ATTO TERZO.

[188]dei[189]arme[190]in su[191]in contro[192]falla[193]in fra[194]veggio[195]volentier[196]debbe

[188]dei

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[189]arme

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[190]in su

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[191]in contro

[191]in contro

[192]falla

[192]falla

[193]in fra

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[194]veggio

[194]veggio

[195]volentier

[195]volentier

[196]debbe

[196]debbe

ARVINO, eDETTI.

ARVINO.Sire, nel campoUn uom latino è giunto, e il tuo cospettoChiede.PIETRO.Un Latin?CARLO.Donde arrivò? Le ChiuseCome varcò?ARVINO.Per calli sconosciuti,Declinandole, ei venne;[197]e a te si vantaGrande avviso recar.CARLO.Fa ch’io gli parli.(ARVINOparte)E tu meco l’udrai. Nulla intentatoPer la salvezza d’Adriano io voglioLasciar: di questo testimon ti chiamo.

ARVINO.Sire, nel campoUn uom latino è giunto, e il tuo cospettoChiede.PIETRO.Un Latin?CARLO.Donde arrivò? Le ChiuseCome varcò?ARVINO.Per calli sconosciuti,Declinandole, ei venne;[197]e a te si vantaGrande avviso recar.CARLO.Fa ch’io gli parli.(ARVINOparte)E tu meco l’udrai. Nulla intentatoPer la salvezza d’Adriano io voglioLasciar: di questo testimon ti chiamo.

ARVINO.

Sire, nel campo

Un uom latino è giunto, e il tuo cospetto

Chiede.

PIETRO.

Un Latin?

CARLO.

Donde arrivò? Le Chiuse

Come varcò?

ARVINO.

Per calli sconosciuti,

Declinandole, ei venne;[197]e a te si vanta

Grande avviso recar.

CARLO.

Fa ch’io gli parli.

(ARVINOparte)

E tu meco l’udrai. Nulla intentato

Per la salvezza d’Adriano io voglio

Lasciar: di questo testimon ti chiamo.

[197]giunse

[197]giunse

[197]giunse

MARTINO introdotto da ARVINO, eDETTI. (ARVINOsi ritira).

CARLO.Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,Illeso, inosservato?MARTINO.Inclita spemeDell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;E de’ miei stenti e de’[198]perigli[199]è questaAmpia mercè; ma non è sola. ElettoA strugger gli empi[200]! ad insegnarti io vengoLa via.CARLO.Qual via?MARTINO.Quella ch’io feci.CARLO.E comeGiungesti a noi? Chi se’? Donde l’arditoPensier ti venne?MARTINO.All’ordin sacro ascrittoDe’[201]diaconi io son: Ravenna il giornoMi diè: Leone, il suo Pastor, m’invia.Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tantoTi degna, al re sii scorta: a lui di RomaPresenta il pianto, e d’Adrian.CARLO.Tu vediIl suo legato.PIETRO.Ch’io la man ti stringa,Prode concittadino: a noi tu giungiAngel di gioia.[202]MARTINO.Uom peccator son io;Ma la gioia[202]è dal cielo, e non fia vana.CARLO.Animoso Latin, ciò che veduto,Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,Tutto mi narra.MARTINO.Di Leone al cenno,Verso il tuo campo io mi drizzai; la bellaContrada attraversai, che nido è fattaDel Longobardo e da lui piglia il nome.Scórsi ville e città, sol di latiniAbitatori popolate: alcunoDell’empia razza a te nemica e a noiNon vi riman, che le superbe sposeDe’[203]tiranni e le madri, ed i fanciulliChe s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,Lasciati a guardia de’ cultor soggetti,Come radi pastor di folto armento.Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensatiSono i cavalli e l’armi; ivi raccoltaTutta una gente sta, perchè in un colpoStrugger la possa il braccio tuo.CARLO.ToccastiIl campo lor? qual è? che fan?MARTINO.SecuriDa quella parte che all’Italia è volta,Fossa non hanno, nè ripar, nè schiereIn ordinanza: a fascio stanno; e soloSi guardan quinci, donde solo han temaChe tu attinger li possa. A te, per mezzoIl campo ostil, quindi venir non m’eraPossibil cosa; e nol tentai; chè cintoAl par di rocca è questo lato; e milleVolte nemico tra[204]costor chiaritoM’avria la breve chioma, il mento ignudo,L’abito, il volto ed il sermon latino.Straniero ed inimico, inutil morteTrovato avrei; reddir senza vedertiM’era più amaro che il morir. PensaiChe dall’aspetto salvator di CarloUn breve tratto mi partia: risolsiLa via cercarne, e la rinvenni.CARLO.E comeNota a te fu? come al nemico ascosa?MARTINO.Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campoInosservato uscii; l’orme ripresiPoco innanzi calcate; indi alla manca[205]Piegai verso aquilone, e abbandonandoI battuti sentieri, in un’angusta[206]Oscura valle m’internai: ma quantoPiù il passo procedea, tanto allo sguardoPiù spaziosa[207]ella si fea. Qui scorsiGregge[208]erranti e tuguri:[209]era codestaL’ultima stanza de’ mortali. EntraiPresso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovraLanose pelli riposai la notte.Sorto all’aurora, al buon pastor la viaAddimandai di Francia. — Oltre quei montiSono altri monti, ei disse, ed altri ancora;E lontano lontan Francia; ma viaNon avvi[210]; e mille son que’[211]monti, e tuttiErti, nudi, tremendi, inabitati,Se non da spirti, ed uom mortal giammaiNon li varcò.—Le vie di Dio son molte,Più assai di quelle del mortal, risposi;E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:Indi, tra i pani che teneva in serbo,Tanti pigliò di quanti un pellegrinoPuote andar carco; e, in rude sacco avvolti,Ne gravò le mie spalle: il guiderdoneIo gli pregai dal cielo, e in via mi posi.Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,E in Dio fidando, lo varcai. Qui nullaTraccia d’uomo apparia; solo foresteD’intatti abeti, ignoti fiumi, e valliSenza sentier: tutto tacea; null’altroChe i miei passi io sentiva, e ad ora ad oraLo scrosciar dei torrenti, o l’improvvisoStridir del falco, o l’aquila, dall’ertoNido spiccata sul[212]mattin, rombandoPassar sovra il mio capo, o, sul meriggio,Tocchi dal sole, crepitar del pinoSilvestre i coni. Andai così tre giorni;E sotto l’alte piante, o ne’[213]burroniPosai tre notti. Era mia guida il sole;Io sorgeva con esso, e il suo viaggioSeguia, rivolto al suo tramonto. IncertoPur del cammino io già, di valle in valleTrapassando mai sempre; o se talvoltaD’accessibil pendìo sorgermi innanziVedeva un giogo, e n’attingea la cima,Altre più eccelse cime, innanzi, intornoSovrastavanmi ancora; altre, di neveDa sommo ad imo biancheggianti, e quasiRipidi, acuti padiglioni, al suoloConfitti; altre ferrigne, erette a guisaDi mura, insuperabili.—CadevaIl terzo sol quando un gran monte io scersi,Che sovra gli altri ergea la fronte, ed eraTutto una verde china, e la sua vettaCoronata di piante. A quella parteTosto il passo io rivolsi.—Era la costaOriental di questo monte istesso,A cui, di contro al sol cadente, il tuoCampo s’appoggia, o sire.—In su le faldeMi colsero le tenebre: le seccheLubriche spoglie degli abeti, ond’eraIl suol gremito, mi fur letto, e spondaGli antichissimi tronchi. Una ridenteSperanza, all’alba, risvegliommi; e pienoDi novello vigor la costa ascesi.Appena il sommo ne toccai, l’orecchioMi percosse un ronzio che di lontanoParea venir, cupo, incessante; io stetti,Ed immoto ascoltai. Non eran l’acqueRotte fra i sassi in giù; non era il ventoChe investìa le foreste, e, sibilando,D’una in altra scorrea, ma veramenteUn rumor[214]di viventi, un indistintoSuon di favelle e d’opre e di pedateBrulicanti da lungi, un agitarsiD’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passoAccelerai. Su questa, o re, che a noiSembra di qui lunga ed acuta cimaFendere il ciel, quasi affilata scure,Giace un’ampia pianura, e d’erbe è foltaNon mai calcate in pria. Presi di quellaIl più breve tragitto: ad ogni istanteSi fea il rumor[215]più presso: divoraiL’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardoLanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidiLe tende d’Israello, i sospiratiPadiglion di Giacobbe: al suol prostrato,Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.CARLO.Empio colui che non vorrà la destraQui riconoscer dell’Eccelso!PIETRO.E quantoPiù manifesta apparirà nell’opra,A cui l’Eccelso ti destina!CARLO.Ed ioLa compirò.(aMARTINO)Pensa, o Latino, e certaSia la risposta: a cavalieri il passoDar può la via che percorresti?MARTINO.Il puote.E a che l’avrebbe preparata il cielo?Per chi, signor? perchè un mortale oscuroAl re de’[216]Franchi narrator venisseD’inutile portento?CARLO.Oggi a riposoNella mia tenda rimarrai: sull’alba,Ad un’eletta di guerrier tu scortaPer quella via sarai.—Pensa, o valente,Che il fior di Francia alla tua scorta affido.MARTINO.Con lor sarò: di mie promesse pegnoIl mio capo ti fia.CARLO.Se di quest’alpeMi sferro alfine, e vincitore al santoAvel di Piero, al desiato amplessoDel gran padre Adrian giunger m’è dato,Se grazia alcuna al suo cospetto un mioPrego aver può, le pastorali bendeCirconderan quel capo; e faran fedeIn quanto onor Carlo lo tenga.—Arvino!(entraARVINO)I Conti e i Sacerdoti.[217](al Legato e[218]aMARTINO)E voi, le maniAlzate[219]al ciel; le grazie a lui rendutePreghiera sian[220]che favor novo impetri.(partono il Legato eMARTINO).

CARLO.Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,Illeso, inosservato?MARTINO.Inclita spemeDell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;E de’ miei stenti e de’[198]perigli[199]è questaAmpia mercè; ma non è sola. ElettoA strugger gli empi[200]! ad insegnarti io vengoLa via.CARLO.Qual via?MARTINO.Quella ch’io feci.CARLO.E comeGiungesti a noi? Chi se’? Donde l’arditoPensier ti venne?MARTINO.All’ordin sacro ascrittoDe’[201]diaconi io son: Ravenna il giornoMi diè: Leone, il suo Pastor, m’invia.Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tantoTi degna, al re sii scorta: a lui di RomaPresenta il pianto, e d’Adrian.CARLO.Tu vediIl suo legato.PIETRO.Ch’io la man ti stringa,Prode concittadino: a noi tu giungiAngel di gioia.[202]MARTINO.Uom peccator son io;Ma la gioia[202]è dal cielo, e non fia vana.CARLO.Animoso Latin, ciò che veduto,Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,Tutto mi narra.MARTINO.Di Leone al cenno,Verso il tuo campo io mi drizzai; la bellaContrada attraversai, che nido è fattaDel Longobardo e da lui piglia il nome.Scórsi ville e città, sol di latiniAbitatori popolate: alcunoDell’empia razza a te nemica e a noiNon vi riman, che le superbe sposeDe’[203]tiranni e le madri, ed i fanciulliChe s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,Lasciati a guardia de’ cultor soggetti,Come radi pastor di folto armento.Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensatiSono i cavalli e l’armi; ivi raccoltaTutta una gente sta, perchè in un colpoStrugger la possa il braccio tuo.CARLO.ToccastiIl campo lor? qual è? che fan?MARTINO.SecuriDa quella parte che all’Italia è volta,Fossa non hanno, nè ripar, nè schiereIn ordinanza: a fascio stanno; e soloSi guardan quinci, donde solo han temaChe tu attinger li possa. A te, per mezzoIl campo ostil, quindi venir non m’eraPossibil cosa; e nol tentai; chè cintoAl par di rocca è questo lato; e milleVolte nemico tra[204]costor chiaritoM’avria la breve chioma, il mento ignudo,L’abito, il volto ed il sermon latino.Straniero ed inimico, inutil morteTrovato avrei; reddir senza vedertiM’era più amaro che il morir. PensaiChe dall’aspetto salvator di CarloUn breve tratto mi partia: risolsiLa via cercarne, e la rinvenni.CARLO.E comeNota a te fu? come al nemico ascosa?MARTINO.Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campoInosservato uscii; l’orme ripresiPoco innanzi calcate; indi alla manca[205]Piegai verso aquilone, e abbandonandoI battuti sentieri, in un’angusta[206]Oscura valle m’internai: ma quantoPiù il passo procedea, tanto allo sguardoPiù spaziosa[207]ella si fea. Qui scorsiGregge[208]erranti e tuguri:[209]era codestaL’ultima stanza de’ mortali. EntraiPresso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovraLanose pelli riposai la notte.Sorto all’aurora, al buon pastor la viaAddimandai di Francia. — Oltre quei montiSono altri monti, ei disse, ed altri ancora;E lontano lontan Francia; ma viaNon avvi[210]; e mille son que’[211]monti, e tuttiErti, nudi, tremendi, inabitati,Se non da spirti, ed uom mortal giammaiNon li varcò.—Le vie di Dio son molte,Più assai di quelle del mortal, risposi;E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:Indi, tra i pani che teneva in serbo,Tanti pigliò di quanti un pellegrinoPuote andar carco; e, in rude sacco avvolti,Ne gravò le mie spalle: il guiderdoneIo gli pregai dal cielo, e in via mi posi.Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,E in Dio fidando, lo varcai. Qui nullaTraccia d’uomo apparia; solo foresteD’intatti abeti, ignoti fiumi, e valliSenza sentier: tutto tacea; null’altroChe i miei passi io sentiva, e ad ora ad oraLo scrosciar dei torrenti, o l’improvvisoStridir del falco, o l’aquila, dall’ertoNido spiccata sul[212]mattin, rombandoPassar sovra il mio capo, o, sul meriggio,Tocchi dal sole, crepitar del pinoSilvestre i coni. Andai così tre giorni;E sotto l’alte piante, o ne’[213]burroniPosai tre notti. Era mia guida il sole;Io sorgeva con esso, e il suo viaggioSeguia, rivolto al suo tramonto. IncertoPur del cammino io già, di valle in valleTrapassando mai sempre; o se talvoltaD’accessibil pendìo sorgermi innanziVedeva un giogo, e n’attingea la cima,Altre più eccelse cime, innanzi, intornoSovrastavanmi ancora; altre, di neveDa sommo ad imo biancheggianti, e quasiRipidi, acuti padiglioni, al suoloConfitti; altre ferrigne, erette a guisaDi mura, insuperabili.—CadevaIl terzo sol quando un gran monte io scersi,Che sovra gli altri ergea la fronte, ed eraTutto una verde china, e la sua vettaCoronata di piante. A quella parteTosto il passo io rivolsi.—Era la costaOriental di questo monte istesso,A cui, di contro al sol cadente, il tuoCampo s’appoggia, o sire.—In su le faldeMi colsero le tenebre: le seccheLubriche spoglie degli abeti, ond’eraIl suol gremito, mi fur letto, e spondaGli antichissimi tronchi. Una ridenteSperanza, all’alba, risvegliommi; e pienoDi novello vigor la costa ascesi.Appena il sommo ne toccai, l’orecchioMi percosse un ronzio che di lontanoParea venir, cupo, incessante; io stetti,Ed immoto ascoltai. Non eran l’acqueRotte fra i sassi in giù; non era il ventoChe investìa le foreste, e, sibilando,D’una in altra scorrea, ma veramenteUn rumor[214]di viventi, un indistintoSuon di favelle e d’opre e di pedateBrulicanti da lungi, un agitarsiD’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passoAccelerai. Su questa, o re, che a noiSembra di qui lunga ed acuta cimaFendere il ciel, quasi affilata scure,Giace un’ampia pianura, e d’erbe è foltaNon mai calcate in pria. Presi di quellaIl più breve tragitto: ad ogni istanteSi fea il rumor[215]più presso: divoraiL’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardoLanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidiLe tende d’Israello, i sospiratiPadiglion di Giacobbe: al suol prostrato,Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.CARLO.Empio colui che non vorrà la destraQui riconoscer dell’Eccelso!PIETRO.E quantoPiù manifesta apparirà nell’opra,A cui l’Eccelso ti destina!CARLO.Ed ioLa compirò.(aMARTINO)Pensa, o Latino, e certaSia la risposta: a cavalieri il passoDar può la via che percorresti?MARTINO.Il puote.E a che l’avrebbe preparata il cielo?Per chi, signor? perchè un mortale oscuroAl re de’[216]Franchi narrator venisseD’inutile portento?CARLO.Oggi a riposoNella mia tenda rimarrai: sull’alba,Ad un’eletta di guerrier tu scortaPer quella via sarai.—Pensa, o valente,Che il fior di Francia alla tua scorta affido.MARTINO.Con lor sarò: di mie promesse pegnoIl mio capo ti fia.CARLO.Se di quest’alpeMi sferro alfine, e vincitore al santoAvel di Piero, al desiato amplessoDel gran padre Adrian giunger m’è dato,Se grazia alcuna al suo cospetto un mioPrego aver può, le pastorali bendeCirconderan quel capo; e faran fedeIn quanto onor Carlo lo tenga.—Arvino!(entraARVINO)I Conti e i Sacerdoti.[217](al Legato e[218]aMARTINO)E voi, le maniAlzate[219]al ciel; le grazie a lui rendutePreghiera sian[220]che favor novo impetri.(partono il Legato eMARTINO).

CARLO.

Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,

Illeso, inosservato?

MARTINO.

Inclita speme

Dell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;

E de’ miei stenti e de’[198]perigli[199]è questa

Ampia mercè; ma non è sola. Eletto

A strugger gli empi[200]! ad insegnarti io vengo

La via.

CARLO.

Qual via?

MARTINO.

Quella ch’io feci.

CARLO.

E come

Giungesti a noi? Chi se’? Donde l’ardito

Pensier ti venne?

MARTINO.

All’ordin sacro ascritto

De’[201]diaconi io son: Ravenna il giorno

Mi diè: Leone, il suo Pastor, m’invia.

Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;

Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tanto

Ti degna, al re sii scorta: a lui di Roma

Presenta il pianto, e d’Adrian.

CARLO.

Tu vedi

Il suo legato.

PIETRO.

Ch’io la man ti stringa,

Prode concittadino: a noi tu giungi

Angel di gioia.[202]

MARTINO.

Uom peccator son io;

Ma la gioia[202]è dal cielo, e non fia vana.

CARLO.

Animoso Latin, ciò che veduto,

Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,

Tutto mi narra.

MARTINO.

Di Leone al cenno,

Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella

Contrada attraversai, che nido è fatta

Del Longobardo e da lui piglia il nome.

Scórsi ville e città, sol di latini

Abitatori popolate: alcuno

Dell’empia razza a te nemica e a noi

Non vi riman, che le superbe spose

De’[203]tiranni e le madri, ed i fanciulli

Che s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,

Lasciati a guardia de’ cultor soggetti,

Come radi pastor di folto armento.

Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati

Sono i cavalli e l’armi; ivi raccolta

Tutta una gente sta, perchè in un colpo

Strugger la possa il braccio tuo.

CARLO.

Toccasti

Il campo lor? qual è? che fan?

MARTINO.

Securi

Da quella parte che all’Italia è volta,

Fossa non hanno, nè ripar, nè schiere

In ordinanza: a fascio stanno; e solo

Si guardan quinci, donde solo han tema

Che tu attinger li possa. A te, per mezzo

Il campo ostil, quindi venir non m’era

Possibil cosa; e nol tentai; chè cinto

Al par di rocca è questo lato; e mille

Volte nemico tra[204]costor chiarito

M’avria la breve chioma, il mento ignudo,

L’abito, il volto ed il sermon latino.

Straniero ed inimico, inutil morte

Trovato avrei; reddir senza vederti

M’era più amaro che il morir. Pensai

Che dall’aspetto salvator di Carlo

Un breve tratto mi partia: risolsi

La via cercarne, e la rinvenni.

CARLO.

E come

Nota a te fu? come al nemico ascosa?

MARTINO.

Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campo

Inosservato uscii; l’orme ripresi

Poco innanzi calcate; indi alla manca[205]

Piegai verso aquilone, e abbandonando

I battuti sentieri, in un’angusta[206]

Oscura valle m’internai: ma quanto

Più il passo procedea, tanto allo sguardo

Più spaziosa[207]ella si fea. Qui scorsi

Gregge[208]erranti e tuguri:[209]era codesta

L’ultima stanza de’ mortali. Entrai

Presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra

Lanose pelli riposai la notte.

Sorto all’aurora, al buon pastor la via

Addimandai di Francia. — Oltre quei monti

Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;

E lontano lontan Francia; ma via

Non avvi[210]; e mille son que’[211]monti, e tutti

Erti, nudi, tremendi, inabitati,

Se non da spirti, ed uom mortal giammai

Non li varcò.—Le vie di Dio son molte,

Più assai di quelle del mortal, risposi;

E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:

Indi, tra i pani che teneva in serbo,

Tanti pigliò di quanti un pellegrino

Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,

Ne gravò le mie spalle: il guiderdone

Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.

Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,

E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla

Traccia d’uomo apparia; solo foreste

D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli

Senza sentier: tutto tacea; null’altro

Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora

Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso

Stridir del falco, o l’aquila, dall’erto

Nido spiccata sul[212]mattin, rombando

Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,

Tocchi dal sole, crepitar del pino

Silvestre i coni. Andai così tre giorni;

E sotto l’alte piante, o ne’[213]burroni

Posai tre notti. Era mia guida il sole;

Io sorgeva con esso, e il suo viaggio

Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto

Pur del cammino io già, di valle in valle

Trapassando mai sempre; o se talvolta

D’accessibil pendìo sorgermi innanzi

Vedeva un giogo, e n’attingea la cima,

Altre più eccelse cime, innanzi, intorno

Sovrastavanmi ancora; altre, di neve

Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi

Ripidi, acuti padiglioni, al suolo

Confitti; altre ferrigne, erette a guisa

Di mura, insuperabili.—Cadeva

Il terzo sol quando un gran monte io scersi,

Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era

Tutto una verde china, e la sua vetta

Coronata di piante. A quella parte

Tosto il passo io rivolsi.—Era la costa

Oriental di questo monte istesso,

A cui, di contro al sol cadente, il tuo

Campo s’appoggia, o sire.—In su le falde

Mi colsero le tenebre: le secche

Lubriche spoglie degli abeti, ond’era

Il suol gremito, mi fur letto, e sponda

Gli antichissimi tronchi. Una ridente

Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno

Di novello vigor la costa ascesi.

Appena il sommo ne toccai, l’orecchio

Mi percosse un ronzio che di lontano

Parea venir, cupo, incessante; io stetti,

Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque

Rotte fra i sassi in giù; non era il vento

Che investìa le foreste, e, sibilando,

D’una in altra scorrea, ma veramente

Un rumor[214]di viventi, un indistinto

Suon di favelle e d’opre e di pedate

Brulicanti da lungi, un agitarsi

D’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo

Accelerai. Su questa, o re, che a noi

Sembra di qui lunga ed acuta cima

Fendere il ciel, quasi affilata scure,

Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta

Non mai calcate in pria. Presi di quella

Il più breve tragitto: ad ogni istante

Si fea il rumor[215]più presso: divorai

L’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo

Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi

Le tende d’Israello, i sospirati

Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,

Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

CARLO.

Empio colui che non vorrà la destra

Qui riconoscer dell’Eccelso!

PIETRO.

E quanto

Più manifesta apparirà nell’opra,

A cui l’Eccelso ti destina!

CARLO.

Ed io

La compirò.

(aMARTINO)

Pensa, o Latino, e certa

Sia la risposta: a cavalieri il passo

Dar può la via che percorresti?

MARTINO.

Il puote.

E a che l’avrebbe preparata il cielo?

Per chi, signor? perchè un mortale oscuro

Al re de’[216]Franchi narrator venisse

D’inutile portento?

CARLO.

Oggi a riposo

Nella mia tenda rimarrai: sull’alba,

Ad un’eletta di guerrier tu scorta

Per quella via sarai.—Pensa, o valente,

Che il fior di Francia alla tua scorta affido.

MARTINO.

Con lor sarò: di mie promesse pegno

Il mio capo ti fia.

CARLO.

Se di quest’alpe

Mi sferro alfine, e vincitore al santo

Avel di Piero, al desiato amplesso

Del gran padre Adrian giunger m’è dato,

Se grazia alcuna al suo cospetto un mio

Prego aver può, le pastorali bende

Circonderan quel capo; e faran fede

In quanto onor Carlo lo tenga.—Arvino!

(entraARVINO)

I Conti e i Sacerdoti.[217]

(al Legato e[218]aMARTINO)

E voi, le mani

Alzate[219]al ciel; le grazie a lui rendute

Preghiera sian[220]che favor novo impetri.

(partono il Legato eMARTINO).

[198]dei[199]periglj[200]empj[201]Dei[202]gioja[203]Dei[204]in fra[205]alla destra[206]una angusta[207]spazïosa[208]Greggie[209]tugurj[210]havvi[211]quei[212]in sul[213]nei[214]romor[215]romor[216]dei[217](ARVINOparte)[218]ed a[219]Levate[220]sien

[198]dei

[198]dei

[199]periglj

[199]periglj

[200]empj

[200]empj

[201]Dei

[201]Dei

[202]gioja

[202]gioja

[203]Dei

[203]Dei

[204]in fra

[204]in fra

[205]alla destra

[205]alla destra

[206]una angusta

[206]una angusta

[207]spazïosa

[207]spazïosa

[208]Greggie

[208]Greggie

[209]tugurj

[209]tugurj

[210]havvi

[210]havvi

[211]quei

[211]quei

[212]in sul

[212]in sul

[213]nei

[213]nei

[214]romor

[214]romor

[215]romor

[215]romor

[216]dei

[216]dei

[217](ARVINOparte)

[217](ARVINOparte)

[218]ed a

[218]ed a

[219]Levate

[219]Levate

[220]sien

[220]sien

CARLO.Così, Carlo reddiva. Il riso amaroDel suo nemico e dell’età venturaGli stava innanzi; ma l’avea giurato,Egli in Francia reddìa.—Qual de’ miei prodi,Qual de’ miei fidi, per consiglio o prego,Smosso m’avrìa dal mio proposto? E un solo,Un uom di pace, uno stranier, m’apportaNovi[221]pensier! No: quei che in petto a CarloRimette il cor, non è costui. La stellaChe scintillava al mio partir, che ascosaStette alcun tempo, io la riveggo.[222]Egli eraUn fantasma d’error quel che pareaDall’Italia respingermi; bugiardaEra la voce che diceami in core:No mai, no, rege esser non puoi nel suoloOve nacque Ermengarda.—Oh! del tuo sangueMondo son io; tu vivi: e perchè dunqueOstinata così mi stavi innanzi,Tacita, in atto di rampogna, afflitta,Pallida, e come del sepolcro uscita?Dio riprovata ha la tua casa; ed ioStarle unito dovea? Se agli occhi mieiPiacque Ildegarde, al letto mio compagnaNon la chiamava alta ragion di regno?Se minor degli eventi è il femminileTuo cor, che far poss’io? Che mai fariaColui che tutti, pria d’oprar, volessePrevedere i dolori? Un re non puoteCorrer l’alta sua via, senza che alcunoCada sotto il suo piè. Larva cresciutaNel silenzio e nell’ombra, il sol si leva,Squillan le trombe; ti dilegua.

CARLO.Così, Carlo reddiva. Il riso amaroDel suo nemico e dell’età venturaGli stava innanzi; ma l’avea giurato,Egli in Francia reddìa.—Qual de’ miei prodi,Qual de’ miei fidi, per consiglio o prego,Smosso m’avrìa dal mio proposto? E un solo,Un uom di pace, uno stranier, m’apportaNovi[221]pensier! No: quei che in petto a CarloRimette il cor, non è costui. La stellaChe scintillava al mio partir, che ascosaStette alcun tempo, io la riveggo.[222]Egli eraUn fantasma d’error quel che pareaDall’Italia respingermi; bugiardaEra la voce che diceami in core:No mai, no, rege esser non puoi nel suoloOve nacque Ermengarda.—Oh! del tuo sangueMondo son io; tu vivi: e perchè dunqueOstinata così mi stavi innanzi,Tacita, in atto di rampogna, afflitta,Pallida, e come del sepolcro uscita?Dio riprovata ha la tua casa; ed ioStarle unito dovea? Se agli occhi mieiPiacque Ildegarde, al letto mio compagnaNon la chiamava alta ragion di regno?Se minor degli eventi è il femminileTuo cor, che far poss’io? Che mai fariaColui che tutti, pria d’oprar, volessePrevedere i dolori? Un re non puoteCorrer l’alta sua via, senza che alcunoCada sotto il suo piè. Larva cresciutaNel silenzio e nell’ombra, il sol si leva,Squillan le trombe; ti dilegua.

CARLO.

Così, Carlo reddiva. Il riso amaro

Del suo nemico e dell’età ventura

Gli stava innanzi; ma l’avea giurato,

Egli in Francia reddìa.—Qual de’ miei prodi,

Qual de’ miei fidi, per consiglio o prego,

Smosso m’avrìa dal mio proposto? E un solo,

Un uom di pace, uno stranier, m’apporta

Novi[221]pensier! No: quei che in petto a Carlo

Rimette il cor, non è costui. La stella

Che scintillava al mio partir, che ascosa

Stette alcun tempo, io la riveggo.[222]Egli era

Un fantasma d’error quel che parea

Dall’Italia respingermi; bugiarda

Era la voce che diceami in core:

No mai, no, rege esser non puoi nel suolo

Ove nacque Ermengarda.—Oh! del tuo sangue

Mondo son io; tu vivi: e perchè dunque

Ostinata così mi stavi innanzi,

Tacita, in atto di rampogna, afflitta,

Pallida, e come del sepolcro uscita?

Dio riprovata ha la tua casa; ed io

Starle unito dovea? Se agli occhi miei

Piacque Ildegarde, al letto mio compagna

Non la chiamava alta ragion di regno?

Se minor degli eventi è il femminile

Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria

Colui che tutti, pria d’oprar, volesse

Prevedere i dolori? Un re non puote

Correr l’alta sua via, senza che alcuno

Cada sotto il suo piè. Larva cresciuta

Nel silenzio e nell’ombra, il sol si leva,

Squillan le trombe; ti dilegua.

[221]Nuovi[222]riveggio

[221]Nuovi

[221]Nuovi

[222]riveggio

[222]riveggio

CARLO,CONTIeVESCOVI.

CARLO.[223]A duraProva io vi posi, o miei guerrier; vi tenniA perigli ozïosi, a patimentiChe parean senza onor: ma voi fidasteNel vostro re, voi gli ubbidiste[224]comeIn un dì di battaglia. Or della provaÈ giunto il fine; e un guiderdon s’appressaDegno de’[225]Franchi. Al sol nascente, in viaUna schiera porrassi.—Eccardo, il duceTu ne sarai.—Dell’inimico in cercaN’andranno, e tosto il giungeran là doveEi men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo,Io ti darò. Nel longobardo campoHo amici assai; come li scerna, e d’essiTi valga, udrai. Da queste Chiuse il restoVoi sniderete di leggier: noi tostoLe passerem senza contrasto, e tuttiCi rivedremo in campo aperto.—Amici!Non più muraglie, nè bastìe, nè frecceDa’[226] merli uscite, e feritor che ridaDa’[226]ripari impunito, o che improvvisoPiombi su noi; ma insegne aperte al vento,Destrier contra destrier, genti disperseNel piano, e petti non da noi più lungeChe la misura d’una lancia. Il diteA’ miei soldati; dite lor, che lietoVedeste il re, siccome il dì[227]che certaLa vittoria predisse in Eresburgo;Che sian[228]pronti a pugnar; che di ritornoSi parlerà dopo il conquisto, e quandoFia diviso il bottin. Tre giorni; e poiLa pugna e la vittoria; indi il riposoLà nella bella Italia, in mezzo ai campiOndeggianti di spighe, e ne’[229]fruttetiCarchi di poma ai padri nostri ignote;Fra i tempii[230]antichi e gli atrii,[231]in quella terraRallegrata dai canti, al sol diletta,Che i signori del mondo in sen racchiude,E i martiri di Dio; dove il supremoPastore alza[232]le palme, e benediceLe nostre insegne; ove nemica abbiamoUna piccola[233]gente, e questa ancoraTra sè divisa, e mezza mia; la stessaGente su cui due volte il mio gran padreCorse; una gente che si scioglie. Il restoTutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento,Dalle vedette sue, miri il nemicoMoversi il nostro campo; e si rallegri.Sogni il nostro fuggir, sogni del tempioLa scellerata preda, in sua man servoSogni il sommo Levita, il comun padre,Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,Risvegliator non aspettato.—E voi,Vescovi santi e Sacerdoti[234], al campoIntimate le preci. A Dio si vótiQuesta impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi,Umiliati nella polve, innanziAl Re de’ regi abbasseran la fronte,[235]Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

CARLO.[223]A duraProva io vi posi, o miei guerrier; vi tenniA perigli ozïosi, a patimentiChe parean senza onor: ma voi fidasteNel vostro re, voi gli ubbidiste[224]comeIn un dì di battaglia. Or della provaÈ giunto il fine; e un guiderdon s’appressaDegno de’[225]Franchi. Al sol nascente, in viaUna schiera porrassi.—Eccardo, il duceTu ne sarai.—Dell’inimico in cercaN’andranno, e tosto il giungeran là doveEi men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo,Io ti darò. Nel longobardo campoHo amici assai; come li scerna, e d’essiTi valga, udrai. Da queste Chiuse il restoVoi sniderete di leggier: noi tostoLe passerem senza contrasto, e tuttiCi rivedremo in campo aperto.—Amici!Non più muraglie, nè bastìe, nè frecceDa’[226] merli uscite, e feritor che ridaDa’[226]ripari impunito, o che improvvisoPiombi su noi; ma insegne aperte al vento,Destrier contra destrier, genti disperseNel piano, e petti non da noi più lungeChe la misura d’una lancia. Il diteA’ miei soldati; dite lor, che lietoVedeste il re, siccome il dì[227]che certaLa vittoria predisse in Eresburgo;Che sian[228]pronti a pugnar; che di ritornoSi parlerà dopo il conquisto, e quandoFia diviso il bottin. Tre giorni; e poiLa pugna e la vittoria; indi il riposoLà nella bella Italia, in mezzo ai campiOndeggianti di spighe, e ne’[229]fruttetiCarchi di poma ai padri nostri ignote;Fra i tempii[230]antichi e gli atrii,[231]in quella terraRallegrata dai canti, al sol diletta,Che i signori del mondo in sen racchiude,E i martiri di Dio; dove il supremoPastore alza[232]le palme, e benediceLe nostre insegne; ove nemica abbiamoUna piccola[233]gente, e questa ancoraTra sè divisa, e mezza mia; la stessaGente su cui due volte il mio gran padreCorse; una gente che si scioglie. Il restoTutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento,Dalle vedette sue, miri il nemicoMoversi il nostro campo; e si rallegri.Sogni il nostro fuggir, sogni del tempioLa scellerata preda, in sua man servoSogni il sommo Levita, il comun padre,Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,Risvegliator non aspettato.—E voi,Vescovi santi e Sacerdoti[234], al campoIntimate le preci. A Dio si vótiQuesta impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi,Umiliati nella polve, innanziAl Re de’ regi abbasseran la fronte,[235]Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

CARLO.[223]

A dura

Prova io vi posi, o miei guerrier; vi tenni

A perigli ozïosi, a patimenti

Che parean senza onor: ma voi fidaste

Nel vostro re, voi gli ubbidiste[224]come

In un dì di battaglia. Or della prova

È giunto il fine; e un guiderdon s’appressa

Degno de’[225]Franchi. Al sol nascente, in via

Una schiera porrassi.—Eccardo, il duce

Tu ne sarai.—Dell’inimico in cerca

N’andranno, e tosto il giungeran là dove

Ei men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo,

Io ti darò. Nel longobardo campo

Ho amici assai; come li scerna, e d’essi

Ti valga, udrai. Da queste Chiuse il resto

Voi sniderete di leggier: noi tosto

Le passerem senza contrasto, e tutti

Ci rivedremo in campo aperto.—Amici!

Non più muraglie, nè bastìe, nè frecce

Da’[226] merli uscite, e feritor che rida

Da’[226]ripari impunito, o che improvviso

Piombi su noi; ma insegne aperte al vento,

Destrier contra destrier, genti disperse

Nel piano, e petti non da noi più lunge

Che la misura d’una lancia. Il dite

A’ miei soldati; dite lor, che lieto

Vedeste il re, siccome il dì[227]che certa

La vittoria predisse in Eresburgo;

Che sian[228]pronti a pugnar; che di ritorno

Si parlerà dopo il conquisto, e quando

Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi

La pugna e la vittoria; indi il riposo

Là nella bella Italia, in mezzo ai campi

Ondeggianti di spighe, e ne’[229]frutteti

Carchi di poma ai padri nostri ignote;

Fra i tempii[230]antichi e gli atrii,[231]in quella terra

Rallegrata dai canti, al sol diletta,

Che i signori del mondo in sen racchiude,

E i martiri di Dio; dove il supremo

Pastore alza[232]le palme, e benedice

Le nostre insegne; ove nemica abbiamo

Una piccola[233]gente, e questa ancora

Tra sè divisa, e mezza mia; la stessa

Gente su cui due volte il mio gran padre

Corse; una gente che si scioglie. Il resto

Tutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento,

Dalle vedette sue, miri il nemico

Moversi il nostro campo; e si rallegri.

Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio

La scellerata preda, in sua man servo

Sogni il sommo Levita, il comun padre,

Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,

Risvegliator non aspettato.—E voi,

Vescovi santi e Sacerdoti[234], al campo

Intimate le preci. A Dio si vóti

Questa impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi,

Umiliati nella polve, innanzi

Al Re de’ regi abbasseran la fronte,[235]

Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

Fine dell’atto secondo.

[223](ai Conti)[224]obbediste[225]dei[226]Dai[227]allor[228]sien[229]nei[230]tempj[231]atrj[232]Pastor leva[233]picciola[234]sacerdoti[235]Come i miei FranchiA Lui dinanzi abbasseran la fronte,Tale....

[223](ai Conti)

[223](ai Conti)

[224]obbediste

[224]obbediste

[225]dei

[225]dei

[226]Dai

[226]Dai

[227]allor

[227]allor

[228]sien

[228]sien

[229]nei

[229]nei

[230]tempj

[230]tempj

[231]atrj

[231]atrj

[232]Pastor leva

[232]Pastor leva

[233]picciola

[233]picciola

[234]sacerdoti

[234]sacerdoti

[235]Come i miei FranchiA Lui dinanzi abbasseran la fronte,Tale....

[235]

Come i miei FranchiA Lui dinanzi abbasseran la fronte,Tale....

Come i miei FranchiA Lui dinanzi abbasseran la fronte,Tale....

Come i miei Franchi

A Lui dinanzi abbasseran la fronte,

Tale....

Campo de’ Longobardi.—Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.

ADELCHI, ANFRIDO.

ANFRIDO.(che sopraggiunge)Signor!ADELCHI.Diletto Anfrido; ebben, che fannoCodesti Franchi? non dan segno ancoraLe tende al tutto di levar?ANFRIDO.NessunoFinora: immoti tuttavia si stanno,Quali sull’alba li vedesti, qualiSon da tre dì, poi che le prime schiereCominciar la ritratta. Una gran parte[236]Scórsi del vallo, esaminando; ascesiUna torre, e guatai; stretti li vidiIn ordinanza, folti, all’erta, in attoDi chi assalir non pensa, ed in sospettoSta d’un assalto; e più si guarda, quantoPiù scemato è di forze; e senza offesaRitrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]ADELCHI.E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vileOffensor d’Ermengarda, ei che giuravaDi spegner la mia casa; ed io non possoSpingergli addosso il mio destrier, tenerlo,Dibattermi con esso, e riposarmiSull’armi sue! Nol posso! In campo apertoStargli a fronte, non[238]posso! In queste ChiuseLa fè de’ pochi che a guardarle io scelsi,Il cor di quelli ch’io prendea tra[239]i pochi,Compagni alle sortite, alla salvezzaPotè bastar d’un regno: i traditoriStetter lontani dalla pugna, inerti,Ma contenuti. In campo aperto, al FrancoAbbandonato da costor sarei,Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240]Il messoChe mi dirà: Carlo è partito, un lietoAnnunzio mi darà: gioia[241]mi fiaChe lunge ei sia dalla mia spada!ANFRIDO.O dolceSignor, ti basti questa gloria. ComeUn vincitor sopra la preda,[242]ei sceseSu questo regno, e vinto or torna: ei vintoSi confessò quando implorò la pace,Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quelloChe l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;Tutto il campo il confessa: i fidi tuoiAlteri van della tua gloria, alteriDi dividerla teco; e quei codardiChe a non amarti si dannar, temertiDovranno or più che mai.ADELCHI.La gloria? il mioDestino è d’agognarla, e di morireSenza averla gustata. Ah no! codestaNon è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemicoParte impunito; a nuove imprese ei corre;Vinto in un lato, ei di vittoria altroveAndar può in cerca; ei che su un popol regnaD’un sol voler, saldo, gittato in uno,Siccome il ferro del suo brando; e in pugnoCome il brando lo tiensi. Ed io sull’empioChe m’offese nel cor, che per ammendaIl mio regno assalì, compier non possoLa mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,Che sempre increbbe al mio pensier, nè giustaNè gloriosa, si presenta; e questaCerta ed agevol fia.ANFRIDO.Torna agli antichiDisegni il re?ADELCHIDubbiar ne puoi? SecuroDalle minacce d’esti Franchi, incontroL’apostolico sire il campo tostoEi moverà: noi guiderem sul TebroTutta Longobardia, pronta, concordeContro gl’inermi, e fida allor che a certaE facil preda la conduci. Anfrido,Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruineSopra ruine ammucchierem: l’anticaNostr’arte è questa: ne’[243] palagi il focoPorremo e ne’[243]tuguri[244]: uccisi i primi,I signori del suolo, e quanti a casoNell’asce nostre ad inciampar verranno,Fia servo il resto, e tra[245]di noi diviso;E ai più sleali e più temuti, il meglioToccherà della preda.—Oh! mi parea,Pur mi parea che ad altro io fossi nato,Che ad esser capo di ladron; che il cieloSu questa terra altro da far mi desseChe, senza rischio e senza onor, guastarla.—O mio diletto! O de’ miei giorni primi,De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischiSolo compagno e de’[246]piacer; fratelloDella mia scelta, innanzi a te soltantoTutto vola sui labbri il mio pensiero.Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comandaAlte e nobili cose; e la fortunaMi condanna ad inique; e strascinatoVo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,Come il germe caduto in rio terreno,E balzato dal vento.ANFRIDO.Alto infelice!Reale amico! Il tuo fedel[247]t’ammira,E ti compiange. Toglierti la tuaSplendida cura non poss’io, ma possoTeco sentirla almeno. Al cor d’AdelchiDir che d’omaggi, di potenza e d’oroSia contento, il poss’io? dargli la paceDe’[248]vili, il posso? e lo vorrei, potendo?—Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corsoComincia appena; e chi sa dir, quai tempi,Quali opre il cielo ti prepara? il cieloChe re ti fece, ed un tal cor ti diede.

ANFRIDO.(che sopraggiunge)Signor!ADELCHI.Diletto Anfrido; ebben, che fannoCodesti Franchi? non dan segno ancoraLe tende al tutto di levar?ANFRIDO.NessunoFinora: immoti tuttavia si stanno,Quali sull’alba li vedesti, qualiSon da tre dì, poi che le prime schiereCominciar la ritratta. Una gran parte[236]Scórsi del vallo, esaminando; ascesiUna torre, e guatai; stretti li vidiIn ordinanza, folti, all’erta, in attoDi chi assalir non pensa, ed in sospettoSta d’un assalto; e più si guarda, quantoPiù scemato è di forze; e senza offesaRitrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]ADELCHI.E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vileOffensor d’Ermengarda, ei che giuravaDi spegner la mia casa; ed io non possoSpingergli addosso il mio destrier, tenerlo,Dibattermi con esso, e riposarmiSull’armi sue! Nol posso! In campo apertoStargli a fronte, non[238]posso! In queste ChiuseLa fè de’ pochi che a guardarle io scelsi,Il cor di quelli ch’io prendea tra[239]i pochi,Compagni alle sortite, alla salvezzaPotè bastar d’un regno: i traditoriStetter lontani dalla pugna, inerti,Ma contenuti. In campo aperto, al FrancoAbbandonato da costor sarei,Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240]Il messoChe mi dirà: Carlo è partito, un lietoAnnunzio mi darà: gioia[241]mi fiaChe lunge ei sia dalla mia spada!ANFRIDO.O dolceSignor, ti basti questa gloria. ComeUn vincitor sopra la preda,[242]ei sceseSu questo regno, e vinto or torna: ei vintoSi confessò quando implorò la pace,Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quelloChe l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;Tutto il campo il confessa: i fidi tuoiAlteri van della tua gloria, alteriDi dividerla teco; e quei codardiChe a non amarti si dannar, temertiDovranno or più che mai.ADELCHI.La gloria? il mioDestino è d’agognarla, e di morireSenza averla gustata. Ah no! codestaNon è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemicoParte impunito; a nuove imprese ei corre;Vinto in un lato, ei di vittoria altroveAndar può in cerca; ei che su un popol regnaD’un sol voler, saldo, gittato in uno,Siccome il ferro del suo brando; e in pugnoCome il brando lo tiensi. Ed io sull’empioChe m’offese nel cor, che per ammendaIl mio regno assalì, compier non possoLa mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,Che sempre increbbe al mio pensier, nè giustaNè gloriosa, si presenta; e questaCerta ed agevol fia.ANFRIDO.Torna agli antichiDisegni il re?ADELCHIDubbiar ne puoi? SecuroDalle minacce d’esti Franchi, incontroL’apostolico sire il campo tostoEi moverà: noi guiderem sul TebroTutta Longobardia, pronta, concordeContro gl’inermi, e fida allor che a certaE facil preda la conduci. Anfrido,Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruineSopra ruine ammucchierem: l’anticaNostr’arte è questa: ne’[243] palagi il focoPorremo e ne’[243]tuguri[244]: uccisi i primi,I signori del suolo, e quanti a casoNell’asce nostre ad inciampar verranno,Fia servo il resto, e tra[245]di noi diviso;E ai più sleali e più temuti, il meglioToccherà della preda.—Oh! mi parea,Pur mi parea che ad altro io fossi nato,Che ad esser capo di ladron; che il cieloSu questa terra altro da far mi desseChe, senza rischio e senza onor, guastarla.—O mio diletto! O de’ miei giorni primi,De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischiSolo compagno e de’[246]piacer; fratelloDella mia scelta, innanzi a te soltantoTutto vola sui labbri il mio pensiero.Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comandaAlte e nobili cose; e la fortunaMi condanna ad inique; e strascinatoVo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,Come il germe caduto in rio terreno,E balzato dal vento.ANFRIDO.Alto infelice!Reale amico! Il tuo fedel[247]t’ammira,E ti compiange. Toglierti la tuaSplendida cura non poss’io, ma possoTeco sentirla almeno. Al cor d’AdelchiDir che d’omaggi, di potenza e d’oroSia contento, il poss’io? dargli la paceDe’[248]vili, il posso? e lo vorrei, potendo?—Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corsoComincia appena; e chi sa dir, quai tempi,Quali opre il cielo ti prepara? il cieloChe re ti fece, ed un tal cor ti diede.

ANFRIDO.

(che sopraggiunge)

Signor!

ADELCHI.

Diletto Anfrido; ebben, che fanno

Codesti Franchi? non dan segno ancora

Le tende al tutto di levar?

ANFRIDO.

Nessuno

Finora: immoti tuttavia si stanno,

Quali sull’alba li vedesti, quali

Son da tre dì, poi che le prime schiere

Cominciar la ritratta. Una gran parte[236]

Scórsi del vallo, esaminando; ascesi

Una torre, e guatai; stretti li vidi

In ordinanza, folti, all’erta, in atto

Di chi assalir non pensa, ed in sospetto

Sta d’un assalto; e più si guarda, quanto

Più scemato è di forze; e senza offesa

Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]

ADELCHI.

E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile

Offensor d’Ermengarda, ei che giurava

Di spegner la mia casa; ed io non posso

Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,

Dibattermi con esso, e riposarmi

Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto

Stargli a fronte, non[238]posso! In queste Chiuse

La fè de’ pochi che a guardarle io scelsi,

Il cor di quelli ch’io prendea tra[239]i pochi,

Compagni alle sortite, alla salvezza

Potè bastar d’un regno: i traditori

Stetter lontani dalla pugna, inerti,

Ma contenuti. In campo aperto, al Franco

Abbandonato da costor sarei,

Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240]Il messo

Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto

Annunzio mi darà: gioia[241]mi fia

Che lunge ei sia dalla mia spada!

ANFRIDO.

O dolce

Signor, ti basti questa gloria. Come

Un vincitor sopra la preda,[242]ei scese

Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto

Si confessò quando implorò la pace,

Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello

Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;

Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi

Alteri van della tua gloria, alteri

Di dividerla teco; e quei codardi

Che a non amarti si dannar, temerti

Dovranno or più che mai.

ADELCHI.

La gloria? il mio

Destino è d’agognarla, e di morire

Senza averla gustata. Ah no! codesta

Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico

Parte impunito; a nuove imprese ei corre;

Vinto in un lato, ei di vittoria altrove

Andar può in cerca; ei che su un popol regna

D’un sol voler, saldo, gittato in uno,

Siccome il ferro del suo brando; e in pugno

Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio

Che m’offese nel cor, che per ammenda

Il mio regno assalì, compier non posso

La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,

Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta

Nè gloriosa, si presenta; e questa

Certa ed agevol fia.

ANFRIDO.

Torna agli antichi

Disegni il re?

ADELCHI

Dubbiar ne puoi? Securo

Dalle minacce d’esti Franchi, incontro

L’apostolico sire il campo tosto

Ei moverà: noi guiderem sul Tebro

Tutta Longobardia, pronta, concorde

Contro gl’inermi, e fida allor che a certa

E facil preda la conduci. Anfrido,

Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine

Sopra ruine ammucchierem: l’antica

Nostr’arte è questa: ne’[243] palagi il foco

Porremo e ne’[243]tuguri[244]: uccisi i primi,

I signori del suolo, e quanti a caso

Nell’asce nostre ad inciampar verranno,

Fia servo il resto, e tra[245]di noi diviso;

E ai più sleali e più temuti, il meglio

Toccherà della preda.—Oh! mi parea,

Pur mi parea che ad altro io fossi nato,

Che ad esser capo di ladron; che il cielo

Su questa terra altro da far mi desse

Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

—O mio diletto! O de’ miei giorni primi,

De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischi

Solo compagno e de’[246]piacer; fratello

Della mia scelta, innanzi a te soltanto

Tutto vola sui labbri il mio pensiero.

Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda

Alte e nobili cose; e la fortuna

Mi condanna ad inique; e strascinato

Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,

Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,

Come il germe caduto in rio terreno,

E balzato dal vento.

ANFRIDO.

Alto infelice!

Reale amico! Il tuo fedel[247]t’ammira,

E ti compiange. Toglierti la tua

Splendida cura non poss’io, ma posso

Teco sentirla almeno. Al cor d’Adelchi

Dir che d’omaggi, di potenza e d’oro

Sia contento, il poss’io? dargli la pace

De’[248]vili, il posso? e lo vorrei, potendo?

—Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,

Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso

Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,

Quali opre il cielo ti prepara? il cielo

Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

[236]Un lungo tratto[237]agguata[238]io non[239]fra[240]al Franco,Solo coi pochi, abbandonato almenoIo sarei da costoro. Oh rabbia![241]gioja[242]la spoglia[243]nei[244]tugurj[245]fra[246]dei[247]Fedel[248]Dei

[236]Un lungo tratto

[236]Un lungo tratto

[237]agguata

[237]agguata

[238]io non

[238]io non

[239]fra

[239]fra

[240]al Franco,Solo coi pochi, abbandonato almenoIo sarei da costoro. Oh rabbia!

[240]

al Franco,Solo coi pochi, abbandonato almenoIo sarei da costoro. Oh rabbia!

al Franco,Solo coi pochi, abbandonato almenoIo sarei da costoro. Oh rabbia!

al Franco,

Solo coi pochi, abbandonato almeno

Io sarei da costoro. Oh rabbia!

[241]gioja

[241]gioja

[242]la spoglia

[242]la spoglia

[243]nei

[243]nei

[244]tugurj

[244]tugurj

[245]fra

[245]fra

[246]dei

[246]dei

[247]Fedel

[247]Fedel

[248]Dei

[248]Dei

ADELCHI, DESIDERIO.

(ANFRIDOsi ritira)


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