POLO.

Soccorso, soccorso! gridavano tutti, e colle mani giunte, cogli occhi rivolti al cielo, colle ginocchia piegate, aspettavano l'aiuto supremo, e piangevano!

Soccorso, soccorso! urlavano i marinai, i quali scoraggiti, stanchi dalle violenti ma inutili fatiche, disperati, miravan torvi il mare e stavan per salvarsi a nuoto lasciando abbandonato il naviglio e preda di sventura gli infelici viaggiatori!

Soccorso, soccorso! pregava il desolato capitano, che madido di sudore e gocciante per le vesti inzuppate scorgeva dall'alto del ponte il suoCiullodannato a sommergere, e vedeva imminente, fatale, il precipizio!

—Soccorso, soccorso!

—Aiuto, aiuto!

Coraggio, coraggio! si gridava da terra; e quattro lancie spinte da robuste braccia volavano in soccorso dei naufraghi.

Pericolanti e salvatori s'incuoravano a vicenda, e l'onde già gorgogliando salivano dagli spalancati boccaporti ed allagavano il cassero, allorchè le scialuppe raggiunsero lo spezzato vapore ed una mano di barcaiuoli e montanari si slanciò a furia sulla tolda.

Da questi sorretti o portati scesero i naufraghi nelle lancie, e il capitano sarebbe stato ultimo ad abbandonare ilCiullose due uomini non avesser dovuto porre qualche ritardo nel calare una giovinetta la quale svenuta e colle vesti scomposte serrava sul cuore la mano di un giovin uomo e gli abbandonava il capo nel seno. Bizco e Pierio, sollevata Emma, la deposero sul fondo della barca, ed Arrigo ancor barcollante e pallido le si assise daccanto e sdossatasi la guarnacca la stese sulle assiderate membra della sposa, nel mentre la baronessa spaurita e tremante mirava in viso cogli occhi spalancati figliuola e genero e stropicciava con febbrile ardore le fredde dita della supina. Bizco e Pierio intanto raccolti i remi, li tuffarono con vigoroso impeto nell'onde e vogando serrati raggiunsero le più celeri lancie e presto le sorpassarono afferrando la riva gremita per curiosi e compassionevoli.

Nel medesimo tempo il postale scompariva: la lotta tra l'acque e il fuoco era davvero stata viva, ma le prime avevano trionfato e colla stiva colma da esse affondarono eziandio i carboni bruciati ma spenti. La superficie dello stretto ridivenne quieta e piana; solo qua e là qualche tavola fluttuava ed infissa in una di queste stava ritta pur non sventolante la bandiera della nave. Il cadavere del fuochista, unica vittima umana, spinto dall'onde si era avvicinato alla riva, ma ricacciato da nuove fin nel mezzo, parve s'ostinasse a non abbandonare la costa dell'isola, e galleggiò incerto per assai tempo, ma alla fine accavallate dal vento soffiante da Val di Mone le istesse onde che gli erano bara lo trascinarono nella loro corsa violenta fin presso le coste di Calabria, e là sulle secche fu infatti raccolto e dai pescatori tumulato.

Il mal capitato fuochista era di Reggio, e dopo dieci anni ritornava, morto, alla terra natale!

Scesi a terra, i salvati furono immantinente circondati da donne e marinai, le une recando ristori e panni, gli altri offrendo sè stessi e le casupole. La triste comitiva però s'incamminò verso il forte del Faro, preceduta da quell'uffiziale comandante e seguita da qualche soldato sbucato dalla batteria in lor soccorso. Procedevano silenziosi, e fra quelle faccie vispe ed abbronzate avresti scorto il contrasto dei visi pallidi e smunti, il languore della persona e l'abbandono delle forze disegnavano su quelle fronti gelate dispetto e spavento! Pierio e Bizco avanzavano primi portando sulle braccia Emma e lor dappresso era l'uffiziale il quale sosteneva la baronessa, aiutato nel pio ufficio da Arrigo. Il capitano, gli altri passeggieri, l'equipaggio, seguivanli; e negli occhi vivaci di quei pietosi vallegiani brillava la gioia della buon'azione e il rammarico insieme della sgraziata avventura. Quella processione sarebbe sembrata un mortóro, se fossevi apparso un feretro!

Raccolti nella piccola sala della Lanterna, molti fra gli accompagnatori s'allontanarono, e ad Emma, adagiata sul lettuccio, fur fatti aspirare sali ed essenze. A poco a poco la giovinetta rinvenne, e la madre diè un grido di gioia allorchè alla sua amata si sprigionò dal petto un sospiro. Aprì gli occhi, le si tinser di porpora le guancie e le labbra, un leggier tremito le corse per le membra, staccò le mani dal cuore su cui sembravano infisse, alzò il capo, si ricompose le vesti e le treccie, contemplò siccome estatica e con atto di meraviglia la genitrice, Arrigo e Pierio, sorrise, mosse la persona, si rizzò, e chiese con ansia e paura:

—Ove mi trovo?… mamma, perchè son qui?… soldati? un uffiziale?…

—Emma, Emma—disse Arrigo indovinando la domanda della sposa—eccomi a te… sta queta… siamo in luogo sicuro, siamo tutti salvi… nessuna disgrazia…

—Oh qual pericolo abbiam corso!

—Emma…

—Mamma… Arrigo…

—Arrigo?!…—sussurrò con mal represso atto di sdegno Bizco—Arrigo?!—e dall'oscuro canto del salotto fissò lo sguardo sul giovane.

—Arrigo?!—esclamò ad alta voce l'uffiziale—Arrigo? lui?—e gli si avvicinò.

—Scusate, signore, è Arrigo il vostro nome?…

—Sì, tenente… ma… quale strana rassomiglianza!… il vostro nome, uffiziale, il vostro nome!…

—Azzo Carbonera.

—Carbonera!… Oh ch'io t'abbracci, Azzo, mio salvatore!… Azzo!

—Arrigo Rapisardi!

—Amico mio!

—Quale consolazione!

—Come qui, Azzo? due anni son corsi dal nostro viaggio ad Ajaccio…

—Arrigo… ti racconterò poi… ma questa… è la tua sposa?

—Sì, Azzo.

Azzo Carbonera robusto e biondo uomo sui trentott'anni, aveva bella e ritta la persona, ardito aspetto, occhi splendenti, lunghi baffi, folta capigliatura. Cospiratore a vent'anni, e scoperto, la sola fuga lo avea salvato dalla forca: quanto duro gli era stato l'abbandono della sua cara Sondrio, della nativa Valtellina, delle Alpi sterili e nude, ma italiane! Valicato lo Spluga, s'era condotto attraverso le inospiti vallate grigione a Bellinzona, e di là sceso a Lugano s'era arruolato fra i congiurati ed esule fra esuli sospirava sempre il riscatto della sua Italia! Mille proscritti tentarono un dì l'invasione di Lombardia, e dalle gole di Valsolda, sbucarono su quel di Menaggio colla speranza di eccitare a rivolta gli alpigiani del Lario e per Como piombar su Milano: ma pochi e male armati, attaccati dai gendarmi presso Porlezza e sbaragliati, avevan dovuto salvarsi colla fuga, e sfiduciati ritornar precipitosi nella libera Elvezia, a piangere i compagni perduti! Azzo se n'accorò, e lasciata Lugano s'era confinato a Losanna, ove visse parecchi anni scrivendo e cospirando. Ma la buona stella della libertà era sorta sull'orizzonte anco per la povera terra dei morti, ed Azzo lasciava il Vodese e passato il Sempione calava ad Arona, dove con Garibaldi piombava sul lombardo e da valoroso combatteva a Sesto, a Varese, a S. Fermo. Sospesa la guerra, dalle rive del Garda faceva voto di viver nell'armi in servigio della patria, e da allora cingeva la spada. Inviato negli Abruzzi, aveva assaltate con guerresco ardimento molte bande liberticide e per un anno s'era battuto con costanza e coraggio fra quelle gole insidiose ed in quelle boscaglie selvaggie. A Napoli aveva conosciuto Rapisardi ed amicizia calda e sincera erasi stretta fra loro: due giovani, entrambi innamorati del poetico e dello strano, entrambi ardenti e baldi, potevano non unirsi coi santi vincoli dell'affetto? Vissuti così un inverno, erano partiti assieme per Corsica e in quell'isola illustre per illustri natali Azzo aveva salvata la vita ad Arrigo: non chiedermi come e perchè; fu un mistero per tutti, e il biondo valtellino avevane giurato il segreto al bruno messinese! Riconoscenza ed amore legavano dunque lo sposo di Emma al comandante del Faro; replicati baci rannodarono la fratellanza ed il rossore delle gote ed il lampo degli sguardi ben mostrarono agli attoniti astanti quale e quanto gaudio commuovesse i lor cuori!

—Lui?… Arrigo?!—con sorda voce ripetè il padre di Zelmira.

—Lui?—chiese Pierio, che incerto e concitato guatava con raccapriccio il sinistro aspetto di Bizco e mirava con ansietà Arrigo e l'uffiziale—lui?

—Sì, lui… l'uccisore della mia figliuola!

—Lui?

—Arrigo Rapisardi!

—Il seduttore?…

—Sì, Pierio, lui, lui! È Dio che ce lo invia!

—Quale arcano…

—Snuda il pugnale, Pierio, e compi il tuo giuro.

—Qui?

—Qui.

—Qui, padre mio, fra tanti armati?

—Qui, non monta… Affrettati Pierio!

—Oh Dio mio… mi fa paura il sangue!

—Pierio, Pierio, hai giurato!

—Maledetto giuramento… qui, in un forte!?

—Qui, è l'onor di Zelmira…

—Oh Zelmira!

—È l'onor della sorella… orsù… lo voglio… hai giurato!

E Bizco spinse colla mano l'attonito Pierio, il quale tenendo nascosta sotto il gabbano la nuda lama barcollando s'avvicinò al gruppo dei salvati, sempre inseguito dallo sguardo fisso e sanguigno del padre.

—Oh Emma… è un amico fidato che il cielo m'invia;… è Azzo…

—Tutto t'arride, Arrigo mio, anche nella sciagura trovi conforto.

—E fortuna. Si, Azzo, lascia che lo dica… e fortuna!

—Non più, amico. Apprestiamo ad Emma le ultime cure… e lasciamo quest'umida cameraccia.

—È qui che abiti?

—È il mio alloggio. Che vuoi? noi soldati abbiamo ruvida La pelle e…

—Ed ottimo cuore.

Ed Emma così dicendo s'alzò e stese in atto affettuoso la sua candida mano al comandante. Carbonera la baciò, e stringendola con riverente entusiasmo pronunziò con voce commossa:

—Grazie infinite, signorina… non merito punto le vostre cortesie… perdonate la mia ruvidezza.

—Azzo, Azzo!—gridò con ilare dimestichezza Arrigo, non farmi il piagnone… suvvia… abbracciami Emma…

—Che?

—Lo voglio.

—Lo vuoi?… ben di cuore!

E mentre Azzo e la sposa di Arrigo si ricambiavano strette di mano e carezzevoli parole, Pierio vieppiù s'avvicinava e dietro lui stava Bizco col pugno teso e coi denti serrati.

L'aspetto del vecchio montanaro era in quell'istante terribile, e colui il quale l'avesse allora veduto avrebbe irresistibilmente gridato: all'assassino, all'assassino!

Pierio all'incontro era pallido e trepidante, ansante il petto, lo sguardo incerto e pauroso, il passo stentato e mal fermo.

Non ancora uso al sangue, il giovane isolano muoveva al delitto cacciato solo dal demone della vendetta, e sprone fatale eragli il cupo e minaccioso comando del padre.

—Colpisci, colpisci!—gridogli dietro le spalle il feroce Bizco.

—Grazia per lui, padre mio, grazia per lui!

—Hai giurato!

—Oh Zelmira!

—Colpisci, vigliacco… colpisci!

—Vigliacco?… oh giammai!

Alzò con rapido moto la destra e nel calare il pugnale sul petto alla vittima tonò:

—Vendetta!

—Vendetta!—ripetè con urlo satanico il Bizco, e sfoderato il coltello piombò più celere del lampo su Azzo; il quale all'improvviso pericolo dell'amico aveva sguainata la spada e stava per immergerla in seno a Pierio.

—Mamma Tecla, mamma Tecla, dite… e Zelmira?

—La vita manca ad ogn'istante alla mia povera figliuola. Poveretta! se la vedeste! pare un cero; pallida, dimagrata, sparuta, sorride con un riso angelico e foriero di morte! Povera Zelmira mia! presto, pur troppo, mi sarai tolta! e allora non ti vedrò più! Oh Signore, mi si squarcia il cuore… troppo viva è la piaga che m'avete aperta!… Dio, Dio mio, richiamate a voi me, non lei!… sì giovane, sì bella, sì gentile! Oh Signore, accogliete la preghiera mia… lasciatela a' suoi cari… alla madre che dispera!!!

—Suvvia, Tecla, non v'accorate troppo: Iddio prova il vostro affetto… inchinatevi a lui! Zelmira forse…

—No, Giaimo, Zelmira fra poche ore sarà morta… è il cuore che me n'accerta… ah sì! quant'è mai sventurata la vecchia Tecla!

—Tecla, coraggio. Il ricordo delle passate sciagure vi fa mesta e sfiduciata. Buona Tecla!

E il rozzo Giaimo strinse con mano tremante la destra della cognata. Alcune grosse lagrime gli gocciarono sulle guancie e nell'alzar gli occhi in viso alla Tecla scorgendola tutta in pianto e addolorata diede egli pure in uno scoppio di singulti, e quel ruvido ma onesto cuore fu schiantato dall'affanno. Si abbracciarono, e mentendo a sè stessi sussurrarono con voce spenta e fievole:

—Coraggio, Tecla!

—Oh sì, fatevi animo, Giaimo!

Già un anno era passato dalla morte di Bizco e dalla cattura di Pierio, e la nuova sventura aveva stremate le gracili forze della malata Zelmira. Il vento della montagna le divenne letale, e dovette rinunciare all'innocente poesia della contemplazione dell'aurora e del tramonto. Chiusa nella sua solitaria cameretta non vide più le acque del torrente precipitar dalla vetta e scendere impetuose al mare, non più seguì coll'occhio il lungo volo delle rondini in traccia di cibo pei piccini, non più udì il canto delle pastorelle e gl'inni delle amiche inginocchiate nel tempio! Sola, sempre mesta, unico conforto le veniva dallo zio e dalla madre; anco gl'infantili schiamazzi del fratellino le cagionavano pena e dolore! Povera creatura! appassì la sua bellezza, sparve la giocondità dell'animo, inaridille insomma la vita; fu il lugubre cammino della tempesta, e nessuno potette illuder sè, lei, la desolata Tecla! E diffatto la tempesta si scatenò, e fu rovescio aspettato eppur terribile. L'arcana fiammella della vita che languida le commoveva il petto, a poco a poco s'ammorzò, e le tristi parole di Tecla a Giaimo erano pur troppo foriere di sventura! Zelmira seppe di dover morire, e non un lamento, non una lagrima le strappò l'annunzio ferale; calma, rassegnata, tutta tranquilla, disse addio alla sua giovinezza, alla sua povera vita, al suo cielo, a' suoi monti, a' suoi cari ricordi! Addio affettuoso, addio rosato, casto simbolo della tradita fanciulla, del suo cuor puro e immacolato, del suo virgineo e tenero affetto! La poveretta non sentiva rammarichi, non aveva che amato!

Stava Zelmira supina in s'un gramo pagliericcio coperto da misero coltrone, colle braccia incrociate sul seno e col capo arrovesciato. Pallida fra lenzuola bianchissime, la morente fanciulla s'assomigliava ad un angelo, e da quegli occhi sbarrati e fissi spirava ancora la movenza della giovinezza. Stille di freddo sudore le bagnavan la fronte, e le guancie scarne ed infossate lasciavano leggere su quel viso sfatto la storia dei patiti malori e delle lunghe angoscie. Dalla bocca semiaperta scorgevansi i denti bianchi e levigati, e le labbra aride e senza moto mettevano in animo il ribrezzo dell'agonia. Zelmira affannosamente respirava e lenti erano i battiti del cuore. Ancor pochi istanti e sarebbe morta!

Ritto a lei vicino, colle palme congiunte in atto di preghiera e col viso levato al cielo, era il curato di Curcoraggio, vegliardo d'ottant'anni, venerando per saggezza e carità. L'addolorato pastore invocava con commosso accento la suprema benedizione per la spirante pecorella, e quella figura severa, canuta, avrebbe incussa reverenza eziandio al più sfrenato derisore della poesia di quaggiù.

—La figliuola è agli estremi; datele il bacio dell'addio e pregate per lei.

Così il vecchio prete a Tecla, allorchè entrò nella stanza con Giaimo. La disperata donna a quelle strazianti parole diè un profondo sospiro e senza aggiunger sillaba piegò la persona e cadde genuflessa. Il montanaro imitolla, e per parecchi minuti non altro s'udì che il bisbiglio delle preci. All'orologio della chiesa suonarono allora le ventidue e il sordo rimbombo dei replicati colpi venne a morire fra le pareti della cameretta di Zelmira. La quale a quei suoni si scosse ed alzato con moto languido il capo ravvisò gl'inginocchiati ed alla madre fè cenno s'accostasse. Tecla si rizzò e con lieve passo s'avvicinò al letto della fanciulla, nel mentre Giaimo a capo chino si faceva daccanto al pievano e l'interrogava con muta ansietà, collo sguardo indagatore. Il vegliardo additogli con solenne dignità il cielo e stringendo all'afflitto la mano gli riunì le palme quasi volesse raccomandargli pregasse.

—Mamma—pronunciò con fioco sforzo Zelmira—Mamma, sto morendo e ti saluto per sempre. Via, non piangere… così vuole il Signore e non sta bene la ribellione… fa di darti pace ed anche allo zio porgi coraggio e consolazione. Il curato… oh Dio mio, concedimi la forza di dir l'ultime parole!… il curato mi ha fatto cuore, m'ha promesse orazioni… e senti, mamma, vedo di non saper più parlare… dato che il povero Pierio… sì, anche di lui vo' ricordarmi… se mai, lo faccia Iddio! se mai riuscisse a fuggir dal bagno…. se ritornasse libero… ebbene, allora dagli un bacio per me, per la sua cara sorella! povero Pierio mio! quant'eri buono!… ed alla memoria pure del mio genitore, del tuo Bizco; non tremare, mamma; alla memoria di lui poni un sasso… un ricordo povero ma affettuoso… laggiù nel cimitero… ed a me… una croce! Mamma, mamma, non singhiozzare!… oh Signore! eccomi a te… sento mancarmi il respiro… mi si chiudono gli occhi!

E ricadde sui guanciali, supina, immobile.

Zelmira era morta.

Tecla e Giaimo alzarono un grido disperato, e se il prete non li avesse rattenuti si sarebbero forsennati gettati sul corpo dell'amata, baciandolo per gli occhi, per la bocca, per tutto il volto. Ma lasciarli più a lungo al dolore non volle il pievano, epperò li scosse e seco loro usci dalla stanza.

—Abbiate rassegnazione, amici. La poveretta è partita per luogo di gaudio. Voi Giaimo siate forte, e voi Tecla seguitela colle preci. Datevi pace e fatene omaggio al gran re.

La madre e lo zio, pur sempre dirottamente piangendo, strinsero con effusione d'amore la mano scarna del vegliardo, ed attraversato il piccolo portico scomparvero. Il curato li seguì coll'occhio sino a che videli perduti fra le ombre della bistorta callaia, ed allora rientrò e messosi ginocchione presso il lettuccio intuonò il canto dei morti.

Due anni dopo questa scena di lutto, la campana di Curcoraggio suonava ancora a mortóro, ed il buon popolo della pieve scendeva, saliva, per le viuzze del villaggio, accorso alle esequie di una trapassata. Su quelle faccie, bronzate dal sole, e rugate dagli stenti, si leggeva la pietà e la compassione, e su per le labbra di tutti correva la triste storia ed il nome della povera morta. E ben triste davvero era quella storia! affanni, dolori, angoscie, avevano straziato il cuore della misera, e testimonii dei patimenti sofferti erano tutti, era il curato! Il quale parato a funerale, seguiva allora appunto l'umile feretro, che quattro montanini portavano alla chiesa, spalancata e già gremita di fedeli. Lunga fila di donne faceva ala alla bara, ed il loro canto melanconico e flebile squarciava il cuore. Allorchè poi le spoglie della consorella furono nella casa di Dio lo squillo della campana salutò colla sua lugubre armonia la novella viatrice e tutto il popolo genuflesso e devoto fece solenne l'umile rito.

Boccone a lato del cataletto giaceva un vecchio, cui la bianca barba scendeva scomposta e lunga fino a terra, d'abiti puliti ma rozzi, mal calzato e soffrente. E certo quell'uomo soffriva, perocchè lo squallido viso e la sparuta persona dicevano pur troppo ben chiaro, ch'egli pativa assai e nell'animo e nelle forze: nello sguardo non scorgesi sovente riflesso lo strazio celato? Grosse lagrime gli piovevano dagli occhi, e l'affannoso respiro riusciva di volta in volta a replicati singulti. Piangeva, sì, quel canuto montanaro, piangeva, ma non per affetti terreni, non per ricordanze dolorose, non per paura del futuro, piangeva di rassegnazione, e nella sua prece invocava siccome grazia suprema la morte: povero e solo, fiacco e combattuto, che sarebbe stata per lui la vita? a somiglianza del passero, che abbandonato dalla compagna o perduto fra i campi di terra non sua piange, disperasi e muore, il vecchio isolano sarebbe perito fra gli stenti sprezzato e solitario!

Anche al curato s'erano inumidite le palpebre, e già stava per raccomandare al popolo prosternato che pregasse, pregasse di cuore per la morta, allorchè voci concitate lo scossero, ed alzate le pupille vide sulla porta un uomo in assisa di galeotto far violenza agli astanti e penetrar con mal frenato furore nella folla. Cogli occhi stralunati, colle labbra mosse a selvaggio sorriso, col mento abbrunito, colla destra involta in sucido fazzoletto intriso di sangue, colla giubba e le calzature lacere, lo sconosciuto s'avvicinò con impeto trepidante ai ceri, e respinti quelli che tentavano barrargli il cammino, diè un guardo cupo ed insieme pauroso alla bara, e raffigurato il genuflesso si chinò su di lui. Fissarlo in volto, riesaminar quel sembiante corrugato e smunto, rialzarlo, fu un istante; soffregò a sè gli occhi a lui le ciglia, chinò in atto pensoso il capo, si battè con repentino delirio la fronte, baciò a più riprese l'attonito vecchio e poco dopo gridò:

—Giaimo! Giaimo!

Questi, al grido del suo nome, rispose con altro grido, scosse vivamente il galeotto, diè in uno scoppio novello di pianto ed additato il feretro balbettò:

—Là entro dorme Tecla. Oh Pierio! troppo tardi sei venuto.

—Tecla?!… la madre mia?!…

—Sì, figliuolo!

Pierio, quasi colpito da arcano fulmine, cadde sul suolo, ma poco dopo si rizzò e gettandosi tutto doloroso sul cataletto:

—A che mi giova—urlò—essere libero?

—Pierio!

—Oh madre, oh madre!… la sventura t'ha uccisa!

—Pierio—disse allora Giaimo—Pierio, è Tecla che te lo comanda per me… giacchè sei, sta libero… salvati… piglia le montagne…

—No, Giaimo, morrò qui, sulla salma della madre. Che mi cale della libertà, solo… e inseguito?

—Solo?!.., oh Pierio, e al tuo Giaimo non pensi?

—Una squadra d'armati mi persegue… fra poco saranno al monte… oh ch'io muoia vicino a te madre mia!

—Usciamo, usciamo, mio Pierio; il funebre rito vuol essere continuato…

—E Zelmira?

—È sepolta laggiù…

—Nel cimitero?!… Povera sventurata!

—La sua fossa è distinta da una croce…

—Oh Zelmira mia!

—Recati là e prega per lei…

—Sorella diletta… prega per me!

—Nessuno oserà profanare la pace delle tombe.

E seguito dallo zio Pierio uscì all'aperto; toltosi alla vista degli affollati, ripercorse il tratto di via che separa Curcoraggio dal cimitero, e trovatine aperti i cancelli entrovvi. Giaimo, meno sbalordito del giovane, pensò chiuder le porte, e ciò fatto raggiunse il nipote, il quale s'era già inginocchiato appiè del tumulo che raccoglieva le spoglie dell'amata sorella e lasciava libero lo sfogo al torrente delle lagrime. I due superstiti rimasero raccolti in estatica e gemebonda contemplazione lunga pezza, e soltanto si scossero allorchè il rumore precipitato di molti passi e un sordo mormorio poco lontano richiamolli alla realtà dell'esistenza. Zio e nipote, come destandosi tutto spaventati, divinarono il destino che li aspettava, e piantatisi ritti e minacciosi sulla terra benedetta dalle ossa di Zelmira si prepararono a difenderla.

Azzo Carbonera, scortato da venti soldati, apparve infatto al cancello. Tentò aprirlo, e veduto il fuggiasco gli gridò in tuono minaccioso:

—Aprite alla legge. Aprite!

—Giammai!—rispose con voce ferma Pierio, e cacciate le mani sotto la giubba ne cavò un coltello che brandì risoluto.

Giaimo veduta l'arme ne gioì, e coi pugni serrati si mise a lato del nipote.

—Da bravo, Pierio; fa onore alla memoria di Bizco!

Azzo allora ordinò che si scardinasse il cancello, e molti uomini fatta leva dei ferri ben presto l'ebbero messo a terra. Tolta l'unica barriera che inciampasse loro la via, i soldati precipitarono verso il tumulo, ed alcuni avrebbero fatto fuoco, se Carbonara precorrendoli non comandava s'arrestassero e nessuno usasse dell'armi. S'avanzò solo, e riconosciuto Pierio, gli disse corrucciato:

—Arrenditi, galeotto.

—No.

—Siamo molti, e tuo solo aiuto è un vecchio…

—Non m'arrendo. Qui sotto sta morta la sorella mia. Qui dunque avrò fossa; pigliatemi.

—Il figliuolo di Bizco non cede, muore. E con lui morrà il vecchioGiaimo!

Pierio s'era così ribellato, nè l'uffiziale doveva più oltre sopportarlo; epperò senza aggiunger parola d'un salto gli si avventò addosso e tentò disarmarlo. Ma il montanaro era troppo destro per non preveder quell'offesa, e nel mentre Azzo piegava la spada a percuotere con un rapido manrovescio il coltello di lui egli lo colpi d'isbiescio nell'addome. La ferita, benchè leggiera, diè sangue, ed alla vista di esso Azzo inferocì, e serratosi contro a Pierio, tale una tempesta di colpi gli scaricò lungo la persona che questi ne rimase tutto intronato e per pochi istanti stette passivo attore nella scena. Pur si risentì, e bramoso di vendetta rivolse contro il petto del soldato l'acuta punta del coltello, stracciandogli la tunica e scalfiggendolo. La nuova ferita accrebbe l'ira di Carbonera, il quale, dato bando ad ogni precauzione, si precipitò sul galeotto, e gl'immerse con tanta furia la spada nel ventre che l'elsa riurtò. Pierio impallidì e versando col sangue la vita, rovesciò cogli occhi smarriti sul suolo e giacque.

Giaimo intanto era stato circondato, assalito e fatto immantinente prigione dai soldati. Debole e disarmato, non avea potuto opporre resistenza veruna, e pallido per odio insoddisfatto, fu trascinato lontano dai due campioni e tenuto saldo sino a duello compiuto. La valentia di Pierio lo consolò, ma ogni illusione svanì quando cadde morto sul tumulo di Zelmira e vidde Azzo muovergli incontro sfavillante di gioia e colla spada ancor fumante del sangue dell'ucciso. Trepido attese dal vincitore l'ordine che lo fucilassero, ed a quella angoscia s'univa desiderio di cessar tante pene ed unire per sempre il suo al destino de' cari defunti! Qual fu la di lui meraviglia allorquando seppesi assolto e libero! Ne rimase sconfortato, ed uscito dal cerchio de' suoi custodi volò al tumulo e brandito l'insanguinato coltello che giaceva press'al cadavere di Pierio se lo cacciò a più riprese in cuore gridando con tutta la voce:

—Eccomi a te, Tecla!

E il mortorio di Tecla passava appunto in quell'istante la soglia del triste recinto.

Il dì dopo quest'olocausto di sventurati, due giovani salivano sul battello a vapore per Patti. Un uffiziale avevali accompagnati sino a bordo, e poco prima della partenza li salutò ed augurò loro viaggio felice.

—Addio, Azzo.

—Arrigo, addio.

Ed appena il piroscafo abbandonò il porto, Arrigo disse alla compagna:

—Bel soggiorno a Messina, o Emma; ma molti cattivi v'ho trovati… v'ebbi molte noie… molte paure…

—E non ritorneremo più colà, n'è vero?

—Giammai!…

E levato lo sguardo su Curcoraggio sussurrò:

—Volevano uccidermi!… ammazzarmi per una leggerezza giovanile!… perchè la montanina moriva!… plebei, cadeste!

Emma ed Arrigo, perduta in Messina la baronessa, abbandonavano per sempre quella città.

«Ahi! che un'alma sì bella a sì serenaNon poteva a un mortale esser largita!»Giuseppe De Spuches.

«Senza ire e senza declamazioni pongo finalmente l'ultima parola a questo mio lavoro sulla filosofia di Fausto Socino. La quale diè gran fama al pensatore toscano; e perchè codesta fu trascinata nel fango ed invilita, ben si voleva oggi ringiovanirla e ristaurarla; oggi in cui liberi asserti si proclamano ed al vero si dà l'omaggio di franca sentenza. Cassati i veti, spezzati i vincoli, srugginita la discussione, era pur dignitoso il ritorno alle glorie obliate; rivendicatori della sapienza avita noi dobbiamo rizzarne le statue e svelarne gli arcani filosofemi. Filosofia è oggi verità, e sta bene che si affretti il riscatto collo studio del passato e coll'analisi dell'indagini prime. Anche la nuova scienza ha pritanei, ed a quella guisa che l'astronomo fissa acuto lo sguardo nella stella più remota, è ben d'uopo che gli odierni pensatori esaminino i ruderi dell'intelletto: Cuvier ristorò la storia antidiluviana sulle orme di pochi avanzi animali: la scienza non è dessa immarcescibile, eterna?

«Il popolo, questo sventurato fanciullo che uomini e cose congiurano a sperdere ed abbrutire, bamboleggiò sempre sotto il giogo dei forti e degl'immutabili, ed a nulla giovò che di tratto in tratto alcuni robusti infrangessero le ritorte e gli gridassero: Sorgi e cammina. Prigioniero di fede accettata perchè poetica, veneratore d'idoli dorati, seguace di banditori ciechi e servi; egli derise e peggio lapidò i nuovi apostoli, i soldati della nuova civiltà; stizzì perchè lo si scuoteva, precipitò nel sepolcro chi lo voleva vivo. Eppure quelle vittime dell'insano furore erano illustri, or son martiri; e ieri stracciato l'amaranto che immalinconiva le lor tombe, colle fronde del giovine alloro se ne compose la corona e la si adagiò sul cippo funerale. Tarda ma dovuta espiazione, rendimento di grazie postumo perocchè prima negato, tributo imperituro di riverenza. Lo sposo alla fidanzata ancor lontana, ma attesa, prepara il velo e le rose; noi, alla ragione (non risorta perchè non mai morta, ma rionorata e tornata al trionfo) intessiamo la cerchiata coi fiori più belli spiccati dai gambi più alti.

«Quattro anni or sono, salpavo dal Giarciore e raggiunta Genova attraversavo i piani del Monferrato e del Novarese e per le Alpi scendevo in Elvezia. A Zurigo, nel panteon delle glorie repubblicane, vidi eretto il sepolcro dei Socini, e perchè meravigliavo di veder serbate in terra straniera le ceneri dei negatori italiani, il vecchio grigione che mi era compagno sussurrò: «Ovunque, in ogni tempo, sempre, le ossa dei martiri sono sacre.» Allora non avevo rifiutata la credenza dalla povera madre insegnatami, epperò rimasi spaurito dalle parole della guida e tremai. Oggi non tremo più, ho pensato, ho riflettuto e mi son convinto; non ho più nè fede nè dubbio, ragiono: eccomi adunque a deporre sul mausoleo di Socino l'omaggio della verità. Da questo sconosciuto Pozzallo s'innalzi, una volta, l'inno di lode al poeta della filosofia; il mio inno, solcato il mare, volerà in Siena a baciarvi la culla del sommo estinto, varcherà le montagne e i monti, e là sulla riva del lago scenderà a gridare Alleluia!—Per te si veggia, come la vegg'io!»

—Ebbene, Polo, avete finito?

—Dottor Cipriano, sì. E ne son contento. Ho resa giustizia al mioSocino, e la gioventù che studia ed onora me ne sarà grata.

—Il vostro lavoro è serio e n'avrete applausi. Molta dottrina e molto coraggio vi spiegaste. Al vecchio amico dei Brancato negherete che faccia lieti augurii allo scolaro?

—Maestro, grazie. Gli elogi vostri mi animano e mi fortificano.Grazie davvero, dottor Cipriano!

—Bene, bene, Polo…

—Posdomani andrò a leggerlo, come mi s'impose, al collegio diModica… e spero anche di potermene servire pel concorso diCatania…

—So tutto, Polo… Ma voi non sapete però che v'è…. rivale….

—Chi mai?

—Nientemeno…

—Nientemeno…

Ciprigno, girò con sospetto gli occhi all'ingiro, poi fattosi piccino della persona, accostò la bocca all'orecchio del seduto, ed in atto di gran mistero gli sussurrò con voce tremante un nome. Era il nome del figlio di un potente, di un uomo alto e famoso.

—… Lui?!…

—Lui. Che volete, Polo mio? S'è fitto in capo di vincere!

—E vincerà… lo temo!

—Però… animo, Polo… coraggio e costanza.

E così dicendo il dottor Cipriano uscì.

Era il dottor Cipriano uomo di cinquant'anni, di ritta statura, altero, grave. Calvo e giallognolo, il suo capo aveva un impero indefinibile, tanto da incuter rispetto e tema in chi lo guardava. Gli occhi neri, lucenti, muovevansi celermente nell'orbita, ed in quello sguardo si scopriva l'acutezza indagatrice; la bocca sempre chiusa lasciava mai o quasi scorgere attraverso le pallide labbra i denti ancor sani ed interi. Teneva di consueto le braccia incrociate, il passo era lento e misurato, il moto della persona dignitoso e solenne. L'abito nero, elegante e slacciato gli scendeva in falde lungo i fianchi; nessun ornamento dorato gli splendeva sul panciotto pur nero, e ricercata calzatura teneva ai piedi. Personaggio molto stimato e in Pozzallo e nella contea tutta, godeva riputazione d'uomo influente e colto, apparteneva all'Accademia di Modica, aveva casa, giardino e poderi al Zango, e due volte al mese scendeva a Noto in qualità d'ispettore delle scuole. Affettava protezione pel giovane Polo e spesso desinava col suo «adorato figliuolo.»

Conosceva i Brancato da molt'anni, e col padre di Polo aveva avuta stretta dimestichezza. Educatore di questo dall'infanzia, frequentavane il palazzo e grande autorità vi godeva. Grave alterco ebbe un dì col padre Brancato, e da allora in poi erasi licenziato, mantenendo però una larva d'affezione al discepolo. Assai s'era parlato di sì clamorosa rottura, nessuno seppene bene il perchè.

Profondo ricordo, del resto, dovevano averne tutti conservato, essendochè e Polo mai parlava del padre in presenza del dottore e Cipriano smarriva ogni allegrezza al solo rammentarsene!

Appena ebbe abbandonata la sala, Cipriano s'arrestò, levò in alto la destra, e volgendosi alla porta per la quale s'accedeva allo studio di Polo, sussurrò con voce rantolosa e sprezzante:

—Speri vincer la prova?… aver fama dal tuo libello infernale? ottenere il titolo?… no, no, giovinastro, disilluditi… tra te e la cattedra sta Cipriano!… non ancora è cancellata l'onta… pensa, fanciullo, al 14 aprile!

Gli occhi sfavillarono d'indegno tripudio, ed un guizzo di codardo orgoglio corse al dottore per tutta la persona. Affrettò i passi, e giunto sul loggiato, salutò colla mano e col viso composto a paterno sorriso il giovane allora comparso al balcone; onesto e sincero, poteva Polo sospettare la perfidia di Cipriano? Ad un servo che gli schiuse i cancelli fe' ringraziamento col leggiero chinar del capo, e dalla scalea per la quale si scendeva nella piazza del borgo mosse alla volta della via di Scicli. Là giunto, salì nella carrozza che l'attendeva, e al cocchiere che lo interrogò disse in tono mellifluo e piacente:

—A Modica!

Polo seguì dal balcone la partenza del maestro, e il rumore delle ruote era già tutto cessato che ancora teneva lo sguardo sulla strada dei colli. Alfine si scosse, s'accostò al parapetto del ballatoio, vi poggiò i gomiti, e piegando lentamente la persona mirò con occhio stanco il mare poco lontano.

Vasta scena s'apriva dinanzi e lontano lontano il mare si confondeva col cielo serrando in armonico cilestre l'orizzonte dell'isola. Quell'ampia e levigata superficie delle acque era calma, e lunghi ma incerti raggi di sole screziavano qua e là le placide onde distese dalla costiera a Gozzo e da Malta al dilungato lido africano. Nessuna vela ne rompeva anco dai lati la monotona solitudine, sola una striscia ben sottile di fumo lasciava supporre che un piroscafo costeggiasse la nebbiata Calabria, L'azzurro dell'atmosfera, non segato da nuvoloni, era però ad oriente arrossato dai riflessi lucenti, i quali dipingevano in stupendi colori e con bizzarra dissonanza quell'angolo del poetico quadro. L'aria non agitata da venti, era ristorata dalla leggiera brezza della sera di settembre.

Sta Pozzallo alle falde delle leggiadre montagne che dai picchi del Mongibello scendono in leggiero pendio sino al Passaro ed alla sua destra scorre e si getta in mare il fiumicello Scicli che sbucato dalla deserta valletta d'Empedocle tocca Modica e feconda le praterie del Giarciore e di Donnalucata. Dalla punta di Magaluco a porto Longobardo, cioè dal faro più meridionale ai declivii del fiume Ragusa, piccoli seni e piccoli capi s'incatenano e s'intrecciano con bellissima vaghezza; levando poi lo sguardo su su verso i monti appaiono, prima campi irrigati e pascoli, indi colline boscose e smaltate da cascinali e abituri, in fondo colli, più in là i dirupi dell'ultima catena d'Apennino. E in mezzo allo squallido grigio delle roccie torreggia l'annerito castello di Modica, il quale (a guisa dell'aquila che dalla cima della quercia spazia coi torvi occhi il piano sottostante) edificato sull'altura protegge la città raggruppata alle falde e sembra minacci anco da lontano l'invasore. Da Magaluco e da Longobardo lo si scorge ritto frammezzo alle immobili pietre del monte.

Polo contemplò lunga pezza questa scena, ma intanto la notte era calata e denso velo ricoprì tutti gli oggetti. Si ritrasse adunque dal balcone, serrò le vetriate e scese nel salotto. Sedette allo scrittoio, aperse il manoscritto, e sfogliando s'arrestò senza averne intenzione alla pagina che così chiudeva:

«Il fine della virtù, ha detto lo storico Cuoco, è la felicità. Questa, equilibrio tra desideri e forze, e perciò soddisfazione dei bisogni, non si ottiene che colla libertà, la quale per essere essa stessa necessaria vuolsi ottenere ad ogni costo, con tutti i modi razionali che stanno nel potere delle moltitudini. Il buon uso della libertà genera l'ordine, con cui ogni sistema d'organamento regge e lavora. Ma ogni culto ha i suoi sacerdoti, la libertà ha i suoi altari, e infiniti cadranno o fiaccati o spenti appiè del gonfalone di costei. L'agnello, quando la patria corre pericolo, diventa leone: allora (così il mansueto Pellico) combatte e vince, o muore!»

Una lagrima di melanconico entusiasmo spuntò sulle palpebre di Polo, e per non piangere lasciò il libro e se n'andò.

Spuntava appena l'alba del dì susseguente al colloquio di Polo col dottor Cipriano, che una tartana, la quale nella notte aveva viaggiato dal Capo Scalambro a Pozzallo, sbarcava al Giarciore un giovane sconosciuto. Posto piede a terra, costui traguardò lungo il sentiero se qualcuno apparisse, e rassicurato, a celeri passi s'addentrò salendo di gran lena la costa. Taciturno e tutto incappucciato nessuno l'avrebbe potuto ravvisare; il solo camminar frettoloso attestava ch'egli era vivo, ma nel cervello infiniti pensieri gli s'affollavano l'un all'altro avversi e nemici. Raggiunto il piazzale del paese, mosse verso il palazzo Brancato, e battuti tre colpi alla porta stette sospeso ad aspettare. Poco dopo rimbombò nel silenzio dell'atrio il calpestìo di alcuno che accorreva e il cigolare dei chiavistelli risuscitò in petto al giovane l'ansia tormentosa del dubbio; nel vano dell'apertura si mostrò un altr'uomo, e fatto cenno colla mano che s'accostasse, sussurrò:

—Siete voi, Luchino?

—Sì, Polo mio!

S'abbracciarono, e stretti in quel commovente amplesso passarono il portico ed entrarono nella sala. Luchino gettò a terra cappello e pastrano, si lasciò cadere in una seggiola e disse:

—Finalmente!

—D'ove vieni?

—Da Alicata. Ho parlato agli amici in Palma, a Naro, a Girgenti. Due settimane or sono ero ancora a Roma: comandato dal Venerabile partii per Napoli e di là per Palermo…

—Fosti a Palermo?… le nostre idee vi si diffondono? i cugini lavorano?

—Tutto va bene. Vidi il cancelliere, vidi gli amici, lessi i proclami… ad alcuni, ai migliori, fu imposto scrivano opuscoli di morale civile… ed a Ruggiero, sai? il Venerabile ordinò un libro sul vero destino dell'uomo… è insomma la demolizione…

—Anch'io, Luchino, ho obbedito. La storia di Socino è compiuta.

—Davvero? Oh te beato, Polo, che rechi sì prezioso tributo all'avvenire… a me tocca sempre l'ufficio del cavallo… corro, corro, viaggio…

—E da Palermo?

—Da Palermo passai a Corleone, a Sciacca: ovunque ordine e lavoro.

—E speri?…

—Spero.

—Il popolo si lascierà persuadere?

—Oh si, è necessario. Infranto il piedestallo cadrà la statua.

—È la statua di cui parlano i poeti. Tutta d'oro e bronzo, ha i piedi di creta.

—Il sassolino franato dal monte li spezzerà.

—Dunque?

—Dunque, Polo mio, coraggio ed audacia. Già in Roma si prepara la rivolta… ai confini della Toscana e dell'Umbria s'agglomerano baldi e arditi migliaia di giovani… Lui è là; sarà il capitano dell'impresa.

—Che pensi intanto di fare?

—Stanotte andremo a Modica, raccoglieremo i cugini della città, ridesteremo gli entusiasmi… e pur la Val di Noto sarà rappresentata nella falange…

—Domani appunto dovrei leggere al Collegio…

—Sta bene. Molti di essi ci sono amici… e il preside?

—Il dottor Cipriano? il vecchio maestro mio? non lo stimo sleale, è uomo franco e…

—Anche dopo il 14 aprile?

Polo rabbrividì, ma superatosi aggiunse:

—Sì, Luchino.

—Meglio ancora.

—Stanotte…

—Attendimi. Verrò ai cancelli col biroccio. Darò tre colpi. Non mancare. Addio.

«…… non lo stimo capace di leggere filosofia. Balzano e più ancora settario non milita nel campo della verità, e s'è corpo e cervello affiliato a' framassoni. Illuso, sedotto, accecato da eretici paradossi, egli sostiene a spada sguainata e col coraggio ardimentoso della gioventù le massime della nuova sofistica, e nessuno più di lui sprezza ed ingiuria le sante tradizioni. Paladino di codeste empietà; seguace, ammiratore, amico, di codesti novelli scrivacchiatori, diffonditore di codeste dottrine che paion recenti perchè piovuteci testè dalla Francia degli Enciclopedisti; nel suo libro, fortunatamente tuttor inedito, sulla vita e le opere dell'empio Socino, Polo Brancato, corrotto dall'infame esempio del padre, sparge a piene mani il ridicolo e la contumelia sulla religione degli avi e predica coll'impudente alterezza dello stolto fanatico la crociata (concedete che usi la parola sacra a sublimi ricordanze) contro l'Arca del Signore! No, no, licenziatelo, affidate la cattedra alla saggia gravità del duca……»

Così scriveva il dottor Cipriano a personaggio autorevole nell'Ateneo di Catania, e nel chiuder siffatta lettera delatrice uno strano sorriso gli sfiorava le labbra. Suggellò il foglio, scosse il campanello e al chiamato lo consegnò dicendo:

—Mettila subito in posta.

—Sarà fatto… il Collegio è raccolto… si aspetta Vossignoria.

—Vado, vado. Quella lettera a destino.

Passeggiò a lunghi passi la camera e con foga irrompente ripetè a sè stesso i concetti dello scritto. Gli brillava in viso la soddisfazione, aveva più largo il respiro, e quasi per istinto batteva le mani. Alla fine, bruscamente fermandosi nel mezzo dello studio, alzò la voce e pronunziò:

—Figliuolo di Matteo Brancato… difensore della ragione… rivendicatore di Fausto Socino… a noi due!

E mosse per uscire. Ma nell'atto di passar la soglia, alzò in contegno supplice lo sguardo e balbettò:

—Vittoria o sconfitta?

Scosse lentamente il capo, sogghignò e disse:

—Cipriano, trionferai!

La vasta sala, nella quale il Collegio era radunato, sfarzosa per ricco addobbo e per superba architettura di quel Paolo Labisi che e in Roma e in Napoli e in Messina e persino nel Messico lasciò egregia fama, ricorda a coloro che la visitano i più gridati fatti della storia siciliana. Là entro raccolsero il popolo a comizio i principi saraceni, il conte Ruggiero, alcuni Svevi; là arringarono Carlo Angioino e gli ammiragli d'Aragona; là l'ambasciatore di Carlo V impose alla valle ubbidienza e fedeltà; là Filippo I e uno scudiero d'Amedeo promisero pace e protezione alla contea; là poetò il netino Marrasio; là Pietro Pipi scrisse il libro sull'incendio dell'Etna; là Sinatra dettò le regole dell'Accademia e Antonino Tedeschi raccolse con pazienza d'erudito le memorie della città, state poi poco dopo la sua morte disperse dagli ignorantissimi eredi; là entro sempre si tenne vivo il pensiero della libertà, il desiderio di civile ristauro. Tele di rinomato pennello ne ornano le ampie pareti ed accanto al seggio del preside s'erge in bianco marmo l'effigie venerata del fondatore.

I soci (ben trenta) erano sparsi a gruppi in essa, e fra ciarle e ragionamenti attendevano la venuta di Cipriano. In un cerchio di otto o dieci ascoltatori stavano Polo e Luchino, affannati a render conto a quegli amici dei moti preparati e delle fila tese e annodate.

—Credetemi—diceva Polo,—la nostra è causa giusta, e vinceremo. È guerra non di conquista ma di filosofia. Questi avanzi del passato, queste cassandre del risorgimento, devono cadere e cadranno. Tanti strazi, tanti patimenti sopportati, tanti studi, tante veglie sostenute, non hanno ad aver compenso? Innumerata schiera di pensatori agitò, discusse, svolse questi giganteschi problemi… e le sudate fatiche di tanti onorandi non avranno scopo? La civiltà, il benessere delle moltitudini, il volo dell'intelletto, sono fieramente osteggiati… sì, eziandio traditi e venduti!… in quella storica terra sventurata… e noi lascieremo che il Tevere bagni più a lungo i campi e le lande di italiani schiavi? Credetemi, amici, non possiamo, non dobbiamo, non vincere… o che la ragione non debbe alla fine trionfare? e la ragione non è la verità?

—Ben diceste, o Polo—esclamò preso da entusiasmo Luchino.

—Ben diceste: la libertà di Roma sarà libertà delle nazioni: cacciato il falco i passeri lasciano il nido e gioiosi svolazzano.

—Luchino, Luchino, il vostro augurio è felice, e tale lo desidero alla patria. La ragione, svincolata e vittrice, segnerà il rifiorimento d'Italia.

—E intanto?

—Intanto? aiutiamo colle braccia il lavoro della mente… siamo soldati per essere utili, ed appena il segnale della battaglia sia dato io volerò a serrarmi nelle fila dei più arditi.

—Vi seguirò, Polo. Dovessi segnarmi la morte! Luchino rimarrebbe solo, umiliato, mentre gli amici combattono?

—E muoiono! Sì, perocchè morrei prima di ceder l'arme!

—Anch'io, Polo, vi seguirò—interruppe Pericle.

—Anch'io—gridò Ciro.

—Anch'io, anch'io—esclamarono quattro fra gli ascoltatori, e tutti serrarono con giovanile baldanza le mani di Polo e Luchino. I quali commossi alle lagrime, baciarono con vero affetto quei gagliardi.

In quella il dottor Cipriano apparve.

—Signori—egli disse—paterna gioia mi commuove il petto ed in cuore provo contento grandissimo.

—Che è, che è?

—Finalmente… e dico finalmente, o colleghi, giacchè sino a ieri avversa gli fu la fortuna… finalmente le squisite facoltà dell'animo e della mente di un mio diletto figliuolo, vostro egregio amico, vennero riconosciute.

—Chi mai?—proruppero ad una sol voce Pericle e Ciro, ed i loro sguardi si rivolsero a Polo.

—Chi mai?!.., e debbo dirvelo?… Polo Brancato, mio adorato allievo, fu ieri accettato come primo candidato alla cattedra di filosofia…

—Io?!

—E sto mallevadore, signori, che appena data in luce la sua opera sul grande Socino, Polo verrà eletto.

—Posso sperarlo?

—Oh Polo mio, qual festa!—gridò il buon Luchino, e l'abbracciò. E dopo lui l'abbracciarono Ciro, Pericle, i colleghi; tre grossi baci gli stampò in fronte Cipriano.

Dieci giorni dopo quest'onore reso a Polo, Cipriano passeggiava in un salotto terreno della suo villa al Zango, il quale, paesuolo a mezza via tra Modica e Pozzallo, sta a cavaliere della china che dai colli va morendo su Scicli e giù giù sulle sponde del Ragusa. Era sera e pioveva a dirotto: la brezza umida e intirizzente che spirava dalle alture verso mare metteva nelle membra un brivido convulso ed accresceva a mille doppi la noia dell'aspettare. Il preside camminava da una parete all'altra della camera, le cui finestre s'aprivano sul giardino. Sovr'al tavolo, ingombro da carte e libri, rosseggiava la stanca fiammella della lucerna; la luce vaga e melanconica di essa sparsa a sprazzi lungo le verdastre pareti e le cortine pur verdi conciliava a cupa tristezza Cipriano, che solo e a capo chino v'attendeva il vecchio duca *** di Siracusa, e di tratto in tratto alzava gli occhi verso una clessidra vecchio arnese ereditato da padre in figlio siccome ricordo di famiglia.

—Che non venga?… eppure la lettera diceva oggi… sì, duca, al vostro Alberto l'Università… a me… il Rettorato! Ebbene?… la ricordanza del 14 aprile, il solo rammentarmi di Matteo Brancato… mi mette in cuore la smania della vendetta… sono dieci anni che la covo… che la desidero… oggi la fortuna mi aiuta, e non n'userò?… la mia ambizione non ha ad essere soddisfatta?… e poi… non basta alle porpore ed alle tiare che ne strazii la crescente rinomanza?… razionalista, difensore di Socino, amico delle plebi… non è Polo degno d'anatema?… suvvia, Cipriano, forza… alléati al Duca… la di lui potenza e la scaltrezza tua… parmi rumor di ruote… sì, sì, è il duca!… Cipriano, non mentire a te stesso, sii astuto, sii anco temerario… e fra tre mesi sarai Rettore in Catania!

Si rassettò in fretta la veste e composte le labbra a sorriso mosse per uscire; ma nell'istante in cui alzava la mano per schiuder le imposte, queste si spalancarono e la vecchia fantesca entrò annunciando il duca ***. Cipriano a quel nome fè un inchino profondo e al personaggio apparso sul limitare sussurrò:

—Duca, troppo onore!

Vestiva il Duca un lungo robbone di saio nero foderato di seta, la grossa catena d'oro dell'orologio ne ornava la duplice bottoniera, e la barba bianchissima gli scendeva prolissa sul petto. Severo nell'aspetto, alteramente libero nel portamento, riciso parlatore, acuto nello sguardo e attento, il suo volto imponeva; una tal quale maestà, spirava da quella sua alta figura che nemmanco il più brillante sfaccendato e impudente sprezzatore avrebbe potuto sottrarvisi. Abituato alle corti, il duca *** erasi fatto abito la sostenutezza diplomatica; le sue parole brevi e mordenti recidevano ogni discussione, e nel fuoco de' suoi occhi scorgevasi viva e incancellabile l'abitudine del comando. Devoto al Borbone, era stato in sua gioventù ambasciatore in Ispagna e nella corte di là aveva esercitata grande influenza, da Madrid inviato a Roma era penetrato ne' segreti cardinaleschi ed aveva annodata amicizia coi più illustri porporati. Caduto il padrone, anche il servo cadde; ma il duca *** uomo ambizioso ed avido d'onori tanto seppe piegare e molcere che creato Senatore riebbe la primiera autorità e salì di scala in scala ai più alti titoli del nuovo Reame.

Cipriano, in sembiante umile e dimesso, avanzò verso il duca un seggiolone e tenendoglisi chinato innanzi ripetè:

—Duca, troppo onore!

—Dottor Cipriano—disse il duca—stimo fortuna l'avvicinarvi. So che molto è il vostro ingegno, che grandi sono i meriti vostri, epperò mi consolo davvero d'aver a trattarli con uomo riverito e stimato.

—Duca, i vostri elogi mi confondono. Non mi si convengono, e la vostra cortesia più che inorgoglirmi m'umilia.

—Suvvia, lasciamo le frasi. Grave discorso abbiamo a tenere. Sedete, dottore, siete in casa vostra e questi complimenti mi spiacciono.

Il preside s'avvicinò una sedia e messosi al fianco del vecchio ambasciatore attese che parlasse.

Intanto l'acqua cadeva ancora a rovescioni e la smorta luce della lampada quasi sentisse ribrezzo della bufera dei colli pareva dileguasse e svanisse. Il duca e Cipriano, seduti a lato del tavolo, erano pallidamente rischiarati da quella fioca fiamma, e le loro fredde e rigide figure sembravano due statue da cimitero.

—Dottore! La vostra lettera mi ha giovato, e tengo sicura la chiamata del mio Alberto…

—Non feci, duca, che rendere l'omaggio dovuto al figliuol vostro.

—Le precauzioni da me prese e le raccomandazioni vostre accertanoAlberto… il candidato livornese fu fatto ritirare… questo PoloBrancato…

—Il Brancato?… non temetelo, duca. Giovane, inesperto, esaltato, traviato da falsi amici e fallace filosofia, egli non può esser tenuto siccome serio competitore.

—Eppure e in Noto e in Siracusa se ne loda assai l'ingegno.

—Elogi comprati! figlio di Matteo Brancato, consuma l'oro mal guadagnato dal padre… e da questi ereditò vizi e basse passioni… affetta razionalismo! tutti gli esaltati per ciò lo esaltano! fa il patriota!…

—Dottore… lasciamo questo lato… la mia politica… via…

—Sono dodici anni che ci conosciamo, duca… avreste perduta la fede?

—Dottore, dottore!

—Polo Brancato non può nemmanco aver l'audacia di lottare col duca ***!

—Lo spero. Ma pure sarà bene che lo si escluda davvero. Il voto vostro, dottor Cipriano, è…

—Voterò per Alberto ***.

—Grazie, amico. Ed io che farò per voi?

—Oh duca!

—Dottore…

—Che dite mai?!… mi si proponesse una prefettura non accetterei!

—La dignità di rettore in Catania… lo sapete?… è da un anno vacante… a Firenze… lo so dai ministri… si pensa ad installarvi un professore di Genova.

—Beate le scuole se il capo sarà operoso!

—Dottore! e se proponessi voi?

—Duca, duca! burlate?… io, sì fiacco, sì povero di spirito e dottrina?…

—Voi… bravo, profondamente dotto… amico dell'ordine e delle legittime potestà…

—Dotto? duca, per carità…

—Che? non ho a dirvi la verità, tutta la verità?

—La verità, non l'adulazione.

—Suvvia, dottore, ho deciso di propor voi a rettore… e lo farò.

—No, duca… lo vieto!

—Dottor Cipriano… non permettetevi più oltre l'opposizione. Ho deciso.

—Duca… perdonate… giacchè lo volete… obbedisco.

—Fra tre mesi Cipriano Giaracà sarà rettore in Catania!

Chi avesse potuto in quel punto scrutare attraverso il petto nel cuore di Cipriano v'avrebbe scorta facilmente una gioia violenta appunto perchè nascosta, la quale commovevagli tutta la persona e gli metteva ne' pensieri un senso nuovo di tripudio e fiducia. La dignità a lungo vagheggiata eragli omai offerta, anzi imposta; il preside dell'accademia della piccola Modica avrebbe presto occupato il seggio universitario! Di tutto questo bollore, nulla però trasparì sul viso al dottore; che, come sempre, freddo ed immobile, inchinò il diplomatico, mormorando il solito ritornello:

—Duca, troppo onore!

Il duca sorrise di compiacenza, e già s'alzava, allorchè uno strano gridío scoppiato a poca distanza dalla villa lo percosse, arrestandolo meravigliato. Il preside, spaurito, corse alla finestra, spalancolla, traguardò fra i salici e le palme del giardino, tese l'orecchio e ascoltò. Lontano si gridava Viva Italia, ma a poco a poco tutto tacque e la finestra fu rinchiusa.

Nel mentre Giaracà attendeva al Zango il duca ***, in una povera stanzuccia d'una casa poverissima di Modica, Luchino impazientiva pel ritardo di giovani aspettati. Un fascio di lettere gli stava innanzi su d'una zoppa tavola, un piccolo valigiotto era appeso ed una pistola luccicava sul lettuccio. L'amico di Polo sembrava oltremodo agitato, ed il respiro gli si fece più libero solo allorquando l'uscio s'aprì e cinque individui comparvero. Vestivano tutti da viaggio, ed appena entrati abbracciarono stretto Luchino carezzandolo con giovanile effusione.

—Siete pronti?—disse subito Luchino.

—Eccoci. Partiremo presto?

—A minuti la carrozza sarà in piazza.

Pericle e Ciro, senz'altro, raccolsero la pistola e la valigia, e spalancato l'uscio discesero. Luchino, disse addio collo sguardo alle nude ma care pareti della cameretta, intascò il fascio, e fatto cenno ai tre che precedessero, passò la soglia e chiuse. Poco dopo i sei viaggiatori da una scura callaja sbucavano sul foro del castello.

Un montanaro s'avvicinò a Luchino e senza mover parola gli additò la carrozza pronta nel lato più remoto della piazza. Già cadevano le prime gocciolone e il cielo scuro scuro non dava modo di scorgere gli oggetti circostanti. Il framassone rispose con un segno misterioso di mano allo sconosciuto e raggiunta la vettura pregò gli amici a salirvi. Questi adagiati, trasse dalla tasca le lettere, e consegnolle all'uomo cui alzando in viso lo sguardo disse:

—Pincio, queste lettere le affido a te. Sono importanti, e lo smarrimento di una sola di esse rovinerebbe il lavoro… abbine quindi massima cura e presto inviale a destino.

—Non temete, cugino. So bene che gravi ragioni stanno contenute in queste carte. Me ne avvisò appunto stamane Polo Brancato.

—Queste lettere sono sue.

—Sapevo.

—Quasi tutte sono indirizzate a Palermo. Qualcuna è per Trapani… poche a Catania. Pincio, addio!

E la carrozza partì.

Il montanaro non si mosse se non allorchè la vidde assai dilungata, e dato uno sguardo tutt'all'intorno si pose a riparo dalla fitta pioggia sotto la merlata della torre. Poco appresso però, lungo le mura del forte, Pincio sbucò sul foro e a lesti passi risalì alla volta della montagna.

La carrozza di Luchino ed amici arrivò in quel frattempo al Zango. Innanzi la casa di Giaracà sostò e Ciro saltò a terra pel primo: dalle arcate uscì Polo dicendo:

—Eccomi!

—Polo—gridò Luchino—le lettere viaggiano… al resto pensasti?

—A tutto.

—Polo mio—susurrò Pericle—Polo mio, abbiamo a compiere un sacro dovere… lo so; ma ci arriderà la fortuna?

—Pericle, abbi animo. Al soldato che giura devozione alla bandiera è promessa forse salva la vita?

—Viva Polo!—esclamarono gli altri eccitati dalle parole solenni delBrancato—Viva Polo!

—Viva Italia, amici, viva la ragione!

—Viva Italia!

Fu questo grido che scosse Cipriano e il Duca.

—Affrettatevi, Luchino. Prima che spunti l'alba di domani sarò di ritorno a Pozzallo.

—Sei la guida nostra, o Polo. Non mancarci.

—Domattina.

—All'alba.

La carrozza partì e Polo passato l'atrio suonò alla porta del preside.

Il duca *** all'annuncio del giovane, fe' d'occhio a Cipriano, ed alzatosi spalancò l'uscio di una camera oscura e là entro a passi lenti sparve.

Il preside si mosse verso la porta e con un ghigno insidiosamente beffardo, susurrò:

—Già qui?… le mie arti son dunque riuscite?… l'agnello viene a riparo presso il lupo?… e lo scritto mi sarà da lui… da lui stesso consegnato? dunque? Ah, Cipriano, ricordati del 14 aprile!

—Oh Polo mio!… venite, venite. Qual buon vento?

—Maestro!… prima di abbandonare la Sicilia…

—Partite?

—Sì. Un grave dovere mi chiama in continente; epperò innanzi lasciare… forse per l'ultima volta… questa patria mia, volli abbracciarvi, vedervi… affidarvi un incarico.

—Sedete, Polo.

Brancato si lasciò cadere colla persona nella seggiola e vedutoCipriano imitarlo continuò:

—Davvero, maestro. Solenne è il dovere che vado a compiere fuor della valle. Che volete? non lo contesto, mi si squarcia il cuore nel dir addio a' miei monti, al mio paese, al mare che dal terrazzo scorgo ed ammiro… nel separarmi da un'angelica fanciulla… timore e rispetto per voi, dottore, per l'età vostra, per l'autorità che avete su me, m'hanno sinora rattenuto dal confidarvi questo segreto del mio cuore!… ebbene, anche da lei deggio dividermi… da lei che amo come folle… che adoro!… lascerò i libri, gli studi… che monta?

—Polo mio… perchè far mistero al vostro Cipriano? sapete bene che v'ho veduto nelle fasce, che fui il più sviscerato amico di Matteo…

—Povero padre mio!

—Che v'educai e vi fui guida… lasciate la valle? ma quando? perchè?… solo?

—Lascio la mia terra perchè lassù in riva al Tevere si combatte e si muore… lascio Pozzallo e le mie care colline perchè onore e dovere mi chiamano… lascio gli oggetti a me più cari… voi… Eloisa… amici e compagni… perchè non di soli studi nè di solo amore debbo vivere… oggi il vero patriota impugna le armi per essere libero e sapiente domani!

—E partite?…

—Domattina. Sei amici m'aspettano.

—E andate?

—A Rieti.

—Non sta in me, Polo, lo spegnere il santo entusiasmo che v'arde in petto… non io dirò, a giovane e poeta qual voi siete, restate! Giacchè questo è il destino vostro… giacchè così avete deciso… andate, figliuolo… ma anche lontano ricordatevi… oh sì, promettetelo!… di coloro che v'amano, di me che vi sono affezionato siccome padre!…

—Oh maestro!

—Di me, sì, che benchè a malincuore in dissenso col genitore sempre pensai a voi… all'infelice madre vostra!

—Oh dottore! le vostre parole mi commuovono… sento crescermi in cuore una tenerezza nuova per voi… il perdono che ora offrite alla memoria del padre mio… raddoppia in me la riconoscenza… ve ne ringrazio! Ma, vi prego, lasciate che ritorni al primo scopo della mia venuta.

—Dite, dite, Polo.

—A voi, maestro, nulla de' miei studi è nuovo. M'avete incoraggiato e fatto plauso.

—Che, Polo? vorreste che avessi sprezzato l'ingegno vostro, l'affetto grande che portate alla scienza?

—La mia difesa di Fausto Socino non v'è sconosciuta. Domattina parto… e mi dorrebbe lasciar solo e inutile quel mio breve lavoro!

—Lo recate seco voi?… no, no, Polo, piuttosto affidatelo a me… ne avrò la massima cura…

—Davvero? oh non m'ero ingannato!

—Dunque, figliuolo?

—Speravo appunto che avreste accettato questo ufficio. Ma non basta, maestro…


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