XV.

Non per li patrii lidi e per la piaConsorte e i figli cari!

Non per li patrii lidi e per la piaConsorte e i figli cari!

Non per li patrii lidi e per la piaConsorte e i figli cari!

Non per li patrii lidi e per la pia

Consorte e i figli cari!

Ora tutto, d’improvviso, è mutato: «quando eran più l’onte aspre ed estreme», ecco, di tra le nubi, s’è mostrato il braccio salvatore di Dio, a soccorrere i «ben pugnanti». Ed ha vinto; così che «a ragion si rallegra il popol nostro». Ora son tornati alle loro case sospirate, agli abbracciamenti pii, ai soavi colloquii («i fidati colloqui d’amor», del primo coro dell’Adelchi), quei giovani costretti a ramingare per greppi senz’orma, o tenuti, dall’odio potente del tiranno, in carceri tenebrose; ora è tutto un «favellar di gioia e di speranza», e «il nobil fior de’ generosi» ora veglia nelle armi,

mostrandoCon che acceso voler la patria ascoltaQuando libero e vero è il suo dimando.

mostrandoCon che acceso voler la patria ascoltaQuando libero e vero è il suo dimando.

mostrandoCon che acceso voler la patria ascoltaQuando libero e vero è il suo dimando.

mostrando

Con che acceso voler la patria ascolta

Quando libero e vero è il suo dimando.

Il poeta è anch’egli pieno di fiducia, che l’itala bramasarà da «quei possenti intesa Cui par che piaccia ogni più nobil cosa». E accompagna coi suoi voti i delegati che i Collegi Elettorali inviarono a Parigi, perchè la secolarebramafacessero nota aquei possenti.

I delegati furono Federico Confalonieri, Alberto Litta, il marchese Gian Giacomo Trivulzio e il conte Della Somaglia,milanesi, i conti Marcantonio Fè di Brescia e Serafino Sormani di Cremona, il banchiere Giacomo Ciani e Pietro Ballabio; segretario, il marchese Giacomo Beccaria, figlio d’un fratello di Cesare. Quest’ultimo si sarebbe presentato al Fauriel con una commendatizia del cugino Manzoni. Il quale così scriveva, il 24 aprile, all’amico della Maisonnette:

«Je profite d’une bonne occasion qui se présente pourrénoueravec vous ma correspondance, qui heureusement n’a pas été très longtemps interrompue, au moins par des obstacles extérieurs. M. Beccaria mon cousin part cette nuit en qualité de secrétaire d’une députation que nos Collèges Electoraux envoyent au quartier-général des Alliés; c’est lui qui vous portera cette lettre, et qui vous donnera de nos nouvelles, si vous voulez bien l’accueillir».

«Je profite d’une bonne occasion qui se présente pourrénoueravec vous ma correspondance, qui heureusement n’a pas été très longtemps interrompue, au moins par des obstacles extérieurs. M. Beccaria mon cousin part cette nuit en qualité de secrétaire d’une députation que nos Collèges Electoraux envoyent au quartier-général des Alliés; c’est lui qui vous portera cette lettre, et qui vous donnera de nos nouvelles, si vous voulez bien l’accueillir».

Risolutamente avverso, come i suoi amici francesi, all’autocrazia napoleonica, il Manzoni si compiace con essi della piega che gli avvenimenti avevan presa in Francia. Soggiunge:

«Vous pouvez vous imaginer la part que nous avons pris aux inquiétudes dans lesquelles vous avez dû vous trouver, et à la joie qu’a dû vous causer un dénouement aussi heureux et aussi tranquille. Connaissant l’affection que vous avez pour votre pays, et pour tout ce qui est généreux, sage et utile, je vous félicite de votre noble Constitution».

«Vous pouvez vous imaginer la part que nous avons pris aux inquiétudes dans lesquelles vous avez dû vous trouver, et à la joie qu’a dû vous causer un dénouement aussi heureux et aussi tranquille. Connaissant l’affection que vous avez pour votre pays, et pour tout ce qui est généreux, sage et utile, je vous félicite de votre noble Constitution».

Una Costituzione simile anche per l’Italia era ciò che vivamente sospiravano quei nostri nobili patrioti del ’14:

Ferito e stancoIl vincitor; vôti gli erari; oppressiDal terror, dai tributi i cittadiniPregan dal ciel sull’armi loro istesseLe sconfitte e le fughe................A molti in menteDura il pensier del glorioso, anticoRivolgon di desio là dove appenaD’un qualunque avvenir si mostri un raggio,Frementi del presente e vergognosi.[70]

Ferito e stancoIl vincitor; vôti gli erari; oppressiDal terror, dai tributi i cittadiniPregan dal ciel sull’armi loro istesseLe sconfitte e le fughe................A molti in menteDura il pensier del glorioso, anticoRivolgon di desio là dove appenaD’un qualunque avvenir si mostri un raggio,Frementi del presente e vergognosi.[70]

Ferito e stancoIl vincitor; vôti gli erari; oppressiDal terror, dai tributi i cittadiniPregan dal ciel sull’armi loro istesseLe sconfitte e le fughe................A molti in menteDura il pensier del glorioso, anticoRivolgon di desio là dove appenaD’un qualunque avvenir si mostri un raggio,Frementi del presente e vergognosi.[70]

Ferito e stanco

Il vincitor; vôti gli erari; oppressi

Dal terror, dai tributi i cittadini

Pregan dal ciel sull’armi loro istesse

Le sconfitte e le fughe........

........A molti in mente

Dura il pensier del glorioso, antico

Rivolgon di desio là dove appena

D’un qualunque avvenir si mostri un raggio,

Frementi del presente e vergognosi.[70]

Ma il loro sogno doveva spezzarsi dinanzi alla realtà del domani, qual era voluta e preparata dalla grettezza feroce egoffa del principe di Metternich; di codesto saccente idolatra di quella politica ciecamente conservatrice

Che del passato l’avvenir fa servo.

Che del passato l’avvenir fa servo.

Che del passato l’avvenir fa servo.

Che del passato l’avvenir fa servo.

[65]La lettera è diretta a Carlo Trombetti. Fu pubblicata nellaCronaca, periodico di Ignazio Cantù, anno 1858, pag. 167.—Cfr.De Castro,La cadutaecc., pag. 156-7.[66]Cfr.F. Calvi,Il Castello Visconteo-Sforzesco: 2ª ediz., Milano 1894, pag. 459-60.[67]Cfr.Parini,Vespro, v. 344-5: «A tal clamore Non ardì la mia Musa unir sue voci»; eIl Cinque Maggio.[68]Cfr.Il Conte di Carmagnola, I, 5ª (pag. 191): «Ma tra la noncuranza e la servile Cautela avvi una via; v’ha una prudenza Anche pei cor più nobili e più schivi......»[69]I Francesi avevano cominciato per tempo. Nel 1796, Massena entrò in Milano il 14 maggio, e il 23 scriveva al Direttorio, «avec une certaine fierté, que le tableau général des contributions en pays conquis ne s’élevait pas à moins de 35,571,400 francs».—Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie, pag. 607.[70]Il Conte di Carmagnola, I, 2ª (pag. 184).

[65]La lettera è diretta a Carlo Trombetti. Fu pubblicata nellaCronaca, periodico di Ignazio Cantù, anno 1858, pag. 167.—Cfr.De Castro,La cadutaecc., pag. 156-7.

[65]La lettera è diretta a Carlo Trombetti. Fu pubblicata nellaCronaca, periodico di Ignazio Cantù, anno 1858, pag. 167.—Cfr.De Castro,La cadutaecc., pag. 156-7.

[66]Cfr.F. Calvi,Il Castello Visconteo-Sforzesco: 2ª ediz., Milano 1894, pag. 459-60.

[66]Cfr.F. Calvi,Il Castello Visconteo-Sforzesco: 2ª ediz., Milano 1894, pag. 459-60.

[67]Cfr.Parini,Vespro, v. 344-5: «A tal clamore Non ardì la mia Musa unir sue voci»; eIl Cinque Maggio.

[67]Cfr.Parini,Vespro, v. 344-5: «A tal clamore Non ardì la mia Musa unir sue voci»; eIl Cinque Maggio.

[68]Cfr.Il Conte di Carmagnola, I, 5ª (pag. 191): «Ma tra la noncuranza e la servile Cautela avvi una via; v’ha una prudenza Anche pei cor più nobili e più schivi......»

[68]Cfr.Il Conte di Carmagnola, I, 5ª (pag. 191): «Ma tra la noncuranza e la servile Cautela avvi una via; v’ha una prudenza Anche pei cor più nobili e più schivi......»

[69]I Francesi avevano cominciato per tempo. Nel 1796, Massena entrò in Milano il 14 maggio, e il 23 scriveva al Direttorio, «avec une certaine fierté, que le tableau général des contributions en pays conquis ne s’élevait pas à moins de 35,571,400 francs».—Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie, pag. 607.

[69]I Francesi avevano cominciato per tempo. Nel 1796, Massena entrò in Milano il 14 maggio, e il 23 scriveva al Direttorio, «avec une certaine fierté, que le tableau général des contributions en pays conquis ne s’élevait pas à moins de 35,571,400 francs».—Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie, pag. 607.

[70]Il Conte di Carmagnola, I, 2ª (pag. 184).

[70]Il Conte di Carmagnola, I, 2ª (pag. 184).

Se il Manzoni era il sincero interprete dei sentimenti della parte più eletta del popolo lombardo, un altro poeta, anch’esso amico di libertà, si ribellava a quei sentimenti, in preda a un’agitazione incomposta. Che cosa precisamente volesse ed auspicasse quell’edizione economica dell’Alfieri che fu il Foscolo, nè seppero allora i suoi amici, nè in verità si riesce a comprendere dalla suaLettera apologetica, scritta in Inghilterra circa il 1823 e pubblicata molto più tardi, a Lugano, nel 1844. Con un dispetto e un’acredine, che fa vivo contrasto col fiducioso compiacimento di uomini come il Manzoni ed il Pellico, ei vi narra:

«I moltissimi trucidatori d’un solo, e il Podestà e i consiglieri municipali e le spie tedesche e i primati della congiura crearono una Reggenza del Regno, e un’assemblea di legislatori. Deputarono ambasciatori agli Alti Alleati in Parigi a perorare i diritti dell’Indipendenza Italiana; ma per agevolare il trattato, e mostrarsi discordi deboli ed imbecilli, e meritarsi l’indipendenza, fecero legge che dal Regno fossero esclusi tutti quanti i paesi che non erano appartenuti al ducato di Milano. Così di sei milioni di abitatori, lo ridussero a poco più d’uno. Cassarono da’ ruoli gli ufficiali tutti quanti dell’esercito ch’erano nati in Francia, o fuori de’ confini di quel nuovo regnetto, e che non per tanto da vent’anni avevano versato sangue e procreato figliuolanza legittima; e solo per essi gl’Italiani cominciarono a non essere nominati codardi fra le nazioni. I collegj degli elettori, composti de’ notabili fra’ possidenti di terra e di denaro e sapere nel Regno; stabiliti per fondamento di tutte le leggi a rappresentare il popolo tutto, ed eleggere i senatori, i giudici, ed ogni magistratura, e il re ove mancasse la successione; indipendenti dalla corona: non eletti che da’ loro pari; e non revocabili, nè mai pagati: erano fatti radice vera di tutte le costituzioni. Pur nondimeno anche i collegj furono in quella notte pervertiti, mutilandoli di quanti membri rappresentavano i dipartimenti e le città del Regno che non parlavano il puro dialetto lombardo. Finalmente con legge acclamata fu decretato doversi inibire ogni ingerenza e consiglio nelle faccende pubbliche agli uomini dotti, come adulatori venali, inettissimi a tutti diritti ed ufficj di cittadinanza».

«I moltissimi trucidatori d’un solo, e il Podestà e i consiglieri municipali e le spie tedesche e i primati della congiura crearono una Reggenza del Regno, e un’assemblea di legislatori. Deputarono ambasciatori agli Alti Alleati in Parigi a perorare i diritti dell’Indipendenza Italiana; ma per agevolare il trattato, e mostrarsi discordi deboli ed imbecilli, e meritarsi l’indipendenza, fecero legge che dal Regno fossero esclusi tutti quanti i paesi che non erano appartenuti al ducato di Milano. Così di sei milioni di abitatori, lo ridussero a poco più d’uno. Cassarono da’ ruoli gli ufficiali tutti quanti dell’esercito ch’erano nati in Francia, o fuori de’ confini di quel nuovo regnetto, e che non per tanto da vent’anni avevano versato sangue e procreato figliuolanza legittima; e solo per essi gl’Italiani cominciarono a non essere nominati codardi fra le nazioni. I collegj degli elettori, composti de’ notabili fra’ possidenti di terra e di denaro e sapere nel Regno; stabiliti per fondamento di tutte le leggi a rappresentare il popolo tutto, ed eleggere i senatori, i giudici, ed ogni magistratura, e il re ove mancasse la successione; indipendenti dalla corona: non eletti che da’ loro pari; e non revocabili, nè mai pagati: erano fatti radice vera di tutte le costituzioni. Pur nondimeno anche i collegj furono in quella notte pervertiti, mutilandoli di quanti membri rappresentavano i dipartimenti e le città del Regno che non parlavano il puro dialetto lombardo. Finalmente con legge acclamata fu decretato doversi inibire ogni ingerenza e consiglio nelle faccende pubbliche agli uomini dotti, come adulatori venali, inettissimi a tutti diritti ed ufficj di cittadinanza».

Son periodi che hanno la risonanza e l’apparente concettosità di quelli di Tacito o di Sallustio; ma in verità essi velano quel medesimo sentimento rancoroso che male ispirò, qualche mese dopo, i reazionarii senatori Veneri e Guicciardi, ex-presidente ed ex-cancelliere del Senato, a presentare al commissario imperiale una protesta contro le deliberazioni dei Collegi Elettorali. «E se», vi si diceva, «non avrebbero potuto ciò fare tutti gli elettori legalmente riuniti in numero di millecentocinquantatre, tanto meno una frazione di centosettanta elettori di otto soli dipartimenti». Il fatto cui si accenna stava così. Dalla Reggenza s’era discusso sulla convenienza d’invitare o no «gli elettori dei dipartimenti occupati dalle truppe nemiche: alcuni di essi si trovavano a Milano per impiego o casualmente. Si temeva», riferì poi il Verri, «d’irritare gli Alleati con una rappresentanza d’elettori di paesi già da essi occupati: vennero quindi circoscritti i Collegi agli otto dipartimenti ancora liberi: Olona, Mincio, Alto Po, Agogna, Lario, Adda, Serio, Mella».

Può esser curioso sentire che cosa il Manzoni pensasse dallaLettera apologetica. Il Bonghi narra d’avergliela data lui da leggere, e d’averlo trovato un giorno con essa tra le mani. «Gli domandai come avesse fatto a leggerne tanto. Lui m’ha risposto: Sono arrivato sin qui cercando qualcosa di chiaro e di netto, e un periodo che avesse a che fare con quello che lo precede e che lo segue.—Aprii a caso lo stesso libro...., e lessi il primo periodo...., osservando come non mi riusciva d’intenderlo.—E già, mi rispose, son come quei ripieni d’organo senza nessun motivo (fece il suono dell’organo: oh! oh! oh!), e gira e gira e non sen cava nulla!».—E il Bonghi stesso riferisce quest’altro aneddoto. «Un giorno», racconta, «questionavamo Broglio ed io sul merito di Foscolo come scrittore in prosa. Lui, senza aver sentita la quistione, ci disse: Fate decidere a me, che sono nel giusto mezzo, imparziale.—Io, risposi, sostengo che Foscolo è uno scrittore insopportabile.—Queste cose, riprese lui, io non fo che pensarle!».[71]

[71]Pensieri inediti di Ruggiero Bonghi, ecc.; Lucera, 1899, pag. 89 e 84.—Nella VI delle sueLettere critiche, da Stresa, 30 aprile 1855 (nell’edizione milanese del 1873, pag. 67), il Bonghi lasciò un pubblico ricordo del giudizio manzoniano. Notata «l’imperfezione grandissima delle facoltà discorsive e ragionative» del Foscolo, «imperfezione tanta e tale da non riuscirgli di ragionare neppure le cose ragionevoli che dice», ripigliava: «Questo difetto insieme cogli altri è molto meno evidente nelle prose scritte in inglese che non in quelle che ha scritto in italiano, e tra le ultime, l’è molto meno nelle prose letterarie che nelle politiche. Le quali sono così sconnesse, che, come diceva un uomo di molto spirito, non si leggono se non per la curiosità di trovarci un periodo che abbia che fare col seguente e col precedente; quantunque non sarei lontano dal concedere che ci possa parere un pregio quella certa vibratezza e concisione con cui sono talora espressi alcuni concetti che fermano».—Dei suoi fini e intendimenti politici poi, il Bonghi così giudicava: «Quanto a me, amo il Foscolo; ho simpatia per lui; le sue sventure m’addolorano; ho per quest’Italia tutto quell’amore che aveva lui; e se non l’amo proprio alla sua maniera, è perchè non mi riesce d’intendere quale fosse propriamente questa sua maniera». E a un tapinello che volle mostrarsi scandalizzato e sdegnato di questo giudizio, il Bonghi replicava (pag. 285): «Mi farebbe, invece, grazia ad insegnarmi cosa il Foscolo sperasse per questa Italia che amava, quale avvenire, quali ordini? Questo è quello che non m’è parso d’intendere da’ suoi scritti».

[71]Pensieri inediti di Ruggiero Bonghi, ecc.; Lucera, 1899, pag. 89 e 84.—Nella VI delle sueLettere critiche, da Stresa, 30 aprile 1855 (nell’edizione milanese del 1873, pag. 67), il Bonghi lasciò un pubblico ricordo del giudizio manzoniano. Notata «l’imperfezione grandissima delle facoltà discorsive e ragionative» del Foscolo, «imperfezione tanta e tale da non riuscirgli di ragionare neppure le cose ragionevoli che dice», ripigliava: «Questo difetto insieme cogli altri è molto meno evidente nelle prose scritte in inglese che non in quelle che ha scritto in italiano, e tra le ultime, l’è molto meno nelle prose letterarie che nelle politiche. Le quali sono così sconnesse, che, come diceva un uomo di molto spirito, non si leggono se non per la curiosità di trovarci un periodo che abbia che fare col seguente e col precedente; quantunque non sarei lontano dal concedere che ci possa parere un pregio quella certa vibratezza e concisione con cui sono talora espressi alcuni concetti che fermano».—Dei suoi fini e intendimenti politici poi, il Bonghi così giudicava: «Quanto a me, amo il Foscolo; ho simpatia per lui; le sue sventure m’addolorano; ho per quest’Italia tutto quell’amore che aveva lui; e se non l’amo proprio alla sua maniera, è perchè non mi riesce d’intendere quale fosse propriamente questa sua maniera». E a un tapinello che volle mostrarsi scandalizzato e sdegnato di questo giudizio, il Bonghi replicava (pag. 285): «Mi farebbe, invece, grazia ad insegnarmi cosa il Foscolo sperasse per questa Italia che amava, quale avvenire, quali ordini? Questo è quello che non m’è parso d’intendere da’ suoi scritti».

[71]Pensieri inediti di Ruggiero Bonghi, ecc.; Lucera, 1899, pag. 89 e 84.—Nella VI delle sueLettere critiche, da Stresa, 30 aprile 1855 (nell’edizione milanese del 1873, pag. 67), il Bonghi lasciò un pubblico ricordo del giudizio manzoniano. Notata «l’imperfezione grandissima delle facoltà discorsive e ragionative» del Foscolo, «imperfezione tanta e tale da non riuscirgli di ragionare neppure le cose ragionevoli che dice», ripigliava: «Questo difetto insieme cogli altri è molto meno evidente nelle prose scritte in inglese che non in quelle che ha scritto in italiano, e tra le ultime, l’è molto meno nelle prose letterarie che nelle politiche. Le quali sono così sconnesse, che, come diceva un uomo di molto spirito, non si leggono se non per la curiosità di trovarci un periodo che abbia che fare col seguente e col precedente; quantunque non sarei lontano dal concedere che ci possa parere un pregio quella certa vibratezza e concisione con cui sono talora espressi alcuni concetti che fermano».—Dei suoi fini e intendimenti politici poi, il Bonghi così giudicava: «Quanto a me, amo il Foscolo; ho simpatia per lui; le sue sventure m’addolorano; ho per quest’Italia tutto quell’amore che aveva lui; e se non l’amo proprio alla sua maniera, è perchè non mi riesce d’intendere quale fosse propriamente questa sua maniera». E a un tapinello che volle mostrarsi scandalizzato e sdegnato di questo giudizio, il Bonghi replicava (pag. 285): «Mi farebbe, invece, grazia ad insegnarmi cosa il Foscolo sperasse per questa Italia che amava, quale avvenire, quali ordini? Questo è quello che non m’è parso d’intendere da’ suoi scritti».

Il 23 aprile, mentre a Mantova il principe Eugenio firmava una seconda convenzione militare, con la quale si consegnava all’Austria il territorio che già costituì il Regno d’Italia, «insino a che sarà conosciuta la sorte definitiva del paese»; qui a Milano i Collegi Elettorali formulavano l’indirizzo che i loro delegati dovevan presentare, in Parigi, agli Alleati. Vi chiedevano: «l’assoluta indipendenza del nuovo Stato Italiano; la maggiore estensione di confini del nuovo Stato; una Costituzione liberale...., che ammetta una rappresentanza nazionale a cui spetti esclusivamente formare le leggi...; un governo monarchico ereditario, primogeniale, ed un principe che per la sua origine e per le sue qualità ci possa far dimenticare i mali che abbiamo sofferti durante l’ora cessato governo».

Ah sì! Il 26, l’avanguardia austriaca occupava Pizzighettone,e il commissario imperiale, generale marchese Annibale Sommariva lodigiano, giungeva a Milano, a «prendervi possesso, in nome delle Alte Potenze Alleate, dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti che nel Regno d’Italia non sono ancora stati conquistati dalle truppe alleate». Il giorno stesso, la Reggenza provvisoria pubblicava un proclama al popolo, per esortarlo a ricevere «come veri liberatori» i soldati dell’Austria, «che hanno esposta la vita», diceva, «per la vostra salvezza»; e perciò «accoglieteli coll’ospitalità loro dovuta, aprendo loro le domestiche mura». E a buon conto insisteva, per paura di non esser frantesa: «La Reggenza, fidente nel carattere italiano e assicurata dalle intenzioni dei vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani nella capitale, e che il debito e le circostanze esigono che alloggi privati siano posti a disposizione degli ufficiali».

Povero «carattere italiano»! Di buona o cattiva voglia, soprattutto di cattiva, bisognò schiuderle «le domestiche mura» a quelle sudice masnade di tedeschi e di boemi, di croati e di panduri. E anche al Manzoni toccò di vedersi invase, da quegli ospiti così poco gradevoli e graditi, la casa di città e le due di campagna: «un nuovo flagello»! La signora Enrichetta scriveva, il 24 maggio, alla cugina Carlotta:

«Ebbi i miei due bambini malati nei giorni scorsi.... La mamma anch’essa fu malata per un mese... Ora noi siamo ingombri di soldati. Le nostre case in città ed in campagna ne furono e ne sono ancora occupate, e non si sa troppo come bastare alla spesa».

«Ebbi i miei due bambini malati nei giorni scorsi.... La mamma anch’essa fu malata per un mese... Ora noi siamo ingombri di soldati. Le nostre case in città ed in campagna ne furono e ne sono ancora occupate, e non si sa troppo come bastare alla spesa».

Più tardi, il 26 luglio, la signora Giulia dava qualche nuovo particolare allo zio Michele:

«Ho avuto tanti malati in casa..... Sospiriamo tutti di andare in campagna, ma avevamo tutte le nostre case piene zeppe di soldati. Il nostro Lecco è rovinato intieramente dal soggiorno di otto mesi di soldati, di donne e figli; anche adesso è tutta ingombrata. A Brusuglio avevamo quaranta soldati; ho ottenuto che partissero, perchè per la salute nostra, e massime d’Enrichetta che deve prendere i bagni, necessita la nostra andata colà. Difatto altro non occorrendo, vi andiamo domani. Le spese straordinarie e forzose di questo inverno ci hanno impedito di ultimare la nostra casa nuova; bisogna che abitiamo la vecchia in pessimo stato, perchè non ci conviene riadattarla. Qui fa caldissimo, Milano è piena di gente, perchè i militari vi formicolano...».

«Ho avuto tanti malati in casa..... Sospiriamo tutti di andare in campagna, ma avevamo tutte le nostre case piene zeppe di soldati. Il nostro Lecco è rovinato intieramente dal soggiorno di otto mesi di soldati, di donne e figli; anche adesso è tutta ingombrata. A Brusuglio avevamo quaranta soldati; ho ottenuto che partissero, perchè per la salute nostra, e massime d’Enrichetta che deve prendere i bagni, necessita la nostra andata colà. Difatto altro non occorrendo, vi andiamo domani. Le spese straordinarie e forzose di questo inverno ci hanno impedito di ultimare la nostra casa nuova; bisogna che abitiamo la vecchia in pessimo stato, perchè non ci conviene riadattarla. Qui fa caldissimo, Milano è piena di gente, perchè i militari vi formicolano...».

E il 6 gennaio 1815, ritornati a Milano dalla villa di Lecco, soggiungeva:

«Grazie a Dio, si sono rimessi tutti [i bambini], mediante la buon’aria di Lecco; chè, a forza d’impegni, ci è stato permesso di andarvi; dico per impegni, giacchè la nostra povera casa era da un anno occupata intieramente da soldati, così che abbiamo dovuto far lavare tutta la casa, dai materazzi, e rimontar tutto, inclusivamente gli utensili di cucina, con una spesa non indifferente. Eravamo bene colà; ma dovemmo presto ritornare qui, perchè ci volevano occupare le nostre proprie stanze con alloggi; e notate che non ne abbiamo una che non ci sia necessaria. Venimmo dunque a Milano.... Alessandro è un po’ affaticato per gli affari».

«Grazie a Dio, si sono rimessi tutti [i bambini], mediante la buon’aria di Lecco; chè, a forza d’impegni, ci è stato permesso di andarvi; dico per impegni, giacchè la nostra povera casa era da un anno occupata intieramente da soldati, così che abbiamo dovuto far lavare tutta la casa, dai materazzi, e rimontar tutto, inclusivamente gli utensili di cucina, con una spesa non indifferente. Eravamo bene colà; ma dovemmo presto ritornare qui, perchè ci volevano occupare le nostre proprie stanze con alloggi; e notate che non ne abbiamo una che non ci sia necessaria. Venimmo dunque a Milano.... Alessandro è un po’ affaticato per gli affari».

Disingannato anch’egli come i suoi generosi amici di Milano, Alessandro, in quell’angoscioso trambusto, tacque con gli amici lontani. Dopo la lettera del 24 aprile 1814, ei non riscrive al Fauriel fino al 25 marzo 1816. E quante cose non ebbe da osservare, e quante meditazioni non ebbe da fare, in quei due anni!

Il 28 aprile, l’avanguardia del Neipperg entrò in Milano, alle 4 del pomeriggio, da porta Romana. Una doppia fila di circa ottocento militi della Guardia Civica, «armati e ben montati», faceva ala. Le milizie austriache, cenciose e polverose, sfilarono a suon di musica, tra un silenzio reso più solenne e significativo dagl’isolati evviva interessati o prezzolati.[72]Si sperava ancora che quella soldataglia un giorno o l’altro sarebbe dovuto sloggiare; e si sollecitava perciò la decisione delle Potenze Alleate.

I delegati dei Collegi Elettorali erano in via. Il primo a giungere a Parigi fu il Confalonieri, che aveva compiuto in sei giorni (un tempo che parve assai breve) il viaggio. Era lui il Beccaria. Le notizie che potè raccogliere non furon molto confortanti. Pare che allora gli sorridesse l’idea d’una Confederazione degli Stati italiani, stretta intorno alla dinastia di Savoia, «già la più forte dell’Italia nordica»; rinunziavaper suo conto anche al piacere di conservar la capitale a Milano. Ma c’era ben altro a cui quei generosi avrebbero dovuto rinunziare! Gli altri delegati tardavano: il Trivulzio e il Sommi giunsero il 3 maggio, il Litta e il Somaglia, il 4; il conte Fè, che fu l’ultimo, il 13. Fin dal 3 maggio il Confalonieri scriveva intanto alla moglie: «Il Veneziano e la Lombardia sono assolutamente devoluti all’Austria: possa questa corona esser posta sulla testa d’un principe da sè, e i nostri voti avranno esito; ma l’orizzonte su di ciò mi fa tremare!». E il giorno appresso: «L’Austria è l’arbitra, la padrona assoluta dei nostri destini.... Non trattasi più di domandare alle Alleate Potenze: Costituzione libera, indipendenza, regno ecc. ecc.; trattasi d’implorare ciò che un padrone ci vorrà accordare!».

Pure, essi intrapresero con coraggio lavia crucis. Chiesero ed ottennero d’esser ricevuti, il giorno 7, dall’imperatore Francesco. Il quale dichiarò, con decantata benevolenza: «Voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista; vi amo come miei buoni sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore della vostra salvezza e del vostro bene». E non volle sentir parlare di condizioni o di concessioni; e quando uno dei delegati si lasciò sfuggire il nome di Regno Italico, il delicato sovrano interruppe: «Regno Italico no, perchè io non spingo le mie mire a quel che dev’esser d’altri!».—Metternich fu, se fosse stato possibile, anche più esplicito.—L’imperatore Alessandro fece sapere che li avrebbe ricevuti solo come illustri italiani, non potendo loro riconoscere nessuna veste ufficiale; e li congedò, dopo un discorsetto sul bel paese e sul bel tempo, ringraziandoli d’avergli procuratole plaisir de faire votre connaissance individuelle.—Il ministro di Prussia, Guglielmo di Humboldt, fece intendere abbastanza chiaramente che al suo paese non dispiaceva che l’Austria s’ingrandisse in Italia, lasciando così alla Prussia il modo d’allargarsi in Germania.—Rimaneva un’ultima speranza, nel Gabinetto Inglese; e la Reggenza, da Milano, spingeva i Delegati a quest’ultimo passo, con la fiducia della disperazione. Gli ammiragli e i generali inglesi, venuti in Italia, s’eran tanto piena la bocca di libertà e dicostituzioni liberali!.... Ma lord Aberdeen e il visconte di Castlereagh osservarono che a godere il benefizio delle istituzioni inglesi bisognava esser già preparati; e l’Italia non lo era, tanto che in Sicilia la Costituzione aveva fatto cattiva prova; si rassegnasse perciò la Lombardia al governo dell’Austria, che a buon conto non era più la Francia, che anzi era ottimamente disposta a far la felicità degl’Italiani!

Intanto, l’8 maggio, era entrato in Milano, con altri dodici mila uomini (a cui ne seguirono subito altri cinquemila), il maresciallo Bellegarde, investito, com’egli proclamò, «di pieni poteri nelle provincie del Regno d’Italia ora distrutto, e già appartenenti alla Lombardia austriaca»: questo richiamo storico non era inopportuno! Nello stesso giorno, il conte Bubna entrava in Torino come governatore militare del Piemonte, alla testa di altre milizie austriache.—Una commissione dei Collegi Elettorali, con a capo il presidente Giovio, si presentò al Bellegarde per raccomandargli: «Voi tanto vicino al monarca, che con tanta gloria siede sul trono di Carlomagno e degli Ottoni, dovete esser nostro intercessore presso le Potenze Alleate, e procurare al nostro paese l’indipendenza garantita da savie leggi e da un principe che meriti le benedizioni di noi tutti». Ma se il Maresciallo non pensava ad altro!... Che cosa essi intendevano perindipendenza?...

Il 13 maggio, monsignor Rivarola plenipotenziario di Pio VII entrava in Roma, a prepararvi l’arrivo di Sua Santità, che n’era scappato la notte del 6 luglio 1809. —Il 17, sbarcò a Genova, proveniente dalla Sardegna, Vittorio Emanuele I; e, a riceverlo come sovrano, si trovò quel medesimo lord Bentinck, che aveva destate tante speranze repubblicane.—E tra il 17 e il 20, il commissario imperiale conte Strassoldo prese possesso, in nome di Maria Luigia, dei già dipartimenti di Parma, Piacenza e Guastalla. —Il 22, giunse a Milano un messo del Confalonieri, ad avvertire la Reggenza che le Potenze avevano oramai deciso circa la nuova configurazione politica della Penisola.—Il 25, vi si vide su per le cantonate il primo avviso in cui ricomparve l’aquila bicipite.—Il giorno dopo, venivan disciolti iCollegi Elettorali, soppressi il Senato e il Consiglio di Stato. Fu conservata la Reggenza, ma decapitata dell’unico liberale, il Verri: il Commissario imperiale ne assunse egli la presidenza!—Così, dopo solo nove anni di vita, promettente se non rigogliosa, era trucidato ilbello italo regno. Quellagenteche si era credutarisorta, veniva scissa nuovamente involghi spregiati,

E, a ritroso degli anni e dei fati,

E, a ritroso degli anni e dei fati,

E, a ritroso degli anni e dei fati,

E, a ritroso degli anni e dei fati,

risospinta aiprischi dolor.

Il 12 giugno, i banditori del comune percorrevano Milano annunziando, nei crocicchi, a suon di tromba, essere i Lombardi sudditi dell’Austria, in forza del trattato di pace concluso a Parigi il 30 maggio, tra S. M. Francesco I ed i suoi alleati. Il Maresciallo proclamò: «Popoli della Lombardia! Una sorte felice vi è destinata! Le vostre provincie sono definitivamente aggregate all’Impero d’Austria. Voi rimarrete tutti uniti ed egualmente protetti sotto lo scettro dell’augustissimo imperatore e re Francesco I, padre adorato dai suoi sudditi, sovrano desideratissimo dagli Stati che godono la felicità di appartenergli». Sarebbe stato più prudente aspettare che i nuovi sudditi esprimessero spontaneamente una tanta gioia; ma il Commissario si dichiarava così sicuro d’interpretarne fedelmente i sentimenti!.... «Noi siamo convinti», egli soggiungeva, «che gli animi vostri saranno pieni di gioia nel contemplare un’epoca felice del pari che avventurata, e che la vostra riconoscenza trasmetterà alle remote generazioni una prova indelebile della vostra devozione e fedeltà!». L’Italia, dunque, riconquistava, come non riconoscerlo?, la tanto desiderata indipendenza: non voleva essa forse l’indipendenza.... dalla Francia? Ah l’ipocrisia diplomatica!

Il 13, in tutte le chiese della città e del suburbio, fu cantato—e fin dall’alba intermittenti colpi di cannone chiamarono i fedeli al sacro rito—un solenne imperialTe Deum. La sera dopo, al teatro della Cannobiana, «fu dato per tema», narra il Mantovani, «ad un improvvisatoreLa battaglia di Lipsia. Verseggiando egli, come doveva, in lode degli Alleati, sorse un forte susurro, ed in mezzo ai fischi non silasciò continuare. Il teatro fu sgombrato per ordine superiore». Il diarista soggiunge, accorato: «Pessimi preludii!». Certo, non era per rinato amore al vinto di Lipsia; ma al governo austriaco conveniva di crederlo. E fece correre e diffuse le più sconce ed ingenerose satire e caricature del paventato coatto dell’Elba; e s’affrettò a cancellare, in città, le orme del vincitore di Marengo, ribattezzando quello che già fu, ed è tornato,Foro Bonaparte,[73]e quella che era stata chiamataPorta Marengoed ora è Porta Ticinese, e laContrada della Riconoscenzaora Corso Venezia, e laPiazza del Tagliamentoora Piazza Fontana.[74]Benchè incatenato, e in gabbia, il leone metteva paura.

Anche la casa mezzo guasta del Prina dava fastidio per le memorie che destava: la sorte che ieri toccò a quel ministro, sarebbe potuta domani toccare ad altri; non c’è forse l’epidemia o la suggestione dei ricordi? E fu deciso di ampliare e regolare la Piazza San Fedele; che voleva dire spazzar via, coi rottami, ogni segno visibile della rivolta. Il 25 maggio, fu pubblicato il primo avviso d’asta per la demolizione; il 6 giugno, il secondo: e furon subito iniziati i lavori. Il 26 luglio, la madre del Manzoni scriveva allo zio Michele:

«Sono appresso a formare una piazza, atterrando la casa del fu ministro delle Finanze: siccome questa è nelle nostre vicinanze, così ve ne parlo».

«Sono appresso a formare una piazza, atterrando la casa del fu ministro delle Finanze: siccome questa è nelle nostre vicinanze, così ve ne parlo».

Oggi, nel bel mezzo della tranquilla piazzetta; con la fronte rivolta a quella che fu la casa degl’Imbonati e poi dei Blondel, e che ospitò dal 1830 al 1834 Massimo d’Azeglio, e ora è il Teatro Manzoni; sorge la statua del grande poeta, opera egregia del Barzaghi, inaugurata il 22 maggio 1883, dieci anni dopo la morte. Dietro, è la chiesa di San Fedele, dove il vecchio venerando si trascinava tutte le mattine; al lato destro, il palazzo del Comune; al sinistro, lo sfondo di quella che fu la casa del Prina, ove poi, nel 1848, dimorò Giuseppe Mazzini. «Ah!», esclamerebbe forse anche qui don Abbondio, «se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male....; ma guarire, ve’!».

[72]Il diaristaMantovani, austriacante, se ne mostra tuttavia contento. Narra che le truppe furono ricevute «con incessanti evviva: nessuna confusione, nè incidenti clamorosi: tanto è vero chel’allegria sincera e cordiale non è mai disgiunta dalla giusta moderazione anche tra il basso popolo!».[73]Napoleone primo console, con decreto 23 giugno 1800, ordinò che si radessero al suolo i baluardi circondanti il Castello sforzesco, detto allora di Porta Giovia; e il Governo della restaurata Repubblica Cisalpina, con legge del 30 nevoso dell’anno IX (20 gennaio 1801), stabilì: «L’area del demolito castello di Milano e del suo spalto, viene denominataForo Bonaparte». Con le pietre degli spalti demoliti, si costruì, nel 1805, su disegni di Luigi Canonica, l’anfiteatro che fu dettol’Arena.[74]Furono anche sospesi i lavori, deliberati dalla città nel 1806, per ricostruire in modo duraturo l’arco trionfale, ideato dal Cagnola per l’ingresso di Eugenio e di Amalia; e alle composizioni scultorie e alle iscrizioni esaltanti Napoleone, ne furono sostituite altre che ne ricordavan la caduta. Così l’arco napoleonico prese il nome, che ancora conserva, diArco della Pace; benchè ora le epigrafi inneggino all’entrata di re Vittorio e di Napoleone III.

[72]Il diaristaMantovani, austriacante, se ne mostra tuttavia contento. Narra che le truppe furono ricevute «con incessanti evviva: nessuna confusione, nè incidenti clamorosi: tanto è vero chel’allegria sincera e cordiale non è mai disgiunta dalla giusta moderazione anche tra il basso popolo!».

[72]Il diaristaMantovani, austriacante, se ne mostra tuttavia contento. Narra che le truppe furono ricevute «con incessanti evviva: nessuna confusione, nè incidenti clamorosi: tanto è vero chel’allegria sincera e cordiale non è mai disgiunta dalla giusta moderazione anche tra il basso popolo!».

[73]Napoleone primo console, con decreto 23 giugno 1800, ordinò che si radessero al suolo i baluardi circondanti il Castello sforzesco, detto allora di Porta Giovia; e il Governo della restaurata Repubblica Cisalpina, con legge del 30 nevoso dell’anno IX (20 gennaio 1801), stabilì: «L’area del demolito castello di Milano e del suo spalto, viene denominataForo Bonaparte». Con le pietre degli spalti demoliti, si costruì, nel 1805, su disegni di Luigi Canonica, l’anfiteatro che fu dettol’Arena.

[73]Napoleone primo console, con decreto 23 giugno 1800, ordinò che si radessero al suolo i baluardi circondanti il Castello sforzesco, detto allora di Porta Giovia; e il Governo della restaurata Repubblica Cisalpina, con legge del 30 nevoso dell’anno IX (20 gennaio 1801), stabilì: «L’area del demolito castello di Milano e del suo spalto, viene denominataForo Bonaparte». Con le pietre degli spalti demoliti, si costruì, nel 1805, su disegni di Luigi Canonica, l’anfiteatro che fu dettol’Arena.

[74]Furono anche sospesi i lavori, deliberati dalla città nel 1806, per ricostruire in modo duraturo l’arco trionfale, ideato dal Cagnola per l’ingresso di Eugenio e di Amalia; e alle composizioni scultorie e alle iscrizioni esaltanti Napoleone, ne furono sostituite altre che ne ricordavan la caduta. Così l’arco napoleonico prese il nome, che ancora conserva, diArco della Pace; benchè ora le epigrafi inneggino all’entrata di re Vittorio e di Napoleone III.

[74]Furono anche sospesi i lavori, deliberati dalla città nel 1806, per ricostruire in modo duraturo l’arco trionfale, ideato dal Cagnola per l’ingresso di Eugenio e di Amalia; e alle composizioni scultorie e alle iscrizioni esaltanti Napoleone, ne furono sostituite altre che ne ricordavan la caduta. Così l’arco napoleonico prese il nome, che ancora conserva, diArco della Pace; benchè ora le epigrafi inneggino all’entrata di re Vittorio e di Napoleone III.

L’11 luglio [1814], il Manzoni riprese tra mani l’inno, che aveva lasciato alla seconda strofa, sullaPassione. Ne scrisse ancora due strofe; e lasciò di nuovo, e non lo riprese che il gennaio successivo, per nuovamente interrompersi e nuovamente riprenderlo nel settembre, e compierlo, finalmente, nell’ottobre. Decisamente le Muse pudiche si rifiutavano di dimorare in una città così ingombra di soldataglia esotica; e il poeta non le poteva ospitare in campagna, perchè le due sue ville v’eran divenute caserme!

Fra tanti danni, questo vantaggio ci fu di sicuro: che quando, pochi anni dopo, il romanziere imprese a descrivere i saccheggi e gli orrori che, due secoli prima, altre e più brutali soldatesche esotiche seminarono in quelle care borgate che s’inerpicano su pei monti o si nascondono nelle valli, intorno al San Martino e al Resegone, ei non ebbe a lavorar molto di fantasia! Quel Bellegarde secentesco e spagnolesco che fu Don Gonzalo, aveva anche lui protestato, in nome del suo re, «di non volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino alla sentenza dell’imperatore»; e il buon popolo ambrosiano, mentre le grandi potenze erano in armi per disputarsi la ghiotta preda, s’era anche allora sfogato con una sedizione, la quale, anche allora, non valse senon a richiamare nuova marmaglia straniera; e allora pure, mentre l’un esercito ci stava sul collo, un altro, francese, era venuto a «inondare i nostri dolci campi». E poi, «mentre quell’esercito se n’andava da una parte, quello di Ferdinando [II, d’Austria] si avvicinava dall’altra; aveva invaso il paese de’ Grigioni e la Valtellina; si disponeva a calar nel milanese». Codeste «truppe alemanne» eran guidate dal conte Rambaldo di Collalto, un condottiero meno incivilito del Bellegarde. Mal pagate, esse avevano già «desolata la Germania» sotto il comando del Wallenstein; e ora venivano, come uno sciame di cavallette, giù lungo «tutto il corso che fa l’Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po», e lungo un buon tratto di questo fino al Mincio. Il giorno che dalla Valsàssina quei demòni «sboccarono nel territorio di Lecco», che spavento per quella povera gente, e che danni!

«Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva a sacco addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via, spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l’astuzie per salvar la roba, riuscivano per lo più inutili; qualche volta portavano danni maggiori. I soldati, gente più pratica degli stratagemmi anche di questa guerra, frugavano per tutti i buchi delle case, smuravano, diroccavano; conoscevan facilmente negli orti la terra smossa di fresco; andarono fino su per i monti a rubare il bestiame; andarono nelle grotte, guidati da qualche birbante del paese, in cerca di qualche ricco che vi si fosse rimpiattato; lo strascinavano alla sua casa, e con tortura di minacce e di percosse, lo costringevano a indicare il tesoro nascosto».

«Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva a sacco addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via, spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l’astuzie per salvar la roba, riuscivano per lo più inutili; qualche volta portavano danni maggiori. I soldati, gente più pratica degli stratagemmi anche di questa guerra, frugavano per tutti i buchi delle case, smuravano, diroccavano; conoscevan facilmente negli orti la terra smossa di fresco; andarono fino su per i monti a rubare il bestiame; andarono nelle grotte, guidati da qualche birbante del paese, in cerca di qualche ricco che vi si fosse rimpiattato; lo strascinavano alla sua casa, e con tortura di minacce e di percosse, lo costringevano a indicare il tesoro nascosto».

Sono scene non solo verosimili, ma vere forse. I nipoti di quei lanzichenecchi il romanziere li aveva veduti, anzi avuti per casa! E aveva pur visto i nipoti di que’cappelletti, che mettevan nuova paura in corpo al già tanto impaurito don Abbondio. Chi non ricorda?

«Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata: ma si sapeva ch’era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone dicappelletti, il qual dovevacosteggiare il confine, per tenere in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, nè più nè meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano».[75]

«Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata: ma si sapeva ch’era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone dicappelletti, il qual dovevacosteggiare il confine, per tenere in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, nè più nè meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano».[75]

Sicuro: perchè anche il 29 giugno del 1814, il Bellegarde, per reprimere quel vero brigantaggio che i malcontenti d’ogni genere, soldati disertori e impiegati licenziati, esercitavano su larga scala in tutto il territorio e fin presso le mura di Milano, aveva dovuto mandare in perlustrazione uno squadrone di ottocento cavalieri;e quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini!

Oh non era punto un bel vivere a Milano, durante l’imperversare della reazione austriaca; ci si stava press’a poco come durante la guerra per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga! Il Bellegarde riferiva al suo imperatore che se la nobiltà, il clero, la popolazione del contado avevano conservato un certo attaccamento alla Casa d’Austria, le classi medie, i militari e gl’impiegati, le si dimostravano ostinatamente avverse: forse, diceva, la vicinanza di Napoleone e il contegno del Re di Napoli alimentano le loro segrete speranze. Un poliziotto mandato a posta da Vienna, il 26 giugno scriveva al suo governo: «Facendo nuove conoscenze, ho già dovuto rilevare con rammarico che noi Tedeschi siamo quasi generalmente odiati; vi assicuro che il malcontento eccede ogni limite, e che ci caccerebbero precisamente collo stesso piacere con cui ci hanno accolti or fanno sette settimane»[76]. Al Commissario imperiale occorreva procedere con una grande prudenza; la quale poi dava noia, come suole, ai reazionari arrabbiati, che gli mutarono il nome inBelletardi. Si buccinò anche d’una congiura militare, che per il 5 agosto doveva mettere a fuoco e fiamme tutta la Lombardia: leloggedei Frammassoni e levenditedei Carbonari avevan tutto preparato, si diceva, per la proclamazione della Repubblica Italiana. Il Bellegarde sarebbe stato disposto a non prestar fede a simili fandonie; ma il Gabinettoimperiale voleva indagare, avere liste di proscrizioni, reprimere esemplarmente. Alcuni cavalieri d’industria, un Comelli von Stuckenfeld e un Esquiron de St. Agnan, specularono su quella paura e pescarono in quel torbido. Il 5 agosto passa tranquillo; non importa, la sollevazione si seppe esser rimandata all’ottobre. Anche l’ottobre passò tranquillo; ma.... c’era stato un contrattempo. Finalmente, il St. Agnan fa il colpo; ruba alcuni documenti, e nella notte dal 3 al 4 dicembre consegna ai gendarmi il medico Rasori, l’avvocato Lattuada ed altri ardenti e imprudenti complici della terribile trama. Dell’inesorabile imperatore era alfin paga la «terribil ira!».

Fu una sconcia tragicommedia; ma che strazio assistere a un tanto avvilimento della patria, dopo tante illusioni e speranze!

E questa donna di cotanto lido,Questa antica, gentil donna pugnace,

E questa donna di cotanto lido,Questa antica, gentil donna pugnace,

E questa donna di cotanto lido,Questa antica, gentil donna pugnace,

E questa donna di cotanto lido,

Questa antica, gentil donna pugnace,

tornava a essere avvinta da

Genti che non vorrian toccarla unita,E da lor scissa la pascean d’offese.

Genti che non vorrian toccarla unita,E da lor scissa la pascean d’offese.

Genti che non vorrian toccarla unita,E da lor scissa la pascean d’offese.

Genti che non vorrian toccarla unita,

E da lor scissa la pascean d’offese.

Povera, diseredata, avvilita e derelitta Italia![77]

Essa in disparte, e posto al labbro il dito,Dovea il fato aspettar dal suo nemico,Come siede il mendicoAlla porta del ricco in sulla via;Alcun non passa che lo chiami amico,E non gli far dispetto è cortesia.[78]

Essa in disparte, e posto al labbro il dito,Dovea il fato aspettar dal suo nemico,Come siede il mendicoAlla porta del ricco in sulla via;Alcun non passa che lo chiami amico,E non gli far dispetto è cortesia.[78]

Essa in disparte, e posto al labbro il dito,Dovea il fato aspettar dal suo nemico,Come siede il mendicoAlla porta del ricco in sulla via;Alcun non passa che lo chiami amico,E non gli far dispetto è cortesia.[78]

Essa in disparte, e posto al labbro il dito,

Dovea il fato aspettar dal suo nemico,

Come siede il mendico

Alla porta del ricco in sulla via;

Alcun non passa che lo chiami amico,

E non gli far dispetto è cortesia.[78]

Sennonché, tra quella folla di sovrani, «tutti anelanti a farle oltraggio», ce n’era pur uno, a cui gli occhi dei patrioti si volgevano con desiderio e fiducia. Era, sì, nato di là dalle Alpi, ma la fortuna e la virtù militare gli avean posto in mano il freno delle più belle contrade della Penisola. Baldo, insofferente, generoso, perchè non avrebbe egli osato finalmente di proferir quella parola «che tante etadi indarno Italia attese?».

In te sol uno un raggioDi nostra speme ancor vivea, pensandoCh’era in Italia un suol senza servaggio,Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.

In te sol uno un raggioDi nostra speme ancor vivea, pensandoCh’era in Italia un suol senza servaggio,Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.

In te sol uno un raggioDi nostra speme ancor vivea, pensandoCh’era in Italia un suol senza servaggio,Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.

In te sol uno un raggio

Di nostra speme ancor vivea, pensando

Ch’era in Italia un suol senza servaggio,

Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.

[75]Promessi Sposi, capp. XXVII, XXVIII e XXIX.[76]Von Helfert,La caduta della dominazione franceseecc., pag. 161-62.[77]Per siffatte figurazioni dell’Italia, rimando a quanto già ebbi a scriverne per illustrare il primo deiCantileopardiani. (Cfr.I Canti di G. Leopardiecc., Milano, Hoepli, 1900, pag. 230 ss.). Qui richiamo laprosa primadelMisogallo, in cui l’Alfieri, dedicando quell’operucciaallaVenerabile Italia, le dice: «Onde, ed a quella augusta Matrona, che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (purtroppo!) inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente; ed a quella che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima,libera ed una....».

[75]Promessi Sposi, capp. XXVII, XXVIII e XXIX.

[75]Promessi Sposi, capp. XXVII, XXVIII e XXIX.

[76]Von Helfert,La caduta della dominazione franceseecc., pag. 161-62.

[76]Von Helfert,La caduta della dominazione franceseecc., pag. 161-62.

[77]Per siffatte figurazioni dell’Italia, rimando a quanto già ebbi a scriverne per illustrare il primo deiCantileopardiani. (Cfr.I Canti di G. Leopardiecc., Milano, Hoepli, 1900, pag. 230 ss.). Qui richiamo laprosa primadelMisogallo, in cui l’Alfieri, dedicando quell’operucciaallaVenerabile Italia, le dice: «Onde, ed a quella augusta Matrona, che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (purtroppo!) inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente; ed a quella che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima,libera ed una....».

[77]Per siffatte figurazioni dell’Italia, rimando a quanto già ebbi a scriverne per illustrare il primo deiCantileopardiani. (Cfr.I Canti di G. Leopardiecc., Milano, Hoepli, 1900, pag. 230 ss.). Qui richiamo laprosa primadelMisogallo, in cui l’Alfieri, dedicando quell’operucciaallaVenerabile Italia, le dice: «Onde, ed a quella augusta Matrona, che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (purtroppo!) inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente; ed a quella che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima,libera ed una....».

Gioacchino Murat è, dopo Napoleone, il personaggio forse più interessante della immane tragedia ch’ebbe il suo prologo il 21 gennaio 1793, in quella piazza di Parigi dove il carnefice della Rivoluzione troncò il capo d’un re per diritto divino, e il suo epilogo il 5 maggio 1821, nella remota isola del Pacifico, dove i principi di diritto divino avevan confinato l’audace figlio della Rivoluzione, che s’era incoronato re e imperatore con le sue proprie mani. Nato di popolo, bello, sveglio, manesco, Murat era un seducente tipo di soldato e d’avventuriero. Amava la sua lucente uniforme e il suocavallo quanto la sua stessa persona; della quale era vano, anche perchè essa valeva a conquistargli subito le più ambite simpatie. Non aveva né principii morali né convinzioni politiche molto salde: così che urlò da prima coi lupi della Rivoluzione, e persino alterò il suo nome in Marat; e poi, quando volle cattivarsi l’animo del despota, diè la caccia a quei lupi, e si compiacque d’esser chiamato Gioacchino Napoleone.

Bonaparte non vide in lui un possibile rivale, e gli agevolò l’ascesa. Lo condusse con sè in Italia, nel 1796; e dopo l’armistizio di Cherasco, ne propose la promozione a generale di brigata. Gli affidò anche missioni militari e diplomatiche a Genova, in Toscana, nella Valtellina, a Roma; lo volle poi in Egitto, dove l’impareggiabile generale di cavalleria manifestò tutta la sua bravura; e lo ebbe a fianco, tra’ più fidi e gagliardi, in Parigi, nei foschi giorni di brumaio. Gioacchino richiese, quasi in compenso di tali servigi, la mano di Carolina, l’ultima sorella del Primo Console, che questi vagheggiava di maritare a Moreau. Il cuore già lo possedeva: lo aveva preso d’assalto qui, quattro anni prima, nelle sale e nei boschetti della villa Crivelli-Serbelloni a Mombello, dove ora è il manicomio. Quelle nozze, in forma puramente civile, furon celebrate il 20 gennaio 1800; ma due anni dopo, esse furon benedette dal cardinal Caprara. Per convenienza politica, questi napoleonidi sollecitarono ciò che, otto anni dopo, i coniugi Manzoni avrebbero compiuto per rinata convinzione religiosa.

Al Murat, in quella eroica primavera, fu assegnato il còmpito di condurre, attraverso il San Bernardo, il grosso nerbo di cavalleria di quell’esercito della riserva, che Napoleone, rinnovando in sè gli ardimenti di Annibale e di Carlomagno, riversava in Italia. Quali ansie, tra quei monti

Erti, nudi, tremendi, inabitatiSe non da spirti: ed uom mortal giammaiNon li varcò!

Erti, nudi, tremendi, inabitatiSe non da spirti: ed uom mortal giammaiNon li varcò!

Erti, nudi, tremendi, inabitatiSe non da spirti: ed uom mortal giammaiNon li varcò!

Erti, nudi, tremendi, inabitati

Se non da spirti: ed uom mortal giammai

Non li varcò!

Come gli saranno parse lunghe quelle quindici ore, che i suoi seimila e duecento cavalieri spesero su per gliasprisentierie ibalzi dirotti, che separano la gola di Minouée dalla capanna della Vaccheria! La fanteria precedeva per la Valle d’Aosta, ed aveva ricacciata a Châtillon una colonna nemica, quand’ecco si trovò di fronte alle formidabili posizioni di Bard. La natura pareva avesse preparato il campo al nemico: «gli abissi intorno gli scavò per fossati», e i monti eran «le sue torri e i battifredi».

Ogni più picciol varcoChiuso è di mura, onde insultare ai millePotrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

Ogni più picciol varcoChiuso è di mura, onde insultare ai millePotrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

Ogni più picciol varcoChiuso è di mura, onde insultare ai millePotrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

Ogni più picciol varco

Chiuso è di mura, onde insultare ai mille

Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

Ma non mancò neppur questa volta chi additò all’esercito invasore un sentiero, onde girare in largo e piombare alle spalle dei difensori. E mentre una divisione asserragliava il forte, la fanteria, e dietro di essa la cavalleria, sfilaronper greppi senz’orma, e giù per Ivrea sboccarono «in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e ne’ frutteti Carchi di poma».

Non è possibile che il poeta, il quale una ventina d’anni dopo intendeva a ricostruire, sugli scarsi accenni dei cronisti, il dramma della più remota discesa dei Franchi, e metteva sulle labbra del diacono Martino la immaginosa narrazione del suo singolare viaggio attraverso le Alpi ignote[79], nonavesse l’occhio e la mente al memorando passaggio che s’era compiuto, per così dire, sotto i suoi occhi. Chi sa quanti racconti di testimoni, con quanti particolari, non gli sarà toccato d’ascoltare! E quanti colori non vi avrà attinto, anche per la magnifica scena che segue, dei Longobardi sorpresi, sconfitti, messi in fuga! Essa è così viva e mossa, come nessun’altra del nostro teatro tragico; anche più di quella, pur tanto ricca d’azione e d’affetti, in cui Saul, sopraffatto dai fuggenti e in cospetto dell’irrompente oste vittoriosa, soccombe.

Quel brillante ufficiale, che i Milanesi avevan già ammirato quattro anni avanti, rientrò il 2 giugno, alle 4 del pomeriggio, per porta Vercellina (ora Magenta), nella metropoli cisalpina, preceduto da gran fama, anche pei più recenti prodigi di valore e d’audacia compiuti nel traversare la Sesia e il Ticino, e con nuovo fasto principesco. Ma non ci si fermò se non due giorni: e poi via, a capo dei suoi cavalieri, per Piacenza, dove passò, con temerità sbalorditiva, il Po; per Voghera, dove sfilò al trotto sotto gli occhi sorridenti di Napoleone e quelli sorpresi del parlamentario austriaco; per i piani di Marengo. I Consoli, quando egli potè ritornare a Parigi col glorioso cognato, gli decretarono una spada d’onore. —Nel dicembre, conduce in Italia, pel Piccolo San Bernardo, un nuovo esercito; e occupa Ancona e la Toscana, e si stabiliscea Firenze, per trattare col Papa e col Re di Napoli, e costituire il Regno d’Etruria. Fa un colpo di testa, che gli riesce e gli attira nuove simpatie tra’ cisalpini: chiama «esercito d’Italia» quello che Napoleone aveva battezzato «corpo d’osservazione del Mezzogiorno». Benchè gli utopisti gli tengano il broncio, per non aver egli proclamata la repubblica a Firenze, a Roma, a Napoli; i patrioti meglio ispirati riappuntano in lui, francese, quegli sguardi di desiderio che Campoformio aveva stornati dal Corso fedifrago. Murat se ne compiace; e il 2 agosto, nel proclamare l’atto costituzionale della nuova monarchia, pronunzia un discorso, in cui accenna agli splendori medicei, ed esorta i Toscani a considerare i Francesi come un popolo amico, «il quale sa rispettare presso le nazioni straniere i principii monarchici, al modo stesso che sa mantenere in patria i principii repubblicani». Napoleone lo lascia fare e dire; anzi lo mette a capo di tutte le milizie francesi che si trovavano nella Penisola. Ed egli viene a stare a Milano. Indignato per le malversasazioni dei commissarii repubblicani, affretta la costituzione della Repubblica Italiana, con Napoleone presidente; e il 14 febbraio 1802, dopo d’aver passate in rivista, nella piazza tra il Duomo e la reggia, le sue belle truppe, tiene nella sala delle cariatidi un altro discorso, augurando le sortipiù liete al nuovo Stato italiano che si costituiva sotto gli auspici tutelari di Bonaparte.

Pur troppo, il popolo lombardo aveva ivi stesso, sei anni innanzi, ascoltate proprio dalla bocca di costui parole anche più promettenti. «Vous serez donc libres», egli aveva detto nel fervore di quei primi entusiasmi liberaleschi, «et vous serez plus sûrs de l’être que les Français; Milan sera votre capitale, l’Oglio et le Serio seront vos barrières; la Romagne vous écherra et d’autres provinces encore; vous embrasserez les deux mers, et vous aurez une flotte!». Allora Vincenzo Monti—che fra que’ rapidi mutamenti politici non sapeva che pesci pigliare, o meglio, cercava di pigliarli tutti, ma l’un dopo l’altro gli sguisciavan di mano—aveva mutata, anzi capovolta, la fine della suaMusogonia. Dove prima, nel 1793, aveva inneggiato a Francesco d’Austria, italiano perchè nato a Firenze (il 12 febbraio 1768), invocando sul suo biondo capo il favore dei numi:


Back to IndexNext