Chapter 6

Praecipitate moras, volvcres cingatis vt horasNectite formosas, mollia serta, rosas.Era, addolcito di rime, l'antico ammonimento che nei secoli aveva incitato gli uomini ai piaceri della vitabreve, aveva infiammato i baci su le bocche degli amanti e moltiplicato su le mense le coppe del vino. Era l'antica melodia voluttuosa, modulata su la nova siringa che un monaco industre aveva composta in forma dell'ala d'una colomba con le canne ineguali recise nell'orto abbandonato di Pane ma conteste insieme con la cera dei torchietti votivi e con il lino d'una tovaglia d'altare logora.“La fontana brilla e risuona; e ti dice nel suo splendore: Godi!, e nel suo murmure ti dice: Ama!„Fons lvcet, plavde, eloquitvr fons lvmine: Gavde.Fons sonat, adclama, mvrmvre dicit: Ama.Un ambiguo incantesimo diffondevano nel mio spirito gli echi della rima leonina a cui le acque facevano la glosa interminabile. Io sentivo in quelli echi l'accento velato della malinconia che donaal piacere un'indefinita grazia e turbandolo pur lo rende più profondo. Non meno eran molli e tristi quivi le giovinezze divine che distendevano sui margini le nude membra ondulate a similitudine dello specchio in cui si miravano da sì lungo tempo: — Salmaci forse, agognanti alla perfezione d'un congiungimento ancora ignoto agli uomini e agli iddii? o Bibli forse, intente a comprimere nel virgineo petto il fuoco del desiderio incestuoso? o Aretuse pieganti come salci leni sotto la violenza d'un amor protervo repulso in vano? “Piangete qui, o amanti che venite a dissetarvi! Troppo è dolce quest'acqua. Tempratela col sale delle vostre lacrime.„Flete hic potantes, nimis est aqva dvlcis, amantes.Salsvs, vt apta veham, temperet hvmor eam.Così la dolce fontana, invidiando il sapore del pianto, indicava ai gaudiosil'arte sottile di gustar qualche amarezza nella piena felicità. “Convien mescere alle rose qualche roseo fiore dell'atro elleboro, quasi indistinto nella ghirlanda, affinchè la fronte redimita a quando a quando s'inclini.„ Pareva che di grado in grado, per quella lunga via di amore, la voluttà divenisse più raccolta, più sapiente e più appassionata. I liquidi specchi invitavano gli amanti a reclinar le fronti gravi di sogno e a contemplare le proprie imagini affinchè, giunti infine a non vedere in quelle se non le sembianze d'ignoti esseri insorte alla luce da un mondo inaccessibile, potessero meglio sentire quel ch'eravi d'indicibilmente estraneo e lontano nelle vite loro. “Inclinatevi a specchiarvi affinché i vostri baci sieno addoppiati dall'imagine.„Oscvla ivcvnda vt dvplicentvr imagine in vndaVvltvs hic vero cernite fonte mero.In quel semplice atto non era il segno rivelatore d'una cosa recondita? I due amanti chini a riguardar la loro carezza rispecchiata significavano inconsapevolmente la potenza mistica della voluttà; che è quella di espellere per qualche attimo l'uomo sconosciuto che noi portiamo in noi medesimi e di farcelo sentire lontano ed estraneo come un fantasma. — Non forse nell'oscurità di un tal sentimento si accresce il delirio e si produce il terrore dei lussuriosi che negli specchi delle alcove profonde mirano le loro mutue carezze ripetute da figure che sono a lor somiglianza e che pur sembrano indefinitamente dissimili e remote in un silenzio soprannaturale? Avendo una confusa coscienza della straordinaria alienazione che avviene in loro, credono essi trovarne un simbolo illuminante in quelle imagini esterne e dall'analogiasono indótti a non più considerarle come parvenze visuali ma come forme di vita inesplicabili e infine come aspetti di morte vera quando i corpi esausti divengono immobili sul lenzuolo bianco e il sudore si agghiaccia nelle reni e le pupille si contraggono sotto il peso delle palpebre....Tal visione mi creavano le rime dell'ultima fontana canora su cui inclinavasi il volto di Violante, scendendo l'ombra dei pini lenta come un velario ceruleo. “Qui la Voluttà e la Morte si mirarono congiunte; e i loro due volti facevano un volto solo.„Spectarvnt nvptas hic se Mors atqve Volvptas.Vnvs [fama ferat], qvvm dvo, vvltvs erat.Come il sole si velò al passaggio d'una nuvola bianca e molle, l'aria parve addolcirsi ancora più, parve assumere quasi il sapore d'un latte diafano in cui fosse distemperato un aroma. E io portavo nell'orecchio la cadenza delle rime latine mentre andavamo a traverso pratelli recinti, gialleggianti di giunchiglie, ov'era facile imaginare gli episodii d'una festa pastorale all'ombra di padiglioni inghirlandati. Sul piedestallo di una ninfa priva d'ambo le braccia era scolpita l'impresa degli Arcadi: la siringa di sette canne entro un serto d'alloro.— Non eravate voi qui stamane? — dissi a Violante, riconoscendo nella vicinanza l'arco di bosso ove prima ella m'era apparsa.Ella sorrise; e mi sembrò che le suegote si colorassero in sommo come per un bagliore fuggevole. Poche ore erano trascorse; e io mi stupii d'avere smarrita la nozione esatta del tempo. Quel breve intervallo m'appariva tutto pieno di avvenimenti confusi che gli davano nella mia coscienza una durata illusoria, senza limite certo. Non potevo ancora misurare la gravità della vita che avevo vissuta in quel claustro dal punto in cui il mio piede s'era posato su la soglia; ma sentivo che una cosa oscura, di conseguenze incalcolabili, già stava per risolversi in me, fuor d'ogni mio volere; e pensavo che il mio presentimento mattutino su la via solitaria non era stato fallace.— Perchè non ci sediamo un poco? — chiese Antonello, quasi supplichevole. — Non siete ancora stanchi?— Sediamoci — assentì Anatolia, con la sua dolce condiscendenzaabituale. — Anch'io sono un poco stanca. È forse l'effetto della primavera.... Che odore di mammole!— Ma il vostro biancospino? — esclamai volgendomi a Massimilla, per mostrarle che non avevo dimenticata la sua offerta.— È ancora lontano — ella rispose.— Dove?— Laggiù.— Massimilla ha i suoi nascondigli — fece Anatolia ridendo. — Quando si nasconde, nessuno la ritrova.— Come l'ermellino — io aggiunsi.— Poi — ella continuò scherzevole — di tanto in tanto fa un'allusione misteriosa a qualche piccola meraviglia conosciuta da lei sola, ma con prudenza, conservando sempre il segreto, senza conceder mai nulla alla nostra curiosità. Voi oggi, pel biancospino, siete l'oggetto d'uno speciale favore....La monacanda teneva gli occhi bassi, ma il riso le brillava nei cigli illuminandole tutta la faccia.— Un giorno — continuò la buona sorella, che pareva contenta di risvegliare quel raggio inconsueto — un giorno vi racconterò la storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi....Massimilla ruppe allora in un ridere così giovenile e così limpido, vestendosi d'una freschezza così impreveduta, che io ne fui attonito come davanti a un prodigio di grazia.— Ah, non date ascolto a Anatolia! — ella esclamò senza guardarmi. — Vuol burlarsi di me.— La storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi! — io dissi, bevendo con delizia a quella vena d'ilarità repentina che attraversava la nostra malinconia. — Ma voi siete dunque un esemplare di perfezione francescana.Bisogna aggiungere un fioretto aiFioretti: “Come Suor Acqua dimesticò il riccio salvatico e fecegli il nido acciocchè moltiplicasse, secondo i comandamenti del nostro Creatore.„ Raccontate, raccontate!La clarissa rideva con la sua Anatolia, e quel tenue spirito di gioia si comunicava anche a Violante e ai due fratelli; e per la prima volta, in quel giorno, noi riconoscevamo la nostra giovinezza.Chi potrà mai dire come sia dolce e strano il dischiudersi inaspettato del riso nelle labbra e nelle pupille dei dolenti? Persisteva nella mia anima il primo stupore, e sembrava che coprisse d'un velo tutto il resto. L'agitazione insolita, che aveva scosso per qualche attimo il petto gracile di Massimilla, si propagava entro di me a tutte le imagini anteriori turbandone le linee odissipandole. D'un tratto uno scroscio argentino riempiva la bocca socchiusa della beatrice estatica nell'atto di generar dalle immobili palme delle sue mani le spire del silenzio!Nulla quanto il suono di quel riso poteva significarmi la profondità inaccessibile del mistero che ciascuna delle tre vergini portava in sè medesima. — Non era quello il segno fortuito di una vita istintiva dormente come un tesoro accumulato nelle radici stesse della sostanza animale? E non chiudeva i germi d'innumerevoli energie quella vita opaca e tenace su cui pur la coscienza di tanto dolore pesava senza soffocarla? — Come la scaturigine reca sul sasso arido l'indizio della segreta umidità sotterranea, così il bel riso repentino pareva salire da quel nucleo di gioia nativa che ogni più misera creatura conserva nell'intimo dellasua propria inconsapevolezza. E per ciò su la mia commozione si chiarì un pensiero d'amore e d'orgoglio: “Io potrei fare di te un essere di gioia.„Allora i miei occhi si armarono di una curiosità nuova; e m'assalì quasi una smania inquieta di riguardare, di considerare più attentamente le tre persone, come se non le avessi bene vedute. E notai anche una volta qual arduo enigma di linee sia ogni forma feminina e quanto sia difficilevederenon pur le anime ma i corpi. Quelle mani in fatti, alle cui dita lunghe avevo cinto i miei più sottili sogni come anelli invisibili, quelle mani mi sembravano già diverse apparendomi come i ricettacoli d'infinite forze innominate da cui potevano sorgere meravigliose generazioni di cose nuove. E imaginai, per un'analogia strana, l'ansia e l'orrore di quel giovine principe che, essendostato chiuso in un luogo oscurissimo con la necessità di eleggere il suo destino fra gli inconoscibili destini recatigli da messaggiere taciturne, passò tutta la notte palpando le mani fatali che si tendevano verso di lui nella tenebra. Le mani nella tenebra: — v'è forse una più paurosa imagine del mistero?Quelle delle tre principesse nubili posavano nella luce, nude; e guardandole, io pensavo agli infiniti gesti increati ch'erano in loro e alle miriadi di foglie nasciture che erano nel giardino.Anatolia, accorgendosi del mio sguardo intento, sorrise.— Ma perché voi guardate con tanta assiduità le nostre mani? Siete un chiromante, forse?— Sono un chiromante — io risposi per gioco.— Leggete allora le nostre sorti.— Mostratemi la palma sinistra.Ella mi mostrò la palma; e le sorelle imitarono il suo atto. E io mi chinai fingendo di esplorare in ciascuna le linee della vita, della congiunzione e della felicità. “Quali sorti?„ pensavo intanto, dinnanzi a quelle tre belle mani tese come per ricevere o per offerire, mentre la pausa nutriva le mie inquietudini con le mille cose inespresse e inesplicate che si generavano in lei. “Forse anche nello stilo ferreo del fato avvengono quei cangiamenti subitanei cui è soggetta la declinazione degli aghi magnetici. Forse tutte le volontà che io porto in me medesimo, oscure o lucide, esercitano già la loro virtù commutatrice; e le sorti deviano tendendo verso un finale evento da cui trarrò il mio bene. Ma anche può essere che io sia il gioco di un'illusione generata dal mio orgoglio e dalla miafede, e che il mio stato presente non sia se non quel d'un prigioniero tra prigionieri....„Grandissimo era il silenzio, nella pausa: tale che nel percepirlo io mi sgomentai d'avanti all'immensità delle cose mute ch'esso abbracciava. Il sole rimaneva ancor velato. D'improvviso Antonello trasalì volgendosi rapido verso il palazzo, con l'atto di colui che oda un richiamo. Tutti lo guardammo inquieti; ed egli ci guardò smarritamente. Le mani delle sorelle si abbassarono.— Ebbene? — mi domandò Anatolia, con l'ombra della preoccupazione nella fronte. — Che avete letto?— Ho letto — risposi — ma non posso rivelare.— Perchè? — fece ella riacquistando il suo sorriso. — Tanto è terribile quel che sapete?— Non è terribile — dissi — anzi è lieto.— Veramente?— Veramente.— Per tutte o per una sola?Esitai un istante. Non penetrava ella inconsciamente con quella domanda la mia perplessità e non mi rammentava la scelta necessaria?— Non rispondete! — ella soggiunse.— Per tutte — io risposi.— Anche per me? — chiese Massimilla, trasognata.— Anche per voi. Non prendete forse il velo per vostra elezione? E non siete sicura di giungere infine alla beatitudine che ricompensa la rinunzia totale?Come io la fissai nelle pupille, ella si tinse d'un rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.— “Siate, siate quel fiore odoriferoche dovete essere, e che gittiate odore nel cospetto dolce di Dio!„ ha scritto per voi Santa Caterina.— Voi conoscete Santa Caterina! — fece la clarissa, brillando di meraviglia nel suo rossore.— È la mia santa prediletta — io aggiunsi, lieto di vederla così attonita, tentato dal piacere di turbare e di abbagliare quell'anima che mi pareva ardente e malsicura. — Io l'amo pel suo aspetto purpureo. Nel Giardino del conoscimento di sé ella è come una rosa di fuoco.La fidanzata di Gesù mi guardava, quasi incredula; ma il desiderio d'interrogare e di ascoltare si dipingeva sul suo volto, e nella sua fronte già un'ombra tenue indicava il solco dell'attenzione.— Il libro che io avevo meco stamani — ella disse con un leggero tremitonella voce, come s'ella mi rivelasse qualche intimità — era un volume delle sue Lettere.— Ho notato che da buona francescana voi mettete per segno nelle pagine un filo d'erba. Ma quel libro richiede un altro segno. L'erba vi si brucia come su l'orlo d'una fornace. L'essenza della terziaria è tutta in quelle sue parole: “Fuoco e sangue unito per amore!„ Le avete in mente?— O Massimilla — interruppe Oddo ridendo — tu puoi congedare il padre spirituale. Ecco che hai trovato la vera guida pel Cammino della perfezione!Eravamo seduti su la sponda di un bacino disseccato, che era forse un antico vivaio, quasi interamente riempito di terriccio e tenuto dalle piante selvagge in mezzo a cui si nascondevano le mammole — certo numerose, a giudicarne dalla fragranza grande. Prossimain contro era la parete di bosso decrepita che già, nel mio primo entrare, aveva spirato verso di me quel medesimo effluvio dalle sue buche profonde. Scorgevasi, per le radure e per l'arco, il viale deserto con le sue statue mutilate e con le sue urne vedove.— È già stabilito il giorno per la vostra monacazione? — domandai a Massimilla.— Il giorno non è stabilito ancora — ella rispose — ma sarà quasi certamente prima della Pasqua.— Presto, dunque. Troppo presto!Antonello si levò in piedi, all'improvviso agitato da un'inquietudine insostenibile. Tutti ci volgemmo a lui. Egli guardò Anatolia, con un vago sbigottimento ne' suoi occhi pallidi. Poi si rimise a sedere. Un malessere indefinito entrava in noi, come se Antonelloci comunicasse qualche parte della sua ambascia.— Ieri, a quest'ora, eravamo nel campo dei mandorli — disse Oddo, con nella voce l'accento del rammarico verso un piacere fuggito.Mi risonarono spontanee nella memoria le parole di Antonello: “Bisogna condurle sotto i fiori.„— Bisogna che noi torniamo là tutti — ruppi io vivacemente lacerando quella strana atmosfera di timori e d'ansie che senza causa nota stava per addensarsi su le nostre anime. — Bisogna che noi godiamo di questa primavera così dolce. Fra una settimana tutta la valle sarà fiorita. Io mi propongo di percorrerla tutta: di salire al Corace, di rivedere Scultro, Secli, Linturno.... Come sarei felice se potessi ottenere la vostra compagnia! Non verreste volentieri? Spero che vorretevoi dare il buon esempio, Donna Anatolia.— Certo — ella rispose. — Voi ci offrite quel che è nel nostro desiderio.— E anche a voi, Donna Massimilla, sarà permesso il diporto. Come sapete. San Francesco compose il Cantico del Sole nella cella di canne che Santa Chiara gli aveva costruito dentro l'orto del monastero. I boschi, i fiumi, le montagne, le colline, secondo l'antica Regola, debbono essere i vostri fratelli e le vostre sorelle. Andare verso di loro è compiere una visitazione votiva.... E poi, a Linturno, nella città morta, la navata d'una chiesa è rimasta in piedi; e v'è una grande madonna di mosaico, sola, nel cielo dell'absida.... Me ne ricordo sempre. È indimenticabile. Te ne ricordi tu, Antonello?Udendo pronunziare il suo nome, Antonello ebbe un sussulto.— Che dici? — balbettò confuso.E il suo povero volto contratto esprimeva una tal sofferenza che io restai senza parola.— Sì, sì, andiamo, andiamo — egli soggiunse, simulando di aver inteso; e si levò di nuovo, in preda a un'agitazione manifesta, con l'aspetto di un maniaco, smorto e malfermo. — Andiamo via di qui! Anatolia, álzati....Egli parlava sommesso, come per tema d'essere udito da qualcuno nella vicinanza, empiendoci di sgomento.— Alzati, Claudio. Andiamocene.Anatolia corse a lui, gli prese le mani.— Eccola! Eccola che viene! — balbettò egli, fuori di sè, volgendo verso il viale i suoi occhi pallidi che parevano dilatati dall'allucinazione. — Eccola! Senti?Perplesso e turbato a dentro, io daprima credetti ch'egli si sbigottisse d'un fantasma prodotto dalla sua follia. Ma anche al mio orecchio giunse un romore di passi che s'avvicinavano. E d'un tratto compresi, vedendo apparir tra i bossi la portantina.Rimanemmo là ammutoliti, immobili, trattenendo il respiro, al passaggio dello strano convoglio. S'udiva distinto il lieve scricchiolio che facevano nell'attrito le stanghe sorrette dai due servi, in un silenzio gelido come quello che circonda le bare.A traverso l'apertura dello sportello, sul fondo di velluto verdastro, io vidi allora il volto della principessa demente: irriconoscibile, contraffatto da un gonfiore esangue, simile a una maschera di neve, con i capelli rialzati su la fronte in guisa d'un diadema. Gli occhi larghi e neri splendevano su la bianchezza opaca della pelle, sotto l'arcoimperioso delle sopracciglia, mantenuti forse nel loro splendore straordinario dalla visione continua d'un fasto inaudito. La carne del mento s'increspava su i monili ond'era cinto il collo. E quella enormità pallida e inerte mi risuscitò nell'imaginazione non so qual figura sognata di vecchia imperatrice bisantina, al tempo d'un Niceforo o d'un Basilio, pingue e ambigua come un eunuco, distesa in fondo alla sua lettiga d'oro.“Ecco, ci scopre, si ferma, discende, viene a noi„ io mi fingeva con un'ansietà crescente, quasi aspettando la prova della realtà di ciò che sembravami una forma inverisimile sul punto di dissolversi e di rientrar nell'inesistenza come un sogno al risveglio. “Ecco, chiama qualcuno, si mette a parlare, chiede chi io sia, m'interroga....„ Imaginai il suono reale diquella voce, in quel silenzio: il dialogo tra quei figli devoti a un sacrifizio inumano e quella madre trapassata per la follia in un altro mondo ov'ella doveva attrarli inevitabilmente l'un dopo l'altro. E dal mio orrore compresi il fremito profondo di repugnanza istintiva ch'era stato per Antonello un avviso misterioso, non diverso da quello ond'è assalito l'armento nel chiuso all'appressarsi della fiera che deve divorarlo.Ma ella passò senza accorgersi di noi, senza battere palpebra, dileguando tra gli alti bossi. Due serventi vestite di grigio come le beghine, taciturne e tristi, scolorate dal tedio e dalla stanchezza seguivano la portantina da presso; e le loro braccia abbandonate lungo i fianchi ondeggiavano ad ogni passo come i rosarii appesi alle loro cinture, come cose morte.Rivedevo il volto gonfio ed esangue della principessa Aldoina e la lugubre fatica dei servi e le due grige larve seguaci e tutti gli aspetti dello strano convoglio, mentre cavalcavo su la via di Rebursa novamente solo. Qualche viva parte di me era rimasta nel grande claustro, ma pur tuttavia sentivo nell'intimo la gioia d'esser novamente solo.Rivedevo i gesti del commiato presso il cancello e la meravigliosa profondità ch'era negli occhi delle prigioniere e le lontananze quasi mitiche del giardino vanenti dietro le belle persone. E, nel tempo medesimo, tutti gli altri fantasmi dell'intensa vita da me vissuta in quelle brevi ore si ammassavano nella mia anima come una ricchezza varia e confusa, raccolta per esser disposta a ornamento della mia reggia segreta.“Quali sontuosità!„ mi diceva il demonico apparendomi non senza letizia e orgoglio. “Quali magnificenze in un sol giorno! Tu non potresti meglio servire il tuo scopo, che è di vivificar tutto e di estrarre da ogni più arida cosa la vita. Non riconosci ora la saggezza del mio ammonimento mattutino? Non benedici al rigore della tua lunga constrizione, onde hai questo frutto che t'inebria? La tua poesia, come la tua volontà, è senza limiti. Tutto ciò che nasce ed esiste, intorno a te, nasce ed esiste per un soffio della tua volontà e della tua poesia. E pur nondimeno tu vivi nell'ordine delle cose più reali, perocché nulla al mondo sia più reale di una cosa poetica.„Dichinava il giorno su la valle ondulata del Saurgo; e ai raggi obliqui le terre fulve s'arricchivano di oro, mentre le chiare nuvole stavano assisein cerchio su i culmini delle rocce come su' più alti gradi d'un anfiteatro, con attitudini feminee, aspettando che la sera le vestisse di porpora.“Omai tu potresti fecondare il sale„ mi diceva il demonico. “Là dove il tuo spirito s'inclina, l'ubertà si dilata subitamente. Ma pur tu hai teco il favore della Fortuna: tu sei entrato nell'ignoto e nell'impreveduto non come colui che tenta ed esplora incerto, ma come colui che è atteso ed eletto alla ricolta in un campo ove s'adunano tutte le maturità più superbe, intatte ancora e pronte a riempiere il cavo delle sue mani quante volte gli piaccia di protenderle nella luce o nell'ombra. Tu sei entrato in un giardino chiuso, delizioso e spaventoso come quello delle antiche Esperidi. La felicità ti ha sorriso per tre sembianze, tra la follia e la morte, a similitudine di quell'effigiatomarmo lunense che splendeva tra due nere colonne. Non v'è forse per te nel componimento di tal figura un senso nascosto?„“O despota,„ io gli risposi “v'è certo un senso nascosto nella figura che tu mi rischiari, e io lo conoscerò. Ma, poiché la perfezione di quella trinità m'attira e poiché è necessario pel mio cómpito eleggere, io rimango perplesso e non senza timore d'esser deluso come un uomo.„E il demonico: “Non pur da mane ma a sera tu temi vanamente! Né è questo il tuo solo fallo; ché già dianzi, al conspetto delle beatrici, dopo aver composto su la bellezza delle loro mani ignude una bella musica, tu rammaricandoti di non poterle tutte a un tempo condurre alle tue case ti sei sdegnato contro il sopruso del pregiudizio e del costume. Ora, così facendo, tu ti seiumiliato non pure a riconoscere la potenza dell'altrui legge ma a disconoscere la potenza del tuo sogno, che sola è sacra. Perché aspiri tu al possesso legittimo dei corpi, quando le imagini ideali ornano già della loro triplice grazia la casa del tuo sogno? Tu non potresti togliere le tre prigioniere dalla loro carcere senza toglierle pur dall'incanto che le trasfigura. Grandissimo numero di misteriose rispondenze ondeggia tra quelle vite profonde e i luoghi taciti ove elle soffersero e t'aspettarono. La loro grazia, la loro desolazione e il loro orgoglio traggono dalle virtù occulte d'infiniti elementi il fascino in che ti sei compiaciuto. Così le nobili piante con lunghe radici suddivise in miriadi di fibrille assorbono dall'intimo grembo della terra le energie immortali che pel sagliente impeto dello stelo espresse alla luce si sublimanonel prodigio della corolla e del profumo. Puoi tu, o poeta, raffigurarti Egle Aretusa e Ipertusa cacciate dal loro giardino? Eracle vestito-di-stelle, quando penetrò in quel paradiso occidentale per rapirvi i frutti d'oro, rinunziò a trar seco le figlie della Notte poiché pur nella sua anima atroce sentì ch'egli avrebbe menomato e forse distrutto il mistero paradisiaco di lor bellezza.„“O despota,„ gli dissi allora “io penso a Colui che deve venire.„E il demonico: “Ben sia questo sempre il sommo de' tuoi pensieri. Ma pur dianzi la necessità della scelta ti si presentava come una prova crudele, cagione di dolore e di sacrifizii inevitabili; e il cuore te ne doleva. Considera che nessuna Moira è più del Dolore degna che uno la invochi perché presieda a una generazione. Nulla nelmondo va perduto; e cose inaudite possono talora nascere dalle lacrime. Considera che la potenza massima del volere non si manifesta nella prontezza dell'eleggere tra più offerte o nella fermezza del resistere a più impulsi, ma sì nell'arte di conferire agli indistinti moti della natura efficacia lucidità e dignità di forze riconosciute e dirette. Considera che v'è un modo di esser pari sempre all'evento, nelle vicissitudini dell'incertissima vita. Fuvvi già alcuno il quale a fianco del suo tiranno, che pur con un cenno poteva dannarlo a morire, ebbe tal sembiante da far dubitare chi dei due fosse il verace signore. Sii tu dunque simile a colui, trattando l'evento con animo regale.„La cupola del cielo s'era tinta d'una pallidità giacintina, e gli oliveti ne ricevevano la calma su le chiome ond'eranodissimulate le attitudini dolorose dei tronchi negri. Su i culmini delle rocce le nuvole assise non avevano ottenuto la porpora ma una veste di più delicato colore, che le faceva languire: pur taluna levava su le compagne il capo altiero aspirando a una corona di stelle.“Tu puoi comporre intanto le tue musiche„ proseguiva il demonico “su le meravigliose generazioni di cose che nascono dalle affinità e dai rapporti delle tre forme integrali quando le contempli puramente. V'è nelle loro congiunture e nelle loro attenenze un linguaggio straordinario che tu già comprendi come se tu medesimo lo avessi inventato. Di ciascuna delle loro linee tu puoi fare l'asse d'un mondo. Elle sembrano darti la gioia del continuo creare e del continuo scoprire, e aiutarti a compiere la tuaunione con una parte di te medesimo rivelata inaspettatamente. Elle sembrano riversare in te la vita che da te ricevettero in un tempo immemorabile. — Non avevi tu gioito di loro prima ch'elle oggi ti sorridessero? Stando in silenzio al loro fianco, non sentivi tu la tua anima carica come una nube?„“O despota,„ io gli dissi sentendo la mia anima rivolgersi con desiderio infinito verso il giardino da cui mi allontanavo nel vespero armonioso “o despota, è vero: stando in silenzio al loro fianco ho provato una voluttà più forte che se avessi disciolto le loro capellature o premuto con le labbra le loro nuche belle; e ancor ne sono pieno. Ma pur vorrei, cadendo l'ombra, tornare laggiù nascostamente e chinarmi invisibile su i petti virginei e quivi molto indugiare; perchè pensoche una grande dolcezza e una grande tristezza quei petti esaleranno nell'ombra verso di me, le quali io non conoscerò mai!„

Praecipitate moras, volvcres cingatis vt horasNectite formosas, mollia serta, rosas.

Praecipitate moras, volvcres cingatis vt horas

Nectite formosas, mollia serta, rosas.

Era, addolcito di rime, l'antico ammonimento che nei secoli aveva incitato gli uomini ai piaceri della vitabreve, aveva infiammato i baci su le bocche degli amanti e moltiplicato su le mense le coppe del vino. Era l'antica melodia voluttuosa, modulata su la nova siringa che un monaco industre aveva composta in forma dell'ala d'una colomba con le canne ineguali recise nell'orto abbandonato di Pane ma conteste insieme con la cera dei torchietti votivi e con il lino d'una tovaglia d'altare logora.

“La fontana brilla e risuona; e ti dice nel suo splendore: Godi!, e nel suo murmure ti dice: Ama!„

Fons lvcet, plavde, eloquitvr fons lvmine: Gavde.Fons sonat, adclama, mvrmvre dicit: Ama.

Fons lvcet, plavde, eloquitvr fons lvmine: Gavde.

Fons sonat, adclama, mvrmvre dicit: Ama.

Un ambiguo incantesimo diffondevano nel mio spirito gli echi della rima leonina a cui le acque facevano la glosa interminabile. Io sentivo in quelli echi l'accento velato della malinconia che donaal piacere un'indefinita grazia e turbandolo pur lo rende più profondo. Non meno eran molli e tristi quivi le giovinezze divine che distendevano sui margini le nude membra ondulate a similitudine dello specchio in cui si miravano da sì lungo tempo: — Salmaci forse, agognanti alla perfezione d'un congiungimento ancora ignoto agli uomini e agli iddii? o Bibli forse, intente a comprimere nel virgineo petto il fuoco del desiderio incestuoso? o Aretuse pieganti come salci leni sotto la violenza d'un amor protervo repulso in vano? “Piangete qui, o amanti che venite a dissetarvi! Troppo è dolce quest'acqua. Tempratela col sale delle vostre lacrime.„

Flete hic potantes, nimis est aqva dvlcis, amantes.Salsvs, vt apta veham, temperet hvmor eam.

Flete hic potantes, nimis est aqva dvlcis, amantes.

Salsvs, vt apta veham, temperet hvmor eam.

Così la dolce fontana, invidiando il sapore del pianto, indicava ai gaudiosil'arte sottile di gustar qualche amarezza nella piena felicità. “Convien mescere alle rose qualche roseo fiore dell'atro elleboro, quasi indistinto nella ghirlanda, affinchè la fronte redimita a quando a quando s'inclini.„ Pareva che di grado in grado, per quella lunga via di amore, la voluttà divenisse più raccolta, più sapiente e più appassionata. I liquidi specchi invitavano gli amanti a reclinar le fronti gravi di sogno e a contemplare le proprie imagini affinchè, giunti infine a non vedere in quelle se non le sembianze d'ignoti esseri insorte alla luce da un mondo inaccessibile, potessero meglio sentire quel ch'eravi d'indicibilmente estraneo e lontano nelle vite loro. “Inclinatevi a specchiarvi affinché i vostri baci sieno addoppiati dall'imagine.„

Oscvla ivcvnda vt dvplicentvr imagine in vndaVvltvs hic vero cernite fonte mero.

Oscvla ivcvnda vt dvplicentvr imagine in vnda

Vvltvs hic vero cernite fonte mero.

In quel semplice atto non era il segno rivelatore d'una cosa recondita? I due amanti chini a riguardar la loro carezza rispecchiata significavano inconsapevolmente la potenza mistica della voluttà; che è quella di espellere per qualche attimo l'uomo sconosciuto che noi portiamo in noi medesimi e di farcelo sentire lontano ed estraneo come un fantasma. — Non forse nell'oscurità di un tal sentimento si accresce il delirio e si produce il terrore dei lussuriosi che negli specchi delle alcove profonde mirano le loro mutue carezze ripetute da figure che sono a lor somiglianza e che pur sembrano indefinitamente dissimili e remote in un silenzio soprannaturale? Avendo una confusa coscienza della straordinaria alienazione che avviene in loro, credono essi trovarne un simbolo illuminante in quelle imagini esterne e dall'analogiasono indótti a non più considerarle come parvenze visuali ma come forme di vita inesplicabili e infine come aspetti di morte vera quando i corpi esausti divengono immobili sul lenzuolo bianco e il sudore si agghiaccia nelle reni e le pupille si contraggono sotto il peso delle palpebre....

Tal visione mi creavano le rime dell'ultima fontana canora su cui inclinavasi il volto di Violante, scendendo l'ombra dei pini lenta come un velario ceruleo. “Qui la Voluttà e la Morte si mirarono congiunte; e i loro due volti facevano un volto solo.„

Spectarvnt nvptas hic se Mors atqve Volvptas.Vnvs [fama ferat], qvvm dvo, vvltvs erat.

Spectarvnt nvptas hic se Mors atqve Volvptas.

Vnvs [fama ferat], qvvm dvo, vvltvs erat.

Come il sole si velò al passaggio d'una nuvola bianca e molle, l'aria parve addolcirsi ancora più, parve assumere quasi il sapore d'un latte diafano in cui fosse distemperato un aroma. E io portavo nell'orecchio la cadenza delle rime latine mentre andavamo a traverso pratelli recinti, gialleggianti di giunchiglie, ov'era facile imaginare gli episodii d'una festa pastorale all'ombra di padiglioni inghirlandati. Sul piedestallo di una ninfa priva d'ambo le braccia era scolpita l'impresa degli Arcadi: la siringa di sette canne entro un serto d'alloro.

— Non eravate voi qui stamane? — dissi a Violante, riconoscendo nella vicinanza l'arco di bosso ove prima ella m'era apparsa.

Ella sorrise; e mi sembrò che le suegote si colorassero in sommo come per un bagliore fuggevole. Poche ore erano trascorse; e io mi stupii d'avere smarrita la nozione esatta del tempo. Quel breve intervallo m'appariva tutto pieno di avvenimenti confusi che gli davano nella mia coscienza una durata illusoria, senza limite certo. Non potevo ancora misurare la gravità della vita che avevo vissuta in quel claustro dal punto in cui il mio piede s'era posato su la soglia; ma sentivo che una cosa oscura, di conseguenze incalcolabili, già stava per risolversi in me, fuor d'ogni mio volere; e pensavo che il mio presentimento mattutino su la via solitaria non era stato fallace.

— Perchè non ci sediamo un poco? — chiese Antonello, quasi supplichevole. — Non siete ancora stanchi?

— Sediamoci — assentì Anatolia, con la sua dolce condiscendenzaabituale. — Anch'io sono un poco stanca. È forse l'effetto della primavera.... Che odore di mammole!

— Ma il vostro biancospino? — esclamai volgendomi a Massimilla, per mostrarle che non avevo dimenticata la sua offerta.

— È ancora lontano — ella rispose.

— Dove?

— Laggiù.

— Massimilla ha i suoi nascondigli — fece Anatolia ridendo. — Quando si nasconde, nessuno la ritrova.

— Come l'ermellino — io aggiunsi.

— Poi — ella continuò scherzevole — di tanto in tanto fa un'allusione misteriosa a qualche piccola meraviglia conosciuta da lei sola, ma con prudenza, conservando sempre il segreto, senza conceder mai nulla alla nostra curiosità. Voi oggi, pel biancospino, siete l'oggetto d'uno speciale favore....

La monacanda teneva gli occhi bassi, ma il riso le brillava nei cigli illuminandole tutta la faccia.

— Un giorno — continuò la buona sorella, che pareva contenta di risvegliare quel raggio inconsueto — un giorno vi racconterò la storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi....

Massimilla ruppe allora in un ridere così giovenile e così limpido, vestendosi d'una freschezza così impreveduta, che io ne fui attonito come davanti a un prodigio di grazia.

— Ah, non date ascolto a Anatolia! — ella esclamò senza guardarmi. — Vuol burlarsi di me.

— La storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi! — io dissi, bevendo con delizia a quella vena d'ilarità repentina che attraversava la nostra malinconia. — Ma voi siete dunque un esemplare di perfezione francescana.Bisogna aggiungere un fioretto aiFioretti: “Come Suor Acqua dimesticò il riccio salvatico e fecegli il nido acciocchè moltiplicasse, secondo i comandamenti del nostro Creatore.„ Raccontate, raccontate!

La clarissa rideva con la sua Anatolia, e quel tenue spirito di gioia si comunicava anche a Violante e ai due fratelli; e per la prima volta, in quel giorno, noi riconoscevamo la nostra giovinezza.

Chi potrà mai dire come sia dolce e strano il dischiudersi inaspettato del riso nelle labbra e nelle pupille dei dolenti? Persisteva nella mia anima il primo stupore, e sembrava che coprisse d'un velo tutto il resto. L'agitazione insolita, che aveva scosso per qualche attimo il petto gracile di Massimilla, si propagava entro di me a tutte le imagini anteriori turbandone le linee odissipandole. D'un tratto uno scroscio argentino riempiva la bocca socchiusa della beatrice estatica nell'atto di generar dalle immobili palme delle sue mani le spire del silenzio!

Nulla quanto il suono di quel riso poteva significarmi la profondità inaccessibile del mistero che ciascuna delle tre vergini portava in sè medesima. — Non era quello il segno fortuito di una vita istintiva dormente come un tesoro accumulato nelle radici stesse della sostanza animale? E non chiudeva i germi d'innumerevoli energie quella vita opaca e tenace su cui pur la coscienza di tanto dolore pesava senza soffocarla? — Come la scaturigine reca sul sasso arido l'indizio della segreta umidità sotterranea, così il bel riso repentino pareva salire da quel nucleo di gioia nativa che ogni più misera creatura conserva nell'intimo dellasua propria inconsapevolezza. E per ciò su la mia commozione si chiarì un pensiero d'amore e d'orgoglio: “Io potrei fare di te un essere di gioia.„

Allora i miei occhi si armarono di una curiosità nuova; e m'assalì quasi una smania inquieta di riguardare, di considerare più attentamente le tre persone, come se non le avessi bene vedute. E notai anche una volta qual arduo enigma di linee sia ogni forma feminina e quanto sia difficilevederenon pur le anime ma i corpi. Quelle mani in fatti, alle cui dita lunghe avevo cinto i miei più sottili sogni come anelli invisibili, quelle mani mi sembravano già diverse apparendomi come i ricettacoli d'infinite forze innominate da cui potevano sorgere meravigliose generazioni di cose nuove. E imaginai, per un'analogia strana, l'ansia e l'orrore di quel giovine principe che, essendostato chiuso in un luogo oscurissimo con la necessità di eleggere il suo destino fra gli inconoscibili destini recatigli da messaggiere taciturne, passò tutta la notte palpando le mani fatali che si tendevano verso di lui nella tenebra. Le mani nella tenebra: — v'è forse una più paurosa imagine del mistero?

Quelle delle tre principesse nubili posavano nella luce, nude; e guardandole, io pensavo agli infiniti gesti increati ch'erano in loro e alle miriadi di foglie nasciture che erano nel giardino.

Anatolia, accorgendosi del mio sguardo intento, sorrise.

— Ma perché voi guardate con tanta assiduità le nostre mani? Siete un chiromante, forse?

— Sono un chiromante — io risposi per gioco.

— Leggete allora le nostre sorti.

— Mostratemi la palma sinistra.

Ella mi mostrò la palma; e le sorelle imitarono il suo atto. E io mi chinai fingendo di esplorare in ciascuna le linee della vita, della congiunzione e della felicità. “Quali sorti?„ pensavo intanto, dinnanzi a quelle tre belle mani tese come per ricevere o per offerire, mentre la pausa nutriva le mie inquietudini con le mille cose inespresse e inesplicate che si generavano in lei. “Forse anche nello stilo ferreo del fato avvengono quei cangiamenti subitanei cui è soggetta la declinazione degli aghi magnetici. Forse tutte le volontà che io porto in me medesimo, oscure o lucide, esercitano già la loro virtù commutatrice; e le sorti deviano tendendo verso un finale evento da cui trarrò il mio bene. Ma anche può essere che io sia il gioco di un'illusione generata dal mio orgoglio e dalla miafede, e che il mio stato presente non sia se non quel d'un prigioniero tra prigionieri....„

Grandissimo era il silenzio, nella pausa: tale che nel percepirlo io mi sgomentai d'avanti all'immensità delle cose mute ch'esso abbracciava. Il sole rimaneva ancor velato. D'improvviso Antonello trasalì volgendosi rapido verso il palazzo, con l'atto di colui che oda un richiamo. Tutti lo guardammo inquieti; ed egli ci guardò smarritamente. Le mani delle sorelle si abbassarono.

— Ebbene? — mi domandò Anatolia, con l'ombra della preoccupazione nella fronte. — Che avete letto?

— Ho letto — risposi — ma non posso rivelare.

— Perchè? — fece ella riacquistando il suo sorriso. — Tanto è terribile quel che sapete?

— Non è terribile — dissi — anzi è lieto.

— Veramente?

— Veramente.

— Per tutte o per una sola?

Esitai un istante. Non penetrava ella inconsciamente con quella domanda la mia perplessità e non mi rammentava la scelta necessaria?

— Non rispondete! — ella soggiunse.

— Per tutte — io risposi.

— Anche per me? — chiese Massimilla, trasognata.

— Anche per voi. Non prendete forse il velo per vostra elezione? E non siete sicura di giungere infine alla beatitudine che ricompensa la rinunzia totale?

Come io la fissai nelle pupille, ella si tinse d'un rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.

— “Siate, siate quel fiore odoriferoche dovete essere, e che gittiate odore nel cospetto dolce di Dio!„ ha scritto per voi Santa Caterina.

— Voi conoscete Santa Caterina! — fece la clarissa, brillando di meraviglia nel suo rossore.

— È la mia santa prediletta — io aggiunsi, lieto di vederla così attonita, tentato dal piacere di turbare e di abbagliare quell'anima che mi pareva ardente e malsicura. — Io l'amo pel suo aspetto purpureo. Nel Giardino del conoscimento di sé ella è come una rosa di fuoco.

La fidanzata di Gesù mi guardava, quasi incredula; ma il desiderio d'interrogare e di ascoltare si dipingeva sul suo volto, e nella sua fronte già un'ombra tenue indicava il solco dell'attenzione.

— Il libro che io avevo meco stamani — ella disse con un leggero tremitonella voce, come s'ella mi rivelasse qualche intimità — era un volume delle sue Lettere.

— Ho notato che da buona francescana voi mettete per segno nelle pagine un filo d'erba. Ma quel libro richiede un altro segno. L'erba vi si brucia come su l'orlo d'una fornace. L'essenza della terziaria è tutta in quelle sue parole: “Fuoco e sangue unito per amore!„ Le avete in mente?

— O Massimilla — interruppe Oddo ridendo — tu puoi congedare il padre spirituale. Ecco che hai trovato la vera guida pel Cammino della perfezione!

Eravamo seduti su la sponda di un bacino disseccato, che era forse un antico vivaio, quasi interamente riempito di terriccio e tenuto dalle piante selvagge in mezzo a cui si nascondevano le mammole — certo numerose, a giudicarne dalla fragranza grande. Prossimain contro era la parete di bosso decrepita che già, nel mio primo entrare, aveva spirato verso di me quel medesimo effluvio dalle sue buche profonde. Scorgevasi, per le radure e per l'arco, il viale deserto con le sue statue mutilate e con le sue urne vedove.

— È già stabilito il giorno per la vostra monacazione? — domandai a Massimilla.

— Il giorno non è stabilito ancora — ella rispose — ma sarà quasi certamente prima della Pasqua.

— Presto, dunque. Troppo presto!

Antonello si levò in piedi, all'improvviso agitato da un'inquietudine insostenibile. Tutti ci volgemmo a lui. Egli guardò Anatolia, con un vago sbigottimento ne' suoi occhi pallidi. Poi si rimise a sedere. Un malessere indefinito entrava in noi, come se Antonelloci comunicasse qualche parte della sua ambascia.

— Ieri, a quest'ora, eravamo nel campo dei mandorli — disse Oddo, con nella voce l'accento del rammarico verso un piacere fuggito.

Mi risonarono spontanee nella memoria le parole di Antonello: “Bisogna condurle sotto i fiori.„

— Bisogna che noi torniamo là tutti — ruppi io vivacemente lacerando quella strana atmosfera di timori e d'ansie che senza causa nota stava per addensarsi su le nostre anime. — Bisogna che noi godiamo di questa primavera così dolce. Fra una settimana tutta la valle sarà fiorita. Io mi propongo di percorrerla tutta: di salire al Corace, di rivedere Scultro, Secli, Linturno.... Come sarei felice se potessi ottenere la vostra compagnia! Non verreste volentieri? Spero che vorretevoi dare il buon esempio, Donna Anatolia.

— Certo — ella rispose. — Voi ci offrite quel che è nel nostro desiderio.

— E anche a voi, Donna Massimilla, sarà permesso il diporto. Come sapete. San Francesco compose il Cantico del Sole nella cella di canne che Santa Chiara gli aveva costruito dentro l'orto del monastero. I boschi, i fiumi, le montagne, le colline, secondo l'antica Regola, debbono essere i vostri fratelli e le vostre sorelle. Andare verso di loro è compiere una visitazione votiva.... E poi, a Linturno, nella città morta, la navata d'una chiesa è rimasta in piedi; e v'è una grande madonna di mosaico, sola, nel cielo dell'absida.... Me ne ricordo sempre. È indimenticabile. Te ne ricordi tu, Antonello?

Udendo pronunziare il suo nome, Antonello ebbe un sussulto.

— Che dici? — balbettò confuso.

E il suo povero volto contratto esprimeva una tal sofferenza che io restai senza parola.

— Sì, sì, andiamo, andiamo — egli soggiunse, simulando di aver inteso; e si levò di nuovo, in preda a un'agitazione manifesta, con l'aspetto di un maniaco, smorto e malfermo. — Andiamo via di qui! Anatolia, álzati....

Egli parlava sommesso, come per tema d'essere udito da qualcuno nella vicinanza, empiendoci di sgomento.

— Alzati, Claudio. Andiamocene.

Anatolia corse a lui, gli prese le mani.

— Eccola! Eccola che viene! — balbettò egli, fuori di sè, volgendo verso il viale i suoi occhi pallidi che parevano dilatati dall'allucinazione. — Eccola! Senti?

Perplesso e turbato a dentro, io daprima credetti ch'egli si sbigottisse d'un fantasma prodotto dalla sua follia. Ma anche al mio orecchio giunse un romore di passi che s'avvicinavano. E d'un tratto compresi, vedendo apparir tra i bossi la portantina.

Rimanemmo là ammutoliti, immobili, trattenendo il respiro, al passaggio dello strano convoglio. S'udiva distinto il lieve scricchiolio che facevano nell'attrito le stanghe sorrette dai due servi, in un silenzio gelido come quello che circonda le bare.

A traverso l'apertura dello sportello, sul fondo di velluto verdastro, io vidi allora il volto della principessa demente: irriconoscibile, contraffatto da un gonfiore esangue, simile a una maschera di neve, con i capelli rialzati su la fronte in guisa d'un diadema. Gli occhi larghi e neri splendevano su la bianchezza opaca della pelle, sotto l'arcoimperioso delle sopracciglia, mantenuti forse nel loro splendore straordinario dalla visione continua d'un fasto inaudito. La carne del mento s'increspava su i monili ond'era cinto il collo. E quella enormità pallida e inerte mi risuscitò nell'imaginazione non so qual figura sognata di vecchia imperatrice bisantina, al tempo d'un Niceforo o d'un Basilio, pingue e ambigua come un eunuco, distesa in fondo alla sua lettiga d'oro.

“Ecco, ci scopre, si ferma, discende, viene a noi„ io mi fingeva con un'ansietà crescente, quasi aspettando la prova della realtà di ciò che sembravami una forma inverisimile sul punto di dissolversi e di rientrar nell'inesistenza come un sogno al risveglio. “Ecco, chiama qualcuno, si mette a parlare, chiede chi io sia, m'interroga....„ Imaginai il suono reale diquella voce, in quel silenzio: il dialogo tra quei figli devoti a un sacrifizio inumano e quella madre trapassata per la follia in un altro mondo ov'ella doveva attrarli inevitabilmente l'un dopo l'altro. E dal mio orrore compresi il fremito profondo di repugnanza istintiva ch'era stato per Antonello un avviso misterioso, non diverso da quello ond'è assalito l'armento nel chiuso all'appressarsi della fiera che deve divorarlo.

Ma ella passò senza accorgersi di noi, senza battere palpebra, dileguando tra gli alti bossi. Due serventi vestite di grigio come le beghine, taciturne e tristi, scolorate dal tedio e dalla stanchezza seguivano la portantina da presso; e le loro braccia abbandonate lungo i fianchi ondeggiavano ad ogni passo come i rosarii appesi alle loro cinture, come cose morte.

Rivedevo il volto gonfio ed esangue della principessa Aldoina e la lugubre fatica dei servi e le due grige larve seguaci e tutti gli aspetti dello strano convoglio, mentre cavalcavo su la via di Rebursa novamente solo. Qualche viva parte di me era rimasta nel grande claustro, ma pur tuttavia sentivo nell'intimo la gioia d'esser novamente solo.

Rivedevo i gesti del commiato presso il cancello e la meravigliosa profondità ch'era negli occhi delle prigioniere e le lontananze quasi mitiche del giardino vanenti dietro le belle persone. E, nel tempo medesimo, tutti gli altri fantasmi dell'intensa vita da me vissuta in quelle brevi ore si ammassavano nella mia anima come una ricchezza varia e confusa, raccolta per esser disposta a ornamento della mia reggia segreta.

“Quali sontuosità!„ mi diceva il demonico apparendomi non senza letizia e orgoglio. “Quali magnificenze in un sol giorno! Tu non potresti meglio servire il tuo scopo, che è di vivificar tutto e di estrarre da ogni più arida cosa la vita. Non riconosci ora la saggezza del mio ammonimento mattutino? Non benedici al rigore della tua lunga constrizione, onde hai questo frutto che t'inebria? La tua poesia, come la tua volontà, è senza limiti. Tutto ciò che nasce ed esiste, intorno a te, nasce ed esiste per un soffio della tua volontà e della tua poesia. E pur nondimeno tu vivi nell'ordine delle cose più reali, perocché nulla al mondo sia più reale di una cosa poetica.„

Dichinava il giorno su la valle ondulata del Saurgo; e ai raggi obliqui le terre fulve s'arricchivano di oro, mentre le chiare nuvole stavano assisein cerchio su i culmini delle rocce come su' più alti gradi d'un anfiteatro, con attitudini feminee, aspettando che la sera le vestisse di porpora.

“Omai tu potresti fecondare il sale„ mi diceva il demonico. “Là dove il tuo spirito s'inclina, l'ubertà si dilata subitamente. Ma pur tu hai teco il favore della Fortuna: tu sei entrato nell'ignoto e nell'impreveduto non come colui che tenta ed esplora incerto, ma come colui che è atteso ed eletto alla ricolta in un campo ove s'adunano tutte le maturità più superbe, intatte ancora e pronte a riempiere il cavo delle sue mani quante volte gli piaccia di protenderle nella luce o nell'ombra. Tu sei entrato in un giardino chiuso, delizioso e spaventoso come quello delle antiche Esperidi. La felicità ti ha sorriso per tre sembianze, tra la follia e la morte, a similitudine di quell'effigiatomarmo lunense che splendeva tra due nere colonne. Non v'è forse per te nel componimento di tal figura un senso nascosto?„

“O despota,„ io gli risposi “v'è certo un senso nascosto nella figura che tu mi rischiari, e io lo conoscerò. Ma, poiché la perfezione di quella trinità m'attira e poiché è necessario pel mio cómpito eleggere, io rimango perplesso e non senza timore d'esser deluso come un uomo.„

E il demonico: “Non pur da mane ma a sera tu temi vanamente! Né è questo il tuo solo fallo; ché già dianzi, al conspetto delle beatrici, dopo aver composto su la bellezza delle loro mani ignude una bella musica, tu rammaricandoti di non poterle tutte a un tempo condurre alle tue case ti sei sdegnato contro il sopruso del pregiudizio e del costume. Ora, così facendo, tu ti seiumiliato non pure a riconoscere la potenza dell'altrui legge ma a disconoscere la potenza del tuo sogno, che sola è sacra. Perché aspiri tu al possesso legittimo dei corpi, quando le imagini ideali ornano già della loro triplice grazia la casa del tuo sogno? Tu non potresti togliere le tre prigioniere dalla loro carcere senza toglierle pur dall'incanto che le trasfigura. Grandissimo numero di misteriose rispondenze ondeggia tra quelle vite profonde e i luoghi taciti ove elle soffersero e t'aspettarono. La loro grazia, la loro desolazione e il loro orgoglio traggono dalle virtù occulte d'infiniti elementi il fascino in che ti sei compiaciuto. Così le nobili piante con lunghe radici suddivise in miriadi di fibrille assorbono dall'intimo grembo della terra le energie immortali che pel sagliente impeto dello stelo espresse alla luce si sublimanonel prodigio della corolla e del profumo. Puoi tu, o poeta, raffigurarti Egle Aretusa e Ipertusa cacciate dal loro giardino? Eracle vestito-di-stelle, quando penetrò in quel paradiso occidentale per rapirvi i frutti d'oro, rinunziò a trar seco le figlie della Notte poiché pur nella sua anima atroce sentì ch'egli avrebbe menomato e forse distrutto il mistero paradisiaco di lor bellezza.„

“O despota,„ gli dissi allora “io penso a Colui che deve venire.„

E il demonico: “Ben sia questo sempre il sommo de' tuoi pensieri. Ma pur dianzi la necessità della scelta ti si presentava come una prova crudele, cagione di dolore e di sacrifizii inevitabili; e il cuore te ne doleva. Considera che nessuna Moira è più del Dolore degna che uno la invochi perché presieda a una generazione. Nulla nelmondo va perduto; e cose inaudite possono talora nascere dalle lacrime. Considera che la potenza massima del volere non si manifesta nella prontezza dell'eleggere tra più offerte o nella fermezza del resistere a più impulsi, ma sì nell'arte di conferire agli indistinti moti della natura efficacia lucidità e dignità di forze riconosciute e dirette. Considera che v'è un modo di esser pari sempre all'evento, nelle vicissitudini dell'incertissima vita. Fuvvi già alcuno il quale a fianco del suo tiranno, che pur con un cenno poteva dannarlo a morire, ebbe tal sembiante da far dubitare chi dei due fosse il verace signore. Sii tu dunque simile a colui, trattando l'evento con animo regale.„

La cupola del cielo s'era tinta d'una pallidità giacintina, e gli oliveti ne ricevevano la calma su le chiome ond'eranodissimulate le attitudini dolorose dei tronchi negri. Su i culmini delle rocce le nuvole assise non avevano ottenuto la porpora ma una veste di più delicato colore, che le faceva languire: pur taluna levava su le compagne il capo altiero aspirando a una corona di stelle.

“Tu puoi comporre intanto le tue musiche„ proseguiva il demonico “su le meravigliose generazioni di cose che nascono dalle affinità e dai rapporti delle tre forme integrali quando le contempli puramente. V'è nelle loro congiunture e nelle loro attenenze un linguaggio straordinario che tu già comprendi come se tu medesimo lo avessi inventato. Di ciascuna delle loro linee tu puoi fare l'asse d'un mondo. Elle sembrano darti la gioia del continuo creare e del continuo scoprire, e aiutarti a compiere la tuaunione con una parte di te medesimo rivelata inaspettatamente. Elle sembrano riversare in te la vita che da te ricevettero in un tempo immemorabile. — Non avevi tu gioito di loro prima ch'elle oggi ti sorridessero? Stando in silenzio al loro fianco, non sentivi tu la tua anima carica come una nube?„

“O despota,„ io gli dissi sentendo la mia anima rivolgersi con desiderio infinito verso il giardino da cui mi allontanavo nel vespero armonioso “o despota, è vero: stando in silenzio al loro fianco ho provato una voluttà più forte che se avessi disciolto le loro capellature o premuto con le labbra le loro nuche belle; e ancor ne sono pieno. Ma pur vorrei, cadendo l'ombra, tornare laggiù nascostamente e chinarmi invisibile su i petti virginei e quivi molto indugiare; perchè pensoche una grande dolcezza e una grande tristezza quei petti esaleranno nell'ombra verso di me, le quali io non conoscerò mai!„


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