PERSONAGGI STORICI.

[770]Il più degli Storici crede che questa colpa le fosse apposta calunniosamente.[771]estratto[772]suggerita questa mutazione[773]dacchè

[770]Il più degli Storici crede che questa colpa le fosse apposta calunniosamente.

[770]Il più degli Storici crede che questa colpa le fosse apposta calunniosamente.

[771]estratto

[771]estratto

[772]suggerita questa mutazione

[772]suggerita questa mutazione

[773]dacchè

[773]dacchè

[774]Prigioni

[774]Prigioni

[774]Prigioni

Sala del Senato, in Venezia.

IL DOGE e SENATORI seduti.

IL DOGE.È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto,Nobiluomini[775], il dì che statuitoFu a risolver da voi. Su questa lega,A cui Firenze con sì caldi preghiIncontro il Duca di Milan c’invita,Oggi il partito si porrà. Ma pria,Se alcuno è qui cui non sia noto ancoraChe vile opra di tenebre e di sangueSugli occhi nostri fu tentata, in questaStessa Venezia, inviolato asiloDi giustizia e di pace, odami: al nostroDeliberar rileva assai che alcunoQui non l’ignori. Un fuoruscito al ConteDi Carmagnola insidiò la vita;Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo.Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istessoDi cui qui abbiam gli ambasciatori ancoraA chieder pace, a cui più nulla premeChe la nostra amistà. Tale arra intantoEi ci dà della sua. Taccio la vilePerfidia della trama, e l’onta apertaChe in un nostro soldato a noi vien fatta.Due sole cose avverto: egli odia dunqueVeracemente il Conte; ella è fra loroChiusa ogni via di pace; il sangue ha strettoTra[776]lor d’eterna inimicizia un patto.L’odia.... e lo teme: ei sa che il può dal tronoQuella mano sbalzar che in trono il pose;E disperando che più a lungo in questaInonorata, improvida, traditaPace restar noi consentiamo, ei senteChe sia per noi quest’uom; questo tra i primiGuerrier d’Italia il primo, e, ciò che menoForse non è,[777]delle sue forze istruttoCome dell’arti sue; questo[778]che il latoSaprà tosto trovargli ove più certa,E più mortal sia[779]la ferita. Ei volleSpezzar quest’arme in nostra mano; e noiAdoperiamla, e tosto. Onde possiamoUn più fedele e saggio avviso in questo,Che dal Conte aspettarci? Io l’invitai;Piacevi udirlo?(segni di adesione)S’introduca il Conte.

IL DOGE.È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto,Nobiluomini[775], il dì che statuitoFu a risolver da voi. Su questa lega,A cui Firenze con sì caldi preghiIncontro il Duca di Milan c’invita,Oggi il partito si porrà. Ma pria,Se alcuno è qui cui non sia noto ancoraChe vile opra di tenebre e di sangueSugli occhi nostri fu tentata, in questaStessa Venezia, inviolato asiloDi giustizia e di pace, odami: al nostroDeliberar rileva assai che alcunoQui non l’ignori. Un fuoruscito al ConteDi Carmagnola insidiò la vita;Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo.Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istessoDi cui qui abbiam gli ambasciatori ancoraA chieder pace, a cui più nulla premeChe la nostra amistà. Tale arra intantoEi ci dà della sua. Taccio la vilePerfidia della trama, e l’onta apertaChe in un nostro soldato a noi vien fatta.Due sole cose avverto: egli odia dunqueVeracemente il Conte; ella è fra loroChiusa ogni via di pace; il sangue ha strettoTra[776]lor d’eterna inimicizia un patto.L’odia.... e lo teme: ei sa che il può dal tronoQuella mano sbalzar che in trono il pose;E disperando che più a lungo in questaInonorata, improvida, traditaPace restar noi consentiamo, ei senteChe sia per noi quest’uom; questo tra i primiGuerrier d’Italia il primo, e, ciò che menoForse non è,[777]delle sue forze istruttoCome dell’arti sue; questo[778]che il latoSaprà tosto trovargli ove più certa,E più mortal sia[779]la ferita. Ei volleSpezzar quest’arme in nostra mano; e noiAdoperiamla, e tosto. Onde possiamoUn più fedele e saggio avviso in questo,Che dal Conte aspettarci? Io l’invitai;Piacevi udirlo?(segni di adesione)S’introduca il Conte.

IL DOGE.

È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto,

Nobiluomini[775], il dì che statuito

Fu a risolver da voi. Su questa lega,

A cui Firenze con sì caldi preghi

Incontro il Duca di Milan c’invita,

Oggi il partito si porrà. Ma pria,

Se alcuno è qui cui non sia noto ancora

Che vile opra di tenebre e di sangue

Sugli occhi nostri fu tentata, in questa

Stessa Venezia, inviolato asilo

Di giustizia e di pace, odami: al nostro

Deliberar rileva assai che alcuno

Qui non l’ignori. Un fuoruscito al Conte

Di Carmagnola insidiò la vita;

Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.

Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo.

Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istesso

Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora

A chieder pace, a cui più nulla preme

Che la nostra amistà. Tale arra intanto

Ei ci dà della sua. Taccio la vile

Perfidia della trama, e l’onta aperta

Che in un nostro soldato a noi vien fatta.

Due sole cose avverto: egli odia dunque

Veracemente il Conte; ella è fra loro

Chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto

Tra[776]lor d’eterna inimicizia un patto.

L’odia.... e lo teme: ei sa che il può dal trono

Quella mano sbalzar che in trono il pose;

E disperando che più a lungo in questa

Inonorata, improvida, tradita

Pace restar noi consentiamo, ei sente

Che sia per noi quest’uom; questo tra i primi

Guerrier d’Italia il primo, e, ciò che meno

Forse non è,[777]delle sue forze istrutto

Come dell’arti sue; questo[778]che il lato

Saprà tosto trovargli ove più certa,

E più mortal sia[779]la ferita. Ei volle

Spezzar quest’arme in nostra mano; e noi

Adoperiamla, e tosto. Onde possiamo

Un più fedele e saggio avviso in questo,

Che dal Conte aspettarci? Io l’invitai;

Piacevi udirlo?

(segni di adesione)

S’introduca il Conte.

[775]Nobil’Uomini[776]Ormai non verrò più notando ifra,dei,colla,premj,principj,erarj,sajo,gioja, ecc., cui sono stati costantemente (ma qui sopra è sfuggito unfra loro, e a pag. 203 unfra noi!) sostituiti:tra,de’,con la,premi(sic),princìpi,erari,saio,gioia, ecc.[777]e quel che monta Forse ancor più[778]questi[779]fia

[775]Nobil’Uomini

[775]Nobil’Uomini

[776]Ormai non verrò più notando ifra,dei,colla,premj,principj,erarj,sajo,gioja, ecc., cui sono stati costantemente (ma qui sopra è sfuggito unfra loro, e a pag. 203 unfra noi!) sostituiti:tra,de’,con la,premi(sic),princìpi,erari,saio,gioia, ecc.

[776]Ormai non verrò più notando ifra,dei,colla,premj,principj,erarj,sajo,gioja, ecc., cui sono stati costantemente (ma qui sopra è sfuggito unfra loro, e a pag. 203 unfra noi!) sostituiti:tra,de’,con la,premi(sic),princìpi,erari,saio,gioia, ecc.

[777]e quel che monta Forse ancor più

[777]e quel che monta Forse ancor più

[778]questi

[778]questi

[779]fia

[779]fia

IL CONTE, eDETTI.

IL DOGE.Conte di Carmagnola, oggi la primaOccasion s’affaccia in che di voiSi valga la Repubblica, e vi mostriIn che conto vi tiene: in grave affareGrave consiglio ci abbisogna. IntantoTutto per bocca mia questo SenatoSi rallegra con voi da sì nefandoPeriglio uscito; e protestiam che a noiFatta è l’offesa, e che sul vostro capoOr più che mai fia steso il nostro scudo,Scudo di vigilanza e di vendetta.IL CONTE.Serenissimo Doge, ancor null’altroIo per questa ospital terra, che ardiscoNomar mia patria, potei far che voti.Oh! mi sia dato alfin questa mia vita,Pur or sottratta al macchinar de’ vili,Questa che nulla or fa che giorno a giornoAggiungere in silenzio, e che guardarsiTristamente, tirarla in luce ancora,E spenderla per voi, ma di tal modo,Che dir si possa un dì, che in loco indegnoVostr’alta cortesia posta non era.IL DOGE.Certo gran cose, ove il bisogno il chieda[780],Ci promettiam da voi. Per or ci gioviSoltanto il vostro senno. In suo soccorsoContro il Visconte l’armi nostre imploraGià da lungo Firenze. Il vostro avvisoNella bilancia che teniam librataNon farà piccol[781]peso.IL CONTE.E senno e braccioE quanto io sono è cosa vostra: e certoSe mai fu caso in cui sperar m’attentiChe a voi pur giovi un mio consiglio, è questo.E lo darò: ma pria mi sia concessoDi me parlarvi in breve, e un core[782]aprirvi,Un cor[783]che agogna sol d’esser ben noto.IL DOGE.Dite: a questa adunanza indifferenteCosa che a cor vi stia giunger non puote.IL CONTE.Serenissimo Doge, Senatori;Io sono al punto in cui non posso a voiEsser grato e fedel, s’io non divengoNemico all’uom che mio signor fu un tempo.S’io credessi che ad esso il più sottileVincolo di dover mi leghi ancora,L’ombra onorata delle vostre insegneFuggir vorrei, viver nell’ozio oscuroVorrei, prima che romperlo, e me stessoFar vile agli occhi miei. Dubbio verunoSul partito che presi[784]in cor non sento,Perch’egli è giusto ed onorato: il soloTimor mi pesa del giudizio altrui.Oh! beato colui cui la fortunaCosì distinte in suo cammin presentaLe vie del biasmo e dell’onor, ch’ei puoteCorrer certo del plauso, e non dar maiPasso ove trovi a malignar l’intentoSguardo del suo nemico. Un altro campoCorrer degg’io, dove in periglio sonoDi riportar, forza è pur dirlo, il bruttoNome d’ingrato, l’insoffribil nomeDi traditor. So che de’ grandi è l’usoValersi d’opra ch’essi stiman rea,E profondere a quel[785]che l’ha compitaPremi e disprezzo, il so; ma io non sonoNato a questo; e il maggior premio che[786]bramo,Il solo, egli è la vostra stima, e quellaD’ogni cortese; e, arditamente il dico,Sento di meritarla. Attesto il vostroSapiente giudizio[787], o Senatori,Che d’ogni obbligo sciolto inverso il DucaMi tengo, e il sono. Se volesse alcunoDe’ benefizi[788]che tra noi son corsiPareggiar le ragioni, è noto al mondoQual rimarrebbe il debitor dei due.Ma di ciò nulla: io fui fedele al DucaFin che[789]fui seco, e nol lasciai che quandoEi mi v’astrinse. Ei mi balzò dal[790]gradoCol mio sangue acquistato: invan tentaiAl mio signor lagnarmi. I miei nemiciFatto avean siepe intorno al trono: alloraM’accorsi alfin che la mia vita anch’essaStava in periglio: a ciò non gli diei tempo.Chè la mia vita io voglio dar, ma in campo,Per nobil causa, e con onor, non presoNella rete de’ vili. Io lo lasciai,E a voi chiesi un asilo; e in questo ancoraEi mi tese un agguato. Ora a costuiPiù nulla io deggio; di nemico apertoNemico aperto io sono. All’util vostroIo servirò, ma franco e in mio propostoDeliberato, come quei ch’è certoChe giusta cosa imprende.IL DOGE.E tal vi tieneQuesto Senato: già tra il Duca e voiHa giudicato irrevocabilmenteItalia tutta. Egli la vostra fedeHa liberata, a voi l’ha resa intatta,Qual gliela deste il primo giorno. È nostraOr questa fede; e noi saprem tenerneBen altro conto. Or d’essa un primo pegnoIl vostro schietto consigliar ci sia.IL CONTE.Lieto son io che un tal consiglio io possaDarvi senza esitanza. Io tengo al tuttoNecessaria la guerra, e della guerra,Se oltre il presente è mai concesso all’uomoCosa certa veder, certo l’evento;Tanto più, quanto fien gl’indugi meno.A che partito è il Duca? A mezzo è vintaDa lui Firenze; ma ferito e stancoIl vincitor; voti[791]gli erari: oppressiDal terror, dai tributi i cittadiniPregan dal ciel sull’armi[792]loro istesseLe sconfitte e le fughe. Io li conosco,E conoscer li deggio: a molti in menteDura il pensier del glorioso, anticoViver civile; e subito uno sguardo[793]Rivolgon di desio là dove appenaD’un qualunque avvenir si mostri un raggio,Frementi del presente e vergognosi.Ei conosce il periglio; indi l’uditeMansueto parlarvi; indi vi chiedeTempo soltanto da sbranar la predaChe già tiensi tra l’ugne, e divorarla.Fingiam che glielo diate: ecco mutataLa faccia delle cose; egli soggiogaSenza dubbio Firenze; ecco satolleLe costui schiere col tesor de’ vinti,E più folte e anelanti a nove[794]imprese.Qual prence allor dell’alleanza suaFar rifiuto oseria? Beato il primoCh’ei chiamerebbe amico! Egli sicuroConsulterebbe e come e quando a voiMover la guerra, a voi rimasti soli.L’ira, che addoppia l’ardimento al prodeChe si sente percosso, ei non la trovaChe ne’ prosperi casi: impazienteD’ogni dimora ove il guadagno è certo,Ma ne’ perigli irresoluto: a’ suoiSoldati ascoso, del pugnar non vuoleFuor che le prede. Ei nella rocca intanto,O nelle ville rintanato attendeA novellar di cacce e di banchetti,A interrogar tremando un indovino.Ora è il tempo di vincerlo: coglieteQuesto momento: ardir prudenza or fia.IL DOGE.Conte, su questo fedel vostro avvisoTosto il Senato prenderà partito;Ma il segua, o no, v’è grato; e vede in esso,Non men che il senno, il vostro amor per noi.(parte ilConte).

IL DOGE.Conte di Carmagnola, oggi la primaOccasion s’affaccia in che di voiSi valga la Repubblica, e vi mostriIn che conto vi tiene: in grave affareGrave consiglio ci abbisogna. IntantoTutto per bocca mia questo SenatoSi rallegra con voi da sì nefandoPeriglio uscito; e protestiam che a noiFatta è l’offesa, e che sul vostro capoOr più che mai fia steso il nostro scudo,Scudo di vigilanza e di vendetta.IL CONTE.Serenissimo Doge, ancor null’altroIo per questa ospital terra, che ardiscoNomar mia patria, potei far che voti.Oh! mi sia dato alfin questa mia vita,Pur or sottratta al macchinar de’ vili,Questa che nulla or fa che giorno a giornoAggiungere in silenzio, e che guardarsiTristamente, tirarla in luce ancora,E spenderla per voi, ma di tal modo,Che dir si possa un dì, che in loco indegnoVostr’alta cortesia posta non era.IL DOGE.Certo gran cose, ove il bisogno il chieda[780],Ci promettiam da voi. Per or ci gioviSoltanto il vostro senno. In suo soccorsoContro il Visconte l’armi nostre imploraGià da lungo Firenze. Il vostro avvisoNella bilancia che teniam librataNon farà piccol[781]peso.IL CONTE.E senno e braccioE quanto io sono è cosa vostra: e certoSe mai fu caso in cui sperar m’attentiChe a voi pur giovi un mio consiglio, è questo.E lo darò: ma pria mi sia concessoDi me parlarvi in breve, e un core[782]aprirvi,Un cor[783]che agogna sol d’esser ben noto.IL DOGE.Dite: a questa adunanza indifferenteCosa che a cor vi stia giunger non puote.IL CONTE.Serenissimo Doge, Senatori;Io sono al punto in cui non posso a voiEsser grato e fedel, s’io non divengoNemico all’uom che mio signor fu un tempo.S’io credessi che ad esso il più sottileVincolo di dover mi leghi ancora,L’ombra onorata delle vostre insegneFuggir vorrei, viver nell’ozio oscuroVorrei, prima che romperlo, e me stessoFar vile agli occhi miei. Dubbio verunoSul partito che presi[784]in cor non sento,Perch’egli è giusto ed onorato: il soloTimor mi pesa del giudizio altrui.Oh! beato colui cui la fortunaCosì distinte in suo cammin presentaLe vie del biasmo e dell’onor, ch’ei puoteCorrer certo del plauso, e non dar maiPasso ove trovi a malignar l’intentoSguardo del suo nemico. Un altro campoCorrer degg’io, dove in periglio sonoDi riportar, forza è pur dirlo, il bruttoNome d’ingrato, l’insoffribil nomeDi traditor. So che de’ grandi è l’usoValersi d’opra ch’essi stiman rea,E profondere a quel[785]che l’ha compitaPremi e disprezzo, il so; ma io non sonoNato a questo; e il maggior premio che[786]bramo,Il solo, egli è la vostra stima, e quellaD’ogni cortese; e, arditamente il dico,Sento di meritarla. Attesto il vostroSapiente giudizio[787], o Senatori,Che d’ogni obbligo sciolto inverso il DucaMi tengo, e il sono. Se volesse alcunoDe’ benefizi[788]che tra noi son corsiPareggiar le ragioni, è noto al mondoQual rimarrebbe il debitor dei due.Ma di ciò nulla: io fui fedele al DucaFin che[789]fui seco, e nol lasciai che quandoEi mi v’astrinse. Ei mi balzò dal[790]gradoCol mio sangue acquistato: invan tentaiAl mio signor lagnarmi. I miei nemiciFatto avean siepe intorno al trono: alloraM’accorsi alfin che la mia vita anch’essaStava in periglio: a ciò non gli diei tempo.Chè la mia vita io voglio dar, ma in campo,Per nobil causa, e con onor, non presoNella rete de’ vili. Io lo lasciai,E a voi chiesi un asilo; e in questo ancoraEi mi tese un agguato. Ora a costuiPiù nulla io deggio; di nemico apertoNemico aperto io sono. All’util vostroIo servirò, ma franco e in mio propostoDeliberato, come quei ch’è certoChe giusta cosa imprende.IL DOGE.E tal vi tieneQuesto Senato: già tra il Duca e voiHa giudicato irrevocabilmenteItalia tutta. Egli la vostra fedeHa liberata, a voi l’ha resa intatta,Qual gliela deste il primo giorno. È nostraOr questa fede; e noi saprem tenerneBen altro conto. Or d’essa un primo pegnoIl vostro schietto consigliar ci sia.IL CONTE.Lieto son io che un tal consiglio io possaDarvi senza esitanza. Io tengo al tuttoNecessaria la guerra, e della guerra,Se oltre il presente è mai concesso all’uomoCosa certa veder, certo l’evento;Tanto più, quanto fien gl’indugi meno.A che partito è il Duca? A mezzo è vintaDa lui Firenze; ma ferito e stancoIl vincitor; voti[791]gli erari: oppressiDal terror, dai tributi i cittadiniPregan dal ciel sull’armi[792]loro istesseLe sconfitte e le fughe. Io li conosco,E conoscer li deggio: a molti in menteDura il pensier del glorioso, anticoViver civile; e subito uno sguardo[793]Rivolgon di desio là dove appenaD’un qualunque avvenir si mostri un raggio,Frementi del presente e vergognosi.Ei conosce il periglio; indi l’uditeMansueto parlarvi; indi vi chiedeTempo soltanto da sbranar la predaChe già tiensi tra l’ugne, e divorarla.Fingiam che glielo diate: ecco mutataLa faccia delle cose; egli soggiogaSenza dubbio Firenze; ecco satolleLe costui schiere col tesor de’ vinti,E più folte e anelanti a nove[794]imprese.Qual prence allor dell’alleanza suaFar rifiuto oseria? Beato il primoCh’ei chiamerebbe amico! Egli sicuroConsulterebbe e come e quando a voiMover la guerra, a voi rimasti soli.L’ira, che addoppia l’ardimento al prodeChe si sente percosso, ei non la trovaChe ne’ prosperi casi: impazienteD’ogni dimora ove il guadagno è certo,Ma ne’ perigli irresoluto: a’ suoiSoldati ascoso, del pugnar non vuoleFuor che le prede. Ei nella rocca intanto,O nelle ville rintanato attendeA novellar di cacce e di banchetti,A interrogar tremando un indovino.Ora è il tempo di vincerlo: coglieteQuesto momento: ardir prudenza or fia.IL DOGE.Conte, su questo fedel vostro avvisoTosto il Senato prenderà partito;Ma il segua, o no, v’è grato; e vede in esso,Non men che il senno, il vostro amor per noi.(parte ilConte).

IL DOGE.

Conte di Carmagnola, oggi la prima

Occasion s’affaccia in che di voi

Si valga la Repubblica, e vi mostri

In che conto vi tiene: in grave affare

Grave consiglio ci abbisogna. Intanto

Tutto per bocca mia questo Senato

Si rallegra con voi da sì nefando

Periglio uscito; e protestiam che a noi

Fatta è l’offesa, e che sul vostro capo

Or più che mai fia steso il nostro scudo,

Scudo di vigilanza e di vendetta.

IL CONTE.

Serenissimo Doge, ancor null’altro

Io per questa ospital terra, che ardisco

Nomar mia patria, potei far che voti.

Oh! mi sia dato alfin questa mia vita,

Pur or sottratta al macchinar de’ vili,

Questa che nulla or fa che giorno a giorno

Aggiungere in silenzio, e che guardarsi

Tristamente, tirarla in luce ancora,

E spenderla per voi, ma di tal modo,

Che dir si possa un dì, che in loco indegno

Vostr’alta cortesia posta non era.

IL DOGE.

Certo gran cose, ove il bisogno il chieda[780],

Ci promettiam da voi. Per or ci giovi

Soltanto il vostro senno. In suo soccorso

Contro il Visconte l’armi nostre implora

Già da lungo Firenze. Il vostro avviso

Nella bilancia che teniam librata

Non farà piccol[781]peso.

IL CONTE.

E senno e braccio

E quanto io sono è cosa vostra: e certo

Se mai fu caso in cui sperar m’attenti

Che a voi pur giovi un mio consiglio, è questo.

E lo darò: ma pria mi sia concesso

Di me parlarvi in breve, e un core[782]aprirvi,

Un cor[783]che agogna sol d’esser ben noto.

IL DOGE.

Dite: a questa adunanza indifferente

Cosa che a cor vi stia giunger non puote.

IL CONTE.

Serenissimo Doge, Senatori;

Io sono al punto in cui non posso a voi

Esser grato e fedel, s’io non divengo

Nemico all’uom che mio signor fu un tempo.

S’io credessi che ad esso il più sottile

Vincolo di dover mi leghi ancora,

L’ombra onorata delle vostre insegne

Fuggir vorrei, viver nell’ozio oscuro

Vorrei, prima che romperlo, e me stesso

Far vile agli occhi miei. Dubbio veruno

Sul partito che presi[784]in cor non sento,

Perch’egli è giusto ed onorato: il solo

Timor mi pesa del giudizio altrui.

Oh! beato colui cui la fortuna

Così distinte in suo cammin presenta

Le vie del biasmo e dell’onor, ch’ei puote

Correr certo del plauso, e non dar mai

Passo ove trovi a malignar l’intento

Sguardo del suo nemico. Un altro campo

Correr degg’io, dove in periglio sono

Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto

Nome d’ingrato, l’insoffribil nome

Di traditor. So che de’ grandi è l’uso

Valersi d’opra ch’essi stiman rea,

E profondere a quel[785]che l’ha compita

Premi e disprezzo, il so; ma io non sono

Nato a questo; e il maggior premio che[786]bramo,

Il solo, egli è la vostra stima, e quella

D’ogni cortese; e, arditamente il dico,

Sento di meritarla. Attesto il vostro

Sapiente giudizio[787], o Senatori,

Che d’ogni obbligo sciolto inverso il Duca

Mi tengo, e il sono. Se volesse alcuno

De’ benefizi[788]che tra noi son corsi

Pareggiar le ragioni, è noto al mondo

Qual rimarrebbe il debitor dei due.

Ma di ciò nulla: io fui fedele al Duca

Fin che[789]fui seco, e nol lasciai che quando

Ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal[790]grado

Col mio sangue acquistato: invan tentai

Al mio signor lagnarmi. I miei nemici

Fatto avean siepe intorno al trono: allora

M’accorsi alfin che la mia vita anch’essa

Stava in periglio: a ciò non gli diei tempo.

Chè la mia vita io voglio dar, ma in campo,

Per nobil causa, e con onor, non preso

Nella rete de’ vili. Io lo lasciai,

E a voi chiesi un asilo; e in questo ancora

Ei mi tese un agguato. Ora a costui

Più nulla io deggio; di nemico aperto

Nemico aperto io sono. All’util vostro

Io servirò, ma franco e in mio proposto

Deliberato, come quei ch’è certo

Che giusta cosa imprende.

IL DOGE.

E tal vi tiene

Questo Senato: già tra il Duca e voi

Ha giudicato irrevocabilmente

Italia tutta. Egli la vostra fede

Ha liberata, a voi l’ha resa intatta,

Qual gliela deste il primo giorno. È nostra

Or questa fede; e noi saprem tenerne

Ben altro conto. Or d’essa un primo pegno

Il vostro schietto consigliar ci sia.

IL CONTE.

Lieto son io che un tal consiglio io possa

Darvi senza esitanza. Io tengo al tutto

Necessaria la guerra, e della guerra,

Se oltre il presente è mai concesso all’uomo

Cosa certa veder, certo l’evento;

Tanto più, quanto fien gl’indugi meno.

A che partito è il Duca? A mezzo è vinta

Da lui Firenze; ma ferito e stanco

Il vincitor; voti[791]gli erari: oppressi

Dal terror, dai tributi i cittadini

Pregan dal ciel sull’armi[792]loro istesse

Le sconfitte e le fughe. Io li conosco,

E conoscer li deggio: a molti in mente

Dura il pensier del glorioso, antico

Viver civile; e subito uno sguardo[793]

Rivolgon di desio là dove appena

D’un qualunque avvenir si mostri un raggio,

Frementi del presente e vergognosi.

Ei conosce il periglio; indi l’udite

Mansueto parlarvi; indi vi chiede

Tempo soltanto da sbranar la preda

Che già tiensi tra l’ugne, e divorarla.

Fingiam che glielo diate: ecco mutata

La faccia delle cose; egli soggioga

Senza dubbio Firenze; ecco satolle

Le costui schiere col tesor de’ vinti,

E più folte e anelanti a nove[794]imprese.

Qual prence allor dell’alleanza sua

Far rifiuto oseria? Beato il primo

Ch’ei chiamerebbe amico! Egli sicuro

Consulterebbe e come e quando a voi

Mover la guerra, a voi rimasti soli.

L’ira, che addoppia l’ardimento al prode

Che si sente percosso, ei non la trova

Che ne’ prosperi casi: impaziente

D’ogni dimora ove il guadagno è certo,

Ma ne’ perigli irresoluto: a’ suoi

Soldati ascoso, del pugnar non vuole

Fuor che le prede. Ei nella rocca intanto,

O nelle ville rintanato attende

A novellar di cacce e di banchetti,

A interrogar tremando un indovino.

Ora è il tempo di vincerlo: cogliete

Questo momento: ardir prudenza or fia.

IL DOGE.

Conte, su questo fedel vostro avviso

Tosto il Senato prenderà partito;

Ma il segua, o no, v’è grato; e vede in esso,

Non men che il senno, il vostro amor per noi.

(parte ilConte).

[780]chiegga[781]picciol[782]cuore[783]cuor[784]scelsi[785]quei[786]ch’io[787]Sapiente giudicio[788]Dei beneficj[789]Fin ch’io[790]cacciò del[791]vuoti[792]Ediz. 1820 e ’45:su l’armi[793]e tostamente un guardo[794]nuove

[780]chiegga

[780]chiegga

[781]picciol

[781]picciol

[782]cuore

[782]cuore

[783]cuor

[783]cuor

[784]scelsi

[784]scelsi

[785]quei

[785]quei

[786]ch’io

[786]ch’io

[787]Sapiente giudicio

[787]Sapiente giudicio

[788]Dei beneficj

[788]Dei beneficj

[789]Fin ch’io

[789]Fin ch’io

[790]cacciò del

[790]cacciò del

[791]vuoti

[791]vuoti

[792]Ediz. 1820 e ’45:su l’armi

[792]Ediz. 1820 e ’45:su l’armi

[793]e tostamente un guardo

[793]e tostamente un guardo

[794]nuove

[794]nuove

IL DOGE, e SENATORI.

IL DOGE.Dissimil certo da sì nobil votoNessun s’aspetta il mio. Quando il consiglioPiù generoso è il più sicuro, in forseChi potria rimaner? Porgiam la manoAl fratello che implora: un sacro nodoStringe i liberi Stati: hanno comuniTra lor rischi e speranze; e treman tuttiDai fondamenti al rovinar d’un solo.Provocator dei deboli, nemicoD’ognun che schiavo non gli sia, la paceCon tanta istanza a che ci chiede il Duca?Perchè il momento della guerra ei vuoleSceglierlo, ei solo; e non è questo il suo.Il nostro egli è, se non ci falla il senno,Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno;Andiamgli incontro uniti. Ah! saria questaLa prima volta che il Leon giacesseAl suon delle lusinghe addormentato.No; fia tentato invan. Pongo il partitoChe si stringa la lega, e che la guerraTosto al Duca s’intimi, e delle nostreGenti da terra[795]abbia il comando il Conte.MARINO.Contro sì giusta e necessaria guerraIo non sorgo a parlar; questo sol chiedo,[796]Che il buon successo ad accertar si pensi.La metà dell’impresa è nella sceltaDel capitano. Io so che vanta il ConteMolti amici tra noi; ma d’una cosaMi rendo certo, che nessun di questiL’ama più della patria; e per me, quandoDi lei si tratti, ogni rispetto è nulla.Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,Serenissimo Doge, oppormi a voi,Non è il duce costui quale il richiedeLa gravità, l’onor di questo Stato.Non cercherò perchè lasciasse il Duca.Ei fu l’offeso; e sia pur ver: l’offesaÈ tal che accordo non può darsi; e questoConsento: io giuro nelle sue parole.Ma queste sue parole importa assaiConsiderarle, perchè tutto in esseEi s’è dipinto; e governar sì ombroso,Sì delicato e violento orgoglio,O Senatori, non mi par che siaMinor pensiero della guerra istessa.Finor fu nostra cura il mantenerciLa riverenza de’ soggetti; or altroStudio far si dovria, come costuiRiverir degnamente. E quando egli abbiaLa man nell’elsa della nostra spada,Potrem noi dir d’aver creato un servo?Dovrà por cura di piacergli ognunoDi noi? Se nasce un disparer, fia degnoChe nell’arti di guerra il voler nostroA quel d’un tanto condottier prevalga?S’egli erra, e nostra è dell’error la pena,Chè invincibil nol credo, io vi domandoSe fia concesso il farne lagno;[797]e doveSi riscotan per questo onte e dispregi,Che far? soffrirli? Non v’aggrada, io stimo,Questo partito; risentirci?[798]e dargliOccasion che, in mezzo all’opra, e nellePiù difficili strette ei ci abbandoniSdegnato, e al primo altro signor che il voglia,Forse al nemico, offra il suo braccio, e sveliQuanto di noi pur sa, magnificandoLa nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?IL DOGE.Il Conte un prence abbandonò; ma quale?Un che da lui tenea lo Stato, e a cuiQuindi ei minor non potea mai stimarsi;Un da pochi aggirato, e questi vili;Timido e stolto, che non seppe almenoIl buon consiglio tôr della paura,Nasconderla nel core, e starsi all’erta;Ma che il colpo accennò pria di scagliarlo:Tale è il signor che inimicossi il Conte.Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo[799]Che gli somigli. Se destrier, correndo,Scosse una volta un furibondo e stoltoFuor dell’arcione, e lo gettò[800]nel fango;Non fia per questo che salirlo ancoraUn cauto e franco cavalier non voglia.MARINO.Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge,Più non m’oppongo, e questo a lui sol chiedo[801]:Vuolsi egli far mallevador del Conte?IL DOGE.A sì preciso interrogar, precisoRisponderò: mallevador pel Conte,Nè per altr’uom che sia, certo, io non entro;Dell’opre mie, de’ miei consigli il sono:Quando sien fidi, ei basta. Ho io propostoChe guardia al Conte non si faccia, e a luiSi dia l’arbitrio dello Stato in mano?Ei diritto anderà; tale io diviso.Ma s’ei si volge al rio sentier, ci mancaOcchio che tosto ce ne faccia accorti,E braccio che invisibile il raggiunga?MARCO.Perchè i princìpi di sì bella impresaContristar con sospetti? E far disegniDi terrori e di pene, ove null’altroChe lodi e grazie può aver luogo? Io taccioChe all’util suo sola una via gli è schiusa;Lo star con noi. Ma deggio dir qual cosaDee sovra ogni altra far per lui fidanza?La gloria ond’egli è già coperto, e quellaA cui pur anco aspira; il generoso,Il fiero animo suo. Che un giorno ei vogliaDall’altezza calar de’ suoi pensieri,E riporsi tra i vili, esser non puote.Or, se prudenza il vuol, vegli pur l’occhio;Ma dorma il cor nella fiducia; e poiChe in così giusta e grave causa, un tantoDono ci manda Iddio; con quella fronte,E con quel cor che si riceve un dono,Sia da noi ricevuto.MOLTI SENATORI.Ai voti, ai voti!IL DOGE.Si raccolgano i voti; e ognun rammentiQuanto rilevi che di qui non escaMotto di tal deliberar, nè cennoChe presumer lo faccia. In questo StatoPochi il segreto hanno tradito, e nulloFu tra quei pochi che impunito andasse.

IL DOGE.Dissimil certo da sì nobil votoNessun s’aspetta il mio. Quando il consiglioPiù generoso è il più sicuro, in forseChi potria rimaner? Porgiam la manoAl fratello che implora: un sacro nodoStringe i liberi Stati: hanno comuniTra lor rischi e speranze; e treman tuttiDai fondamenti al rovinar d’un solo.Provocator dei deboli, nemicoD’ognun che schiavo non gli sia, la paceCon tanta istanza a che ci chiede il Duca?Perchè il momento della guerra ei vuoleSceglierlo, ei solo; e non è questo il suo.Il nostro egli è, se non ci falla il senno,Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno;Andiamgli incontro uniti. Ah! saria questaLa prima volta che il Leon giacesseAl suon delle lusinghe addormentato.No; fia tentato invan. Pongo il partitoChe si stringa la lega, e che la guerraTosto al Duca s’intimi, e delle nostreGenti da terra[795]abbia il comando il Conte.MARINO.Contro sì giusta e necessaria guerraIo non sorgo a parlar; questo sol chiedo,[796]Che il buon successo ad accertar si pensi.La metà dell’impresa è nella sceltaDel capitano. Io so che vanta il ConteMolti amici tra noi; ma d’una cosaMi rendo certo, che nessun di questiL’ama più della patria; e per me, quandoDi lei si tratti, ogni rispetto è nulla.Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,Serenissimo Doge, oppormi a voi,Non è il duce costui quale il richiedeLa gravità, l’onor di questo Stato.Non cercherò perchè lasciasse il Duca.Ei fu l’offeso; e sia pur ver: l’offesaÈ tal che accordo non può darsi; e questoConsento: io giuro nelle sue parole.Ma queste sue parole importa assaiConsiderarle, perchè tutto in esseEi s’è dipinto; e governar sì ombroso,Sì delicato e violento orgoglio,O Senatori, non mi par che siaMinor pensiero della guerra istessa.Finor fu nostra cura il mantenerciLa riverenza de’ soggetti; or altroStudio far si dovria, come costuiRiverir degnamente. E quando egli abbiaLa man nell’elsa della nostra spada,Potrem noi dir d’aver creato un servo?Dovrà por cura di piacergli ognunoDi noi? Se nasce un disparer, fia degnoChe nell’arti di guerra il voler nostroA quel d’un tanto condottier prevalga?S’egli erra, e nostra è dell’error la pena,Chè invincibil nol credo, io vi domandoSe fia concesso il farne lagno;[797]e doveSi riscotan per questo onte e dispregi,Che far? soffrirli? Non v’aggrada, io stimo,Questo partito; risentirci?[798]e dargliOccasion che, in mezzo all’opra, e nellePiù difficili strette ei ci abbandoniSdegnato, e al primo altro signor che il voglia,Forse al nemico, offra il suo braccio, e sveliQuanto di noi pur sa, magnificandoLa nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?IL DOGE.Il Conte un prence abbandonò; ma quale?Un che da lui tenea lo Stato, e a cuiQuindi ei minor non potea mai stimarsi;Un da pochi aggirato, e questi vili;Timido e stolto, che non seppe almenoIl buon consiglio tôr della paura,Nasconderla nel core, e starsi all’erta;Ma che il colpo accennò pria di scagliarlo:Tale è il signor che inimicossi il Conte.Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo[799]Che gli somigli. Se destrier, correndo,Scosse una volta un furibondo e stoltoFuor dell’arcione, e lo gettò[800]nel fango;Non fia per questo che salirlo ancoraUn cauto e franco cavalier non voglia.MARINO.Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge,Più non m’oppongo, e questo a lui sol chiedo[801]:Vuolsi egli far mallevador del Conte?IL DOGE.A sì preciso interrogar, precisoRisponderò: mallevador pel Conte,Nè per altr’uom che sia, certo, io non entro;Dell’opre mie, de’ miei consigli il sono:Quando sien fidi, ei basta. Ho io propostoChe guardia al Conte non si faccia, e a luiSi dia l’arbitrio dello Stato in mano?Ei diritto anderà; tale io diviso.Ma s’ei si volge al rio sentier, ci mancaOcchio che tosto ce ne faccia accorti,E braccio che invisibile il raggiunga?MARCO.Perchè i princìpi di sì bella impresaContristar con sospetti? E far disegniDi terrori e di pene, ove null’altroChe lodi e grazie può aver luogo? Io taccioChe all’util suo sola una via gli è schiusa;Lo star con noi. Ma deggio dir qual cosaDee sovra ogni altra far per lui fidanza?La gloria ond’egli è già coperto, e quellaA cui pur anco aspira; il generoso,Il fiero animo suo. Che un giorno ei vogliaDall’altezza calar de’ suoi pensieri,E riporsi tra i vili, esser non puote.Or, se prudenza il vuol, vegli pur l’occhio;Ma dorma il cor nella fiducia; e poiChe in così giusta e grave causa, un tantoDono ci manda Iddio; con quella fronte,E con quel cor che si riceve un dono,Sia da noi ricevuto.MOLTI SENATORI.Ai voti, ai voti!IL DOGE.Si raccolgano i voti; e ognun rammentiQuanto rilevi che di qui non escaMotto di tal deliberar, nè cennoChe presumer lo faccia. In questo StatoPochi il segreto hanno tradito, e nulloFu tra quei pochi che impunito andasse.

IL DOGE.

Dissimil certo da sì nobil voto

Nessun s’aspetta il mio. Quando il consiglio

Più generoso è il più sicuro, in forse

Chi potria rimaner? Porgiam la mano

Al fratello che implora: un sacro nodo

Stringe i liberi Stati: hanno comuni

Tra lor rischi e speranze; e treman tutti

Dai fondamenti al rovinar d’un solo.

Provocator dei deboli, nemico

D’ognun che schiavo non gli sia, la pace

Con tanta istanza a che ci chiede il Duca?

Perchè il momento della guerra ei vuole

Sceglierlo, ei solo; e non è questo il suo.

Il nostro egli è, se non ci falla il senno,

Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno;

Andiamgli incontro uniti. Ah! saria questa

La prima volta che il Leon giacesse

Al suon delle lusinghe addormentato.

No; fia tentato invan. Pongo il partito

Che si stringa la lega, e che la guerra

Tosto al Duca s’intimi, e delle nostre

Genti da terra[795]abbia il comando il Conte.

MARINO.

Contro sì giusta e necessaria guerra

Io non sorgo a parlar; questo sol chiedo,[796]

Che il buon successo ad accertar si pensi.

La metà dell’impresa è nella scelta

Del capitano. Io so che vanta il Conte

Molti amici tra noi; ma d’una cosa

Mi rendo certo, che nessun di questi

L’ama più della patria; e per me, quando

Di lei si tratti, ogni rispetto è nulla.

Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,

Serenissimo Doge, oppormi a voi,

Non è il duce costui quale il richiede

La gravità, l’onor di questo Stato.

Non cercherò perchè lasciasse il Duca.

Ei fu l’offeso; e sia pur ver: l’offesa

È tal che accordo non può darsi; e questo

Consento: io giuro nelle sue parole.

Ma queste sue parole importa assai

Considerarle, perchè tutto in esse

Ei s’è dipinto; e governar sì ombroso,

Sì delicato e violento orgoglio,

O Senatori, non mi par che sia

Minor pensiero della guerra istessa.

Finor fu nostra cura il mantenerci

La riverenza de’ soggetti; or altro

Studio far si dovria, come costui

Riverir degnamente. E quando egli abbia

La man nell’elsa della nostra spada,

Potrem noi dir d’aver creato un servo?

Dovrà por cura di piacergli ognuno

Di noi? Se nasce un disparer, fia degno

Che nell’arti di guerra il voler nostro

A quel d’un tanto condottier prevalga?

S’egli erra, e nostra è dell’error la pena,

Chè invincibil nol credo, io vi domando

Se fia concesso il farne lagno;[797]e dove

Si riscotan per questo onte e dispregi,

Che far? soffrirli? Non v’aggrada, io stimo,

Questo partito; risentirci?[798]e dargli

Occasion che, in mezzo all’opra, e nelle

Più difficili strette ei ci abbandoni

Sdegnato, e al primo altro signor che il voglia,

Forse al nemico, offra il suo braccio, e sveli

Quanto di noi pur sa, magnificando

La nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?

IL DOGE.

Il Conte un prence abbandonò; ma quale?

Un che da lui tenea lo Stato, e a cui

Quindi ei minor non potea mai stimarsi;

Un da pochi aggirato, e questi vili;

Timido e stolto, che non seppe almeno

Il buon consiglio tôr della paura,

Nasconderla nel core, e starsi all’erta;

Ma che il colpo accennò pria di scagliarlo:

Tale è il signor che inimicossi il Conte.

Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo[799]

Che gli somigli. Se destrier, correndo,

Scosse una volta un furibondo e stolto

Fuor dell’arcione, e lo gettò[800]nel fango;

Non fia per questo che salirlo ancora

Un cauto e franco cavalier non voglia.

MARINO.

Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge,

Più non m’oppongo, e questo a lui sol chiedo[801]:

Vuolsi egli far mallevador del Conte?

IL DOGE.

A sì preciso interrogar, preciso

Risponderò: mallevador pel Conte,

Nè per altr’uom che sia, certo, io non entro;

Dell’opre mie, de’ miei consigli il sono:

Quando sien fidi, ei basta. Ho io proposto

Che guardia al Conte non si faccia, e a lui

Si dia l’arbitrio dello Stato in mano?

Ei diritto anderà; tale io diviso.

Ma s’ei si volge al rio sentier, ci manca

Occhio che tosto ce ne faccia accorti,

E braccio che invisibile il raggiunga?

MARCO.

Perchè i princìpi di sì bella impresa

Contristar con sospetti? E far disegni

Di terrori e di pene, ove null’altro

Che lodi e grazie può aver luogo? Io taccio

Che all’util suo sola una via gli è schiusa;

Lo star con noi. Ma deggio dir qual cosa

Dee sovra ogni altra far per lui fidanza?

La gloria ond’egli è già coperto, e quella

A cui pur anco aspira; il generoso,

Il fiero animo suo. Che un giorno ei voglia

Dall’altezza calar de’ suoi pensieri,

E riporsi tra i vili, esser non puote.

Or, se prudenza il vuol, vegli pur l’occhio;

Ma dorma il cor nella fiducia; e poi

Che in così giusta e grave causa, un tanto

Dono ci manda Iddio; con quella fronte,

E con quel cor che si riceve un dono,

Sia da noi ricevuto.

MOLTI SENATORI.

Ai voti, ai voti!

IL DOGE.

Si raccolgano i voti; e ognun rammenti

Quanto rilevi che di qui non esca

Motto di tal deliberar, nè cenno

Che presumer lo faccia. In questo Stato

Pochi il segreto hanno tradito, e nullo

Fu tra quei pochi che impunito andasse.

[795]Così era anche nelle “Notizie storiche„; ma corressedi terra; cfr. pag. 168 e 171.[796]chieggio[797]lagno?[798]risentirsi?[799]veggio[800]gittò[801]chieggio

[795]Così era anche nelle “Notizie storiche„; ma corressedi terra; cfr. pag. 168 e 171.

[795]Così era anche nelle “Notizie storiche„; ma corressedi terra; cfr. pag. 168 e 171.

[796]chieggio

[796]chieggio

[797]lagno?

[797]lagno?

[798]risentirsi?

[798]risentirsi?

[799]veggio

[799]veggio

[800]gittò

[800]gittò

[801]chieggio

[801]chieggio

Casa del Conte.

IL CONTE.Profugo, o condottiero. O come il vecchioGuerrier nell’ozio i giorni trar, vivendoDella gloria passata, in atto sempreDi render grazie e di pregar, protettoDal braccio altrui, che un dì potria stancarsiE abbandonarmi; o ritornar sul campo,Sentir la vita, salutar di nuovoLa mia fortuna, delle trombe al suonoDestarmi, comandar; questo è il momentoChe ne decide. Eh! se Venezia in paceRiman, degg’io chiuso e celato ancoraIn questo asilo rimaner, siccomeL’omicida nel tempio? E chi d’un regnoFece il destin, non potrà farsi il suo?Non troverò tra tanti prenci, in questaDivisa Italia, un sol che la corona,Onde il vil capo di Filippo splende,Ardisca invidiar? che si ricordiCh’io l’acquistai, che dalle man di dieciTiranni io la strappai, ch’io la riposiSu quella fronte, ed or null’altro agognoChe ritorla all’ingrato, e farne un donoA chi saprà del braccio mio valersi?

IL CONTE.Profugo, o condottiero. O come il vecchioGuerrier nell’ozio i giorni trar, vivendoDella gloria passata, in atto sempreDi render grazie e di pregar, protettoDal braccio altrui, che un dì potria stancarsiE abbandonarmi; o ritornar sul campo,Sentir la vita, salutar di nuovoLa mia fortuna, delle trombe al suonoDestarmi, comandar; questo è il momentoChe ne decide. Eh! se Venezia in paceRiman, degg’io chiuso e celato ancoraIn questo asilo rimaner, siccomeL’omicida nel tempio? E chi d’un regnoFece il destin, non potrà farsi il suo?Non troverò tra tanti prenci, in questaDivisa Italia, un sol che la corona,Onde il vil capo di Filippo splende,Ardisca invidiar? che si ricordiCh’io l’acquistai, che dalle man di dieciTiranni io la strappai, ch’io la riposiSu quella fronte, ed or null’altro agognoChe ritorla all’ingrato, e farne un donoA chi saprà del braccio mio valersi?

IL CONTE.

Profugo, o condottiero. O come il vecchio

Guerrier nell’ozio i giorni trar, vivendo

Della gloria passata, in atto sempre

Di render grazie e di pregar, protetto

Dal braccio altrui, che un dì potria stancarsi

E abbandonarmi; o ritornar sul campo,

Sentir la vita, salutar di nuovo

La mia fortuna, delle trombe al suono

Destarmi, comandar; questo è il momento

Che ne decide. Eh! se Venezia in pace

Riman, degg’io chiuso e celato ancora

In questo asilo rimaner, siccome

L’omicida nel tempio? E chi d’un regno

Fece il destin, non potrà farsi il suo?

Non troverò tra tanti prenci, in questa

Divisa Italia, un sol che la corona,

Onde il vil capo di Filippo splende,

Ardisca invidiar? che si ricordi

Ch’io l’acquistai, che dalle man di dieci

Tiranni io la strappai, ch’io la riposi

Su quella fronte, ed or null’altro agogno

Che ritorla all’ingrato, e farne un dono

A chi saprà del braccio mio valersi?

MARCO, e il CONTE.

IL CONTE.O dolce amico; ebben qual nova[802]arrechi?MARCO.La guerra è risoluta, e tu sei duce.IL CONTE.Marco, ad impresa io non m’accinsi maiCon maggior cor che a questa: una gran fedePoneste in me: ne sarò degno, il giuro.Il giorno è questo che del viver mioFerma il destin: poi che quest’alma terraM’ha nel suo glorioso antico gremboAccolto, e dato di suo figlio il nome,Esserlo io vo’ per sempre; e questo brandoIo consacro per sempre alla difesaE alla grandezza sua.MARCO.Dolce disegno!Non soffra il ciel che la fortuna il rompa.....O tu medesmo.IL CONTE.Io? come?MARCO.Al par di tuttiI generosi, che giovando altruiNocquer sempre a sè stessi, e superateTutte le vie delle più dure imprese,Caddero a un passo poi, che facilmenteL’ultimo de’ mortali avria varcato.Credi ad un uom che t’ama: i più de’ nostriTi sono amici; ma non tutti il sono.Di più non dico, nè mi lice; e forseTroppo già dissi. Ma la mia parolaNel fido orecchio dell’amico stia,Come nel tempio del mio cor, rinchiusa.IL CONTE.Forse io l’ignoro? E forse ad uno ad unoNon so quai siano[803]i miei nemici?MARCO.E saiChi te gli ha fatti? In pria l’esser tu tantoMaggior di loro, indi lo sprezzo apertoChe tu ne festi in ogni incontro. AlcunoNon ti nocque finor; ma chi non puoteNocer[804]col tempo? Tu non pensi ad essi,Se non allor che in tuo cammin li trovi;Ma pensan essi a te, più che non credi.Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si godeNell’odio. Or tu non irritarlo: cercaDi spegnerlo; tu il puoi forse. ConsiglioDi vili arti ch’io stesso a sdegno avrei,Io non ti do, nè tal da me l’aspetti.Ma tra la noncuranza[805]e la servileCautela avvi una via; v’ha una prudenzaAnche[806]pei cor più nobili e più schivi;V’ha un’arte d’acquistar l’alme volgari,Senza discender fino ad esse: e questaNel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.IL CONTE.Troppo è il tuo dir verace: il tuo consiglioLe mille volte a me medesmo io il diedi;E sempre all’uopo ei mi fuggì di mente;E sempre appresi a danno mio che doveSemina l’ira, il pentimento miete.Dura scola[807]ed inutile! Alfin stancoDi far leggi a me stesso, e trasgredirle,Tra me fermai che, s’egli è mio destinoCh’io sia sempre in tai nodi avviluppatoChe mestier faccia a distrigarli[808]appuntoQuella virtù che più mi manca, s’ellaÈ pur virtù; se è mio destin che un giornoIo sia colto in tai nodi, e vi perisca;Meglio è senza riguardi andargli incontro.Io ne appello a te stesso: i buoni maiNon fur senza nemici, e tu ne hai dunque.E giurerei che un sol non è tra loroCui tu degni, non dico accarezzarlo,Ma non dargli a veder che lo dispregi.Rispondi.MARCO.È ver: se v’ha mortal di cuiLa sorte invidii, è sol colui che nacqueIn luoghi e in tempi ov’uom potesse apertoMostrar l’animo in fronte, e a quelle proveSolo trovarsi ove più forza è d’uopoChe accorgimento: quindi, ove convengaSimular, non ti faccia maravigliaChe poco esperto io sia. Pensa per altroQuanto più m’è concesso impunementeFallire in ciò che a te; che poche vieAl pugnal d’un nemico offre il mio petto;Che me contra[809]i privati odii assecuraLa pubblica ragion; ch’io vesto il saioStesso di quei che han la mia sorte in mano.Ma tu stranier, tu condottiero al soldoDi togati signor, tu cui lo StatoDà tante spade per salvarlo, e niunaPer salvar te..... fa che gli amici tuoiOdan sol le tue lodi; e non dar loroLa trista cura di scolparti. PensaChe felici non son, se tu nol sei.Che dirò più? Vuoi che una corda io tocchi,Che ancor più addentro nel tuo cor risoni?[810]Pensa alla moglie tua, pensa alla figliaA cui tu se’ sola speranza: il cieloDiè loro un’alma per sentir la gioia,Un’alma che sospira i dì sereni,Ma che nulla può far per conquistarli.Tu il puoi per esse; e lo vorrai. Non direChe il tuo destin ti porta; allor che il forteHa detto: io voglio, ei sente esser più assaiSignor di sè che non pensava in prima.IL CONTE.Tu hai ragione. Il ciel si prende al certoQualche cura di me, poichè m’ha datoUn tale amico. Ascolta; il buon successoPotrà, spero, placar chi mi disama:Tutto in letizia finirà. Tu intantoSe cosa odi di me che ti dispiaccia,L’indole mia ne incolpa, un improvvisoImpeto primo, ma non mai l’obblioDi tue parole.MARCO.Or la mia gioia è intera.Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caroVerrà quel messo che la gloria tuaCon la salute della patria annunzi!

IL CONTE.O dolce amico; ebben qual nova[802]arrechi?MARCO.La guerra è risoluta, e tu sei duce.IL CONTE.Marco, ad impresa io non m’accinsi maiCon maggior cor che a questa: una gran fedePoneste in me: ne sarò degno, il giuro.Il giorno è questo che del viver mioFerma il destin: poi che quest’alma terraM’ha nel suo glorioso antico gremboAccolto, e dato di suo figlio il nome,Esserlo io vo’ per sempre; e questo brandoIo consacro per sempre alla difesaE alla grandezza sua.MARCO.Dolce disegno!Non soffra il ciel che la fortuna il rompa.....O tu medesmo.IL CONTE.Io? come?MARCO.Al par di tuttiI generosi, che giovando altruiNocquer sempre a sè stessi, e superateTutte le vie delle più dure imprese,Caddero a un passo poi, che facilmenteL’ultimo de’ mortali avria varcato.Credi ad un uom che t’ama: i più de’ nostriTi sono amici; ma non tutti il sono.Di più non dico, nè mi lice; e forseTroppo già dissi. Ma la mia parolaNel fido orecchio dell’amico stia,Come nel tempio del mio cor, rinchiusa.IL CONTE.Forse io l’ignoro? E forse ad uno ad unoNon so quai siano[803]i miei nemici?MARCO.E saiChi te gli ha fatti? In pria l’esser tu tantoMaggior di loro, indi lo sprezzo apertoChe tu ne festi in ogni incontro. AlcunoNon ti nocque finor; ma chi non puoteNocer[804]col tempo? Tu non pensi ad essi,Se non allor che in tuo cammin li trovi;Ma pensan essi a te, più che non credi.Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si godeNell’odio. Or tu non irritarlo: cercaDi spegnerlo; tu il puoi forse. ConsiglioDi vili arti ch’io stesso a sdegno avrei,Io non ti do, nè tal da me l’aspetti.Ma tra la noncuranza[805]e la servileCautela avvi una via; v’ha una prudenzaAnche[806]pei cor più nobili e più schivi;V’ha un’arte d’acquistar l’alme volgari,Senza discender fino ad esse: e questaNel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.IL CONTE.Troppo è il tuo dir verace: il tuo consiglioLe mille volte a me medesmo io il diedi;E sempre all’uopo ei mi fuggì di mente;E sempre appresi a danno mio che doveSemina l’ira, il pentimento miete.Dura scola[807]ed inutile! Alfin stancoDi far leggi a me stesso, e trasgredirle,Tra me fermai che, s’egli è mio destinoCh’io sia sempre in tai nodi avviluppatoChe mestier faccia a distrigarli[808]appuntoQuella virtù che più mi manca, s’ellaÈ pur virtù; se è mio destin che un giornoIo sia colto in tai nodi, e vi perisca;Meglio è senza riguardi andargli incontro.Io ne appello a te stesso: i buoni maiNon fur senza nemici, e tu ne hai dunque.E giurerei che un sol non è tra loroCui tu degni, non dico accarezzarlo,Ma non dargli a veder che lo dispregi.Rispondi.MARCO.È ver: se v’ha mortal di cuiLa sorte invidii, è sol colui che nacqueIn luoghi e in tempi ov’uom potesse apertoMostrar l’animo in fronte, e a quelle proveSolo trovarsi ove più forza è d’uopoChe accorgimento: quindi, ove convengaSimular, non ti faccia maravigliaChe poco esperto io sia. Pensa per altroQuanto più m’è concesso impunementeFallire in ciò che a te; che poche vieAl pugnal d’un nemico offre il mio petto;Che me contra[809]i privati odii assecuraLa pubblica ragion; ch’io vesto il saioStesso di quei che han la mia sorte in mano.Ma tu stranier, tu condottiero al soldoDi togati signor, tu cui lo StatoDà tante spade per salvarlo, e niunaPer salvar te..... fa che gli amici tuoiOdan sol le tue lodi; e non dar loroLa trista cura di scolparti. PensaChe felici non son, se tu nol sei.Che dirò più? Vuoi che una corda io tocchi,Che ancor più addentro nel tuo cor risoni?[810]Pensa alla moglie tua, pensa alla figliaA cui tu se’ sola speranza: il cieloDiè loro un’alma per sentir la gioia,Un’alma che sospira i dì sereni,Ma che nulla può far per conquistarli.Tu il puoi per esse; e lo vorrai. Non direChe il tuo destin ti porta; allor che il forteHa detto: io voglio, ei sente esser più assaiSignor di sè che non pensava in prima.IL CONTE.Tu hai ragione. Il ciel si prende al certoQualche cura di me, poichè m’ha datoUn tale amico. Ascolta; il buon successoPotrà, spero, placar chi mi disama:Tutto in letizia finirà. Tu intantoSe cosa odi di me che ti dispiaccia,L’indole mia ne incolpa, un improvvisoImpeto primo, ma non mai l’obblioDi tue parole.MARCO.Or la mia gioia è intera.Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caroVerrà quel messo che la gloria tuaCon la salute della patria annunzi!

IL CONTE.

O dolce amico; ebben qual nova[802]arrechi?

MARCO.

La guerra è risoluta, e tu sei duce.

IL CONTE.

Marco, ad impresa io non m’accinsi mai

Con maggior cor che a questa: una gran fede

Poneste in me: ne sarò degno, il giuro.

Il giorno è questo che del viver mio

Ferma il destin: poi che quest’alma terra

M’ha nel suo glorioso antico grembo

Accolto, e dato di suo figlio il nome,

Esserlo io vo’ per sempre; e questo brando

Io consacro per sempre alla difesa

E alla grandezza sua.

MARCO.

Dolce disegno!

Non soffra il ciel che la fortuna il rompa.....

O tu medesmo.

IL CONTE.

Io? come?

MARCO.

Al par di tutti

I generosi, che giovando altrui

Nocquer sempre a sè stessi, e superate

Tutte le vie delle più dure imprese,

Caddero a un passo poi, che facilmente

L’ultimo de’ mortali avria varcato.

Credi ad un uom che t’ama: i più de’ nostri

Ti sono amici; ma non tutti il sono.

Di più non dico, nè mi lice; e forse

Troppo già dissi. Ma la mia parola

Nel fido orecchio dell’amico stia,

Come nel tempio del mio cor, rinchiusa.

IL CONTE.

Forse io l’ignoro? E forse ad uno ad uno

Non so quai siano[803]i miei nemici?

MARCO.

E sai

Chi te gli ha fatti? In pria l’esser tu tanto

Maggior di loro, indi lo sprezzo aperto

Che tu ne festi in ogni incontro. Alcuno

Non ti nocque finor; ma chi non puote

Nocer[804]col tempo? Tu non pensi ad essi,

Se non allor che in tuo cammin li trovi;

Ma pensan essi a te, più che non credi.

Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si gode

Nell’odio. Or tu non irritarlo: cerca

Di spegnerlo; tu il puoi forse. Consiglio

Di vili arti ch’io stesso a sdegno avrei,

Io non ti do, nè tal da me l’aspetti.

Ma tra la noncuranza[805]e la servile

Cautela avvi una via; v’ha una prudenza

Anche[806]pei cor più nobili e più schivi;

V’ha un’arte d’acquistar l’alme volgari,

Senza discender fino ad esse: e questa

Nel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.

IL CONTE.

Troppo è il tuo dir verace: il tuo consiglio

Le mille volte a me medesmo io il diedi;

E sempre all’uopo ei mi fuggì di mente;

E sempre appresi a danno mio che dove

Semina l’ira, il pentimento miete.

Dura scola[807]ed inutile! Alfin stanco

Di far leggi a me stesso, e trasgredirle,

Tra me fermai che, s’egli è mio destino

Ch’io sia sempre in tai nodi avviluppato

Che mestier faccia a distrigarli[808]appunto

Quella virtù che più mi manca, s’ella

È pur virtù; se è mio destin che un giorno

Io sia colto in tai nodi, e vi perisca;

Meglio è senza riguardi andargli incontro.

Io ne appello a te stesso: i buoni mai

Non fur senza nemici, e tu ne hai dunque.

E giurerei che un sol non è tra loro

Cui tu degni, non dico accarezzarlo,

Ma non dargli a veder che lo dispregi.

Rispondi.

MARCO.

È ver: se v’ha mortal di cui

La sorte invidii, è sol colui che nacque

In luoghi e in tempi ov’uom potesse aperto

Mostrar l’animo in fronte, e a quelle prove

Solo trovarsi ove più forza è d’uopo

Che accorgimento: quindi, ove convenga

Simular, non ti faccia maraviglia

Che poco esperto io sia. Pensa per altro

Quanto più m’è concesso impunemente

Fallire in ciò che a te; che poche vie

Al pugnal d’un nemico offre il mio petto;

Che me contra[809]i privati odii assecura

La pubblica ragion; ch’io vesto il saio

Stesso di quei che han la mia sorte in mano.

Ma tu stranier, tu condottiero al soldo

Di togati signor, tu cui lo Stato

Dà tante spade per salvarlo, e niuna

Per salvar te..... fa che gli amici tuoi

Odan sol le tue lodi; e non dar loro

La trista cura di scolparti. Pensa

Che felici non son, se tu nol sei.

Che dirò più? Vuoi che una corda io tocchi,

Che ancor più addentro nel tuo cor risoni?[810]

Pensa alla moglie tua, pensa alla figlia

A cui tu se’ sola speranza: il cielo

Diè loro un’alma per sentir la gioia,

Un’alma che sospira i dì sereni,

Ma che nulla può far per conquistarli.

Tu il puoi per esse; e lo vorrai. Non dire

Che il tuo destin ti porta; allor che il forte

Ha detto: io voglio, ei sente esser più assai

Signor di sè che non pensava in prima.

IL CONTE.

Tu hai ragione. Il ciel si prende al certo

Qualche cura di me, poichè m’ha dato

Un tale amico. Ascolta; il buon successo

Potrà, spero, placar chi mi disama:

Tutto in letizia finirà. Tu intanto

Se cosa odi di me che ti dispiaccia,

L’indole mia ne incolpa, un improvviso

Impeto primo, ma non mai l’obblio

Di tue parole.

MARCO.

Or la mia gioia è intera.

Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro

Verrà quel messo che la gloria tua

Con la salute della patria annunzi!

Fine dell’atto primo.

[802]che nunzio[803]sieno[804]Nuocer[805]non curanza,[806]Anco[807]scuola[808]disbrigarli[809]Anche questocontraè rimasto! Cfr. pag. 176.[810]risuoni?

[802]che nunzio

[802]che nunzio

[803]sieno

[803]sieno

[804]Nuocer

[804]Nuocer

[805]non curanza,

[805]non curanza,

[806]Anco

[806]Anco

[807]scuola

[807]scuola

[808]disbrigarli

[808]disbrigarli

[809]Anche questocontraè rimasto! Cfr. pag. 176.

[809]Anche questocontraè rimasto! Cfr. pag. 176.

[810]risuoni?

[810]risuoni?

Parte dal campo ducale con tende.

MALATESTI e PERGOLA.

PERGOLA.Sì, condottier; come ordinaste, in prontoSon le mie bande. A voi commise il DucaL’arbitrio della guerra: io v’ho ubbidito[811],Ma con dolor; ve ne scongiuro ancora,Non diam battaglia.MALATESTI.Anzian d’anni e di fama,O Pergola, qui siete; io sento il pesoDel vostro voto; ma cangiar non possoIl mio. Voi lo vedete; il CarmagnolaCi provoca ogni dì: quasi ad insultoSugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:E due partiti ci rimangon soli;O lui cacciarne, o abbandonar la terra,Che saria danno e scorno.PERGOLA.A pochi è dato,A pochi egregi il dubitar di novo[812],Quando han già detto: ell’è così. S’io parloE che tale vi tengo. Italia forseMai da’ barbari in poi non vide a fronteDue sì possenti eserciti: ma il nostroL’ultimo sforzo è di Filippo. In ogniFatto di guerra entra fortuna, e sempreVuol la sua parte: chi nol sa? Ma quandoNe va il tutto, o Signore, allor non vuolsiDargliene più ch’ella non chiede; e questoEsercito con cui tutto possiamoSalvar, ma che perduto in una voltaMai più rifar non si potria, non dèssiCome un dado gittarlo ad occhi chiusi,Avventurarlo in un sì piccol[813]campo,E in un campo mal noto, e quel che è peggioNoto al nemico. Ei qui ci trasse: un tortoArgin divide le due schiere: a destraE a sinistra paludi, in esse sparsiI suoi drappelli; e noi fuori de’ nostriAlloggiamenti non teniamo un palmoPur di terren. Credete ad un che l’artiConosce di costui, che ha combattutoAl fianco suo: qui c’è[814]un’insidia. ForseLa miglior via di guerreggiar quest’uomoSaria tenerlo a bada, aspettar tempo,Tanto che alcun dei duci ai quali è sopraPrendesse[815]a noia il suo superbo impero;E il fascio ch’egli or nella mano ha strettoSi rallentasse alfin. Pur, se a giornataVenir si deve[816], non è questo il loco:Usciam di qui, scegliamo un campo noi,Tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,Senza svantaggio almanco, si decida.MALATESTI.Due grandi schiere a fronte stanno; e grandeFia la battaglia: d’una tale appuntoAbbisogna Filippo. A questi estremiA poco a poco ei venne, e coi consigliChe or proponete: a trarnelo, fia d’uopoAppigliarci agli opposti. Il rischio veroSta nell’indugio; e nel mutare il campoRovina certa. Chi sapria dir quantoDi numero e di cor scemato ei fia,Pria che si ponga altrove? Ora egli è qualeBramar lo puote un capitan; con essoTutto lice tentar.

PERGOLA.Sì, condottier; come ordinaste, in prontoSon le mie bande. A voi commise il DucaL’arbitrio della guerra: io v’ho ubbidito[811],Ma con dolor; ve ne scongiuro ancora,Non diam battaglia.MALATESTI.Anzian d’anni e di fama,O Pergola, qui siete; io sento il pesoDel vostro voto; ma cangiar non possoIl mio. Voi lo vedete; il CarmagnolaCi provoca ogni dì: quasi ad insultoSugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:E due partiti ci rimangon soli;O lui cacciarne, o abbandonar la terra,Che saria danno e scorno.PERGOLA.A pochi è dato,A pochi egregi il dubitar di novo[812],Quando han già detto: ell’è così. S’io parloE che tale vi tengo. Italia forseMai da’ barbari in poi non vide a fronteDue sì possenti eserciti: ma il nostroL’ultimo sforzo è di Filippo. In ogniFatto di guerra entra fortuna, e sempreVuol la sua parte: chi nol sa? Ma quandoNe va il tutto, o Signore, allor non vuolsiDargliene più ch’ella non chiede; e questoEsercito con cui tutto possiamoSalvar, ma che perduto in una voltaMai più rifar non si potria, non dèssiCome un dado gittarlo ad occhi chiusi,Avventurarlo in un sì piccol[813]campo,E in un campo mal noto, e quel che è peggioNoto al nemico. Ei qui ci trasse: un tortoArgin divide le due schiere: a destraE a sinistra paludi, in esse sparsiI suoi drappelli; e noi fuori de’ nostriAlloggiamenti non teniamo un palmoPur di terren. Credete ad un che l’artiConosce di costui, che ha combattutoAl fianco suo: qui c’è[814]un’insidia. ForseLa miglior via di guerreggiar quest’uomoSaria tenerlo a bada, aspettar tempo,Tanto che alcun dei duci ai quali è sopraPrendesse[815]a noia il suo superbo impero;E il fascio ch’egli or nella mano ha strettoSi rallentasse alfin. Pur, se a giornataVenir si deve[816], non è questo il loco:Usciam di qui, scegliamo un campo noi,Tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,Senza svantaggio almanco, si decida.MALATESTI.Due grandi schiere a fronte stanno; e grandeFia la battaglia: d’una tale appuntoAbbisogna Filippo. A questi estremiA poco a poco ei venne, e coi consigliChe or proponete: a trarnelo, fia d’uopoAppigliarci agli opposti. Il rischio veroSta nell’indugio; e nel mutare il campoRovina certa. Chi sapria dir quantoDi numero e di cor scemato ei fia,Pria che si ponga altrove? Ora egli è qualeBramar lo puote un capitan; con essoTutto lice tentar.

PERGOLA.

Sì, condottier; come ordinaste, in pronto

Son le mie bande. A voi commise il Duca

L’arbitrio della guerra: io v’ho ubbidito[811],

Ma con dolor; ve ne scongiuro ancora,

Non diam battaglia.

MALATESTI.

Anzian d’anni e di fama,

O Pergola, qui siete; io sento il peso

Del vostro voto; ma cangiar non posso

Il mio. Voi lo vedete; il Carmagnola

Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto

Sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:

E due partiti ci rimangon soli;

O lui cacciarne, o abbandonar la terra,

Che saria danno e scorno.

PERGOLA.

A pochi è dato,

A pochi egregi il dubitar di novo[812],

Quando han già detto: ell’è così. S’io parlo

E che tale vi tengo. Italia forse

Mai da’ barbari in poi non vide a fronte

Due sì possenti eserciti: ma il nostro

L’ultimo sforzo è di Filippo. In ogni

Fatto di guerra entra fortuna, e sempre

Vuol la sua parte: chi nol sa? Ma quando

Ne va il tutto, o Signore, allor non vuolsi

Dargliene più ch’ella non chiede; e questo

Esercito con cui tutto possiamo

Salvar, ma che perduto in una volta

Mai più rifar non si potria, non dèssi

Come un dado gittarlo ad occhi chiusi,

Avventurarlo in un sì piccol[813]campo,

E in un campo mal noto, e quel che è peggio

Noto al nemico. Ei qui ci trasse: un torto

Argin divide le due schiere: a destra

E a sinistra paludi, in esse sparsi

I suoi drappelli; e noi fuori de’ nostri

Alloggiamenti non teniamo un palmo

Pur di terren. Credete ad un che l’arti

Conosce di costui, che ha combattuto

Al fianco suo: qui c’è[814]un’insidia. Forse

La miglior via di guerreggiar quest’uomo

Saria tenerlo a bada, aspettar tempo,

Tanto che alcun dei duci ai quali è sopra

Prendesse[815]a noia il suo superbo impero;

E il fascio ch’egli or nella mano ha stretto

Si rallentasse alfin. Pur, se a giornata

Venir si deve[816], non è questo il loco:

Usciam di qui, scegliamo un campo noi,

Tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,

Senza svantaggio almanco, si decida.

MALATESTI.

Due grandi schiere a fronte stanno; e grande

Fia la battaglia: d’una tale appunto

Abbisogna Filippo. A questi estremi

A poco a poco ei venne, e coi consigli

Che or proponete: a trarnelo, fia d’uopo

Appigliarci agli opposti. Il rischio vero

Sta nell’indugio; e nel mutare il campo

Rovina certa. Chi sapria dir quanto

Di numero e di cor scemato ei fia,

Pria che si ponga altrove? Ora egli è quale

Bramar lo puote un capitan; con esso

Tutto lice tentar.


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