Eppure, io vedo ancoraChe il più sano consiglio avria potutoVincere alfine, se non era il ConteDi Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,Sul cui labbro sospetta ogni parolaEsser dovea, chè il suo dolor la formaNon l’util nostro; egli è colui che ha vintiCol suo dir violento anche i più saggi;Egli è che a poco men che a tutti infuseQuella febbre di guerra, ond’egli è invasoAl par di lui che un dì la mosse in cielo.
Eppure, io vedo ancoraChe il più sano consiglio avria potutoVincere alfine, se non era il ConteDi Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,Sul cui labbro sospetta ogni parolaEsser dovea, chè il suo dolor la formaNon l’util nostro; egli è colui che ha vintiCol suo dir violento anche i più saggi;Egli è che a poco men che a tutti infuseQuella febbre di guerra, ond’egli è invasoAl par di lui che un dì la mosse in cielo.
Eppure, io vedo ancoraChe il più sano consiglio avria potutoVincere alfine, se non era il ConteDi Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,Sul cui labbro sospetta ogni parolaEsser dovea, chè il suo dolor la formaNon l’util nostro; egli è colui che ha vintiCol suo dir violento anche i più saggi;Egli è che a poco men che a tutti infuseQuella febbre di guerra, ond’egli è invasoAl par di lui che un dì la mosse in cielo.
Eppure, io vedo ancora
Che il più sano consiglio avria potuto
Vincere alfine, se non era il Conte
Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,
Sul cui labbro sospetta ogni parola
Esser dovea, chè il suo dolor la forma
Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti
Col suo dir violento anche i più saggi;
Egli è che a poco men che a tutti infuse
Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso
Al par di lui che un dì la mosse in cielo.
Marino, che non voleva «a invitar molte parole», manifestava subito il suo maltalento contro il Condottiero, rincarando (p. 267):
Quanto ad orgoglio, non gli cede al certo!Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangueProfonder la Repubblica, lo StatoAnco arrischiar, per vendicar gli affrontiD’un Francesco Busson da Carmagnola?..........D’uno stranier? d’un figlioDi vil guardiano del più vile armento?D’uno che tutti quanti siamo (amaraA proferirsi ell’è questa parola;Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a moltiInchinarsi finor, piaggiarne alcuni,Già celar non potea con che faticaLa sua superbia ai fini suoi piegasse...........Oh!... non disperoVederti un dì verso la polve inchino,Ed il sorriso mendicar sui voltiSu cui più imperturbabile e più foscoOra ti volgi!
Quanto ad orgoglio, non gli cede al certo!Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangueProfonder la Repubblica, lo StatoAnco arrischiar, per vendicar gli affrontiD’un Francesco Busson da Carmagnola?..........D’uno stranier? d’un figlioDi vil guardiano del più vile armento?D’uno che tutti quanti siamo (amaraA proferirsi ell’è questa parola;Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a moltiInchinarsi finor, piaggiarne alcuni,Già celar non potea con che faticaLa sua superbia ai fini suoi piegasse...........Oh!... non disperoVederti un dì verso la polve inchino,Ed il sorriso mendicar sui voltiSu cui più imperturbabile e più foscoOra ti volgi!
Quanto ad orgoglio, non gli cede al certo!Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangueProfonder la Repubblica, lo StatoAnco arrischiar, per vendicar gli affrontiD’un Francesco Busson da Carmagnola?..........D’uno stranier? d’un figlioDi vil guardiano del più vile armento?D’uno che tutti quanti siamo (amaraA proferirsi ell’è questa parola;Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a moltiInchinarsi finor, piaggiarne alcuni,Già celar non potea con che faticaLa sua superbia ai fini suoi piegasse...........Oh!... non disperoVederti un dì verso la polve inchino,Ed il sorriso mendicar sui voltiSu cui più imperturbabile e più foscoOra ti volgi!
Quanto ad orgoglio, non gli cede al certo!
Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue
Profonder la Repubblica, lo Stato
Anco arrischiar, per vendicar gli affronti
D’un Francesco Busson da Carmagnola?
..........D’uno stranier? d’un figlio
Di vil guardiano del più vile armento?
D’uno che tutti quanti siamo (amara
A proferirsi ell’è questa parola;
Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)
Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti
Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni,
Già celar non potea con che fatica
La sua superbia ai fini suoi piegasse.
..........Oh!... non dispero
Vederti un dì verso la polve inchino,
Ed il sorriso mendicar sui volti
Su cui più imperturbabile e più fosco
Ora ti volgi!
E Stefano ripigliava (p. 268):
...Al par di voi.E d’altri pochi, per la pace io sono:Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amoAl par di voi; sulla sua fe’ riposoAl par di voi; ma che possiam noi dire?È un traditore, e traditor chiarirlo?Ricantate i sospetti, e cento vociVi chiederanno prove. Egli ed il tempoCe le daranno, e certe, ove sappiamoAspettarle e vegliare.
...Al par di voi.E d’altri pochi, per la pace io sono:Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amoAl par di voi; sulla sua fe’ riposoAl par di voi; ma che possiam noi dire?È un traditore, e traditor chiarirlo?Ricantate i sospetti, e cento vociVi chiederanno prove. Egli ed il tempoCe le daranno, e certe, ove sappiamoAspettarle e vegliare.
...Al par di voi.E d’altri pochi, per la pace io sono:Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amoAl par di voi; sulla sua fe’ riposoAl par di voi; ma che possiam noi dire?È un traditore, e traditor chiarirlo?Ricantate i sospetti, e cento vociVi chiederanno prove. Egli ed il tempoCe le daranno, e certe, ove sappiamoAspettarle e vegliare.
...Al par di voi.
E d’altri pochi, per la pace io sono:
Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo
Al par di voi; sulla sua fe’ riposo
Al par di voi; ma che possiam noi dire?
È un traditore, e traditor chiarirlo?
Ricantate i sospetti, e cento voci
Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo
Ce le daranno, e certe, ove sappiamo
Aspettarle e vegliare.
Non si tenga conto della forma: è il primo getto, e lascia ingenuamente trasparire le intenzioni, quasi profetiche, del poeta che ha l’occhio fisso alla sua meta. Si consideri invece con quanta maggior larghezza fosse da prima iniziata l’azione, e quanto maggiore interesse avvincesse subito al dramma.
A quei due Senatori viene ad aggiungersene un terzo, Marco; il quale è tutto sossopra per la notizia recente dell’attentato, osato nei dominii della Serenissima, alla vita del Carmagnola. Egli narra (p. 270):
MARCO.Esser vi dee di nomeNoto un Giovan Liprando.STEFANO.Un fuoruscitoDi Milano?MARCO.Quel desso: e ancor sapreteQuanto colui paresse al CarmagnolaAffettuoso e riverente amico.Ei, confidente, come i prodi il sono,Ogni accesso gli dava; e benchè tantoMaggior di fama e d’animo gli fosse,Chiamarlo amico ei si degnava; un sacroNodo stimando, un insolubil nodo,La comune sventura ed il comunePersecutor. Lo sciagurato intantoChiede al Duca in segreto il suo perdono:Il Duca un pegno gli domanda, e quale!La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,La pattuisce, e tiene il patto, e tentaDare al Conte il veleno. Il Ciel non volleChe potesse una tal coppia di viliDispor così di così nobil vita:La trama è discoverta, e salvo il Conte.
MARCO.Esser vi dee di nomeNoto un Giovan Liprando.STEFANO.Un fuoruscitoDi Milano?MARCO.Quel desso: e ancor sapreteQuanto colui paresse al CarmagnolaAffettuoso e riverente amico.Ei, confidente, come i prodi il sono,Ogni accesso gli dava; e benchè tantoMaggior di fama e d’animo gli fosse,Chiamarlo amico ei si degnava; un sacroNodo stimando, un insolubil nodo,La comune sventura ed il comunePersecutor. Lo sciagurato intantoChiede al Duca in segreto il suo perdono:Il Duca un pegno gli domanda, e quale!La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,La pattuisce, e tiene il patto, e tentaDare al Conte il veleno. Il Ciel non volleChe potesse una tal coppia di viliDispor così di così nobil vita:La trama è discoverta, e salvo il Conte.
MARCO.
Esser vi dee di nome
Noto un Giovan Liprando.
STEFANO.
Un fuoruscito
Di Milano?
MARCO.
Quel desso: e ancor saprete
Quanto colui paresse al Carmagnola
Affettuoso e riverente amico.
Ei, confidente, come i prodi il sono,
Ogni accesso gli dava; e benchè tanto
Maggior di fama e d’animo gli fosse,
Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro
Nodo stimando, un insolubil nodo,
La comune sventura ed il comune
Persecutor. Lo sciagurato intanto
Chiede al Duca in segreto il suo perdono:
Il Duca un pegno gli domanda, e quale!
La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,
La pattuisce, e tiene il patto, e tenta
Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle
Che potesse una tal coppia di vili
Dispor così di così nobil vita:
La trama è discoverta, e salvo il Conte.
C’è forse in codesto racconto un po’ di sovrabbondanza, che però alla recitazione avrebbe giovato anzichè nuocere; ma ad ogni modo, nella forma definitiva data dal Manzoni alla sua tragedia, esso è ridotto a un troppo magro cenno, a cui scema ancora rilievo l’esser posto in bocca al Doge, subito dopo le primissime parole, e solo in forma di argomento (I, 1ª; p. 179).
Un fuoruscito al ConteDi Carmagnola insidiò la vita;Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.Mandato egli era; e quei che a ciò mandolloEi l’ha nomato, ed è.... quel Duca istessoDi cui qui abbiam gli ambasciatori ancoraA chieder pace, a cui più nulla premeChe la nostra amistà. Tale arra intantoEi ci dà della sua......
Un fuoruscito al ConteDi Carmagnola insidiò la vita;Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.Mandato egli era; e quei che a ciò mandolloEi l’ha nomato, ed è.... quel Duca istessoDi cui qui abbiam gli ambasciatori ancoraA chieder pace, a cui più nulla premeChe la nostra amistà. Tale arra intantoEi ci dà della sua......
Un fuoruscito al ConteDi Carmagnola insidiò la vita;Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.Mandato egli era; e quei che a ciò mandolloEi l’ha nomato, ed è.... quel Duca istessoDi cui qui abbiam gli ambasciatori ancoraA chieder pace, a cui più nulla premeChe la nostra amistà. Tale arra intantoEi ci dà della sua......
Un fuoruscito al Conte
Di Carmagnola insidiò la vita;
Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.
Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo
Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istesso
Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora
A chieder pace, a cui più nulla preme
Che la nostra amistà. Tale arra intanto
Ei ci dà della sua......
Né si apprende se quest’accenno scuota punto il Senato, che se ne rimane, a quanto pare, imperterrito e muto. Mentre invece, nell’abbozzo, il racconto offriva nuova occasione ai tre Senatori di meglio manifestare i loro animi, e di rivelarci così le impressioni che sui malevoli e sui fautori del Conte quel misfatto dovè naturalmente produrre.
E si potrebbe fors’anche sospettare che dal soggetto il Manzoni non traesse tutto quel partito che avrebbe potuto, se lo avesse affrontato con baldanza maggiore. Certo, il dramma, in ispecie nel primo atto, ne apparisce un po’ scarno d’azione; eppure di azione son ricche le notizie storiche che il poeta medesimo (egli era troppo dotto per accontentarsi di rimanere nella via regia percorsa dallo Shakespeare; e qui l’esempio dello Schiller forse prevalse!) si vide costretto a premettergli. Ivi, per esempio, si narra che gl’invidiosi del Carmagnola calunniosamente gli alienarono l’animo del Duca; il quale perciò, desiderando di toglier di mano a lui le armi, lo mandò governatore a Genova, ingiungendogli per lettera di rinunziare pur alla scorta dei trecento cavalieri condotti con sè. Il temuto Condottiero gli rispose «pregandolo che non volesse spogliare dell’armi un uomo nutrito tra l’armi»; e, «non ottenendo risposta nè alle lagnanze, nè alladomanda espressa d’essere licenziato dal servizio,... si risolvette di recarsi in persona a parlare col Principe», che allora dimorava nel castello di Abbiategrasso. La scena che ne seguì è narrata drammaticamente dal Manzoni storico.
«Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si sentì con sorpresa dire che aspettasse. Fattosi aununziare al Duca, ebbe in risposta ch’era impedito, e che parlasse con Riccio [uno de’ suoi nemici]. Insistette, dicendo d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso: e gli fu replicata la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera, gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che presto si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo: diede volta al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva condotti con sè, inseguito invano da Oldrado [un altro dei suoi nemici], il quale.... credette meglio di non arrivarlo».[134]
«Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si sentì con sorpresa dire che aspettasse. Fattosi aununziare al Duca, ebbe in risposta ch’era impedito, e che parlasse con Riccio [uno de’ suoi nemici]. Insistette, dicendo d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso: e gli fu replicata la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera, gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che presto si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo: diede volta al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva condotti con sè, inseguito invano da Oldrado [un altro dei suoi nemici], il quale.... credette meglio di non arrivarlo».[134]
Or di tutto ciò nella tragedia non son rimasti che due fugacissimi cenni, dei quali non è presumibile che un lettore, nonchè una platea, faccia caso. Tra altre cose, il Conte, fin dal suo primo apparire, narra al Senato (I, 2ª; p. 183):
Io fui fedele al DucaFin che fui seco, e nol lasciai che quandoEi mi v’astrinse. Ei mi balzò dal gradoCol mio sangue acquistato: invan tentaiAl mio signor lagnarmi. I miei nemiciFatto avean siepe intorno al trono: alloraM’accorsi alfin che la mia vita anch’essaStava in periglio: a ciò non gli diei tempo....
Io fui fedele al DucaFin che fui seco, e nol lasciai che quandoEi mi v’astrinse. Ei mi balzò dal gradoCol mio sangue acquistato: invan tentaiAl mio signor lagnarmi. I miei nemiciFatto avean siepe intorno al trono: alloraM’accorsi alfin che la mia vita anch’essaStava in periglio: a ciò non gli diei tempo....
Io fui fedele al DucaFin che fui seco, e nol lasciai che quandoEi mi v’astrinse. Ei mi balzò dal gradoCol mio sangue acquistato: invan tentaiAl mio signor lagnarmi. I miei nemiciFatto avean siepe intorno al trono: alloraM’accorsi alfin che la mia vita anch’essaStava in periglio: a ciò non gli diei tempo....
Io fui fedele al Duca
Fin che fui seco, e nol lasciai che quando
Ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal grado
Col mio sangue acquistato: invan tentai
Al mio signor lagnarmi. I miei nemici
Fatto avean siepe intorno al trono: allora
M’accorsi alfin che la mia vita anch’essa
Stava in periglio: a ciò non gli diei tempo....
E più tardi, il Conte stesso, rimasto solo, rimugina (II, 5ª; p. 206):
Il giornoCh’ei non mi volle udir, che invan pregai,Che ogni adito era chiuso, e che deriso,Solo, io partiva, e non sapea per dove,Oggi con gioia io lo rammento alfine.Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!...
Il giornoCh’ei non mi volle udir, che invan pregai,Che ogni adito era chiuso, e che deriso,Solo, io partiva, e non sapea per dove,Oggi con gioia io lo rammento alfine.Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!...
Il giornoCh’ei non mi volle udir, che invan pregai,Che ogni adito era chiuso, e che deriso,Solo, io partiva, e non sapea per dove,Oggi con gioia io lo rammento alfine.Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!...
Il giorno
Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,
Che ogni adito era chiuso, e che deriso,
Solo, io partiva, e non sapea per dove,
Oggi con gioia io lo rammento alfine.
Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,
Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!...
Bei versi senza dubbio, tocchi di pennello maestro, ma il quadro manca. Eppure la rappresentazione di quegli avvenimenti sarebbe altresì giovata a metterci meglio in grado di comprenderne i tempi e lo stato d’animo e il carattere del protagonista; di valutare più pienamente i motivi del suo disgusto con l’antico signore e l’impossibilità che si raccostasse a lui; e avremmo potuto veder sulla scena pur quel duca Filippo, che ha tanta parte nei destini del Condottiero. Oltrechè l’interesse drammatico sarebbe stato, tra quegli avvenimenti, tenuto molto più desto, che non si riesca a fare con que’ semplici sommarii.
[129]DelRomanzo storicoecc., pt. I; inOpere varie, ediz. 1845, pag. 483.[130]Si veda per tutto ciò laLettre à m. C***, pp. 311 ss. di questo volume.[131]Il 25 marzo 1816, da Milano, il Manzoni scriveva al Fauriel: «J’ai presque honte de vous parler de projets littéraires après en avoir tant conçu et exécuté si peu; mais cette fois j’espère terminer une tragédie que j’ai commencée avec beaucoup d’ardeur et l’espoir de faire au moins une chose neuve chez nous. J’ai mon plan, j’ai partagé mon action, j’ai versifié quelques scènes, et j’ai même préparé dans ma tête une dédicace à mon meilleur ami; croyez-vous qu’il l’acceptera? Le sujet c’est la mort de François Carmagnola. Si vous voulez vous rappeler son histoire avec détail, voyez-la à la fin du huitiême volume desRépubliques Italiennesde Sismondi.... Après avoir bien lu Shakespeare, et quelque chose de ce qu’on a écrit dans ces derniers temps sur le Théâtre, et après y avoir songé, mes idées se sont bien changées sur certaines réputations» [Alfieri? Voltaire? Schiller?] «Je n’ose pas en dire davantage, car je veux tout de bon faire une tragédie: et il n’y a rien de si ridicule que de médire de ceux qui en ont fait, et qui passent pour des maîtres de l’art».[132]Il buon Silvio scriveva al fratello Luigi da Milano, l’8 gennaio 1820: «Ti spedisco.... la bellissima tragedia di Manzoni, ilCarmagnola. A me pare una cosa divina. Qui è generalmente lodata, e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra trascurato e prosaico. Ma Manzoni non ha preso inavvertentemente quello stile; egli lo ha scelto come il più proprio a un argomento non antico, e nel quale il discorso deve scostarsi di poco dal discorso comune di oggidì. Il vantaggio di siffatto stile, schivo dei modi e dei vocaboli non simili alla prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro che non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle donne, per esempio, fanno fatica a leggere la poesia italiana (meno il Metastasio); e perchè? Perchè la poesia italiana ha una lingua ch’esse non hanno. Datele una lingua già nota, e acquisterà molte lettrici e molto più lettori». Più tardi poi, il 15 gennaio, riscriveva, con intiepidito entusiasmo: «Che ti è sembrato delCarmagnola? Il Coro è stupendo. Vorrei piuttosto aver fatto il Coro che la tragedia, quantunque questa anche abbia molte bellezze. Lo stile di essa è molto criticato». Più tardi ancora, lodando assai l’articolo che sulla tragedia il fratello aveva inserito nellaGazzetta di Genova, soggiungeva: «Il crocchio Visconti e Berchet, che è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di Milano il foglio di Genova.... Il tuo giudizio intimo sulCarmagnola, qual poi me lo esprimi nella tua lettera, s’accorda affatto col mio. Non è lettura che strascini, perchè gli eroi son lasciati troppo simili al vero. La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che gli abitanti di quel mondo sieno a un grado più sù di noi, nell’amore, nell’ira, nelle virtù politiche ecc. Ma tienti occulto questo mio parere, perchè nulla mi dorrebbe quanto l’essere creduto da alcuni invidioso del merito del Manzoni. E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica su quella tragedia».—Colgo l’occasione di rilevare una curiosità. Nel 1818 (se anche questa volta la data del Rinieri non è errata!) pare si sia sparsa la voce che il Manzoni attendesse a un’Ifigenia. Il Pellico ne scriveva il 1º aprile al fratello: «Cercherò dell’Ifigeniadi Manzoni; non so niente, ma son certo che egli non può aver fatto cosa mediocre».[133]Conversando col Cousin, nell’aprile del 1825, il Goethe ebbe a dirgli (la conversazione fu riferita dallo stesso Cousin nelGlobe, V, n.º 26): «Io pregio moltissimo ilCarmagnola, lo pregio moltissimo. L’Adelchiè più grande per l’argomento, ma ilCarmagnolaè molto profondo. (Adelchiest un plus grand sujet, maisLe Comte de Carmagnolaa bien de la profondeur). La parte lirica poi è così bella, che il critico maligno [dellaQuarterly Review, dicembre 1820] l’ha lodata e tradotta».—Codesto saccente sgarbato, mentre giudicava il dramma «mancante di poesia» e consigliava il Manzoni «a gratificare in avvenire il pubblico con splendide odi, piuttosto che disgustarlo con deboli tragedie», ne riproduceva, tradotto in inglese, il Coro, reputandolo «la più nobile lirica che la moderna poesia italiana abbia prodotta». Trovava anche, bontà sua, «molto affettuosa» la scena del Conte con la sua famiglia.[134]Notizie storiche, pag. 167 di questo volume.—Non è qui il caso di discutere se questi fatti siano storicamente certi. Chi voglia, cfr.Battistella,Il Conte di Carmagnola, p. 72 e 80 ss.
[129]DelRomanzo storicoecc., pt. I; inOpere varie, ediz. 1845, pag. 483.
[129]DelRomanzo storicoecc., pt. I; inOpere varie, ediz. 1845, pag. 483.
[130]Si veda per tutto ciò laLettre à m. C***, pp. 311 ss. di questo volume.
[130]Si veda per tutto ciò laLettre à m. C***, pp. 311 ss. di questo volume.
[131]Il 25 marzo 1816, da Milano, il Manzoni scriveva al Fauriel: «J’ai presque honte de vous parler de projets littéraires après en avoir tant conçu et exécuté si peu; mais cette fois j’espère terminer une tragédie que j’ai commencée avec beaucoup d’ardeur et l’espoir de faire au moins une chose neuve chez nous. J’ai mon plan, j’ai partagé mon action, j’ai versifié quelques scènes, et j’ai même préparé dans ma tête une dédicace à mon meilleur ami; croyez-vous qu’il l’acceptera? Le sujet c’est la mort de François Carmagnola. Si vous voulez vous rappeler son histoire avec détail, voyez-la à la fin du huitiême volume desRépubliques Italiennesde Sismondi.... Après avoir bien lu Shakespeare, et quelque chose de ce qu’on a écrit dans ces derniers temps sur le Théâtre, et après y avoir songé, mes idées se sont bien changées sur certaines réputations» [Alfieri? Voltaire? Schiller?] «Je n’ose pas en dire davantage, car je veux tout de bon faire une tragédie: et il n’y a rien de si ridicule que de médire de ceux qui en ont fait, et qui passent pour des maîtres de l’art».
[131]Il 25 marzo 1816, da Milano, il Manzoni scriveva al Fauriel: «J’ai presque honte de vous parler de projets littéraires après en avoir tant conçu et exécuté si peu; mais cette fois j’espère terminer une tragédie que j’ai commencée avec beaucoup d’ardeur et l’espoir de faire au moins une chose neuve chez nous. J’ai mon plan, j’ai partagé mon action, j’ai versifié quelques scènes, et j’ai même préparé dans ma tête une dédicace à mon meilleur ami; croyez-vous qu’il l’acceptera? Le sujet c’est la mort de François Carmagnola. Si vous voulez vous rappeler son histoire avec détail, voyez-la à la fin du huitiême volume desRépubliques Italiennesde Sismondi.... Après avoir bien lu Shakespeare, et quelque chose de ce qu’on a écrit dans ces derniers temps sur le Théâtre, et après y avoir songé, mes idées se sont bien changées sur certaines réputations» [Alfieri? Voltaire? Schiller?] «Je n’ose pas en dire davantage, car je veux tout de bon faire une tragédie: et il n’y a rien de si ridicule que de médire de ceux qui en ont fait, et qui passent pour des maîtres de l’art».
[132]Il buon Silvio scriveva al fratello Luigi da Milano, l’8 gennaio 1820: «Ti spedisco.... la bellissima tragedia di Manzoni, ilCarmagnola. A me pare una cosa divina. Qui è generalmente lodata, e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra trascurato e prosaico. Ma Manzoni non ha preso inavvertentemente quello stile; egli lo ha scelto come il più proprio a un argomento non antico, e nel quale il discorso deve scostarsi di poco dal discorso comune di oggidì. Il vantaggio di siffatto stile, schivo dei modi e dei vocaboli non simili alla prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro che non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle donne, per esempio, fanno fatica a leggere la poesia italiana (meno il Metastasio); e perchè? Perchè la poesia italiana ha una lingua ch’esse non hanno. Datele una lingua già nota, e acquisterà molte lettrici e molto più lettori». Più tardi poi, il 15 gennaio, riscriveva, con intiepidito entusiasmo: «Che ti è sembrato delCarmagnola? Il Coro è stupendo. Vorrei piuttosto aver fatto il Coro che la tragedia, quantunque questa anche abbia molte bellezze. Lo stile di essa è molto criticato». Più tardi ancora, lodando assai l’articolo che sulla tragedia il fratello aveva inserito nellaGazzetta di Genova, soggiungeva: «Il crocchio Visconti e Berchet, che è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di Milano il foglio di Genova.... Il tuo giudizio intimo sulCarmagnola, qual poi me lo esprimi nella tua lettera, s’accorda affatto col mio. Non è lettura che strascini, perchè gli eroi son lasciati troppo simili al vero. La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che gli abitanti di quel mondo sieno a un grado più sù di noi, nell’amore, nell’ira, nelle virtù politiche ecc. Ma tienti occulto questo mio parere, perchè nulla mi dorrebbe quanto l’essere creduto da alcuni invidioso del merito del Manzoni. E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica su quella tragedia».—Colgo l’occasione di rilevare una curiosità. Nel 1818 (se anche questa volta la data del Rinieri non è errata!) pare si sia sparsa la voce che il Manzoni attendesse a un’Ifigenia. Il Pellico ne scriveva il 1º aprile al fratello: «Cercherò dell’Ifigeniadi Manzoni; non so niente, ma son certo che egli non può aver fatto cosa mediocre».
[132]Il buon Silvio scriveva al fratello Luigi da Milano, l’8 gennaio 1820: «Ti spedisco.... la bellissima tragedia di Manzoni, ilCarmagnola. A me pare una cosa divina. Qui è generalmente lodata, e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra trascurato e prosaico. Ma Manzoni non ha preso inavvertentemente quello stile; egli lo ha scelto come il più proprio a un argomento non antico, e nel quale il discorso deve scostarsi di poco dal discorso comune di oggidì. Il vantaggio di siffatto stile, schivo dei modi e dei vocaboli non simili alla prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro che non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle donne, per esempio, fanno fatica a leggere la poesia italiana (meno il Metastasio); e perchè? Perchè la poesia italiana ha una lingua ch’esse non hanno. Datele una lingua già nota, e acquisterà molte lettrici e molto più lettori». Più tardi poi, il 15 gennaio, riscriveva, con intiepidito entusiasmo: «Che ti è sembrato delCarmagnola? Il Coro è stupendo. Vorrei piuttosto aver fatto il Coro che la tragedia, quantunque questa anche abbia molte bellezze. Lo stile di essa è molto criticato». Più tardi ancora, lodando assai l’articolo che sulla tragedia il fratello aveva inserito nellaGazzetta di Genova, soggiungeva: «Il crocchio Visconti e Berchet, che è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di Milano il foglio di Genova.... Il tuo giudizio intimo sulCarmagnola, qual poi me lo esprimi nella tua lettera, s’accorda affatto col mio. Non è lettura che strascini, perchè gli eroi son lasciati troppo simili al vero. La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che gli abitanti di quel mondo sieno a un grado più sù di noi, nell’amore, nell’ira, nelle virtù politiche ecc. Ma tienti occulto questo mio parere, perchè nulla mi dorrebbe quanto l’essere creduto da alcuni invidioso del merito del Manzoni. E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica su quella tragedia».—Colgo l’occasione di rilevare una curiosità. Nel 1818 (se anche questa volta la data del Rinieri non è errata!) pare si sia sparsa la voce che il Manzoni attendesse a un’Ifigenia. Il Pellico ne scriveva il 1º aprile al fratello: «Cercherò dell’Ifigeniadi Manzoni; non so niente, ma son certo che egli non può aver fatto cosa mediocre».
[133]Conversando col Cousin, nell’aprile del 1825, il Goethe ebbe a dirgli (la conversazione fu riferita dallo stesso Cousin nelGlobe, V, n.º 26): «Io pregio moltissimo ilCarmagnola, lo pregio moltissimo. L’Adelchiè più grande per l’argomento, ma ilCarmagnolaè molto profondo. (Adelchiest un plus grand sujet, maisLe Comte de Carmagnolaa bien de la profondeur). La parte lirica poi è così bella, che il critico maligno [dellaQuarterly Review, dicembre 1820] l’ha lodata e tradotta».—Codesto saccente sgarbato, mentre giudicava il dramma «mancante di poesia» e consigliava il Manzoni «a gratificare in avvenire il pubblico con splendide odi, piuttosto che disgustarlo con deboli tragedie», ne riproduceva, tradotto in inglese, il Coro, reputandolo «la più nobile lirica che la moderna poesia italiana abbia prodotta». Trovava anche, bontà sua, «molto affettuosa» la scena del Conte con la sua famiglia.
[133]Conversando col Cousin, nell’aprile del 1825, il Goethe ebbe a dirgli (la conversazione fu riferita dallo stesso Cousin nelGlobe, V, n.º 26): «Io pregio moltissimo ilCarmagnola, lo pregio moltissimo. L’Adelchiè più grande per l’argomento, ma ilCarmagnolaè molto profondo. (Adelchiest un plus grand sujet, maisLe Comte de Carmagnolaa bien de la profondeur). La parte lirica poi è così bella, che il critico maligno [dellaQuarterly Review, dicembre 1820] l’ha lodata e tradotta».—Codesto saccente sgarbato, mentre giudicava il dramma «mancante di poesia» e consigliava il Manzoni «a gratificare in avvenire il pubblico con splendide odi, piuttosto che disgustarlo con deboli tragedie», ne riproduceva, tradotto in inglese, il Coro, reputandolo «la più nobile lirica che la moderna poesia italiana abbia prodotta». Trovava anche, bontà sua, «molto affettuosa» la scena del Conte con la sua famiglia.
[134]Notizie storiche, pag. 167 di questo volume.—Non è qui il caso di discutere se questi fatti siano storicamente certi. Chi voglia, cfr.Battistella,Il Conte di Carmagnola, p. 72 e 80 ss.
[134]Notizie storiche, pag. 167 di questo volume.—Non è qui il caso di discutere se questi fatti siano storicamente certi. Chi voglia, cfr.Battistella,Il Conte di Carmagnola, p. 72 e 80 ss.
Del Manzoni si potrebbe ripetere quel ch’egli stesso ebbe a dire del Goethe, cioè ch’entrasse «nella strada del dramma storico, segnata dal genio selvaggio..., come accade ai grandi ingegni,senza intenzione e senza paura d’imitare»[135]. E non è casuale il confronto; giacchè al grande poeta di Weimar il nostro guardò «com’al maestro fa il discente».
Ebbe comune con lui la tranquilla, spregiudicata, acuta contemplazione dei fenomeni storici e letterarii, e la cognizione di essi vasta e profonda; sentì come lui il necessario rinnovamento dell’arte: e se l’uno lo anticipò con la varia e molteplice opera sua, l’altro lo proseguì con consapevolezza ed efficacia di mezzi forse maggiore. Non fu proprio un capriccio della fortuna, come malignamente asserì l’ingelosito ed invido Foscolo, che il vecchio ed olimpico poeta accogliesse con sì fervido entusiasmo il tentativo del modesto giovanestraniero[136], terminandone la lunga analisi col dichiarare che «l’impressione sintetica di quel dramma era un’impressione seria e vera come quella che lasciano sempre i grandi quadri della natura umana». Nè d’altra parte fu un semplice complimento quel che il Manzoni gli espresse, trascrivendo, in fronte all’esemplare dell’Adelchia lui destinato, le parole di riverente ammirazione che il poeta medesimo aveva fatte dire da un magnanimo giovinetto ad Egmont.
La riforma drammatica del Manzoni mette capo direttamente alGoetz von Berlichingene all’Egmont; anzi a codesti due drammi mette capo tutto quel nuovo movimento letterario che considerò la storia quale l’unica o la più cospicua fonte d’ispirazione poetica. Si ricordi che Walter Scott («l’Omero del romanzo storico», come lo proclamò l’autore deiPromessi Sposi) fu spinto sulla via, ove incontrò la gloria e la fortuna, dalla traduzione, ch’ei fece in gioventù, delGoetz. E se questo dramma segna di quel movimento il principio, la fine n’è segnata da un monumento non meno solenne,I Promessi Sposi. I confronti, sempre odiosi, sarebbero sott’ogni rispetto odiosissimi in questo caso; e la nostra ammirazione pel sommo musagete della Germania è anche più piena e devota, dacchè egli non si peritò d’asserire che, nel Romanzo, il Manzoni «si leva tant’alto, che difficilmente si può trovare autore che gli stia a paro». O non ci fa ripensare, codesta «cortese opinione» dell’autore delWilhelm Meister, al caro episodio dantesco del Guinizelli?
«O frate», disse, «questi ch’io ti scernoCol dito», ed additò uno spirto innanzi,«Fu miglior fabbro del parlar materno».
«O frate», disse, «questi ch’io ti scernoCol dito», ed additò uno spirto innanzi,«Fu miglior fabbro del parlar materno».
«O frate», disse, «questi ch’io ti scernoCol dito», ed additò uno spirto innanzi,«Fu miglior fabbro del parlar materno».
«O frate», disse, «questi ch’io ti scerno
Col dito», ed additò uno spirto innanzi,
«Fu miglior fabbro del parlar materno».
Il poeta lombardo fece in letteratura quel che ai nostri tempi è stato fatto in politica: ruppe l’ormai sterile alleanza con la sorella latina, e strinse la mano a quella giovane e balda nazione che di là dal Reno avea levato il vessillo d’un’arte novella. Nobile, commovente e quasi filiale è il saluto alla Francia in fin della lettera allo Chauvet: a quella Francia «che non si può vedere senza provare un sentimento che somiglia all’amor della patria, e non si può lasciare senza che al ricordo d’avervi dimorato non si mescoli qualcosa di malinconico e di profondo, che rassomiglia alle impressioni dell’esilio». Ma fu un saluto di addio!
IlConte di Carmagnolaannunziò all’Europa che il nuovo poeta d’Italia era nato. Chi fin dai primi passi dava così cospicua prova di «larga, libera e incondizionata maniera d’interpretare le nuove idee e i maggiori esempi del teatro romantico e storico», i quali egli mostrava «d’intendere come pochi in tutta Europa e forse come nessun altro in Italia», non poteva fallire a glorioso porto. Di lì a poco venne l’Adelchi, che parve sciogliesse in gran parte quella promessa; e vennero poi iPromessi Sposi, che avanzarono i desiderii.
Attratti dalle opere maggiori, sogliamo metter da parte le altre. E chi legga solo per gustare il godimento estetico immediato, ha ragione di far così; ma chi voglia davvero assaporare il frutto maturo, deve, per dirla col Bonghi, «ricercare come a mano a mano si sia educata la pianta che ha dato quel frutto, quali influssi l’abbiano aiutata a germogliare e a crescere, e come si sia formata quell’attitudine che ha poi raggiunto in fine un così notevole grado di perfezione». A noi studiosi delle opere d’arte letteraria non importa soltanto d’ammirare l’estrema meta, che il poeta si è sforzato di raggiungere e che segna l’apice della sua gloria; ma altresì di ricercare e perlustrare la via ch’egli ha percorsa per giungervi. E questa desideriamo indicare agli altri; e in siffatta ricerca appagare insieme quell’innato bisogno della nostra mente «di penetrare nel lavorio interno dello spirito umano, e soprattutto di uno spirito eletto». I primi tentativi lasciano meglio scoprire i segreti di quell’arte chetutto fa, e trasparire gl’intenti e i procedimenti dell’artista non ancora provetto. Attraverso gli strappi lasciativi dalle necessarie incertezze e titubanze, ci avviene di sorprendere un’ansia e una lotta che il poeta vittorioso ci avrebbe gelosamente nascosta; e quelle trepidazioni fanno più compiutamente gustare il definitivo trionfo.
Fine dell’ Introduzione.
[135]Del Romanzo storicoecc., parte II, verso la fine.—Il Goethe medesimo (quell’«altro tale, chiamato Goethe») ebbe a dir del Manzoni, che, «emancipatosi dalle vecchie regole, ei procede per la nuova via con passi così fermi e tranquilli, che si potrebbero trarre nuove regole dalla sua opera».[136]«IlCarmagnolaè il primo saggio del suo autore, e tante lodi non ottenute da verun poeta, da Omero inclusivamente sino a’ dì nostri, essendo esaltate dalla celebrità e dal genio del panegirista, sembrano più che troppe, non diremo a rendere il furore del poeta più che poetico, ma ad avvezzar lui stesso ad elogj, che rarissimi, se non forse gli amici suoi, saranno in buona coscienza disposti a prodigargli; ed egli, accettandoli in buona fede, finirebbe col farsi ridicolo al mondo... La visione potrebbe essere volontariamente procurata dal critico tedesco in grazia di un sistema letterario; ed infatti questa è la ragione ostensibile, esposta da lui nel principio del suo articolo».Foscolo,Della nuova scuola drammatica(Opere, IV, 304-5).
[135]Del Romanzo storicoecc., parte II, verso la fine.—Il Goethe medesimo (quell’«altro tale, chiamato Goethe») ebbe a dir del Manzoni, che, «emancipatosi dalle vecchie regole, ei procede per la nuova via con passi così fermi e tranquilli, che si potrebbero trarre nuove regole dalla sua opera».
[135]Del Romanzo storicoecc., parte II, verso la fine.—Il Goethe medesimo (quell’«altro tale, chiamato Goethe») ebbe a dir del Manzoni, che, «emancipatosi dalle vecchie regole, ei procede per la nuova via con passi così fermi e tranquilli, che si potrebbero trarre nuove regole dalla sua opera».
[136]«IlCarmagnolaè il primo saggio del suo autore, e tante lodi non ottenute da verun poeta, da Omero inclusivamente sino a’ dì nostri, essendo esaltate dalla celebrità e dal genio del panegirista, sembrano più che troppe, non diremo a rendere il furore del poeta più che poetico, ma ad avvezzar lui stesso ad elogj, che rarissimi, se non forse gli amici suoi, saranno in buona coscienza disposti a prodigargli; ed egli, accettandoli in buona fede, finirebbe col farsi ridicolo al mondo... La visione potrebbe essere volontariamente procurata dal critico tedesco in grazia di un sistema letterario; ed infatti questa è la ragione ostensibile, esposta da lui nel principio del suo articolo».Foscolo,Della nuova scuola drammatica(Opere, IV, 304-5).
[136]«IlCarmagnolaè il primo saggio del suo autore, e tante lodi non ottenute da verun poeta, da Omero inclusivamente sino a’ dì nostri, essendo esaltate dalla celebrità e dal genio del panegirista, sembrano più che troppe, non diremo a rendere il furore del poeta più che poetico, ma ad avvezzar lui stesso ad elogj, che rarissimi, se non forse gli amici suoi, saranno in buona coscienza disposti a prodigargli; ed egli, accettandoli in buona fede, finirebbe col farsi ridicolo al mondo... La visione potrebbe essere volontariamente procurata dal critico tedesco in grazia di un sistema letterario; ed infatti questa è la ragione ostensibile, esposta da lui nel principio del suo articolo».Foscolo,Della nuova scuola drammatica(Opere, IV, 304-5).
Questo volume contiene, e, quando è stato possibile, nell’ordine che volle l’autore:
a) tutti quei componimenti in versi, che furono dal Manzoni stesso ristampati tra le sueOpere varie, nel 1845 (le due Tragedie, gl’Inni sacrie leStrofe per una prima comunione, ilCinque maggio), e quegli altri due (l’odeMarzo 1821e il frammento di canzone sulProclama di Rimini) ch’ei pubblicò a parte nel 1848, e aggiunse poi, nel 1860, all’antico volume delleOpere varie;
b) quelli che furono già da lui o da altri pubblicati, ma ch’egli non più accolse tra le sue poesie (il carmeIn morte dell’Imbonati, l’Urania, l’Ira d’Apollo, gli scioltiA Parteneide, il sonetto al Lomonaco, il frammento dell’innoAi Santi, l’epigramma pel ritratto del Monti);
c) due delle sue poesiole giovanili, che hanno, più che altro, valore di documento biografico (il sonetto ove il poetino traccia il suo ritratto, e l’idillioAdda);
d) i pochi versi latini composti da vecchio (l’epigrammaVolucrese i distici al Ferrucci).
Un posticino a parte è toccato all’abbozzo di canzoneAprile 1814, che ho creduto meglio inserire nel mio discorso intorno alDecennio dell’operosità poetica del Manzoni(qui avanti, pag.LXXVIIIss.).
Le altre poesie giovanili (iSermoni, le Odicine erotiche e pariniane, ilTrionfo della Libertàecc.), delle quali ebbi già occasione di toccare nell’altro mio scritto suGli anni di noviziato poetico del Manzoni(pag.XIVss.,XXVss.), premessoal volume I di questeOpere, saranno raccolte in un volume posteriore.
Non ho mancato, s’intende, di riprodurre, a illustrazione dei diversi componimenti, pur quelle Prefazioni o Note, Lettere critiche o Notizie storiche, onde il Manzoni, o fin dalla prima edizione o nelle successive ristampe, li volle accompagnati. Ho invece tenute in serbo per un altro volume le più ampie dissertazioni di critica, o storica (ilDiscorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia) o letteraria (ilDiscorso sul Romanzostorico e laLettera sul Romanticismo) o filosofica (ilDialogo dell’Invenzione), le quali stanno da sè, e possono meglio aggrupparsi con laStoria della Colonna Infamee con gli scritti sullaLingua italiana.
Sennonché—e questa è forse la principale tra le singolarità che distinguon la nostra da tutte le precedenti edizioni —al testo definitivo dei diversi componimenti, quale lo divulgò il poeta, noi abbiam fatto seguire, in appendice, anche gli abbozzi rinvenuti tra le sue carte. Essi son documenti di straordinaria importanza, che ci permettono di penetrare più a dentro nel pensiero, sempre profondissimo, del Manzoni. Si tratta non di semplici brutte copie o di scarabocchi informi, bensì di frammenti spesso molto estesi e lavorati con cura, dove il più delle volte il poeta si rivela più schiettamente e risolutamente ribelle. Perchè poi li mettesse da parte o li lasciasse incompiuti (non li distrusse però; e questo noto contro quei critici troppo pudichi, che si scandalizzano di codeste pubblicazioni postume, a parer loro per lo meno indiscrete e dannose!), sarà istruttivo e gradevole indagare.[137]
In un mio discorso del 1894, per inaugurare il nuovo anno scolastico della R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ebbi già a dare un modesto saggio del grande vantaggio che dall’esame di quelle pagine si possa cavare per intendere a pieno la riforma drammatica tentata dal Manzoni. Il quale, a buon conto, se è il maggiore, o l’uno dei due maggiori nostri prosatori, è anche, insieme con l’Alfieri, uno dei due nostri tragediografi più insigni. E mi sia lecito ricordare che di quelle mie osservazioni si dichiarò assai compiaciuto, in uno degli arguti suoi articoletti dellaColtura, il primo, per tempo e per merito, dei manzoniani d’Italia, il Bonghi; e la sola volta che a me toccò la fortuna d’intrattenermi con lui di letteratura—eravamo andati, col D’Ovidio, a visitarlo nella tranquilla villetta di Torre del Greco, dove di lì a qualche mese quella magnifica fiamma d’intelligenza si spense—, ei mi riparlò ancora dei mirabili abbozzi del Manzoni, su’ quali egli aveva invano richiamata l’attenzione degli studiosi.[138]Questi avevan trovato più comodo continuare a far, come si dice, dell’accademia pur intorno al poeta ch’ebbe più in uggia l’accademia; e gli ortodossi stracchi non riuscivano meno stucchevoli, con le loro rifritture, dei pappagalli eterodossi.
Un’altra singolarità della nostra edizione riguarda il testo. Dei componimenti ripubblicati dall’autore abbiamo, s’intende, ridato scrupolosamente il testo da lui fissato nel 1845, e inqualche minimo particolare ricorretto nel 1870; ma, a piè di pagina, ho altresì segnate le varianti delle prime edizioni.[139]Chi vorrà gettarvi un’occhiata, troverà che metteva ben conto di rifare per le opere poetiche quel lavoro di confronto che già altri ha compiuto pel Romanzo. Le osservazioni sarebbero molte e curiose, e qualcuna n’ho ben accennata qua e là nelle note; ma qui preferisco, per discrezione di editore, lo spigolare al mietere.
Per la più parte, i mutamenti dell’autore riguardano l’ortografia. Anche alle opere poetiche egli avrebbe voluto infliggere una buona risciacquatura in Arno; ma il Conte di Carmagnola e il Re Adelchi non gli si mostraron così docili come i due sposi del contado di Lecco. Il linguaggio della poesia—soprattutto poi in Italia, dov’è ancor vegeta una tradizione poetica nobilissima e ininterrotta—ha pretese che quello della prosa o conosce poco o non conosce affatto.[140]E lo stesso inesorabile scrittore che, in grazia dell’uso toscano vivente, rinunzia, nel capolavoro prosastico, al benefizio della varietà e della convenienza armonica, e muta, per esempio, intraquanti maifraoin fragli erano altra volta caduti dalla penna,[141]può trovarsi costretto a lasciar correre, nelle tragedie,un «fra tante ambasce» (pag. 114), un «ella è, fra tante,... una fallita impresa» (233), un «in fra i perigli» (240 e 249). Vero è che, quando è preso dal dèmone della pedanteria, anche qui ei si sente il coraggio di far esclamare al povero Conte: «Non troverò tra tanti prenci... un sol» (189); ma si direbbe che codesto sforzo faccia sì che altrove ei poi dormicchi, come pur avveniva a «quel sommo d’occhi cieco... Che per la Grecia mendicò cantando». E allora riescono a sgattaiolare qualche «fra di noi» (30) o «fra noi» (41, 203, 234) o «fra loro» (180), che senza scandalo sarebbero potuto diventare altrettantitra. E può esser curioso notare come nel verso (41):
Fia risoluta in fra noi due la lite,
Fia risoluta in fra noi due la lite,
Fia risoluta in fra noi due la lite,
Fia risoluta in fra noi due la lite,
ei s’affretti bensì a cancellare l’in, ma non trasformi intrailfra; come pur fece, ad esempio, nell’altro verso (45), dove prima aveva scritto: «in fra costor chiarito...».
Insomma, nel Romanzo, lo scrittore poteva sbizzarrirsi più a suo agio; e perfino, com’ebbe già ad accorgersi il D’Ovidio,[142]sacrificare l’aritmetica alla sua norma linguistica e all’armonia dello stile, sostituendo al primitivo «fra tre o quattro confidenti» un «tra quattro o cinque confidenti» (Pr. Sposi, cap. IX, pag. 137 della nostra edizione).[143]Ma in poesia, specialmente in una poesia già divenuta celebre e già sulle bocche di tutti, non era ugualmente agevole abbandonarsi a simili bizzarrie; e manomettere a cuor leggiero, poniamo, i due versi dei due Cori dell’Adelchi(75 e 89):
Fra tema e desire avanza e ristà....Te collocò la provvidaSventura in fra gli oppressi.
Fra tema e desire avanza e ristà....Te collocò la provvidaSventura in fra gli oppressi.
Fra tema e desire avanza e ristà....
Fra tema e desire avanza e ristà....
Te collocò la provvidaSventura in fra gli oppressi.
Te collocò la provvida
Sventura in fra gli oppressi.
A ogni modo, dovunque può lo zelante apostolo della fiorentinità della lingua porta, in questi lavori giovanili d’avantila sua conversione filologica, il ferro e il fuoco purificatore. Fa ogni sforzo per iscrostare la pàtina arcaica, o magari lavare la muffa dell’ortografia stantìa. Così, tutte lenoje proprj principj, ipiccioli picciola, glieguali eguaglianza, iverisimilieverisimiglianza, leobbiezioni, lecontraddizioni, lequistioni, le voci del verboobbedire, le forme verbalidebbaedebbono,chieggioeveggio,cangioesieno, ivi era, e isi è, iquei, idei dai nei,suiosu di un,fra iecc., son diventatenoie,propri,principi,piccoloepiccola(una «picciola appendice» è rimasta, p. 154),ugualeeuguaglianza,verosimileeverosimiglianza,obiezione,contradizione(nel Romanzo tornò a «contraddizione» e a «contraddire»!),questione,ubbidire(nella prima stampa si oscillava tra le due forme, cfr. p. 227 e 237),devaedevono,chiedoevedo,cambioesiano,ci erae il sempliceè(cfr. p. 156),que’,de’ da’ ne’,su’osu un,tra’. Non si riesce a capire se, costretto com’era dalle esigenze metriche a mantenere intatti glihavvie glihàvvene, ei preferisse scriver quelle voci con l’hiniziale, o senza. Nell’Adelchirimase «havvi altra via» (25), ma altrove il primitivo «via non havvi» (46) vi divenne «via non avvi»; e «avvi» rimase immutato nelCarmagnola(191): «avvi una via». Qui stesso però mutò in «havvene» due «avvene» successivi (243), e un altro in «haccene» (225). Che forse, con quell’honoraria, volle distinguer la voce sdrucciola del verbo «avere» dalla piana, e petrarchesca («Se da le proprie mani Questo n’avven....»), del verbo «avvenire»?
Un tempo, era piaciuto anche a lui (come pur ora forma la delizia degli scrittori novellini, e qualche volta altresì di quelli che non son più, come Dante direbbe, «novi augelletti»!) disarticolare certi nessi che l’uso fiorentino impone; e scrisse «su l’affannoso», «su la pupilla», «su le sciolte redini» (86, 87), «su le fronde» (77), «su la tua fortuna» (98;, «su la tua fede» (104), «su le chiome» (110), «su l’armi» (184), e fino in una didascalìa «su le mura» (89). Poi reputò meglio non separare, neanche in versi,quod Deus coniunxit, e ripristinò:sulla,sulleecc., e nella ristampa del 1870 anche «sull’armi». Dove prima aveva scritto «insu l’altar» (41), «in sul mattin» (46)..., dopo scrisse «su l’altar» e «sul mattin»; dov’era «in su lo scudo» (91), mise «in sullo scudo»; lasciò intatto «spargendo in sulla via» (256); e non osò toccare, pur nel Coro per Ermengarda dove tantisu ladivennerosulla, il verso «Calata in su la gelida». Invece, coi composti diconusò il procedimento inverso; e dove era scritto: «colla spada» (200), «coll’occhio» (201 e 242), «cogli amici» (218), «cogli altri» (221), più tardi sostituì: «con la spada», «con l’occhio», «con gli amici». Vero è che anche prima non s’era peritato, in un certo luogo (200), di disgiungere: «con gli eserciti».
Circa al povero dittongouo, il D’Ovidio s’era già accorto delle fortunate contradizioni in cui il Manzoni era caduto ritoccando le tragedie. All’imprigionato Carmagnola egli non risparmia la pena di correggersi: «Ah! tu vedrai Come si mor!» (251), «Oh perchè almeno Lunge da lor non moio!... Che val di novo Affacciarsi alla vita...?» (256), o peggio ancora, con ridicolo equivoco, «Allor che Dio sui boni Fa cader la sventura...» (257). Nè alla infelicissima moglie di lui risparmia la stonata affettazione: «io moio di dolor!» (258). Tuttavia lasciò indisturbata la sentenza: «i buoni mai Non fur senza nemici» (192). Gli è che, purtroppo, codesti rari atti d’indulgenza appaion quasi sempre un semplice effetto di distrazione: giacchè, non paia soverchio l’insistervi, anche un così oculato e attento scrittore dà non scarse prove di saper distrarsi. E allora gli sfuggono, oltre le forme dianzi rilevate, un «ajuto» (232), qualche «contra» (176, 192), degli «anco» (216, 258), dei «sovra» (106, 247 e cfr. 209)...
Del terribileeglinon sempre qui gli riesce di far lo scempio che nel Romanzo. E se, per esempio, ottiene che un senatore veneziano dica (237): «Giustizia troverà... Ma se ricusa, se sta in forse» invece di «Giustizia ei troverà... Ma se ricusa, s’egli indugia», non può togliergli di bocca, iniziando il discorso: «Ov’egli Pronto ubbidisca». E ancora, se nella Prefazione alCarmagnola(155) riesce a fare a meno dell’inviso pronome, sostituendo «quando è» a «quando egli è»; nella tragedia si vede costretto, se vuol cancellare un incomodo «dunque», ad accettar il soccorsoche gli offre proprio quel pronome. Dove prima faceva dire dal Conte (214):
E che! Sì nuovaDunque mi giunge una vittoria? E parviChe questa gioja mi confonda il core....?,
E che! Sì nuovaDunque mi giunge una vittoria? E parviChe questa gioja mi confonda il core....?,
E che! Sì nuovaDunque mi giunge una vittoria? E parviChe questa gioja mi confonda il core....?,
E che! Sì nuova
Dunque mi giunge una vittoria? E parvi
Che questa gioja mi confonda il core....?,
dopo, ha modificato:
E che! Sì novaMi giunge una vittoria? E vi par egliChe questa gioia mi confonda il core....?[144]
E che! Sì novaMi giunge una vittoria? E vi par egliChe questa gioia mi confonda il core....?[144]
E che! Sì novaMi giunge una vittoria? E vi par egliChe questa gioia mi confonda il core....?[144]
E che! Sì nova
Mi giunge una vittoria? E vi par egli
Che questa gioia mi confonda il core....?[144]
Anche quanto agli arcaismi il poeta si sente le mani legate. A volte, la correzione è agevole; come quando muta «e tostamente un guardo» in «e subito uno sguardo» (184), ovvero quando trasforma le frasi, che per di più si seguivano a breve distanza (91): «E guata al lume della luna», «Perchè così mi guati Attonito?...», nelle altre: «E osserva al lume della luna», «Perchè così mi guardi Attonito?...». Ma nel primo Coro dell’Adelchi(75) gli era convenuto meglio non toccare il verso:
I figli pensosi pensose guatar.
I figli pensosi pensose guatar.
I figli pensosi pensose guatar.
I figli pensosi pensose guatar.
Come pure non toccò «le gioie dei prandi festosi», contento ad accorciar gl’jdi «gioje» e di «prandj»; «t’aiti Quel tuo figliuol» (41), «nosco trarrem Gerberga» (72), «se quandunque mentirò» (90), «le grazie a lui rendute» (49), «ricòrdivi di me» (260), «del solio indegna» (65; mentre altrove: «Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?», p. 21, e «Quei che il crollante Soglio reggere han fermo», p. 96); e tante altre forme e frasi di uso o di sapore più o men vieto,[145]fino a quell’ammuffito e curioso «E comple?» (69),che un critico maligno ebbe subito a rimproverargli, senza che un giudice ben altrimenti equo e gentile, «per ammenda tarda, ma dolce ancor», ne lo redarguisse.[146]
Rari sono i ritocchi un po’ più essenziali. Dal diacono Martino, nell’Adelchi(II, 3; p. 45), aveva fatto narrare, equivocando sulla topografia:
L’orme ripresiPoco innanzi calcate: indi alla destraPiegai verso aquilone....
L’orme ripresiPoco innanzi calcate: indi alla destraPiegai verso aquilone....
L’orme ripresiPoco innanzi calcate: indi alla destraPiegai verso aquilone....
L’orme ripresi
Poco innanzi calcate: indi alla destra
Piegai verso aquilone....
Il marchese Cesare d’Azeglio lo avvertì dello svarione, ed egli corresse: «alla manca piegai». L’equivoco, dichiarò nella famosa lettera del 22 settembre 1823, «è nato dall’aver io... dimenticato affatto che in quel momento io rappresentava il viaggiatore tornato indietro dalle Chiuse verso l’Italia. Non badai a quella sua situazione accidentale, e lo immaginai rivolto con la persona verso il campo di Carlomagno, dove, per dir così, guardavano i suoi disegni».
Qualche verso aggiunse, per giovare alla chiarezza o all’armonia (cfr. p. 52, 103, 251); qualche altro cancellò, che reputò forse ozioso (cfr. p. 65); ne modificò felicemente altri (cfr. p. 96, 111). Notevole, per chi ricordi quale largo uso della parolaorma, rimastagli forse nelle orecchie dalle letture del Parini e del Monti, il Manzoni abbia fatto, la correzione della strana frase cadutagli dalla penna (91): «se un’orma, se un respiro intendi», che richiama il melodrammatico «sento l’orma dei passi spietati». Sostituì garbatamente: «se un passo, se un respiro ascolti».
A ciascun componimento, o gruppo di componimenti, ho premesso una noticina bibliografica; la quale, davanti allaLettre à m. C***, ha assunte le proporzioni d’una vera e propria prefazione. Ed ivi, come nel discorso che precede, mi son largamente giovato delle interessantissime lettere scritte dal Manzoni al Fauriel, e pubblicate dal De Gubernatis.Non so se le mende innumerevoli del testo francese siano da attribuire a chi ebbe a ricopiarle o alla tipografia fiorentina; ma a buon conto mi son creduto lecito, e vorrei quasi dire in dovere, di ripubblicarne i brani, che mi veniva fatto di riferire, secondo la corretta ortografia della mirabileLettera(mirabile anche per la squisita forma francese)Sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia.
Torriggia, 24 settembre 1906
Michele Scherillo.
[137]Nella lettera al Fauriel del 12 settembre 1822, il Manzoni ancora discorreva di modificazioni apportate all’Adelchi, in corso di stampa. «J’ai fait une addition», scriveva, «de quelques vers à la dernière scène de l’acte 2ᵉ, sur l’avis de Visconti, qui a observé que ce qui a dû se passer dans l’intervallo du 2ᵉ au 3ᵉ acte n’est pas assez clairement, ou au moins pas assez tôt, expliqué, au commencement de celui-ci. Il a prétendu, je crois avec raison, qu’en annonçant d’avance cet effet d’une marche qui a l’air d’une retraite, on préparerait mieux le lecteur à le comprendre sans fatigue dès l’ouverture, du 3ᵐᵉ acte». E mandò il brano da «Intento, Dalle vedette sue....» fino a «Risvegliator non aspettato» (p. 52). Soggiungeva: «Enfin, dans la scène 7ᵉ du 3ᵉ acte, cette description du petit combat d’Anfrido m’a paru par trop embrouillée, et j’ai tâché de la rendre un peu plus claire en changeant depuisConfusivers 3ᵐᵉ jusqu’àArrenditi, ainsi que vous trouverez ci-contre». E trascrisse l’altro brano (p. 66), da «Gran parte Gettan d’arme....» fino ad «Arrenditi, Gli gridiamo....».[138]Quegli abbozzi, quali il Bonghi li pubblicò, formicolano, è vero, di errori e di sviste d’ogni genere; ma non sarebbe stato arduo coreggerli o scansarli. Comunque, la colpa del Bonghi sta principalmente nell’essersi egli troppo fidato nelle copie e nelle collazioni, eseguite da chi non aveva nè l’occhio nè la mano nè la preparazione per lavori di tal genere. Come spiegare altrimenti (basta un esempio per tutti!) ch’ei stampi, nel primo getto dellaPentecoste, «Oh scendi, autor di Vergini.....», senza accorgersi che ivi debba dire «altor di Vergini»? (Cfr. pag. 482).[139]Do anche le varianti dellaPrefazionee delleNotizie storicheche illustranoIl Conte di Carmagnola; non così quelle delleNotizie storichepremesse all’Adelchi, perchè da principio m’era parso che non ne francasse la spesa.[140]Preziosa è la dichiarazione che il poeta si vede costretto a fare in una nota alleNotizie storichepremesse alCarmagnola, a proposito di Nicolò Piccinino. Dice (pag. 177): «Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di Fortebraccio....». Dunque il verso ha «una dignità» che la prosa non conosce, e che va rispettata! Nel primo getto il Manzoni non s’era fatto riguardo d’infilzare in un verso (pag. 287): «Il Pergola, il Torello, il Piccinino». Che gli abbia poi incusso paura il ricordo dei «Salamini» dell’Ajacefoscoliano?[141]Il cangiamento precisamente opposto vennecompiendoil Parini nel ritoccare i suoi poemetti: dove prima aveva scrittotra, venne sostituendofra. E s’intende: agl’intenti del poeta popolano rispondeva meglio render sempre più ricercata e preziosa la forma delGiorno; come ai propositi del poeta di sangue gentile si confaceva lo sfrondare il suo stile d’ogni futile pompa.[142]Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ed.. Napoli, Pierro, 1895, pag. 102.[143]Poco avanti, a pag. 138, non dubitò tuttavia di correggere: «tra loro tre».[144]Anche nel Romanzo (cap. II, pag. 26) fa dir da Perpetua: «Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?». Ma in tutto il libro non ce n’è che un altro solo di codestieglipleonastici, nel cap. XXIII, pag. 327: «E questa consolazione.... vi par egli ch’io dovessi provarla...?».[145]Nel Coro dell’atto III dell’Adelchi, in luogo di «valli petrose» (75), il Manzoni aveva, nel primo getto, scritto (144) «valli rigose», che vuol dire «valli nel cui fondo scorre un rivo», ovvero «irrigue». Il Bonghi, non so perchè, v’appose un segno d’interrogazione (?).[146]Cfr.D’Ovidio,Le correzioniecc., p. 210 ss.
[137]Nella lettera al Fauriel del 12 settembre 1822, il Manzoni ancora discorreva di modificazioni apportate all’Adelchi, in corso di stampa. «J’ai fait une addition», scriveva, «de quelques vers à la dernière scène de l’acte 2ᵉ, sur l’avis de Visconti, qui a observé que ce qui a dû se passer dans l’intervallo du 2ᵉ au 3ᵉ acte n’est pas assez clairement, ou au moins pas assez tôt, expliqué, au commencement de celui-ci. Il a prétendu, je crois avec raison, qu’en annonçant d’avance cet effet d’une marche qui a l’air d’une retraite, on préparerait mieux le lecteur à le comprendre sans fatigue dès l’ouverture, du 3ᵐᵉ acte». E mandò il brano da «Intento, Dalle vedette sue....» fino a «Risvegliator non aspettato» (p. 52). Soggiungeva: «Enfin, dans la scène 7ᵉ du 3ᵉ acte, cette description du petit combat d’Anfrido m’a paru par trop embrouillée, et j’ai tâché de la rendre un peu plus claire en changeant depuisConfusivers 3ᵐᵉ jusqu’àArrenditi, ainsi que vous trouverez ci-contre». E trascrisse l’altro brano (p. 66), da «Gran parte Gettan d’arme....» fino ad «Arrenditi, Gli gridiamo....».
[137]Nella lettera al Fauriel del 12 settembre 1822, il Manzoni ancora discorreva di modificazioni apportate all’Adelchi, in corso di stampa. «J’ai fait une addition», scriveva, «de quelques vers à la dernière scène de l’acte 2ᵉ, sur l’avis de Visconti, qui a observé que ce qui a dû se passer dans l’intervallo du 2ᵉ au 3ᵉ acte n’est pas assez clairement, ou au moins pas assez tôt, expliqué, au commencement de celui-ci. Il a prétendu, je crois avec raison, qu’en annonçant d’avance cet effet d’une marche qui a l’air d’une retraite, on préparerait mieux le lecteur à le comprendre sans fatigue dès l’ouverture, du 3ᵐᵉ acte». E mandò il brano da «Intento, Dalle vedette sue....» fino a «Risvegliator non aspettato» (p. 52). Soggiungeva: «Enfin, dans la scène 7ᵉ du 3ᵉ acte, cette description du petit combat d’Anfrido m’a paru par trop embrouillée, et j’ai tâché de la rendre un peu plus claire en changeant depuisConfusivers 3ᵐᵉ jusqu’àArrenditi, ainsi que vous trouverez ci-contre». E trascrisse l’altro brano (p. 66), da «Gran parte Gettan d’arme....» fino ad «Arrenditi, Gli gridiamo....».
[138]Quegli abbozzi, quali il Bonghi li pubblicò, formicolano, è vero, di errori e di sviste d’ogni genere; ma non sarebbe stato arduo coreggerli o scansarli. Comunque, la colpa del Bonghi sta principalmente nell’essersi egli troppo fidato nelle copie e nelle collazioni, eseguite da chi non aveva nè l’occhio nè la mano nè la preparazione per lavori di tal genere. Come spiegare altrimenti (basta un esempio per tutti!) ch’ei stampi, nel primo getto dellaPentecoste, «Oh scendi, autor di Vergini.....», senza accorgersi che ivi debba dire «altor di Vergini»? (Cfr. pag. 482).
[138]Quegli abbozzi, quali il Bonghi li pubblicò, formicolano, è vero, di errori e di sviste d’ogni genere; ma non sarebbe stato arduo coreggerli o scansarli. Comunque, la colpa del Bonghi sta principalmente nell’essersi egli troppo fidato nelle copie e nelle collazioni, eseguite da chi non aveva nè l’occhio nè la mano nè la preparazione per lavori di tal genere. Come spiegare altrimenti (basta un esempio per tutti!) ch’ei stampi, nel primo getto dellaPentecoste, «Oh scendi, autor di Vergini.....», senza accorgersi che ivi debba dire «altor di Vergini»? (Cfr. pag. 482).
[139]Do anche le varianti dellaPrefazionee delleNotizie storicheche illustranoIl Conte di Carmagnola; non così quelle delleNotizie storichepremesse all’Adelchi, perchè da principio m’era parso che non ne francasse la spesa.
[139]Do anche le varianti dellaPrefazionee delleNotizie storicheche illustranoIl Conte di Carmagnola; non così quelle delleNotizie storichepremesse all’Adelchi, perchè da principio m’era parso che non ne francasse la spesa.
[140]Preziosa è la dichiarazione che il poeta si vede costretto a fare in una nota alleNotizie storichepremesse alCarmagnola, a proposito di Nicolò Piccinino. Dice (pag. 177): «Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di Fortebraccio....». Dunque il verso ha «una dignità» che la prosa non conosce, e che va rispettata! Nel primo getto il Manzoni non s’era fatto riguardo d’infilzare in un verso (pag. 287): «Il Pergola, il Torello, il Piccinino». Che gli abbia poi incusso paura il ricordo dei «Salamini» dell’Ajacefoscoliano?
[140]Preziosa è la dichiarazione che il poeta si vede costretto a fare in una nota alleNotizie storichepremesse alCarmagnola, a proposito di Nicolò Piccinino. Dice (pag. 177): «Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di Fortebraccio....». Dunque il verso ha «una dignità» che la prosa non conosce, e che va rispettata! Nel primo getto il Manzoni non s’era fatto riguardo d’infilzare in un verso (pag. 287): «Il Pergola, il Torello, il Piccinino». Che gli abbia poi incusso paura il ricordo dei «Salamini» dell’Ajacefoscoliano?
[141]Il cangiamento precisamente opposto vennecompiendoil Parini nel ritoccare i suoi poemetti: dove prima aveva scrittotra, venne sostituendofra. E s’intende: agl’intenti del poeta popolano rispondeva meglio render sempre più ricercata e preziosa la forma delGiorno; come ai propositi del poeta di sangue gentile si confaceva lo sfrondare il suo stile d’ogni futile pompa.
[141]Il cangiamento precisamente opposto vennecompiendoil Parini nel ritoccare i suoi poemetti: dove prima aveva scrittotra, venne sostituendofra. E s’intende: agl’intenti del poeta popolano rispondeva meglio render sempre più ricercata e preziosa la forma delGiorno; come ai propositi del poeta di sangue gentile si confaceva lo sfrondare il suo stile d’ogni futile pompa.
[142]Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ed.. Napoli, Pierro, 1895, pag. 102.
[142]Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ed.. Napoli, Pierro, 1895, pag. 102.
[143]Poco avanti, a pag. 138, non dubitò tuttavia di correggere: «tra loro tre».
[143]Poco avanti, a pag. 138, non dubitò tuttavia di correggere: «tra loro tre».
[144]Anche nel Romanzo (cap. II, pag. 26) fa dir da Perpetua: «Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?». Ma in tutto il libro non ce n’è che un altro solo di codestieglipleonastici, nel cap. XXIII, pag. 327: «E questa consolazione.... vi par egli ch’io dovessi provarla...?».
[144]Anche nel Romanzo (cap. II, pag. 26) fa dir da Perpetua: «Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?». Ma in tutto il libro non ce n’è che un altro solo di codestieglipleonastici, nel cap. XXIII, pag. 327: «E questa consolazione.... vi par egli ch’io dovessi provarla...?».
[145]Nel Coro dell’atto III dell’Adelchi, in luogo di «valli petrose» (75), il Manzoni aveva, nel primo getto, scritto (144) «valli rigose», che vuol dire «valli nel cui fondo scorre un rivo», ovvero «irrigue». Il Bonghi, non so perchè, v’appose un segno d’interrogazione (?).
[145]Nel Coro dell’atto III dell’Adelchi, in luogo di «valli petrose» (75), il Manzoni aveva, nel primo getto, scritto (144) «valli rigose», che vuol dire «valli nel cui fondo scorre un rivo», ovvero «irrigue». Il Bonghi, non so perchè, v’appose un segno d’interrogazione (?).
[146]Cfr.D’Ovidio,Le correzioniecc., p. 210 ss.
[146]Cfr.D’Ovidio,Le correzioniecc., p. 210 ss.
L’autore non avrebbe certamente pensato da sè a raccogliere in un volume questi scritti, già quasi tutti da lui pubblicati separatamente, in diversi tempi. Chè, mentre le prime edizioni giacevano in gran parte, e alcune da qualche anno, sparse e dimenticate presso i librai, o ammontate in casa sua, gli sarebbe parso un pensiero troppo strano quello d’offrire al pubblico tutt’in una volta, tanti lavori che, a uno a uno, il pubblico non aveva voluti. Ma vedendo che aicontraffattori, gente, per dir la verità, più abile e più fortunata, la cosa era riuscita, ha creduto che non sarebbe temerità il tentar se potesse riuscire anche a un’edizione riconosciuta da lui. Non avrebbe però avuto, come loro, il coraggio di riprodurre questi lavori tal e quali gli erano sfuggiti dalle mani la prima volta; e ha quindi dovuto ritoccarli, non già con la pretensione stravagante di metterli in una buona forma; ma per levarne almeno quelle deformità che, rivedendoli dopo tanto tempo, gli davan più nell’occhio, e alle quali, insieme, gli pareva di poter con facilità e con certezza sostituir qualcosa di meno male. Vuol dire che non s’è potuto ritoccar quasi altro che le prose; giacchè i versi, se è più facile farli male, è anche più difficile raccomodarli. Ha poi ridotti i lavori suddetti a quelli che avrebbe voluti ristampare,come meno indegni di morire a poco a poco, se il pensiero di ristamparli fosse potuto nascere a lui. Dimanierachè questa raccolta, col romanzo intitolatoI Promessi Sposi, dell’edizione riveduta da lui, e con l’opuscolo aggiuntovi (Storia della Colonna Infame), comprende tutti gli scritti che riconosce per suoi, e nella forma che li riconosce. Finalmente ha creduto di poter profittare di questa occasione per arrischiare qualche scritto inedito, che, uscendo solo, avrebbe, di certo, avuta la sorte degli altri, cioè di morir nascendo; e, questa volta, senza la probabilità d’esser resuscitato da’contraffattori; perchè l’autore, dovesse anche passar per ingrato e per malavveduto, intende di valersi oramai dell’aiuto delle leggi e delle convenzioni, per preservarsi dal loro.
Milano, maggio 1845.