[37]Fatal guerrierol’aveva già, nelBeneficio, chiamato il Monti.[38]Nel 1832 il dott. Amadio Christiano Federico Mohnike (n. 1781, m. 1841) pubblicò, col titolo diVoci di Napoleone dal settentrione e dal mezzogiorno, tradotte in tedesco le Odi napoleoniche degli svedesi Nikander e Tegner, del Byron e del Manzoni. Questi gli scrisse, ringraziando, il 22 agosto: «Il far soggetto d’un Suo lavoro un mio componimento, e il collocarlo in così degno luogo, era già per sè un alto favore; aggiungendovi quello del dono, e d’una gentilissima lettera, Ella ha colmato la Sua bontà e la mia riconoscenza....». Non sembra verosimile che, anche prima d’allora, il Manzoni non conoscesse direttamente l’ode del poeta che fu dai contemporanei proclamato (vedi nelDon Juan, c. XI, 55)The grand Napoleon of the realms of rhyme.Se un altro, di quell’ode avrebbero potuto parlargli il Pellico e il Berchet, che del Byron furono ammiratori, traduttori ed apostoli in Lombardia.[39]«Tutto è finito! Ed ieri ancora eri re! e armato per combattere coi re. Oggi sei una cosa senza nome; così abbietta eppure vivente! È questo l’uomo dai mille troni, che seminava la terra di ossa nemiche; e può sopravvivere così? Dopo colui che venne chiamato a torto la Stella Mattutina, nè uomo nè demonio era mai caduto tanto in basso». —Circa le censure all’Ei fu, cfr.D’Ovidio,Discussioni manzoniane, pag. 200. Che quell’esordio riecheggi il’Tis donebyroniano, nessuno pare l’abbia notato.[40]«Il trionfo e l’orgoglio, la gioia della lotta» [certaminis gaudia, aveva fatto dire Cassiodoro da Attila, prima della battaglia di Châlons], «il grido tonante della vittoria, per te alito di vita; la spada, lo scettro, e quell’impero a cui l’uomo sembrava creato per obbedire e che riempiva di sè la fama—tutto è sparito!—Spirito tenebroso! quale sarà per te il tormento delle memorie!».[41]«Ma tu—dalla tua mano riluttante il fulmine venne strappato a forza—troppo tardi tu lasciasti il supremo potere, a cui s’attaccava la tua debolezza. Benchè tu sia lo Spirito del Male, noi ci sentiamo stringere il cuore mirandoti così smarrito, pensando che la terra, questa bella opera di Dio, ha potuto esser lo sgabello di un essere così debole». (Strofa IX).[42]«I tuoi trionfi non aggiungon più nulla alla tua fama, o ne rendon più intense le macchie.... Ma chi vorrebbe spaziare all’altezza del sole, e precipitar poi in una notte sì cupa?». (Strofa XI).[43]«Messa nella bilancia, la polvere degli eroi è vile quanto l’argilla comune; i tuoi pesi, o Morte, misurano esattamente tutti quelli che spariscon dalla terra. Eppure pensavo che qualche scintilla sublime dovesse animare quei grandi, che ci abbagliano e ci riempiono di trepido stupore; nè avrei creduto che il Dispregio potesse farsi gioco di costoro, i conquistatori della terra». (Strofa XII).[44]«Affrettati dunque alla tua malinconica isola, e lancia lo sguardo sul mare: quest’elemento può sfidare il tuo sorriso—non ha preso mai la legge da te!». (Strofa XIV).[45]«E colà che pensieri saranno i tuoi, assorto in una rabbia impotente contro la prigione?—Uno solo: “Il mondo fu mio!„... La vita non potrà trattenere a lungo quello spirito, che voleva essere così largamente e lungamente obbedito—e n’era così poco degno!». (Strofa XV).[46]«Ma tu davvero hai voluto esser re, e vestire il manto di porpora; come se quell’abito da mascherata potesse strapparti dal cuore il ricordo». (Strofa XVIII).[47]«Gli è forse un resto delle speranze imperiali che ti fa sopportare con calma un tal cambiamento? o è solo la paura della morte? Morir sovrano—o vivere schiavo: la tua scelta è ignobilmente coraggiosa». (Str. V).—«E la Terra ha versato il suo sangue per lui, che è tanto avaro del proprio!». (Str. X).—«O, simile al rapitore del fuoco celeste, vuoi tu resistere al colpo? e dividere con lui, col maledetto, il suo avoltoio e la sua rupe! Punito da Dio, proscritto dall’uomo, e, per quest’ultima azione, che pur non è delle tue peggiori, deriso dallo stesso Satana: questi, nella sua caduta, serbò intatto il suo orgoglio, e, se fosse stato mortale, avrebbe saputo morire da prode!». (Str. XVI).—La fraseThe very Fiend’s arch mockè tolta di peso da Shakespeare; che la mette in bocca a Jago (Othello, a. IV, sc. I, v. 71).[48]Occorre tuttavia osservare che l’Alfieri non reputava molto tragica questa catastrofe, che gli era suggerita dalla Bibbia (Reg. I, 31, 4: «arripuit Saul gladium, et irruit super eum»). Scrive nelParere sul Saul: «un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma per quest’ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un accidente assai meno tragico, che ogni altro dall’autore finora trattato».[49]Il quale, del resto, dopo Waterloo, finì coll’ammirare il superbo disdegno con cui il conquistatore andò incontro all’avversa fortuna. Nel canto III delChilde Harold’s Pilgrimage(st. 39), che è del 1816, esce a dire: «Eppure la tua anima ha sopportato i rovesci con quella innata filosofia che non s’impara, e che, frutto di saggezza, di freddezza o di profondo orgoglio, è fiele e assenzio pel nemico. Quando tutta una massa d’odio ti si assiepava intorno, per spiare e beffare la tua fiacchezza, tu hai sorriso con un occhio calmo e rassegnato; quando la Fortuna fuggì via dal suo favorito e viziato pupillo, ei rimase ritto ed in piedi sotto le disgrazie accumulate sul suo capo».[50]«Perchè lo stolto Romano imiterò, morte cercando Sulla mia stessa spada? Infin ch’io veggo Altri vivi, su lor cadano i colpi!».—A. V, sc. 8ª, v. 1-3. Traduzione del Carcano.[51]Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 301-2, 361-2.[52]Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 12.[53]Cfr.Del romanzo storico, parte II, in fine: e il mio scritto:Ammiratori ed imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni, nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892.[54]Cfr.Scarano,Amleto e Adelchi, nella «Nuova Antologia» del 16 settembre 1892; eScherillo,Il monologo nella tragedia alfieriana, nella «Rivista d’Italia» dell’ottobre 1903.[55]Qualche accento alfieriano può tuttavia sentirsi nel monologo di Adelchi. Per esempio, l’apostrofe alla spada: «Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza a trattarlo... e in un momento Tutto è finito».—richiama e quella di Saul: «Ma, tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo, Fido ministro, or vieni», e l’altra di Carlo, nelFilippo: «Oh ferro!... Te caldo ancora d’innocente sangue, Liberator te scelgo». Ma anche Shakespeare aveva messo in bocca a Giulietta: «O ferro amico! ecco la tua guaìna: Arrugginisci qui; morte mi dona!...».—Il quale Shakespeare aveva altresì fatto esclamare a uno dei suoi personaggi, al vecchio Gloucester delRe Lear(a. IV, sc. 6ª), sul punto che si getta dalla rupe: «O voi numi potenti! Io rinunzio a questo mondo, e davanti a voi scuoto pazientemente dalle spalle la mia grande afflizione. Se potessi sopportarla più a lungo, senza contrastare ai vostri invincibili voleri, lascerei consumare la spregiata e abborrita mia parte mortale». E gli aveva fatto dar sulla voce da Edgardo, il figliuolo calunniato (a. V, sc. 2ª): «Gli uomini devono sopportare il loro andare colà nello stesso modo che la loro venuta qui: tutto consiste nell’esser maturi». (Men must endure / Their going hence, even as their coming hither: / Ripeness is all.)[56]Cfr.Saint-René Taillandier,Le général Philippe de Ségur, sa vie et son temps, nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1875, pag. 138-41.
[37]Fatal guerrierol’aveva già, nelBeneficio, chiamato il Monti.
[37]Fatal guerrierol’aveva già, nelBeneficio, chiamato il Monti.
[38]Nel 1832 il dott. Amadio Christiano Federico Mohnike (n. 1781, m. 1841) pubblicò, col titolo diVoci di Napoleone dal settentrione e dal mezzogiorno, tradotte in tedesco le Odi napoleoniche degli svedesi Nikander e Tegner, del Byron e del Manzoni. Questi gli scrisse, ringraziando, il 22 agosto: «Il far soggetto d’un Suo lavoro un mio componimento, e il collocarlo in così degno luogo, era già per sè un alto favore; aggiungendovi quello del dono, e d’una gentilissima lettera, Ella ha colmato la Sua bontà e la mia riconoscenza....». Non sembra verosimile che, anche prima d’allora, il Manzoni non conoscesse direttamente l’ode del poeta che fu dai contemporanei proclamato (vedi nelDon Juan, c. XI, 55)The grand Napoleon of the realms of rhyme.Se un altro, di quell’ode avrebbero potuto parlargli il Pellico e il Berchet, che del Byron furono ammiratori, traduttori ed apostoli in Lombardia.
[38]Nel 1832 il dott. Amadio Christiano Federico Mohnike (n. 1781, m. 1841) pubblicò, col titolo diVoci di Napoleone dal settentrione e dal mezzogiorno, tradotte in tedesco le Odi napoleoniche degli svedesi Nikander e Tegner, del Byron e del Manzoni. Questi gli scrisse, ringraziando, il 22 agosto: «Il far soggetto d’un Suo lavoro un mio componimento, e il collocarlo in così degno luogo, era già per sè un alto favore; aggiungendovi quello del dono, e d’una gentilissima lettera, Ella ha colmato la Sua bontà e la mia riconoscenza....». Non sembra verosimile che, anche prima d’allora, il Manzoni non conoscesse direttamente l’ode del poeta che fu dai contemporanei proclamato (vedi nelDon Juan, c. XI, 55)
The grand Napoleon of the realms of rhyme.
The grand Napoleon of the realms of rhyme.
The grand Napoleon of the realms of rhyme.
The grand Napoleon of the realms of rhyme.
Se un altro, di quell’ode avrebbero potuto parlargli il Pellico e il Berchet, che del Byron furono ammiratori, traduttori ed apostoli in Lombardia.
[39]«Tutto è finito! Ed ieri ancora eri re! e armato per combattere coi re. Oggi sei una cosa senza nome; così abbietta eppure vivente! È questo l’uomo dai mille troni, che seminava la terra di ossa nemiche; e può sopravvivere così? Dopo colui che venne chiamato a torto la Stella Mattutina, nè uomo nè demonio era mai caduto tanto in basso». —Circa le censure all’Ei fu, cfr.D’Ovidio,Discussioni manzoniane, pag. 200. Che quell’esordio riecheggi il’Tis donebyroniano, nessuno pare l’abbia notato.
[39]«Tutto è finito! Ed ieri ancora eri re! e armato per combattere coi re. Oggi sei una cosa senza nome; così abbietta eppure vivente! È questo l’uomo dai mille troni, che seminava la terra di ossa nemiche; e può sopravvivere così? Dopo colui che venne chiamato a torto la Stella Mattutina, nè uomo nè demonio era mai caduto tanto in basso». —Circa le censure all’Ei fu, cfr.D’Ovidio,Discussioni manzoniane, pag. 200. Che quell’esordio riecheggi il’Tis donebyroniano, nessuno pare l’abbia notato.
[40]«Il trionfo e l’orgoglio, la gioia della lotta» [certaminis gaudia, aveva fatto dire Cassiodoro da Attila, prima della battaglia di Châlons], «il grido tonante della vittoria, per te alito di vita; la spada, lo scettro, e quell’impero a cui l’uomo sembrava creato per obbedire e che riempiva di sè la fama—tutto è sparito!—Spirito tenebroso! quale sarà per te il tormento delle memorie!».
[40]«Il trionfo e l’orgoglio, la gioia della lotta» [certaminis gaudia, aveva fatto dire Cassiodoro da Attila, prima della battaglia di Châlons], «il grido tonante della vittoria, per te alito di vita; la spada, lo scettro, e quell’impero a cui l’uomo sembrava creato per obbedire e che riempiva di sè la fama—tutto è sparito!—Spirito tenebroso! quale sarà per te il tormento delle memorie!».
[41]«Ma tu—dalla tua mano riluttante il fulmine venne strappato a forza—troppo tardi tu lasciasti il supremo potere, a cui s’attaccava la tua debolezza. Benchè tu sia lo Spirito del Male, noi ci sentiamo stringere il cuore mirandoti così smarrito, pensando che la terra, questa bella opera di Dio, ha potuto esser lo sgabello di un essere così debole». (Strofa IX).
[41]«Ma tu—dalla tua mano riluttante il fulmine venne strappato a forza—troppo tardi tu lasciasti il supremo potere, a cui s’attaccava la tua debolezza. Benchè tu sia lo Spirito del Male, noi ci sentiamo stringere il cuore mirandoti così smarrito, pensando che la terra, questa bella opera di Dio, ha potuto esser lo sgabello di un essere così debole». (Strofa IX).
[42]«I tuoi trionfi non aggiungon più nulla alla tua fama, o ne rendon più intense le macchie.... Ma chi vorrebbe spaziare all’altezza del sole, e precipitar poi in una notte sì cupa?». (Strofa XI).
[42]«I tuoi trionfi non aggiungon più nulla alla tua fama, o ne rendon più intense le macchie.... Ma chi vorrebbe spaziare all’altezza del sole, e precipitar poi in una notte sì cupa?». (Strofa XI).
[43]«Messa nella bilancia, la polvere degli eroi è vile quanto l’argilla comune; i tuoi pesi, o Morte, misurano esattamente tutti quelli che spariscon dalla terra. Eppure pensavo che qualche scintilla sublime dovesse animare quei grandi, che ci abbagliano e ci riempiono di trepido stupore; nè avrei creduto che il Dispregio potesse farsi gioco di costoro, i conquistatori della terra». (Strofa XII).
[43]«Messa nella bilancia, la polvere degli eroi è vile quanto l’argilla comune; i tuoi pesi, o Morte, misurano esattamente tutti quelli che spariscon dalla terra. Eppure pensavo che qualche scintilla sublime dovesse animare quei grandi, che ci abbagliano e ci riempiono di trepido stupore; nè avrei creduto che il Dispregio potesse farsi gioco di costoro, i conquistatori della terra». (Strofa XII).
[44]«Affrettati dunque alla tua malinconica isola, e lancia lo sguardo sul mare: quest’elemento può sfidare il tuo sorriso—non ha preso mai la legge da te!». (Strofa XIV).
[44]«Affrettati dunque alla tua malinconica isola, e lancia lo sguardo sul mare: quest’elemento può sfidare il tuo sorriso—non ha preso mai la legge da te!». (Strofa XIV).
[45]«E colà che pensieri saranno i tuoi, assorto in una rabbia impotente contro la prigione?—Uno solo: “Il mondo fu mio!„... La vita non potrà trattenere a lungo quello spirito, che voleva essere così largamente e lungamente obbedito—e n’era così poco degno!». (Strofa XV).
[45]«E colà che pensieri saranno i tuoi, assorto in una rabbia impotente contro la prigione?—Uno solo: “Il mondo fu mio!„... La vita non potrà trattenere a lungo quello spirito, che voleva essere così largamente e lungamente obbedito—e n’era così poco degno!». (Strofa XV).
[46]«Ma tu davvero hai voluto esser re, e vestire il manto di porpora; come se quell’abito da mascherata potesse strapparti dal cuore il ricordo». (Strofa XVIII).
[46]«Ma tu davvero hai voluto esser re, e vestire il manto di porpora; come se quell’abito da mascherata potesse strapparti dal cuore il ricordo». (Strofa XVIII).
[47]«Gli è forse un resto delle speranze imperiali che ti fa sopportare con calma un tal cambiamento? o è solo la paura della morte? Morir sovrano—o vivere schiavo: la tua scelta è ignobilmente coraggiosa». (Str. V).—«E la Terra ha versato il suo sangue per lui, che è tanto avaro del proprio!». (Str. X).—«O, simile al rapitore del fuoco celeste, vuoi tu resistere al colpo? e dividere con lui, col maledetto, il suo avoltoio e la sua rupe! Punito da Dio, proscritto dall’uomo, e, per quest’ultima azione, che pur non è delle tue peggiori, deriso dallo stesso Satana: questi, nella sua caduta, serbò intatto il suo orgoglio, e, se fosse stato mortale, avrebbe saputo morire da prode!». (Str. XVI).—La fraseThe very Fiend’s arch mockè tolta di peso da Shakespeare; che la mette in bocca a Jago (Othello, a. IV, sc. I, v. 71).
[47]«Gli è forse un resto delle speranze imperiali che ti fa sopportare con calma un tal cambiamento? o è solo la paura della morte? Morir sovrano—o vivere schiavo: la tua scelta è ignobilmente coraggiosa». (Str. V).—«E la Terra ha versato il suo sangue per lui, che è tanto avaro del proprio!». (Str. X).—«O, simile al rapitore del fuoco celeste, vuoi tu resistere al colpo? e dividere con lui, col maledetto, il suo avoltoio e la sua rupe! Punito da Dio, proscritto dall’uomo, e, per quest’ultima azione, che pur non è delle tue peggiori, deriso dallo stesso Satana: questi, nella sua caduta, serbò intatto il suo orgoglio, e, se fosse stato mortale, avrebbe saputo morire da prode!». (Str. XVI).—La fraseThe very Fiend’s arch mockè tolta di peso da Shakespeare; che la mette in bocca a Jago (Othello, a. IV, sc. I, v. 71).
[48]Occorre tuttavia osservare che l’Alfieri non reputava molto tragica questa catastrofe, che gli era suggerita dalla Bibbia (Reg. I, 31, 4: «arripuit Saul gladium, et irruit super eum»). Scrive nelParere sul Saul: «un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma per quest’ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un accidente assai meno tragico, che ogni altro dall’autore finora trattato».
[48]Occorre tuttavia osservare che l’Alfieri non reputava molto tragica questa catastrofe, che gli era suggerita dalla Bibbia (Reg. I, 31, 4: «arripuit Saul gladium, et irruit super eum»). Scrive nelParere sul Saul: «un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma per quest’ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un accidente assai meno tragico, che ogni altro dall’autore finora trattato».
[49]Il quale, del resto, dopo Waterloo, finì coll’ammirare il superbo disdegno con cui il conquistatore andò incontro all’avversa fortuna. Nel canto III delChilde Harold’s Pilgrimage(st. 39), che è del 1816, esce a dire: «Eppure la tua anima ha sopportato i rovesci con quella innata filosofia che non s’impara, e che, frutto di saggezza, di freddezza o di profondo orgoglio, è fiele e assenzio pel nemico. Quando tutta una massa d’odio ti si assiepava intorno, per spiare e beffare la tua fiacchezza, tu hai sorriso con un occhio calmo e rassegnato; quando la Fortuna fuggì via dal suo favorito e viziato pupillo, ei rimase ritto ed in piedi sotto le disgrazie accumulate sul suo capo».
[49]Il quale, del resto, dopo Waterloo, finì coll’ammirare il superbo disdegno con cui il conquistatore andò incontro all’avversa fortuna. Nel canto III delChilde Harold’s Pilgrimage(st. 39), che è del 1816, esce a dire: «Eppure la tua anima ha sopportato i rovesci con quella innata filosofia che non s’impara, e che, frutto di saggezza, di freddezza o di profondo orgoglio, è fiele e assenzio pel nemico. Quando tutta una massa d’odio ti si assiepava intorno, per spiare e beffare la tua fiacchezza, tu hai sorriso con un occhio calmo e rassegnato; quando la Fortuna fuggì via dal suo favorito e viziato pupillo, ei rimase ritto ed in piedi sotto le disgrazie accumulate sul suo capo».
[50]«Perchè lo stolto Romano imiterò, morte cercando Sulla mia stessa spada? Infin ch’io veggo Altri vivi, su lor cadano i colpi!».—A. V, sc. 8ª, v. 1-3. Traduzione del Carcano.
[50]«Perchè lo stolto Romano imiterò, morte cercando Sulla mia stessa spada? Infin ch’io veggo Altri vivi, su lor cadano i colpi!».—A. V, sc. 8ª, v. 1-3. Traduzione del Carcano.
[51]Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 301-2, 361-2.
[51]Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 301-2, 361-2.
[52]Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 12.
[52]Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 12.
[53]Cfr.Del romanzo storico, parte II, in fine: e il mio scritto:Ammiratori ed imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni, nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892.
[53]Cfr.Del romanzo storico, parte II, in fine: e il mio scritto:Ammiratori ed imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni, nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892.
[54]Cfr.Scarano,Amleto e Adelchi, nella «Nuova Antologia» del 16 settembre 1892; eScherillo,Il monologo nella tragedia alfieriana, nella «Rivista d’Italia» dell’ottobre 1903.
[54]Cfr.Scarano,Amleto e Adelchi, nella «Nuova Antologia» del 16 settembre 1892; eScherillo,Il monologo nella tragedia alfieriana, nella «Rivista d’Italia» dell’ottobre 1903.
[55]Qualche accento alfieriano può tuttavia sentirsi nel monologo di Adelchi. Per esempio, l’apostrofe alla spada: «Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza a trattarlo... e in un momento Tutto è finito».—richiama e quella di Saul: «Ma, tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo, Fido ministro, or vieni», e l’altra di Carlo, nelFilippo: «Oh ferro!... Te caldo ancora d’innocente sangue, Liberator te scelgo». Ma anche Shakespeare aveva messo in bocca a Giulietta: «O ferro amico! ecco la tua guaìna: Arrugginisci qui; morte mi dona!...».—Il quale Shakespeare aveva altresì fatto esclamare a uno dei suoi personaggi, al vecchio Gloucester delRe Lear(a. IV, sc. 6ª), sul punto che si getta dalla rupe: «O voi numi potenti! Io rinunzio a questo mondo, e davanti a voi scuoto pazientemente dalle spalle la mia grande afflizione. Se potessi sopportarla più a lungo, senza contrastare ai vostri invincibili voleri, lascerei consumare la spregiata e abborrita mia parte mortale». E gli aveva fatto dar sulla voce da Edgardo, il figliuolo calunniato (a. V, sc. 2ª): «Gli uomini devono sopportare il loro andare colà nello stesso modo che la loro venuta qui: tutto consiste nell’esser maturi». (Men must endure / Their going hence, even as their coming hither: / Ripeness is all.)
[55]Qualche accento alfieriano può tuttavia sentirsi nel monologo di Adelchi. Per esempio, l’apostrofe alla spada: «Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza a trattarlo... e in un momento Tutto è finito».—richiama e quella di Saul: «Ma, tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo, Fido ministro, or vieni», e l’altra di Carlo, nelFilippo: «Oh ferro!... Te caldo ancora d’innocente sangue, Liberator te scelgo». Ma anche Shakespeare aveva messo in bocca a Giulietta: «O ferro amico! ecco la tua guaìna: Arrugginisci qui; morte mi dona!...».—Il quale Shakespeare aveva altresì fatto esclamare a uno dei suoi personaggi, al vecchio Gloucester delRe Lear(a. IV, sc. 6ª), sul punto che si getta dalla rupe: «O voi numi potenti! Io rinunzio a questo mondo, e davanti a voi scuoto pazientemente dalle spalle la mia grande afflizione. Se potessi sopportarla più a lungo, senza contrastare ai vostri invincibili voleri, lascerei consumare la spregiata e abborrita mia parte mortale». E gli aveva fatto dar sulla voce da Edgardo, il figliuolo calunniato (a. V, sc. 2ª): «Gli uomini devono sopportare il loro andare colà nello stesso modo che la loro venuta qui: tutto consiste nell’esser maturi». (Men must endure / Their going hence, even as their coming hither: / Ripeness is all.)
[56]Cfr.Saint-René Taillandier,Le général Philippe de Ségur, sa vie et son temps, nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1875, pag. 138-41.
[56]Cfr.Saint-René Taillandier,Le général Philippe de Ségur, sa vie et son temps, nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1875, pag. 138-41.
Or che sarebbe avvenuto dell’Italia, dopo che il colosso era stato gettato «nella polvere»? che cosa di questo che fu detto, e pareva nome di buono augurio, Regno d’Italia? Il 16 aprile [1814], fu concluso, nel castello di Schiarino Rizzino presso Mantova, un armistizio tra l’esercito franco-italiano di Eugenio e l’austriaco di Bellegarde, in attesa che le Potenze decidessero della sorte di queste contrade. Si compiva ancora una volta l’avito destino del Lombardo:
L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.
L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.
L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.
Il momento era solenne; ma gli uomini non si mostraron pari al bisogno. Il solo cancelliere Melzi pare si rendesse conto della gravità dei pericoli; e s’arrogò, nell’assenza del vicerè, l’autorità di convocare il Senato. Oh questo non era più l’antico Senato milanese, che Giuseppe II aveva abolito; e del quale il Manzoni notava, non senza amarezza verso i governanti stranieri:
«Il Senato era una vera rappresentanza nazionale: le leggi dovevano passare per quello, e non divenivano esecutive se non le avesseinterinate. È vero ch’era degenerato, divenuto nulla meglio che un tribunale, e le sue decisioni troppo sovente erano goffe o triste. Ma per questo aveva diritto Giuseppe II di distruggerlo? Finchè sussisteva, poteva ringiovanirsi: se egli intendeva far bene, doveva restituirlo alla condizione primitiva, e non già cassarlo».[57]
«Il Senato era una vera rappresentanza nazionale: le leggi dovevano passare per quello, e non divenivano esecutive se non le avesseinterinate. È vero ch’era degenerato, divenuto nulla meglio che un tribunale, e le sue decisioni troppo sovente erano goffe o triste. Ma per questo aveva diritto Giuseppe II di distruggerlo? Finchè sussisteva, poteva ringiovanirsi: se egli intendeva far bene, doveva restituirlo alla condizione primitiva, e non già cassarlo».[57]
Il Senato del 1814 era quello creato da Napoleone col decreto 21 marzo 1808, col nome di «Senato Consulente»; e i senatori erano stati scelti parte dai Collegi Elettorali, parte dall’Imperatore, seguendo i suggerimenti del Melzi. Il quale, dunque, ora li convocò d’urgenza, per provocarne un voto alle Potenze: facessero cessare del tutto le ostilità sul territorio italiano, e riconoscessero l’indipendenza del Regno d’Italia e la sovranità di Eugenio. Era risaputo che lo zar Alessandro nutriva una certa predilezione per codesto principe; il quale aveva altresì un naturale protettore nel suocero, Massimiliano Giuseppe re di Baviera. Pareva poi lecito sperare che pur le provincie traspadane (Modena, Bologna, Ravenna, Ancona) si sarebbero dichiarate per la conservazione del Regno. Si trattava, insomma, di sventare abilmente, e senza provocazioni, i disegni ferocemente conservatori dell’imperatore d’Austria e del suo onnipotente e prepotente cancelliere. Ma tutto volse al peggio. Il Melzi, assalito durante la notte dai suoi acciacchi, non potè intervenire alla seduta del Senato; e dovè limitarsi a un messaggio in iscritto. Così, l’opposizione austriacante, diretta dal conte Diego Guicciardi, ebbe agio di sollevare meschine questioni di forma e cavilli di procedura; e non si decise se non di sospender la seduta,per permettere ai senatori Guicciardi, Carlo Verri e Dandolo di recarsi a casa del Melzi e discuter con lui. Alle otto della sera di quello stesso giorno 17 aprile, il Senato si radunò nuovamente; e dopo un nuovo interminabile dibattito, si prese una di quelle deliberazioni insulse ma rovinose, a cui troppo di frequente conducono le chiacchiere boriose e saccenti delle assemblee: d’inviare bensì alle Potenze una deputazione che sollecitasse la conservazione del Regno, ma col divieto di raccomandare comunque la candidatura di Eugenio! Il Verri s’era affrettato a proclamare: il popolo di Milano non volerne sapere d’un re Eugenio, il quale da vicerè lo aveva spogliato e spregiato! «Il me semble», aveva avuto già occasione d’osservare il Montesquieu, «que les têtes des plus grands hommes s’etrécissent lorqu’elles sont assemblées; et que, là où il y a plus de sages, il y ait aussi moins de sagesse. Les grands corps s’attachent toujours si fort aux minuties, aux vains usages, que l’essentiel ne va jamais qu’après».[58]
Nessuno a Milano seppe esattamente quel che il Senato avesse deciso, ma tutti se ne mostrarono scontenti: tanto quell’alto consesso era caduto in discredito! I fautori del passato ne presero coraggio per preparare una sommossa che giustificasse l’intervento delle milizie imperiali; e gl’Italici lasciaron fare, quasi che essi in quel torbido fossero stati acconci a pescare. Per proprio conto compilarono una nobile e dignitosa quanto ingenua protesta, con la quale si sconfessava il voto, qualunque esso fosse, del Senato, e si domandava l’immediata convocazione dei Collegi Elettorali, «nei quali solamente», dicevano, «risiede la legittima rappresentanza della nazione». E provvidero che codesto documento fosse sottoscritto da quanto di meglio Milano vantava nell’aristocrazia del blasone, del censo, dell’ingegno, dell’industria. La prima firma fu quella del general Pino; seguirono i Porro, i Trivulzio, i Confalonieri, i Borromeo, i Visconti, i Greppi, i D’Adda, i Cicogna, i Sormani, i Trotti, gli Arese, i Giovio, i Castelbarco.....Firmarono il conte GianLuca della Somaglia, presidente del Consiglio comunale, e il conte Antonio Durini, podestà, con tutti i Savii (gli Assessori). Firmò il poeta Carlo Porta, e l’architetto Luigi Cagnola, e, centoduesimo nella lista, Alessandro Manzoni.
IlGiornale Italianodel 19 pubblicò la convenzione militare del giorno 16, e insieme il proclama del vicerè che congedava le milizie francesi. «Soldati francesi», diceva, «voi ripiglierete il cammino pei vostri focolari!». Carlo Porta mandò dietro a quelle soldatesche, che al focolare francese portavano un grosso bottino,[59]un sonetto riboccante d’amarezza e di una, purtroppo, non ingiustificata sfiducia. La poesia rimaneva la nostra sola arma d’offesa!
Paracar che scappée de Lombardia,Se ve dan quaj moment de vardà indrée,Dée on’oggiada e fée a ment con che ’legriaSe festeggia sto voster sanmichèe.E sì che tutt el mond sa che vee viaPer lassà el post a di olter forestée,Che per quant fussen pien de cortesiaVorraran anca lor robba e danée.Ma n’havii faa mo tant violter balloss,Col ladrann e copann gent sora gent,Col pelann, tribolann, cagann adoss,Che infin n’havii redutt al punt puttannaDe podè nanca vess indiferentSulla scerna del boja che ne scanna.
Paracar che scappée de Lombardia,Se ve dan quaj moment de vardà indrée,Dée on’oggiada e fée a ment con che ’legriaSe festeggia sto voster sanmichèe.E sì che tutt el mond sa che vee viaPer lassà el post a di olter forestée,Che per quant fussen pien de cortesiaVorraran anca lor robba e danée.Ma n’havii faa mo tant violter balloss,Col ladrann e copann gent sora gent,Col pelann, tribolann, cagann adoss,Che infin n’havii redutt al punt puttannaDe podè nanca vess indiferentSulla scerna del boja che ne scanna.
Paracar che scappée de Lombardia,Se ve dan quaj moment de vardà indrée,Dée on’oggiada e fée a ment con che ’legriaSe festeggia sto voster sanmichèe.E sì che tutt el mond sa che vee viaPer lassà el post a di olter forestée,Che per quant fussen pien de cortesiaVorraran anca lor robba e danée.Ma n’havii faa mo tant violter balloss,Col ladrann e copann gent sora gent,Col pelann, tribolann, cagann adoss,Che infin n’havii redutt al punt puttannaDe podè nanca vess indiferentSulla scerna del boja che ne scanna.
Paracar che scappée de Lombardia,
Se ve dan quaj moment de vardà indrée,
Dée on’oggiada e fée a ment con che ’legria
Se festeggia sto voster sanmichèe.
E sì che tutt el mond sa che vee via
Per lassà el post a di olter forestée,
Che per quant fussen pien de cortesia
Vorraran anca lor robba e danée.
Ma n’havii faa mo tant violter balloss,
Col ladrann e copann gent sora gent,
Col pelann, tribolann, cagann adoss,
Che infin n’havii redutt al punt puttanna
De podè nanca vess indiferent
Sulla scerna del boja che ne scanna.
Sull’imbrunire di quello stesso giorno 19, furon visti entrare in città drappelli di contadini, in ispecie del Novarese, dall’aspetto e dal contegno sospetti. Intanto, una parte della guarnigione ne era fatta uscire, col pretesto che fossero da rinforzare alcuni punti a Varese e a Sesto Calende, che nessuno minacciava! S’avvicinava, per i reazionarii e i liberali —stranissimo connubio!—, la gran giornata.
[57]InCantù,Reminiscenzeecc., II, 312-13.[58]Lettres persanes, lettera 109ª.[59]Milano era provata alle furibonde depredazioni delle milizie francesi. Che non avevan rubato nel 1796,per ammendadell’entusiastica accoglienza avutavi! Il generale Dupuy scriveva a un amico: «Ici, tout le monde vole!»; e il Melzi: «Jamais armée plus brutale et plus rapace n’était descendue en Italie, depuis les Lansquenets!».—Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie; Paris, 1902, pag. 591.
[57]InCantù,Reminiscenzeecc., II, 312-13.
[57]InCantù,Reminiscenzeecc., II, 312-13.
[58]Lettres persanes, lettera 109ª.
[58]Lettres persanes, lettera 109ª.
[59]Milano era provata alle furibonde depredazioni delle milizie francesi. Che non avevan rubato nel 1796,per ammendadell’entusiastica accoglienza avutavi! Il generale Dupuy scriveva a un amico: «Ici, tout le monde vole!»; e il Melzi: «Jamais armée plus brutale et plus rapace n’était descendue en Italie, depuis les Lansquenets!».—Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie; Paris, 1902, pag. 591.
[59]Milano era provata alle furibonde depredazioni delle milizie francesi. Che non avevan rubato nel 1796,per ammendadell’entusiastica accoglienza avutavi! Il generale Dupuy scriveva a un amico: «Ici, tout le monde vole!»; e il Melzi: «Jamais armée plus brutale et plus rapace n’était descendue en Italie, depuis les Lansquenets!».—Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie; Paris, 1902, pag. 591.
Quel che avvenne è notissimo.[60]Pioveva, e un pubblico insolito aspettava, la mattina del 20, sotto gli ombrelli,[61]i senatori che si recavano all’adunanza; e li accoglieva con fischi ed urli, se sospetti di amore per i Francesi, con evviva e battimani, se avversi. Carlo Verri ebbe una vera ovazione; ed egli medesimo raccontò d’aver visto Federico Confalonieri darne il segnale. Il conte Benigno Bossi, capitano della Guardia Civica e uno dei firmatarii della protesta, chiese all’intimorito Senato di rimandare i dragoni di servizio, e d’assumere egli la custodia della sala e del cortile. La folla tumultuava, e il Verri tentò di arringarla; ma invano. Essa cresceva di numero e di audacia. Non riuscendo a farsi ascoltare, chiamò a nome il Confalonieri, perchè esponesse i desiderii dell’assembramento. Fu risposto: Non vogliamo il vicerè; si convochino subito i Collegi Elettorali; si richiami la deputazione senatoriale!—Un urlo formidabile fece da coro: Abbasso il vicerè; abbasso il Senato; scioglietevi!—Il Confalonieri si strinse al fianco del Verri, per proteggerlo; e la turba irruppe furiosa e vandalica nell’aula. Un senatore scrisse, e il Presidente firmò, quest’ordine del giorno, che senatori e segretarii ricopiarono e gettaron tra la folla: «Il Senato richiama la deputazione, e convoca i Collegi Elettorali; la seduta è tolta».
Una voce sciagurata gridò: Alla casa del Prina! a San Fedele! —E quell’onda di popolo si rovesciò nella piazzetta avanti alla chiesa,—che il Manzoni da vecchio frequentava tutte le mattine,—e nei vicoletti che s’aprivano tra il palazzo Marino, allora Ministero delle Finanze (ora palazzo municipale), la bella casa del conte Sannazari (residenza del ministro) e quella degl’Imbonati (allora dei Blondel, ora Teatro Manzoni). Ciò che vi accadesse è stato narrato da molti, e variamente: anche dal Foscolo, con intenti apologetici; anche dal Maroncelli, con le abituali inesattezze, nelleAddizioni alle Mie Prigioni. Ma nessuno è forse valso a dare una fedele dipintura di quelle scene selvagge o grottesche, di quell’eccitazione suggestiva che invase alcuni e dell’inerte titubanza di chi avrebbe dovuto prevenire o impedire, meglio del Manzoni medesimo, là dove, nel Romanzo (capp. XII e XIII), narra della rivolta contro l’affamatore Vicario di provvisione. Questo «sventurato vicario» era, curioso a esser notato, un Melzi, Lodovico Melzo.[62]Ma in codesto malcapitato, che, mentre nella strada si urlava altirannoe all’affamatore, «girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare....; poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta....»,—non è presumibile il romanziere intendesse ritrarre l’austero e fin temerario Prina. Il quale, potendo, non si seppe risolvere a mettersi in salvo. Vero è che il Manzoni lancia poi un’arguzia, che potrebbe mirare a qualcuno degli storici che s’è mostrato troppo informato degli ultimi tragici momenti del povero ministro. «Del resto», egli soggiunge, «quel che facesse precisamente non si può sapere, giacchè era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza!».
La casa del Manzoni era non molto discosta dalla scenadove si svolgeva la sconcia tragedia: anzi il giardino confinava coi giardini di quelle case dove ancor semivivo fu spinto e nascosto il Prina da alcuni generosi. Questi non mancarono nemmeno nella sollevazione secentesca.
«Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio: propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro: non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo li benedica!...». (Promessi Sposi, c. XIII).
«Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio: propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro: non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo li benedica!...». (Promessi Sposi, c. XIII).
Ma nel caso del Prina, i generosi furon sopraffatti dagli altri, che, inferociti, minacciarono d’incendiar la casa, e vi ammucchiavano sotto già panche e fascine, se non si riconsegnasse loro la vittima. Dalla casa Manzoni si udivano quegli urli di iena. La signora Enrichetta scriveva, di lì a qualche mese, a una sua cugina:
«Voi avete senza dubbio inteso tutto ciò che accadde in Milano, e la trista e miseranda fine del disgraziato Prina. La vicinanza della casa nostra alla sua ci tenne per parecchie ore in una pena ed in un’angoscia terribile».
«Voi avete senza dubbio inteso tutto ciò che accadde in Milano, e la trista e miseranda fine del disgraziato Prina. La vicinanza della casa nostra alla sua ci tenne per parecchie ore in una pena ed in un’angoscia terribile».
Quattro giorni dopo la sommossa, Alessandro medesimo ebbe occasione di scriverne al Fauriel. E pur accennando con rammarico a qualche deplorevole eccesso della folla, egli di quella rivolta unanime, saggia e pura, non si mostra punto disgustato; anzi ha il cuore pieno di speranza. Scrive (il 24 aprile):
«Mon cousin [il marchese Giacomo Beccaria] vous racontera la révolution qui s’est opérée chez nous. Elle a été unanime, et j’ose l’appeler sage et pure, quoiqu’elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c’est la plus grande et la meilleure partie de la ville) n’y ont point trempé: rien n’est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un hommechargé de la haine publique, le ministre des finances, qu’ils out massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur arracher».
«Mon cousin [il marchese Giacomo Beccaria] vous racontera la révolution qui s’est opérée chez nous. Elle a été unanime, et j’ose l’appeler sage et pure, quoiqu’elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c’est la plus grande et la meilleure partie de la ville) n’y ont point trempé: rien n’est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un hommechargé de la haine publique, le ministre des finances, qu’ils out massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur arracher».
E qui esce in una di quelle osservazioni, così spiritose e piene di senso storico, ond’è ingemmato il Romanzo.
«Vous savez d’ailleurs», egli continua, «que le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vous pouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance».
«Vous savez d’ailleurs», egli continua, «que le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vous pouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance».
Da poi qualche notizia più intima: del pericolo, cioè, che avevan corso anch’essi, e dello spavento della madre e della moglie.
«Notre maison est justement située très près de celle où il [Prina] habitait, de sorte que nous avons entendu pour quelques heures les cris de ceux qui le cherchaient; ce qui a tenu ma mère et ma femme dans des angoisses cruelles, parce qu’aussi elles croyaient qu’on ne se serait pas arrêté là. Et réellement quelques mal intentionnés voulaient profiter de ce moment d’anarchie pour le prolonger; mais la Garde civique a su l’arrêter avec un courage, une sagesse, et une activité très dignes d’éloge».
«Notre maison est justement située très près de celle où il [Prina] habitait, de sorte que nous avons entendu pour quelques heures les cris de ceux qui le cherchaient; ce qui a tenu ma mère et ma femme dans des angoisses cruelles, parce qu’aussi elles croyaient qu’on ne se serait pas arrêté là. Et réellement quelques mal intentionnés voulaient profiter de ce moment d’anarchie pour le prolonger; mais la Garde civique a su l’arrêter avec un courage, une sagesse, et une activité très dignes d’éloge».
Nous avons entendustando in casa: mi sembra lecito dedurne che quel giorno il Manzoni non era fra i tumultuanti o fra gli spettatori sulla piazza San Fedele. Vi fu invece chi sparse questa voce, e chi la raccolse e la registrò. Il barone Pietro Custodi novarese, che durante la vice-presidenza del Melzi era stato a capo della divisione di Polizia al Ministero dell’Interno e nel 1814 era Segretario generale del Ministero delle Finanze, lasciò scritto in certe sueNote biografiche di Alessandro Manzoni, riboccanti di fiele e di malevoglienza:
«Assicurasi che Alessandro Manzoni siasi trovato tra i nobili spettatori che nel giorno 20 aprile 1814 applaudivano, su la piazza di S. Fedele di Milano, agli sforzi de’ tumultuanti, i quali finirono coll’assassinio del ministro Prina; e che egli, commosso da quel funesto esito, abbia poi concepito tali rimorsi di avervi indirettamente partecipato, fino ad essere per molto tempo afflitto da veglie notturne agitatissime, che diedero grave timore per la sua salute».
«Assicurasi che Alessandro Manzoni siasi trovato tra i nobili spettatori che nel giorno 20 aprile 1814 applaudivano, su la piazza di S. Fedele di Milano, agli sforzi de’ tumultuanti, i quali finirono coll’assassinio del ministro Prina; e che egli, commosso da quel funesto esito, abbia poi concepito tali rimorsi di avervi indirettamente partecipato, fino ad essere per molto tempo afflitto da veglie notturne agitatissime, che diedero grave timore per la sua salute».
Il mite Manzoni qui è camuffato da Macbeth! In verità, i mali nervosi, onde fu e prima e poi travagliato, ebbero un’origine diversa. Narrava egli stesso che n’era stato coltola prima volta a Parigi, quando, in una festa popolare pel secondo matrimonio di Napoleone, nell’aprile o nel maggio del 1810, furon come travolti, egli e la moglie, da un’ondata della folla; e n’era stato riassalito con maggiore violenza a Milano, nel giugno del 1815, quando, trattenendosi in una bottega di libraio, ebbe la terribile notizia della disfatta di Waterloo. «Noi allora, cogli Austriaci in casa, non si poteva più sperare che in Napoleone», egli chiosava: e ogni speranza era oramai strozzata![63]. Ma il Custodi, nel giorno del tumulto, non era a Milano: nella qualità di Commissario straordinario per le requisizioni, tre giorni prima egli si «era restituito al quartiere generale di Mantova». E la catastrofe lo colpiva in pieno petto; «fra i mucchj delle carte d’ogni sorta, ch’erano state gittate dalle finestre del palazzo del Ministro», un amico raccolse un documento che lo riguardava: la lettera cioè con cui il suo superiore e concittadino lo raccomandava al Vicerè per una sovvenzione straordinaria di lire quattromila, «onde pagare alcuni debiti contratti ne’ passati anni per onestissime cause».
È degno di nota però che fin d’allora (leNote biograficheportano in fronte la data del 20 ottobre 1827) il Custodi osservasse:
«È assai probabile che le reminiscenze di quella orribile scena gli abbiano somministrato più colori per rappresentarci, ne’Promessi Sposi, con maggior verità, i tumulti che per cagione della carestia precedettero in Milano la peste del 1630».[64]
«È assai probabile che le reminiscenze di quella orribile scena gli abbiano somministrato più colori per rappresentarci, ne’Promessi Sposi, con maggior verità, i tumulti che per cagione della carestia precedettero in Milano la peste del 1630».[64]
Potrebbe darsi che le informazioni del Manzoni provenissero da fonti un po’ troppo ottimiste: forse dal Confalonieri stesso o da qualche altro dei capoccia degl’Italici; ma è anche certo che fu poi cura dei fautori della restaurazione austriaca e dei difensori del cessato governo francese di dipingerquegli avvenimenti con le tinte più fosche. Un altro testimone, degnissimo di fede nonostante il suo prossimo carbonarismo, Silvio Pellico, scriveva il 23 aprile a un amico che si trovava a Piacenza:
«Tutto è quieto; lo scopo era buono; i disordini inevitabili furono tosto repressi; l’esito ha secondate le intenzioni. Milano ha scosso il fango sotto cui giaceva. Un sola vittima è tacitamente compianta da tutti, benchè fosse segnata dall’odio di tutti».[65]
«Tutto è quieto; lo scopo era buono; i disordini inevitabili furono tosto repressi; l’esito ha secondate le intenzioni. Milano ha scosso il fango sotto cui giaceva. Un sola vittima è tacitamente compianta da tutti, benchè fosse segnata dall’odio di tutti».[65]
La Guardia civica si segnalò per zelo ed abnegazione, e meritò gli elogi di tutti gli onesti d’ogni partito. Si mormorò invece circa il contegno sospetto dei comandanti delle poche milizie regolari rimaste in città. Qualcuno riferisce che una Compagnia «stazionò, tutto il tempo che durò lo strazio del Prina, sulla piazzetta del teatro de’ Filodrammatici..., nè mai fu chiamata a difesa della vittima del furore della bordaglia, come quella milizia avrebbe desiderato».[66]Se così è, il Manzoni potrebbe aver avuto l’occhio appunto ad essa, quando descrive quel drappello di soldati spagnuoli che, rimasti titubanti ed inerti durante il fermento della rivolta, vennero poi incontro a Ferrer come «il soccorso di Pisa», e al cui ufiziale questi «disse, accompagnando le parole con un cenno della destra:beso a usted las manos; parole che l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato un bell’aiuto!».
[60]Cfr.Cusani,Storia di Milano; Milano, 1873, vol. VII.—Bonfadini,Sulla fine del primo Regno d’Italia, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. VIII, f. 2, giugno 1881.—De Castro,La caduta del Regno italico; Milano, 1882.—Von Helfert,La caduta della dominazione francese nell’Alta Italia; traduz. di L. G. Cusani-Confalonieri; Bologna, 1894.—Lemmi,La restaurazione austriaca a Milano nel 1814; Bologna, 1902.—Marchesi,Il podestà di Milano conte Antonio Durini, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. XXX, 1903, vol. 20.º—Chiattone,Nuovi documenti su F. Confalonieri, ibid., a. XXXIII, 1906, vol. 5.º[61]Onde poi il titolo del libello anonimo, che si vuole attribuire al Méjean,Le roi Pino à la bataille des parapluies.[62]Chi sa mai se qualche lineamento del Duca di Lodi il Manzoni non abbia ritratto nel «gran cancelliere Antonio Ferrer»: il quale pure, a ragione o a torto, «era gradito alla moltitudine»![63]Cfr.Fabris,Memorie Manzoniane; Milano, 1901, pag. 42-3, 99-100. Dove è erroneamente asserito che, durante i cento giorni, il Manzoni si trovasse a Parigi.[64]Desumo queste notizie circa il Custodi e i suoi appunti, dal prezioso volumetto diLucien Auvray,La Collection Custodi à la Bibliotheque Nationale; Bordeaux-Paris, 1906, pag. 114-15, 118-21, 128-29.
[60]Cfr.Cusani,Storia di Milano; Milano, 1873, vol. VII.—Bonfadini,Sulla fine del primo Regno d’Italia, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. VIII, f. 2, giugno 1881.—De Castro,La caduta del Regno italico; Milano, 1882.—Von Helfert,La caduta della dominazione francese nell’Alta Italia; traduz. di L. G. Cusani-Confalonieri; Bologna, 1894.—Lemmi,La restaurazione austriaca a Milano nel 1814; Bologna, 1902.—Marchesi,Il podestà di Milano conte Antonio Durini, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. XXX, 1903, vol. 20.º—Chiattone,Nuovi documenti su F. Confalonieri, ibid., a. XXXIII, 1906, vol. 5.º
[60]Cfr.Cusani,Storia di Milano; Milano, 1873, vol. VII.—Bonfadini,Sulla fine del primo Regno d’Italia, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. VIII, f. 2, giugno 1881.—De Castro,La caduta del Regno italico; Milano, 1882.—Von Helfert,La caduta della dominazione francese nell’Alta Italia; traduz. di L. G. Cusani-Confalonieri; Bologna, 1894.—Lemmi,La restaurazione austriaca a Milano nel 1814; Bologna, 1902.—Marchesi,Il podestà di Milano conte Antonio Durini, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. XXX, 1903, vol. 20.º—Chiattone,Nuovi documenti su F. Confalonieri, ibid., a. XXXIII, 1906, vol. 5.º
[61]Onde poi il titolo del libello anonimo, che si vuole attribuire al Méjean,Le roi Pino à la bataille des parapluies.
[61]Onde poi il titolo del libello anonimo, che si vuole attribuire al Méjean,Le roi Pino à la bataille des parapluies.
[62]Chi sa mai se qualche lineamento del Duca di Lodi il Manzoni non abbia ritratto nel «gran cancelliere Antonio Ferrer»: il quale pure, a ragione o a torto, «era gradito alla moltitudine»!
[62]Chi sa mai se qualche lineamento del Duca di Lodi il Manzoni non abbia ritratto nel «gran cancelliere Antonio Ferrer»: il quale pure, a ragione o a torto, «era gradito alla moltitudine»!
[63]Cfr.Fabris,Memorie Manzoniane; Milano, 1901, pag. 42-3, 99-100. Dove è erroneamente asserito che, durante i cento giorni, il Manzoni si trovasse a Parigi.
[63]Cfr.Fabris,Memorie Manzoniane; Milano, 1901, pag. 42-3, 99-100. Dove è erroneamente asserito che, durante i cento giorni, il Manzoni si trovasse a Parigi.
[64]Desumo queste notizie circa il Custodi e i suoi appunti, dal prezioso volumetto diLucien Auvray,La Collection Custodi à la Bibliotheque Nationale; Bordeaux-Paris, 1906, pag. 114-15, 118-21, 128-29.
[64]Desumo queste notizie circa il Custodi e i suoi appunti, dal prezioso volumetto diLucien Auvray,La Collection Custodi à la Bibliotheque Nationale; Bordeaux-Paris, 1906, pag. 114-15, 118-21, 128-29.
Milano rimaneva senza governo: il vicerè lontano e dimissionario, il Consiglio dei Ministri annullato, oltre che per la morte del Prina, per la fuga del Vaccari e del Fontanelli; il Senato disciolto. Una dittatura militare non era possibile, per la scarsezza delle milizie. La notte dello stesso giorno 20, ilpodestà Durini trovò in sé l’energia di convocare il Consiglio Comunale; il quale decise la convocazione, pel 22, dei Collegi Elettorali e la nomina immediata d’una Reggenza Provvisoria. Tra i sette reggenti, nessuno apparteneva agl’Italici, e solo uno non era sospettabile di soverchio zelo per l’Austria, Carlo Verri; e questi fu, per prudenza o ipocrisia politica, scelto a presidente. Al general Pino, però, fu affidato il comando delle forze militari.
La Reggenza provvide a ristabilire l’ordine pubblico, ad alleggerire le tasse più odiose, ad abolire quelle leggi che peggio avevano irritati gli animi. E proclamò, su per le cantonate, aibuoni Milanesi: «Collo spirito di quiete che va felicemente a ristabilirsi, voi potrete darvi quel governo che desiderate, giacchè la vostra libera volontà sarà manifestata ai Collegi Elettorali». Questi s’adunarono il giorno fissato, il 22, a mezzogiorno, nel palazzo di Brera. Il consigliere di Stato Lodovico Giovio fu delegato a presiederli; e ne inaugurò i lavori con un elaborato ed enfatico discorso. Accennò all’abdicazione provvidenziale ed insperata di «quell’uomo che tutta avea riempiuta l’Europa di temuta meravigliosa rinomanza», e alle speranze riposte, ohimè, nelle «gesta magnanime delle Alte Potenze Alleate» e nei «principii sociali che i lumi del secolo hanno resi necessarii pel governo delle nazioni incivilite»; ed augurò che «anche la nostra Italia, pesta e sfigurata da replicati oltraggi, possa brillare sull’orizzonte dell’Europa». Continuava:
«La fermezza del carattere, la costanza nelle sciagure, la prudenza nei consigli, la rettitudine nelle amministrazioni, sono i caratteri indelebili dell’Italia, che, dopo essere stata la dominatrice del mondo, fu miseramente oppressa. Risorga essa alfine per la generosa gara delle Potenze Alleate, e si assicuri la felicità dei popoli. A così bello intento domandino i Collegi Elettorali istituzioni politiche liberali, un capo indipendente, che nuovo, non conosciuto da noi, diventi italiano, e che accolga i nostri voti e le nostre benedizioni. Assicurato della nostra lealtà, regni su cuori sensibili, generosi e fedeli, e ne faccia dimenticare la recente dominazione. La storia, maestra di tutte le cose, ci ha infallantemente provato che i regni cominciati coll’inganno finirono nei fondatori o nei figli, con vitupero e danno. Una crisi violenta è scoppiata; terribile ne fu la catastrofe, spaventoso e terribile l’esempio; ma che ne accerta come gli uomini più con l’amore che con la forza si governino».
«La fermezza del carattere, la costanza nelle sciagure, la prudenza nei consigli, la rettitudine nelle amministrazioni, sono i caratteri indelebili dell’Italia, che, dopo essere stata la dominatrice del mondo, fu miseramente oppressa. Risorga essa alfine per la generosa gara delle Potenze Alleate, e si assicuri la felicità dei popoli. A così bello intento domandino i Collegi Elettorali istituzioni politiche liberali, un capo indipendente, che nuovo, non conosciuto da noi, diventi italiano, e che accolga i nostri voti e le nostre benedizioni. Assicurato della nostra lealtà, regni su cuori sensibili, generosi e fedeli, e ne faccia dimenticare la recente dominazione. La storia, maestra di tutte le cose, ci ha infallantemente provato che i regni cominciati coll’inganno finirono nei fondatori o nei figli, con vitupero e danno. Una crisi violenta è scoppiata; terribile ne fu la catastrofe, spaventoso e terribile l’esempio; ma che ne accerta come gli uomini più con l’amore che con la forza si governino».
E concludeva, esclamando:
«Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella patria nostra!».
«Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella patria nostra!».
Le ceneri di Vittorio Alfieri avranno esultato, se gli echi lontani di Santa Croce ripercossero questa perorazione misogallica.
Certo, n’esultò il poeta di via Morone. Il quale, in quel giorno medesimo, intonò una canzone, che qua e là ricorda l’alfieriana del 1789,Parigi sbastigliato. Trattandosi d’un primo getto, preferisco riprodurla qui come un documento storico, anzi che darle posto tra le Poesie.
APRILE 1814CANZONE22 aprile 1814.Fin che il ver fu delitto, e la MenzognaCorse gridando, minacciosa il ciglio:«Io son sola che parlo, io sono il vero»,Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna.[67]Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;Chè non è sola lode esser sincero,Nè rischio è bello senza nobil fine.[68]Or che il superbo morsoAd onesta parola è tolto alfine,Ogni compresso affetto al labbro è corso;Or s’udrà ciò che, sotto il giogo antico,Sommesso appena esser potea discorsoAl cauto orecchio di provato amico.Toglier lo scudo de le Leggi antiqueE le da lor create, e il sacro pattoMutar come si muta un vestimento;O non mutate non serbarle, e iniqueFarle serbar benchè segrete, e in attoDi chi pensa, tacendo, al tradimento;E novi statuir padri alla legge,E, perchè amici ai buoni,Sperderli a guisa di spregiato gregge:Questi de’ salvatori erano i doni;Questo dicean fondarne a civil vita;Qual se Italia, al chiamar d’esti Anfioni,Fosse dei boschi e de le tane uscita.Anzi, fatta da lor donna e reinaLa salutaro, o fosse frode o scherno:D’armi reina, io dico, e di consigli;Essa che ai piè de la imperante inchinaStavasi, e fea di sue ricchezze eternoCenso agli estrani, e de gli estrani ai figli;Che regger si dovea con l’altrui cenno;Che ogni anno il suo tesoroSu l’avara ponea lance di Brenno.È ver; tributo noi dicean costoro,Men turpe nome il vincitor foggiava.Ma che monta, per Dio! Terra che l’oroPorta, costretta, allo straniero, è schiava.E svelti i figli ai genitor dal fianco,E aprir loro le porte, ed esser padreDelitto, e quasi anco i sospir nocenti;E tratti in ceppi, e noverati a branco,Spinti ad offesa d’innocenti squadreCon cui meglio starieno abbracciamenti.Oh giorni! oh campi che nomar non oso!Deh! per chi mai scorreaQuel sangue onde il terren vostro è fumoso?O madri orbate, o spose, a chi cresceaNel sen custode ogni viril portato?Era tristezza esser feconde, e reaNovella il dirvi: un pargoletto è nato!Nè gente or voglio cagionar dei maliChe lo stesso bevea calice d’ira,Nè infonder tosco ne le piaghe aperte;Ma dico sol ch’è da pensar da qualiStrette il perdono del Signor ne tira,Perchè sien maggior grazie a Lui riferte.Chè quando eran più l’onte aspre ed estreme,E, al veder nostro, estintoOgni raggio parea d’umana speme;Allor fuor de la nube arduo ed accinto,Tuonando, il braccio salvator s’è mostro:Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto;Che a ragion si rallegra il popol nostro.Bel mirar da le inospite latebreGiovin raminghi al sospirato tettoCorrer securi, ed a le braccia pie;E quei che in ferri astrinse ed in tenebreL’odio potente, un motto od un sospetto,Ai soavi tornar colloquj e al die;E un favellar di gioja e di speranza,E su le fronti scultaDe’ concordi pensier l’alma fidanza;E il nobil fior de’ generosi a scoltaDurar ne l’armi e vigilar, mostrandoCon che acceso voler la patria ascoltaQuando libero e vero è il suo dimando;E quei che a dir le sue ragioni or chiamaLunge da basso studio e da contesa,Parlar per lei com’ella è desiosa,E l’antica far chiara itala brama:Che sarà, spero, a quei possenti intesaCui par che piaccia ogni più nobil cosa.Vedi il drappello che al governo è sopra,Animoso e guardingo,Al ben di tutti aver rivolta ogni opra;E i ministri di Dio dal mite aringoNel dritto calle ragunar la greggia.Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;Ma qual parlar sì belle opre pareggia?
APRILE 1814CANZONE22 aprile 1814.Fin che il ver fu delitto, e la MenzognaCorse gridando, minacciosa il ciglio:«Io son sola che parlo, io sono il vero»,Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna.[67]Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;Chè non è sola lode esser sincero,Nè rischio è bello senza nobil fine.[68]Or che il superbo morsoAd onesta parola è tolto alfine,Ogni compresso affetto al labbro è corso;Or s’udrà ciò che, sotto il giogo antico,Sommesso appena esser potea discorsoAl cauto orecchio di provato amico.Toglier lo scudo de le Leggi antiqueE le da lor create, e il sacro pattoMutar come si muta un vestimento;O non mutate non serbarle, e iniqueFarle serbar benchè segrete, e in attoDi chi pensa, tacendo, al tradimento;E novi statuir padri alla legge,E, perchè amici ai buoni,Sperderli a guisa di spregiato gregge:Questi de’ salvatori erano i doni;Questo dicean fondarne a civil vita;Qual se Italia, al chiamar d’esti Anfioni,Fosse dei boschi e de le tane uscita.Anzi, fatta da lor donna e reinaLa salutaro, o fosse frode o scherno:D’armi reina, io dico, e di consigli;Essa che ai piè de la imperante inchinaStavasi, e fea di sue ricchezze eternoCenso agli estrani, e de gli estrani ai figli;Che regger si dovea con l’altrui cenno;Che ogni anno il suo tesoroSu l’avara ponea lance di Brenno.È ver; tributo noi dicean costoro,Men turpe nome il vincitor foggiava.Ma che monta, per Dio! Terra che l’oroPorta, costretta, allo straniero, è schiava.E svelti i figli ai genitor dal fianco,E aprir loro le porte, ed esser padreDelitto, e quasi anco i sospir nocenti;E tratti in ceppi, e noverati a branco,Spinti ad offesa d’innocenti squadreCon cui meglio starieno abbracciamenti.Oh giorni! oh campi che nomar non oso!Deh! per chi mai scorreaQuel sangue onde il terren vostro è fumoso?O madri orbate, o spose, a chi cresceaNel sen custode ogni viril portato?Era tristezza esser feconde, e reaNovella il dirvi: un pargoletto è nato!Nè gente or voglio cagionar dei maliChe lo stesso bevea calice d’ira,Nè infonder tosco ne le piaghe aperte;Ma dico sol ch’è da pensar da qualiStrette il perdono del Signor ne tira,Perchè sien maggior grazie a Lui riferte.Chè quando eran più l’onte aspre ed estreme,E, al veder nostro, estintoOgni raggio parea d’umana speme;Allor fuor de la nube arduo ed accinto,Tuonando, il braccio salvator s’è mostro:Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto;Che a ragion si rallegra il popol nostro.Bel mirar da le inospite latebreGiovin raminghi al sospirato tettoCorrer securi, ed a le braccia pie;E quei che in ferri astrinse ed in tenebreL’odio potente, un motto od un sospetto,Ai soavi tornar colloquj e al die;E un favellar di gioja e di speranza,E su le fronti scultaDe’ concordi pensier l’alma fidanza;E il nobil fior de’ generosi a scoltaDurar ne l’armi e vigilar, mostrandoCon che acceso voler la patria ascoltaQuando libero e vero è il suo dimando;E quei che a dir le sue ragioni or chiamaLunge da basso studio e da contesa,Parlar per lei com’ella è desiosa,E l’antica far chiara itala brama:Che sarà, spero, a quei possenti intesaCui par che piaccia ogni più nobil cosa.Vedi il drappello che al governo è sopra,Animoso e guardingo,Al ben di tutti aver rivolta ogni opra;E i ministri di Dio dal mite aringoNel dritto calle ragunar la greggia.Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;Ma qual parlar sì belle opre pareggia?
APRILE 1814
CANZONE
22 aprile 1814.
Fin che il ver fu delitto, e la MenzognaCorse gridando, minacciosa il ciglio:«Io son sola che parlo, io sono il vero»,Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna.[67]Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;Chè non è sola lode esser sincero,Nè rischio è bello senza nobil fine.[68]Or che il superbo morsoAd onesta parola è tolto alfine,Ogni compresso affetto al labbro è corso;Or s’udrà ciò che, sotto il giogo antico,Sommesso appena esser potea discorsoAl cauto orecchio di provato amico.
Fin che il ver fu delitto, e la Menzogna
Corse gridando, minacciosa il ciglio:
«Io son sola che parlo, io sono il vero»,
Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna.[67]
Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;
Chè non è sola lode esser sincero,
Nè rischio è bello senza nobil fine.[68]
Or che il superbo morso
Ad onesta parola è tolto alfine,
Ogni compresso affetto al labbro è corso;
Or s’udrà ciò che, sotto il giogo antico,
Sommesso appena esser potea discorso
Al cauto orecchio di provato amico.
Toglier lo scudo de le Leggi antiqueE le da lor create, e il sacro pattoMutar come si muta un vestimento;O non mutate non serbarle, e iniqueFarle serbar benchè segrete, e in attoDi chi pensa, tacendo, al tradimento;E novi statuir padri alla legge,E, perchè amici ai buoni,Sperderli a guisa di spregiato gregge:Questi de’ salvatori erano i doni;Questo dicean fondarne a civil vita;Qual se Italia, al chiamar d’esti Anfioni,Fosse dei boschi e de le tane uscita.
Toglier lo scudo de le Leggi antique
E le da lor create, e il sacro patto
Mutar come si muta un vestimento;
O non mutate non serbarle, e inique
Farle serbar benchè segrete, e in atto
Di chi pensa, tacendo, al tradimento;
E novi statuir padri alla legge,
E, perchè amici ai buoni,
Sperderli a guisa di spregiato gregge:
Questi de’ salvatori erano i doni;
Questo dicean fondarne a civil vita;
Qual se Italia, al chiamar d’esti Anfioni,
Fosse dei boschi e de le tane uscita.
Anzi, fatta da lor donna e reinaLa salutaro, o fosse frode o scherno:D’armi reina, io dico, e di consigli;Essa che ai piè de la imperante inchinaStavasi, e fea di sue ricchezze eternoCenso agli estrani, e de gli estrani ai figli;Che regger si dovea con l’altrui cenno;Che ogni anno il suo tesoroSu l’avara ponea lance di Brenno.È ver; tributo noi dicean costoro,Men turpe nome il vincitor foggiava.Ma che monta, per Dio! Terra che l’oroPorta, costretta, allo straniero, è schiava.
Anzi, fatta da lor donna e reina
La salutaro, o fosse frode o scherno:
D’armi reina, io dico, e di consigli;
Essa che ai piè de la imperante inchina
Stavasi, e fea di sue ricchezze eterno
Censo agli estrani, e de gli estrani ai figli;
Che regger si dovea con l’altrui cenno;
Che ogni anno il suo tesoro
Su l’avara ponea lance di Brenno.
È ver; tributo noi dicean costoro,
Men turpe nome il vincitor foggiava.
Ma che monta, per Dio! Terra che l’oro
Porta, costretta, allo straniero, è schiava.
E svelti i figli ai genitor dal fianco,E aprir loro le porte, ed esser padreDelitto, e quasi anco i sospir nocenti;E tratti in ceppi, e noverati a branco,Spinti ad offesa d’innocenti squadreCon cui meglio starieno abbracciamenti.Oh giorni! oh campi che nomar non oso!Deh! per chi mai scorreaQuel sangue onde il terren vostro è fumoso?O madri orbate, o spose, a chi cresceaNel sen custode ogni viril portato?Era tristezza esser feconde, e reaNovella il dirvi: un pargoletto è nato!
E svelti i figli ai genitor dal fianco,
E aprir loro le porte, ed esser padre
Delitto, e quasi anco i sospir nocenti;
E tratti in ceppi, e noverati a branco,
Spinti ad offesa d’innocenti squadre
Con cui meglio starieno abbracciamenti.
Oh giorni! oh campi che nomar non oso!
Deh! per chi mai scorrea
Quel sangue onde il terren vostro è fumoso?
O madri orbate, o spose, a chi crescea
Nel sen custode ogni viril portato?
Era tristezza esser feconde, e rea
Novella il dirvi: un pargoletto è nato!
Nè gente or voglio cagionar dei maliChe lo stesso bevea calice d’ira,Nè infonder tosco ne le piaghe aperte;Ma dico sol ch’è da pensar da qualiStrette il perdono del Signor ne tira,Perchè sien maggior grazie a Lui riferte.Chè quando eran più l’onte aspre ed estreme,E, al veder nostro, estintoOgni raggio parea d’umana speme;Allor fuor de la nube arduo ed accinto,Tuonando, il braccio salvator s’è mostro:Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto;Che a ragion si rallegra il popol nostro.
Nè gente or voglio cagionar dei mali
Che lo stesso bevea calice d’ira,
Nè infonder tosco ne le piaghe aperte;
Ma dico sol ch’è da pensar da quali
Strette il perdono del Signor ne tira,
Perchè sien maggior grazie a Lui riferte.
Chè quando eran più l’onte aspre ed estreme,
E, al veder nostro, estinto
Ogni raggio parea d’umana speme;
Allor fuor de la nube arduo ed accinto,
Tuonando, il braccio salvator s’è mostro:
Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto;
Che a ragion si rallegra il popol nostro.
Bel mirar da le inospite latebreGiovin raminghi al sospirato tettoCorrer securi, ed a le braccia pie;E quei che in ferri astrinse ed in tenebreL’odio potente, un motto od un sospetto,Ai soavi tornar colloquj e al die;E un favellar di gioja e di speranza,E su le fronti scultaDe’ concordi pensier l’alma fidanza;E il nobil fior de’ generosi a scoltaDurar ne l’armi e vigilar, mostrandoCon che acceso voler la patria ascoltaQuando libero e vero è il suo dimando;
Bel mirar da le inospite latebre
Giovin raminghi al sospirato tetto
Correr securi, ed a le braccia pie;
E quei che in ferri astrinse ed in tenebre
L’odio potente, un motto od un sospetto,
Ai soavi tornar colloquj e al die;
E un favellar di gioja e di speranza,
E su le fronti sculta
De’ concordi pensier l’alma fidanza;
E il nobil fior de’ generosi a scolta
Durar ne l’armi e vigilar, mostrando
Con che acceso voler la patria ascolta
Quando libero e vero è il suo dimando;
E quei che a dir le sue ragioni or chiamaLunge da basso studio e da contesa,Parlar per lei com’ella è desiosa,E l’antica far chiara itala brama:Che sarà, spero, a quei possenti intesaCui par che piaccia ogni più nobil cosa.Vedi il drappello che al governo è sopra,Animoso e guardingo,Al ben di tutti aver rivolta ogni opra;E i ministri di Dio dal mite aringoNel dritto calle ragunar la greggia.Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;Ma qual parlar sì belle opre pareggia?
E quei che a dir le sue ragioni or chiama
Lunge da basso studio e da contesa,
Parlar per lei com’ella è desiosa,
E l’antica far chiara itala brama:
Che sarà, spero, a quei possenti intesa
Cui par che piaccia ogni più nobil cosa.
Vedi il drappello che al governo è sopra,
Animoso e guardingo,
Al ben di tutti aver rivolta ogni opra;
E i ministri di Dio dal mite aringo
Nel dritto calle ragunar la greggia.
Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;
Ma qual parlar sì belle opre pareggia?
Il poeta è interprete genuino del sentimento popolare. Aveva taciuto fin allora, perchè a nulla sarebbe valso l’ardire; infranto il bavaglio, egli leva alta la voce contro l’ipocrita dominatore, che ci teneva schiavi nel sacro nome della libertà. Chè schiava era l’Italia, costretta ogni anno a deporre il suo tesoro (esecutore il Prina) «sull’avara lance di Brenno»![69]E i figli erano strappati ai genitori, noverati a branco, spinti contro eserciti innocenti di fratelli; e morivano lontano,