[1272]In morte di Napoleone (Il cinque maggio).[1273]Ei fu:[1274]sta;[1275]fatale,[1276]sfolgorante[1277]soglio[1278]tacque,[1279]raggio,[1280]Mansanàre[1281]Gioja[1282]Ferve[1283]sperar,[1284]Ei sparve[1285]scese;[1286]Ei ripensò[1287]obbedir.[1288]E l’avviò sui[1289]desiderj[1290]Ov’è[1291]Bella, immortal, benefica[1292]avvezza,[1293]questo:[1294]Lui
[1272]In morte di Napoleone (Il cinque maggio).
[1272]In morte di Napoleone (Il cinque maggio).
[1273]Ei fu:
[1273]Ei fu:
[1274]sta;
[1274]sta;
[1275]fatale,
[1275]fatale,
[1276]sfolgorante
[1276]sfolgorante
[1277]soglio
[1277]soglio
[1278]tacque,
[1278]tacque,
[1279]raggio,
[1279]raggio,
[1280]Mansanàre
[1280]Mansanàre
[1281]Gioja
[1281]Gioja
[1282]Ferve
[1282]Ferve
[1283]sperar,
[1283]sperar,
[1284]Ei sparve
[1284]Ei sparve
[1285]scese;
[1285]scese;
[1286]Ei ripensò
[1286]Ei ripensò
[1287]obbedir.
[1287]obbedir.
[1288]E l’avviò sui
[1288]E l’avviò sui
[1289]desiderj
[1289]desiderj
[1290]Ov’è
[1290]Ov’è
[1291]Bella, immortal, benefica
[1291]Bella, immortal, benefica
[1292]avvezza,
[1292]avvezza,
[1293]questo:
[1293]questo:
[1294]Lui
[1294]Lui
ALLA ILLUSTRE MEMORIADITEODORO KŒRNER[1295]POETA E SOLDATODELLA INDIPENDENZA GERMANICAMORTO SUL CAMPO DI LIPSIAIL GIORNO XVIII D’OTTOBRE MDCCCXIIINOME CARO A TUTTI I POPOLICHE COMBATTONO PER DIFENDEREO PER RICONQUISTAREUNA PATRIA.
Soffermati sull’arida sponda,Volti i guardi al varcato Ticino,Tutti assorti nel novo destino,Certi in cor dell’antica virtù,Han giurato: Non fia che quest’ondaScorra più tra due rive straniere;Non fia loco ove sorgan barriereTra l’Italia e l’Italia, mai più!L’han giurato: altri forti a quel giuroRispondean da fraterne contrade,Affilando nell’ombra le spadeChe or levate scintillano al sol.Già le destre hanno strette le destre;Già le sacre parole son porte:O compagni sul letto di morte,O fratelli su libero suol.Chi potrà della gemina Dora,Della Bormida al Tanaro sposa,Del Ticino e dell’Orba selvosaScerner l’onde confuse nel Po;Chi stornargli del rapido MellaE dell’Oglio le miste correnti,Chi ritogliergli i mille torrentiChe la foce dell’Adda versò,Quello ancora una gente risortaPotrà scindere in volghi spregiati,E a ritroso degli anni e dei fati,Risospingerla ai prischi dolor:Una gente che libera tutta,O fia serva tra l’Alpe ed il mare;Una d’arme, di lingua, d’altare,Di memorie, di sangue e di cor.Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.O stranieri, nel proprio retaggioTorna Italia, e il suo suolo riprende;O stranieri, strappate le tendeDa una terra che madre non v’è.Non vedete che tutta si scote,Dal Cenisio alla balza di Scilla?Non sentite che infida vacillaSotto il peso de’ barbari piè?O stranieri! sui vostri stendardiSta l’obbrobrio d’un giuro tradito;Un giudizio da voi proferitoV’accompagna all’iniqua tenzon;Voi che a stormo gridaste in quei giorni:Dio rigetta la forza straniera;Ogni gente sia libera, e peraDella spada l’iniqua ragion.Se la terra ove oppressi gemestePreme i corpi de’ vostri oppressori,Se la faccia d’estranei signoriTanto amara vi parve in quei dì;Chi v’ha detto che sterile, eternoSaria il lutto dell’itale genti?Chi v’ha detto che ai nostri lamentiSaria sordo quel Dio che v’udì?Si, quel Dio che nell’onda vermigliaChiuse il rio che inseguiva Israele,Quel che in pugno alla maschia GiaelePose il maglio, ed il colpo guidò;Quel che è Padre di tutte le genti,Che non disse al Germano giammai:Va, raccogli ove arato non hai;Spiega l’ugne;[1296]l’Italia ti do.Cara Italia! dovunque il dolenteGrido uscì del tuo lungo servaggio;Dove ancor dell’umano lignaggioOgni speme deserta non è;Dove già libertade è fiorita,Dove ancor nel segreto matura,Dove ha lacrime un’alta sventura,Non c’è cor che non batta per te.Quante volte sull’Alpe spiastiL’apparir d’un amico stendardo!Quante volte intendesti lo sguardoNe’ deserti del duplice mar!Ecco alfin dal tuo seno sboccati,Stretti intorno a’ tuoi santi colori,Forti, armati de’ propri dolori,I tuoi figli son sorti a pugnar.Oggi, o forti, sui volti baleniIl furor delle menti segrete:Per l’Italia si pugna, vincete!Il suo fato sui brandi vi sta.O risorta per voi la vedremoAl convito de’ popoli assisa,O più serva, più vil, più derisaSotto l’orrida verga starà.Oh giornate del nostro riscatto!Oh dolente per sempre coluiChe da lunge, dal labbro d’altrui,Come un uomo straniero, le udrà!Che a’ suoi figli narrandole un giorno,Dovrà dir sospirando: io non c’era[1297];Che la santa vittrice bandieraSalutata quel dì non avrà.
Soffermati sull’arida sponda,Volti i guardi al varcato Ticino,Tutti assorti nel novo destino,Certi in cor dell’antica virtù,Han giurato: Non fia che quest’ondaScorra più tra due rive straniere;Non fia loco ove sorgan barriereTra l’Italia e l’Italia, mai più!L’han giurato: altri forti a quel giuroRispondean da fraterne contrade,Affilando nell’ombra le spadeChe or levate scintillano al sol.Già le destre hanno strette le destre;Già le sacre parole son porte:O compagni sul letto di morte,O fratelli su libero suol.Chi potrà della gemina Dora,Della Bormida al Tanaro sposa,Del Ticino e dell’Orba selvosaScerner l’onde confuse nel Po;Chi stornargli del rapido MellaE dell’Oglio le miste correnti,Chi ritogliergli i mille torrentiChe la foce dell’Adda versò,Quello ancora una gente risortaPotrà scindere in volghi spregiati,E a ritroso degli anni e dei fati,Risospingerla ai prischi dolor:Una gente che libera tutta,O fia serva tra l’Alpe ed il mare;Una d’arme, di lingua, d’altare,Di memorie, di sangue e di cor.Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.O stranieri, nel proprio retaggioTorna Italia, e il suo suolo riprende;O stranieri, strappate le tendeDa una terra che madre non v’è.Non vedete che tutta si scote,Dal Cenisio alla balza di Scilla?Non sentite che infida vacillaSotto il peso de’ barbari piè?O stranieri! sui vostri stendardiSta l’obbrobrio d’un giuro tradito;Un giudizio da voi proferitoV’accompagna all’iniqua tenzon;Voi che a stormo gridaste in quei giorni:Dio rigetta la forza straniera;Ogni gente sia libera, e peraDella spada l’iniqua ragion.Se la terra ove oppressi gemestePreme i corpi de’ vostri oppressori,Se la faccia d’estranei signoriTanto amara vi parve in quei dì;Chi v’ha detto che sterile, eternoSaria il lutto dell’itale genti?Chi v’ha detto che ai nostri lamentiSaria sordo quel Dio che v’udì?Si, quel Dio che nell’onda vermigliaChiuse il rio che inseguiva Israele,Quel che in pugno alla maschia GiaelePose il maglio, ed il colpo guidò;Quel che è Padre di tutte le genti,Che non disse al Germano giammai:Va, raccogli ove arato non hai;Spiega l’ugne;[1296]l’Italia ti do.Cara Italia! dovunque il dolenteGrido uscì del tuo lungo servaggio;Dove ancor dell’umano lignaggioOgni speme deserta non è;Dove già libertade è fiorita,Dove ancor nel segreto matura,Dove ha lacrime un’alta sventura,Non c’è cor che non batta per te.Quante volte sull’Alpe spiastiL’apparir d’un amico stendardo!Quante volte intendesti lo sguardoNe’ deserti del duplice mar!Ecco alfin dal tuo seno sboccati,Stretti intorno a’ tuoi santi colori,Forti, armati de’ propri dolori,I tuoi figli son sorti a pugnar.Oggi, o forti, sui volti baleniIl furor delle menti segrete:Per l’Italia si pugna, vincete!Il suo fato sui brandi vi sta.O risorta per voi la vedremoAl convito de’ popoli assisa,O più serva, più vil, più derisaSotto l’orrida verga starà.Oh giornate del nostro riscatto!Oh dolente per sempre coluiChe da lunge, dal labbro d’altrui,Come un uomo straniero, le udrà!Che a’ suoi figli narrandole un giorno,Dovrà dir sospirando: io non c’era[1297];Che la santa vittrice bandieraSalutata quel dì non avrà.
Soffermati sull’arida sponda,Volti i guardi al varcato Ticino,Tutti assorti nel novo destino,Certi in cor dell’antica virtù,Han giurato: Non fia che quest’ondaScorra più tra due rive straniere;Non fia loco ove sorgan barriereTra l’Italia e l’Italia, mai più!
Soffermati sull’arida sponda,
Volti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: Non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
L’han giurato: altri forti a quel giuroRispondean da fraterne contrade,Affilando nell’ombra le spadeChe or levate scintillano al sol.Già le destre hanno strette le destre;Già le sacre parole son porte:O compagni sul letto di morte,O fratelli su libero suol.
L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.
Chi potrà della gemina Dora,Della Bormida al Tanaro sposa,Del Ticino e dell’Orba selvosaScerner l’onde confuse nel Po;Chi stornargli del rapido MellaE dell’Oglio le miste correnti,Chi ritogliergli i mille torrentiChe la foce dell’Adda versò,
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,
Quello ancora una gente risortaPotrà scindere in volghi spregiati,E a ritroso degli anni e dei fati,Risospingerla ai prischi dolor:Una gente che libera tutta,O fia serva tra l’Alpe ed il mare;Una d’arme, di lingua, d’altare,Di memorie, di sangue e di cor.
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.
O stranieri, nel proprio retaggioTorna Italia, e il suo suolo riprende;O stranieri, strappate le tendeDa una terra che madre non v’è.Non vedete che tutta si scote,Dal Cenisio alla balza di Scilla?Non sentite che infida vacillaSotto il peso de’ barbari piè?
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?
O stranieri! sui vostri stendardiSta l’obbrobrio d’un giuro tradito;Un giudizio da voi proferitoV’accompagna all’iniqua tenzon;Voi che a stormo gridaste in quei giorni:Dio rigetta la forza straniera;Ogni gente sia libera, e peraDella spada l’iniqua ragion.
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna all’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pera
Della spada l’iniqua ragion.
Se la terra ove oppressi gemestePreme i corpi de’ vostri oppressori,Se la faccia d’estranei signoriTanto amara vi parve in quei dì;Chi v’ha detto che sterile, eternoSaria il lutto dell’itale genti?Chi v’ha detto che ai nostri lamentiSaria sordo quel Dio che v’udì?
Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?
Si, quel Dio che nell’onda vermigliaChiuse il rio che inseguiva Israele,Quel che in pugno alla maschia GiaelePose il maglio, ed il colpo guidò;Quel che è Padre di tutte le genti,Che non disse al Germano giammai:Va, raccogli ove arato non hai;Spiega l’ugne;[1296]l’Italia ti do.
Si, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio, ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne;[1296]l’Italia ti do.
Cara Italia! dovunque il dolenteGrido uscì del tuo lungo servaggio;Dove ancor dell’umano lignaggioOgni speme deserta non è;Dove già libertade è fiorita,Dove ancor nel segreto matura,Dove ha lacrime un’alta sventura,Non c’è cor che non batta per te.
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.
Quante volte sull’Alpe spiastiL’apparir d’un amico stendardo!Quante volte intendesti lo sguardoNe’ deserti del duplice mar!Ecco alfin dal tuo seno sboccati,Stretti intorno a’ tuoi santi colori,Forti, armati de’ propri dolori,I tuoi figli son sorti a pugnar.
Quante volte sull’Alpe spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno a’ tuoi santi colori,
Forti, armati de’ propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleniIl furor delle menti segrete:Per l’Italia si pugna, vincete!Il suo fato sui brandi vi sta.O risorta per voi la vedremoAl convito de’ popoli assisa,O più serva, più vil, più derisaSotto l’orrida verga starà.
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.
Oh giornate del nostro riscatto!Oh dolente per sempre coluiChe da lunge, dal labbro d’altrui,Come un uomo straniero, le udrà!Che a’ suoi figli narrandole un giorno,Dovrà dir sospirando: io non c’era[1297];Che la santa vittrice bandieraSalutata quel dì non avrà.
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: io non c’era[1297];
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.
[1295]di Teodoro Koerner[1296]l’ugne.[1297]v’era
[1295]di Teodoro Koerner
[1295]di Teodoro Koerner
[1296]l’ugne.
[1296]l’ugne.
[1297]v’era
[1297]v’era
APRILE 1815.O delle imprese alla più degna accinto,Signor che la parola hai proferita,Che tante etadi indarno Italia attese;Ah! quando un braccio le teneano avvintoGenti che non vorrian toccarla unita,E da lor scissa la pascean d’offese;E l’ingorde udivam lunghe conteseDei re tutti anelanti a farle oltraggio;In te sol uno un raggioDi nostra speme ancor vivea, pensandoCh’era in Italia un suol senza servaggio,Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.Sonava intanto d’ogni parte un grido,Libertà delle genti e gloria e pace!Ed aperto d’Europa era il convito;E questa donna di cotanto lido,Questa antica, gentil, donna pugnaceDegna non la tenean dell’alto invito:Essa in disparte, e posto al labbro il dito,Dovea il fato aspettar dal suo nemico,Come siede il mendicoAlla porta del ricco in sulla via;Alcun non passa che lo chiami amico,E non gli far dispetto è cortesia.Forse infecondo di tal madre or langueIl glorioso fianco? o forse ch’ellaDel latte antico oggi le vene ha scarse?O figli or nutre, a cui per essa il sangueDonar sia grave?[1298]o tali a cui più bellaPugna sembri tra loro ingiuria farse?Stolta bestemmia! eran le forze sparse,E non le voglie; e quasi in ogni pettoVivea questo concetto:Liberi non sarem se non siamo uni;Ai men forti di noi gregge dispetto,[1299]Fin che non sorga un uom che ci raduni.Egli è sorto, per Dio! Sì, per ColuiChe un dì trascelse il giovinetto ebreoChe del fratello il percussor percosse;E fattol duce e salvator de’ sui,Degli avari ladron sul capo reoL’ardua furia soffiò dell’onde rosse;Per quel Dio che talora a stranie posse,Certo in pena, il valor d’un popol trade;Ma che l’inique spadeFrange una volta, e gli oppressor confonde;E all’uom che pugna per le sue contradeL’ira e la gioia de’ perigli infonde.Con Lui, signor, dell’Itala fortunaLe sparse verghe raccorrai da terra,E un fascio ne farai nella tua mano................
APRILE 1815.O delle imprese alla più degna accinto,Signor che la parola hai proferita,Che tante etadi indarno Italia attese;Ah! quando un braccio le teneano avvintoGenti che non vorrian toccarla unita,E da lor scissa la pascean d’offese;E l’ingorde udivam lunghe conteseDei re tutti anelanti a farle oltraggio;In te sol uno un raggioDi nostra speme ancor vivea, pensandoCh’era in Italia un suol senza servaggio,Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.Sonava intanto d’ogni parte un grido,Libertà delle genti e gloria e pace!Ed aperto d’Europa era il convito;E questa donna di cotanto lido,Questa antica, gentil, donna pugnaceDegna non la tenean dell’alto invito:Essa in disparte, e posto al labbro il dito,Dovea il fato aspettar dal suo nemico,Come siede il mendicoAlla porta del ricco in sulla via;Alcun non passa che lo chiami amico,E non gli far dispetto è cortesia.Forse infecondo di tal madre or langueIl glorioso fianco? o forse ch’ellaDel latte antico oggi le vene ha scarse?O figli or nutre, a cui per essa il sangueDonar sia grave?[1298]o tali a cui più bellaPugna sembri tra loro ingiuria farse?Stolta bestemmia! eran le forze sparse,E non le voglie; e quasi in ogni pettoVivea questo concetto:Liberi non sarem se non siamo uni;Ai men forti di noi gregge dispetto,[1299]Fin che non sorga un uom che ci raduni.Egli è sorto, per Dio! Sì, per ColuiChe un dì trascelse il giovinetto ebreoChe del fratello il percussor percosse;E fattol duce e salvator de’ sui,Degli avari ladron sul capo reoL’ardua furia soffiò dell’onde rosse;Per quel Dio che talora a stranie posse,Certo in pena, il valor d’un popol trade;Ma che l’inique spadeFrange una volta, e gli oppressor confonde;E all’uom che pugna per le sue contradeL’ira e la gioia de’ perigli infonde.Con Lui, signor, dell’Itala fortunaLe sparse verghe raccorrai da terra,E un fascio ne farai nella tua mano................
APRILE 1815.
O delle imprese alla più degna accinto,Signor che la parola hai proferita,Che tante etadi indarno Italia attese;Ah! quando un braccio le teneano avvintoGenti che non vorrian toccarla unita,E da lor scissa la pascean d’offese;E l’ingorde udivam lunghe conteseDei re tutti anelanti a farle oltraggio;In te sol uno un raggioDi nostra speme ancor vivea, pensandoCh’era in Italia un suol senza servaggio,Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.
O delle imprese alla più degna accinto,
Signor che la parola hai proferita,
Che tante etadi indarno Italia attese;
Ah! quando un braccio le teneano avvinto
Genti che non vorrian toccarla unita,
E da lor scissa la pascean d’offese;
E l’ingorde udivam lunghe contese
Dei re tutti anelanti a farle oltraggio;
In te sol uno un raggio
Di nostra speme ancor vivea, pensando
Ch’era in Italia un suol senza servaggio,
Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.
Sonava intanto d’ogni parte un grido,Libertà delle genti e gloria e pace!Ed aperto d’Europa era il convito;E questa donna di cotanto lido,Questa antica, gentil, donna pugnaceDegna non la tenean dell’alto invito:Essa in disparte, e posto al labbro il dito,Dovea il fato aspettar dal suo nemico,Come siede il mendicoAlla porta del ricco in sulla via;Alcun non passa che lo chiami amico,E non gli far dispetto è cortesia.
Sonava intanto d’ogni parte un grido,
Libertà delle genti e gloria e pace!
Ed aperto d’Europa era il convito;
E questa donna di cotanto lido,
Questa antica, gentil, donna pugnace
Degna non la tenean dell’alto invito:
Essa in disparte, e posto al labbro il dito,
Dovea il fato aspettar dal suo nemico,
Come siede il mendico
Alla porta del ricco in sulla via;
Alcun non passa che lo chiami amico,
E non gli far dispetto è cortesia.
Forse infecondo di tal madre or langueIl glorioso fianco? o forse ch’ellaDel latte antico oggi le vene ha scarse?O figli or nutre, a cui per essa il sangueDonar sia grave?[1298]o tali a cui più bellaPugna sembri tra loro ingiuria farse?Stolta bestemmia! eran le forze sparse,E non le voglie; e quasi in ogni pettoVivea questo concetto:Liberi non sarem se non siamo uni;Ai men forti di noi gregge dispetto,[1299]Fin che non sorga un uom che ci raduni.
Forse infecondo di tal madre or langue
Il glorioso fianco? o forse ch’ella
Del latte antico oggi le vene ha scarse?
O figli or nutre, a cui per essa il sangue
Donar sia grave?[1298]o tali a cui più bella
Pugna sembri tra loro ingiuria farse?
Stolta bestemmia! eran le forze sparse,
E non le voglie; e quasi in ogni petto
Vivea questo concetto:
Liberi non sarem se non siamo uni;
Ai men forti di noi gregge dispetto,[1299]
Fin che non sorga un uom che ci raduni.
Egli è sorto, per Dio! Sì, per ColuiChe un dì trascelse il giovinetto ebreoChe del fratello il percussor percosse;E fattol duce e salvator de’ sui,Degli avari ladron sul capo reoL’ardua furia soffiò dell’onde rosse;Per quel Dio che talora a stranie posse,Certo in pena, il valor d’un popol trade;Ma che l’inique spadeFrange una volta, e gli oppressor confonde;E all’uom che pugna per le sue contradeL’ira e la gioia de’ perigli infonde.
Egli è sorto, per Dio! Sì, per Colui
Che un dì trascelse il giovinetto ebreo
Che del fratello il percussor percosse;
E fattol duce e salvator de’ sui,
Degli avari ladron sul capo reo
L’ardua furia soffiò dell’onde rosse;
Per quel Dio che talora a stranie posse,
Certo in pena, il valor d’un popol trade;
Ma che l’inique spade
Frange una volta, e gli oppressor confonde;
E all’uom che pugna per le sue contrade
L’ira e la gioia de’ perigli infonde.
Con Lui, signor, dell’Itala fortunaLe sparse verghe raccorrai da terra,E un fascio ne farai nella tua mano................
Con Lui, signor, dell’Itala fortuna
Le sparse verghe raccorrai da terra,
E un fascio ne farai nella tua mano
................
[1298]greve?[1299]dispetto
[1298]greve?
[1298]greve?
[1299]dispetto
[1299]dispetto
NOTA.—Il sonetto, ove il Manzoni fece il ritratto di sè stesso, è del 1801. Corse manoscritto tra le mani degli amici e ammiratori del Manzoni, e non fu stampato se non dopo la sua morte. Nella Introduzione al vol. I di questeOpere, ne riproduciamo l’autografo.Il sonetto al Lomonaco fu stampato alla pag. 4 del I volume dell’opera:Vite degli eccellenti Italiani, composte perFrancesco Lomonaco, Italia, 1802, con l’intestazione: «A Francesco Lomonaco. Sonetto per la Vita di Dante, di Alessandro Manzoni, giovine pieno di poetico ingegno ed amicissimo dell’autore».—Mi attengo a questo testo.L’idillioAddafu mandato dal Manzoni al Monti con una lettera del 15 settembre 1803. Fu stampato nel 1875, postumo.Gli scioltiIn morte di Carlo Imbonatifurono la prima volta stampati a Parigi, coi tipi di P. Didot il maggiore, nel 1806. Alla pag. 15, dove la poesia finisce, è detto: «Tirato a 100 esemplari». Questa è l’unica edizione dell’autore; ed è quella che seguiamo.Gli scioltiA Parteneideson della fine del 1807 e il principio del 1808. Rispondono a un’Ode del poeta danese Jens Baggesen, intitolataParteneide a Manzoni, che ilBonghi(Op. ined. o rare, I, 136-7) dà tradotta. Un brano di questi versi stampò prima ilSainte-Beuve, nel saggio sul Fauriel, il 1845 (Portraits contemporains, Paris, 1889, vol. IV, pag. 200); li stamparon poi tutti ilDe Gubernatis(Il Manzoni e il Fauriel, p. 40-2) e ilBonghi.L’Uraniafu la prima, e l’unica, volta pubblicata dal poeta in Milano, dalla Stamperia Reale, nel 1809. Su questa è esemplata la presente ristampa.L’Ira d’Apollofu pubblicata la prima volta nell’Eco, giornale di scienze, lettere, arti, commercio e teatri, di lunedì 16 novembre 1829 (Milano, a. II, n.º 137). Vi furon premesse queste parole: «Allorchè si cominciò a quistionare tra i romantici e i classicisti, certo Grisostomo pubblicò una lettera semiseria, in cui fra le altre cose volle escludere dalla poesia la mitologia greca. Mentre molti gridavano contro quella temerità, si vide venire, senza saper d’onde, una canzone che fu molto lodata. Eccola, come fu rinvenuta fra le carte di un galantuomo che morì tre settimane sono». Le varianti che dà il Bonghi (Op. ined. o rare, I, 153 ss.) son molte; ma mi è parso superfluo ridarle qui.I versi pel ritratto del Monti furon la prima volta pubblicati dal Tommaseo, nell’edizione fiorentina delleOperedel Manzoni, presso i fratelli Batelli, 1828-29.I versi latiniVolucresfurono stampati nellaPerseveranzadel 29 maggio 1868; con un’avvertenza in cui, tra altro, era detto averli il Manzoni «fatti passeggiando, come suole ogni giorno, nei Giardini pubblici. Gli uccelli, chiusi nella gabbia del Bignami, hanno risvegliato, nell’animo verde e giovanile di quel venerando canuto, il pensiero e il desiderio della libertà».Pei due distici al prof. Michele Ferrucci, dell’Università di Pisa, vedi la noterella del Bonghi (I, 294).
NOTA.—Il sonetto, ove il Manzoni fece il ritratto di sè stesso, è del 1801. Corse manoscritto tra le mani degli amici e ammiratori del Manzoni, e non fu stampato se non dopo la sua morte. Nella Introduzione al vol. I di questeOpere, ne riproduciamo l’autografo.
Il sonetto al Lomonaco fu stampato alla pag. 4 del I volume dell’opera:Vite degli eccellenti Italiani, composte perFrancesco Lomonaco, Italia, 1802, con l’intestazione: «A Francesco Lomonaco. Sonetto per la Vita di Dante, di Alessandro Manzoni, giovine pieno di poetico ingegno ed amicissimo dell’autore».—Mi attengo a questo testo.
L’idillioAddafu mandato dal Manzoni al Monti con una lettera del 15 settembre 1803. Fu stampato nel 1875, postumo.
Gli scioltiIn morte di Carlo Imbonatifurono la prima volta stampati a Parigi, coi tipi di P. Didot il maggiore, nel 1806. Alla pag. 15, dove la poesia finisce, è detto: «Tirato a 100 esemplari». Questa è l’unica edizione dell’autore; ed è quella che seguiamo.
Gli scioltiA Parteneideson della fine del 1807 e il principio del 1808. Rispondono a un’Ode del poeta danese Jens Baggesen, intitolataParteneide a Manzoni, che ilBonghi(Op. ined. o rare, I, 136-7) dà tradotta. Un brano di questi versi stampò prima ilSainte-Beuve, nel saggio sul Fauriel, il 1845 (Portraits contemporains, Paris, 1889, vol. IV, pag. 200); li stamparon poi tutti ilDe Gubernatis(Il Manzoni e il Fauriel, p. 40-2) e ilBonghi.
L’Uraniafu la prima, e l’unica, volta pubblicata dal poeta in Milano, dalla Stamperia Reale, nel 1809. Su questa è esemplata la presente ristampa.
L’Ira d’Apollofu pubblicata la prima volta nell’Eco, giornale di scienze, lettere, arti, commercio e teatri, di lunedì 16 novembre 1829 (Milano, a. II, n.º 137). Vi furon premesse queste parole: «Allorchè si cominciò a quistionare tra i romantici e i classicisti, certo Grisostomo pubblicò una lettera semiseria, in cui fra le altre cose volle escludere dalla poesia la mitologia greca. Mentre molti gridavano contro quella temerità, si vide venire, senza saper d’onde, una canzone che fu molto lodata. Eccola, come fu rinvenuta fra le carte di un galantuomo che morì tre settimane sono». Le varianti che dà il Bonghi (Op. ined. o rare, I, 153 ss.) son molte; ma mi è parso superfluo ridarle qui.
I versi pel ritratto del Monti furon la prima volta pubblicati dal Tommaseo, nell’edizione fiorentina delleOperedel Manzoni, presso i fratelli Batelli, 1828-29.
I versi latiniVolucresfurono stampati nellaPerseveranzadel 29 maggio 1868; con un’avvertenza in cui, tra altro, era detto averli il Manzoni «fatti passeggiando, come suole ogni giorno, nei Giardini pubblici. Gli uccelli, chiusi nella gabbia del Bignami, hanno risvegliato, nell’animo verde e giovanile di quel venerando canuto, il pensiero e il desiderio della libertà».
Pei due distici al prof. Michele Ferrucci, dell’Università di Pisa, vedi la noterella del Bonghi (I, 294).
SONETTO.Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,Naso non grande e non soverchio umile,Tonda la gota e di color vivace,Stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;Lingua or spedita, or tarda, e non mai vile,Che il ver favella apertamente, o tace;Giovin d’anni e di senno, non audace;Duro di modi, ma di cor gentile.La gloria amo e le selve e il biondo Iddio[1300];Spregio, non odio mai; m’attristo spesso;Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.A l’ira presto, e più presto al perdono;Poco noto ad altrui, poco a me stesso:Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
SONETTO.Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,Naso non grande e non soverchio umile,Tonda la gota e di color vivace,Stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;Lingua or spedita, or tarda, e non mai vile,Che il ver favella apertamente, o tace;Giovin d’anni e di senno, non audace;Duro di modi, ma di cor gentile.La gloria amo e le selve e il biondo Iddio[1300];Spregio, non odio mai; m’attristo spesso;Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.A l’ira presto, e più presto al perdono;Poco noto ad altrui, poco a me stesso:Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
SONETTO.
Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,Naso non grande e non soverchio umile,Tonda la gota e di color vivace,Stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;
Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,
Naso non grande e non soverchio umile,
Tonda la gota e di color vivace,
Stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;
Lingua or spedita, or tarda, e non mai vile,Che il ver favella apertamente, o tace;Giovin d’anni e di senno, non audace;Duro di modi, ma di cor gentile.
Lingua or spedita, or tarda, e non mai vile,
Che il ver favella apertamente, o tace;
Giovin d’anni e di senno, non audace;
Duro di modi, ma di cor gentile.
La gloria amo e le selve e il biondo Iddio[1300];Spregio, non odio mai; m’attristo spesso;Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
La gloria amo e le selve e il biondo Iddio[1300];
Spregio, non odio mai; m’attristo spesso;
Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
A l’ira presto, e più presto al perdono;Poco noto ad altrui, poco a me stesso:Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
A l’ira presto, e più presto al perdono;
Poco noto ad altrui, poco a me stesso:
Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
[1300]Di riposo e di gloria insiem desio.
[1300]Di riposo e di gloria insiem desio.
[1300]Di riposo e di gloria insiem desio.
Come il divo Alighier l’ingrata FloraErrar fea, per civil rabbia sanguigna,Pel suol, cui liberal natura infiora,Ove spesso il buon nasce e rado alligna,Esule egregio, narri; e Tu pur oraDuro esempio ne dai, Tu, cui malignaSorte sospinse, e tiene incerto ancoraIn questa di gentili alme madrigna.Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poiChe pro se piangi, e ’l cener freddo adori,E al nome voto onor divini fai?Sì da’ barbari oppressa opprimi i tuoi,E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,Pentita sempre, e non cangiata mai.
Come il divo Alighier l’ingrata FloraErrar fea, per civil rabbia sanguigna,Pel suol, cui liberal natura infiora,Ove spesso il buon nasce e rado alligna,Esule egregio, narri; e Tu pur oraDuro esempio ne dai, Tu, cui malignaSorte sospinse, e tiene incerto ancoraIn questa di gentili alme madrigna.Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poiChe pro se piangi, e ’l cener freddo adori,E al nome voto onor divini fai?Sì da’ barbari oppressa opprimi i tuoi,E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,Pentita sempre, e non cangiata mai.
Come il divo Alighier l’ingrata FloraErrar fea, per civil rabbia sanguigna,Pel suol, cui liberal natura infiora,Ove spesso il buon nasce e rado alligna,
Come il divo Alighier l’ingrata Flora
Errar fea, per civil rabbia sanguigna,
Pel suol, cui liberal natura infiora,
Ove spesso il buon nasce e rado alligna,
Esule egregio, narri; e Tu pur oraDuro esempio ne dai, Tu, cui malignaSorte sospinse, e tiene incerto ancoraIn questa di gentili alme madrigna.
Esule egregio, narri; e Tu pur ora
Duro esempio ne dai, Tu, cui maligna
Sorte sospinse, e tiene incerto ancora
In questa di gentili alme madrigna.
Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poiChe pro se piangi, e ’l cener freddo adori,E al nome voto onor divini fai?
Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi
Che pro se piangi, e ’l cener freddo adori,
E al nome voto onor divini fai?
Sì da’ barbari oppressa opprimi i tuoi,E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,Pentita sempre, e non cangiata mai.
Sì da’ barbari oppressa opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
Pentita sempre, e non cangiata mai.
IDILLIO.Diva di fonte umil, non d’altro riccaChe di pura onda e di minuto gregge,Te, come piacque al ciel, nato a le grandiDe l’Eridano sponde, a questi ameniCheti recessi e a tacit’ombre invito.Non feroci portenti o scogli immani,Nè pompa io vanto d’infinito fluttoO di abitati pin; nè imperïosoInnalzo il corno, a le città soggetteSignoreggiando le torrite fronti;Ma verdi colli, e biancheggianti ville,E lieti colti in mio cammin vagheggio,E tenaci boscaglie a cui commisi,Contro i villani d’aquilone insulti,Servar la pace del mio picciol regno,E con Febo alternar l’ombre salubri.Nè al piangente colono è mio dilettoRapir l’ostello e i lavorati campi,Ad arricchir l’opposta avida sponda,Novo censo al vicin; nè udir le preciInesaudite e gl’imprecanti votiDe le madri che seguono da lunge,Con l’umid’occhio e con le strida, il caroPan destinato a la fame de’ figli,E la sacra dimora e il dolce letto.Sol talor godo con l’innocua manoPiegar l’erbe cedenti, e da le riveSveller fioretti per ornarmi il senoE le trecce stillanti. Nè gelosaTolgo agli occhi profani il mio soggiorno,Ma dai tersi cristalli altrui riveloLa monda arena. Anzi sovente, scesiDai monti Orobj i Satiri securi,Tempran nel fresco mio la siria fiamma,Col piè caprino intorbidando l’onda.Ben al par d’Aretusa e d’AchelooVanta natal divino e sede arcana,Sacra ai congressi de le aonie suore;Pur soave ed umil vassi IppocreneSu la libètride erba mormorando.Ben so che d’altro vanto aver coronaPretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio,Del primo onor geloso, ancor s’ascoltaSonar l’onda sdegnosa armi ed amori;E so ch’egli n’andò poi de la molleGuarinia corda, or de la tua, superbo.Ma non vedi con l’irta alga natìaSplendermi il lauro in su la fronte? Salve,Vocal colle Eupilino; a te mai sempreRida Bacco vermiglio e Cerer bionda:Salve, onor di mia riva! A te soventeScendean Febo e le Muse eliconiadi,Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana.Quivi sovente il buon cantor vid’ioVenir trattando con la man securaIl plettro di Venosa e il suo flagello,O, traendo l’inerte fianco a stento,Invocar la salute e la ritrosaErato bella, che di lui temeaL’irato ciglio e il satiresco ghigno;Ma alfin seguialo, e su le tempie anticheFea di sua mano rinverdire il mirto.Qui spesso udillo rammentar piangendo,Come si fa di cosa amata e tolta,Il dolce tempo de la prima etade;O de’ potenti maledir l’orgoglio,Come il genio natìo movealo al cantoE l’indomata gioventù de l’alma.Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschiÈ silenzio ed orror. Te dunque invito,Canoro spirto, a risvegliar col cantoNovo romor cirreo. A te concesseEuterpe il cinto, ove gli eletti sensiE le immagini e l’estro e il furor sacroE l’estasi soavi e l’auree vociGià di sua man rinchiuse. A te venturoFiorisce il dorso brïanteo, le pomaMostra Vertunno, e con la man ti chiama.Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,Già mi preparo a salutar da lungeL’alto Eridano tuo, che al novo suonoTrarrà meravigliando il capo algoso;E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.
IDILLIO.Diva di fonte umil, non d’altro riccaChe di pura onda e di minuto gregge,Te, come piacque al ciel, nato a le grandiDe l’Eridano sponde, a questi ameniCheti recessi e a tacit’ombre invito.Non feroci portenti o scogli immani,Nè pompa io vanto d’infinito fluttoO di abitati pin; nè imperïosoInnalzo il corno, a le città soggetteSignoreggiando le torrite fronti;Ma verdi colli, e biancheggianti ville,E lieti colti in mio cammin vagheggio,E tenaci boscaglie a cui commisi,Contro i villani d’aquilone insulti,Servar la pace del mio picciol regno,E con Febo alternar l’ombre salubri.Nè al piangente colono è mio dilettoRapir l’ostello e i lavorati campi,Ad arricchir l’opposta avida sponda,Novo censo al vicin; nè udir le preciInesaudite e gl’imprecanti votiDe le madri che seguono da lunge,Con l’umid’occhio e con le strida, il caroPan destinato a la fame de’ figli,E la sacra dimora e il dolce letto.Sol talor godo con l’innocua manoPiegar l’erbe cedenti, e da le riveSveller fioretti per ornarmi il senoE le trecce stillanti. Nè gelosaTolgo agli occhi profani il mio soggiorno,Ma dai tersi cristalli altrui riveloLa monda arena. Anzi sovente, scesiDai monti Orobj i Satiri securi,Tempran nel fresco mio la siria fiamma,Col piè caprino intorbidando l’onda.Ben al par d’Aretusa e d’AchelooVanta natal divino e sede arcana,Sacra ai congressi de le aonie suore;Pur soave ed umil vassi IppocreneSu la libètride erba mormorando.Ben so che d’altro vanto aver coronaPretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio,Del primo onor geloso, ancor s’ascoltaSonar l’onda sdegnosa armi ed amori;E so ch’egli n’andò poi de la molleGuarinia corda, or de la tua, superbo.Ma non vedi con l’irta alga natìaSplendermi il lauro in su la fronte? Salve,Vocal colle Eupilino; a te mai sempreRida Bacco vermiglio e Cerer bionda:Salve, onor di mia riva! A te soventeScendean Febo e le Muse eliconiadi,Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana.Quivi sovente il buon cantor vid’ioVenir trattando con la man securaIl plettro di Venosa e il suo flagello,O, traendo l’inerte fianco a stento,Invocar la salute e la ritrosaErato bella, che di lui temeaL’irato ciglio e il satiresco ghigno;Ma alfin seguialo, e su le tempie anticheFea di sua mano rinverdire il mirto.Qui spesso udillo rammentar piangendo,Come si fa di cosa amata e tolta,Il dolce tempo de la prima etade;O de’ potenti maledir l’orgoglio,Come il genio natìo movealo al cantoE l’indomata gioventù de l’alma.Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschiÈ silenzio ed orror. Te dunque invito,Canoro spirto, a risvegliar col cantoNovo romor cirreo. A te concesseEuterpe il cinto, ove gli eletti sensiE le immagini e l’estro e il furor sacroE l’estasi soavi e l’auree vociGià di sua man rinchiuse. A te venturoFiorisce il dorso brïanteo, le pomaMostra Vertunno, e con la man ti chiama.Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,Già mi preparo a salutar da lungeL’alto Eridano tuo, che al novo suonoTrarrà meravigliando il capo algoso;E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.
IDILLIO.
Diva di fonte umil, non d’altro riccaChe di pura onda e di minuto gregge,Te, come piacque al ciel, nato a le grandiDe l’Eridano sponde, a questi ameniCheti recessi e a tacit’ombre invito.Non feroci portenti o scogli immani,Nè pompa io vanto d’infinito fluttoO di abitati pin; nè imperïosoInnalzo il corno, a le città soggetteSignoreggiando le torrite fronti;Ma verdi colli, e biancheggianti ville,E lieti colti in mio cammin vagheggio,E tenaci boscaglie a cui commisi,Contro i villani d’aquilone insulti,Servar la pace del mio picciol regno,E con Febo alternar l’ombre salubri.Nè al piangente colono è mio dilettoRapir l’ostello e i lavorati campi,Ad arricchir l’opposta avida sponda,Novo censo al vicin; nè udir le preciInesaudite e gl’imprecanti votiDe le madri che seguono da lunge,Con l’umid’occhio e con le strida, il caroPan destinato a la fame de’ figli,E la sacra dimora e il dolce letto.Sol talor godo con l’innocua manoPiegar l’erbe cedenti, e da le riveSveller fioretti per ornarmi il senoE le trecce stillanti. Nè gelosaTolgo agli occhi profani il mio soggiorno,Ma dai tersi cristalli altrui riveloLa monda arena. Anzi sovente, scesiDai monti Orobj i Satiri securi,Tempran nel fresco mio la siria fiamma,Col piè caprino intorbidando l’onda.Ben al par d’Aretusa e d’AchelooVanta natal divino e sede arcana,Sacra ai congressi de le aonie suore;Pur soave ed umil vassi IppocreneSu la libètride erba mormorando.Ben so che d’altro vanto aver coronaPretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio,Del primo onor geloso, ancor s’ascoltaSonar l’onda sdegnosa armi ed amori;E so ch’egli n’andò poi de la molleGuarinia corda, or de la tua, superbo.Ma non vedi con l’irta alga natìaSplendermi il lauro in su la fronte? Salve,Vocal colle Eupilino; a te mai sempreRida Bacco vermiglio e Cerer bionda:Salve, onor di mia riva! A te soventeScendean Febo e le Muse eliconiadi,Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana.Quivi sovente il buon cantor vid’ioVenir trattando con la man securaIl plettro di Venosa e il suo flagello,O, traendo l’inerte fianco a stento,Invocar la salute e la ritrosaErato bella, che di lui temeaL’irato ciglio e il satiresco ghigno;Ma alfin seguialo, e su le tempie anticheFea di sua mano rinverdire il mirto.Qui spesso udillo rammentar piangendo,Come si fa di cosa amata e tolta,Il dolce tempo de la prima etade;O de’ potenti maledir l’orgoglio,Come il genio natìo movealo al cantoE l’indomata gioventù de l’alma.Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschiÈ silenzio ed orror. Te dunque invito,Canoro spirto, a risvegliar col cantoNovo romor cirreo. A te concesseEuterpe il cinto, ove gli eletti sensiE le immagini e l’estro e il furor sacroE l’estasi soavi e l’auree vociGià di sua man rinchiuse. A te venturoFiorisce il dorso brïanteo, le pomaMostra Vertunno, e con la man ti chiama.Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,Già mi preparo a salutar da lungeL’alto Eridano tuo, che al novo suonoTrarrà meravigliando il capo algoso;E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.
Diva di fonte umil, non d’altro ricca
Che di pura onda e di minuto gregge,
Te, come piacque al ciel, nato a le grandi
De l’Eridano sponde, a questi ameni
Cheti recessi e a tacit’ombre invito.
Non feroci portenti o scogli immani,
Nè pompa io vanto d’infinito flutto
O di abitati pin; nè imperïoso
Innalzo il corno, a le città soggette
Signoreggiando le torrite fronti;
Ma verdi colli, e biancheggianti ville,
E lieti colti in mio cammin vagheggio,
E tenaci boscaglie a cui commisi,
Contro i villani d’aquilone insulti,
Servar la pace del mio picciol regno,
E con Febo alternar l’ombre salubri.
Nè al piangente colono è mio diletto
Rapir l’ostello e i lavorati campi,
Ad arricchir l’opposta avida sponda,
Novo censo al vicin; nè udir le preci
Inesaudite e gl’imprecanti voti
De le madri che seguono da lunge,
Con l’umid’occhio e con le strida, il caro
Pan destinato a la fame de’ figli,
E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l’innocua mano
Piegar l’erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti per ornarmi il seno
E le trecce stillanti. Nè gelosa
Tolgo agli occhi profani il mio soggiorno,
Ma dai tersi cristalli altrui rivelo
La monda arena. Anzi sovente, scesi
Dai monti Orobj i Satiri securi,
Tempran nel fresco mio la siria fiamma,
Col piè caprino intorbidando l’onda.
Ben al par d’Aretusa e d’Acheloo
Vanta natal divino e sede arcana,
Sacra ai congressi de le aonie suore;
Pur soave ed umil vassi Ippocrene
Su la libètride erba mormorando.
Ben so che d’altro vanto aver corona
Pretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio,
Del primo onor geloso, ancor s’ascolta
Sonar l’onda sdegnosa armi ed amori;
E so ch’egli n’andò poi de la molle
Guarinia corda, or de la tua, superbo.
Ma non vedi con l’irta alga natìa
Splendermi il lauro in su la fronte? Salve,
Vocal colle Eupilino; a te mai sempre
Rida Bacco vermiglio e Cerer bionda:
Salve, onor di mia riva! A te sovente
Scendean Febo e le Muse eliconiadi,
Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana.
Quivi sovente il buon cantor vid’io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello,
O, traendo l’inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella, che di lui temea
L’irato ciglio e il satiresco ghigno;
Ma alfin seguialo, e su le tempie antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udillo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade;
O de’ potenti maledir l’orgoglio,
Come il genio natìo movealo al canto
E l’indomata gioventù de l’alma.
Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschi
È silenzio ed orror. Te dunque invito,
Canoro spirto, a risvegliar col canto
Novo romor cirreo. A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le immagini e l’estro e il furor sacro
E l’estasi soavi e l’auree voci
Già di sua man rinchiuse. A te venturo
Fiorisce il dorso brïanteo, le poma
Mostra Vertunno, e con la man ti chiama.
Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,
Già mi preparo a salutar da lunge
L’alto Eridano tuo, che al novo suono
Trarrà meravigliando il capo algoso;
E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,
Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.
Ch’ambo i vestigi tuoi cerchiata piangendo.Casa.
Se mai più che d’Euterpe il furor santo,E d’Erato il sospiro, o dolce madre,L’amaro ghigno di Talia mi piacque,Non è consiglio di maligno petto.Nè del mio secol sozzo io già vorreiRimescolar la fetida belletta,Se un raggio in terra di virtù vedessi,Cui sacrar la mia rima. A te soventeCosì diss’io: ma poi che sospirando,Come si fa di cosa amata e tolta,Narrar t’udia di che virtù fu tempioIl casto petto di colui che piangi;Sarà, dicea, che di tal merto peraOgni memoria? E da cotanto esemploNullo conforto il giusto tragga, e nullaVergogna il tristo? Era la notte; e questoPensiero i sensi m’avea presi; quando,Le ciglia aprendo, mi parea vederloDentro limpida luce a me venire,A tacit’orma. Qual mentita in tela,Per far con gli occhi a l’egra mente inganno,Quasi a culto, la miri, era la faccia.Come d’infermo, cui feroce e lungoMalor discarna, se dal sonno è vinto,Che sotto i solchi del dolor, nel voltoMostra la calma, era l’aspetto. ApertaLa fronte, e quale anco gl’ignoti affida:Ma ricetto parea d’alti pensieri.Sereno il ciglio e mite, ed al sorrisoNon difficile il labbro. A me dappressoPoi ch’e’ fu fatto, placido del lettoSu la sponda si pose. Io d’abbracciarlo,Di favellare ardea; ma irrigiditaDa timor da stupor da reverenzaStette la lingua; e mi tremò la palma,Che a l’amplesso correva. Ei dolcementeIncominciò: Quella virtù, che creaDi due boni l’amor, che sian tra loroConosciuti di cor, se non di volto,A vederti mi tragge. E sai se, quandoIl mio cor ne le membra ancor battea,Di te fu pieno; e quanta parte avestiDe gli estremi suoi moti. Or poi che datoNon m’è, com’io bramava, a passo a passoPer man guidarti su la via scoscesa,Che anelando ho fornita, e tu cominci,Volli almeno una volta confortartiDi mia presenza. Io, con sommessa voce,Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensaCiò che dir debba, e pur dubbiando dice,Risposi: Allor ch’io l’amorose e vereNote leggea, che a me dettasti prime,E novissime furo; e la dolcezzaDe l’esser teco presentia, chi dettoM’avria che tolto m’eri! E quando in caldoScritto gli affetti del mio cor t’apersi,Che non saria da gli occhi tuoi veduto,Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerboDi te nutrissi desiderio, il pensa.E come il pellegrin, che d’amor presoDi non vista città, ver quella move;E quando spera che la meta il paghiDel cammin duro e lungo, e fiso osservaSe le torri bramate apparir veggia;E mira più da presso i fondamentiPer crollo di tremuoto in su rivolti,E le porte abbattute, e fori e caseTutto in ruina inospital converso;E i meschini rimasti interrogando,Con pianto ascolta raccontar de i pregiE disegnar de i siti; a questo modoIo sentia le tue lodi; e qual tu fostiDi retto acuto senno, d’incolpatoCostume, e d’alte voglie, ugual, sincero,Non vantator di probità, ma probo:Com’oggi al mondo al par di te nessunoGusti il sapor del beneficio, e sentaDolor de l’altrui danno. Egli ascoltavaCon volto nè superbo nè modesto.Io rincorato proseguia: Se cura,Se pensier di quaggiù vince l’avello,Certo so ben che il duol t’aggiunge e il piantoDi lei che amasti ed ami ancor, che tutto,Te perdendo, ha perduto. E se possanzaDi pietoso desio t’avrà condottoFra i tuoi cari un istante, avrai vedutoGrondar la stilla del dolor sul primoBacio materno. Io favellava ancora,Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunteAlzando in ver lo loco onde a me venne,Mestamente sorrise, e: Se non fosseCh’io t’amo tanto, io pregherei che rattoQuell’anima gentil fuor de le membraPrendesse il voi, per chiuder l’ali in gremboDi Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia.Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certoDi mai più non lasciarla, esser felicePienamente non posso. A questi accentiChinammo il volto, e taciti ristemmo:Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava.Poi che il pianto e i singulti a le paroleDieder la via, ripresi: A le sue piagheSarà dittamo e latte il raccontarleChe del tuo dolce aspetto io fui beato,E ridirle i tuoi detti. Ora, per leiTen prego, dammi che d’un dubbio feroToglierla io possa. Allor che de la vitaFosti al fin presso, o spasimo, o difettoDi possanza vital feceti a gli occhiIl dardo balenar che ti percosse?O par ti giunse impreveduto e mite?Come da sonno, rispondea, si solveUom, che nè brama nè timor governa,Dolcemente così dal mortal carcoMi sentii sviluppato; e volto indietro,Per cercar lei, che al fianco mio si stava,Più non la vidi. E s’anco avessi innanziSaputo il mio morir, per lei soltantoAvrei pianto, e per te: se ciò non era,Che dolermi dovea? Forse il partirmiDa questa terra, ov’è il ben far portento,E somma lode il non aver peccato?Dove il pensier da la parola è sempreAltro, e virtù per ogni labbro ad altaVoce lodata, ma nei cor derisa;Dov’è spento il pudor; dove sagaceUsura è fatto il beneficio, e bruttaLussuria amor; dove sol reo si stimaChi non compie il delitto; ove il delittoTurpe non è, se fortunato; doveSempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.Dura è pel giusto solitario, il credi,Dura, e pur troppo disegual, la guerraContra i perversi affratellati e molti.Tu, cui non piacque su la via più tritaLa folla urtar che dietro al piacer correE a l’onor vano e al lucro; e de le saleAl gracchiar voto e del censito volgoAl petulante cinguettìo, d’amiciCeto preponi intemerati e pochi,E la pacata compagnia di quelliChe, spenti, al mondo anco son pregio e norma,Segui tua strada; e dal viril propostoNon ti partir, se sai. Questa, risposi,Qualsia favilla, che mia mente alluma,Custodii, com’io valgo, e tenni vivaFinor. Nè ti dirò com’io, nodritoIn sozzo ovil di mercenario armento,Gli aridi bronchi fastidendo, e il pastoDe l’insipida stoppia, il viso torsiDa la fetente mangiatoia; e francoM’addussi al sorso de l’Ascrea fontana.Come talor, discepolo di tale,Cui mi saria vergogna esser maestro,Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui presoDi tanto amor, che mi parea vederliVeracemente, e ragionar con loro.Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nomeMacchiar de’ vili, che oziosi sempre,Fuor che in mal far, contra il mio nome armaroL’operosa calunnia. A le lor gridaSilenzio opposi, e a l’odio lor disprezzo.Qual merti l’ira mia fra lor non veggio;Ond’io lieve men vado a mia salita,Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,Se di te vero udii che la divinaDe le Muse armonia poco curasti.Sorrise alquanto, e rispondea: QualunqueDi chiaro esemplo, o di veraci carteGiovasse altrui, fu da me sempre avutoIn onor sommo. E venerando il nomeFummi di lui, che ne le reggie primoL’orma stampò de l’italo coturno:E l’aureo manto lacerato ai grandi,Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;E di quel, che sul plettro immacolatoCantò per me:Torna a fiorir la rosa.Cui, di maestro a me poi fatto amico,Con reverente affetto ammirai sempreScola e palestra di virtù. Ma sdegnoMi fero i mille, che tu vedi un tantoNome usurparsi, e portar seco in PindoL’immondizia del trivio, e l’arroganza,E i vizj; lor; che di perduta famaVedi, e di morto ingegno, un vergognosoFar di lodi mercato e di strapazzi.Stolti! Non ombra di possente amico,Nè lodator comprati avea quel sommoD’occhi cieco, e divin raggio di mente,Che per la Grecia mendicò cantando.Solo d’Ascra venian le fide amicheEsulando con esso, e la mal certaCon le destre vocali orma reggendo:Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,E Rodi a Smirna cittadin contende:E patria ei non conosce altra che il cielo.Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogliSopravissuti, oscura e disonestaCanizie attende. E tacque; e scosse il capo,E sporto il labbro, amaramente il torse,Com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.Gioja il suo dir mi porse, e non ignotaBile destommi; e replicai: Deh! vogliLa via segnarmi, onde toccar la cimaIo possa, o far, che s’io cadrò su l’erta,Dicasi almen: su l’orma propria ei giace.Sentir, riprese, e meditar: di pocoEsser contento: da la meta maiNon torcer gli occhi: conservar la manoPura e la mente: de le umane coseTanto sperimentar, quanto ti bastiPer non curarle: non ti far mai servo:Non far tregua coi vili: il santo VeroMai non tradir: nè proferir mai verbo,Che plauda al vizio, o la virtù derida.O maestro, o, gridai, scorta amorosa,Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggioNon mi sia spento; a governar rimaniMe, cui natura e gioventù fa ciecoL’ingegno, e serva la ragion del core.Così parlava e lagrimava: al mioPianto ei compianse, e: Non è questa, disse,Quella città, dove sarem compagniEternamente. Ora colei, cui figlioSe’ per natura, e per eletta amico,Ama ed ascolta, e di filial dolcezzaL’intensa amaritudine le molci.Dille ch’io so, ch’ella sol cerca il piedeMetter su l’orme mie; dille che i fiori,Che sul mio cener spande, io gli raccolgo,E gli rendo immortali; e tal ne tessoSerto, che sol non temerà nè bruma,Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancoraDe le sue belle lagrime irrorato.Dolce tristezza, amor, d’affetti milleTurba m’assalse; e da seder levato,Ambo le braccia con voler tendeaA la cara cervice. A quella scossa,Quasi al partir di sonno io mi rimasi;E con l’acume del veder tentando,E con la man, solo mi vidi; e caldaMi ritrovai la lagrima sul ciglio.
Se mai più che d’Euterpe il furor santo,E d’Erato il sospiro, o dolce madre,L’amaro ghigno di Talia mi piacque,Non è consiglio di maligno petto.Nè del mio secol sozzo io già vorreiRimescolar la fetida belletta,Se un raggio in terra di virtù vedessi,Cui sacrar la mia rima. A te soventeCosì diss’io: ma poi che sospirando,Come si fa di cosa amata e tolta,Narrar t’udia di che virtù fu tempioIl casto petto di colui che piangi;Sarà, dicea, che di tal merto peraOgni memoria? E da cotanto esemploNullo conforto il giusto tragga, e nullaVergogna il tristo? Era la notte; e questoPensiero i sensi m’avea presi; quando,Le ciglia aprendo, mi parea vederloDentro limpida luce a me venire,A tacit’orma. Qual mentita in tela,Per far con gli occhi a l’egra mente inganno,Quasi a culto, la miri, era la faccia.Come d’infermo, cui feroce e lungoMalor discarna, se dal sonno è vinto,Che sotto i solchi del dolor, nel voltoMostra la calma, era l’aspetto. ApertaLa fronte, e quale anco gl’ignoti affida:Ma ricetto parea d’alti pensieri.Sereno il ciglio e mite, ed al sorrisoNon difficile il labbro. A me dappressoPoi ch’e’ fu fatto, placido del lettoSu la sponda si pose. Io d’abbracciarlo,Di favellare ardea; ma irrigiditaDa timor da stupor da reverenzaStette la lingua; e mi tremò la palma,Che a l’amplesso correva. Ei dolcementeIncominciò: Quella virtù, che creaDi due boni l’amor, che sian tra loroConosciuti di cor, se non di volto,A vederti mi tragge. E sai se, quandoIl mio cor ne le membra ancor battea,Di te fu pieno; e quanta parte avestiDe gli estremi suoi moti. Or poi che datoNon m’è, com’io bramava, a passo a passoPer man guidarti su la via scoscesa,Che anelando ho fornita, e tu cominci,Volli almeno una volta confortartiDi mia presenza. Io, con sommessa voce,Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensaCiò che dir debba, e pur dubbiando dice,Risposi: Allor ch’io l’amorose e vereNote leggea, che a me dettasti prime,E novissime furo; e la dolcezzaDe l’esser teco presentia, chi dettoM’avria che tolto m’eri! E quando in caldoScritto gli affetti del mio cor t’apersi,Che non saria da gli occhi tuoi veduto,Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerboDi te nutrissi desiderio, il pensa.E come il pellegrin, che d’amor presoDi non vista città, ver quella move;E quando spera che la meta il paghiDel cammin duro e lungo, e fiso osservaSe le torri bramate apparir veggia;E mira più da presso i fondamentiPer crollo di tremuoto in su rivolti,E le porte abbattute, e fori e caseTutto in ruina inospital converso;E i meschini rimasti interrogando,Con pianto ascolta raccontar de i pregiE disegnar de i siti; a questo modoIo sentia le tue lodi; e qual tu fostiDi retto acuto senno, d’incolpatoCostume, e d’alte voglie, ugual, sincero,Non vantator di probità, ma probo:Com’oggi al mondo al par di te nessunoGusti il sapor del beneficio, e sentaDolor de l’altrui danno. Egli ascoltavaCon volto nè superbo nè modesto.Io rincorato proseguia: Se cura,Se pensier di quaggiù vince l’avello,Certo so ben che il duol t’aggiunge e il piantoDi lei che amasti ed ami ancor, che tutto,Te perdendo, ha perduto. E se possanzaDi pietoso desio t’avrà condottoFra i tuoi cari un istante, avrai vedutoGrondar la stilla del dolor sul primoBacio materno. Io favellava ancora,Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunteAlzando in ver lo loco onde a me venne,Mestamente sorrise, e: Se non fosseCh’io t’amo tanto, io pregherei che rattoQuell’anima gentil fuor de le membraPrendesse il voi, per chiuder l’ali in gremboDi Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia.Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certoDi mai più non lasciarla, esser felicePienamente non posso. A questi accentiChinammo il volto, e taciti ristemmo:Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava.Poi che il pianto e i singulti a le paroleDieder la via, ripresi: A le sue piagheSarà dittamo e latte il raccontarleChe del tuo dolce aspetto io fui beato,E ridirle i tuoi detti. Ora, per leiTen prego, dammi che d’un dubbio feroToglierla io possa. Allor che de la vitaFosti al fin presso, o spasimo, o difettoDi possanza vital feceti a gli occhiIl dardo balenar che ti percosse?O par ti giunse impreveduto e mite?Come da sonno, rispondea, si solveUom, che nè brama nè timor governa,Dolcemente così dal mortal carcoMi sentii sviluppato; e volto indietro,Per cercar lei, che al fianco mio si stava,Più non la vidi. E s’anco avessi innanziSaputo il mio morir, per lei soltantoAvrei pianto, e per te: se ciò non era,Che dolermi dovea? Forse il partirmiDa questa terra, ov’è il ben far portento,E somma lode il non aver peccato?Dove il pensier da la parola è sempreAltro, e virtù per ogni labbro ad altaVoce lodata, ma nei cor derisa;Dov’è spento il pudor; dove sagaceUsura è fatto il beneficio, e bruttaLussuria amor; dove sol reo si stimaChi non compie il delitto; ove il delittoTurpe non è, se fortunato; doveSempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.Dura è pel giusto solitario, il credi,Dura, e pur troppo disegual, la guerraContra i perversi affratellati e molti.Tu, cui non piacque su la via più tritaLa folla urtar che dietro al piacer correE a l’onor vano e al lucro; e de le saleAl gracchiar voto e del censito volgoAl petulante cinguettìo, d’amiciCeto preponi intemerati e pochi,E la pacata compagnia di quelliChe, spenti, al mondo anco son pregio e norma,Segui tua strada; e dal viril propostoNon ti partir, se sai. Questa, risposi,Qualsia favilla, che mia mente alluma,Custodii, com’io valgo, e tenni vivaFinor. Nè ti dirò com’io, nodritoIn sozzo ovil di mercenario armento,Gli aridi bronchi fastidendo, e il pastoDe l’insipida stoppia, il viso torsiDa la fetente mangiatoia; e francoM’addussi al sorso de l’Ascrea fontana.Come talor, discepolo di tale,Cui mi saria vergogna esser maestro,Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui presoDi tanto amor, che mi parea vederliVeracemente, e ragionar con loro.Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nomeMacchiar de’ vili, che oziosi sempre,Fuor che in mal far, contra il mio nome armaroL’operosa calunnia. A le lor gridaSilenzio opposi, e a l’odio lor disprezzo.Qual merti l’ira mia fra lor non veggio;Ond’io lieve men vado a mia salita,Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,Se di te vero udii che la divinaDe le Muse armonia poco curasti.Sorrise alquanto, e rispondea: QualunqueDi chiaro esemplo, o di veraci carteGiovasse altrui, fu da me sempre avutoIn onor sommo. E venerando il nomeFummi di lui, che ne le reggie primoL’orma stampò de l’italo coturno:E l’aureo manto lacerato ai grandi,Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;E di quel, che sul plettro immacolatoCantò per me:Torna a fiorir la rosa.Cui, di maestro a me poi fatto amico,Con reverente affetto ammirai sempreScola e palestra di virtù. Ma sdegnoMi fero i mille, che tu vedi un tantoNome usurparsi, e portar seco in PindoL’immondizia del trivio, e l’arroganza,E i vizj; lor; che di perduta famaVedi, e di morto ingegno, un vergognosoFar di lodi mercato e di strapazzi.Stolti! Non ombra di possente amico,Nè lodator comprati avea quel sommoD’occhi cieco, e divin raggio di mente,Che per la Grecia mendicò cantando.Solo d’Ascra venian le fide amicheEsulando con esso, e la mal certaCon le destre vocali orma reggendo:Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,E Rodi a Smirna cittadin contende:E patria ei non conosce altra che il cielo.Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogliSopravissuti, oscura e disonestaCanizie attende. E tacque; e scosse il capo,E sporto il labbro, amaramente il torse,Com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.Gioja il suo dir mi porse, e non ignotaBile destommi; e replicai: Deh! vogliLa via segnarmi, onde toccar la cimaIo possa, o far, che s’io cadrò su l’erta,Dicasi almen: su l’orma propria ei giace.Sentir, riprese, e meditar: di pocoEsser contento: da la meta maiNon torcer gli occhi: conservar la manoPura e la mente: de le umane coseTanto sperimentar, quanto ti bastiPer non curarle: non ti far mai servo:Non far tregua coi vili: il santo VeroMai non tradir: nè proferir mai verbo,Che plauda al vizio, o la virtù derida.O maestro, o, gridai, scorta amorosa,Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggioNon mi sia spento; a governar rimaniMe, cui natura e gioventù fa ciecoL’ingegno, e serva la ragion del core.Così parlava e lagrimava: al mioPianto ei compianse, e: Non è questa, disse,Quella città, dove sarem compagniEternamente. Ora colei, cui figlioSe’ per natura, e per eletta amico,Ama ed ascolta, e di filial dolcezzaL’intensa amaritudine le molci.Dille ch’io so, ch’ella sol cerca il piedeMetter su l’orme mie; dille che i fiori,Che sul mio cener spande, io gli raccolgo,E gli rendo immortali; e tal ne tessoSerto, che sol non temerà nè bruma,Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancoraDe le sue belle lagrime irrorato.Dolce tristezza, amor, d’affetti milleTurba m’assalse; e da seder levato,Ambo le braccia con voler tendeaA la cara cervice. A quella scossa,Quasi al partir di sonno io mi rimasi;E con l’acume del veder tentando,E con la man, solo mi vidi; e caldaMi ritrovai la lagrima sul ciglio.
Se mai più che d’Euterpe il furor santo,E d’Erato il sospiro, o dolce madre,L’amaro ghigno di Talia mi piacque,Non è consiglio di maligno petto.Nè del mio secol sozzo io già vorreiRimescolar la fetida belletta,Se un raggio in terra di virtù vedessi,Cui sacrar la mia rima. A te soventeCosì diss’io: ma poi che sospirando,Come si fa di cosa amata e tolta,Narrar t’udia di che virtù fu tempioIl casto petto di colui che piangi;Sarà, dicea, che di tal merto peraOgni memoria? E da cotanto esemploNullo conforto il giusto tragga, e nullaVergogna il tristo? Era la notte; e questoPensiero i sensi m’avea presi; quando,Le ciglia aprendo, mi parea vederloDentro limpida luce a me venire,A tacit’orma. Qual mentita in tela,Per far con gli occhi a l’egra mente inganno,Quasi a culto, la miri, era la faccia.Come d’infermo, cui feroce e lungoMalor discarna, se dal sonno è vinto,Che sotto i solchi del dolor, nel voltoMostra la calma, era l’aspetto. ApertaLa fronte, e quale anco gl’ignoti affida:Ma ricetto parea d’alti pensieri.Sereno il ciglio e mite, ed al sorrisoNon difficile il labbro. A me dappressoPoi ch’e’ fu fatto, placido del lettoSu la sponda si pose. Io d’abbracciarlo,Di favellare ardea; ma irrigiditaDa timor da stupor da reverenzaStette la lingua; e mi tremò la palma,Che a l’amplesso correva. Ei dolcementeIncominciò: Quella virtù, che creaDi due boni l’amor, che sian tra loroConosciuti di cor, se non di volto,A vederti mi tragge. E sai se, quandoIl mio cor ne le membra ancor battea,Di te fu pieno; e quanta parte avestiDe gli estremi suoi moti. Or poi che datoNon m’è, com’io bramava, a passo a passoPer man guidarti su la via scoscesa,Che anelando ho fornita, e tu cominci,Volli almeno una volta confortartiDi mia presenza. Io, con sommessa voce,Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensaCiò che dir debba, e pur dubbiando dice,Risposi: Allor ch’io l’amorose e vereNote leggea, che a me dettasti prime,E novissime furo; e la dolcezzaDe l’esser teco presentia, chi dettoM’avria che tolto m’eri! E quando in caldoScritto gli affetti del mio cor t’apersi,Che non saria da gli occhi tuoi veduto,Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerboDi te nutrissi desiderio, il pensa.E come il pellegrin, che d’amor presoDi non vista città, ver quella move;E quando spera che la meta il paghiDel cammin duro e lungo, e fiso osservaSe le torri bramate apparir veggia;E mira più da presso i fondamentiPer crollo di tremuoto in su rivolti,E le porte abbattute, e fori e caseTutto in ruina inospital converso;E i meschini rimasti interrogando,Con pianto ascolta raccontar de i pregiE disegnar de i siti; a questo modoIo sentia le tue lodi; e qual tu fostiDi retto acuto senno, d’incolpatoCostume, e d’alte voglie, ugual, sincero,Non vantator di probità, ma probo:Com’oggi al mondo al par di te nessunoGusti il sapor del beneficio, e sentaDolor de l’altrui danno. Egli ascoltavaCon volto nè superbo nè modesto.Io rincorato proseguia: Se cura,Se pensier di quaggiù vince l’avello,Certo so ben che il duol t’aggiunge e il piantoDi lei che amasti ed ami ancor, che tutto,Te perdendo, ha perduto. E se possanzaDi pietoso desio t’avrà condottoFra i tuoi cari un istante, avrai vedutoGrondar la stilla del dolor sul primoBacio materno. Io favellava ancora,Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunteAlzando in ver lo loco onde a me venne,Mestamente sorrise, e: Se non fosseCh’io t’amo tanto, io pregherei che rattoQuell’anima gentil fuor de le membraPrendesse il voi, per chiuder l’ali in gremboDi Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia.Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certoDi mai più non lasciarla, esser felicePienamente non posso. A questi accentiChinammo il volto, e taciti ristemmo:Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava.Poi che il pianto e i singulti a le paroleDieder la via, ripresi: A le sue piagheSarà dittamo e latte il raccontarleChe del tuo dolce aspetto io fui beato,E ridirle i tuoi detti. Ora, per leiTen prego, dammi che d’un dubbio feroToglierla io possa. Allor che de la vitaFosti al fin presso, o spasimo, o difettoDi possanza vital feceti a gli occhiIl dardo balenar che ti percosse?O par ti giunse impreveduto e mite?Come da sonno, rispondea, si solveUom, che nè brama nè timor governa,Dolcemente così dal mortal carcoMi sentii sviluppato; e volto indietro,Per cercar lei, che al fianco mio si stava,Più non la vidi. E s’anco avessi innanziSaputo il mio morir, per lei soltantoAvrei pianto, e per te: se ciò non era,Che dolermi dovea? Forse il partirmiDa questa terra, ov’è il ben far portento,E somma lode il non aver peccato?Dove il pensier da la parola è sempreAltro, e virtù per ogni labbro ad altaVoce lodata, ma nei cor derisa;Dov’è spento il pudor; dove sagaceUsura è fatto il beneficio, e bruttaLussuria amor; dove sol reo si stimaChi non compie il delitto; ove il delittoTurpe non è, se fortunato; doveSempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.Dura è pel giusto solitario, il credi,Dura, e pur troppo disegual, la guerraContra i perversi affratellati e molti.Tu, cui non piacque su la via più tritaLa folla urtar che dietro al piacer correE a l’onor vano e al lucro; e de le saleAl gracchiar voto e del censito volgoAl petulante cinguettìo, d’amiciCeto preponi intemerati e pochi,E la pacata compagnia di quelliChe, spenti, al mondo anco son pregio e norma,Segui tua strada; e dal viril propostoNon ti partir, se sai. Questa, risposi,Qualsia favilla, che mia mente alluma,Custodii, com’io valgo, e tenni vivaFinor. Nè ti dirò com’io, nodritoIn sozzo ovil di mercenario armento,Gli aridi bronchi fastidendo, e il pastoDe l’insipida stoppia, il viso torsiDa la fetente mangiatoia; e francoM’addussi al sorso de l’Ascrea fontana.Come talor, discepolo di tale,Cui mi saria vergogna esser maestro,Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui presoDi tanto amor, che mi parea vederliVeracemente, e ragionar con loro.Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nomeMacchiar de’ vili, che oziosi sempre,Fuor che in mal far, contra il mio nome armaroL’operosa calunnia. A le lor gridaSilenzio opposi, e a l’odio lor disprezzo.Qual merti l’ira mia fra lor non veggio;Ond’io lieve men vado a mia salita,Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,Se di te vero udii che la divinaDe le Muse armonia poco curasti.Sorrise alquanto, e rispondea: QualunqueDi chiaro esemplo, o di veraci carteGiovasse altrui, fu da me sempre avutoIn onor sommo. E venerando il nomeFummi di lui, che ne le reggie primoL’orma stampò de l’italo coturno:E l’aureo manto lacerato ai grandi,Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;E di quel, che sul plettro immacolatoCantò per me:Torna a fiorir la rosa.Cui, di maestro a me poi fatto amico,Con reverente affetto ammirai sempreScola e palestra di virtù. Ma sdegnoMi fero i mille, che tu vedi un tantoNome usurparsi, e portar seco in PindoL’immondizia del trivio, e l’arroganza,E i vizj; lor; che di perduta famaVedi, e di morto ingegno, un vergognosoFar di lodi mercato e di strapazzi.Stolti! Non ombra di possente amico,Nè lodator comprati avea quel sommoD’occhi cieco, e divin raggio di mente,Che per la Grecia mendicò cantando.Solo d’Ascra venian le fide amicheEsulando con esso, e la mal certaCon le destre vocali orma reggendo:Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,E Rodi a Smirna cittadin contende:E patria ei non conosce altra che il cielo.Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogliSopravissuti, oscura e disonestaCanizie attende. E tacque; e scosse il capo,E sporto il labbro, amaramente il torse,Com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.Gioja il suo dir mi porse, e non ignotaBile destommi; e replicai: Deh! vogliLa via segnarmi, onde toccar la cimaIo possa, o far, che s’io cadrò su l’erta,Dicasi almen: su l’orma propria ei giace.Sentir, riprese, e meditar: di pocoEsser contento: da la meta maiNon torcer gli occhi: conservar la manoPura e la mente: de le umane coseTanto sperimentar, quanto ti bastiPer non curarle: non ti far mai servo:Non far tregua coi vili: il santo VeroMai non tradir: nè proferir mai verbo,Che plauda al vizio, o la virtù derida.O maestro, o, gridai, scorta amorosa,Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggioNon mi sia spento; a governar rimaniMe, cui natura e gioventù fa ciecoL’ingegno, e serva la ragion del core.Così parlava e lagrimava: al mioPianto ei compianse, e: Non è questa, disse,Quella città, dove sarem compagniEternamente. Ora colei, cui figlioSe’ per natura, e per eletta amico,Ama ed ascolta, e di filial dolcezzaL’intensa amaritudine le molci.Dille ch’io so, ch’ella sol cerca il piedeMetter su l’orme mie; dille che i fiori,Che sul mio cener spande, io gli raccolgo,E gli rendo immortali; e tal ne tessoSerto, che sol non temerà nè bruma,Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancoraDe le sue belle lagrime irrorato.Dolce tristezza, amor, d’affetti milleTurba m’assalse; e da seder levato,Ambo le braccia con voler tendeaA la cara cervice. A quella scossa,Quasi al partir di sonno io mi rimasi;E con l’acume del veder tentando,E con la man, solo mi vidi; e caldaMi ritrovai la lagrima sul ciglio.
Se mai più che d’Euterpe il furor santo,
E d’Erato il sospiro, o dolce madre,
L’amaro ghigno di Talia mi piacque,
Non è consiglio di maligno petto.
Nè del mio secol sozzo io già vorrei
Rimescolar la fetida belletta,
Se un raggio in terra di virtù vedessi,
Cui sacrar la mia rima. A te sovente
Così diss’io: ma poi che sospirando,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Narrar t’udia di che virtù fu tempio
Il casto petto di colui che piangi;
Sarà, dicea, che di tal merto pera
Ogni memoria? E da cotanto esemplo
Nullo conforto il giusto tragga, e nulla
Vergogna il tristo? Era la notte; e questo
Pensiero i sensi m’avea presi; quando,
Le ciglia aprendo, mi parea vederlo
Dentro limpida luce a me venire,
A tacit’orma. Qual mentita in tela,
Per far con gli occhi a l’egra mente inganno,
Quasi a culto, la miri, era la faccia.
Come d’infermo, cui feroce e lungo
Malor discarna, se dal sonno è vinto,
Che sotto i solchi del dolor, nel volto
Mostra la calma, era l’aspetto. Aperta
La fronte, e quale anco gl’ignoti affida:
Ma ricetto parea d’alti pensieri.
Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso
Non difficile il labbro. A me dappresso
Poi ch’e’ fu fatto, placido del letto
Su la sponda si pose. Io d’abbracciarlo,
Di favellare ardea; ma irrigidita
Da timor da stupor da reverenza
Stette la lingua; e mi tremò la palma,
Che a l’amplesso correva. Ei dolcemente
Incominciò: Quella virtù, che crea
Di due boni l’amor, che sian tra loro
Conosciuti di cor, se non di volto,
A vederti mi tragge. E sai se, quando
Il mio cor ne le membra ancor battea,
Di te fu pieno; e quanta parte avesti
De gli estremi suoi moti. Or poi che dato
Non m’è, com’io bramava, a passo a passo
Per man guidarti su la via scoscesa,
Che anelando ho fornita, e tu cominci,
Volli almeno una volta confortarti
Di mia presenza. Io, con sommessa voce,
Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensa
Ciò che dir debba, e pur dubbiando dice,
Risposi: Allor ch’io l’amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime furo; e la dolcezza
De l’esser teco presentia, chi detto
M’avria che tolto m’eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t’apersi,
Che non saria da gli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.
E come il pellegrin, che d’amor preso
Di non vista città, ver quella move;
E quando spera che la meta il paghi
Del cammin duro e lungo, e fiso osserva
Se le torri bramate apparir veggia;
E mira più da presso i fondamenti
Per crollo di tremuoto in su rivolti,
E le porte abbattute, e fori e case
Tutto in ruina inospital converso;
E i meschini rimasti interrogando,
Con pianto ascolta raccontar de i pregi
E disegnar de i siti; a questo modo
Io sentia le tue lodi; e qual tu fosti
Di retto acuto senno, d’incolpato
Costume, e d’alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo:
Com’oggi al mondo al par di te nessuno
Gusti il sapor del beneficio, e senta
Dolor de l’altrui danno. Egli ascoltava
Con volto nè superbo nè modesto.
Io rincorato proseguia: Se cura,
Se pensier di quaggiù vince l’avello,
Certo so ben che il duol t’aggiunge e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto. E se possanza
Di pietoso desio t’avrà condotto
Fra i tuoi cari un istante, avrai veduto
Grondar la stilla del dolor sul primo
Bacio materno. Io favellava ancora,
Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunte
Alzando in ver lo loco onde a me venne,
Mestamente sorrise, e: Se non fosse
Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto
Quell’anima gentil fuor de le membra
Prendesse il voi, per chiuder l’ali in grembo
Di Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia.
Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso. A questi accenti
Chinammo il volto, e taciti ristemmo:
Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava.
Poi che il pianto e i singulti a le parole
Dieder la via, ripresi: A le sue piaghe
Sarà dittamo e latte il raccontarle
Che del tuo dolce aspetto io fui beato,
E ridirle i tuoi detti. Ora, per lei
Ten prego, dammi che d’un dubbio fero
Toglierla io possa. Allor che de la vita
Fosti al fin presso, o spasimo, o difetto
Di possanza vital feceti a gli occhi
Il dardo balenar che ti percosse?
O par ti giunse impreveduto e mite?
Come da sonno, rispondea, si solve
Uom, che nè brama nè timor governa,
Dolcemente così dal mortal carco
Mi sentii sviluppato; e volto indietro,
Per cercar lei, che al fianco mio si stava,
Più non la vidi. E s’anco avessi innanzi
Saputo il mio morir, per lei soltanto
Avrei pianto, e per te: se ciò non era,
Che dolermi dovea? Forse il partirmi
Da questa terra, ov’è il ben far portento,
E somma lode il non aver peccato?
Dove il pensier da la parola è sempre
Altro, e virtù per ogni labbro ad alta
Voce lodata, ma nei cor derisa;
Dov’è spento il pudor; dove sagace
Usura è fatto il beneficio, e brutta
Lussuria amor; dove sol reo si stima
Chi non compie il delitto; ove il delitto
Turpe non è, se fortunato; dove
Sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.
Dura è pel giusto solitario, il credi,
Dura, e pur troppo disegual, la guerra
Contra i perversi affratellati e molti.
Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E a l’onor vano e al lucro; e de le sale
Al gracchiar voto e del censito volgo
Al petulante cinguettìo, d’amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,
Segui tua strada; e dal viril proposto
Non ti partir, se sai. Questa, risposi,
Qualsia favilla, che mia mente alluma,
Custodii, com’io valgo, e tenni viva
Finor. Nè ti dirò com’io, nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
De l’insipida stoppia, il viso torsi
Da la fetente mangiatoia; e franco
M’addussi al sorso de l’Ascrea fontana.
Come talor, discepolo di tale,
Cui mi saria vergogna esser maestro,
Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente, e ragionar con loro.
Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nome
Macchiar de’ vili, che oziosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro
L’operosa calunnia. A le lor grida
Silenzio opposi, e a l’odio lor disprezzo.
Qual merti l’ira mia fra lor non veggio;
Ond’io lieve men vado a mia salita,
Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,
Se di te vero udii che la divina
De le Muse armonia poco curasti.
Sorrise alquanto, e rispondea: Qualunque
Di chiaro esemplo, o di veraci carte
Giovasse altrui, fu da me sempre avuto
In onor sommo. E venerando il nome
Fummi di lui, che ne le reggie primo
L’orma stampò de l’italo coturno:
E l’aureo manto lacerato ai grandi,
Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;
E di quel, che sul plettro immacolato
Cantò per me:Torna a fiorir la rosa.
Cui, di maestro a me poi fatto amico,
Con reverente affetto ammirai sempre
Scola e palestra di virtù. Ma sdegno
Mi fero i mille, che tu vedi un tanto
Nome usurparsi, e portar seco in Pindo
L’immondizia del trivio, e l’arroganza,
E i vizj; lor; che di perduta fama
Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso
Far di lodi mercato e di strapazzi.
Stolti! Non ombra di possente amico,
Nè lodator comprati avea quel sommo
D’occhi cieco, e divin raggio di mente,
Che per la Grecia mendicò cantando.
Solo d’Ascra venian le fide amiche
Esulando con esso, e la mal certa
Con le destre vocali orma reggendo:
Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,
E Rodi a Smirna cittadin contende:
E patria ei non conosce altra che il cielo.
Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
Sopravissuti, oscura e disonesta
Canizie attende. E tacque; e scosse il capo,
E sporto il labbro, amaramente il torse,
Com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.
Gioja il suo dir mi porse, e non ignota
Bile destommi; e replicai: Deh! vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far, che s’io cadrò su l’erta,
Dicasi almen: su l’orma propria ei giace.
Sentir, riprese, e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi: conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir: nè proferir mai verbo,
Che plauda al vizio, o la virtù derida.
O maestro, o, gridai, scorta amorosa,
Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio
Non mi sia spento; a governar rimani
Me, cui natura e gioventù fa cieco
L’ingegno, e serva la ragion del core.
Così parlava e lagrimava: al mio
Pianto ei compianse, e: Non è questa, disse,
Quella città, dove sarem compagni
Eternamente. Ora colei, cui figlio
Se’ per natura, e per eletta amico,
Ama ed ascolta, e di filial dolcezza
L’intensa amaritudine le molci.
Dille ch’io so, ch’ella sol cerca il piede
Metter su l’orme mie; dille che i fiori,
Che sul mio cener spande, io gli raccolgo,
E gli rendo immortali; e tal ne tesso
Serto, che sol non temerà nè bruma,
Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancora
De le sue belle lagrime irrorato.
Dolce tristezza, amor, d’affetti mille
Turba m’assalse; e da seder levato,
Ambo le braccia con voler tendea
A la cara cervice. A quella scossa,
Quasi al partir di sonno io mi rimasi;
E con l’acume del veder tentando,
E con la man, solo mi vidi; e calda
Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.
E tu credesti che la vista solaDi tua casta bellezza innamorarmiPotente non saria, che anco col suonoDi tua dolce parola il cor mi tenti,Vergine Dea? Col tuo secondo Duca[1301]Te vidi io prima, e de le sacre danzeO dimentica o schiva; e pur sì franco,Sì numeroso il portamento, e tantoDi rosea luce ti fioriva il volto,Che Diva io ti conobbi, e t’adorai.Ed ei sì lieto ti ridea, sì lietoD’amor primiero ti porgea la destra,Di sì fidata compagnia, che primoGiurato avrei che per trovarti ei l’ertaSuperasse de l’Alpe, ei le tempesteAffrontasse del Tuna, e tremebondoDe la mobil Vertigo, e da l’ardenteConfusion battuto, in sul petrosoOrlo giacesse. Entro il mio cor fean liteQuegli avversarj che van sempre insieme,Riverenza ed Amor; ma pur sì pioAprivi il riso, e non so che di notoMi splendea ne’ tuoi sguardi, che Amor vinse,E m’appressai securo. E quel cortese,Di cui cara l’immago ed onorataSarammi infin che la purpurea vitaM’irrigherà le vene, a me rivolto,Con gentil piglio la tua man levando,Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldoLa man ti stesi; ma tremò la manoE il cor: chè tutto in su la fronte alloraVidi il dio sfolgorarti, e tosto in menteChi sei mi corse, ed in che pura ed altaAria nutrita, ed a che scorte avvezza.Mesto allor la tua vista abbandonai;Ma l’inquïeto immaginar, che sempreBenchè d’alto caduto in alto aspira,Sovra l’aspro sentiero a vol si mosseDel tuo vaggio, e a te fidato, al sommoStette de l’Alpe, e si librò securoSovra i vestigj e i desiderj umani.Poi riverito il tuo celeste nido,Di pensiero in pensier, di monte in monte,Seguitando il desio, ver la mia sacraTerra drizzai le penne, ed i cognatiReti giganti valicando, alfineVidi l’Orobia valle. Ivi un portentoAl mio guardar s’offerse: una indistintaAeria forma or si movea qual puraNuvoletta d’argento, ed or di neveFiocco parea che un bel cespuglio vesta.Ma pur l’immagin bella e fuggitivaTanto con l’occhio seguitai, che veraAlfin m’apparve, a te simile alquanto,Vergine intatta, e non veduta ancora,E d’immortal concepimento anch’ella.Non tenea scettro, non cingea coronaSe non di fiori; e sol di questi vaga,Fra i color mille onde splendea distintaLa verdissima piaggia, or la viola,Or la rosa coglieva, or l’amaranto,Tal che Matelda rimembrar mi feo,Qual la vide il divin nostro PoetaNe l’alta selva da lui sol calcata.Ed ecco, alfin del mio venire accorta,Volger le luci al pellegrin parea,Piene di maraviglia; e la rosataFaccia levando, mi parea guardarlo,E sorridere a lui come si suoleAd aspettato. E quando io, de la divaBellezza innebriato e del gentileAtto, con l’ali de la mente a leiAppressarmi tentai, se udir potessiCome in cielo si parla, affaticateCaddero l’ali de la mente, e al guardoTacque la bella vision. Ma sempreDa quel momento la memoria al coreDi lei ragiona. E quando in sul mattinoLieve lo spirto dal sopor si scioglie(Allor per l’aria de’ pensier celestiLibero ei vola, e da le basse voglieDe la vita mortal quasi il divideUn deserto d’obblio), sempre in quell’ora,Più che mai bella quell’eterea VirgoMi vien dinnanzi. Or d’oro o d’onor vaniNessun mi parli; un solo amor mi tenta,Sola una cura: degli Orobj dorsiRivisitar l’asprezza, e questa Diva,Deh mel consenta! accompagnar primieroPer le italiche ville pellegrina.Che se l’evento il mio sperar pareggia,Se nè la vita nè l’ardir mi falla,Forse, più ardito condottier già fatto,Ti piglierò per mano; e come io valgo,Meraviglia gentile a la mia sacraItalia io mostrerotti, a quell’augustaD’uomini madre e d’intelletti, augustaDi memorie nutrice e di speranze.[1302]
E tu credesti che la vista solaDi tua casta bellezza innamorarmiPotente non saria, che anco col suonoDi tua dolce parola il cor mi tenti,Vergine Dea? Col tuo secondo Duca[1301]Te vidi io prima, e de le sacre danzeO dimentica o schiva; e pur sì franco,Sì numeroso il portamento, e tantoDi rosea luce ti fioriva il volto,Che Diva io ti conobbi, e t’adorai.Ed ei sì lieto ti ridea, sì lietoD’amor primiero ti porgea la destra,Di sì fidata compagnia, che primoGiurato avrei che per trovarti ei l’ertaSuperasse de l’Alpe, ei le tempesteAffrontasse del Tuna, e tremebondoDe la mobil Vertigo, e da l’ardenteConfusion battuto, in sul petrosoOrlo giacesse. Entro il mio cor fean liteQuegli avversarj che van sempre insieme,Riverenza ed Amor; ma pur sì pioAprivi il riso, e non so che di notoMi splendea ne’ tuoi sguardi, che Amor vinse,E m’appressai securo. E quel cortese,Di cui cara l’immago ed onorataSarammi infin che la purpurea vitaM’irrigherà le vene, a me rivolto,Con gentil piglio la tua man levando,Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldoLa man ti stesi; ma tremò la manoE il cor: chè tutto in su la fronte alloraVidi il dio sfolgorarti, e tosto in menteChi sei mi corse, ed in che pura ed altaAria nutrita, ed a che scorte avvezza.Mesto allor la tua vista abbandonai;Ma l’inquïeto immaginar, che sempreBenchè d’alto caduto in alto aspira,Sovra l’aspro sentiero a vol si mosseDel tuo vaggio, e a te fidato, al sommoStette de l’Alpe, e si librò securoSovra i vestigj e i desiderj umani.Poi riverito il tuo celeste nido,Di pensiero in pensier, di monte in monte,Seguitando il desio, ver la mia sacraTerra drizzai le penne, ed i cognatiReti giganti valicando, alfineVidi l’Orobia valle. Ivi un portentoAl mio guardar s’offerse: una indistintaAeria forma or si movea qual puraNuvoletta d’argento, ed or di neveFiocco parea che un bel cespuglio vesta.Ma pur l’immagin bella e fuggitivaTanto con l’occhio seguitai, che veraAlfin m’apparve, a te simile alquanto,Vergine intatta, e non veduta ancora,E d’immortal concepimento anch’ella.Non tenea scettro, non cingea coronaSe non di fiori; e sol di questi vaga,Fra i color mille onde splendea distintaLa verdissima piaggia, or la viola,Or la rosa coglieva, or l’amaranto,Tal che Matelda rimembrar mi feo,Qual la vide il divin nostro PoetaNe l’alta selva da lui sol calcata.Ed ecco, alfin del mio venire accorta,Volger le luci al pellegrin parea,Piene di maraviglia; e la rosataFaccia levando, mi parea guardarlo,E sorridere a lui come si suoleAd aspettato. E quando io, de la divaBellezza innebriato e del gentileAtto, con l’ali de la mente a leiAppressarmi tentai, se udir potessiCome in cielo si parla, affaticateCaddero l’ali de la mente, e al guardoTacque la bella vision. Ma sempreDa quel momento la memoria al coreDi lei ragiona. E quando in sul mattinoLieve lo spirto dal sopor si scioglie(Allor per l’aria de’ pensier celestiLibero ei vola, e da le basse voglieDe la vita mortal quasi il divideUn deserto d’obblio), sempre in quell’ora,Più che mai bella quell’eterea VirgoMi vien dinnanzi. Or d’oro o d’onor vaniNessun mi parli; un solo amor mi tenta,Sola una cura: degli Orobj dorsiRivisitar l’asprezza, e questa Diva,Deh mel consenta! accompagnar primieroPer le italiche ville pellegrina.Che se l’evento il mio sperar pareggia,Se nè la vita nè l’ardir mi falla,Forse, più ardito condottier già fatto,Ti piglierò per mano; e come io valgo,Meraviglia gentile a la mia sacraItalia io mostrerotti, a quell’augustaD’uomini madre e d’intelletti, augustaDi memorie nutrice e di speranze.[1302]
E tu credesti che la vista solaDi tua casta bellezza innamorarmiPotente non saria, che anco col suonoDi tua dolce parola il cor mi tenti,Vergine Dea? Col tuo secondo Duca[1301]Te vidi io prima, e de le sacre danzeO dimentica o schiva; e pur sì franco,Sì numeroso il portamento, e tantoDi rosea luce ti fioriva il volto,Che Diva io ti conobbi, e t’adorai.Ed ei sì lieto ti ridea, sì lietoD’amor primiero ti porgea la destra,Di sì fidata compagnia, che primoGiurato avrei che per trovarti ei l’ertaSuperasse de l’Alpe, ei le tempesteAffrontasse del Tuna, e tremebondoDe la mobil Vertigo, e da l’ardenteConfusion battuto, in sul petrosoOrlo giacesse. Entro il mio cor fean liteQuegli avversarj che van sempre insieme,Riverenza ed Amor; ma pur sì pioAprivi il riso, e non so che di notoMi splendea ne’ tuoi sguardi, che Amor vinse,E m’appressai securo. E quel cortese,Di cui cara l’immago ed onorataSarammi infin che la purpurea vitaM’irrigherà le vene, a me rivolto,Con gentil piglio la tua man levando,Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldoLa man ti stesi; ma tremò la manoE il cor: chè tutto in su la fronte alloraVidi il dio sfolgorarti, e tosto in menteChi sei mi corse, ed in che pura ed altaAria nutrita, ed a che scorte avvezza.
E tu credesti che la vista sola
Di tua casta bellezza innamorarmi
Potente non saria, che anco col suono
Di tua dolce parola il cor mi tenti,
Vergine Dea? Col tuo secondo Duca[1301]
Te vidi io prima, e de le sacre danze
O dimentica o schiva; e pur sì franco,
Sì numeroso il portamento, e tanto
Di rosea luce ti fioriva il volto,
Che Diva io ti conobbi, e t’adorai.
Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieto
D’amor primiero ti porgea la destra,
Di sì fidata compagnia, che primo
Giurato avrei che per trovarti ei l’erta
Superasse de l’Alpe, ei le tempeste
Affrontasse del Tuna, e tremebondo
De la mobil Vertigo, e da l’ardente
Confusion battuto, in sul petroso
Orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite
Quegli avversarj che van sempre insieme,
Riverenza ed Amor; ma pur sì pio
Aprivi il riso, e non so che di noto
Mi splendea ne’ tuoi sguardi, che Amor vinse,
E m’appressai securo. E quel cortese,
Di cui cara l’immago ed onorata
Sarammi infin che la purpurea vita
M’irrigherà le vene, a me rivolto,
Con gentil piglio la tua man levando,
Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldo
La man ti stesi; ma tremò la mano
E il cor: chè tutto in su la fronte allora
Vidi il dio sfolgorarti, e tosto in mente
Chi sei mi corse, ed in che pura ed alta
Aria nutrita, ed a che scorte avvezza.
Mesto allor la tua vista abbandonai;Ma l’inquïeto immaginar, che sempreBenchè d’alto caduto in alto aspira,Sovra l’aspro sentiero a vol si mosseDel tuo vaggio, e a te fidato, al sommoStette de l’Alpe, e si librò securoSovra i vestigj e i desiderj umani.Poi riverito il tuo celeste nido,Di pensiero in pensier, di monte in monte,Seguitando il desio, ver la mia sacraTerra drizzai le penne, ed i cognatiReti giganti valicando, alfineVidi l’Orobia valle. Ivi un portentoAl mio guardar s’offerse: una indistintaAeria forma or si movea qual puraNuvoletta d’argento, ed or di neveFiocco parea che un bel cespuglio vesta.Ma pur l’immagin bella e fuggitivaTanto con l’occhio seguitai, che veraAlfin m’apparve, a te simile alquanto,Vergine intatta, e non veduta ancora,E d’immortal concepimento anch’ella.Non tenea scettro, non cingea coronaSe non di fiori; e sol di questi vaga,Fra i color mille onde splendea distintaLa verdissima piaggia, or la viola,Or la rosa coglieva, or l’amaranto,Tal che Matelda rimembrar mi feo,Qual la vide il divin nostro PoetaNe l’alta selva da lui sol calcata.Ed ecco, alfin del mio venire accorta,Volger le luci al pellegrin parea,Piene di maraviglia; e la rosataFaccia levando, mi parea guardarlo,E sorridere a lui come si suoleAd aspettato. E quando io, de la divaBellezza innebriato e del gentileAtto, con l’ali de la mente a leiAppressarmi tentai, se udir potessiCome in cielo si parla, affaticateCaddero l’ali de la mente, e al guardoTacque la bella vision. Ma sempreDa quel momento la memoria al coreDi lei ragiona. E quando in sul mattinoLieve lo spirto dal sopor si scioglie(Allor per l’aria de’ pensier celestiLibero ei vola, e da le basse voglieDe la vita mortal quasi il divideUn deserto d’obblio), sempre in quell’ora,Più che mai bella quell’eterea VirgoMi vien dinnanzi. Or d’oro o d’onor vaniNessun mi parli; un solo amor mi tenta,Sola una cura: degli Orobj dorsiRivisitar l’asprezza, e questa Diva,Deh mel consenta! accompagnar primieroPer le italiche ville pellegrina.Che se l’evento il mio sperar pareggia,Se nè la vita nè l’ardir mi falla,Forse, più ardito condottier già fatto,Ti piglierò per mano; e come io valgo,Meraviglia gentile a la mia sacraItalia io mostrerotti, a quell’augustaD’uomini madre e d’intelletti, augustaDi memorie nutrice e di speranze.[1302]
Mesto allor la tua vista abbandonai;
Ma l’inquïeto immaginar, che sempre
Benchè d’alto caduto in alto aspira,
Sovra l’aspro sentiero a vol si mosse
Del tuo vaggio, e a te fidato, al sommo
Stette de l’Alpe, e si librò securo
Sovra i vestigj e i desiderj umani.
Poi riverito il tuo celeste nido,
Di pensiero in pensier, di monte in monte,
Seguitando il desio, ver la mia sacra
Terra drizzai le penne, ed i cognati
Reti giganti valicando, alfine
Vidi l’Orobia valle. Ivi un portento
Al mio guardar s’offerse: una indistinta
Aeria forma or si movea qual pura
Nuvoletta d’argento, ed or di neve
Fiocco parea che un bel cespuglio vesta.
Ma pur l’immagin bella e fuggitiva
Tanto con l’occhio seguitai, che vera
Alfin m’apparve, a te simile alquanto,
Vergine intatta, e non veduta ancora,
E d’immortal concepimento anch’ella.
Non tenea scettro, non cingea corona
Se non di fiori; e sol di questi vaga,
Fra i color mille onde splendea distinta
La verdissima piaggia, or la viola,
Or la rosa coglieva, or l’amaranto,
Tal che Matelda rimembrar mi feo,
Qual la vide il divin nostro Poeta
Ne l’alta selva da lui sol calcata.
Ed ecco, alfin del mio venire accorta,
Volger le luci al pellegrin parea,
Piene di maraviglia; e la rosata
Faccia levando, mi parea guardarlo,
E sorridere a lui come si suole
Ad aspettato. E quando io, de la diva
Bellezza innebriato e del gentile
Atto, con l’ali de la mente a lei
Appressarmi tentai, se udir potessi
Come in cielo si parla, affaticate
Caddero l’ali de la mente, e al guardo
Tacque la bella vision. Ma sempre
Da quel momento la memoria al core
Di lei ragiona. E quando in sul mattino
Lieve lo spirto dal sopor si scioglie
(Allor per l’aria de’ pensier celesti
Libero ei vola, e da le basse voglie
De la vita mortal quasi il divide
Un deserto d’obblio), sempre in quell’ora,
Più che mai bella quell’eterea Virgo
Mi vien dinnanzi. Or d’oro o d’onor vani
Nessun mi parli; un solo amor mi tenta,
Sola una cura: degli Orobj dorsi
Rivisitar l’asprezza, e questa Diva,
Deh mel consenta! accompagnar primiero
Per le italiche ville pellegrina.
Che se l’evento il mio sperar pareggia,
Se nè la vita nè l’ardir mi falla,
Forse, più ardito condottier già fatto,
Ti piglierò per mano; e come io valgo,
Meraviglia gentile a la mia sacra
Italia io mostrerotti, a quell’augusta
D’uomini madre e d’intelletti, augusta
Di memorie nutrice e di speranze.[1302]