III.

III..... a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco.Leonardo da Vinci.Dov'è più sentimento, lì è più martirio.Lo stesso.E le condussi sotto i fiori.Con un turbamento visibile elle ascoltavano le melodie infinite della primavera, inclinandosi o volgendosi talvolta verso le loro proprie ombre che le precedevano o le seguivano quali azzurre figure prostese a baciare la terra. Una confusa gioia di libertà e di speranza passava talvolta nei loro occhi abbagliati; una parola senza suono schiudeva talvolta le loro labbra rendendole simili agli orli delle coppe traboccanti. E, quando elle si soffermavano, io pensavo con un'intimaebrezza alla piena che le soffocava.Quel che di tratto in tratto noi dicevamo doveva sembrare anche a loro inutile; ma valeva a farci sentire quanto fosse profonda la nostra vera vita. Uno sguardo fuggevole, una reclinazione del capo, una pausa breve bastavano a commuovere in imo quegli abissi ove assai raro e fievole giunge il lume della coscienza comune; mentre quel che dicevamo era per noi lontano come per le infime radici degli alberi il susurro delle cime.Nulla poteva eguagliare in singolarità di bellezza quella campagna austera che fioriva. Su quella terra fulva e aspra come la giubba del leone le candide e rosee fioriture evocavano i fantasmi delle donzelle trepidamente piegate su i petti vasti e vellosi dei giganti leggendarii. I raggi del sole creavanointorno ai petali diafani quello splendore mobile che hanno le pietre fini. Qua e là refulgevano in duplice baleno i bidenti politi dalla gleba infranta.Noi sentivamo quanto fosse profonda la nostra vera vita. E a poco a poco, per consenso concorde, tralasciammo di proferire quelle parole vane che non valgono se non a rompere la gravità dei silenzii e a dissipare la nube troppo densa dei sogni o dei pensieri. Una comunione più lucida ci congiunse; si formò intorno a noi un'atmosfera divinatoria simile forse a quella in cui respirano i mistici; e, senza parlare, ci scambiammo qualche stupendo segreto. Eravamo talvolta così impregnati di voluttà che le nostre pupille n'esalavano un flutto in uno sguardo e i nostri minimi gesti ne trasmettevano senza contatto quanta ne può dare la carezzapiù lenta. I petali che cadevano ai nostri piedi, dai rami appena commossi, ci ammollivano stranamente come una confessione di languore e una complicità degli alberi felici nell'allegarsi. Le viti in punto di gemmare, inclinate su la zolla e torte e quasi convulse, ci eccitavano con l'esempio di uno sforzo spasimoso che doveva convertirsi in un dono inebriante. E dalla foglia caduca e dal magro sermento noi sentivamo in virtù ideale l'olio odorifero della mandorla e la fiamma d'oblio espressa dall'uva.Una sùbita vertigine di desiderio mi prese un giorno, quando vidi una goccia di sangue su la mano di Violante ferita da uno spino a traverso i fiori nivei di una siepe. Ella sorridendo ritrasse la bella mano che s'imperlava: e, poichè eravamo per caso discosti alquanto dalle sorelle e forse non veduti,io provai una bramosia selvaggia di premere le mie labbra su quel sangue e di sentirne il sapore. E la violenza ch'io feci a me medesimo per contenermi fu tale che ne tremai.— La vista del sangue vi sbigottisce? — mi chiese ella, con una voce che la dissimulazione non valeva a render sicura nè irrisiva.E, come le sue pupille si fissarono nelle mie, mi parve ch'io mi coprissi tutto di pallore, poichè ebbi dentro di me un sentimento indefinibile che non si può rendere se non confusamente con l'imagine di una immensa ruota girante in giri precipitosi la quale d'un colpo si arresti. Una grande cosa stava per essere risoluta in quell'attimo, da entrambi; e, se bene fossimo l'uno di fronte all'altra in un'apparenza composta, la nostra attitudine interiore era quella della tensione che precede loscatto inarrestabile. Le nostre due vite si protendevano con tutte le forze loro.Ah, come potrei dimenticare io quel silenzio ardente in cui palpitò l'ala invisibile d'un messaggero che portava una parola non proferita? Qual virtù d'oblio potrebbe cancellare dalla mia memoria quella mano imperlata di sangue e quel roveto carico di fiori?La voce di Anatolia da lontano ci richiamò; e noi ci movemmo, l'uno a fianco dell'altra, invasi subitamente da una stanchezza e da una tristezza corporali come se fossimo esciti da una lunga notte di piaceri.Ma anche vi fu qualche istante in cui la mia anima più s'inclinò verso colei che ci aveva richiamati e verso colei che stava per dipartirsi. Io mi compiacqui in quella vicenda di amore, che non dissipava la mia forza ma la stimolava come il contrasto dei soffiieccita la vampa. Sembravami di aver trovato una nuova specie di percezioni: le più strane e le più diverse si coordinavano spontaneamente in me. Talvolta ne nasceva una musica così nuova e così bella che sembravami d'esser sul punto di trasfigurarmi; e pensavo che fosse per effettuarsi il mio desiderio di divenire un dio.Pensavo: “Se già vi fu un dio che nel tempo novello amò assidersi sotto gli alberi floridi ed estrarre dagli involucri di scorza le amadriadi segrete per accarezzarle su le sue ginocchia, egli certo non provò maggior gaudio di quel ch'io provo raccogliendo in me le essenziali bellezze di queste creature deliziose e mescendole con la stessa facilità con cui egli potè confondere le varie chiome obedienti delle sue ninfe arboree a comporre un'armonia di ori.„Così talvolta io mi credeva di vivere in un mito formato da me medesimo a simiglianza di quelli che produsse la giovinezza dell'anima umana sotto i cieli dell'Ellade. L'antico spirito di deità vagava per la terra come quando la figlia di Rea fece dono a Trittolemo delle sue spiche affinchè le spandesse ne' solchi e per lui tutti gli uomini godessero del beneficio divino. Le energie immortali circolanti nelle cose parevano pur sempre risovvenirsi dell'antica trasfigurazione che per la gioia degli uomini le aveva convertite in grandi imagini di bellezza. Come le Cariti, come le Gorgoni e come le Moire, tre erano le vergini che m'accompagnavano per mezzo a quella primavera misteriosa. E io amavo imaginar me medesimo simile a quel giovine, raffigurato sul vaso di Ruvo, cui adduce sul limitare d'un mirteto un Genioaligero. Sopra il suo capo è scritto il nome di Felicità; e tre vergini lo circondano: l'una recante nelle sue mani un piatto carico di frutti, e l'altra tutt'avvolta in un manto costellato, e la terza col filo di Lachesi tra le dita agili.Un giorno ci abbattemmo in uno spazio di terra recinto ove gli agricoltori aborigeni, perpetuando il costume religioso dei Gentili, avevano consecrato una quercia colpita dal fulmine.— Ecco una bella morte! — esclamò Violante, appoggiandosi al riparo fatto di pali in forma d'un parallelogrammo.Una santità quasi terribile stava sul luogo solitario. Non dissimile doveva essere l'aspetto del bidentale che i sacerdoti latini consecravano col sacrificio di un'agnella bienne.— Voi commettete un sacrilegio —io dissi a Violante. — Non si può toccare il recinto sacro senza profanarlo; e il Cielo punisce con la frenesia la persona colpevole....— Con la frenesia? — fece ella scostandosi, per un istinto superstizioso, e col suo atto segnando d'un'impreveduta gravità la mia allusione alla credenza pagana.In un lampo rividi il volto gonfio ed esangue della madre folle e gli occhi smarriti di Antonello, e riudii quel tragico grido: “Noi respiriamo la sua follia„; e non so qual sensazione gelida di fatalità mi corse.— No, no, non temete! — dissi io involontariamente, aumentando forse l'ombra con quel segno palese di rammarico per l'accenno che doveva sembrare un tristo augurio o un presagio crudele.— Non temo — rispose colei, senzasorridere, appoggiandosi di nuovo al recinto.Così da una vana parola nacque una grande ombra.L'albero fulminato sorgeva dinnanzi a noi, nerastro e lapideo come il basalto, mostrando il suo possente tronco aperto fino alle radici da una squarciatura che evocava la terribilità d'una forza vindice. Privo de' rami nel fianco percosso, ne conservava in sommo dell'altro fianco alcuni, simili a braccia contratte, che levavano verso il sole la disperazione implacabile dei loro gesti. Ad ogni angolo del recinto stava infisso un teschio d'ariete dalle corna ricurve, divenuto bianchissimo sotto intemperie senza numero. Tutto era immoto e morto, e sacro, e d'aspetto primordiale.Giungevano dall'alto azzurro, di tratto in tratto, strida di sparvieri.Veloci passarono i giorni; e sembrarono giorni d'addio verso colei che stava per dipartirsi.— Guardate la primavera con tutta l'intensità delle vostre pupille — io le diceva — perchè non la vedrete più, mai più!Io le diceva:— Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra.Io le diceva, mostrandole un fiore:— Ecco un prodigio di cui bisogna lodare il Cielo. Considerate le innumerevoli scritture che contiene il tessuto argentino di questa corolla, e il rapporto occulto che corre tra il numero dei petali e quello degli stami,e la tenuità dei filamenti che sostengono i lobi delle ántere, e queste tuniche diafane e queste reticole e queste valve e queste membrane coperte d'una pelurie quasi impercettibile, ov'è chiusa l'agitazione misteriosa della fovilla, e tutta la divina arte che si rivela nella struttura di questo corpuscolo vivente, pur nella sua fralezza dotato d'infinite potenze per amare e per fecondare. Considerate la rete mobile delle ombre che fa sul terreno il fremito delle foglie e quella che fa su la parete il raggio riverberato dall'acqua tremolante, l'una azzurra, l'altra d'oro per cullare la vostra malinconia; e le piccole dita bionde che si alzano in cima ai rami dei pini; e le stille di rugiada che pendono in cima alle reste dell'avena; e le esilissime nervature nelle ali delle api; e gli occhi verdi splendenti delle libellule fuggevoli; e le iridi che varianola gola gonfia dei palombi; e le strane imagini che sorgono dalle macchie dei licheni, dagli screpoli dei tronchi, dalla disposizione delle selci.... Raccogliete tutte queste meraviglie sotto le vostre palpebre che dovranno rimaner tanto tempo abbassate dinnanzi al Signore Gesù crocifisso. Nel vecchio monastero della regina Sancia non vi sono orti, io credo, ma cortili di pietra.— Perchè mi tentate? — ella mi chiedeva. — Perchè vi compiacete nel turbare la mia volontà così debole? Siete forse inviato da Dio per esperimentarmi?— Non voglio turbare la vostra volontà — io le rispondeva — ma oso darvi un consiglio fraterno perchè possiate meno soffrire. Penso che quando sarete sepolta, quando non potrete accostare la guancia a una grata senza ferirvi contro le punte, voi cresciuta inun giardino, avrete qualche settimana di furiose impazienze, e tutte le visioni dell'aria aperta passeranno nella vostra memoria. Allora proverete una tortura inaudita se non potrete rappresentarvi con esattezza i minuti screzii neri e gialli che ornano il dorso della lucertola o la tenera foglia lanuginosa che spunta sul ramo del melo. Io conosco la smania di queste curiosità tardive. Una volta amavo appassionatamente un gran levriere di Scozia donatomi da mio padre. Era una bestia magnifica, elegantissima, d'una nobiltà senza pari. Quando morì, io caddi in una profonda afflizione; e mi tormentava singolarmente il rammarico di non potermi rappresentar in forma precisa i granelli d'oro che costellavano i suoi occhi bruni e le macchie grige che maculavano il suo bel palato roseo intraveduto talvolta in uno sbadiglio oin un latrato. Bisogna dunque che noi guardiamo sempre con pupille attente, specie le creature che più amiamo. Non amate voi le cose che dianzi indicavo alla vostra attenzione e non siete per abbandonarle? Non siete per mettere tra voi e loro una specie di morte?Ella stava a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco. La sua grazia delicata era un po' contratta dall'inquietudine che le dava l'ambiguità del mio dire tra grave e futile, tra ingannevole e sincero. E così parlandole io provavo un piacere analogo a quello che avrei provato scompigliandole le bende lisce dei capelli su cui pendevano le forbici argentee della tonsura. “Tondeantur in rotundum...„ Avevo ancor limpida nella memoria la freschezza del giovenile riso ch'erale sgorgatodalla bocca il primo giorno, nell'ultima ora, empiendomi di meraviglia. E mi piaceva d'assembrar le imagini di quelle cose variopinte ed esigue intorno alla monacanda che nel già lontano pomeriggio di febbraio m'aveva rivelato come un segreto miracolo la fioritura notturna d'un suo biancospino.Io la ricercava come si ricerca quel bene del quale si conosce la brevità. Ella m'attraeva come una pura forma di giovinezza che si volgesse a me lacrimosamente sorridendo dalla soglia di una porta oscura, sul punto di entrarvi e di perdervisi. Avrei voluto dire alle sue sorelle: “Lasciate ch'io l'ami finché ella è di questo mondo, e ch'io versi qualche aròmato su i suoi piccoli piedi!„Spesso m'avvenne di rimanere solocon lei, nelle mie lunghe visite, e di poter trattare in qualche spirituale colloquio la sua anima così duttile e così bisognosa di servire. A quando a quando Anatolia scompariva, come una delle due donne grige si presentava a invocarla con lo sguardo. Violante da alcuni giorni si mostrava difficilmente, pareva schivare la mia compagnia, considerarmi con indifferenza, rioccupata dal suo tedio consueto. I due fratelli non sopportavano a lungo la gran luce del cielo aperto. Onde m'avvenne più volte di rimaner solo con la clarissa, nell'atrio esterno su un sedile di marmo ch'era sotto la statua dell'Estate, o nell'ombra delle scalee già verdeggianti, o su la sponda del vivaio inaridito.Io le diceva:— Forse voi vi siete ingannata nell'elezione del vostro sposo, cara sorella.Quando udrete il vescovo annunziareEcce sponsus venit, voi tremerete nell'intimo cuore credendo che una mano bella e forte sia per distendersi verso di voi e per raccogliervi tutta quanta nel cavo della palma come acqua; poichè è ben questo l'atto dolce e imperioso che voi aspettate dal vostro dominatore e che si conviene alla vostra naturale fluidità, cara sorella. Ma forse rimarrete delusa, a piè dell'altare. E, se oserete levar gli occhi, vedrete fra i ceri ardenti immobile lo Sposo annunziato e le mani di Lui trafitte e il capo di Lui cinto di spine. Sembra, cara sorella, che sia necessario sconficcare i ferri crudeli; i quali furono assai profondamente infissi. E sembra che a compiere un tale atto occorra una forza terribile. Bisogna quindi curar le piaghe con infinita pazienza e con balsami composti di erbeche non si posson cogliere se non in certe sommità vertiginose ove l'aria è irrespirabile. E, rimarginate le piaghe, convien rinfondere nelle vene il sangue che ne sgorgò. E, compiuta alfine la durissima opera, accade talvolta che le mani sanate si ritraggano d'improvviso. Sembra che assai rare sieno quelle spose cui è concesso vederle veracemente rivivere; e pur di quelle elette appena una, in qualche mistica sera, ha la suprema gioia di sentirsi prendere tutta quanta, chiudere tutta quanta nel pugno constrittore, com'è ne' vostri voti....Mormorava la vergine servile:— Voglia Iddio ch'io sia quell'una!— Ah, cara sorella — io le diceva — pensate quale immensa forza debba avere in sè quell'una per ravvivare una mano morta e per contrarla così violentemente!— Io non ho alcuna forza, ma la implorerò dal Signore.— Il Signore non potrà se non rendervi la forza che voi medesima gli avrete infusa, Massimilla.— Tacete, vi prego! — ella supplicava. — Temo che le vostre parole sieno empie.— Non sono empie: potete ascoltarle. Non avete voi nella memoria la prima strofe della Glosa di Santa Teresa? V'è là un Dio fatto prigioniero. Pensate qual potenza occorra per incatenare il Signore! Voi vedete bene, suor Acqua, come sempre si richiedano importuni atti virili dalla sposa decantata nelle Antifone e nei Responsorii. Per ciò, avendo io verso di voi una sollecitudine fraterna, vorrei almeno preparare la vostra anima all'amarezza del disinganno. Non la cullate troppo nelle promesse dei Salmi!V'è, mi sembra, qualche magnifica e voluttuosa promessa nei versetti che avete appresi “Veni, Electa mea.... Vieni, o Eletta, perchè un re ebbe desiderio della tua bellezza. Vieni! Passò l'inverno, la tortora canta, le vigne fiorenti auliscono....„ Ah, è veramente incomparabile quel latino psalmistico per dare l'imagine dell'ebrietà d'amore profondata sotto un'opulenza soffocante. Certi versetti paiono grondare d'olii odoriferi come capellature di schiave o pesare e rilucere come masselli d'oro. Quando il vescovo vi porrà sul capo la corona della verginale eccellenza, le vostre labbra dovranno pronunziare alcune parole ammirabili; nelle quali io sento e vedo non so che pondo e che splendore misteriosi. “Et immensis monilibus ornavit me.„ Parole ammirabili! Non è vero?Ella ora mi guardava con tanta passioneche tutta la sua piccola anima tremava tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla inclinandomi appena.— Forse io vi faccio male, un poco — le dissi. — Ma veggo in fondo ai vostri occhi un sogno così ardente che temo per voi, cara sorella; poichè la vita a cui vi apparecchiate non potrà essere conforme al vostro sogno e alla vostra natura. Vi aspetta una vita mediocre, sempre eguale, quasi torpida, misurata dalla Regola immutabile, in quel vecchio monastero della regina Sancia che già fu sepolcro a più d'una Montaga e a più d'una Cantelma. Io ho nella mia memoria una visione di quelle clarisse in un giorno di Cenere. Quando ero a Napoli, la chiesa angioina di Santa Chiara m'attraeva non solo perchè vi riposa qualcuno dei miei maggiori, non solo perchè vi si puòinvidiare il duca di Rodi che dorme nel sarcofago pagano di Protesilao e Laodamia, ma anche perchè chiudendo gli occhi vi si può assaporare la poesia diffusavi da qualche bel nome di donna morta. V'è Maria duchessa di Durazzo e imperatrice di Costantinopoli, v'è la principessa Clemenza, v'è Isotta d'Altamura, e Isabella di Soleto, e Beatrice di Caserta, e quella deliziosa Antonia Gaudino che vi rassomiglia, così dolcemente addormentata nel marmo sotto il velo che Giovanni da Nola tolse alla più giovine delle Càriti. Ho nella memoria una visione di clarisse in un giorno di Cenere. V'è dietro l'altare maggiore un'ampia grata nera, tutta irta di punte, che chiude il coro monacale; e vi s'intravedono gli ordini degli stalli ove seggono le suore, mentre il vescovo assistito da un cappuccino siede di qua dall'ostacolo reggendotra le mani un bacile d'argento pieno di cenere. Uno sportello è aperto nella grata, e le clarisse a una a una vengono e s'inginocchiano. Il vescovo introduce pel vano il braccio vacillante e segna di cenere le fronti a una a una. Le segnate si levano e tornano ai loro stalli, come larve, disfiorando il pavimento con i silenziosi piedi calzati di panno. Tutto si compie in silenzio e tutto è gelido come la cenere. Ah, cara sorella, quando avrete ricevuto anche voi quel gelo, chi mai riscalderà la vostra piccola anima?— Chi riscaldava l'anima di Santa Chiara e la faceva ardere? — mi oppose la monacanda, come riscotendosi per non esser vinta, mentre le sue gote si coloravano.— Un uomo: Francesco d'Assisi. Voi non potete imaginare la Damianita se non in ginocchio ai piedi diFrancesco. Un artefice religioso la figurò nell'atto di scambiare un bacio col Serafico. E ripensate il lungo idillio che fu tessuto fra l'eremo di San Damiano e la Porziuncula; ripensate le settimane di passione, di dolore e di pietà trascorse nel giardino del monastero, all'ombra degli olivi, in una estate di gran sete, quando Chiara beveva le lacrime effuse dagli occhi di Francesco quasi ciechi; ripensate infine il colloquio tra i due mistici amanti, che precedette quella suprema estasi ond'eruppe come un getto di luce il Cantico delle Creature. Avete là accanto a voi iFioretti. Ebbene, rileggete il capitolo in cui si narra “come Santa Chiara mangiò con San Francesco„. Mai convito nuziale fu illuminato da più splendide faci di amore. Ecco: “Gli uomini d'Assisi e da Bettona, e que' della contrada d'intorno,vedevano che Santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la selva ch'era allora allato al luogo ardevano fortemente, e parea che fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e il luogo e la selva insieme: per la qual cosa gli Assisiani con gran fretta corsero laggiù per ispegnere il fuoco, credendo veramente che ogni cosa ardesse. Ma, giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, intrarono dentro e trovarono San Francesco con Santa Chiara....„ Voi vedete bene, cara sorella, in quali modi la patrona della vostra Regola potesse ripararsi dal gelo. Convenite che la differenza è grande fra l'eremo luminoso di San Damiano e la clausura del vostro monastero angioino. Qui nessun incendio ma un'eguale ombra grigia ove l'umiltà si fa inerte.... Di quale specie è la vostra umiltà, Massimilla? Io penso che il vostrobisogno di schiavitù sia molto altiero.Ella taceva, scoraggiata e anelante; ed era così dolce e così misera nel suo sbigottimento che io avrei voluto prenderla su le mie ginocchia.— Quando appariste su per la scalea, il primo giorno, sùbito mi deste imagine dell'ermellino. Ora, sembra che nella nostra imaginazione il candore dell'ermellino non possa andar disgiunto dall'orgoglio della porpora, tanto siamo assuefatti a considerar l'uno e l'altra riuniti nei manti regali. Non forse voi portate il vostro manto a rovescio, Massimilla, per modo che la porpora è di sotto invisibile? Tale è bene la maniera d'una Montaga.— Io non so — ella rispondeva smarritamente. — Tutto quel che voi dite, pare che debba essere.Ed era come se ella confessasse: — Io sarò quale voi mi vorrete.— Se io fossi il vostro sposo, Massimilla — soggiunsi, per accarezzare la sua piccola anima tremante — io vi darei una casa ove il giorno entrasse a traverso lamine d'alabastro color di miele o vetri istoriati d'istorie sibilline; e vi farei servire da cameriste e da silenziarie, calzate di feltro e vestite di stoffe placide, che passerebbero dinnanzi a voi come grandi farfalle notturne; e certe stanze avrebbero pareti di cristallo guardanti su immensi aquarii, nascoste da cortine che la vostra mano potrebbe agevolmente aprire quante volte vi venisse il desiderio di viaggiare in sogno con gli occhi per una valle oceanica piena di vite ricche e strane; e intorno alla casa vorrei crearvi un giardino di alberi che prodigassero fiori e lacrimassero aromi, epopolarlo di animali leggiadri e miti come gazzelle, colombe, cigni, paoni. E quivi, in armonia con tutte le cose, voi vivreste per me solo. E io, ogni giorno, dopo aver appagato con qualche atto efficace il mio bisogno di predominio su gli uomini, verrei a respirare l'aria sublimata dal vostro silenzioso amore, verrei a vivere presso di voi la vita pura e profonda dei miei pensieri. E qualche volta io vi comunicherei una febbre veemente; e qualche volta io vi farei piangere un pianto inesplicabile; e qualche volta io vi farei morire e rivivere per essere ai vostri occhi più che un uomo.S'apparecchiava ella intanto alla dipartita o s'indugiava attendendo con impazienza quel che per lei tuttavia era inatteso?Come io saliva pel viale dei vecchi bossi ove prima erami apparsa Violante sotto il grande arco, ella m'uscì incontro quasi nel medesimo luogo sorridendo d'un sorriso nuovo.— Voi avete oggi l'aspetto d'un angelo che rechi il buon messaggio — io le dissi. — È tutto in voi lo spirito d'aprile.Ella mi porse la mano ch'io presi e tenni nella mia alquanto.— Che cosa dunque dovete annunziarmi? — le domandai leggendole negli occhi la novità che la trasfigurava.Ella si smarrì, sotto il mio sguardo; e anche una volta si tinse d'un rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.— Nulla — rispose.— Eppure — io le dissi — v'è in tutta la vostra figura un'annunciazione.Voi me la comunicherete senza parlare, se mi concederete di camminare al vostro fianco per qualche tratto. Non ho mai sentito come in questo momento, Massimilla, la vostra armonia.Ella certo credeva ch'io le parlassi di amore, tanto era confusa. E raggiava da tutta la sua figura uno spirito di gentilezza così vivo ch'io ripensai quelle gentili donne adunate nelle imaginazioni di Dante giovine; dalle cui labbra a quando a quando, come cade “l'acqua mischiata di bella neve„, cadono parole mischiate di sospiri. E poichè io l'amava inumanamente, anche mi tornarono alla memoria alcune delle antiche parole. “A che fine ami tu?... Dilloci, chè certo il fine di cotale amore conviene che sia novissimo.„Noi avevamo lasciato il viale medio per internarci nel labirinto erboso. Cantavanogli uccelli ospiti del claustro, gli insetti lucidi ronzavano intorno; ma il mio orecchio era attento al fruscio che l'orlo della gonna produceva inclinando le cime dell'erbe cresciute.Confessò alfine Massimilla, con timida voce:— La mia partenza è differita.Soggiunse, come per giustificarsi:— Potrò così celebrare con i miei l'ultima Pasqua....Ma a me parve, subitamente, ch'ella mi fosse caduta fra le braccia e che la sua guancia aderisse al mio petto e che per disgiungerla da me io dovessi farla sanguinare.Nondimeno esclamai:— Ecco la buona novella!E non altro dissi, perchè il mio turbamento al contatto di quella vita palpitante fu così fiero che m'impedì qualunque simulazione pietosa. Certo, ellaattendeva da me parole di amore e di allegrezza, e ch'io le prendessi le mani, e ch'io le domandassi: — Volete rinunziar per sempre ai vostri voti ed essere tutta mia? — Questo ella attendeva. E, sentendo così vicina a me la sua angoscia, sentendomi quasi ventar sul viso come una vampa la sua bramosia di donarsi e d'esser felice, io era agitato da un fremito non dissimile a quello dell'uomo cui d'un tratto è posta sotto gli occhi una larga lacerazione che discopre gli intimi tessuti della carne viva. V'era qualche cosa di quel raccapriccio nella mia sofferenza. Fino a quell'ora io m'ero dilettato della cara anima come d'una capellatura morbida ove sia dolce insinuare le dita pensando che domani sarà recisa. Ed ecco, quell'anima aderiva alla mia con tutte le sue pene.“Io potrei fare di te un essere digioia!„ Era come una promessa, era quasi un desiderio. E l'una e l'altro trasparivano pur nelle ultime mie parole; e veramente, fino a quell'ora, inclinandomi verso la cara anima io aveva di tratto in tratto inteso l'orecchio a percepire un indizio di quella vena occulta ond'era sorto un giorno il bel riso repentino. Ah perchè doveva io dunque deludere una speranza tanto dolorosa e rinunziare a cingere di quella silente adorazione il mio potere?Noi eravamo soli, in una strana solitudine ove io sentiva quasi direi la vacuità dello spazio aereo che avrebbero occupato le altre due figure se presenti accanto a noi. E l'ansietà che quell'assenza produceva nel mio spirito era penosa come l'affanno dell'attesa. — Dov'erano, che facevano Anatolia e Violante in quell'ora? Stavano anch'elle nel giardino? — Io le vedevospuntare alla svolta d'ogni sentiero, e imaginavo l'espressione del loro primo sguardo nell'incontrarci. E consideravo la singolarità del contegno che entrambe avevano mantenuto in quei giorni e cercavo di penetrarne il significato vero. Anatolia m'appariva con quel suo benigno ed eroico sorriso di martire, rassegnata a spremere fino all'ultima stilla tutte le virtù del suo cuore per lenire mali immedicabili; m'appariva con que' suoi occhi puri che avevano talvolta un bagliore invitevole, come le acque dei laghi nelle leggende rivelano con un insolito riflesso l'esistenza dei sommersi tesori. Chiusa nel suo tedio e nel suo disdegno, Violante m'appariva in un'attitudine enigmatica che poteva sembrar quasi ostile, infondendomi una specie di malessere non dissimile a quello che dànno i presentimenti funesti; poichè ella aveva dietrodi sè per la mia imaginazione l'ombra della sua roccia fatidica e il mistero delle sue remote stanze pregne di profumi mortali.Io avrei voluto chiedere a colei che mi veniva da presso: — V'è qualche cosa di mutato nella voce delle vostre sorelle dilette quando elle vi parlano quando parlano tra loro? Hanno elle talvolta nella voce e nello sguardo qualche cosa che vi fa male? E piomba talvolta su voi, mentre siete l'una accanto all'altra respiranti nel medesimo cerchio, piomba su voi un silenzio che vi soffoca, simile a quello che precede gli uragani? E sentite allora inaridirsi d'un tratto la vostra tenerezza e sollevarsi dal fondo un'acredine simile a un tossico? E, ditemi, piangono le vostre sorelle in disparte? O anche v'accade, talvolta, di piangere insieme?Così avrei voluto interrogare la taciturna e soffrire d'amore con lei.Io la guardai. Ella soffriva e gioiva.— Voi portate sempre un libro — io le dissi, per rompere alfine l'incanto ambiguo — al modo di una sibilla.Ella mi mostrò il volume.— È il libro che portavo il primo giorno — disse ella, con quel suono indefinibile che rivela nella voce l'umidità delle lacrime.— E il filo d'erba?— S'è bruciato.— Metteteci dunque una rosa rossa.Ma ella aveva nella sua commozione una grazia così umile, e tanto ingenuamente lasciava trasparire l'intimo ardore da cui era compresa, ch'io non seppi discostarla da me nè seppi rifiutar la dolcezza di sentirla struggere a poco a poco.— Sediamoci — le dissi. — Leggiamoinsieme qualche pagina. Vi piace il luogo?Era una piccola eminenza prativa, constellata di anemoni, quieta, a cui alcuni tassi in forma di piramidi davano quasi un aspetto cimiteriale. Nel centro una cariatide, ripiegata in modo che il petto toccava quasi le ginocchia, sosteneva la lastra marmorea d'un orologio solare. E quivi, come presso una mensa, stavano due sedili per una coppia di amanti che guardando l'ombra dello gnomone volessero provare la voluttà malinconica di un lento e concorde perire. Ancora scorgevasi incisa nel marmo, sotto le linee orarie, la sentenza:ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.— Sediamoci qui — io dissi. — È un luogo delizioso per godere il sole d'aprile e per sentir fluire la vita.Una lucertola verde ci guardava con i suoi piccoli occhi lucenti, ferma sul quadrante, senza timore, come un essere familiare. Quando ci sedemmo, disparve. Allora io posi le mani sul marmo, che era caldissimo.— Quasi scotta. Sentite!Massimilla vi pose anch'ella ambe le mani, bianche sul bianco; e ve le mantenne. Il punto d'ombra attingeva l'estremità dell'anulare, restando coperta dalla palma la cifra indicatrice dell'ora.— Ecco che voi siete designata dallo stilo come l'ora della beatitudine — io le dissi perchè gustavo profondamente l'armonia della sua grazia in quell'atto e perchè così l'amavo.Ella socchiuse gli occhi; e anche una volta la sua piccola anima tremò tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla inclinandomi appena.— La santa — soggiunsi toccando il libro — ha per voi nel flutto della sua prosa un verso divino, d'una soavità suprema, più soave di quelli che germinavano nella mente di Dante prima dell'esilio. “Stava quasi beata e dolorosa.„Ella si sentiva circonfusa di luce e d'amore, come già forse ne' suoi sogni reconditi; e beveva dalla mia parola e dalla mia presenza e dalla sua illusione e dall'aperta primavera un'ebrezza il cui ricordo doveva forse riempire tutta la sua vita. Non parlava, immobile nell'atto in che io l'avevo lodata; ma io compresi le cose ineffabili che diceva il sangue eloquente nelle vene delle sue belle mani ignude.“Lasciate ch'io l'ami finchè ella è di questo mondo!„ ripetevo alle sue sorelle, poichè mi sembrava di veder rilucere i loro occhi tristi a traversola fronda dei tassi. “Lasciatemi cogliere questi anemoni e versarli su la sua chioma che sarà tonduta!„Ella stava quasi beata, e la sua inconsapevolezza più m'inteneriva, perchè io l'amavo e le dicevo: “Io t'amo, ma a patto che domani tu muoia. Io ti do questa fiamma purchè tu la porti teco nel tuo sepolcro. Tale è la necessità che ci preme.„Ella si scosse, e si passò le mani su la faccia; e mormorò:— Questo sole dà lo stupore.— Volete che andiamo? — le chiesi.— No — rispose ella con un debole sorriso. — Secondo il vostro consiglio, io debbo saturarmi di sole. Restiamo ancora un poco qui. Dianzi, volevate leggere qualche pagina.Ella appariva estenuata come se fosse a pena rinvenuta da un deliquio.— Leggete, dunque! — pregò, spingendo il libro verso di me.Io lo presi, lo apersi e lo sfogliai qua e là, scorrendo con gli occhi qualche linea. L'ombra fugace d'una rondine passò su la pagina; e udimmo da vicino il fremito delle ali.— Che meraviglia fu per me — ella soggiunse — quando quel giorno voi mi ripeteste l'esortazione di Santa Caterina! Io era ancora tutta piena del suo spirito, e voi quasi indovino mi parlavate di lei....Sentivo nella voce della clarissa una confidenza e un abbandono così profondi ch'ella non avrebbe saputo più palesemente significarmi: “Eccomi, io sono tua, io t'appartengo tutta quanta come nessun'altra creatura viva, come nessuna cosa inanimata potrebbe appartenerti. Io sono la tua schiava e la tua cosa.„Veramente ella pareva possedere una qualità innaturale, pareva per sè abolire la legge che vieta agli uomini nell'amore il dono e il possesso perpetui e perfetti. Ella pareva veramente, nella gran luce del sole, trasfigurarsi per la mia imaginazione in una forma cristallina e fluida, in una liquida essenza ch'io potessi assorbire, di cui potessi impregnarmi come d'un profumo.— Io credo — le dissi — che qualche volta leggendo questo libro voi dobbiate sentir la vostra anima evaporare come una goccia su un ferro arroventato. Non è vero? “Fuoco e abisso di carità, dissolvi oggimai la nuvola del corpo mio!„ grida la santa. E voi avete segnato in margine queste parole. V'è in voi un'aspirazione costante a vanire.Il suo volto bianco mi sorrise nelsole, su la bianchezza del marmo, quasi sparente.— Ecco un altro segno. “Anima ebra, ansietata e affocata d'amore.„ Eccone anche un altro. “Siate un'arbore d'amore, innestata nell'arbore della Vita.„ Quale eloquenza di passione ha questa vergine! Ella affascina tutte le taciturne, perchè parla e grida per loro. Ma ciò che rende prezioso il libro, a chiunque ami la vita, è l'abondanza del sangue che vi scorre, vi bolle e vi fiammeggia di continuo come su un altare di sacrifizio nel giorno delle grandi immolazioni. Pare che questa domenicana non abbia del mondo se non una visione vermiglia. Ella vede tutte le cose a traverso un velo di sangue ardentissimo. “La memoria s'è empiuta di sangue„ ella dice. “Troverò il sangue e le creature, e berrò l'affetto e l'amore loro nel sangue.„Una specie di rossa demenza l'assale talvolta. “Annegatevi nel sangue„ ella grida “bagnatevi nel sangue, saziatevi di sangue, inebriatevi di sangue, vestitevi di sangue, doletevi di voi nel sangue, rallegratevi nel sangue, crescete e fortificatevi nel sangue!„ Ella conosce tutto il pregio del dolce e terribile liquore poichè lo vede non solo nel calice ma erompere dalle vene degli uomini, ella che è presa nel turbine della vita, ella che porta il suo velo in mezzo al fremito degli odii atroci e delle passioni violente onde il suo secolo è bello. Ecco qua la meravigliosa lettera a Frate Raimondo da Capua. Avete voi potuto leggerla senza tremare nelle midolle? “E teneva il capo suo in sul petto mio. Io allora sentiva uno giubilo e uno odore del sangue suo....„ Quel che qui io sento non è soltanto l'estasi eucaristica ma la voluttàreale. Mi par di veder palpitare e dilatarsi le narici delicate della giovine donna. È ben di lei questa frase che io ammiro: “Armarsi della propria sensualità.„ Ella doveva avere i sensi acuti, perchè tutta la sua scrittura è brulicante d'imagini vive, fierissima di colorito e di movimento, quasi dantesca nel vigore e nell'audacia. Ah, cara sorella, non è questa una guida che possa condurvi in pace alla porta del chiostro! Voi sentite nella tunica della Mantellata non soltanto l'odore del sangue ma tutti gli odori della vita superba per mezzo a cui ella è corsa, indòmita. Una moltitudine innumerevole, vestita di bigello e di porpora, di ferro e d'oro, l'ha avvolta come un turbine, con “il fuoco dell'ira e dell'odio„, che non è men fervido del fuoco d'amore. Frati, monache, eremiti, donne di delizia, condottieri,principi, cardinali, regine, pontefici, tutte le tempre d'un secolo duro e magnifico ella tratta con la sua volontà infaticabile. Ella è possente in contemplazione e in azione. Ella chiama “carissimo fratello„ Alberico da Balbiano, e i cavalieri della Compagnia di San Giorgio “carissimi figliuoli„. E alla regina Giovanna di Napoli osa scrivere: “Ahimè, piangere si può sopra di voi come morta!„ E a Gregorio XI: “Siatemi uomo virile, e non timoroso.„ E al re di Francia dice: “Voglio„. Per ciò, Massimilla, io la prediligo; e anche perchè ella possiede un Giardino, una Casa e una Cella del conoscimento di sè; e anche perchè è di lei questo motto: “Mangiare e gustare anime„; e infine perchè, prima del Vinci, ella ha scritto: “L'intelletto nutrica l'affetto. Chi più conosce più ama; e più amando piùgusta.„ Alta parola, che è la regola d'ogni bella vita interiore.Io seguivo, parlando, negli occhi aperti e fissi di Massimilla il ritmo lento di un'onda che pareva aver non so qual rispondenza musicale con il suono della mia voce; e così nuova e strana era per me quella sensazione che io prolungavo il mio dire per tema d'interromperla.Appena tacqui, in fatti, ella chinò la fronte; e in silenzio lasciò sgorgare dai suoi limpidi occhi due rivi di lacrime.Non le chiesi perchè piangesse; ma le presi le mani che erano come dolci foglie arse dal meriggio. E sotto quel cielo d'aprile estuoso, presso quel marmo abbagliante su cui l'ombra dello stilo sembrava immobile da indefinito tempo, tra quei tassi funerei e quei coronali anemoni, io ebbi alcuni attimid'indicibile esultanza. Iovidiuno spirito, che non era il mio, giungere di repente e mantenersi per alcuni attimi in quella parte della vita, di là dalla quale — secondo il verbo di Dante — non si può ire più per intendimento di ritornare.E mi parve che, dopo, il resto dell'amore e della vita non dovesse per quello spirito aver pregio alcuno.Dopo, mi parve che la beatrice riprendesse per me il sembiante ch'ella m'aveva mostrato il primo giorno sedendo tra i due fratelli come l'imagine della Preghiera. Avendo sollevato il suo velo per guardare nella profondità de' suoi occhi, io avevo veduto sotto la mia investigazione compiersi un rapido prodigio. Ne conservavo ancora dentro di me una specie d'abbagliamento; ma il velo era ricaduto, e per sempre.Di nuovo ella mi parve “partita di questo secolo„.Cosicchè, quando un giorno Oddo mi raccontò una storia pietosa di nozze impedite dalla morte, io l'ascoltai come si ascolta una leggenda di tempi remoti; e sentii allora come fosse vero e profondo il mio distacco.Ella era stata amata e richiesta in isposa da Simonetto Belprato, due anni innanzi; e, a similitudine d'Ifianea, aveva perduto il promesso quasi alla vigilia del maritaggio.Già vicina alle sue nozze, beataLe ghirlande apprestava; e le fu spento.Oddo mi ravvivò nella memoria il ricordo pallido di Simonetto; e mi rappresentò la mite figura giovenile di quello studioso, erede ultimo di una famiglia nobile di Trigento, ritrattosi nella provincia presso la madre vedova per erborare e morire.— Povero Simonetto! — diceva Oddo rimpiangendolo con animo fraterno. — Lo vedo ancora in arnese di erborista, col suo tubo di latta appeso a una spalla, col suo bastone uncinato e col suo portafoglio di marocchino verde. Passava quasi tutti i giornia erborare o a preparare e a disseccare le piante raccolte. Aveva riempito la sua casa di erbarii; e su le custodie egli poteva ben mettere per emblema la sua arme fiorita. Tu sai: i Belprato usano per arme un campo partito in linea retta da una fascia d'oro, il cui mezzo campo superiore è rosso con un giglio d'argento e quel di sotto è verde tutto seminato di fiori rossetti con fronde d'oro. Non ti par singolare, Claudio, questa congiuntura? L'ultimo dei Belprato erborista! Io predicavo a Massimilla, per ridere: — Tu finirai tra due fogli di carta grigia. — S'erano fidanzati nel giardino, erborando, e parevano fatti l'uno per l'altra. Noi anche eravamo contenti, perché Massimilla non si sarebbe allontanata troppo da noi e sarebbe entrata in una buona casa. (I Belprato sono, come sai, di nobiltà antica, benchè decaduti negli ultimisecoli. Vennero di Spagna nel Regno con Alfonso d'Aragona.) Tutto era pronto per le nozze. Mi ricordo bene del giorno in cui arrivò da Napoli l'abito nuziale con la ghirlanda di fiori d'arancio, dono magnifico di nostra zia Sabrano. Massimilla se lo provò: era deliziosa. Io e Antonello volemmo che anche Anatolia e Violante se lo provassero, per augurio: povere creature adorate! La ghirlanda — mi ricordo — s'impigliò nelle trecce di Violante in un modo così strano che non fu possibile toglierla senza strappar qualche capello che rimase tra i fiori. Una delle serventi mormorò ch'era un cattivo presagio. Non mentiva. Simonetto, in fatti, doveva rimaner vittima della sua manìa. Era d'autunno; ed egli si recava spesso a Linturno per raccogliere le piante acquatiche nel fiume morto. Certo là, e non altrove, preseil germe della febbre perniciosa che lo distrusse in due giorni. Avemmo un funerale invece d'uno sposalizio. Fortunati sempre!Eravamo nelle stanze di Antonello, che le tendine abbassate rendevano quasi oscure poiché il giorno di fuori s'annuvolava. Io non vedevo per le finestre il cielo; eppure avevo su me la sensazione del tepore esterno, un po' snervante, ed ero certo che di fuori cominciava a cader qualche goccia di pioggia, qualcuna di quelle lagrime calde che sono così dolci quando toccano il viso o le mani. Antonello stava disteso sul suo letto, immobile, senza parlare. S'udiva di tratto in tratto garrire una rondine.— Per questo, forse — domandai a Oddo — Massimilla entra nel monastero?— Non so; non credo — egli rispose. — Ègià passato molto tempo. Ma, certo, la vita per lei in questa casa dev'essere più incresciosa che per le altre. Io sempre penso ch'ella debba credersi disseccata ed estinta come le piante degli erbarii che Simonetto le lasciò in testamento. Ah quell'abito nuziale rimasto chiuso in un armadio come una reliquia! Ci pensi tu? Quella spoglia bianca che omai deve aver preso l'odore delle piante secche! Ci pensi tu? Credi tu che la Morte possa avere nel mondo un museo più triste di quello che Massimilla custodisce? Io qualche volta sono ingiusto; qualche volta non so dissimulare una specie d'amarezza che mi sale dal cuore quando penso che Massimilla se ne va, ci abbandona. Mi sembra che alla sua partenza debba seguire il dissolvimento finale; mi sembra che un turbine ci debba dissipare e disperdere tutti, come un mucchiodi stracci. Ella intanto cerca di salvarsi. Ma io sono ingiusto. Veramente, ella è forse qui la più infelice. S'è avverato per lei quel che io le dicevo ridendo. Ella crede d'esser divenuta simile ai fiori e alle foglie degli erbarii. Per rivivere, per riavere un'illusione di vita, ella si sforza di comunicare con le cose vive. Non l'hai tu veduta quando affonda le mani nella verzura e resta in quell'atto per sentirsi scorrere su la pelle i bruchi? Non sai tu ch'ella passa ore ed ore nel giardino a cercare le bestiole e a farsele amiche? In questo ella è, come tu dicesti, un esemplare di perfezione francescana. Ma che diresti se tu sapessi che questo non è se non un desiderio angoscioso di sentire la vita? Io l'ho compreso; io solo forse l'ho compreso....Egli proferì le ultime parole a bassavoce, quasi che le dicesse soltanto a sé medesimo; e poi tacque, forse per considerare entro di sé la creatura della sua imaginazione conturbata. — Era un sogno d'infermo quel suo? O la Massimilla vivente rispondeva in realtà a quella derelitta custode di piante morte? — Io non m'indugiai in questo dubbio; ma volli assaporare tutta la poesia che le strane imagini diffondevano nell'ombra della stanza ove ora giungeva il crepitío fioco della pioggia svegliando nelle mie narici il bisogno di aspirare il sentor della terra inumidita. Mi levai per aprire un poco la vetrata più vicina: l'odor terrestre entrò.— Nei primi mesi, dopo la morte di Simonetto — riprese a dire Oddo — ella aveva molta cura degli erbarii. Passava lunghe ore nella camera ov'erano riposti, a esaminare i fogli e aleggere le schede. E spesso io le tenevo compagnia, tanto ella mi faceva pena. Un giorno — ricordo — la sorpresi mentre apriva l'armadio dove ella conserva l'abito nuziale, nella camera stessa. Un altro giorno — ricordo — di primavera, ella m'apparve tutta commossa perché un bulbo di narcisso aveva germogliato.... È strano; non è vero, Claudio? Ho veduto quel bulbo rimettere ancora una volta, nella primavera scorsa. E questa volta? Non ho chiesto a Massimilla.... Vuoi che andiamo a vedere?Egli si levò in piedi, come preso da un'impazienza febrile; e diede qualche passo verso l'uscio. Ma Antonello, che era ancor disteso sui suoi guanciali, anche si levò col medesimo aspetto — vivo nella mia memoria — con cui egli aveva annunziato il passaggio della lugubre portantina; e, mettendosi l'indicesu la bocca per significarci di tacere, si chinò verso la parete guardante la loggia, e stette a origliare. Nel silenzio non s'udiva se non lo strèpere eguale e dolce del tiepido nembo primaverile sul giardino chiuso.— Non uscite! — bisbigliò Antonello.Non chiedemmo il perché, tanto era palese sul viso emaciato e contratto di lui la causa di quel timore. E, come ci giunse un suono di voci e di passi, Oddo s'accostò all'uscio e l'aprì un poco per intraguardare. Io anche m'accostai; e, stando alle sue spalle, scorsi per la fenditura Anatolia che conduceva al suo braccio la madre, seguíta da una delle due donne grige, nella loggia coperta. La principessa Aldoina camminava a fatica, appoggiandosi alla figlia con tutto il suo peso, vestita stranamente d'un abito pomposo a lungo strascico, ornatadi falsi gioielli, pallida ed enorme, con il capo alzato e un poco piegato in dietro, con gli occhi socchiusi, con un indescrivibile sorriso errante su le labbra appassite, quasi che il romore della pioggia sul lastrico del cortile fosse per lei un susurro d'omaggio in mezzo a cui ella passasse regina andando verso il suo trono. E tutta la luce della pietà dolorosa era nel volto filiale che si chinava verso la demente.Come l'apparizione si dileguò, rimanemmo per qualche attimo sospesi in un'angoscia affettuosa. E, mentre udivasi ancora il suono dei passi tristi, io rivedevo entro di me con una straordinaria evidenza l'effigie della vergine atteggiata di pietà e di dolore, quale erami apparsa nella sua luce vera e suprema. E mi sorgeva dall'intimo un sentimento quasi religioso come dinnanzi a un mistero sacro, poiché nessunodegli atti anteriori compiuti dalla pura consolatrice al mio conspetto aveva il pregio e la significazione di quello compiuto da lei inconscia sotto il mio sguardo nascosto. Ella attingeva d'un tratto nella mia anima un'altitudine sublime, irradiata da tutto lo splendore della sua bellezza morale, sollevata da tutta la forza della sua volontà eroica. Contemplata così, fuor d'ogni attenenza con me medesimo, nel segreto della sua propria vita a cui io era estraneo, nell'assoluta sincerità del suo sentimento, ella assumeva una specie ideale che nel mio spirito l'accomunava alle intrepide creature fatte immortali dai poeti, vittime divine d'un sacrificio volontario. Antigone conducente per mano il vecchio padre cieco o prostrata a ricoprire di polvere il cadavere fraterno non era più tenera e più forte di lei, non aveva una fronte più pura e uncuore più largo. In quella sorta di languido tedio, in quell'ombra snervante ove un infermo approfondiva il suo male mentre una voce inquieta evocava l'imagine d'un vano supplizio tra una flora defunta, la consolatrice apparendo dava d'un tratto al mio spirito una sollevazione di vita e, come una subita luce percotendo la parete oscura fa scintillar nel trofeo la spada immobile, traeva un gran lampo dalla mia volontà riposta. V'era in lei una virtù che avrebbe potuto produrre un frutto portentoso. La sua sostanza avrebbe potuto nutrire un germe sovrumano. Ella era veramente la “nutrice„ ma quale appariva la vergine Antigone al cieco Edipo esule ed errante. Un'immensa moltitudine di creature avide avrebbe potuto abbeverarsi nella sua tenerezza senza esaurirla. Non conservava ella sola, come l'eroina antica, in sé, nelsuo gran cuore, la fiamma geniale mancata al focolare di sua stirpe moribonda? Non era ella unicamente l'anima della triste casa? Massimilla nel suo orto arido, Violante nella sua nube di profumi impallidivano dinnanzi a quella loro sorella che camminava con sì fermo passo e con sì dolce sorriso nella via dell'immolazione.E io pensai a Colui che doveva venire.Eravamo seduti, io e il principe Luzio, presso un balcone aperto, nell'ora pomeridiana in cui l'ardenza già troppo forte di quel maggio morente cominciava a temperarsi e le nuvole pellegrine stampavano qualche vasta ombra cerulea su la valle accesa. Poiché ricorreva l'anniversario della morte di Re Ferdinando, il principe fedele a commemorare il suo lutto evocava nel mio spirito tutte le tristezze e tutti gli orrori della lunga agonia regale; e là, su i profumi salienti dal giardino chiuso, i lugubri fantasmi si succedevano senza tregua risvegliati dalla voce senile. Il muto viaggio su per l'alture di Ariano e nel Vallo di Bovino tra bufere di neve; i funesti presagi che si levavano a ogni passo; i primi segni del male apparsi in una sera gelida mentre il Re assideratoarrancava su i ghiacci che inasprivano l'erta; la sua smania ansiosa di proseguir nel cammino senza indugi come se il destino inesorabile lo incalzasse; lo spaventevole pallore di cui tingevasi all'improvviso in conspetto della folla tra le onoranze ch'egli presentiva estreme; le grida che gli strappava lo spasimo e che copriva il clamore della festa nuziale; il turbamento dei medici adunati intorno al suo letto dubitanti sotto lo sguardo ostile e sospettoso della Regina; il suo scoppio di lagrime al primo entrare della duchessa di Calabria, freschissimo fiore di giovinezza, nella camera già infetta dalle esalazioni del morbo, dov'egli giaceva invecchiato e quasi inebetito dalle sofferenze; poi il tragico addio da lui rivolto alla sua propria statua mentre gli infermieri lo trasportavano in un'altra camera; poi l'imbarco su la nave,cerimonia triste come un mortorio, e il suo lugubre motto quando la barella fu discesa nel boccaporto allargato a colpi di scure; poi l'arrivo a Caserta, il rapido aggravamento, la dissoluzione putrida del suo corpo nel gran letto circondato d'imagini sacre, di reliquie miracolose, di crocefissi, di lampade, di ceri; infine la pompa del Viatico, il sollevarsi del Re su i guanciali irriconoscibile fra il terrore degli astanti, le ultime parole, la cristiana serenità della morte, la disputa tra la Regina e i dottori per l'imbalsamazione del cadavere, l'assistenza dei soldati intorno alla bara addetti a nettar di continuo le innumerevoli piaghe purulente: tutte le tristezze e tutti gli orrori passavano nelle memorie. E io ascoltando pensavo al duca di Calabria singhiozzante in un angolo come una femminetta. “Ah, che bello e terribile sogno avrebberopotuto alimentare in lui giovine gli odori della morte, per quelle torbide settimane di primavera! In quali superbe e inebrianti meditazioni si sarebbe profondata la mia anima all'ombra dei vasti alberi, e come l'impetuosa agitazione constretta nei tronchi possenti mi sarebbe parsa piccola al confronto della mia!„Il principe Luzio narrava come un giorno il Duca di Calabria fosse entrato all'improvviso, tutto sbigottito e ansante, nella camera del padre infermo, ad annunziargli la cacciata del Granduca di Toscana, e con qual violenza di parole il Re avesse giudicata la pusillanimità del parente.— Ah, se Ferdinando non fosse morto! — esclamò il vecchio, con un gesto quasi minaccioso. — Poche ore prima di spirare, egli diceva: “Mi è stata offerta la corona d'Italia....„ Non pensitu, Claudio, che un Borbone la porterebbe oggi sul capo?— Forse — io risposi con grande rispetto. — E, se così fosse, ai primi onori del Regno dovrebbe essere esaltato il Principe di Castromitrano. Lasciate che io vi dica quanto ammiri la vostra dignità e la vostra fede. Voi siete dei pochissimi, tra i nostri pari, che abbiano mantenuto intatto e intenso il sentimento della virtù di stirpe. Piuttosto che rinunziare al privilegio e prendere un'attitudine disconveniente al vostro orgoglio legittimo, piuttosto che apparire il superstite di voi medesimo, vi siete ritratto dal mondo, ma dopo averlo abbagliato con un supremo splendore di magnificenza; e siete venuto in solitudine ad aspettar l'evento che il Destino riserba alla vostra Casa. La sventura vi ha trattato da grande; poiché v'è anche un privilegiodi dolore, e il vostro fu ben riconosciuto.Il volto paterno del principe s'era fatto grave e attento. La venerazione che la sua bella canizie inspirava alla mia anima era assai più profonda di quella manifestata dalla mia parola; ma vi s'aggiungeva una tenerezza di qualità così pura che non poteva essermi data se non da una presenza feminile. Sentii infatti lo spirito di Anatolia. Apparsa su la soglia della porta che si apriva in fondo alla stanza, ella era passata in silenzio lungo la parete e s'era seduta nell'ombra di un angolo, bianca, misteriosa e propizia come un Genio familiare.— Lontano dal mondo, — io soggiunsi — chiuso in una nube così densa di tristezza, voi avete potuto nutrire fino a oggi la speranza in una risurrezione delle cose che sono morte; edho ancora nell'orecchio la profezia della vostra fede. Certo, le cose che sono morte risorgeranno; ma trasformate. Se voi voleste per un sol momento affacciarvi su lo spettacolo che dà oggi il mondo, sentireste il vostro sogno antico cadervi dall'anima come una foglia arida e vi parrebbe inutile per Francesco di Borbone il ricupero del suo piccolo Stato e pur l'acquisto d'Italia. Sia un Borbone o sia un Sabaudo sul trono, il Re è pur sempre assente; poiché non si chiama Re un uomo il quale, essendosi sottomesso alla volontà dei molti nell'accettare un officio ben determinato e angusto, si umilia a compierlo con la diligenza e la modestia di un publico scriba che la tema d'esser licenziato aguzzi senza tregua. Non dico il vero? Né diversamente saprebbe regnare Francesco. Subito dopo la morte del padre, non scrisse egli di suo pugnoun editto per ristabilire gli effetti della Costituzione abolita? e non fu Alessandro Nunziante quegli che impedì fosse promulgato? Ma richiamate alla vostra memoria la lamentosa proclamazione dell'8 dicembre, data dalle casematte di Gaeta. È quello il linguaggio di un Re, e d'un Re vinto?Avendo ascoltato in silenzio, con le sopracciglia contratte, il principe Luzio disse non senza un'ombra di severità:— Si vede che è in te il sangue di Gian Paolo Cantelmo.— È in me il sangue di tutti i miei maggiori. Ah, caro padre (lasciate che io vi dia questo nome!), so bene quanto vi riesca dolorosa la rinunzia a un sogno di giustizia, innanzi a cui tanti e tanti anni è rimasta accesa la fiamma della vostra fede; ma io voglio dirvi che per noi e per i nostri pari non v'è omaisalvezza se non a patto di sostituire il proposito energico all'inutile speranza. Sopportate che io vi parli senza ambagi. È inutile sperare che si levi d'improvviso un qualche bollore eroico nel sangue stagnante di San Luigi. Io ho visitato l'Esule, di recente: egli è pieno d'una placida rassegnazione, dedito alla beneficenza e alla preghiera, memore del suo brevissimo regno come d'un lontano sogno angoscioso. La vostra profezia trarrebbe dalle sue labbra un sorriso incredulo e mite: nulla più. Se il suo spirito migra qualche volta verso il Golfo, non forse Capodimonte ma la cima dei Camaldoli è la sua mèta. Egli s'è assuefatto a una vita modesta e pia: non vede più brillare la corona nelle sue notti. Lasciamolo placidamente dormire!Il principe fedele aveva chinato il capo sul petto; e io vedevo nella suafronte china le rughe approfondirsi come solchi pieni di pensiero.— Non per lui soltanto è opaco il fato. Il crepuscolo dei Re è tutto cinereo, cieco d'ogni splendore. Spingete lo sguardo pur oltre i paesi latini. All'ombra di troni posticci vedrete falsi monarchi compiere con esattezza le loro funzioni publiche in aspetto di automi o attendere a coltivar le loro manìe puerili e i loro vizii mediocri. Il più potente, il padrone di più vaste turbe, corroso nei suoi muscoli erculei dal tarlo del sospetto, si consuma solo in una cupa misantropia, non avendo nemmeno il gusto di contrapporre alle piccole formule chimiche dei suoi ribelli una qualche magnifica strage ad arme bianca per irrigare e concimare le sue terre isterilite. V'ha però un'anima veramente regale, e voi forse avete potuto considerarla da presso: è dellastirpe di Maria Sofia. Quel Wittelsbach mi attrae per l'immensità del suo orgoglio e della sua tristezza. I suoi sforzi per rendere la sua vita conforme al suo sogno hanno una violenza disperata. Qualunque contatto umano lo fa fremere di disgusto e di collera; qualunque gioia gli sembra vile se non sia quella che egli stesso imagina. Immune da ogni tossico d'amore, ostile a tutti gli intrusi, per molti anni egli non ha comunicato se non con i fulgidi eroi che un creatore di bellezza gli ha dato a compagni in regioni supraterrestri. Nel più profondo dei fiumi musicali egli estingue la sua sete angosciosa del Divino, e poi ascende alle sue dimore solitarie ove sul mistero delle montagne e dei laghi il suo spirito crea l'inviolabile regno che solo egli vuol regnare. Per questo sentimento infinito della solitudine, per questafacoltà di poter respirare su le più alte e più deserte cime, per questa consapevolezza d'essere unico e intangibile nella vita, Luigi di Baviera è veramente un Re; ma Re di sé medesimo e del suo sogno. Egli è incapace di imprimere la sua volontà su le moltitudini e di curvarle sotto il giogo della sua Idea; egli è incapace di ridurre in atto la sua potenza interiore. Nel tempo medesimo egli appare sublime e puerile. Quando i suoi Bavari si battevano con i Prussiani, egli era ben lungi dal campo di battaglia: nascosto in una delle sue isolette lacustri, obliava l'onta sotto uno di quei ridicoli travestimenti ch'egli usa per favorire le sue belle illusioni. Ah, meglio sarebbe per lui, piuttosto che frapporre tra la sua maestà e i suoi ministri un paravento, meglio sarebbe raggiungere alfine il meraviglioso impero notturno cantato dal suo Poeta!È incredibile ch'egli non si sia già partito dal mondo, trascinato dal volo delle sue chimere....Il principe teneva ancora la fronte china, in un'attitudine così grave che pur nella foga del dire io mi sentivo premere il cuore dalla tema d'averlo addolorato; e un'ansietà filiale m'invase, di consolarlo, di risollevare il suo bel capo candido, di vedergli brillare negli occhi l'insolita gioia. La presenza di Anatolia mi comunicava non so quale ardore generoso e quasi un bisogno di rivelare quanto eravi in me di più superbo e di più forte. Ella era immobile e tacita nell'ombra, come un simulacro; ma la sua attenzione m'irradiava l'anima, come un fascio di luce.— Voi vedete, mio caro padre — io ripresi a dire, senza poter frenare i palpiti che mi sembravano ripercuotersi nella voce — voi vedete che da pertutto le antiche regalità legittime declinano e che la Folla sta per inghiottirle nei suoi gorghi melmosi. Veramente esse non meritano altra sorte! E non le regalità soltanto, ma tutte le cose grandi e nobili e belle, tutte le idealità sovrane che furono un tempo la gloria dell'Uomo pugnace e dominatore, tutte sono sul punto di scomparire nell'immensa putredine che fluttua e si solleva. Io non vi dirò fin dove giunga l'ignominia, perchè dovrei usar parole che offenderebbero il vostro orecchio; e, dopo, converrebbe purificar l'aria con qualche granello d'incenso. Io mi son partito dalla città, soffocato dal disgusto. Ma ora penso al dissolvimento quasi con giubilo. Quando tutto sarà profanato, quando tutti gli altari del Pensiero e della Bellezza saranno abbattuti, quando tutte le urne delle essenze ideali saranno infrante, quandola vita comune sarà discesa a un tal limite di degradazione che sembri impossibile sorpassarlo, quando nella grande oscurità si sarà spenta pur l'ultima fiaccola fumosa, allora la Folla si arresterà presa da un pànico ben più tremendo di quanti mai squassarono la sua anima miserabile; e, mancata a un tratto la frenesia che l'accecava, ella si sentirà perduta nel suo deserto ingombro di rovine, non vedendo innanzi a sé alcuna via e alcuna luce. Allora scenderà su lei la necessità degli Eroi; ed ella invocherà le verghe ferree che dovranno novamente disciplinarla. Ebbene, caro padre, io penso che questi Eroi, che questi nuovi Re della terra debbano sorgere dalla nostra razza e che fin da oggi tutte le nostre energie debbano concorrere a prepararne l'avvento prossimo o lontano. Ecco la mia fede.Il principe aveva sollevato la fronte; e mi guardava con occhi intenti e un poco attoniti, quasi che io gli apparissi in un aspetto inopinato. Ma una vivacità insolita, che rianimava tutta la sua persona, mi diceva com'egli fosse già tocco dal mio ardore.— Ho vissuto alcuni anni in Roma — continuai, con una confidenza più sicura — in quella terza Roma che doveva rappresentare “l'Amore indomato del sangue latino alla terra latina„ e raggiare dalle sue sommità la luce oltremirabile di un Ideale novissimo. Sono stato testimonio delle più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano disonorato un luogo sacro. E ho compreso l'alto simbolo che si cela nell'atto di quel conquistatore asiatico, il quale gittò cinque miriadi di teste umane nei fondamenti di Samarcanda volendo instituirlacapitale. Non credete voi che il savio tiranno volesse significare la necessità delle crude recisioni nel punto di dar principio a un ordine veramente nuovo di cose? Bisognava immolare e poi gittar nei fondamenti della terza Roma gli uomini chiamati liberatori e, seguendo l'antico uso funerale, anche porre ai piedi loro e ai fianchi loro e tra le loro mani liberatrici le cose che essi amarono ed ebbero più familiari, e divellere e trascinar dai vertici delle montagne i più gravi massi di granito per chiudere in eterno le sepolture profonde. Ma non mai si videro in terra vite più tenaci e più pestifere! Primieramente dunque, caro padre, in Roma ho appreso questo: — Il naviglio dei Mille salpò da Quarto sol per ottenere che l'arte del baratto fosse protetta dallo Stato. — Pur tuttavia, tra lo schiamazzo dei trafficatori,ho potuto intendere la voce misteriosa e remota che persiste quivi in tutti i sassi come nei nicchi marini; e allo spettacolo sublime dell'Agro ho potuto consolarmi d'ogni disgusto. Ah, padre, chi potrà mai disperare delle sorti del Mondo finchè Roma sia sotto i cieli? Quando io la penso e l'adoro, non so vederla se non nell'atto in cui ella fu effigiata su la medaglia di Nerva: col timone fra le mani. Quando io la penso e l'adoro, non so specificare la sua virtù se non con la parola di Dante: “in ogni generazione di cose, quella è ottima che è massime Una„. E il suo principio di unità, come già fu, dovrà ancor essere adunatore ordinatore e conservatore di tutto ciò che è buono e pieghevole all'ordine, nel Mondo. Le similitudini dantesche delle glebe e delle fiamme ben le si convengono, potendosi le prime concepire come formantiuna base unica e le seconde come riunite in un solo e medesimo apice. Fermamente credo che la più gran somma di dominazione futura sarà appunto quella che avrà in Roma la sua base e il suo apice; poichè io Latino mi glorio d'aver posto a principio della mia fede la verità mistica enunciata dal Poeta: “Non è dubbio che la Natura abbia disposto nel mondo un luogo atto all'universale imperio; e questo è Roma„. Ora, per qual misterioso concorso di sangui, da qual vasta esperienza di culture, in qual propizio accordo di circostanze sorgerà il nuovo Re di Roma?La bella febbre, che nel deserto laziale aveva infervorato le mie meditazioni fino all'ebrezza, si riaccendeva nelle mie vene; e i grandi fantasmi già espressi dal suolo sacro mi rioccupavano lo spirito in tumulto; e tutte lesperanze generate dal mio orgoglio violento su quella solitudine memore della più sanguigna fra le tragedie umane, tutte si risollevavano e si riagitavano in confuso, dandomi un'ansia che a pena io poteva sostenere. L'aspetto del vecchio venerabile assumeva per me una solennità più grave, poichè in quell'ora io considerava in lui il depositario della virtù che sul tronco secolare di sua stirpe erasi dischiusa alla luce della gloria in magnifiche forme; e a lui, già inclinato verso il sepolcro e reso veggente dal dolore, io stava per dimostrare come a un giudice i diritti del mio sogno ambizioso e per chiedere come a un augure il buono auspicio e per proporre come al mio pari l'alleanza che m'era necessaria. La muta presenza della vergine nell'ombra aumentava quella mia ansia, poiché ella veracemente m'appariva comela destinata a divenir per l'amore “Colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli„. Io non osava rivolgermi verso di lei, tanto sembravami sacro in quel punto il mistero della sua verginità; ma si definiva in me l'imagine indistinta degli occulti tesori suscitatami alcuna volta da uno straordinario lume intraveduto nel fondo de' suoi occhi trasparenti; e, pur senza rivolgermi, io sentivo palpitare in quel lembo d'ombra una specie di animata ricchezza, una viva forma carica d'un pregio inestimabile, non so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine custodite sotto i veli nei penetrali dei templi.

.... a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco.Leonardo da Vinci.Dov'è più sentimento, lì è più martirio.Lo stesso.

.... a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco.

Leonardo da Vinci.

Dov'è più sentimento, lì è più martirio.

Lo stesso.

E le condussi sotto i fiori.

Con un turbamento visibile elle ascoltavano le melodie infinite della primavera, inclinandosi o volgendosi talvolta verso le loro proprie ombre che le precedevano o le seguivano quali azzurre figure prostese a baciare la terra. Una confusa gioia di libertà e di speranza passava talvolta nei loro occhi abbagliati; una parola senza suono schiudeva talvolta le loro labbra rendendole simili agli orli delle coppe traboccanti. E, quando elle si soffermavano, io pensavo con un'intimaebrezza alla piena che le soffocava.

Quel che di tratto in tratto noi dicevamo doveva sembrare anche a loro inutile; ma valeva a farci sentire quanto fosse profonda la nostra vera vita. Uno sguardo fuggevole, una reclinazione del capo, una pausa breve bastavano a commuovere in imo quegli abissi ove assai raro e fievole giunge il lume della coscienza comune; mentre quel che dicevamo era per noi lontano come per le infime radici degli alberi il susurro delle cime.

Nulla poteva eguagliare in singolarità di bellezza quella campagna austera che fioriva. Su quella terra fulva e aspra come la giubba del leone le candide e rosee fioriture evocavano i fantasmi delle donzelle trepidamente piegate su i petti vasti e vellosi dei giganti leggendarii. I raggi del sole creavanointorno ai petali diafani quello splendore mobile che hanno le pietre fini. Qua e là refulgevano in duplice baleno i bidenti politi dalla gleba infranta.

Noi sentivamo quanto fosse profonda la nostra vera vita. E a poco a poco, per consenso concorde, tralasciammo di proferire quelle parole vane che non valgono se non a rompere la gravità dei silenzii e a dissipare la nube troppo densa dei sogni o dei pensieri. Una comunione più lucida ci congiunse; si formò intorno a noi un'atmosfera divinatoria simile forse a quella in cui respirano i mistici; e, senza parlare, ci scambiammo qualche stupendo segreto. Eravamo talvolta così impregnati di voluttà che le nostre pupille n'esalavano un flutto in uno sguardo e i nostri minimi gesti ne trasmettevano senza contatto quanta ne può dare la carezzapiù lenta. I petali che cadevano ai nostri piedi, dai rami appena commossi, ci ammollivano stranamente come una confessione di languore e una complicità degli alberi felici nell'allegarsi. Le viti in punto di gemmare, inclinate su la zolla e torte e quasi convulse, ci eccitavano con l'esempio di uno sforzo spasimoso che doveva convertirsi in un dono inebriante. E dalla foglia caduca e dal magro sermento noi sentivamo in virtù ideale l'olio odorifero della mandorla e la fiamma d'oblio espressa dall'uva.

Una sùbita vertigine di desiderio mi prese un giorno, quando vidi una goccia di sangue su la mano di Violante ferita da uno spino a traverso i fiori nivei di una siepe. Ella sorridendo ritrasse la bella mano che s'imperlava: e, poichè eravamo per caso discosti alquanto dalle sorelle e forse non veduti,io provai una bramosia selvaggia di premere le mie labbra su quel sangue e di sentirne il sapore. E la violenza ch'io feci a me medesimo per contenermi fu tale che ne tremai.

— La vista del sangue vi sbigottisce? — mi chiese ella, con una voce che la dissimulazione non valeva a render sicura nè irrisiva.

E, come le sue pupille si fissarono nelle mie, mi parve ch'io mi coprissi tutto di pallore, poichè ebbi dentro di me un sentimento indefinibile che non si può rendere se non confusamente con l'imagine di una immensa ruota girante in giri precipitosi la quale d'un colpo si arresti. Una grande cosa stava per essere risoluta in quell'attimo, da entrambi; e, se bene fossimo l'uno di fronte all'altra in un'apparenza composta, la nostra attitudine interiore era quella della tensione che precede loscatto inarrestabile. Le nostre due vite si protendevano con tutte le forze loro.

Ah, come potrei dimenticare io quel silenzio ardente in cui palpitò l'ala invisibile d'un messaggero che portava una parola non proferita? Qual virtù d'oblio potrebbe cancellare dalla mia memoria quella mano imperlata di sangue e quel roveto carico di fiori?

La voce di Anatolia da lontano ci richiamò; e noi ci movemmo, l'uno a fianco dell'altra, invasi subitamente da una stanchezza e da una tristezza corporali come se fossimo esciti da una lunga notte di piaceri.

Ma anche vi fu qualche istante in cui la mia anima più s'inclinò verso colei che ci aveva richiamati e verso colei che stava per dipartirsi. Io mi compiacqui in quella vicenda di amore, che non dissipava la mia forza ma la stimolava come il contrasto dei soffiieccita la vampa. Sembravami di aver trovato una nuova specie di percezioni: le più strane e le più diverse si coordinavano spontaneamente in me. Talvolta ne nasceva una musica così nuova e così bella che sembravami d'esser sul punto di trasfigurarmi; e pensavo che fosse per effettuarsi il mio desiderio di divenire un dio.

Pensavo: “Se già vi fu un dio che nel tempo novello amò assidersi sotto gli alberi floridi ed estrarre dagli involucri di scorza le amadriadi segrete per accarezzarle su le sue ginocchia, egli certo non provò maggior gaudio di quel ch'io provo raccogliendo in me le essenziali bellezze di queste creature deliziose e mescendole con la stessa facilità con cui egli potè confondere le varie chiome obedienti delle sue ninfe arboree a comporre un'armonia di ori.„

Così talvolta io mi credeva di vivere in un mito formato da me medesimo a simiglianza di quelli che produsse la giovinezza dell'anima umana sotto i cieli dell'Ellade. L'antico spirito di deità vagava per la terra come quando la figlia di Rea fece dono a Trittolemo delle sue spiche affinchè le spandesse ne' solchi e per lui tutti gli uomini godessero del beneficio divino. Le energie immortali circolanti nelle cose parevano pur sempre risovvenirsi dell'antica trasfigurazione che per la gioia degli uomini le aveva convertite in grandi imagini di bellezza. Come le Cariti, come le Gorgoni e come le Moire, tre erano le vergini che m'accompagnavano per mezzo a quella primavera misteriosa. E io amavo imaginar me medesimo simile a quel giovine, raffigurato sul vaso di Ruvo, cui adduce sul limitare d'un mirteto un Genioaligero. Sopra il suo capo è scritto il nome di Felicità; e tre vergini lo circondano: l'una recante nelle sue mani un piatto carico di frutti, e l'altra tutt'avvolta in un manto costellato, e la terza col filo di Lachesi tra le dita agili.

Un giorno ci abbattemmo in uno spazio di terra recinto ove gli agricoltori aborigeni, perpetuando il costume religioso dei Gentili, avevano consecrato una quercia colpita dal fulmine.

— Ecco una bella morte! — esclamò Violante, appoggiandosi al riparo fatto di pali in forma d'un parallelogrammo.

Una santità quasi terribile stava sul luogo solitario. Non dissimile doveva essere l'aspetto del bidentale che i sacerdoti latini consecravano col sacrificio di un'agnella bienne.

— Voi commettete un sacrilegio —io dissi a Violante. — Non si può toccare il recinto sacro senza profanarlo; e il Cielo punisce con la frenesia la persona colpevole....

— Con la frenesia? — fece ella scostandosi, per un istinto superstizioso, e col suo atto segnando d'un'impreveduta gravità la mia allusione alla credenza pagana.

In un lampo rividi il volto gonfio ed esangue della madre folle e gli occhi smarriti di Antonello, e riudii quel tragico grido: “Noi respiriamo la sua follia„; e non so qual sensazione gelida di fatalità mi corse.

— No, no, non temete! — dissi io involontariamente, aumentando forse l'ombra con quel segno palese di rammarico per l'accenno che doveva sembrare un tristo augurio o un presagio crudele.

— Non temo — rispose colei, senzasorridere, appoggiandosi di nuovo al recinto.

Così da una vana parola nacque una grande ombra.

L'albero fulminato sorgeva dinnanzi a noi, nerastro e lapideo come il basalto, mostrando il suo possente tronco aperto fino alle radici da una squarciatura che evocava la terribilità d'una forza vindice. Privo de' rami nel fianco percosso, ne conservava in sommo dell'altro fianco alcuni, simili a braccia contratte, che levavano verso il sole la disperazione implacabile dei loro gesti. Ad ogni angolo del recinto stava infisso un teschio d'ariete dalle corna ricurve, divenuto bianchissimo sotto intemperie senza numero. Tutto era immoto e morto, e sacro, e d'aspetto primordiale.

Giungevano dall'alto azzurro, di tratto in tratto, strida di sparvieri.

Veloci passarono i giorni; e sembrarono giorni d'addio verso colei che stava per dipartirsi.

— Guardate la primavera con tutta l'intensità delle vostre pupille — io le diceva — perchè non la vedrete più, mai più!

Io le diceva:

— Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra.

Io le diceva, mostrandole un fiore:

— Ecco un prodigio di cui bisogna lodare il Cielo. Considerate le innumerevoli scritture che contiene il tessuto argentino di questa corolla, e il rapporto occulto che corre tra il numero dei petali e quello degli stami,e la tenuità dei filamenti che sostengono i lobi delle ántere, e queste tuniche diafane e queste reticole e queste valve e queste membrane coperte d'una pelurie quasi impercettibile, ov'è chiusa l'agitazione misteriosa della fovilla, e tutta la divina arte che si rivela nella struttura di questo corpuscolo vivente, pur nella sua fralezza dotato d'infinite potenze per amare e per fecondare. Considerate la rete mobile delle ombre che fa sul terreno il fremito delle foglie e quella che fa su la parete il raggio riverberato dall'acqua tremolante, l'una azzurra, l'altra d'oro per cullare la vostra malinconia; e le piccole dita bionde che si alzano in cima ai rami dei pini; e le stille di rugiada che pendono in cima alle reste dell'avena; e le esilissime nervature nelle ali delle api; e gli occhi verdi splendenti delle libellule fuggevoli; e le iridi che varianola gola gonfia dei palombi; e le strane imagini che sorgono dalle macchie dei licheni, dagli screpoli dei tronchi, dalla disposizione delle selci.... Raccogliete tutte queste meraviglie sotto le vostre palpebre che dovranno rimaner tanto tempo abbassate dinnanzi al Signore Gesù crocifisso. Nel vecchio monastero della regina Sancia non vi sono orti, io credo, ma cortili di pietra.

— Perchè mi tentate? — ella mi chiedeva. — Perchè vi compiacete nel turbare la mia volontà così debole? Siete forse inviato da Dio per esperimentarmi?

— Non voglio turbare la vostra volontà — io le rispondeva — ma oso darvi un consiglio fraterno perchè possiate meno soffrire. Penso che quando sarete sepolta, quando non potrete accostare la guancia a una grata senza ferirvi contro le punte, voi cresciuta inun giardino, avrete qualche settimana di furiose impazienze, e tutte le visioni dell'aria aperta passeranno nella vostra memoria. Allora proverete una tortura inaudita se non potrete rappresentarvi con esattezza i minuti screzii neri e gialli che ornano il dorso della lucertola o la tenera foglia lanuginosa che spunta sul ramo del melo. Io conosco la smania di queste curiosità tardive. Una volta amavo appassionatamente un gran levriere di Scozia donatomi da mio padre. Era una bestia magnifica, elegantissima, d'una nobiltà senza pari. Quando morì, io caddi in una profonda afflizione; e mi tormentava singolarmente il rammarico di non potermi rappresentar in forma precisa i granelli d'oro che costellavano i suoi occhi bruni e le macchie grige che maculavano il suo bel palato roseo intraveduto talvolta in uno sbadiglio oin un latrato. Bisogna dunque che noi guardiamo sempre con pupille attente, specie le creature che più amiamo. Non amate voi le cose che dianzi indicavo alla vostra attenzione e non siete per abbandonarle? Non siete per mettere tra voi e loro una specie di morte?

Ella stava a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco. La sua grazia delicata era un po' contratta dall'inquietudine che le dava l'ambiguità del mio dire tra grave e futile, tra ingannevole e sincero. E così parlandole io provavo un piacere analogo a quello che avrei provato scompigliandole le bende lisce dei capelli su cui pendevano le forbici argentee della tonsura. “Tondeantur in rotundum...„ Avevo ancor limpida nella memoria la freschezza del giovenile riso ch'erale sgorgatodalla bocca il primo giorno, nell'ultima ora, empiendomi di meraviglia. E mi piaceva d'assembrar le imagini di quelle cose variopinte ed esigue intorno alla monacanda che nel già lontano pomeriggio di febbraio m'aveva rivelato come un segreto miracolo la fioritura notturna d'un suo biancospino.

Io la ricercava come si ricerca quel bene del quale si conosce la brevità. Ella m'attraeva come una pura forma di giovinezza che si volgesse a me lacrimosamente sorridendo dalla soglia di una porta oscura, sul punto di entrarvi e di perdervisi. Avrei voluto dire alle sue sorelle: “Lasciate ch'io l'ami finché ella è di questo mondo, e ch'io versi qualche aròmato su i suoi piccoli piedi!„

Spesso m'avvenne di rimanere solocon lei, nelle mie lunghe visite, e di poter trattare in qualche spirituale colloquio la sua anima così duttile e così bisognosa di servire. A quando a quando Anatolia scompariva, come una delle due donne grige si presentava a invocarla con lo sguardo. Violante da alcuni giorni si mostrava difficilmente, pareva schivare la mia compagnia, considerarmi con indifferenza, rioccupata dal suo tedio consueto. I due fratelli non sopportavano a lungo la gran luce del cielo aperto. Onde m'avvenne più volte di rimaner solo con la clarissa, nell'atrio esterno su un sedile di marmo ch'era sotto la statua dell'Estate, o nell'ombra delle scalee già verdeggianti, o su la sponda del vivaio inaridito.

Io le diceva:

— Forse voi vi siete ingannata nell'elezione del vostro sposo, cara sorella.Quando udrete il vescovo annunziareEcce sponsus venit, voi tremerete nell'intimo cuore credendo che una mano bella e forte sia per distendersi verso di voi e per raccogliervi tutta quanta nel cavo della palma come acqua; poichè è ben questo l'atto dolce e imperioso che voi aspettate dal vostro dominatore e che si conviene alla vostra naturale fluidità, cara sorella. Ma forse rimarrete delusa, a piè dell'altare. E, se oserete levar gli occhi, vedrete fra i ceri ardenti immobile lo Sposo annunziato e le mani di Lui trafitte e il capo di Lui cinto di spine. Sembra, cara sorella, che sia necessario sconficcare i ferri crudeli; i quali furono assai profondamente infissi. E sembra che a compiere un tale atto occorra una forza terribile. Bisogna quindi curar le piaghe con infinita pazienza e con balsami composti di erbeche non si posson cogliere se non in certe sommità vertiginose ove l'aria è irrespirabile. E, rimarginate le piaghe, convien rinfondere nelle vene il sangue che ne sgorgò. E, compiuta alfine la durissima opera, accade talvolta che le mani sanate si ritraggano d'improvviso. Sembra che assai rare sieno quelle spose cui è concesso vederle veracemente rivivere; e pur di quelle elette appena una, in qualche mistica sera, ha la suprema gioia di sentirsi prendere tutta quanta, chiudere tutta quanta nel pugno constrittore, com'è ne' vostri voti....

Mormorava la vergine servile:

— Voglia Iddio ch'io sia quell'una!

— Ah, cara sorella — io le diceva — pensate quale immensa forza debba avere in sè quell'una per ravvivare una mano morta e per contrarla così violentemente!

— Io non ho alcuna forza, ma la implorerò dal Signore.

— Il Signore non potrà se non rendervi la forza che voi medesima gli avrete infusa, Massimilla.

— Tacete, vi prego! — ella supplicava. — Temo che le vostre parole sieno empie.

— Non sono empie: potete ascoltarle. Non avete voi nella memoria la prima strofe della Glosa di Santa Teresa? V'è là un Dio fatto prigioniero. Pensate qual potenza occorra per incatenare il Signore! Voi vedete bene, suor Acqua, come sempre si richiedano importuni atti virili dalla sposa decantata nelle Antifone e nei Responsorii. Per ciò, avendo io verso di voi una sollecitudine fraterna, vorrei almeno preparare la vostra anima all'amarezza del disinganno. Non la cullate troppo nelle promesse dei Salmi!V'è, mi sembra, qualche magnifica e voluttuosa promessa nei versetti che avete appresi “Veni, Electa mea.... Vieni, o Eletta, perchè un re ebbe desiderio della tua bellezza. Vieni! Passò l'inverno, la tortora canta, le vigne fiorenti auliscono....„ Ah, è veramente incomparabile quel latino psalmistico per dare l'imagine dell'ebrietà d'amore profondata sotto un'opulenza soffocante. Certi versetti paiono grondare d'olii odoriferi come capellature di schiave o pesare e rilucere come masselli d'oro. Quando il vescovo vi porrà sul capo la corona della verginale eccellenza, le vostre labbra dovranno pronunziare alcune parole ammirabili; nelle quali io sento e vedo non so che pondo e che splendore misteriosi. “Et immensis monilibus ornavit me.„ Parole ammirabili! Non è vero?

Ella ora mi guardava con tanta passioneche tutta la sua piccola anima tremava tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla inclinandomi appena.

— Forse io vi faccio male, un poco — le dissi. — Ma veggo in fondo ai vostri occhi un sogno così ardente che temo per voi, cara sorella; poichè la vita a cui vi apparecchiate non potrà essere conforme al vostro sogno e alla vostra natura. Vi aspetta una vita mediocre, sempre eguale, quasi torpida, misurata dalla Regola immutabile, in quel vecchio monastero della regina Sancia che già fu sepolcro a più d'una Montaga e a più d'una Cantelma. Io ho nella mia memoria una visione di quelle clarisse in un giorno di Cenere. Quando ero a Napoli, la chiesa angioina di Santa Chiara m'attraeva non solo perchè vi riposa qualcuno dei miei maggiori, non solo perchè vi si puòinvidiare il duca di Rodi che dorme nel sarcofago pagano di Protesilao e Laodamia, ma anche perchè chiudendo gli occhi vi si può assaporare la poesia diffusavi da qualche bel nome di donna morta. V'è Maria duchessa di Durazzo e imperatrice di Costantinopoli, v'è la principessa Clemenza, v'è Isotta d'Altamura, e Isabella di Soleto, e Beatrice di Caserta, e quella deliziosa Antonia Gaudino che vi rassomiglia, così dolcemente addormentata nel marmo sotto il velo che Giovanni da Nola tolse alla più giovine delle Càriti. Ho nella memoria una visione di clarisse in un giorno di Cenere. V'è dietro l'altare maggiore un'ampia grata nera, tutta irta di punte, che chiude il coro monacale; e vi s'intravedono gli ordini degli stalli ove seggono le suore, mentre il vescovo assistito da un cappuccino siede di qua dall'ostacolo reggendotra le mani un bacile d'argento pieno di cenere. Uno sportello è aperto nella grata, e le clarisse a una a una vengono e s'inginocchiano. Il vescovo introduce pel vano il braccio vacillante e segna di cenere le fronti a una a una. Le segnate si levano e tornano ai loro stalli, come larve, disfiorando il pavimento con i silenziosi piedi calzati di panno. Tutto si compie in silenzio e tutto è gelido come la cenere. Ah, cara sorella, quando avrete ricevuto anche voi quel gelo, chi mai riscalderà la vostra piccola anima?

— Chi riscaldava l'anima di Santa Chiara e la faceva ardere? — mi oppose la monacanda, come riscotendosi per non esser vinta, mentre le sue gote si coloravano.

— Un uomo: Francesco d'Assisi. Voi non potete imaginare la Damianita se non in ginocchio ai piedi diFrancesco. Un artefice religioso la figurò nell'atto di scambiare un bacio col Serafico. E ripensate il lungo idillio che fu tessuto fra l'eremo di San Damiano e la Porziuncula; ripensate le settimane di passione, di dolore e di pietà trascorse nel giardino del monastero, all'ombra degli olivi, in una estate di gran sete, quando Chiara beveva le lacrime effuse dagli occhi di Francesco quasi ciechi; ripensate infine il colloquio tra i due mistici amanti, che precedette quella suprema estasi ond'eruppe come un getto di luce il Cantico delle Creature. Avete là accanto a voi iFioretti. Ebbene, rileggete il capitolo in cui si narra “come Santa Chiara mangiò con San Francesco„. Mai convito nuziale fu illuminato da più splendide faci di amore. Ecco: “Gli uomini d'Assisi e da Bettona, e que' della contrada d'intorno,vedevano che Santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la selva ch'era allora allato al luogo ardevano fortemente, e parea che fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e il luogo e la selva insieme: per la qual cosa gli Assisiani con gran fretta corsero laggiù per ispegnere il fuoco, credendo veramente che ogni cosa ardesse. Ma, giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, intrarono dentro e trovarono San Francesco con Santa Chiara....„ Voi vedete bene, cara sorella, in quali modi la patrona della vostra Regola potesse ripararsi dal gelo. Convenite che la differenza è grande fra l'eremo luminoso di San Damiano e la clausura del vostro monastero angioino. Qui nessun incendio ma un'eguale ombra grigia ove l'umiltà si fa inerte.... Di quale specie è la vostra umiltà, Massimilla? Io penso che il vostrobisogno di schiavitù sia molto altiero.

Ella taceva, scoraggiata e anelante; ed era così dolce e così misera nel suo sbigottimento che io avrei voluto prenderla su le mie ginocchia.

— Quando appariste su per la scalea, il primo giorno, sùbito mi deste imagine dell'ermellino. Ora, sembra che nella nostra imaginazione il candore dell'ermellino non possa andar disgiunto dall'orgoglio della porpora, tanto siamo assuefatti a considerar l'uno e l'altra riuniti nei manti regali. Non forse voi portate il vostro manto a rovescio, Massimilla, per modo che la porpora è di sotto invisibile? Tale è bene la maniera d'una Montaga.

— Io non so — ella rispondeva smarritamente. — Tutto quel che voi dite, pare che debba essere.

Ed era come se ella confessasse: — Io sarò quale voi mi vorrete.

— Se io fossi il vostro sposo, Massimilla — soggiunsi, per accarezzare la sua piccola anima tremante — io vi darei una casa ove il giorno entrasse a traverso lamine d'alabastro color di miele o vetri istoriati d'istorie sibilline; e vi farei servire da cameriste e da silenziarie, calzate di feltro e vestite di stoffe placide, che passerebbero dinnanzi a voi come grandi farfalle notturne; e certe stanze avrebbero pareti di cristallo guardanti su immensi aquarii, nascoste da cortine che la vostra mano potrebbe agevolmente aprire quante volte vi venisse il desiderio di viaggiare in sogno con gli occhi per una valle oceanica piena di vite ricche e strane; e intorno alla casa vorrei crearvi un giardino di alberi che prodigassero fiori e lacrimassero aromi, epopolarlo di animali leggiadri e miti come gazzelle, colombe, cigni, paoni. E quivi, in armonia con tutte le cose, voi vivreste per me solo. E io, ogni giorno, dopo aver appagato con qualche atto efficace il mio bisogno di predominio su gli uomini, verrei a respirare l'aria sublimata dal vostro silenzioso amore, verrei a vivere presso di voi la vita pura e profonda dei miei pensieri. E qualche volta io vi comunicherei una febbre veemente; e qualche volta io vi farei piangere un pianto inesplicabile; e qualche volta io vi farei morire e rivivere per essere ai vostri occhi più che un uomo.

S'apparecchiava ella intanto alla dipartita o s'indugiava attendendo con impazienza quel che per lei tuttavia era inatteso?

Come io saliva pel viale dei vecchi bossi ove prima erami apparsa Violante sotto il grande arco, ella m'uscì incontro quasi nel medesimo luogo sorridendo d'un sorriso nuovo.

— Voi avete oggi l'aspetto d'un angelo che rechi il buon messaggio — io le dissi. — È tutto in voi lo spirito d'aprile.

Ella mi porse la mano ch'io presi e tenni nella mia alquanto.

— Che cosa dunque dovete annunziarmi? — le domandai leggendole negli occhi la novità che la trasfigurava.

Ella si smarrì, sotto il mio sguardo; e anche una volta si tinse d'un rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.

— Nulla — rispose.

— Eppure — io le dissi — v'è in tutta la vostra figura un'annunciazione.Voi me la comunicherete senza parlare, se mi concederete di camminare al vostro fianco per qualche tratto. Non ho mai sentito come in questo momento, Massimilla, la vostra armonia.

Ella certo credeva ch'io le parlassi di amore, tanto era confusa. E raggiava da tutta la sua figura uno spirito di gentilezza così vivo ch'io ripensai quelle gentili donne adunate nelle imaginazioni di Dante giovine; dalle cui labbra a quando a quando, come cade “l'acqua mischiata di bella neve„, cadono parole mischiate di sospiri. E poichè io l'amava inumanamente, anche mi tornarono alla memoria alcune delle antiche parole. “A che fine ami tu?... Dilloci, chè certo il fine di cotale amore conviene che sia novissimo.„

Noi avevamo lasciato il viale medio per internarci nel labirinto erboso. Cantavanogli uccelli ospiti del claustro, gli insetti lucidi ronzavano intorno; ma il mio orecchio era attento al fruscio che l'orlo della gonna produceva inclinando le cime dell'erbe cresciute.

Confessò alfine Massimilla, con timida voce:

— La mia partenza è differita.

Soggiunse, come per giustificarsi:

— Potrò così celebrare con i miei l'ultima Pasqua....

Ma a me parve, subitamente, ch'ella mi fosse caduta fra le braccia e che la sua guancia aderisse al mio petto e che per disgiungerla da me io dovessi farla sanguinare.

Nondimeno esclamai:

— Ecco la buona novella!

E non altro dissi, perchè il mio turbamento al contatto di quella vita palpitante fu così fiero che m'impedì qualunque simulazione pietosa. Certo, ellaattendeva da me parole di amore e di allegrezza, e ch'io le prendessi le mani, e ch'io le domandassi: — Volete rinunziar per sempre ai vostri voti ed essere tutta mia? — Questo ella attendeva. E, sentendo così vicina a me la sua angoscia, sentendomi quasi ventar sul viso come una vampa la sua bramosia di donarsi e d'esser felice, io era agitato da un fremito non dissimile a quello dell'uomo cui d'un tratto è posta sotto gli occhi una larga lacerazione che discopre gli intimi tessuti della carne viva. V'era qualche cosa di quel raccapriccio nella mia sofferenza. Fino a quell'ora io m'ero dilettato della cara anima come d'una capellatura morbida ove sia dolce insinuare le dita pensando che domani sarà recisa. Ed ecco, quell'anima aderiva alla mia con tutte le sue pene.

“Io potrei fare di te un essere digioia!„ Era come una promessa, era quasi un desiderio. E l'una e l'altro trasparivano pur nelle ultime mie parole; e veramente, fino a quell'ora, inclinandomi verso la cara anima io aveva di tratto in tratto inteso l'orecchio a percepire un indizio di quella vena occulta ond'era sorto un giorno il bel riso repentino. Ah perchè doveva io dunque deludere una speranza tanto dolorosa e rinunziare a cingere di quella silente adorazione il mio potere?

Noi eravamo soli, in una strana solitudine ove io sentiva quasi direi la vacuità dello spazio aereo che avrebbero occupato le altre due figure se presenti accanto a noi. E l'ansietà che quell'assenza produceva nel mio spirito era penosa come l'affanno dell'attesa. — Dov'erano, che facevano Anatolia e Violante in quell'ora? Stavano anch'elle nel giardino? — Io le vedevospuntare alla svolta d'ogni sentiero, e imaginavo l'espressione del loro primo sguardo nell'incontrarci. E consideravo la singolarità del contegno che entrambe avevano mantenuto in quei giorni e cercavo di penetrarne il significato vero. Anatolia m'appariva con quel suo benigno ed eroico sorriso di martire, rassegnata a spremere fino all'ultima stilla tutte le virtù del suo cuore per lenire mali immedicabili; m'appariva con que' suoi occhi puri che avevano talvolta un bagliore invitevole, come le acque dei laghi nelle leggende rivelano con un insolito riflesso l'esistenza dei sommersi tesori. Chiusa nel suo tedio e nel suo disdegno, Violante m'appariva in un'attitudine enigmatica che poteva sembrar quasi ostile, infondendomi una specie di malessere non dissimile a quello che dànno i presentimenti funesti; poichè ella aveva dietrodi sè per la mia imaginazione l'ombra della sua roccia fatidica e il mistero delle sue remote stanze pregne di profumi mortali.

Io avrei voluto chiedere a colei che mi veniva da presso: — V'è qualche cosa di mutato nella voce delle vostre sorelle dilette quando elle vi parlano quando parlano tra loro? Hanno elle talvolta nella voce e nello sguardo qualche cosa che vi fa male? E piomba talvolta su voi, mentre siete l'una accanto all'altra respiranti nel medesimo cerchio, piomba su voi un silenzio che vi soffoca, simile a quello che precede gli uragani? E sentite allora inaridirsi d'un tratto la vostra tenerezza e sollevarsi dal fondo un'acredine simile a un tossico? E, ditemi, piangono le vostre sorelle in disparte? O anche v'accade, talvolta, di piangere insieme?

Così avrei voluto interrogare la taciturna e soffrire d'amore con lei.

Io la guardai. Ella soffriva e gioiva.

— Voi portate sempre un libro — io le dissi, per rompere alfine l'incanto ambiguo — al modo di una sibilla.

Ella mi mostrò il volume.

— È il libro che portavo il primo giorno — disse ella, con quel suono indefinibile che rivela nella voce l'umidità delle lacrime.

— E il filo d'erba?

— S'è bruciato.

— Metteteci dunque una rosa rossa.

Ma ella aveva nella sua commozione una grazia così umile, e tanto ingenuamente lasciava trasparire l'intimo ardore da cui era compresa, ch'io non seppi discostarla da me nè seppi rifiutar la dolcezza di sentirla struggere a poco a poco.

— Sediamoci — le dissi. — Leggiamoinsieme qualche pagina. Vi piace il luogo?

Era una piccola eminenza prativa, constellata di anemoni, quieta, a cui alcuni tassi in forma di piramidi davano quasi un aspetto cimiteriale. Nel centro una cariatide, ripiegata in modo che il petto toccava quasi le ginocchia, sosteneva la lastra marmorea d'un orologio solare. E quivi, come presso una mensa, stavano due sedili per una coppia di amanti che guardando l'ombra dello gnomone volessero provare la voluttà malinconica di un lento e concorde perire. Ancora scorgevasi incisa nel marmo, sotto le linee orarie, la sentenza:

ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.

ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.

— Sediamoci qui — io dissi. — È un luogo delizioso per godere il sole d'aprile e per sentir fluire la vita.

Una lucertola verde ci guardava con i suoi piccoli occhi lucenti, ferma sul quadrante, senza timore, come un essere familiare. Quando ci sedemmo, disparve. Allora io posi le mani sul marmo, che era caldissimo.

— Quasi scotta. Sentite!

Massimilla vi pose anch'ella ambe le mani, bianche sul bianco; e ve le mantenne. Il punto d'ombra attingeva l'estremità dell'anulare, restando coperta dalla palma la cifra indicatrice dell'ora.

— Ecco che voi siete designata dallo stilo come l'ora della beatitudine — io le dissi perchè gustavo profondamente l'armonia della sua grazia in quell'atto e perchè così l'amavo.

Ella socchiuse gli occhi; e anche una volta la sua piccola anima tremò tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla inclinandomi appena.

— La santa — soggiunsi toccando il libro — ha per voi nel flutto della sua prosa un verso divino, d'una soavità suprema, più soave di quelli che germinavano nella mente di Dante prima dell'esilio. “Stava quasi beata e dolorosa.„

Ella si sentiva circonfusa di luce e d'amore, come già forse ne' suoi sogni reconditi; e beveva dalla mia parola e dalla mia presenza e dalla sua illusione e dall'aperta primavera un'ebrezza il cui ricordo doveva forse riempire tutta la sua vita. Non parlava, immobile nell'atto in che io l'avevo lodata; ma io compresi le cose ineffabili che diceva il sangue eloquente nelle vene delle sue belle mani ignude.

“Lasciate ch'io l'ami finchè ella è di questo mondo!„ ripetevo alle sue sorelle, poichè mi sembrava di veder rilucere i loro occhi tristi a traversola fronda dei tassi. “Lasciatemi cogliere questi anemoni e versarli su la sua chioma che sarà tonduta!„

Ella stava quasi beata, e la sua inconsapevolezza più m'inteneriva, perchè io l'amavo e le dicevo: “Io t'amo, ma a patto che domani tu muoia. Io ti do questa fiamma purchè tu la porti teco nel tuo sepolcro. Tale è la necessità che ci preme.„

Ella si scosse, e si passò le mani su la faccia; e mormorò:

— Questo sole dà lo stupore.

— Volete che andiamo? — le chiesi.

— No — rispose ella con un debole sorriso. — Secondo il vostro consiglio, io debbo saturarmi di sole. Restiamo ancora un poco qui. Dianzi, volevate leggere qualche pagina.

Ella appariva estenuata come se fosse a pena rinvenuta da un deliquio.

— Leggete, dunque! — pregò, spingendo il libro verso di me.

Io lo presi, lo apersi e lo sfogliai qua e là, scorrendo con gli occhi qualche linea. L'ombra fugace d'una rondine passò su la pagina; e udimmo da vicino il fremito delle ali.

— Che meraviglia fu per me — ella soggiunse — quando quel giorno voi mi ripeteste l'esortazione di Santa Caterina! Io era ancora tutta piena del suo spirito, e voi quasi indovino mi parlavate di lei....

Sentivo nella voce della clarissa una confidenza e un abbandono così profondi ch'ella non avrebbe saputo più palesemente significarmi: “Eccomi, io sono tua, io t'appartengo tutta quanta come nessun'altra creatura viva, come nessuna cosa inanimata potrebbe appartenerti. Io sono la tua schiava e la tua cosa.„

Veramente ella pareva possedere una qualità innaturale, pareva per sè abolire la legge che vieta agli uomini nell'amore il dono e il possesso perpetui e perfetti. Ella pareva veramente, nella gran luce del sole, trasfigurarsi per la mia imaginazione in una forma cristallina e fluida, in una liquida essenza ch'io potessi assorbire, di cui potessi impregnarmi come d'un profumo.

— Io credo — le dissi — che qualche volta leggendo questo libro voi dobbiate sentir la vostra anima evaporare come una goccia su un ferro arroventato. Non è vero? “Fuoco e abisso di carità, dissolvi oggimai la nuvola del corpo mio!„ grida la santa. E voi avete segnato in margine queste parole. V'è in voi un'aspirazione costante a vanire.

Il suo volto bianco mi sorrise nelsole, su la bianchezza del marmo, quasi sparente.

— Ecco un altro segno. “Anima ebra, ansietata e affocata d'amore.„ Eccone anche un altro. “Siate un'arbore d'amore, innestata nell'arbore della Vita.„ Quale eloquenza di passione ha questa vergine! Ella affascina tutte le taciturne, perchè parla e grida per loro. Ma ciò che rende prezioso il libro, a chiunque ami la vita, è l'abondanza del sangue che vi scorre, vi bolle e vi fiammeggia di continuo come su un altare di sacrifizio nel giorno delle grandi immolazioni. Pare che questa domenicana non abbia del mondo se non una visione vermiglia. Ella vede tutte le cose a traverso un velo di sangue ardentissimo. “La memoria s'è empiuta di sangue„ ella dice. “Troverò il sangue e le creature, e berrò l'affetto e l'amore loro nel sangue.„Una specie di rossa demenza l'assale talvolta. “Annegatevi nel sangue„ ella grida “bagnatevi nel sangue, saziatevi di sangue, inebriatevi di sangue, vestitevi di sangue, doletevi di voi nel sangue, rallegratevi nel sangue, crescete e fortificatevi nel sangue!„ Ella conosce tutto il pregio del dolce e terribile liquore poichè lo vede non solo nel calice ma erompere dalle vene degli uomini, ella che è presa nel turbine della vita, ella che porta il suo velo in mezzo al fremito degli odii atroci e delle passioni violente onde il suo secolo è bello. Ecco qua la meravigliosa lettera a Frate Raimondo da Capua. Avete voi potuto leggerla senza tremare nelle midolle? “E teneva il capo suo in sul petto mio. Io allora sentiva uno giubilo e uno odore del sangue suo....„ Quel che qui io sento non è soltanto l'estasi eucaristica ma la voluttàreale. Mi par di veder palpitare e dilatarsi le narici delicate della giovine donna. È ben di lei questa frase che io ammiro: “Armarsi della propria sensualità.„ Ella doveva avere i sensi acuti, perchè tutta la sua scrittura è brulicante d'imagini vive, fierissima di colorito e di movimento, quasi dantesca nel vigore e nell'audacia. Ah, cara sorella, non è questa una guida che possa condurvi in pace alla porta del chiostro! Voi sentite nella tunica della Mantellata non soltanto l'odore del sangue ma tutti gli odori della vita superba per mezzo a cui ella è corsa, indòmita. Una moltitudine innumerevole, vestita di bigello e di porpora, di ferro e d'oro, l'ha avvolta come un turbine, con “il fuoco dell'ira e dell'odio„, che non è men fervido del fuoco d'amore. Frati, monache, eremiti, donne di delizia, condottieri,principi, cardinali, regine, pontefici, tutte le tempre d'un secolo duro e magnifico ella tratta con la sua volontà infaticabile. Ella è possente in contemplazione e in azione. Ella chiama “carissimo fratello„ Alberico da Balbiano, e i cavalieri della Compagnia di San Giorgio “carissimi figliuoli„. E alla regina Giovanna di Napoli osa scrivere: “Ahimè, piangere si può sopra di voi come morta!„ E a Gregorio XI: “Siatemi uomo virile, e non timoroso.„ E al re di Francia dice: “Voglio„. Per ciò, Massimilla, io la prediligo; e anche perchè ella possiede un Giardino, una Casa e una Cella del conoscimento di sè; e anche perchè è di lei questo motto: “Mangiare e gustare anime„; e infine perchè, prima del Vinci, ella ha scritto: “L'intelletto nutrica l'affetto. Chi più conosce più ama; e più amando piùgusta.„ Alta parola, che è la regola d'ogni bella vita interiore.

Io seguivo, parlando, negli occhi aperti e fissi di Massimilla il ritmo lento di un'onda che pareva aver non so qual rispondenza musicale con il suono della mia voce; e così nuova e strana era per me quella sensazione che io prolungavo il mio dire per tema d'interromperla.

Appena tacqui, in fatti, ella chinò la fronte; e in silenzio lasciò sgorgare dai suoi limpidi occhi due rivi di lacrime.

Non le chiesi perchè piangesse; ma le presi le mani che erano come dolci foglie arse dal meriggio. E sotto quel cielo d'aprile estuoso, presso quel marmo abbagliante su cui l'ombra dello stilo sembrava immobile da indefinito tempo, tra quei tassi funerei e quei coronali anemoni, io ebbi alcuni attimid'indicibile esultanza. Iovidiuno spirito, che non era il mio, giungere di repente e mantenersi per alcuni attimi in quella parte della vita, di là dalla quale — secondo il verbo di Dante — non si può ire più per intendimento di ritornare.

E mi parve che, dopo, il resto dell'amore e della vita non dovesse per quello spirito aver pregio alcuno.

Dopo, mi parve che la beatrice riprendesse per me il sembiante ch'ella m'aveva mostrato il primo giorno sedendo tra i due fratelli come l'imagine della Preghiera. Avendo sollevato il suo velo per guardare nella profondità de' suoi occhi, io avevo veduto sotto la mia investigazione compiersi un rapido prodigio. Ne conservavo ancora dentro di me una specie d'abbagliamento; ma il velo era ricaduto, e per sempre.

Di nuovo ella mi parve “partita di questo secolo„.

Cosicchè, quando un giorno Oddo mi raccontò una storia pietosa di nozze impedite dalla morte, io l'ascoltai come si ascolta una leggenda di tempi remoti; e sentii allora come fosse vero e profondo il mio distacco.

Ella era stata amata e richiesta in isposa da Simonetto Belprato, due anni innanzi; e, a similitudine d'Ifianea, aveva perduto il promesso quasi alla vigilia del maritaggio.

Già vicina alle sue nozze, beataLe ghirlande apprestava; e le fu spento.

Già vicina alle sue nozze, beata

Le ghirlande apprestava; e le fu spento.

Oddo mi ravvivò nella memoria il ricordo pallido di Simonetto; e mi rappresentò la mite figura giovenile di quello studioso, erede ultimo di una famiglia nobile di Trigento, ritrattosi nella provincia presso la madre vedova per erborare e morire.

— Povero Simonetto! — diceva Oddo rimpiangendolo con animo fraterno. — Lo vedo ancora in arnese di erborista, col suo tubo di latta appeso a una spalla, col suo bastone uncinato e col suo portafoglio di marocchino verde. Passava quasi tutti i giornia erborare o a preparare e a disseccare le piante raccolte. Aveva riempito la sua casa di erbarii; e su le custodie egli poteva ben mettere per emblema la sua arme fiorita. Tu sai: i Belprato usano per arme un campo partito in linea retta da una fascia d'oro, il cui mezzo campo superiore è rosso con un giglio d'argento e quel di sotto è verde tutto seminato di fiori rossetti con fronde d'oro. Non ti par singolare, Claudio, questa congiuntura? L'ultimo dei Belprato erborista! Io predicavo a Massimilla, per ridere: — Tu finirai tra due fogli di carta grigia. — S'erano fidanzati nel giardino, erborando, e parevano fatti l'uno per l'altra. Noi anche eravamo contenti, perché Massimilla non si sarebbe allontanata troppo da noi e sarebbe entrata in una buona casa. (I Belprato sono, come sai, di nobiltà antica, benchè decaduti negli ultimisecoli. Vennero di Spagna nel Regno con Alfonso d'Aragona.) Tutto era pronto per le nozze. Mi ricordo bene del giorno in cui arrivò da Napoli l'abito nuziale con la ghirlanda di fiori d'arancio, dono magnifico di nostra zia Sabrano. Massimilla se lo provò: era deliziosa. Io e Antonello volemmo che anche Anatolia e Violante se lo provassero, per augurio: povere creature adorate! La ghirlanda — mi ricordo — s'impigliò nelle trecce di Violante in un modo così strano che non fu possibile toglierla senza strappar qualche capello che rimase tra i fiori. Una delle serventi mormorò ch'era un cattivo presagio. Non mentiva. Simonetto, in fatti, doveva rimaner vittima della sua manìa. Era d'autunno; ed egli si recava spesso a Linturno per raccogliere le piante acquatiche nel fiume morto. Certo là, e non altrove, preseil germe della febbre perniciosa che lo distrusse in due giorni. Avemmo un funerale invece d'uno sposalizio. Fortunati sempre!

Eravamo nelle stanze di Antonello, che le tendine abbassate rendevano quasi oscure poiché il giorno di fuori s'annuvolava. Io non vedevo per le finestre il cielo; eppure avevo su me la sensazione del tepore esterno, un po' snervante, ed ero certo che di fuori cominciava a cader qualche goccia di pioggia, qualcuna di quelle lagrime calde che sono così dolci quando toccano il viso o le mani. Antonello stava disteso sul suo letto, immobile, senza parlare. S'udiva di tratto in tratto garrire una rondine.

— Per questo, forse — domandai a Oddo — Massimilla entra nel monastero?

— Non so; non credo — egli rispose. — Ègià passato molto tempo. Ma, certo, la vita per lei in questa casa dev'essere più incresciosa che per le altre. Io sempre penso ch'ella debba credersi disseccata ed estinta come le piante degli erbarii che Simonetto le lasciò in testamento. Ah quell'abito nuziale rimasto chiuso in un armadio come una reliquia! Ci pensi tu? Quella spoglia bianca che omai deve aver preso l'odore delle piante secche! Ci pensi tu? Credi tu che la Morte possa avere nel mondo un museo più triste di quello che Massimilla custodisce? Io qualche volta sono ingiusto; qualche volta non so dissimulare una specie d'amarezza che mi sale dal cuore quando penso che Massimilla se ne va, ci abbandona. Mi sembra che alla sua partenza debba seguire il dissolvimento finale; mi sembra che un turbine ci debba dissipare e disperdere tutti, come un mucchiodi stracci. Ella intanto cerca di salvarsi. Ma io sono ingiusto. Veramente, ella è forse qui la più infelice. S'è avverato per lei quel che io le dicevo ridendo. Ella crede d'esser divenuta simile ai fiori e alle foglie degli erbarii. Per rivivere, per riavere un'illusione di vita, ella si sforza di comunicare con le cose vive. Non l'hai tu veduta quando affonda le mani nella verzura e resta in quell'atto per sentirsi scorrere su la pelle i bruchi? Non sai tu ch'ella passa ore ed ore nel giardino a cercare le bestiole e a farsele amiche? In questo ella è, come tu dicesti, un esemplare di perfezione francescana. Ma che diresti se tu sapessi che questo non è se non un desiderio angoscioso di sentire la vita? Io l'ho compreso; io solo forse l'ho compreso....

Egli proferì le ultime parole a bassavoce, quasi che le dicesse soltanto a sé medesimo; e poi tacque, forse per considerare entro di sé la creatura della sua imaginazione conturbata. — Era un sogno d'infermo quel suo? O la Massimilla vivente rispondeva in realtà a quella derelitta custode di piante morte? — Io non m'indugiai in questo dubbio; ma volli assaporare tutta la poesia che le strane imagini diffondevano nell'ombra della stanza ove ora giungeva il crepitío fioco della pioggia svegliando nelle mie narici il bisogno di aspirare il sentor della terra inumidita. Mi levai per aprire un poco la vetrata più vicina: l'odor terrestre entrò.

— Nei primi mesi, dopo la morte di Simonetto — riprese a dire Oddo — ella aveva molta cura degli erbarii. Passava lunghe ore nella camera ov'erano riposti, a esaminare i fogli e aleggere le schede. E spesso io le tenevo compagnia, tanto ella mi faceva pena. Un giorno — ricordo — la sorpresi mentre apriva l'armadio dove ella conserva l'abito nuziale, nella camera stessa. Un altro giorno — ricordo — di primavera, ella m'apparve tutta commossa perché un bulbo di narcisso aveva germogliato.... È strano; non è vero, Claudio? Ho veduto quel bulbo rimettere ancora una volta, nella primavera scorsa. E questa volta? Non ho chiesto a Massimilla.... Vuoi che andiamo a vedere?

Egli si levò in piedi, come preso da un'impazienza febrile; e diede qualche passo verso l'uscio. Ma Antonello, che era ancor disteso sui suoi guanciali, anche si levò col medesimo aspetto — vivo nella mia memoria — con cui egli aveva annunziato il passaggio della lugubre portantina; e, mettendosi l'indicesu la bocca per significarci di tacere, si chinò verso la parete guardante la loggia, e stette a origliare. Nel silenzio non s'udiva se non lo strèpere eguale e dolce del tiepido nembo primaverile sul giardino chiuso.

— Non uscite! — bisbigliò Antonello.

Non chiedemmo il perché, tanto era palese sul viso emaciato e contratto di lui la causa di quel timore. E, come ci giunse un suono di voci e di passi, Oddo s'accostò all'uscio e l'aprì un poco per intraguardare. Io anche m'accostai; e, stando alle sue spalle, scorsi per la fenditura Anatolia che conduceva al suo braccio la madre, seguíta da una delle due donne grige, nella loggia coperta. La principessa Aldoina camminava a fatica, appoggiandosi alla figlia con tutto il suo peso, vestita stranamente d'un abito pomposo a lungo strascico, ornatadi falsi gioielli, pallida ed enorme, con il capo alzato e un poco piegato in dietro, con gli occhi socchiusi, con un indescrivibile sorriso errante su le labbra appassite, quasi che il romore della pioggia sul lastrico del cortile fosse per lei un susurro d'omaggio in mezzo a cui ella passasse regina andando verso il suo trono. E tutta la luce della pietà dolorosa era nel volto filiale che si chinava verso la demente.

Come l'apparizione si dileguò, rimanemmo per qualche attimo sospesi in un'angoscia affettuosa. E, mentre udivasi ancora il suono dei passi tristi, io rivedevo entro di me con una straordinaria evidenza l'effigie della vergine atteggiata di pietà e di dolore, quale erami apparsa nella sua luce vera e suprema. E mi sorgeva dall'intimo un sentimento quasi religioso come dinnanzi a un mistero sacro, poiché nessunodegli atti anteriori compiuti dalla pura consolatrice al mio conspetto aveva il pregio e la significazione di quello compiuto da lei inconscia sotto il mio sguardo nascosto. Ella attingeva d'un tratto nella mia anima un'altitudine sublime, irradiata da tutto lo splendore della sua bellezza morale, sollevata da tutta la forza della sua volontà eroica. Contemplata così, fuor d'ogni attenenza con me medesimo, nel segreto della sua propria vita a cui io era estraneo, nell'assoluta sincerità del suo sentimento, ella assumeva una specie ideale che nel mio spirito l'accomunava alle intrepide creature fatte immortali dai poeti, vittime divine d'un sacrificio volontario. Antigone conducente per mano il vecchio padre cieco o prostrata a ricoprire di polvere il cadavere fraterno non era più tenera e più forte di lei, non aveva una fronte più pura e uncuore più largo. In quella sorta di languido tedio, in quell'ombra snervante ove un infermo approfondiva il suo male mentre una voce inquieta evocava l'imagine d'un vano supplizio tra una flora defunta, la consolatrice apparendo dava d'un tratto al mio spirito una sollevazione di vita e, come una subita luce percotendo la parete oscura fa scintillar nel trofeo la spada immobile, traeva un gran lampo dalla mia volontà riposta. V'era in lei una virtù che avrebbe potuto produrre un frutto portentoso. La sua sostanza avrebbe potuto nutrire un germe sovrumano. Ella era veramente la “nutrice„ ma quale appariva la vergine Antigone al cieco Edipo esule ed errante. Un'immensa moltitudine di creature avide avrebbe potuto abbeverarsi nella sua tenerezza senza esaurirla. Non conservava ella sola, come l'eroina antica, in sé, nelsuo gran cuore, la fiamma geniale mancata al focolare di sua stirpe moribonda? Non era ella unicamente l'anima della triste casa? Massimilla nel suo orto arido, Violante nella sua nube di profumi impallidivano dinnanzi a quella loro sorella che camminava con sì fermo passo e con sì dolce sorriso nella via dell'immolazione.

E io pensai a Colui che doveva venire.

Eravamo seduti, io e il principe Luzio, presso un balcone aperto, nell'ora pomeridiana in cui l'ardenza già troppo forte di quel maggio morente cominciava a temperarsi e le nuvole pellegrine stampavano qualche vasta ombra cerulea su la valle accesa. Poiché ricorreva l'anniversario della morte di Re Ferdinando, il principe fedele a commemorare il suo lutto evocava nel mio spirito tutte le tristezze e tutti gli orrori della lunga agonia regale; e là, su i profumi salienti dal giardino chiuso, i lugubri fantasmi si succedevano senza tregua risvegliati dalla voce senile. Il muto viaggio su per l'alture di Ariano e nel Vallo di Bovino tra bufere di neve; i funesti presagi che si levavano a ogni passo; i primi segni del male apparsi in una sera gelida mentre il Re assideratoarrancava su i ghiacci che inasprivano l'erta; la sua smania ansiosa di proseguir nel cammino senza indugi come se il destino inesorabile lo incalzasse; lo spaventevole pallore di cui tingevasi all'improvviso in conspetto della folla tra le onoranze ch'egli presentiva estreme; le grida che gli strappava lo spasimo e che copriva il clamore della festa nuziale; il turbamento dei medici adunati intorno al suo letto dubitanti sotto lo sguardo ostile e sospettoso della Regina; il suo scoppio di lagrime al primo entrare della duchessa di Calabria, freschissimo fiore di giovinezza, nella camera già infetta dalle esalazioni del morbo, dov'egli giaceva invecchiato e quasi inebetito dalle sofferenze; poi il tragico addio da lui rivolto alla sua propria statua mentre gli infermieri lo trasportavano in un'altra camera; poi l'imbarco su la nave,cerimonia triste come un mortorio, e il suo lugubre motto quando la barella fu discesa nel boccaporto allargato a colpi di scure; poi l'arrivo a Caserta, il rapido aggravamento, la dissoluzione putrida del suo corpo nel gran letto circondato d'imagini sacre, di reliquie miracolose, di crocefissi, di lampade, di ceri; infine la pompa del Viatico, il sollevarsi del Re su i guanciali irriconoscibile fra il terrore degli astanti, le ultime parole, la cristiana serenità della morte, la disputa tra la Regina e i dottori per l'imbalsamazione del cadavere, l'assistenza dei soldati intorno alla bara addetti a nettar di continuo le innumerevoli piaghe purulente: tutte le tristezze e tutti gli orrori passavano nelle memorie. E io ascoltando pensavo al duca di Calabria singhiozzante in un angolo come una femminetta. “Ah, che bello e terribile sogno avrebberopotuto alimentare in lui giovine gli odori della morte, per quelle torbide settimane di primavera! In quali superbe e inebrianti meditazioni si sarebbe profondata la mia anima all'ombra dei vasti alberi, e come l'impetuosa agitazione constretta nei tronchi possenti mi sarebbe parsa piccola al confronto della mia!„

Il principe Luzio narrava come un giorno il Duca di Calabria fosse entrato all'improvviso, tutto sbigottito e ansante, nella camera del padre infermo, ad annunziargli la cacciata del Granduca di Toscana, e con qual violenza di parole il Re avesse giudicata la pusillanimità del parente.

— Ah, se Ferdinando non fosse morto! — esclamò il vecchio, con un gesto quasi minaccioso. — Poche ore prima di spirare, egli diceva: “Mi è stata offerta la corona d'Italia....„ Non pensitu, Claudio, che un Borbone la porterebbe oggi sul capo?

— Forse — io risposi con grande rispetto. — E, se così fosse, ai primi onori del Regno dovrebbe essere esaltato il Principe di Castromitrano. Lasciate che io vi dica quanto ammiri la vostra dignità e la vostra fede. Voi siete dei pochissimi, tra i nostri pari, che abbiano mantenuto intatto e intenso il sentimento della virtù di stirpe. Piuttosto che rinunziare al privilegio e prendere un'attitudine disconveniente al vostro orgoglio legittimo, piuttosto che apparire il superstite di voi medesimo, vi siete ritratto dal mondo, ma dopo averlo abbagliato con un supremo splendore di magnificenza; e siete venuto in solitudine ad aspettar l'evento che il Destino riserba alla vostra Casa. La sventura vi ha trattato da grande; poiché v'è anche un privilegiodi dolore, e il vostro fu ben riconosciuto.

Il volto paterno del principe s'era fatto grave e attento. La venerazione che la sua bella canizie inspirava alla mia anima era assai più profonda di quella manifestata dalla mia parola; ma vi s'aggiungeva una tenerezza di qualità così pura che non poteva essermi data se non da una presenza feminile. Sentii infatti lo spirito di Anatolia. Apparsa su la soglia della porta che si apriva in fondo alla stanza, ella era passata in silenzio lungo la parete e s'era seduta nell'ombra di un angolo, bianca, misteriosa e propizia come un Genio familiare.

— Lontano dal mondo, — io soggiunsi — chiuso in una nube così densa di tristezza, voi avete potuto nutrire fino a oggi la speranza in una risurrezione delle cose che sono morte; edho ancora nell'orecchio la profezia della vostra fede. Certo, le cose che sono morte risorgeranno; ma trasformate. Se voi voleste per un sol momento affacciarvi su lo spettacolo che dà oggi il mondo, sentireste il vostro sogno antico cadervi dall'anima come una foglia arida e vi parrebbe inutile per Francesco di Borbone il ricupero del suo piccolo Stato e pur l'acquisto d'Italia. Sia un Borbone o sia un Sabaudo sul trono, il Re è pur sempre assente; poiché non si chiama Re un uomo il quale, essendosi sottomesso alla volontà dei molti nell'accettare un officio ben determinato e angusto, si umilia a compierlo con la diligenza e la modestia di un publico scriba che la tema d'esser licenziato aguzzi senza tregua. Non dico il vero? Né diversamente saprebbe regnare Francesco. Subito dopo la morte del padre, non scrisse egli di suo pugnoun editto per ristabilire gli effetti della Costituzione abolita? e non fu Alessandro Nunziante quegli che impedì fosse promulgato? Ma richiamate alla vostra memoria la lamentosa proclamazione dell'8 dicembre, data dalle casematte di Gaeta. È quello il linguaggio di un Re, e d'un Re vinto?

Avendo ascoltato in silenzio, con le sopracciglia contratte, il principe Luzio disse non senza un'ombra di severità:

— Si vede che è in te il sangue di Gian Paolo Cantelmo.

— È in me il sangue di tutti i miei maggiori. Ah, caro padre (lasciate che io vi dia questo nome!), so bene quanto vi riesca dolorosa la rinunzia a un sogno di giustizia, innanzi a cui tanti e tanti anni è rimasta accesa la fiamma della vostra fede; ma io voglio dirvi che per noi e per i nostri pari non v'è omaisalvezza se non a patto di sostituire il proposito energico all'inutile speranza. Sopportate che io vi parli senza ambagi. È inutile sperare che si levi d'improvviso un qualche bollore eroico nel sangue stagnante di San Luigi. Io ho visitato l'Esule, di recente: egli è pieno d'una placida rassegnazione, dedito alla beneficenza e alla preghiera, memore del suo brevissimo regno come d'un lontano sogno angoscioso. La vostra profezia trarrebbe dalle sue labbra un sorriso incredulo e mite: nulla più. Se il suo spirito migra qualche volta verso il Golfo, non forse Capodimonte ma la cima dei Camaldoli è la sua mèta. Egli s'è assuefatto a una vita modesta e pia: non vede più brillare la corona nelle sue notti. Lasciamolo placidamente dormire!

Il principe fedele aveva chinato il capo sul petto; e io vedevo nella suafronte china le rughe approfondirsi come solchi pieni di pensiero.

— Non per lui soltanto è opaco il fato. Il crepuscolo dei Re è tutto cinereo, cieco d'ogni splendore. Spingete lo sguardo pur oltre i paesi latini. All'ombra di troni posticci vedrete falsi monarchi compiere con esattezza le loro funzioni publiche in aspetto di automi o attendere a coltivar le loro manìe puerili e i loro vizii mediocri. Il più potente, il padrone di più vaste turbe, corroso nei suoi muscoli erculei dal tarlo del sospetto, si consuma solo in una cupa misantropia, non avendo nemmeno il gusto di contrapporre alle piccole formule chimiche dei suoi ribelli una qualche magnifica strage ad arme bianca per irrigare e concimare le sue terre isterilite. V'ha però un'anima veramente regale, e voi forse avete potuto considerarla da presso: è dellastirpe di Maria Sofia. Quel Wittelsbach mi attrae per l'immensità del suo orgoglio e della sua tristezza. I suoi sforzi per rendere la sua vita conforme al suo sogno hanno una violenza disperata. Qualunque contatto umano lo fa fremere di disgusto e di collera; qualunque gioia gli sembra vile se non sia quella che egli stesso imagina. Immune da ogni tossico d'amore, ostile a tutti gli intrusi, per molti anni egli non ha comunicato se non con i fulgidi eroi che un creatore di bellezza gli ha dato a compagni in regioni supraterrestri. Nel più profondo dei fiumi musicali egli estingue la sua sete angosciosa del Divino, e poi ascende alle sue dimore solitarie ove sul mistero delle montagne e dei laghi il suo spirito crea l'inviolabile regno che solo egli vuol regnare. Per questo sentimento infinito della solitudine, per questafacoltà di poter respirare su le più alte e più deserte cime, per questa consapevolezza d'essere unico e intangibile nella vita, Luigi di Baviera è veramente un Re; ma Re di sé medesimo e del suo sogno. Egli è incapace di imprimere la sua volontà su le moltitudini e di curvarle sotto il giogo della sua Idea; egli è incapace di ridurre in atto la sua potenza interiore. Nel tempo medesimo egli appare sublime e puerile. Quando i suoi Bavari si battevano con i Prussiani, egli era ben lungi dal campo di battaglia: nascosto in una delle sue isolette lacustri, obliava l'onta sotto uno di quei ridicoli travestimenti ch'egli usa per favorire le sue belle illusioni. Ah, meglio sarebbe per lui, piuttosto che frapporre tra la sua maestà e i suoi ministri un paravento, meglio sarebbe raggiungere alfine il meraviglioso impero notturno cantato dal suo Poeta!È incredibile ch'egli non si sia già partito dal mondo, trascinato dal volo delle sue chimere....

Il principe teneva ancora la fronte china, in un'attitudine così grave che pur nella foga del dire io mi sentivo premere il cuore dalla tema d'averlo addolorato; e un'ansietà filiale m'invase, di consolarlo, di risollevare il suo bel capo candido, di vedergli brillare negli occhi l'insolita gioia. La presenza di Anatolia mi comunicava non so quale ardore generoso e quasi un bisogno di rivelare quanto eravi in me di più superbo e di più forte. Ella era immobile e tacita nell'ombra, come un simulacro; ma la sua attenzione m'irradiava l'anima, come un fascio di luce.

— Voi vedete, mio caro padre — io ripresi a dire, senza poter frenare i palpiti che mi sembravano ripercuotersi nella voce — voi vedete che da pertutto le antiche regalità legittime declinano e che la Folla sta per inghiottirle nei suoi gorghi melmosi. Veramente esse non meritano altra sorte! E non le regalità soltanto, ma tutte le cose grandi e nobili e belle, tutte le idealità sovrane che furono un tempo la gloria dell'Uomo pugnace e dominatore, tutte sono sul punto di scomparire nell'immensa putredine che fluttua e si solleva. Io non vi dirò fin dove giunga l'ignominia, perchè dovrei usar parole che offenderebbero il vostro orecchio; e, dopo, converrebbe purificar l'aria con qualche granello d'incenso. Io mi son partito dalla città, soffocato dal disgusto. Ma ora penso al dissolvimento quasi con giubilo. Quando tutto sarà profanato, quando tutti gli altari del Pensiero e della Bellezza saranno abbattuti, quando tutte le urne delle essenze ideali saranno infrante, quandola vita comune sarà discesa a un tal limite di degradazione che sembri impossibile sorpassarlo, quando nella grande oscurità si sarà spenta pur l'ultima fiaccola fumosa, allora la Folla si arresterà presa da un pànico ben più tremendo di quanti mai squassarono la sua anima miserabile; e, mancata a un tratto la frenesia che l'accecava, ella si sentirà perduta nel suo deserto ingombro di rovine, non vedendo innanzi a sé alcuna via e alcuna luce. Allora scenderà su lei la necessità degli Eroi; ed ella invocherà le verghe ferree che dovranno novamente disciplinarla. Ebbene, caro padre, io penso che questi Eroi, che questi nuovi Re della terra debbano sorgere dalla nostra razza e che fin da oggi tutte le nostre energie debbano concorrere a prepararne l'avvento prossimo o lontano. Ecco la mia fede.

Il principe aveva sollevato la fronte; e mi guardava con occhi intenti e un poco attoniti, quasi che io gli apparissi in un aspetto inopinato. Ma una vivacità insolita, che rianimava tutta la sua persona, mi diceva com'egli fosse già tocco dal mio ardore.

— Ho vissuto alcuni anni in Roma — continuai, con una confidenza più sicura — in quella terza Roma che doveva rappresentare “l'Amore indomato del sangue latino alla terra latina„ e raggiare dalle sue sommità la luce oltremirabile di un Ideale novissimo. Sono stato testimonio delle più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano disonorato un luogo sacro. E ho compreso l'alto simbolo che si cela nell'atto di quel conquistatore asiatico, il quale gittò cinque miriadi di teste umane nei fondamenti di Samarcanda volendo instituirlacapitale. Non credete voi che il savio tiranno volesse significare la necessità delle crude recisioni nel punto di dar principio a un ordine veramente nuovo di cose? Bisognava immolare e poi gittar nei fondamenti della terza Roma gli uomini chiamati liberatori e, seguendo l'antico uso funerale, anche porre ai piedi loro e ai fianchi loro e tra le loro mani liberatrici le cose che essi amarono ed ebbero più familiari, e divellere e trascinar dai vertici delle montagne i più gravi massi di granito per chiudere in eterno le sepolture profonde. Ma non mai si videro in terra vite più tenaci e più pestifere! Primieramente dunque, caro padre, in Roma ho appreso questo: — Il naviglio dei Mille salpò da Quarto sol per ottenere che l'arte del baratto fosse protetta dallo Stato. — Pur tuttavia, tra lo schiamazzo dei trafficatori,ho potuto intendere la voce misteriosa e remota che persiste quivi in tutti i sassi come nei nicchi marini; e allo spettacolo sublime dell'Agro ho potuto consolarmi d'ogni disgusto. Ah, padre, chi potrà mai disperare delle sorti del Mondo finchè Roma sia sotto i cieli? Quando io la penso e l'adoro, non so vederla se non nell'atto in cui ella fu effigiata su la medaglia di Nerva: col timone fra le mani. Quando io la penso e l'adoro, non so specificare la sua virtù se non con la parola di Dante: “in ogni generazione di cose, quella è ottima che è massime Una„. E il suo principio di unità, come già fu, dovrà ancor essere adunatore ordinatore e conservatore di tutto ciò che è buono e pieghevole all'ordine, nel Mondo. Le similitudini dantesche delle glebe e delle fiamme ben le si convengono, potendosi le prime concepire come formantiuna base unica e le seconde come riunite in un solo e medesimo apice. Fermamente credo che la più gran somma di dominazione futura sarà appunto quella che avrà in Roma la sua base e il suo apice; poichè io Latino mi glorio d'aver posto a principio della mia fede la verità mistica enunciata dal Poeta: “Non è dubbio che la Natura abbia disposto nel mondo un luogo atto all'universale imperio; e questo è Roma„. Ora, per qual misterioso concorso di sangui, da qual vasta esperienza di culture, in qual propizio accordo di circostanze sorgerà il nuovo Re di Roma?

La bella febbre, che nel deserto laziale aveva infervorato le mie meditazioni fino all'ebrezza, si riaccendeva nelle mie vene; e i grandi fantasmi già espressi dal suolo sacro mi rioccupavano lo spirito in tumulto; e tutte lesperanze generate dal mio orgoglio violento su quella solitudine memore della più sanguigna fra le tragedie umane, tutte si risollevavano e si riagitavano in confuso, dandomi un'ansia che a pena io poteva sostenere. L'aspetto del vecchio venerabile assumeva per me una solennità più grave, poichè in quell'ora io considerava in lui il depositario della virtù che sul tronco secolare di sua stirpe erasi dischiusa alla luce della gloria in magnifiche forme; e a lui, già inclinato verso il sepolcro e reso veggente dal dolore, io stava per dimostrare come a un giudice i diritti del mio sogno ambizioso e per chiedere come a un augure il buono auspicio e per proporre come al mio pari l'alleanza che m'era necessaria. La muta presenza della vergine nell'ombra aumentava quella mia ansia, poiché ella veracemente m'appariva comela destinata a divenir per l'amore “Colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli„. Io non osava rivolgermi verso di lei, tanto sembravami sacro in quel punto il mistero della sua verginità; ma si definiva in me l'imagine indistinta degli occulti tesori suscitatami alcuna volta da uno straordinario lume intraveduto nel fondo de' suoi occhi trasparenti; e, pur senza rivolgermi, io sentivo palpitare in quel lembo d'ombra una specie di animata ricchezza, una viva forma carica d'un pregio inestimabile, non so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine custodite sotto i veli nei penetrali dei templi.


Back to IndexNext