quell’iniquoForse il supplizio ti dorria? quel vile,Tu l’ameresti ancor?ERMENGARDA.Padre, nel fondoDi questo cor che vai cercando? Ah! nullaUscir ne può che ti rallegri: io stessaTemo d’interrogarlo: ogni passataCosa è nulla per me.—Padre, un estremoFavor ti chieggo[173]: in questa corte, ov’ioCrebbi adornata di speranze, in gremboDi quella madre, or che farei? ghirlandaVagheggiata un momento, in su la frontePosta per gioco un dì festivo, e tostoGittata a’ pie’ del passeggiero. Al santoDi pace asilo e di pietà, che un tempoLa veneranda tua consorte ergea,—Quasi presaga—ove la mia dilettaSuora, oh felice! la sua fede strinseA quello sposo che non mai rifiuta,Lascia ch’io mi ricovri. A quelle pureNozze aspirar più non poss’io, legataD’un altro nodo; ma non vista, in paceIvi potrò chiudere i giorni.ADELCHI.Al ventoQuesto presagio: tu vivrai: non diedeCosì la vita de’[174]migliori il cieloAll’arbitrio de’ rei: non è in lor manoOgni speranza inaridir, dal mondoTôrre ogni gioia.[175]ERMENGARDA.Oh! non avesse maiViste le rive del Ticin Bertrada!Non avesse la pia, del longobardoSangue una nuora desiata mai,Nè gli occhi volti sopra me!DESIDERIO.Vendetta,Quanto lenta verrai!ERMENGARDA.Trova il mio pregoGrazia appo te?DESIDERIO.Sollecito fu sempreConsigliero il dolor più che fedele,E di vicende e di pensieri il tempoInpreveduto apportator. Se nullaAl tuo proposto ei muta, alla mia figliaNulla disdir vogl’io.

VERMONDO.

O regi, ecco Ermengarda.

DESIDERIO.

Vieni, o figlia; fa cor.

(VERMONDOparte: le Donzelle si scostano).

ADELCHI.

Sei nelle braccia

Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo

Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio

De’ re, nel tuo, più riverita e cara

D’allor che ne partisti.

ERMENGARDA.

Oh benedetta

Voce de’ miei! Padre, fratello, il cielo

Queste parole vi ricambi[165]; il cielo

Sia sempre a voi, quali voi siete ad una

Vostra infelice. Oh! se per me potesse

Sorgere un lieto dì, questo sarebbe,

Questo, in cui vi riveggo.[166]—Oh dolce madre!

Qui ti lasciai: le tue parole estreme

Io non udii;, tu qui morivi—ed io...

Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;

Quella Ermengarda tua, che[167]di tua mano

Adornavi quel dì, con tanta gioia,[168]

Con tanta piéta, a cui tu stessa il crine

Recidesti quel dì, vedi qual torna!

E benedici i cari tuoi, che accolta

Hanno così questa reietta.[169]

ADELCHI.

Ah! nostro

È il tuo dolor, nostro l’oltraggio.

DESIDERIO.

E nostro

Sarà il pensier della vendetta.

ERMENGARDA.

O padre,

Tanto non chiede il mio dolor; l’obblìo

Sol bramo; e il mondo volentier l’accorda

Agl’infelici[170]: oh! basta; in me finisca

La mia sventura. D’amistà, di pace

io la candida insegna esser dovea:

Il ciel non[171]volle: ah! non si dica almeno

Ch’io recai meco la discordia e il pianto

Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia[172]

Esser pegno dovea.

DESIDERIO.

Di quell’iniquo

Forse il supplizio ti dorria? quel vile,

Tu l’ameresti ancor?

ERMENGARDA.

Padre, nel fondo

Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla

Uscir ne può che ti rallegri: io stessa

Temo d’interrogarlo: ogni passata

Cosa è nulla per me.—Padre, un estremo

Favor ti chieggo[173]: in questa corte, ov’io

Crebbi adornata di speranze, in grembo

Di quella madre, or che farei? ghirlanda

Vagheggiata un momento, in su la fronte

Posta per gioco un dì festivo, e tosto

Gittata a’ pie’ del passeggiero. Al santo

Di pace asilo e di pietà, che un tempo

La veneranda tua consorte ergea,

—Quasi presaga—ove la mia diletta

Suora, oh felice! la sua fede strinse

A quello sposo che non mai rifiuta,

Lascia ch’io mi ricovri. A quelle pure

Nozze aspirar più non poss’io, legata

D’un altro nodo; ma non vista, in pace

Ivi potrò chiudere i giorni.

ADELCHI.

Al vento

Questo presagio: tu vivrai: non diede

Così la vita de’[174]migliori il cielo

All’arbitrio de’ rei: non è in lor mano

Ogni speranza inaridir, dal mondo

Tôrre ogni gioia.[175]

ERMENGARDA.

Oh! non avesse mai

Viste le rive del Ticin Bertrada!

Non avesse la pia, del longobardo

Sangue una nuora desiata mai,

Nè gli occhi volti sopra me!

DESIDERIO.

Vendetta,

Quanto lenta verrai!

ERMENGARDA.

Trova il mio prego

Grazia appo te?

DESIDERIO.

Sollecito fu sempre

Consigliero il dolor più che fedele,

E di vicende e di pensieri il tempo

Inpreveduto apportator. Se nulla

Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia

Nulla disdir vogl’io.

[165]ricambii[166]riveggio[167]cui[168]gioja[169]rejetta[170]Agli infelici[171]nol[172]gioja[173]chieggio[174]dei[175]gioja

[165]ricambii

[165]ricambii

[166]riveggio

[166]riveggio

[167]cui

[167]cui

[168]gioja

[168]gioja

[169]rejetta

[169]rejetta

[170]Agli infelici

[170]Agli infelici

[171]nol

[171]nol

[172]gioja

[172]gioja

[173]chieggio

[173]chieggio

[174]dei

[174]dei

[175]gioja

[175]gioja

ANFRIDO, eDETTI.

DESIDERIO.Che rechi, Anfrido?ANFRIDO.Sire, un legato è nella reggia, e chiedeGli sia concesso appresentarsi ai regi.DESIDERIO.Donde vien? Chi l’invia?ANFRIDO.Da Roma ei viene,Ma legato è d’un re.ERMENGARDA.Padre, concediCh’io mi ritragga.DESIDERIO.O donne, alle sue stanzeLa mia figlia scorgete; a’ suoi servigiIo vi destino: di regina il nomeAbbia e l’onor.(ERMENGARDAparte con le Donzelle).DESIDERIO.D’un re dicesti, Anfrido?Un legato... di Carlo?ANFRIDO.O re, l’hai detto.DESIDERIO.Che pretende costui? quali paroleCambiar si ponno fra di noi? qual pattoChe di morte non sia?ANFRIDO.Di gran messaggioApportator si dice: ai duchi intanto,Ai conti, a quanti nella reggia incontra,Favella in atto di blandir.DESIDERIO.ConoscoL’arti di Carlo.ADELCHI.Al suo stromento il tempoD’esercitarle non si dia.DESIDERIO.RadunaTosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essiEi venga.(ANFRIDOparte).DESIDERIO.Il giorno della prova è giunto;Figlio, sei tu con me?ADELCHI.Sì dura inchiestaQuando, o padre, mertai?DESIDERIO.Venuto è il giornoChe un voler solo, un solo cor domanda:Dì, l’abbiam noi? Che pensi far?ADELCHI.RispondaIl passato per me: gli ordini tuoiAttender penso, ed eseguirli.DESIDERIO.E quandoA’ tuoi disegni opposti sieno?ADELCHI.O padre!Un nemico si mostra, e tu mi chiediCiò ch’io farò? Più non son io che un brandoNella tua mano. Ecco il legato: il mioDover fia scritto nella tua risposta.

DESIDERIO.Che rechi, Anfrido?ANFRIDO.Sire, un legato è nella reggia, e chiedeGli sia concesso appresentarsi ai regi.DESIDERIO.Donde vien? Chi l’invia?ANFRIDO.Da Roma ei viene,Ma legato è d’un re.ERMENGARDA.Padre, concediCh’io mi ritragga.DESIDERIO.O donne, alle sue stanzeLa mia figlia scorgete; a’ suoi servigiIo vi destino: di regina il nomeAbbia e l’onor.(ERMENGARDAparte con le Donzelle).DESIDERIO.D’un re dicesti, Anfrido?Un legato... di Carlo?ANFRIDO.O re, l’hai detto.DESIDERIO.Che pretende costui? quali paroleCambiar si ponno fra di noi? qual pattoChe di morte non sia?ANFRIDO.Di gran messaggioApportator si dice: ai duchi intanto,Ai conti, a quanti nella reggia incontra,Favella in atto di blandir.DESIDERIO.ConoscoL’arti di Carlo.ADELCHI.Al suo stromento il tempoD’esercitarle non si dia.DESIDERIO.RadunaTosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essiEi venga.(ANFRIDOparte).DESIDERIO.Il giorno della prova è giunto;Figlio, sei tu con me?ADELCHI.Sì dura inchiestaQuando, o padre, mertai?DESIDERIO.Venuto è il giornoChe un voler solo, un solo cor domanda:Dì, l’abbiam noi? Che pensi far?ADELCHI.RispondaIl passato per me: gli ordini tuoiAttender penso, ed eseguirli.DESIDERIO.E quandoA’ tuoi disegni opposti sieno?ADELCHI.O padre!Un nemico si mostra, e tu mi chiediCiò ch’io farò? Più non son io che un brandoNella tua mano. Ecco il legato: il mioDover fia scritto nella tua risposta.

DESIDERIO.

Che rechi, Anfrido?

ANFRIDO.

Sire, un legato è nella reggia, e chiede

Gli sia concesso appresentarsi ai regi.

DESIDERIO.

Donde vien? Chi l’invia?

ANFRIDO.

Da Roma ei viene,

Ma legato è d’un re.

ERMENGARDA.

Padre, concedi

Ch’io mi ritragga.

DESIDERIO.

O donne, alle sue stanze

La mia figlia scorgete; a’ suoi servigi

Io vi destino: di regina il nome

Abbia e l’onor.

(ERMENGARDAparte con le Donzelle).

DESIDERIO.

D’un re dicesti, Anfrido?

Un legato... di Carlo?

ANFRIDO.

O re, l’hai detto.

DESIDERIO.

Che pretende costui? quali parole

Cambiar si ponno fra di noi? qual patto

Che di morte non sia?

ANFRIDO.

Di gran messaggio

Apportator si dice: ai duchi intanto,

Ai conti, a quanti nella reggia incontra,

Favella in atto di blandir.

DESIDERIO.

Conosco

L’arti di Carlo.

ADELCHI.

Al suo stromento il tempo

D’esercitarle non si dia.

DESIDERIO.

Raduna

Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi

Ei venga.

(ANFRIDOparte).

DESIDERIO.

Il giorno della prova è giunto;

Figlio, sei tu con me?

ADELCHI.

Sì dura inchiesta

Quando, o padre, mertai?

DESIDERIO.

Venuto è il giorno

Che un voler solo, un solo cor domanda:

Dì, l’abbiam noi? Che pensi far?

ADELCHI.

Risponda

Il passato per me: gli ordini tuoi

Attender penso, ed eseguirli.

DESIDERIO.

E quando

A’ tuoi disegni opposti sieno?

ADELCHI.

O padre!

Un nemico si mostra, e tu mi chiedi

Ciò ch’io farò? Più non son io che un brando

Nella tua mano. Ecco il legato: il mio

Dover fia scritto nella tua risposta.

DESIDERIO, ADELCHI, ALBINO,FEDELI LONGOBARDI.

DESIDERIO.Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempreGiova compagni ne’ consigli avervi,Come nel campo.—Ambasciator, che rechi?ALBINO.Carlo, il diletto a Dio sire de’ Franchi,De’ Longobardi ai re queste paroleManda per bocca mia: volete voiTosto le terre abbandonar di cuiL’uomo illustre Pipin fe’ dono a Piero?DESIDERIO.Uomini longobardi![176]in faccia a tuttoIl popol nostro, testimoni voiDi ciò mi siate; se dell’uom che questiOr v’ha nomato, e ch’io nomar non voglio,Il messo accolsi, e la proposta intesi,Sacro dover di re solo poteaPiegarmi a tanto.—Or tu, straniero, ascolta.Lieve domando il tuo non è; tu chiediIl segreto de’ re: sappi che ai primiDi nostra gente, a quelli sol da cuiLeal consiglio ci aspettiamo, a questiAlfin che vedi intorno a noi, siam usiDi confidarlo: agli stranier non mai.Degna risposta al tuo domando è quindiNon darne alcuna.ALBINO.E tal risposta è guerra.Di Carlo in nome io la v’intimo, a voiDesiderio ed Adelchi, a voi che posteSul retaggio di Dio le mani avete,E contristato il Santo. A questa illustreGente nemico il mio signor non viene:Campion di Dio, da Lui chiamato, a LuiIl suo braccio consacra; e suo malgrado[177]Lo spiegherà contro chi voglia a parteStar del vostro peccato.DESIDERIO.Al tuo re torna,Spoglia quel manto che ti rende ardito,Stringi un acciar, vieni, e vedrai se DioSceglie a campione un traditor.—Fedeli!Rispondete a costui.MOLTI FEDELI.Guerra!ALBINO.E l’avrete,E tosto, e qui: l’angiol di Dio, che innanziAl destrier di Pipin corse due volte,Il guidator che mai non guarda indietro,Già si rimette in via.DESIDERIO.Spieghi ogni ducaIl suo vessillo; della guerra il bandoOgni Giudice[178]intimi, e l’oste aduni;Ogni uom[179]che nutre un corridor, lo salga,E accorra al grido de’ suoi re. La postaÈ alle Chiuse dell’alpi.(al Legato)Al re de’ FranchiQuesto invito riporta.ADELCHI.E digli ancora,Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascoltaChe al debole son fatti, e ne mallevaL’adempimento o la vendetta, il Dio,Di cui talvolta più si vanta amicoChi più gli è in ira, in cor del reo soventeMette una smania, che alla pena incontroCorrer lo fa; digli che mal s’avvisaChi va de’ brandi longobardi in cerca,Poi che una donna longobarda offese.(Partono da un lato i Re con la più partede’ Longobardi, e dall’altro il Legato).

DESIDERIO.Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempreGiova compagni ne’ consigli avervi,Come nel campo.—Ambasciator, che rechi?ALBINO.Carlo, il diletto a Dio sire de’ Franchi,De’ Longobardi ai re queste paroleManda per bocca mia: volete voiTosto le terre abbandonar di cuiL’uomo illustre Pipin fe’ dono a Piero?DESIDERIO.Uomini longobardi![176]in faccia a tuttoIl popol nostro, testimoni voiDi ciò mi siate; se dell’uom che questiOr v’ha nomato, e ch’io nomar non voglio,Il messo accolsi, e la proposta intesi,Sacro dover di re solo poteaPiegarmi a tanto.—Or tu, straniero, ascolta.Lieve domando il tuo non è; tu chiediIl segreto de’ re: sappi che ai primiDi nostra gente, a quelli sol da cuiLeal consiglio ci aspettiamo, a questiAlfin che vedi intorno a noi, siam usiDi confidarlo: agli stranier non mai.Degna risposta al tuo domando è quindiNon darne alcuna.ALBINO.E tal risposta è guerra.Di Carlo in nome io la v’intimo, a voiDesiderio ed Adelchi, a voi che posteSul retaggio di Dio le mani avete,E contristato il Santo. A questa illustreGente nemico il mio signor non viene:Campion di Dio, da Lui chiamato, a LuiIl suo braccio consacra; e suo malgrado[177]Lo spiegherà contro chi voglia a parteStar del vostro peccato.DESIDERIO.Al tuo re torna,Spoglia quel manto che ti rende ardito,Stringi un acciar, vieni, e vedrai se DioSceglie a campione un traditor.—Fedeli!Rispondete a costui.MOLTI FEDELI.Guerra!ALBINO.E l’avrete,E tosto, e qui: l’angiol di Dio, che innanziAl destrier di Pipin corse due volte,Il guidator che mai non guarda indietro,Già si rimette in via.DESIDERIO.Spieghi ogni ducaIl suo vessillo; della guerra il bandoOgni Giudice[178]intimi, e l’oste aduni;Ogni uom[179]che nutre un corridor, lo salga,E accorra al grido de’ suoi re. La postaÈ alle Chiuse dell’alpi.(al Legato)Al re de’ FranchiQuesto invito riporta.ADELCHI.E digli ancora,Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascoltaChe al debole son fatti, e ne mallevaL’adempimento o la vendetta, il Dio,Di cui talvolta più si vanta amicoChi più gli è in ira, in cor del reo soventeMette una smania, che alla pena incontroCorrer lo fa; digli che mal s’avvisaChi va de’ brandi longobardi in cerca,Poi che una donna longobarda offese.(Partono da un lato i Re con la più partede’ Longobardi, e dall’altro il Legato).

DESIDERIO.

Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempre

Giova compagni ne’ consigli avervi,

Come nel campo.—Ambasciator, che rechi?

ALBINO.

Carlo, il diletto a Dio sire de’ Franchi,

De’ Longobardi ai re queste parole

Manda per bocca mia: volete voi

Tosto le terre abbandonar di cui

L’uomo illustre Pipin fe’ dono a Piero?

DESIDERIO.

Uomini longobardi![176]in faccia a tutto

Il popol nostro, testimoni voi

Di ciò mi siate; se dell’uom che questi

Or v’ha nomato, e ch’io nomar non voglio,

Il messo accolsi, e la proposta intesi,

Sacro dover di re solo potea

Piegarmi a tanto.—Or tu, straniero, ascolta.

Lieve domando il tuo non è; tu chiedi

Il segreto de’ re: sappi che ai primi

Di nostra gente, a quelli sol da cui

Leal consiglio ci aspettiamo, a questi

Alfin che vedi intorno a noi, siam usi

Di confidarlo: agli stranier non mai.

Degna risposta al tuo domando è quindi

Non darne alcuna.

ALBINO.

E tal risposta è guerra.

Di Carlo in nome io la v’intimo, a voi

Desiderio ed Adelchi, a voi che poste

Sul retaggio di Dio le mani avete,

E contristato il Santo. A questa illustre

Gente nemico il mio signor non viene:

Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui

Il suo braccio consacra; e suo malgrado[177]

Lo spiegherà contro chi voglia a parte

Star del vostro peccato.

DESIDERIO.

Al tuo re torna,

Spoglia quel manto che ti rende ardito,

Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio

Sceglie a campione un traditor.—Fedeli!

Rispondete a costui.

MOLTI FEDELI.

Guerra!

ALBINO.

E l’avrete,

E tosto, e qui: l’angiol di Dio, che innanzi

Al destrier di Pipin corse due volte,

Il guidator che mai non guarda indietro,

Già si rimette in via.

DESIDERIO.

Spieghi ogni duca

Il suo vessillo; della guerra il bando

Ogni Giudice[178]intimi, e l’oste aduni;

Ogni uom[179]che nutre un corridor, lo salga,

E accorra al grido de’ suoi re. La posta

È alle Chiuse dell’alpi.

(al Legato)

Al re de’ Franchi

Questo invito riporta.

ADELCHI.

E digli ancora,

Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta

Che al debole son fatti, e ne malleva

L’adempimento o la vendetta, il Dio,

Di cui talvolta più si vanta amico

Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente

Mette una smania, che alla pena incontro

Correr lo fa; digli che mal s’avvisa

Chi va de’ brandi longobardi in cerca,

Poi che una donna longobarda offese.

(Partono da un lato i Re con la più partede’ Longobardi, e dall’altro il Legato).

DUCHIrimasti.

INDOLFO.Guerra, egli ha detto!FARVALDO.In questa guerra è il fatoDel regno.INDOLFO.E il nostro.ERVIGO.E inerti ad aspettarloStaremci?ALDECHI.Amici, di consulte il locoQuesto non è. Sgombriam; per vie diverseAlla casa di Svarto ognuno arrivi.

INDOLFO.Guerra, egli ha detto!FARVALDO.In questa guerra è il fatoDel regno.INDOLFO.E il nostro.ERVIGO.E inerti ad aspettarloStaremci?ALDECHI.Amici, di consulte il locoQuesto non è. Sgombriam; per vie diverseAlla casa di Svarto ognuno arrivi.

INDOLFO.

Guerra, egli ha detto!

FARVALDO.

In questa guerra è il fato

Del regno.

INDOLFO.

E il nostro.

ERVIGO.

E inerti ad aspettarlo

Staremci?

ALDECHI.

Amici, di consulte il loco

Questo non è. Sgombriam; per vie diverse

Alla casa di Svarto ognuno arrivi.

[176]Longobardi[177]mal grado[178]giudice[179]Ogn’uom

[176]Longobardi

[176]Longobardi

[177]mal grado

[177]mal grado

[178]giudice

[178]giudice

[179]Ogn’uom

[179]Ogn’uom

Casa diSVARTO.

SVARTO.Un messaggier di Carlo![180]Un qualche evento,Qual ch’ei pur sia, sovrasta.—In fondo all’urna,Da mille nomi ricoperto, giaceIl mio; se l’urna non si scote, in fondoSi rimarrà per sempre; e in questa miaOscurità morrò, senza che alcunoSappia nemmeno ch’io d’uscirne ardea.—Nulla son io. Se in questo tetto i grandiS’adunano talor, quelli a cui liceEssere avversi ai re; se i lor segretiSaper m’è dato, è perchè nulla io sono.Chi pensa a Svarto? chi spiar s’affannaQual piede a questo limitar si volga?Chi m’odia? chi mi teme?—Oh! se l’ardireDesse gli onor! se non avesse in priaComandato la sorte! e se l’imperoSi contendesse a spade, allor vedreste,Duchi superbi, chi di noi l’avria.Se toccasse all’accorto! A tutti voiIo leggo in cor; ma il mio v’è chiuso. Oh! quantoStupor vi prenderia, quanto disdegno,Se ci[181]scorgeste mai che un sol desioA voi tutti mi lega, una speranza...D’esservi pari un dì!—D’oro appagarmiCredete voi. L’oro! gittarlo al piedeDel suo minor, quello è destin; ma inerme,Umil tender la mano ad afferrarlo,Come il mendico...

SVARTO.Un messaggier di Carlo![180]Un qualche evento,Qual ch’ei pur sia, sovrasta.—In fondo all’urna,Da mille nomi ricoperto, giaceIl mio; se l’urna non si scote, in fondoSi rimarrà per sempre; e in questa miaOscurità morrò, senza che alcunoSappia nemmeno ch’io d’uscirne ardea.—Nulla son io. Se in questo tetto i grandiS’adunano talor, quelli a cui liceEssere avversi ai re; se i lor segretiSaper m’è dato, è perchè nulla io sono.Chi pensa a Svarto? chi spiar s’affannaQual piede a questo limitar si volga?Chi m’odia? chi mi teme?—Oh! se l’ardireDesse gli onor! se non avesse in priaComandato la sorte! e se l’imperoSi contendesse a spade, allor vedreste,Duchi superbi, chi di noi l’avria.Se toccasse all’accorto! A tutti voiIo leggo in cor; ma il mio v’è chiuso. Oh! quantoStupor vi prenderia, quanto disdegno,Se ci[181]scorgeste mai che un sol desioA voi tutti mi lega, una speranza...D’esservi pari un dì!—D’oro appagarmiCredete voi. L’oro! gittarlo al piedeDel suo minor, quello è destin; ma inerme,Umil tender la mano ad afferrarlo,Come il mendico...

SVARTO.

Un messaggier di Carlo![180]Un qualche evento,

Qual ch’ei pur sia, sovrasta.—In fondo all’urna,

Da mille nomi ricoperto, giace

Il mio; se l’urna non si scote, in fondo

Si rimarrà per sempre; e in questa mia

Oscurità morrò, senza che alcuno

Sappia nemmeno ch’io d’uscirne ardea.

—Nulla son io. Se in questo tetto i grandi

S’adunano talor, quelli a cui lice

Essere avversi ai re; se i lor segreti

Saper m’è dato, è perchè nulla io sono.

Chi pensa a Svarto? chi spiar s’affanna

Qual piede a questo limitar si volga?

Chi m’odia? chi mi teme?—Oh! se l’ardire

Desse gli onor! se non avesse in pria

Comandato la sorte! e se l’impero

Si contendesse a spade, allor vedreste,

Duchi superbi, chi di noi l’avria.

Se toccasse all’accorto! A tutti voi

Io leggo in cor; ma il mio v’è chiuso. Oh! quanto

Stupor vi prenderia, quanto disdegno,

Se ci[181]scorgeste mai che un sol desio

A voi tutti mi lega, una speranza...

D’esservi pari un dì!—D’oro appagarmi

Credete voi. L’oro! gittarlo al piede

Del suo minor, quello è destin; ma inerme,

Umil tender la mano ad afferrarlo,

Come il mendico...

[180]messagger dei Franchi![181]vi

[180]messagger dei Franchi!

[180]messagger dei Franchi!

[181]vi

[181]vi

SVARTO, ILDECHI; poi altri che sopraggiungono.

ILDECHI.Il ciel ti salvi, o Svarto:Nessuno è qui?SVARTO.Nessun. Quai nuove, o duca?ILDECHI.Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodoSi ravviluppa, o Svarto; e fia mestieriSciorlo col ferro: il dì s’appressa, io spero,Del guiderdon per tutti.SVARTO.Io nulla attendo,Fuor che da voi.ILDECHI.(aFARVALDOche soproggiunge)Farvaldo, alcun ti segue?FARVALDO.Vien su’[182]miei passi Indolfo.ILDECHI.Eccolo.INDOLFO.Amici!ILDECHI.(ad altri che entrano)Vila! Ervigo!Fratelli! Ebben: supremoÈ il momento, il vedete: i vinti in questaGuerra, qual siasi il vincitor, siam noi,Se un gran partito non si prende. ArridaLa sorte ai re; svelatamente addossoCi piomberan: Carlo trionfi; in presoRegno, che posto ci riman? Con unoDe’[183]combattenti è forza star.—CredeteChe in cor di questi re siavi un perdonoPer chi voleva un altro re?INDOLFO.NessunaPace con lor.ALTRI DUCHI.Nessuna!ILDECHI.È d’uopo un pattoStringer con Carlo.FARVALDO.Al suo legato....ERVIGO.È cintoDagli amici de’ regi; io vidi AnfridoPorglisi al fianco; e fu pensier d’Adelchi.ILDECHI.—Vada adunque un di noi; rechi le nostrePromesse a Carlo, e con le sue ritorni,O le rimandi.INDOLFO.Bene sta.ILDECHI.Chi pigliaQuest’impresa?SVARTO.Io v’andrò. Duchi, m’udite.Se alcun di voi quinci sparisce,[184]i guardiFieno intesi a cercarlo; ed il sospettoCercherà l’orme sue, fin che le scopra.[185]Ma che un gregario cavalier, che SvartoManchi, non fia che più s’avvegga[186]il mondo,Che d’un pruno scemato alla foresta.[187]Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:Dov’è? dica un di voi: Svarto? io lo vidiScorrer lungo il Ticino; il suo destrieroImbizzarrì, giù dall’arcion nell’ondaLo scosse; armato egli era, e più non salse.Sventurato! diranno; e più di SvartoNon si farà parola. A voi non liceInosservati andar: ma nel mio voltoChi fisserà lo sguardo? Al calpestioDel mio ronzin che solo arrivi, appenaQualche Latin fia che si volga; e il passoTosto mi sgombrerà.ILDECHI.Svarto, io da tantoNon ti credea.SVARTO.Necessità lo zeloRende operoso; e ad arrecar messaggiNon è mestier che di prontezza.ILDECHI.Amici!Ch’ei vada?I DUCHI.Ei vada.ILDECHI.Al dì novello in prontoSii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.

ILDECHI.Il ciel ti salvi, o Svarto:Nessuno è qui?SVARTO.Nessun. Quai nuove, o duca?ILDECHI.Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodoSi ravviluppa, o Svarto; e fia mestieriSciorlo col ferro: il dì s’appressa, io spero,Del guiderdon per tutti.SVARTO.Io nulla attendo,Fuor che da voi.ILDECHI.(aFARVALDOche soproggiunge)Farvaldo, alcun ti segue?FARVALDO.Vien su’[182]miei passi Indolfo.ILDECHI.Eccolo.INDOLFO.Amici!ILDECHI.(ad altri che entrano)Vila! Ervigo!Fratelli! Ebben: supremoÈ il momento, il vedete: i vinti in questaGuerra, qual siasi il vincitor, siam noi,Se un gran partito non si prende. ArridaLa sorte ai re; svelatamente addossoCi piomberan: Carlo trionfi; in presoRegno, che posto ci riman? Con unoDe’[183]combattenti è forza star.—CredeteChe in cor di questi re siavi un perdonoPer chi voleva un altro re?INDOLFO.NessunaPace con lor.ALTRI DUCHI.Nessuna!ILDECHI.È d’uopo un pattoStringer con Carlo.FARVALDO.Al suo legato....ERVIGO.È cintoDagli amici de’ regi; io vidi AnfridoPorglisi al fianco; e fu pensier d’Adelchi.ILDECHI.—Vada adunque un di noi; rechi le nostrePromesse a Carlo, e con le sue ritorni,O le rimandi.INDOLFO.Bene sta.ILDECHI.Chi pigliaQuest’impresa?SVARTO.Io v’andrò. Duchi, m’udite.Se alcun di voi quinci sparisce,[184]i guardiFieno intesi a cercarlo; ed il sospettoCercherà l’orme sue, fin che le scopra.[185]Ma che un gregario cavalier, che SvartoManchi, non fia che più s’avvegga[186]il mondo,Che d’un pruno scemato alla foresta.[187]Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:Dov’è? dica un di voi: Svarto? io lo vidiScorrer lungo il Ticino; il suo destrieroImbizzarrì, giù dall’arcion nell’ondaLo scosse; armato egli era, e più non salse.Sventurato! diranno; e più di SvartoNon si farà parola. A voi non liceInosservati andar: ma nel mio voltoChi fisserà lo sguardo? Al calpestioDel mio ronzin che solo arrivi, appenaQualche Latin fia che si volga; e il passoTosto mi sgombrerà.ILDECHI.Svarto, io da tantoNon ti credea.SVARTO.Necessità lo zeloRende operoso; e ad arrecar messaggiNon è mestier che di prontezza.ILDECHI.Amici!Ch’ei vada?I DUCHI.Ei vada.ILDECHI.Al dì novello in prontoSii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.

ILDECHI.

Il ciel ti salvi, o Svarto:

Nessuno è qui?

SVARTO.

Nessun. Quai nuove, o duca?

ILDECHI.

Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodo

Si ravviluppa, o Svarto; e fia mestieri

Sciorlo col ferro: il dì s’appressa, io spero,

Del guiderdon per tutti.

SVARTO.

Io nulla attendo,

Fuor che da voi.

ILDECHI.

(aFARVALDOche soproggiunge)

Farvaldo, alcun ti segue?

FARVALDO.

Vien su’[182]miei passi Indolfo.

ILDECHI.

Eccolo.

INDOLFO.

Amici!

ILDECHI.

(ad altri che entrano)

Vila! Ervigo!

Fratelli! Ebben: supremo

È il momento, il vedete: i vinti in questa

Guerra, qual siasi il vincitor, siam noi,

Se un gran partito non si prende. Arrida

La sorte ai re; svelatamente addosso

Ci piomberan: Carlo trionfi; in preso

Regno, che posto ci riman? Con uno

De’[183]combattenti è forza star.—Credete

Che in cor di questi re siavi un perdono

Per chi voleva un altro re?

INDOLFO.

Nessuna

Pace con lor.

ALTRI DUCHI.

Nessuna!

ILDECHI.

È d’uopo un patto

Stringer con Carlo.

FARVALDO.

Al suo legato....

ERVIGO.

È cinto

Dagli amici de’ regi; io vidi Anfrido

Porglisi al fianco; e fu pensier d’Adelchi.

ILDECHI.

—Vada adunque un di noi; rechi le nostre

Promesse a Carlo, e con le sue ritorni,

O le rimandi.

INDOLFO.

Bene sta.

ILDECHI.

Chi piglia

Quest’impresa?

SVARTO.

Io v’andrò. Duchi, m’udite.

Se alcun di voi quinci sparisce,[184]i guardi

Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto

Cercherà l’orme sue, fin che le scopra.[185]

Ma che un gregario cavalier, che Svarto

Manchi, non fia che più s’avvegga[186]il mondo,

Che d’un pruno scemato alla foresta.[187]

Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:

Dov’è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi

Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero

Imbizzarrì, giù dall’arcion nell’onda

Lo scosse; armato egli era, e più non salse.

Sventurato! diranno; e più di Svarto

Non si farà parola. A voi non lice

Inosservati andar: ma nel mio volto

Chi fisserà lo sguardo? Al calpestio

Del mio ronzin che solo arrivi, appena

Qualche Latin fia che si volga; e il passo

Tosto mi sgombrerà.

ILDECHI.

Svarto, io da tanto

Non ti credea.

SVARTO.

Necessità lo zelo

Rende operoso; e ad arrecar messaggi

Non è mestier che di prontezza.

ILDECHI.

Amici!

Ch’ei vada?

I DUCHI.

Ei vada.

ILDECHI.

Al dì novello in pronto

Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.

Fine dell’atto primo.

[182]sui[183]Dei[184]svanisce[185]La sua via frugherà fin che la trovi:[186]s’avveggia[187]Che d’un vepre scemato alla boscaglia.

[182]sui

[182]sui

[183]Dei

[183]Dei

[184]svanisce

[184]svanisce

[185]La sua via frugherà fin che la trovi:

[185]La sua via frugherà fin che la trovi:

[186]s’avveggia

[186]s’avveggia

[187]Che d’un vepre scemato alla boscaglia.

[187]Che d’un vepre scemato alla boscaglia.

Campo de’ Franchi in Val di Susa.

CARLO, PIETRO.

PIETRO.Carlo invitto, che udii? Toccato ancoraIl suol non hai dove il secondo regnoIl Signor ti destina; e di ritornoPer tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,Dal tuo labbro real tosto smentita,L’empia voce cader! L’età venturaNon abbia a dir che sul principio troncaGiacque un’impresa risoluta in cielo,Abbracciata da te. No; ch’io non torniAl Pastor santo, e debba dirgli: il brando,Che suscitato Iddio t’avea, ricaddeNella guaina; il tuo gran figlio volle,Volle un momento, e disperò.CARLO.Quant’ioPer la salvezza di tal padre oprai,Uomo di Dio, tu lo vedesti, il videIl mondo, e fede ne farà. Di quelloChe resti a far, dal mio desir consiglioNon prenderò, quando m’ha dato il suoNecessità. L’Onnipotente è un solo.Quando all’orecchio mi pervenne il gridoDel Pastor minacciato, io, su gl’infrantiIdoli vincitor, dietro l’infidoSassone camminava; e la sua fugaMi batteva la via; ristetti in mezzoDella vittoria, e patteggiai là doveTre dì più tardi comandar potea.Tenni il campo in Ginevra; al voler mioOgni voler piegò; Francia non ebbePiù che un affar; tutta si mosse; al varcoD’Italia s’affacciò volonterosa,Come al racquisto di sue terre andria.Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.Oh! se frapposti tra il conquisto e i FranchiFosser uomini sol, questa parolaIl re de’[188]Franchi proferir potrebbe:Chiusa è la via? Natura al mio nemicoIl campo preparò, gli abissi intornoGli scavò per fossati; e questi monti,Che il Signor fabbricò, son le sue torriE i battifredi: ogni più picciol varcoChiuso è di mura, onde insultare ai millePotrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.—Già troppo, in opra ove il valor non basta,Di valenti io perdei: troppo, fidandoNel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tintaDi Franco sangue la sua spada. ArditoCome un leon presso la tana, ei piomba,Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso,Nell’alta notte visitando il campo,Fermo presso le tende, udii quel nomeCon terror proferito. I Franchi mieiAd una scola di terror più a lungoIo non terrò. S’io del nemico a fronteVenir poteva in campo aperto, oh! breveEra questa tenzon, certa l’impresa...Fin troppo certa per la gloria. E Svarto,Un guerrier senza nome, un fuggitivo,L’avrìa con me divisa; ei che già vintiMi rassegnò tanti nemici. Un giorno,Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.Non se ne parli più.PIETRO.Re, all’umil servoDi Colui che t’elesse, e pose il regnoNella tua casa, non vorrai tu i preghiAnco inibir. Pensa a che man tu lasciQuel che padre tu nomi. Il suo nemicoGià provocato a guerra avevi, in armi[189]Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,Più che di tema, il crudo veglio al santoPastor mandava ad intimar, che ai FranchiDesse altri re:—tu li conosci. Ei taleMandò risposta a quel tiranno: immotaSia questa man per sempre; inaridiscaIl crisma santo su[190]l’altar di Dio,Pria che, sparso da me, seme diventiDi guerra contro[191]il figliuol mio.—T’aitiQuel tuo figliuol, fe’ replicargli il rege;Ma pensa ben, che s’ei ti manca[192]un giorno,Fia risoluta fra noi[193]due la lite.CARLO.A che ritenti questa piaga? In vaniLamenti vuoi che anch’io mi perda? o pensiChe abbia Carlo mestier di sproni al fianco?—È in periglio Adrian; forse è mestieriChe altri a Carlo il rimembri? il vedo,[194]il sento;E non è detto di mortal che possaCrescere il cruccio che il mio cor ne prova.Ma superar queste bastite, al suoScampo volar... de’ Franchi il re nol puote.Detto io te l’ho; nè volontier[195]ripetoQuesta parola.—Io da’ miei Franchi ottenniTutto finor, perchè sol grandi io chiesiE fattibili cose. All’uom che stassiFuor degli eventi e guata, arduo talvoltaCiò ch’è più lieve appar, lieve talvoltaCiò che la possa de’ mortali eccede.Ma chi tenzona con le cose, e deve[196]Ciò ch’egli agogna conseguir con l’opra,Quei conosce i momenti.—E che poteaIo far di più? Pace al nemico offersi,Sol che le terre dei Romani ei sgombri;Oro gli offersi per la pace; e l’oroEi ricusò! Vergogna! a ripararlaSul Vèsero ne andrò.

PIETRO.Carlo invitto, che udii? Toccato ancoraIl suol non hai dove il secondo regnoIl Signor ti destina; e di ritornoPer tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,Dal tuo labbro real tosto smentita,L’empia voce cader! L’età venturaNon abbia a dir che sul principio troncaGiacque un’impresa risoluta in cielo,Abbracciata da te. No; ch’io non torniAl Pastor santo, e debba dirgli: il brando,Che suscitato Iddio t’avea, ricaddeNella guaina; il tuo gran figlio volle,Volle un momento, e disperò.CARLO.Quant’ioPer la salvezza di tal padre oprai,Uomo di Dio, tu lo vedesti, il videIl mondo, e fede ne farà. Di quelloChe resti a far, dal mio desir consiglioNon prenderò, quando m’ha dato il suoNecessità. L’Onnipotente è un solo.Quando all’orecchio mi pervenne il gridoDel Pastor minacciato, io, su gl’infrantiIdoli vincitor, dietro l’infidoSassone camminava; e la sua fugaMi batteva la via; ristetti in mezzoDella vittoria, e patteggiai là doveTre dì più tardi comandar potea.Tenni il campo in Ginevra; al voler mioOgni voler piegò; Francia non ebbePiù che un affar; tutta si mosse; al varcoD’Italia s’affacciò volonterosa,Come al racquisto di sue terre andria.Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.Oh! se frapposti tra il conquisto e i FranchiFosser uomini sol, questa parolaIl re de’[188]Franchi proferir potrebbe:Chiusa è la via? Natura al mio nemicoIl campo preparò, gli abissi intornoGli scavò per fossati; e questi monti,Che il Signor fabbricò, son le sue torriE i battifredi: ogni più picciol varcoChiuso è di mura, onde insultare ai millePotrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.—Già troppo, in opra ove il valor non basta,Di valenti io perdei: troppo, fidandoNel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tintaDi Franco sangue la sua spada. ArditoCome un leon presso la tana, ei piomba,Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso,Nell’alta notte visitando il campo,Fermo presso le tende, udii quel nomeCon terror proferito. I Franchi mieiAd una scola di terror più a lungoIo non terrò. S’io del nemico a fronteVenir poteva in campo aperto, oh! breveEra questa tenzon, certa l’impresa...Fin troppo certa per la gloria. E Svarto,Un guerrier senza nome, un fuggitivo,L’avrìa con me divisa; ei che già vintiMi rassegnò tanti nemici. Un giorno,Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.Non se ne parli più.PIETRO.Re, all’umil servoDi Colui che t’elesse, e pose il regnoNella tua casa, non vorrai tu i preghiAnco inibir. Pensa a che man tu lasciQuel che padre tu nomi. Il suo nemicoGià provocato a guerra avevi, in armi[189]Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,Più che di tema, il crudo veglio al santoPastor mandava ad intimar, che ai FranchiDesse altri re:—tu li conosci. Ei taleMandò risposta a quel tiranno: immotaSia questa man per sempre; inaridiscaIl crisma santo su[190]l’altar di Dio,Pria che, sparso da me, seme diventiDi guerra contro[191]il figliuol mio.—T’aitiQuel tuo figliuol, fe’ replicargli il rege;Ma pensa ben, che s’ei ti manca[192]un giorno,Fia risoluta fra noi[193]due la lite.CARLO.A che ritenti questa piaga? In vaniLamenti vuoi che anch’io mi perda? o pensiChe abbia Carlo mestier di sproni al fianco?—È in periglio Adrian; forse è mestieriChe altri a Carlo il rimembri? il vedo,[194]il sento;E non è detto di mortal che possaCrescere il cruccio che il mio cor ne prova.Ma superar queste bastite, al suoScampo volar... de’ Franchi il re nol puote.Detto io te l’ho; nè volontier[195]ripetoQuesta parola.—Io da’ miei Franchi ottenniTutto finor, perchè sol grandi io chiesiE fattibili cose. All’uom che stassiFuor degli eventi e guata, arduo talvoltaCiò ch’è più lieve appar, lieve talvoltaCiò che la possa de’ mortali eccede.Ma chi tenzona con le cose, e deve[196]Ciò ch’egli agogna conseguir con l’opra,Quei conosce i momenti.—E che poteaIo far di più? Pace al nemico offersi,Sol che le terre dei Romani ei sgombri;Oro gli offersi per la pace; e l’oroEi ricusò! Vergogna! a ripararlaSul Vèsero ne andrò.

PIETRO.

Carlo invitto, che udii? Toccato ancora

Il suol non hai dove il secondo regno

Il Signor ti destina; e di ritorno

Per tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,

Dal tuo labbro real tosto smentita,

L’empia voce cader! L’età ventura

Non abbia a dir che sul principio tronca

Giacque un’impresa risoluta in cielo,

Abbracciata da te. No; ch’io non torni

Al Pastor santo, e debba dirgli: il brando,

Che suscitato Iddio t’avea, ricadde

Nella guaina; il tuo gran figlio volle,

Volle un momento, e disperò.

CARLO.

Quant’io

Per la salvezza di tal padre oprai,

Uomo di Dio, tu lo vedesti, il vide

Il mondo, e fede ne farà. Di quello

Che resti a far, dal mio desir consiglio

Non prenderò, quando m’ha dato il suo

Necessità. L’Onnipotente è un solo.

Quando all’orecchio mi pervenne il grido

Del Pastor minacciato, io, su gl’infranti

Idoli vincitor, dietro l’infido

Sassone camminava; e la sua fuga

Mi batteva la via; ristetti in mezzo

Della vittoria, e patteggiai là dove

Tre dì più tardi comandar potea.

Tenni il campo in Ginevra; al voler mio

Ogni voler piegò; Francia non ebbe

Più che un affar; tutta si mosse; al varco

D’Italia s’affacciò volonterosa,

Come al racquisto di sue terre andria.

Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.

Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi

Fosser uomini sol, questa parola

Il re de’[188]Franchi proferir potrebbe:

Chiusa è la via? Natura al mio nemico

Il campo preparò, gli abissi intorno

Gli scavò per fossati; e questi monti,

Che il Signor fabbricò, son le sue torri

E i battifredi: ogni più picciol varco

Chiuso è di mura, onde insultare ai mille

Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

—Già troppo, in opra ove il valor non basta,

Di valenti io perdei: troppo, fidando

Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta

Di Franco sangue la sua spada. Ardito

Come un leon presso la tana, ei piomba,

Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso,

Nell’alta notte visitando il campo,

Fermo presso le tende, udii quel nome

Con terror proferito. I Franchi miei

Ad una scola di terror più a lungo

Io non terrò. S’io del nemico a fronte

Venir poteva in campo aperto, oh! breve

Era questa tenzon, certa l’impresa...

Fin troppo certa per la gloria. E Svarto,

Un guerrier senza nome, un fuggitivo,

L’avrìa con me divisa; ei che già vinti

Mi rassegnò tanti nemici. Un giorno,

Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.

Non se ne parli più.

PIETRO.

Re, all’umil servo

Di Colui che t’elesse, e pose il regno

Nella tua casa, non vorrai tu i preghi

Anco inibir. Pensa a che man tu lasci

Quel che padre tu nomi. Il suo nemico

Già provocato a guerra avevi, in armi[189]

Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,

Più che di tema, il crudo veglio al santo

Pastor mandava ad intimar, che ai Franchi

Desse altri re:—tu li conosci. Ei tale

Mandò risposta a quel tiranno: immota

Sia questa man per sempre; inaridisca

Il crisma santo su[190]l’altar di Dio,

Pria che, sparso da me, seme diventi

Di guerra contro[191]il figliuol mio.—T’aiti

Quel tuo figliuol, fe’ replicargli il rege;

Ma pensa ben, che s’ei ti manca[192]un giorno,

Fia risoluta fra noi[193]due la lite.

CARLO.

A che ritenti questa piaga? In vani

Lamenti vuoi che anch’io mi perda? o pensi

Che abbia Carlo mestier di sproni al fianco?

—È in periglio Adrian; forse è mestieri

Che altri a Carlo il rimembri? il vedo,[194]il sento;

E non è detto di mortal che possa

Crescere il cruccio che il mio cor ne prova.

Ma superar queste bastite, al suo

Scampo volar... de’ Franchi il re nol puote.

Detto io te l’ho; nè volontier[195]ripeto

Questa parola.—Io da’ miei Franchi ottenni

Tutto finor, perchè sol grandi io chiesi

E fattibili cose. All’uom che stassi

Fuor degli eventi e guata, arduo talvolta

Ciò ch’è più lieve appar, lieve talvolta

Ciò che la possa de’ mortali eccede.

Ma chi tenzona con le cose, e deve[196]

Ciò ch’egli agogna conseguir con l’opra,

Quei conosce i momenti.—E che potea

Io far di più? Pace al nemico offersi,

Sol che le terre dei Romani ei sgombri;

Oro gli offersi per la pace; e l’oro

Ei ricusò! Vergogna! a ripararla

Sul Vèsero ne andrò.


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