Ella era come la statua collocata in vista del sole oriente: la sua perfezione non temeva la luce. Io vidi nella sua forma corporea l'impronta del tipo eterno e riconobbi nel medesimo attimo la fralezza della sua carne non immune dal fato umano. Ella era come il frutto delizioso che tocca il punto della sua maturità, oltre il quale è il corrompimento.La pelle del suo volto aveva l'ineffabile trasparenza della corolla che domani sarà appassita.“Chi ti sottrarrà al sacrilegio del tempo dissolvitore? Chi ti arresterà con un dardo mortifero su la cima della tua perfezione quando tu accennerai a declinare miseramente?„ Le oscure parole del fratello mi risorsero nella memoria: — Violante si uccide coi profumi.... — E in silenzio io la lodai, per il bisogno religioso di celebrarla in ogni suo atto. “O creatura sovrana, sentendoti perfetta tu senti la necessità della morte. Tu senti che la morte sola può preservarti da ogni ingiuria vile; e, poiché tutto in te è nobile, tu mediti di offerire alla custode solenne un corpo regalmente impregnato di profumi.„Qual mai sapore poteva avere per noi, dopo quei sorsi di vino mirrato, la mensa a cui sedemmo?Cose vaghe e trascolorite intorno a me assorto componevano non so che armonia sommessa ove doveva a poco a poco sedarsi la passione comunicata alla mia anima dalla rupe ignea.Le pareti erano coperte di specchi compartiti in giro simmetricamente da colonnette d'oro e nei campi delle compartiture erano dipinti festoni e corimbi di rose in ordine alterno; e gli specchi erano appannati e inverditi come le acque degli stagni soli, e le colonnette erano fini e attorte come le trecce delle fanciulle bionde, e le rose erano languide e pie come le ghirlande che cingono le màrtiri di cera nei tabernacoli. Ma, forse per un omaggio all'ospitedonatore, i lunghi rami di mandorlo ingegnosamente fermati ai viticci dei candelabri spandevano l'ancor viva e fresca fioritura di contro agli antichi specchi e riflettendosi e moltiplicandosi nella glauca pallidità creavano la parvenza d'una lontana primavera acquàtile.Tutte quelle cose avevano una tacita gentilezza che scendeva a mescolarsi con la grazia umile di Massimilla; cosicchè sembravami che la vergine già promessa a Gesù partecipasse della loro specie e del loro velamento, e ch'ella già mostrasse il sembiante d'una creatura “partita di questo secolo„ come Beatrice nel sogno dellaVita nuova, e che nel suo aspetto d'umiltà dicesse anch'ella: “Io sono a vedere lo principio della pace.„Poiché ella m'era di fronte e io la guardava, questa mia imaginazione si fece tanto forte ch'io giunsi a considerarlei assente e vuoto il suo posto per qualche attimo. E subito quel vuoto si empì di un'ombra così cupa che parve quasi la bocca d'un baratro in cui dovessero precipitare l'un dopo l'altro i consanguinei. E io potei per tal modo elevarmi a una visione unica e tragica di tutti quei vivi nel rilievo straordinario che diede loro quel fondo di ombra.Prendevano il cibo seduti intorno alla mensa consueta: facevano i comuni gesti che richiede la necessità naturale, proferivano a quando a quando parole semplici. Ma i loro atti e i loro accenti sembravano accompagnati da un mistero che a volta a volta li gravava di significanze quasi terribili o li rendeva quasi ridevoli come il gioco degli automi. Un contrasto crudelmente palese era tra i modi della funzione vitale ch'essi compievano e i segni della distruzioneinevitabile che si compieva in loro. Seduto a destra di Massimilla, Antonello mostrava in tutto il suo contegno una specie d'impazienza repressa, come s'egli fosse costretto a nutrire con le sue mani non sé medesimo ma un estraneo. E, fissandolo io, ebbi in un baleno l'intuito dell'orrore che lo soffocava nel sentire dentro di sé la presenza dell'estraneo forse ancora confusa ma pur non dubbia. E i miei occhi, correndo per istinto su Oddo seduto a sinistra di Massimilla, sorpresero nell'attitudine sua qualche cosa che era come il riflesso attenuato del turbamento fraterno. E nulla mi parve più lugubre di quella rispondenza occulta tra i due fratelli nati in un medesimo parto e sacri a un medesimo fato; nulla mi parve più dolce di quella verginale figura composta tra le loro inquietudini come l'imagine della Preghiera.I fiori di mandorlo esalavano uno strano odore di miele nell'aria tiepida. Talvolta qualche petalo, che pareva divenuto più roseo, cadeva lungo gli specchi come in un silenzio di acque. E io ripensavo la sosta nel frutteto.Ah, veramente, come potevano quei miseri occhi sbigottiti da tanti fantasmi vedere le cose belle e pure? Che facevo io medesimo in quel luogo se non una commemorazione della morte? Tutto si offuscava intorno a simiglianza delle pareti, sembrava retrocedere in un passato lontano; tutto assumeva un aspetto antiquato e stinto, sembrava quasi coprirsi di polvere. I due servi, con le livree azzurre e le lunghe calze bianche, lenti e disattenti, avevano l'aria d'esser venuti fuori da una guardaroba del secolo scorso, tristi avanzi d'un lusso abolito. Quando si ritraevano in disparte, parevano dileguare come ombrenella lontananza illusoria degli specchi, rientrare nel loro mondo inanimato.Ma la voce del principe, assidua risvegliatrice di memorie, trasmutava l'incanto. Tutti tacevano con rispetto, quando egli parlava; e non s'udiva se non la profonda voce senile che a tratti diventava rauca di collera soffocata o tremava di cordoglio e di rammarico.Era quello un giorno nefasto per il vecchio: era l'anniversario della partenza del Re da Gaeta. Compivasi in quel giorno il ventunesimo anno di esilio.— Ebbene — egli diceva, rivolto a me, accendendosi nella sua fede, mentre la bella barba candida gli dava quasi una sembianza profetica — ebbene, Claudio, quando un Re cade come cadde Francesco di Borbone a Gaeta, da martire e da eroe, non è possibileche Iddio non lo risollevi e non gli restituisca il regno. Ascolta la mia parola, figlio di Massenzio Cantelmo, e non dimenticarla. Il Re delle Due Sicilie finirà i suoi giorni in gloria sul suo trono legittimo. E mi conceda Iddio che questo si compia prima ch'io chiuda gli occhi! Ecco l'unico mio voto.Egli componeva al pallido fantasma regale un'apoteosi di fiamme e di sangue su le rovine della città forte.“Ammirabile fede!„ io pensava scorgendo le faville che ancora potevano accendersi nell'azzurro cinereo di quegli occhi indeboliti. “Ammirabile fede e vana! La virtù dei Borboni dorme a San Dionigi.„ E, poiché nelle parole del vecchio passava l'imagine lampeggiante dell'eroina bávara, più fiero mi risorse il dispetto contro quel re di ventitré anni a cui la Fortuna aveva presentato il cavallo che portò a ParigiEnrico di Navarra, mentre il pusillanime, come Filippo V inebetito, non avrebbe voluto montare se non i cavalli figurati nelle tappezzerie che paravano le sue stanze.“Quale magnifica impresa aveva innanzi a sè quel Borbone, quando uscì dal palazzo di Caserta dove i dottori attendevano a imbalsamare il cadavere del padre coperto di mille piaghe putride!„ io pensava, nell'alacrità che mi ridavano le imagini di guerra evocate dal vecchio venerabile. “Nulla gli mancava: neppure lo spettacolo e l'odore della putredine, potentissimi per eccitare i grandi pensieri. In verità, egli aveva tutto: la forza imperiosa dell'antico nome, la giovinezza che seduce e trascina, un reame su tre mari bellissimo e assuefatto alle tirannie, una reggia opulenta in vista d'un golfo ricurvo e sonoro come una cetra, un'appassionatacompagna le cui narici feline parevano respirare in un sogno eroico e palpitare di voluttà presentendo l'effluvio elettrico degli uragani. Egli aveva da godere e da difendere tutti questi beni; e, sposo reduce dalla riva estrema dell'altro mare, egli recava ancor nell'orecchio il clamore dei popoli fedeli, ma udiva anche un altro clamore; e l'occasione d'una superba lotta gli si offriva di là dai confini del suo dominio, su campi già irrigati di sangue e fumidi d'una fermentazione violenta, aperti al pensiero più forte, al verbo più nobile e alla spada più veloce. In verità, tutto egli aveva: fuor che la natura del leone. Perché dunque la Fortuna volle imporre il cumulo di tanto favore a un debole agnello? Mai sangue fu più timido in vene giovenili e mai sensualità fu più torpida. La stessa bellezza del dominio legittimo, la divinaforma dei lidi, l'aura voluttuosa, il mistero delle notti, tutti gli incanti dell'estate moriente dovevano almeno turbare i sensi di quel giovine e irritare in lui l'istinto profondo del possesso e comunicargli un impeto selvaggio di vita. Ah, l'ultima sera trascorsa nella reggia quasi deserta, abbandonata dai cortigiani, attraversata dai grandi soffii del vento marino che recava i profumi di settembre e la suprema dolcezza del golfo, mentre le cortine investite garrivano diffondendo vaghe paure, mentre i lumi vacillavano e si spegnevano su i tavoli coperti delle tristi carte con cui i servitori creduti più devoti avevan preso congedo nell'ora dell'agonia! E la desolazione di quella partenza nel crepuscolo, su la piccola nave comandata da un uomo della plebe, da uno dei rari fedeli; e l'incontro silenzioso dei vascelli da guerra pieni di tradimento,dati già al nemico; e la lentissima notte insonne passata sul ponte in vani rammarichi mentre la Regina stanca dormiva sotto le stelle esposta all'umidità della brezza; e infine al sorgere del sole la rupe di Gaeta, l'ultimo rifugio destinato all'ultima ruina, dove la dignità regale doveva sottomettersi ai patti di un soldato millantatore!„— Il tradimento era da per tutto come il fumo e l'odore del nitro — seguitava il principe, sempre più turbato da quei ricordi sanguinosi, di tratto in tratto avvivando la parola con un gesto della mano bianca su cui risplendeva il cammeo. — La più terribile giornata dell'assedio fu quella del cinque di febbraio; e la polveriera della batteria Sant'Antonio scoppiò per tradimento....— Ah, che cosa atroce! — esclamò Violante, scossa da un sussulto, accennando l'atto istintivo di chiudersigli orecchi con le palme. — Che terrore!— Tu te ne ricordi sempre — le disse il padre, posando su lei gli occhi divenuti più dolci.— Sempre.— Violante era rimasta con noi a Gaeta — soggiunse egli rivolto verso di me. — Aveva appena cinque anni; era il grande amore della Regina. Gli altri erano partiti per Civitavecchia, sulVulcano, con la contessa di Trapani. Noi stavamo nella casamatta, sotto le batterie del Fronte di mare....— Io mi ricordo di tutto! — interruppe Violante, mossa da un'animazione subitanea che pareva venirle da quel gran bagliore purpureo diffuso su la sua infanzia lontana. — Di tutto, di tutto mi ricordo, come delle cose accadute ieri! La stanza era isolata da due tramezzi fatti di bandiere cucite insieme.Veggo i colori distintamente: erano bandiere per segnali, azzurre, gialle e rosse. I lumi erano accesi perchè le blinde coprivano le finestre. Quando avvenne lo scoppio, potevano essere le tre o le quattro di sera. Nina Rizzo, la camerista della Regina, era uscita allora allora. Io tenevo fra le mani una tazza di latte che mi avevano mandata le suore dell'Ospedale....Ella parlava così, a tratti brevi, con la voce un po' sorda, con lo sguardo un po' incantato, rivelando l'una dopo l'altra le particolarità precise, come se le vedesse in una successione di baleni. E le imagini evocate dalla sua parola di veggente si distinguevano per una straordinaria potenza di rilievo sul fondo confuso delle altre imagini.La vergine e il vecchio, commemorando a vicenda la ruina e la strage, parevano abolire le cose vaghe e trascolorited'intorno, creare una specie di atmosfera fumosa in cui la mia anima respirò per qualche minuto ansiosamente. — Era l'assedio con tutti i suoi orrori, nella città ingombra di soldati di cavalli e di muli, sprovvista di vettovaglie e di danaro, armata d'armi fiacche o inutili, travagliata dal tifo e dalla fellonia. Le piogge torrenziali la riempivano d'una melma nerastra ove i giumenti famelici erranti per le strade stramazzavano e agonizzavano. La grandine di ferro la traforava, la smantellava, l'atterrava, l'incendiava, sempre più spessa e più fragorosa, non interrotta se non dalle brevi tregue pattuite per seppellire i cadaveri già putrefatti. Nelle chiese si celebrava l'ufficio divino e s'invocava la Patrona Invincibile, mentre le pietre si staccavano dalle pareti, cadevano i vetri infranti, giungevano i gemiti dei feriti trasportati nellebarelle. I malati negli Ospedali si sollevavano su i letti quando una bomba penetrava il muro della corsia e nell'attimo dello scoppio credendo di morire gridavano: — Viva il Re! — D'improvviso una polveriera si squarciava scrollando dalle fondamenta tutta la città che rimaneva soffocata dal fumo e dal terrore, mentre nella voragine aperta scomparivano i bastioni, i cannoni, le blinde, le casematte, le case, e cento e cento uomini. Ma, a intervalli, nei giorni di gran sole, una specie di delirio eroico prendeva gli assediati, una specie di ebrezza della morte li spingeva al pericolo su le batterie dove il fuoco era più terribile. In vista del nemico, al suono delle fanfare gli artiglieri cantavano e danzavano freneticamente; se taluno cadeva colpito, crescevano nella gazzarra. Un immenso grido di gioia e d'amore accoglieva l'apparizione dellaRegina su le spianate ove grandinava il ferro. Ella s'avanzava con un passo audace, nella grazia libera de' suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo inebriante come l'ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo l'orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si rammaricavano di non aver la gloria d'una macchia rossa. Di tratto in tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti ridotte in tritume come dalle mascelle d'un ruminante, coperti di sangue e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per nome e le baciavano il lembo della gonna....— Ah com'era bella e com'era degna del suo trono! — esclamò il principe,che ritrovava i più maschi accenti della sua voce nel celebrare quella prodezza. La sua presenza aveva su i soldati un potere magnetico. Quando ella era là, tutti diventavano leoni. Il ventidue di gennaio fu il più glorioso giorno dell'assedio perchè ella rimase su le batterie fino a notte.Successe una pausa, quasi di raccoglimento, in cui ciascuno di noi parve contemplare la figura ideale dell'eroina su un campo di macerie e di cadaveri.— Erano strane le lacrime ne' suoi occhi! — disse Violante con lentezza, tutt'assorta nella lontana memoria. — All'ultima ora, quando la vidi piangere, rimasi sbigottita e attonita come d'avanti a un fatto impreveduto e quasi incredibile. Baciandomi, ella mi bagnò tutta la faccia.Dopo un intervallo, soggiunse:— Portava al cappello una piccola piuma verde.Soggiunse ancora:— Aveva un grande smeraldo sotto la gola.Poichè ella era seduta al mio fianco, un nuovo turbamento m'invase quando con un atto involontario mi chinai un poco verso di lei e aspirai il profumo che mi parve divenir più forte e dominare la fragranza mèllea dei fiori. Gli esseri e le cose presenti mi ispirarono un'avversione subitanea, mi diedero una specie d'impazienza e di fastidio quasi acre come se in quel punto più mi pesassero e opprimessero. Guardai con un'ostilità istintiva il germano del principe, Ottavio Montaga, seduto a una estremità della tavola, taciturno e un po' sinistro come un uomo mascherato: simbolo d'un divieto oscuro e intrasgredibile. Sentii insorgere l'odio dellamia sanità, del mio vigore e del mio desiderio contro la malattia, contro la tristezza, contro il mortale tedio in cui la portentosa creatura si disfaceva senza scampo. Respingendo le inquietudini generate pur dianzi nel mio spirito dalle tre forme diverse nel loro successivo apparire, io credetti d'aver già posta la mia elezione su quella in cui sembravano adunarsi tutti i prestigi e pur la solennità del passato per annobilirla. Anche una volta ella sola agitava tutto il mio essere come quando aveva erto il capo alle strida degli sparvieri.Mi disse il principe:— Non è singolare, Claudio, che Violante conservi di quel tempo una memoria così lucida? Non ti sembra molto singolare?Poi, sorridendo di quel suo primo dolce sorriso:— Maria Sofia non ha mai cessatodi prediligerla. Sapendola appassionata degli odori, ogni anno pel natalizio le manda in dono una gran quantità di essenze. E, da che siamo qui, non ha mancato una volta!Volgendosi alla figlia teneramente:— Oramai tu non potresti più farne a meno; è vero?E a me, con un'ombra di tristezza:— Ella ne vive! E tu la vedi, Claudio, come s'è fatta bianca.Mi parve che Anatolia bisbigliasse:— Ella ne muore.Quando ci levammo dalla mensa, Anatolia ci propose di discendere nel giardino.— Andiamo a prendere ancóra un po' di sole! — ella invitò, sollevando la mano verso un fascio di raggi che penetrava pel più alto vetro d'una finestranon coperto dalla tendina scolorita. — Chi vuol venire?La sua mano s'illuminò nel gesto, s'indorò fino al polso; e i raggi passarono fra le sue dita come crini docili.— Veniamo tutti — io risposi.Don Ottavio chiese licenza e si ritrasse (il suo aspetto tra noi era quel d'un intruso); ma il principe mise il suo braccio sotto il braccio di Anatolia, come già Antonello aveva fatto nella scalea, e disse:— Io vi accompagnerò fin giù nell'atrio.Passando per la vastissima sala di udienza, ridotta a una vuota anticamera, notai una vecchia portantina ch'era fornita delle due stanghe: quasi avesse allora allora deposta la dama o fosse in assetto per riceverla.— Chi va in portantina? — domandai, soffermandomi.— Nessuno di noi — rispose Anatolia, dopo un attimo di esitazione, mentre su tutti i volti passava l'ombra di un turbamento.— È del tempo di Carlo III — disse il principe, dissimulando col sorriso il suo pensiero triste. — Appartenne alla duchessa di Cublana Donna Raimondetta Montaga, che fu la più bella dama della Corte e fu celebrata come la più grande bellezza del Regno.— È di stile eccellente — io riconobbi, accostandomi, attratto da quella vecchia cosa che non anche pareva ben morta, a cui la memoria di Donna Raimondetta conferiva anzi un pregio e una grazia singolari e quasi una reviviscenza fittizia sotto il mio sguardo. — È una squisita opera d'arte, e conservata a meraviglia.Ma io sentii che un'inquietudine strana occupava i miei ospiti intorno a me, eche la causa di quel malessere partiva dall'oggetto presente. E tanto più forte allora, per virtù del mistero, sentii vivere nel legno prezioso la vita delle mie imaginazioni.— L'anima di Donna Raimondetta abita qui dentro, forse — io dissi con un'aria leggera, non potendo resistere alla voglia di aprire lo sportello. — Non potrebbe avere un ricettacolo più elegante. Vediamo.Come apersi, un odore sottile mi venne alle narici; e per meglio aspirarlo avanzai il capo nell'interno.— Che profumo! — esclamai, deliziato da quella sensazione impreveduta. — È il profumo della duchessa di Cublana?E per qualche attimo tenni il mio spirito sospeso nella molle atmosfera creata dal fascino della dama antica, imaginando una piccola bocca rotondacome una fragola, un'alta capellatura carica di cipria e una veste di broccatello gonfiata dal guardinfante.La portantina odorava come un cofano di nozze, dentro tappezzata d'un velluto verde come la foglia del salice e ornata d'uno specchietto ovale per ciascun fianco, fuori tutta quanta dorata e dipinta con gusto sopraffine, arricchita di delicatissimi intagli nelle cornici e nelle commessure, resa più armonica e più dolce alla vista dal suo velo secolare: amabile opera d'una fantasia leggiadra e d'una mano sapiente.— O forse siete voi, Donna Violante, — soggiunsi — che avete vuotato su questo velluto così tenero una delle vostre fiale, per omaggio all'ava famosa?— No, non io — fece ella, quasi con indifferenza, come rioccupata dal tedio consueto, come ridivenuta estranea.— Andiamo, dunque — sollecitò Anatolia traendo il padre ch'ella teneva ancóra al suo braccio. — In questa sala c'è sempre un gran freddo.— Andiamo — ripetè Antonello rabbrividendo.Si udiva già dal più alto gradino il romore dell'acqua, roco prima poi sempre più chiaro e più forte.— La fontana è riaperta? — fece il principe.— L'abbiamo riaperta dianzi — disse Anatolia — in onore dell'ospite.— Hai notato, Claudio, nel cortile il gioco degli echi? — mi chiese Don Luzio. — È straordinario.— Veramente straordinario — io risposi. — È un effetto di sonorità prodigioso. Pare l'artificio di un musico. Credo che un armonista attento troverebbequi il segreto di accordi e di dissonanze sconosciuti. Ecco una scuola incomparabile per un orecchio delicato. Non è vero, donna Violante? Voi siete per la fontana, contro Antonello.— Sì — ella disse con semplicità — io amo e comprendo l'acqua.—Laudato si, mi Signore, per sor acqua.... Vi ricordate, Donna Massimilla, del Cantico di San Francesco?— Certo — rispose con un sorriso tenue la fidanzata di Gesù, arrossendo. — Io sono una clarissa.Il padre l'accarezzò malinconicamente con lo sguardo.— Suor Acqua! — la chiamò Anatolia, sfiorandole con le dita la benda liscia dei capelli che le scendeva su la tempia. — Prendi questo nome.— Sarebbe superbia — fece la clarissa, con una umiltà ridente.Ella mi rimise nella memoria, conuna leggera variante, la sentenza della Beata:Symphonialis est aqua.Eravamo tutti là, presso la fontana sonora. Ogni bocca dava le sue note con una canna di vetro simile a una tibia ricurva. La conca di sotto era già colma e i quattro cavalli marini vi stavano sommersi fino al ventre.— Il disegno è dell'Algardi bolognese, — disse il principe — dell'architetto d'Innocenzo X, ma le sculture furono eseguite dal napoletano Domenico Guidi, da quello stesso che eseguì in gran parte l'alto rilievo d'Attila a San Pietro.Come Violante erasi di nuovo appressata al margine della conca, io guardavo la sua imagine riflessa nella sfera liquida ove un tremolio continuo scomponeva i lineamenti fra le zampe dei cavalli.— Un episodio tragico è legato aquesta fontana, — soggiunse il principe — un episodio che fu poi il motivo di qualche credenza superstiziosa. Non lo conosci?— Non lo conosco — risposi. — Ma raccontatemelo, se non vi dispiace.E guardai Antonello, ripensando l'anima perduta che lo tormentava e lo spaventava di notte. Anch'egli ora teneva gli occhi intenti all'imagine di Violante tremula in fondo all'acqua.— Qui, in questo bacino, morì annegata Pantea Montaga, — cominciò Don Luzio — al tempo del vicerè Pietro d'Aragona....Ma s'interruppe.— Ti racconterò un'altra volta.Compresi ch'egli aveva ritegno a risuscitare quella memoria in presenza delle figlie; e non volli insistere.Ma, poco dopo, nell'atrio esterno, passeggiando solo al mio braccio conlentezza, egli riprese il racconto; mentre d'intorno il sole splendeva su l'ordine dei balaustri donde le alte statue bianche delle Stagioni contemplavano la valle fulva del Saurgo.Era un dramma di passione e di morte, intimo e segreto, ben degno della virtuosa chiostra lapidea che ne aveva compressa e poi esaltata la violenza in rapida vicenda. Mi significava il potere esercitato dal genio dei luoghi su l'anima affine, per cui in questa ogni verace sentimento doveva concentrarsi fino all'estrema intensità comportabile dalla natura umana per esprimer quindi tutta la sua forza in un atto definitivo e di conseguenza certa.Ascoltando l'imperfetto racconto del principe, io ricomponevo interiormente l'ora di vita essenziale che aveva prodotto la morte di Pantea; e il delitto notturno assumeva ai miei occhiuna bellezza indicatrice di cose profonde.Profonda, in vero, doveva essere la volontà di quell'Umbelino che, acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze. “Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava, considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe quindi con la forza del suo pensiero distintamenteseparar l'uno dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli nellebraccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. — O Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è meno dolce — le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: — O Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro Signore Gesù Cristo. — Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali, scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissialla imagine di Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana tenne un candido cadavere...Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:— Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti far troppo desiderare, dunque.Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci soffermammo innanzialla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.— Una favola corse negli anni che seguirono — disse il principe sorridendo. — Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole delle bestie di pietra, fino all'aurora.L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo la mia anima carica come una nube.Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:— Passa la Felicità.Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.— Passa la Felicità!“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa de' miei istinti più profondi.Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.“Quali mani potrebbero arrestarla?„Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che invigorivano i pollici gemmatid'un'unghia rosea, distinta alla radice dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. — Non mi avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel cavo della palma un calore vivifico?Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio d'oro non riusciva a indorarle; e tanto note m'erano che io rivedevo nella piena luce diurna la tenebra dell'absida umbra dove le avevo vedute per la prima volta su la pala dell'altare, sole superstiti di un'imagine riassorbita dal mistero e pur atte da sole ad incantare e ad accarezzare anime. Or esse esprimevano con l'intreccio delle dita tessute il vincolo della schiavitùvolontaria. — Eccomi a te, avvinta d'un legame più forte di qualunque catena. Non aprirò le braccia se non quando ti piacerà di sciogliermi. Io non posso e non voglio se non adorare e obbedire, obbedire e adorare — confessava per quei segni la devota al suo ideal signore. E io imaginai le sue mani disciolte e dalle palme loro generarsi lunghe zone di silenzio vivente, in quella guisa che dalle palme degli angeli effigiati in alto e in basso delle ancóne si partono le liste volubili dei cartigli recanti qualche versetto e chiudono l'istoria entro il senso mistico delle parole scritte. “Così, o Adorante, nei cerchi del tuo vivente silenzio d'amore potresti includere il mio spirito meditabondo! E io sarei infedele alle solitudini della terra: ai monti solenni, ai boschi musicali, ai fiumi pacifici, e pur ai cieli stellati; poiché nessuno spettacolodella terra eleva il genio dell'uomo quanto la presenza di una bella anima sottomessa. Questa dà alle mura della stanza segreta una vastità illimitata, come la lampada votiva aumenta la grandezza della notte nel tempio. Per ciò io ti vorrei nella mia casa, o dolce schiava. Colui che medita circondato d'un'adorazione silenziosa, sente la divinità del suo pensiero e crea come un dio.„Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che, come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: — estraevano da una cosa fin l'ultimo sentore di vita, cioè le prendevano tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta. Tale non era uno tra i più gravi offici della mia arte di vivere?Violante dunque m'appariva come uno strumento divino e incomparabile della mia arte. “La sua alleanza m'è necessaria per conoscere e per esaurire le innumerevoli cose occultate nelle profondità dei sensi umani, delle quali la sempiterna lussuria è unica rivelatrice. Chiude la carne tangibile infiniti misteri che solo il contatto di un'altra carne può rivelare a chi sia dotato dalla Natura per comprenderli e per celebrarli religiosamente. E il corpo di costei non ha la santità e la magnificenza di un tempio? Non promette la sua bellezza alla mia sensualità le più alte iniziazioni?„Così, come già nella prima salita, io attraevo in me le tre forme integrali che offerivano a tutti i poteri del mio essere la gioia del manifestarsi e dell'appagarsi totalmente in una compiuta armonia. L'una — nel mio sogno — conla pura fronte raggiante di presagi vegliava sul figlio del mio sangue e della mia anima; e l'altra, come la piráusta nella fornace del metallurgo, viveva nell'intimo fuoco de' miei pensieri; e l'altra mi richiamava al culto religioso del corpo e conveniva meco in segrete cerimonie per insegnarmi a rivivere la vita degli antichi iddii. Tutte sembravano nate a servire le mie volontà di perfezione in terra. E il doverle disgiungere l'una dall'altra mi offendeva come un disordine, mi irritava come un sopruso del pregiudizio e del costume. “Perchè dunque non potrei condurle alla mia casa in un medesimo giorno e ornare della triplice grazia la mia solitudine? Il mio amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso incantamento e construire per ciascuna un trono e a ciascuna offerire lo scettro d'un ideal regnopopolato di finzioni in cui ella ritroverebbe trasfigurata per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E, poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle beatrici (ma non a te, o Anatolia, lungamente destinata a vegliare!) una morte armoniosa nell'ora opportuna....„Piovevano senza tregua su le mani virginee questi miei pensieri accesi come da un lene delirio in quella precoce caldezza del sole, quando Violante lasciò cadere l'ultimo fiore premuto e si sporse verso le cime dei lunghissimi tralci che dal ripiano sottoposto salivano fino ai balaustri e vi si avvolgevano. Riuscì ella a spezzare un rametto e ne esaminò le fibre interne per vedere se fossero già penetrate dalla linfa primaverile.— Dormono ancóra — ella disse.Noi eravamo dunque chini su l'estremo sonno, già trasparente, di quelle spoglie squallide in cui stava per compiersi uno tra i più grandi miracoli terrestri, evocato da una parola.— Vedrete, fra qualche mese — mi disse Anatolia. — Tutto sarà coperto da un manto verde, tutte le pergole saranno ombrose.Non erano le madri dell'uva, ma erano certe viti pampinifere dagli innumerevoli sermenti volubili che si distendevano su per la vasta muraglia, come giù per le pergole delle scalee, a similitudine d'un tessuto reticolare. Esse non avevano aspetto di vegetali, ma di funicelle consunte, macerate dalla pioggia, disseccate dal sole, fragili in vista come le tele dei ragni. E pure l'imminenza della metamorfosi le rendeva mistiche come i maggiori tronchidelle foreste montane. Miriadi di fronde vive stavano per irrompere dalle fibre di quel cordame inerte, miracolosamente.— In autunno — mi disse Violante — tutto si fa rosso, d'un rosso splendidissimo; e in certi giorni d'ottobre, al sole, le muraglie e le scalee sembrano parate di porpora. In quel tempo, veramente, il giardino ha la sua ora di bellezza. Se voi sarete qui, vedrete....— Non sarà qui — interruppe Antonello, scotendo il capo.— Perché tu ripeti sempre questo? — io gli chiesi, quasi per un rimprovero dolce. — Che sai?— Nessuno sa mai nulla — mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. — Chi può dire quel che accadrà di noi daoggi all'autunno? Soltanto Massimilla è sicura: ha trovato il suo rifugio.Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.— Massimilla va a pregare per noi — disse Anatolia gravemente.La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia imperiose.La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già misembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui — secondo un presentimento oscuro — dovevano condurmi le vicissitudini d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra di lutto cupa.Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le donne nel sogno dellaVita nuova, che Massimilla m'aveva richiamato alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma la pagina ove Dante giovine mostra com'eglisapesse agitar dal profondo la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale. “Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai, immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle ineffabili bellezze interiori?Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano.E forse mai più le vidi in tanta luce e in tanta ombra.Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:— Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche memoria.Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:— Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita delle mie sette fontane.E Massimilla con la sua timida gentilezza:— In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa notte, laggiù.Mi pareva che parlassero di loro intimecose e, come la vergine di Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.— Conducetemi dunque — io dissi. — Certo ritroverò qualche memoria: almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di Anatolia con un gesto carezzevole.E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.Allora Violante ci condusse come per un laberinto.Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche forme trattateun tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco, risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione. E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con cui mi aveva parlato alla finestra:— Udite?— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la regina delle fontane....S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre prigioniere. “Comesaprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove, piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai più sacri abissi della vita.Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevanod'esser raccolte; e le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del dolore.Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un tempo convenissero a colloquioamanti celebrati per lo splendore tragico dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine. Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e dilatarle in un supremo cielo di bellezza.Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo, taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e della morte.Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e cheil linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo. Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi, ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto? In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano, sembravanocosì profondamente assorte che più d'una volta io fui sul punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo inutile?— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi versoi larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepedei mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro passaggio aumentando la dolcezza del mistero.— Riuscite a leggere quei versi? — fece Violante, vedendomi intento a scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle gromme e dalle fenditure. — Io sapevo una volta quel che dicevano.Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose belle per cingerne le ore che passano.„
Ella era come la statua collocata in vista del sole oriente: la sua perfezione non temeva la luce. Io vidi nella sua forma corporea l'impronta del tipo eterno e riconobbi nel medesimo attimo la fralezza della sua carne non immune dal fato umano. Ella era come il frutto delizioso che tocca il punto della sua maturità, oltre il quale è il corrompimento.La pelle del suo volto aveva l'ineffabile trasparenza della corolla che domani sarà appassita.
“Chi ti sottrarrà al sacrilegio del tempo dissolvitore? Chi ti arresterà con un dardo mortifero su la cima della tua perfezione quando tu accennerai a declinare miseramente?„ Le oscure parole del fratello mi risorsero nella memoria: — Violante si uccide coi profumi.... — E in silenzio io la lodai, per il bisogno religioso di celebrarla in ogni suo atto. “O creatura sovrana, sentendoti perfetta tu senti la necessità della morte. Tu senti che la morte sola può preservarti da ogni ingiuria vile; e, poiché tutto in te è nobile, tu mediti di offerire alla custode solenne un corpo regalmente impregnato di profumi.„
Qual mai sapore poteva avere per noi, dopo quei sorsi di vino mirrato, la mensa a cui sedemmo?
Cose vaghe e trascolorite intorno a me assorto componevano non so che armonia sommessa ove doveva a poco a poco sedarsi la passione comunicata alla mia anima dalla rupe ignea.
Le pareti erano coperte di specchi compartiti in giro simmetricamente da colonnette d'oro e nei campi delle compartiture erano dipinti festoni e corimbi di rose in ordine alterno; e gli specchi erano appannati e inverditi come le acque degli stagni soli, e le colonnette erano fini e attorte come le trecce delle fanciulle bionde, e le rose erano languide e pie come le ghirlande che cingono le màrtiri di cera nei tabernacoli. Ma, forse per un omaggio all'ospitedonatore, i lunghi rami di mandorlo ingegnosamente fermati ai viticci dei candelabri spandevano l'ancor viva e fresca fioritura di contro agli antichi specchi e riflettendosi e moltiplicandosi nella glauca pallidità creavano la parvenza d'una lontana primavera acquàtile.
Tutte quelle cose avevano una tacita gentilezza che scendeva a mescolarsi con la grazia umile di Massimilla; cosicchè sembravami che la vergine già promessa a Gesù partecipasse della loro specie e del loro velamento, e ch'ella già mostrasse il sembiante d'una creatura “partita di questo secolo„ come Beatrice nel sogno dellaVita nuova, e che nel suo aspetto d'umiltà dicesse anch'ella: “Io sono a vedere lo principio della pace.„
Poiché ella m'era di fronte e io la guardava, questa mia imaginazione si fece tanto forte ch'io giunsi a considerarlei assente e vuoto il suo posto per qualche attimo. E subito quel vuoto si empì di un'ombra così cupa che parve quasi la bocca d'un baratro in cui dovessero precipitare l'un dopo l'altro i consanguinei. E io potei per tal modo elevarmi a una visione unica e tragica di tutti quei vivi nel rilievo straordinario che diede loro quel fondo di ombra.
Prendevano il cibo seduti intorno alla mensa consueta: facevano i comuni gesti che richiede la necessità naturale, proferivano a quando a quando parole semplici. Ma i loro atti e i loro accenti sembravano accompagnati da un mistero che a volta a volta li gravava di significanze quasi terribili o li rendeva quasi ridevoli come il gioco degli automi. Un contrasto crudelmente palese era tra i modi della funzione vitale ch'essi compievano e i segni della distruzioneinevitabile che si compieva in loro. Seduto a destra di Massimilla, Antonello mostrava in tutto il suo contegno una specie d'impazienza repressa, come s'egli fosse costretto a nutrire con le sue mani non sé medesimo ma un estraneo. E, fissandolo io, ebbi in un baleno l'intuito dell'orrore che lo soffocava nel sentire dentro di sé la presenza dell'estraneo forse ancora confusa ma pur non dubbia. E i miei occhi, correndo per istinto su Oddo seduto a sinistra di Massimilla, sorpresero nell'attitudine sua qualche cosa che era come il riflesso attenuato del turbamento fraterno. E nulla mi parve più lugubre di quella rispondenza occulta tra i due fratelli nati in un medesimo parto e sacri a un medesimo fato; nulla mi parve più dolce di quella verginale figura composta tra le loro inquietudini come l'imagine della Preghiera.
I fiori di mandorlo esalavano uno strano odore di miele nell'aria tiepida. Talvolta qualche petalo, che pareva divenuto più roseo, cadeva lungo gli specchi come in un silenzio di acque. E io ripensavo la sosta nel frutteto.
Ah, veramente, come potevano quei miseri occhi sbigottiti da tanti fantasmi vedere le cose belle e pure? Che facevo io medesimo in quel luogo se non una commemorazione della morte? Tutto si offuscava intorno a simiglianza delle pareti, sembrava retrocedere in un passato lontano; tutto assumeva un aspetto antiquato e stinto, sembrava quasi coprirsi di polvere. I due servi, con le livree azzurre e le lunghe calze bianche, lenti e disattenti, avevano l'aria d'esser venuti fuori da una guardaroba del secolo scorso, tristi avanzi d'un lusso abolito. Quando si ritraevano in disparte, parevano dileguare come ombrenella lontananza illusoria degli specchi, rientrare nel loro mondo inanimato.
Ma la voce del principe, assidua risvegliatrice di memorie, trasmutava l'incanto. Tutti tacevano con rispetto, quando egli parlava; e non s'udiva se non la profonda voce senile che a tratti diventava rauca di collera soffocata o tremava di cordoglio e di rammarico.
Era quello un giorno nefasto per il vecchio: era l'anniversario della partenza del Re da Gaeta. Compivasi in quel giorno il ventunesimo anno di esilio.
— Ebbene — egli diceva, rivolto a me, accendendosi nella sua fede, mentre la bella barba candida gli dava quasi una sembianza profetica — ebbene, Claudio, quando un Re cade come cadde Francesco di Borbone a Gaeta, da martire e da eroe, non è possibileche Iddio non lo risollevi e non gli restituisca il regno. Ascolta la mia parola, figlio di Massenzio Cantelmo, e non dimenticarla. Il Re delle Due Sicilie finirà i suoi giorni in gloria sul suo trono legittimo. E mi conceda Iddio che questo si compia prima ch'io chiuda gli occhi! Ecco l'unico mio voto.
Egli componeva al pallido fantasma regale un'apoteosi di fiamme e di sangue su le rovine della città forte.
“Ammirabile fede!„ io pensava scorgendo le faville che ancora potevano accendersi nell'azzurro cinereo di quegli occhi indeboliti. “Ammirabile fede e vana! La virtù dei Borboni dorme a San Dionigi.„ E, poiché nelle parole del vecchio passava l'imagine lampeggiante dell'eroina bávara, più fiero mi risorse il dispetto contro quel re di ventitré anni a cui la Fortuna aveva presentato il cavallo che portò a ParigiEnrico di Navarra, mentre il pusillanime, come Filippo V inebetito, non avrebbe voluto montare se non i cavalli figurati nelle tappezzerie che paravano le sue stanze.
“Quale magnifica impresa aveva innanzi a sè quel Borbone, quando uscì dal palazzo di Caserta dove i dottori attendevano a imbalsamare il cadavere del padre coperto di mille piaghe putride!„ io pensava, nell'alacrità che mi ridavano le imagini di guerra evocate dal vecchio venerabile. “Nulla gli mancava: neppure lo spettacolo e l'odore della putredine, potentissimi per eccitare i grandi pensieri. In verità, egli aveva tutto: la forza imperiosa dell'antico nome, la giovinezza che seduce e trascina, un reame su tre mari bellissimo e assuefatto alle tirannie, una reggia opulenta in vista d'un golfo ricurvo e sonoro come una cetra, un'appassionatacompagna le cui narici feline parevano respirare in un sogno eroico e palpitare di voluttà presentendo l'effluvio elettrico degli uragani. Egli aveva da godere e da difendere tutti questi beni; e, sposo reduce dalla riva estrema dell'altro mare, egli recava ancor nell'orecchio il clamore dei popoli fedeli, ma udiva anche un altro clamore; e l'occasione d'una superba lotta gli si offriva di là dai confini del suo dominio, su campi già irrigati di sangue e fumidi d'una fermentazione violenta, aperti al pensiero più forte, al verbo più nobile e alla spada più veloce. In verità, tutto egli aveva: fuor che la natura del leone. Perché dunque la Fortuna volle imporre il cumulo di tanto favore a un debole agnello? Mai sangue fu più timido in vene giovenili e mai sensualità fu più torpida. La stessa bellezza del dominio legittimo, la divinaforma dei lidi, l'aura voluttuosa, il mistero delle notti, tutti gli incanti dell'estate moriente dovevano almeno turbare i sensi di quel giovine e irritare in lui l'istinto profondo del possesso e comunicargli un impeto selvaggio di vita. Ah, l'ultima sera trascorsa nella reggia quasi deserta, abbandonata dai cortigiani, attraversata dai grandi soffii del vento marino che recava i profumi di settembre e la suprema dolcezza del golfo, mentre le cortine investite garrivano diffondendo vaghe paure, mentre i lumi vacillavano e si spegnevano su i tavoli coperti delle tristi carte con cui i servitori creduti più devoti avevan preso congedo nell'ora dell'agonia! E la desolazione di quella partenza nel crepuscolo, su la piccola nave comandata da un uomo della plebe, da uno dei rari fedeli; e l'incontro silenzioso dei vascelli da guerra pieni di tradimento,dati già al nemico; e la lentissima notte insonne passata sul ponte in vani rammarichi mentre la Regina stanca dormiva sotto le stelle esposta all'umidità della brezza; e infine al sorgere del sole la rupe di Gaeta, l'ultimo rifugio destinato all'ultima ruina, dove la dignità regale doveva sottomettersi ai patti di un soldato millantatore!„
— Il tradimento era da per tutto come il fumo e l'odore del nitro — seguitava il principe, sempre più turbato da quei ricordi sanguinosi, di tratto in tratto avvivando la parola con un gesto della mano bianca su cui risplendeva il cammeo. — La più terribile giornata dell'assedio fu quella del cinque di febbraio; e la polveriera della batteria Sant'Antonio scoppiò per tradimento....
— Ah, che cosa atroce! — esclamò Violante, scossa da un sussulto, accennando l'atto istintivo di chiudersigli orecchi con le palme. — Che terrore!
— Tu te ne ricordi sempre — le disse il padre, posando su lei gli occhi divenuti più dolci.
— Sempre.
— Violante era rimasta con noi a Gaeta — soggiunse egli rivolto verso di me. — Aveva appena cinque anni; era il grande amore della Regina. Gli altri erano partiti per Civitavecchia, sulVulcano, con la contessa di Trapani. Noi stavamo nella casamatta, sotto le batterie del Fronte di mare....
— Io mi ricordo di tutto! — interruppe Violante, mossa da un'animazione subitanea che pareva venirle da quel gran bagliore purpureo diffuso su la sua infanzia lontana. — Di tutto, di tutto mi ricordo, come delle cose accadute ieri! La stanza era isolata da due tramezzi fatti di bandiere cucite insieme.Veggo i colori distintamente: erano bandiere per segnali, azzurre, gialle e rosse. I lumi erano accesi perchè le blinde coprivano le finestre. Quando avvenne lo scoppio, potevano essere le tre o le quattro di sera. Nina Rizzo, la camerista della Regina, era uscita allora allora. Io tenevo fra le mani una tazza di latte che mi avevano mandata le suore dell'Ospedale....
Ella parlava così, a tratti brevi, con la voce un po' sorda, con lo sguardo un po' incantato, rivelando l'una dopo l'altra le particolarità precise, come se le vedesse in una successione di baleni. E le imagini evocate dalla sua parola di veggente si distinguevano per una straordinaria potenza di rilievo sul fondo confuso delle altre imagini.
La vergine e il vecchio, commemorando a vicenda la ruina e la strage, parevano abolire le cose vaghe e trascolorited'intorno, creare una specie di atmosfera fumosa in cui la mia anima respirò per qualche minuto ansiosamente. — Era l'assedio con tutti i suoi orrori, nella città ingombra di soldati di cavalli e di muli, sprovvista di vettovaglie e di danaro, armata d'armi fiacche o inutili, travagliata dal tifo e dalla fellonia. Le piogge torrenziali la riempivano d'una melma nerastra ove i giumenti famelici erranti per le strade stramazzavano e agonizzavano. La grandine di ferro la traforava, la smantellava, l'atterrava, l'incendiava, sempre più spessa e più fragorosa, non interrotta se non dalle brevi tregue pattuite per seppellire i cadaveri già putrefatti. Nelle chiese si celebrava l'ufficio divino e s'invocava la Patrona Invincibile, mentre le pietre si staccavano dalle pareti, cadevano i vetri infranti, giungevano i gemiti dei feriti trasportati nellebarelle. I malati negli Ospedali si sollevavano su i letti quando una bomba penetrava il muro della corsia e nell'attimo dello scoppio credendo di morire gridavano: — Viva il Re! — D'improvviso una polveriera si squarciava scrollando dalle fondamenta tutta la città che rimaneva soffocata dal fumo e dal terrore, mentre nella voragine aperta scomparivano i bastioni, i cannoni, le blinde, le casematte, le case, e cento e cento uomini. Ma, a intervalli, nei giorni di gran sole, una specie di delirio eroico prendeva gli assediati, una specie di ebrezza della morte li spingeva al pericolo su le batterie dove il fuoco era più terribile. In vista del nemico, al suono delle fanfare gli artiglieri cantavano e danzavano freneticamente; se taluno cadeva colpito, crescevano nella gazzarra. Un immenso grido di gioia e d'amore accoglieva l'apparizione dellaRegina su le spianate ove grandinava il ferro. Ella s'avanzava con un passo audace, nella grazia libera de' suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo inebriante come l'ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo l'orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si rammaricavano di non aver la gloria d'una macchia rossa. Di tratto in tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti ridotte in tritume come dalle mascelle d'un ruminante, coperti di sangue e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per nome e le baciavano il lembo della gonna....
— Ah com'era bella e com'era degna del suo trono! — esclamò il principe,che ritrovava i più maschi accenti della sua voce nel celebrare quella prodezza. La sua presenza aveva su i soldati un potere magnetico. Quando ella era là, tutti diventavano leoni. Il ventidue di gennaio fu il più glorioso giorno dell'assedio perchè ella rimase su le batterie fino a notte.
Successe una pausa, quasi di raccoglimento, in cui ciascuno di noi parve contemplare la figura ideale dell'eroina su un campo di macerie e di cadaveri.
— Erano strane le lacrime ne' suoi occhi! — disse Violante con lentezza, tutt'assorta nella lontana memoria. — All'ultima ora, quando la vidi piangere, rimasi sbigottita e attonita come d'avanti a un fatto impreveduto e quasi incredibile. Baciandomi, ella mi bagnò tutta la faccia.
Dopo un intervallo, soggiunse:
— Portava al cappello una piccola piuma verde.
Soggiunse ancora:
— Aveva un grande smeraldo sotto la gola.
Poichè ella era seduta al mio fianco, un nuovo turbamento m'invase quando con un atto involontario mi chinai un poco verso di lei e aspirai il profumo che mi parve divenir più forte e dominare la fragranza mèllea dei fiori. Gli esseri e le cose presenti mi ispirarono un'avversione subitanea, mi diedero una specie d'impazienza e di fastidio quasi acre come se in quel punto più mi pesassero e opprimessero. Guardai con un'ostilità istintiva il germano del principe, Ottavio Montaga, seduto a una estremità della tavola, taciturno e un po' sinistro come un uomo mascherato: simbolo d'un divieto oscuro e intrasgredibile. Sentii insorgere l'odio dellamia sanità, del mio vigore e del mio desiderio contro la malattia, contro la tristezza, contro il mortale tedio in cui la portentosa creatura si disfaceva senza scampo. Respingendo le inquietudini generate pur dianzi nel mio spirito dalle tre forme diverse nel loro successivo apparire, io credetti d'aver già posta la mia elezione su quella in cui sembravano adunarsi tutti i prestigi e pur la solennità del passato per annobilirla. Anche una volta ella sola agitava tutto il mio essere come quando aveva erto il capo alle strida degli sparvieri.
Mi disse il principe:
— Non è singolare, Claudio, che Violante conservi di quel tempo una memoria così lucida? Non ti sembra molto singolare?
Poi, sorridendo di quel suo primo dolce sorriso:
— Maria Sofia non ha mai cessatodi prediligerla. Sapendola appassionata degli odori, ogni anno pel natalizio le manda in dono una gran quantità di essenze. E, da che siamo qui, non ha mancato una volta!
Volgendosi alla figlia teneramente:
— Oramai tu non potresti più farne a meno; è vero?
E a me, con un'ombra di tristezza:
— Ella ne vive! E tu la vedi, Claudio, come s'è fatta bianca.
Mi parve che Anatolia bisbigliasse:
— Ella ne muore.
Quando ci levammo dalla mensa, Anatolia ci propose di discendere nel giardino.
— Andiamo a prendere ancóra un po' di sole! — ella invitò, sollevando la mano verso un fascio di raggi che penetrava pel più alto vetro d'una finestranon coperto dalla tendina scolorita. — Chi vuol venire?
La sua mano s'illuminò nel gesto, s'indorò fino al polso; e i raggi passarono fra le sue dita come crini docili.
— Veniamo tutti — io risposi.
Don Ottavio chiese licenza e si ritrasse (il suo aspetto tra noi era quel d'un intruso); ma il principe mise il suo braccio sotto il braccio di Anatolia, come già Antonello aveva fatto nella scalea, e disse:
— Io vi accompagnerò fin giù nell'atrio.
Passando per la vastissima sala di udienza, ridotta a una vuota anticamera, notai una vecchia portantina ch'era fornita delle due stanghe: quasi avesse allora allora deposta la dama o fosse in assetto per riceverla.
— Chi va in portantina? — domandai, soffermandomi.
— Nessuno di noi — rispose Anatolia, dopo un attimo di esitazione, mentre su tutti i volti passava l'ombra di un turbamento.
— È del tempo di Carlo III — disse il principe, dissimulando col sorriso il suo pensiero triste. — Appartenne alla duchessa di Cublana Donna Raimondetta Montaga, che fu la più bella dama della Corte e fu celebrata come la più grande bellezza del Regno.
— È di stile eccellente — io riconobbi, accostandomi, attratto da quella vecchia cosa che non anche pareva ben morta, a cui la memoria di Donna Raimondetta conferiva anzi un pregio e una grazia singolari e quasi una reviviscenza fittizia sotto il mio sguardo. — È una squisita opera d'arte, e conservata a meraviglia.
Ma io sentii che un'inquietudine strana occupava i miei ospiti intorno a me, eche la causa di quel malessere partiva dall'oggetto presente. E tanto più forte allora, per virtù del mistero, sentii vivere nel legno prezioso la vita delle mie imaginazioni.
— L'anima di Donna Raimondetta abita qui dentro, forse — io dissi con un'aria leggera, non potendo resistere alla voglia di aprire lo sportello. — Non potrebbe avere un ricettacolo più elegante. Vediamo.
Come apersi, un odore sottile mi venne alle narici; e per meglio aspirarlo avanzai il capo nell'interno.
— Che profumo! — esclamai, deliziato da quella sensazione impreveduta. — È il profumo della duchessa di Cublana?
E per qualche attimo tenni il mio spirito sospeso nella molle atmosfera creata dal fascino della dama antica, imaginando una piccola bocca rotondacome una fragola, un'alta capellatura carica di cipria e una veste di broccatello gonfiata dal guardinfante.
La portantina odorava come un cofano di nozze, dentro tappezzata d'un velluto verde come la foglia del salice e ornata d'uno specchietto ovale per ciascun fianco, fuori tutta quanta dorata e dipinta con gusto sopraffine, arricchita di delicatissimi intagli nelle cornici e nelle commessure, resa più armonica e più dolce alla vista dal suo velo secolare: amabile opera d'una fantasia leggiadra e d'una mano sapiente.
— O forse siete voi, Donna Violante, — soggiunsi — che avete vuotato su questo velluto così tenero una delle vostre fiale, per omaggio all'ava famosa?
— No, non io — fece ella, quasi con indifferenza, come rioccupata dal tedio consueto, come ridivenuta estranea.
— Andiamo, dunque — sollecitò Anatolia traendo il padre ch'ella teneva ancóra al suo braccio. — In questa sala c'è sempre un gran freddo.
— Andiamo — ripetè Antonello rabbrividendo.
Si udiva già dal più alto gradino il romore dell'acqua, roco prima poi sempre più chiaro e più forte.
— La fontana è riaperta? — fece il principe.
— L'abbiamo riaperta dianzi — disse Anatolia — in onore dell'ospite.
— Hai notato, Claudio, nel cortile il gioco degli echi? — mi chiese Don Luzio. — È straordinario.
— Veramente straordinario — io risposi. — È un effetto di sonorità prodigioso. Pare l'artificio di un musico. Credo che un armonista attento troverebbequi il segreto di accordi e di dissonanze sconosciuti. Ecco una scuola incomparabile per un orecchio delicato. Non è vero, donna Violante? Voi siete per la fontana, contro Antonello.
— Sì — ella disse con semplicità — io amo e comprendo l'acqua.
—Laudato si, mi Signore, per sor acqua.... Vi ricordate, Donna Massimilla, del Cantico di San Francesco?
— Certo — rispose con un sorriso tenue la fidanzata di Gesù, arrossendo. — Io sono una clarissa.
Il padre l'accarezzò malinconicamente con lo sguardo.
— Suor Acqua! — la chiamò Anatolia, sfiorandole con le dita la benda liscia dei capelli che le scendeva su la tempia. — Prendi questo nome.
— Sarebbe superbia — fece la clarissa, con una umiltà ridente.
Ella mi rimise nella memoria, conuna leggera variante, la sentenza della Beata:Symphonialis est aqua.
Eravamo tutti là, presso la fontana sonora. Ogni bocca dava le sue note con una canna di vetro simile a una tibia ricurva. La conca di sotto era già colma e i quattro cavalli marini vi stavano sommersi fino al ventre.
— Il disegno è dell'Algardi bolognese, — disse il principe — dell'architetto d'Innocenzo X, ma le sculture furono eseguite dal napoletano Domenico Guidi, da quello stesso che eseguì in gran parte l'alto rilievo d'Attila a San Pietro.
Come Violante erasi di nuovo appressata al margine della conca, io guardavo la sua imagine riflessa nella sfera liquida ove un tremolio continuo scomponeva i lineamenti fra le zampe dei cavalli.
— Un episodio tragico è legato aquesta fontana, — soggiunse il principe — un episodio che fu poi il motivo di qualche credenza superstiziosa. Non lo conosci?
— Non lo conosco — risposi. — Ma raccontatemelo, se non vi dispiace.
E guardai Antonello, ripensando l'anima perduta che lo tormentava e lo spaventava di notte. Anch'egli ora teneva gli occhi intenti all'imagine di Violante tremula in fondo all'acqua.
— Qui, in questo bacino, morì annegata Pantea Montaga, — cominciò Don Luzio — al tempo del vicerè Pietro d'Aragona....
Ma s'interruppe.
— Ti racconterò un'altra volta.
Compresi ch'egli aveva ritegno a risuscitare quella memoria in presenza delle figlie; e non volli insistere.
Ma, poco dopo, nell'atrio esterno, passeggiando solo al mio braccio conlentezza, egli riprese il racconto; mentre d'intorno il sole splendeva su l'ordine dei balaustri donde le alte statue bianche delle Stagioni contemplavano la valle fulva del Saurgo.
Era un dramma di passione e di morte, intimo e segreto, ben degno della virtuosa chiostra lapidea che ne aveva compressa e poi esaltata la violenza in rapida vicenda. Mi significava il potere esercitato dal genio dei luoghi su l'anima affine, per cui in questa ogni verace sentimento doveva concentrarsi fino all'estrema intensità comportabile dalla natura umana per esprimer quindi tutta la sua forza in un atto definitivo e di conseguenza certa.
Ascoltando l'imperfetto racconto del principe, io ricomponevo interiormente l'ora di vita essenziale che aveva prodotto la morte di Pantea; e il delitto notturno assumeva ai miei occhiuna bellezza indicatrice di cose profonde.
Profonda, in vero, doveva essere la volontà di quell'Umbelino che, acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze. “Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava, considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe quindi con la forza del suo pensiero distintamenteseparar l'uno dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli nellebraccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. — O Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è meno dolce — le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: — O Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro Signore Gesù Cristo. — Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali, scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissialla imagine di Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana tenne un candido cadavere...
Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:
— Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti far troppo desiderare, dunque.
Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci soffermammo innanzialla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.
— Una favola corse negli anni che seguirono — disse il principe sorridendo. — Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole delle bestie di pietra, fino all'aurora.
L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo la mia anima carica come una nube.
Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:
— Passa la Felicità.
Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.
— Passa la Felicità!
“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa de' miei istinti più profondi.
Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.
“Quali mani potrebbero arrestarla?„
Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che invigorivano i pollici gemmatid'un'unghia rosea, distinta alla radice dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. — Non mi avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel cavo della palma un calore vivifico?
Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio d'oro non riusciva a indorarle; e tanto note m'erano che io rivedevo nella piena luce diurna la tenebra dell'absida umbra dove le avevo vedute per la prima volta su la pala dell'altare, sole superstiti di un'imagine riassorbita dal mistero e pur atte da sole ad incantare e ad accarezzare anime. Or esse esprimevano con l'intreccio delle dita tessute il vincolo della schiavitùvolontaria. — Eccomi a te, avvinta d'un legame più forte di qualunque catena. Non aprirò le braccia se non quando ti piacerà di sciogliermi. Io non posso e non voglio se non adorare e obbedire, obbedire e adorare — confessava per quei segni la devota al suo ideal signore. E io imaginai le sue mani disciolte e dalle palme loro generarsi lunghe zone di silenzio vivente, in quella guisa che dalle palme degli angeli effigiati in alto e in basso delle ancóne si partono le liste volubili dei cartigli recanti qualche versetto e chiudono l'istoria entro il senso mistico delle parole scritte. “Così, o Adorante, nei cerchi del tuo vivente silenzio d'amore potresti includere il mio spirito meditabondo! E io sarei infedele alle solitudini della terra: ai monti solenni, ai boschi musicali, ai fiumi pacifici, e pur ai cieli stellati; poiché nessuno spettacolodella terra eleva il genio dell'uomo quanto la presenza di una bella anima sottomessa. Questa dà alle mura della stanza segreta una vastità illimitata, come la lampada votiva aumenta la grandezza della notte nel tempio. Per ciò io ti vorrei nella mia casa, o dolce schiava. Colui che medita circondato d'un'adorazione silenziosa, sente la divinità del suo pensiero e crea come un dio.„
Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che, come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: — estraevano da una cosa fin l'ultimo sentore di vita, cioè le prendevano tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta. Tale non era uno tra i più gravi offici della mia arte di vivere?
Violante dunque m'appariva come uno strumento divino e incomparabile della mia arte. “La sua alleanza m'è necessaria per conoscere e per esaurire le innumerevoli cose occultate nelle profondità dei sensi umani, delle quali la sempiterna lussuria è unica rivelatrice. Chiude la carne tangibile infiniti misteri che solo il contatto di un'altra carne può rivelare a chi sia dotato dalla Natura per comprenderli e per celebrarli religiosamente. E il corpo di costei non ha la santità e la magnificenza di un tempio? Non promette la sua bellezza alla mia sensualità le più alte iniziazioni?„
Così, come già nella prima salita, io attraevo in me le tre forme integrali che offerivano a tutti i poteri del mio essere la gioia del manifestarsi e dell'appagarsi totalmente in una compiuta armonia. L'una — nel mio sogno — conla pura fronte raggiante di presagi vegliava sul figlio del mio sangue e della mia anima; e l'altra, come la piráusta nella fornace del metallurgo, viveva nell'intimo fuoco de' miei pensieri; e l'altra mi richiamava al culto religioso del corpo e conveniva meco in segrete cerimonie per insegnarmi a rivivere la vita degli antichi iddii. Tutte sembravano nate a servire le mie volontà di perfezione in terra. E il doverle disgiungere l'una dall'altra mi offendeva come un disordine, mi irritava come un sopruso del pregiudizio e del costume. “Perchè dunque non potrei condurle alla mia casa in un medesimo giorno e ornare della triplice grazia la mia solitudine? Il mio amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso incantamento e construire per ciascuna un trono e a ciascuna offerire lo scettro d'un ideal regnopopolato di finzioni in cui ella ritroverebbe trasfigurata per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E, poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle beatrici (ma non a te, o Anatolia, lungamente destinata a vegliare!) una morte armoniosa nell'ora opportuna....„
Piovevano senza tregua su le mani virginee questi miei pensieri accesi come da un lene delirio in quella precoce caldezza del sole, quando Violante lasciò cadere l'ultimo fiore premuto e si sporse verso le cime dei lunghissimi tralci che dal ripiano sottoposto salivano fino ai balaustri e vi si avvolgevano. Riuscì ella a spezzare un rametto e ne esaminò le fibre interne per vedere se fossero già penetrate dalla linfa primaverile.
— Dormono ancóra — ella disse.
Noi eravamo dunque chini su l'estremo sonno, già trasparente, di quelle spoglie squallide in cui stava per compiersi uno tra i più grandi miracoli terrestri, evocato da una parola.
— Vedrete, fra qualche mese — mi disse Anatolia. — Tutto sarà coperto da un manto verde, tutte le pergole saranno ombrose.
Non erano le madri dell'uva, ma erano certe viti pampinifere dagli innumerevoli sermenti volubili che si distendevano su per la vasta muraglia, come giù per le pergole delle scalee, a similitudine d'un tessuto reticolare. Esse non avevano aspetto di vegetali, ma di funicelle consunte, macerate dalla pioggia, disseccate dal sole, fragili in vista come le tele dei ragni. E pure l'imminenza della metamorfosi le rendeva mistiche come i maggiori tronchidelle foreste montane. Miriadi di fronde vive stavano per irrompere dalle fibre di quel cordame inerte, miracolosamente.
— In autunno — mi disse Violante — tutto si fa rosso, d'un rosso splendidissimo; e in certi giorni d'ottobre, al sole, le muraglie e le scalee sembrano parate di porpora. In quel tempo, veramente, il giardino ha la sua ora di bellezza. Se voi sarete qui, vedrete....
— Non sarà qui — interruppe Antonello, scotendo il capo.
— Perché tu ripeti sempre questo? — io gli chiesi, quasi per un rimprovero dolce. — Che sai?
— Nessuno sa mai nulla — mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. — Chi può dire quel che accadrà di noi daoggi all'autunno? Soltanto Massimilla è sicura: ha trovato il suo rifugio.
Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.
— Massimilla va a pregare per noi — disse Anatolia gravemente.
La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia imperiose.
La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già misembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui — secondo un presentimento oscuro — dovevano condurmi le vicissitudini d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra di lutto cupa.
Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le donne nel sogno dellaVita nuova, che Massimilla m'aveva richiamato alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma la pagina ove Dante giovine mostra com'eglisapesse agitar dal profondo la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale. “Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai, immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle ineffabili bellezze interiori?
Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano.E forse mai più le vidi in tanta luce e in tanta ombra.
Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:
— Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche memoria.
Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:
— Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita delle mie sette fontane.
E Massimilla con la sua timida gentilezza:
— In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa notte, laggiù.
Mi pareva che parlassero di loro intimecose e, come la vergine di Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.
Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.
— Conducetemi dunque — io dissi. — Certo ritroverò qualche memoria: almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....
— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di Anatolia con un gesto carezzevole.
E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.
Allora Violante ci condusse come per un laberinto.
Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche forme trattateun tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco, risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione. E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.
Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con cui mi aveva parlato alla finestra:
— Udite?
— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la regina delle fontane....
S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre prigioniere. “Comesaprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove, piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai più sacri abissi della vita.
Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevanod'esser raccolte; e le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del dolore.
Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un tempo convenissero a colloquioamanti celebrati per lo splendore tragico dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine. Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.
E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e dilatarle in un supremo cielo di bellezza.
Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo, taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e della morte.
Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e cheil linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo. Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi, ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto? In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?
Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano, sembravanocosì profondamente assorte che più d'una volta io fui sul punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo inutile?
— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi versoi larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!
Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepedei mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro passaggio aumentando la dolcezza del mistero.
— Riuscite a leggere quei versi? — fece Violante, vedendomi intento a scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle gromme e dalle fenditure. — Io sapevo una volta quel che dicevano.
Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose belle per cingerne le ore che passano.„