Chapter 8

— Voi siete, con me, convinto — soggiunsi — come ogni eccellenza del tipo umano sia l'effetto di una virtù iniziale che per innumerevoli gradi,d'elezione in elezione, giunge alla sua intensità massima e si manifesta ultimamente nella progenie col favore delle congiunture temporanee. Il valor del Sangue non è soltanto vantato dal nostro orgoglio patrizio, ma è pur anche riconosciuto dalla più severa dottrina. Il più alto esemplare di coscienza non potrà apparire se non alla cima di una stirpe che si sia elevata nel tempo per un'accumulazione continua di forze e di opere: alla cima di una stirpe in cui sieno nati e si sieno conservati per un lungo ordine di secoli i sogni più belli, i sentimenti più gagliardi, i pensieri più nobili, i voleri più imperiosi. Considerate ora una gente di remotissima origine regale, fiorita al sole latino in una terra felice rigata dai ruscelli di una nova poesia. Traspiantatasi in Italia, ella vigoreggia con talrigoglio che in breve tempo nessun'altra può sostenerne il paragone. “Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro„ ha sentenziato il Vinci. E quella gente sembra aver posto a principio della sua grandezza una sentenza anche più ardua: “Tristo è quel figliuolo che non avanza il padre suo„. Per uno sforzo concorde e ininterrotto, di genitura in genitura ella va elevandosi verso le superiori apparizioni della vita. In tempi di cieca ira, in cui la ragione non s'affida se non all'arme, ella già sembra comprendere “che quegli uomini, che sopra gli altri hanno vigore di intelletto, sono degli altri per natura signori„. E fin dall'inizio la sua disciplina ha un carattere intellettivo e par dettata da Dante, consistendo nel ridurre in atto sempre tutta la potenza dell'intelletto possibile, in prima a speculare e quindi per questoad operare. Tanto negli offici più gravi, quanto su i campi più sanguinosi, quanto nelle feste più liberali, ovunque ella primeggia: ottima egualmente nel capitanare gli eserciti, nel governare gli stati, nel condurre le ambascerie, nel proteggere gli artefici e i saggi, nell'erigere i palazzi e le chiese. A tutta la vita italiana nelle sue più diverse forme ella si mescola; in ogni più fresca fonte di cultura ella s'immerge. Vivere è per lei affermarsi e accrescersi di continuo, è lottare e vincere di continuo: vivere è per lei predominare. Un formidabile istinto di dominio la scaglia innanzi senza tregua, mentre un lucido e sicuro pensiero dirige l'impeto durevole. E sempre — come quelli arcieri prudenti che il Machiavelli dà in esempio — ella pone la mira assai più alto che il luogo destinato. Tanto i suoi fattisono insigni che i maggiori poeti ne perpetuano la fama, e gli scrittori d'istorie li paragonano a quelli dei capitani antichi e li arrecano ad esempio dei venturi. Tuttavia sembra che la sua virtù non siasi ancor manifestata intera, non abbia ancora attinto l'altezza insuperabile; sembra che le sue energie accumulate debbano, domani o fra un secolo o nel tempo indefinito, espandersi in una suprema apparizione...—Cave adsum!— interruppe il principe sorridendo d'un magnifico sorriso. — Non è forse l'impresa di cotesta tua gente?— Ella potrebbe anche portar l'impresa dei Montaga — io risposi pronto. —Sub se omnia.Il principe s'inchinò con un atto che valeva da solo a dimostrare come la mia risposta non fosse una semplice cortesia, ma bene si addicesse alla dignitàdel suo gran nome. Egli mi riappariva simile all'imagine che di lui era rimasta nella mia memoria al tempo della puerizia: bellissimo esemplare di una superiore umanità, manifestante in ogni suo atto la sua essenza diversa, il sentimento della sua assoluta separazione dalla moltitudine, dai comuni doveri, dalle comuni virtù. Sembravami ch'egli avesse potuto scuotere dalla sua anima il peso della sciagura che l'accasciava e risollevarsi in tutta la sua prestanza virile, quasi assumendo la qualità meravigliosa delle sue mani: di quelle sue mani belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo, ministre superstiti di una liberalità non paragonabile se non all'antica “che per piccoli servigi amava ricompensar grandemente„.Volgeva l'ultima ora della luce; e dai cieli accesi l'annunziazione dell'Estatediscendeva sul giardino gentilizio ove tra l'odore austero dei bossi centenarii le statue — pallide e pur vigili come memorie in un'anima fedele — evocavano con i loro gesti i fantasmi dell'abolita grandezza. Ma di là dal claustro si apriva l'immensa corona di rocce foggiata dal fuoco primordiale, così aspra e superba che sembrava degna di sostener su ciascuna delle sue punte un Prometeo incatenato.Quelle punte aveva io veduto fiammeggiare nel cielo della prima sera come piropi, d'un lume incredibile, e la più alta restar di fiamma su l'ombra comune, acutissima ferire il cielo simile al grido della passione senza speranza. Solo io era in quel crepuscolo remoto, e le tre principesse misteriose erano lungi nel loro chiuso giardino, e la mia sorte era ancor estranea alle sorti loro. Ma ecco, in una simigliantecongiuntura di cose, stava per effettuarsi il fato presentito in quella prima agitazione del mio desiderio; io stava per proferire una parola solenne e irrevocabile. — Era io dunque escito d'ogni perplessità? Fra le tre beatrici che in quella lontana sera io aveva creduto intraveder nell'atto di ricevere su le braccia protese il mio dono primaverile, una alfine era da me eletta per l'alleanza necessaria? E io avrei dunque proferito il suo nome al conspetto del padre? — Un nuovo turbamento m'invase; e mi parve che Anatolia nell'ombra non fosse più sola, ma che le sorelle fossero venute in silenzio a sedersi presso di lei e che i loro occhi fossero sopra di me intentissimi.Come mi volsi, scorsi nell'ombra la figura immobile e bianca; e ogni altra imagine si disperse, e ogni vana inquietudine cadde.Ella era il simbolo vivente della securità, era la Vegliante e la Tutelare. Con la sua forza e la sua pazienza, al lume del suo proprio sorriso, ella aveva saputo convertire il dolore in un'armatura adamantina che la rendeva invincibile. Ella era fatta per custodire, per alimentare e per difendere sino alla morte quel ch'era commesso alla sua fede. E io la vidi un'altra volta — nel mio sogno — vegliare con la pura fronte raggiante di presagi sul figlio del mio sangue e della mia anima.Allora dalle radici stesse della mia sostanza — là dove dorme la virtù indistruttibile degli avi — sorse e andò verso l'eletta la volontà di crear quell'Uno in cui dovevano trasmettersi tutte le ricchezze ideali della mia gente e le mie proprie conquiste e le perfezioni materne. Profondissimo mi divenne allora il sentimento di dipendenza originariache legava il mio essere attuale agli antenati più lontani; e, come la cima dell'albero compendia in sé tutta la vita del tronco ramoso fino alle estreme radici, io sentii vivere in me tutta la stirpe, che la morte non aveva distrutta se non nelle specie corporee, nelle forme transitorie delle generazioni. E la pienezza e la veemenza di quella vita parevano abolire i limiti del mio natural potere.— Voi avete riconosciuto in me dianzi, non senza un'ombra di severità, il discendente di Gian Paolo Cantelmo — io dissi al principe sorridendo. — Bisogna ch'io confessi che nella mia Casa gli esempi di disobbedienza e di ribellione al Re non sono rari. Ma v'è il Leon rosso che li giustifica; e voi certo non ignorate la patente ch'ebbero i Cantelmi da Carlo II d'Inghilterra. Di antichissimo sangue regio, essi non hannomai potuto facilmente rassegnarsi a non considerare il Re come un loro eguale. Sembra, anzi, che essi non combattano mai altro avversario con tanto ardore con quanto combattono il Re. E, se Gian Paolo turba i sonni a Ferdinando d'Aragona e umilia Alfonso, Giacomo I e Menappo abbattono in Benevento Manfredi, Giacomo VIII guerreggia con fortuna contro Ladislao a fianco di Braccio da Montone e dello Sforza, Antonio si oppone a Renato d'Angiò. E in ogni Cantelmo una tendenza originale a far parte da sé solo, a separarsi, a ben determinar la persona e la potestà proprie. Sembra che ognuno fondi la concezione della sua dignità sul fermissimo convincimento “che l'essere uno è radice dell'essere buono e che ciò che è buono è tale perchè consiste in uno„. In questo io riconosco con gioia uno dei caratteri essenziali del dominatorea venire: del Monarca, del Despota. Ma v'ha anche un'altra singolarità che mi conforta, ed è la gran somma delle signorie raccolta nelle mani dei Cantelmi in terra latina. Si può dire che, in diversi tempi e partitamente, essi abbiano tenuto il governo di tutta Italia. Giacomo I è ambasciatore di pace alla Repubblica di Genova, è Vicario in Lombardia, Capitan generale nella Marca d'Ancona, Viceré negli Abruzzi; Giacomo II è Vicario e Podestà di Firenze; Bonaventura VIII, Viceré di Sicilia; Rostaino VII, Capitan generale della Serenissima, Senatore di Roma.... Ovunque essi esercitano l'imperio e, nell'esperimento dei popoli diversi, apprendono a “ben conoscere come gli uomini s'abbino a guadagnare o perdere„. Ovunque anche combattono e lasciano la vita nell'atto di compiere un qualche prodigio: “il buon Cantelmo„, immortalenel verso del Tasso, tinge di suo sangue regio le mura di Gerusalemme; Giacomo II muore in pro dei Fiorentini contro Castruccio Castracane; il primo duca di Sora Nicolò muore alla difesa di Costantinopoli con Costantino Paleologo; Ascanio muore nelle acque di Lepanto a fianco di Don Giovanni d'Austria; Bonaventura VIII è da Carlo V reputato degno della difesa di tutto l'Impero, e di lui dice l'Imperatore che lo eleggerebbe a suo campione se dovesse rischiar la corona in una giostra; il grande Andrea dà l'esempio straordinario di una vita intesa tutta a combattere senza mai tregua, dalla primissima giovinezza fino all'ultimo respiro.... Ecco, veramente, il tipo più compiuto che sia escito fino ad oggi dalla mia razza. Andrea è uno dei più alti eroi della volontà e della constrizione. Tralasciamo il novero delle suefortune. In Italia, in Germania, in Fiandra, in Francia, in Ispagna, quasi innumerevoli sono le città e i luoghi da lui acquistati e aggiunti al Cattolico Impero, gli assedii posti e sostenuti. Egli è il Poliorcete per eccellenza, negli stratagemmi maestro fecondo quant'altri mai, ardentissimo e prudentissimo nel tempo medesimo, “scorgendosi in lui„ come dice uno dei suoi storici “unite tutte quelle doti e qualità ch'in altri più illustri Capitani separatamente osservate si sono„. Ma quel che ai miei occhi lo innalza sopra tutti è l'inaudito rigore della disciplina a cui egli sottoponeva sé medesimo e le sue milizie. Certi suoi tratti di severità m'inebriano più che la vista delle bandiere da lui tolte ai nemici. Comandando sempre milizie senza paga e male in arnese, egli riesce ad averle in pugno pronte e diritte come una spada sola. Nessunomai conobbe meglio di lui il modo d'imprimer sé stesso su la condotta altrui. Eloquente e nervoso nel discorso, egli preferisce pur sempre alla virtù della parola la diretta efficacia dell'esempio. Va sempre innanzi alle sue schiere, a piedi quando guida i fanti; dorme sempre vestito; non mangia e non beve se non quel che mangiano e bevono i suoi soldati; è il primo sempre all'assalto, l'ultimo a ritirarsi; coperto di ferite rifiuta di deporre l'armatura; sul campo della vittoria o nella città espugnata, non tocca mai bottino. E nella guerra delle Fiandre si rende così terribile che le madri, per ottenere obbedienza dai fanciulli, li spaventano col suo nome. Può un uomo determinar la sua propria effigie con un rilievo più schietto e più gagliardo? Escì mai da conio medaglia battuta conimpronta più fiera? Nel suo secolo Andrea è soprannominato novello Epaminonda. Ebbene, anche in questo infaticabile guerriero risalta il carattere intellettuale della stirpe. Non pure egli è dottissimo nelle lingue, matematico insigne, maestro di architettura militare, scrittore di scienza bellica, ma è buon conoscitore e splendido proteggitore delle arti liberali. Eritio Puteano dedicandogli un'opera latina lo invocaArmorum gloria, Litterarum tutela. Cornelio Scheut d'Anversa offrendogli un suo libro di disegni capricciosi lo rappresenta Eroe cultor di eleganze fra le armi,Heros inter arma elegantias colens. Prosegue Andrea in questo la tradizion familiare, alla cui origine risplende inghirlandata Fanetta Cantelma, Dama di Romanino, poetante “con un certo furor divino„ tra i lauri di Provenza in una Corte d'Amore.E non sembra siasi anche trasmessa in lui qualcuna delle attitudini prodigiose per cui Alessandro si eleva tra i discepoli del Vinci a Milano? Egli imagina novissime forme di fortificare; costruisce su la Mosa il celebre Forte chiamato a gloria del suo inventore il Forte Cantelmo; fabbrica armi strane che ai contemporanei paiono quasi magiche.... Non v'è qualche cosa di leonardesco in questi suoi ingegni, che ricorda Alessandro?Avevo proferito il nome di Colui che vivendo in continua comunione col mio spirito era da me tenuto come il Genio della stirpe destinato a risorgere un giorno su dal tronco superstite in un'apparizione di vita sublime. “O tu, sii quale devi essere„. Sotto il suo sguardo e sotto il suo ammonimento erasi determinato in linee definitive il mio cómpito; ed ecco, nell'orain cui stava per risolversi una grande cosa, egli ponevasi al mio fianco. Io l'aveva dinnanzi agli occhi vivo, come se la sua mano pallida e tirannica fosse poggiata allo spigolo del tavolo che m'era da canto e quivi posassero la statuetta di Pallade e la melagrana dalla foglia aguzza e dal fiore ardente. “O tu, sii quale devi essere„. E un'altra figura giovenile, che sembrava il minor fratello di lui, gli si teneva di contro come un riflesso.— Alessandro ed Ercole! Ecco i due purpurei fiori succisi che due divini artefici, Leonardo e Ludovico, raccolsero e commutarono in indistruttibili essenze. Andrea Cantelmo quando morì aveva già manifestato tutte le sue energie ch'egli portava in sé; e la morte lo colse al limitare della vecchiezza, coperto di gloria, súbitodopo quell'assedio di Balaguer che fu la massima delle sue imprese eroiche. Ma questi due, affacciatisi alla vita con le mani colme di tutti i semi della speranza, avevano dinnanzi a loro ogni più vasta possibilità. Le loro teste giovenili parevano fatte per portar la corona regale, l'antica corona già portata dai padri. In un d'essi il Vinci divinava il futuro fondatore di un nuovo principato, il Tiranno trionfante che doveva imporre alle moltitudini il giogo di quella Scienza e di quella Bellezza a cui il grande maestro aveva iniziato il discepolo prediletto. Ma la sorte volle differire il compimento della profezia. Entrambi gittarono la loro vita nel primo impeto, poiché un troppo veemente ardore li divorava: Ercole nelle arene del Po contro gli Schiavoni; Alessandro su le rive del Taro alla battagliadi Fornovo. Ricordate i versi con cui l'Ariosto celebra il bellissimo figliuolo di Sigismondo Cantelmo?Il più ardito garzon che di sua etadeFosse da un polo a l'altro e da l'estremoLito de gli Indi a quello ove il Sol cade....Troppo la sua morte fu crudele! Nell'incursione temeraria fatto prigioniero, ebbe il capo tronco su lo scalmo d'un naviglio, che servì di ceppo, al conspetto del padre. Imagino che il sangue irruppe dal taglio come una fiamma e bruciò il fianco della galèa. Non imagino, anzi, ma vedo. Qual prodigiosa e terribile tempesta di giovinezza dovette esser quella che provocò il colpo di sprone, onde il cavallo fu lanciato a furia contro il riparo del nemico! Ah, caro padre, ho conosciuto anch'io qualcuna di tali tempeste e la sa il mio cavallo e lasanno le macerie della campagna di Roma... Certo, Ercole in quell'attimo si sentiva degno di stringere fra i suoi ginocchi la fiera alata che nacque dal sangue di Medusa.Cave adsum!Celebrandolo, l'Ariosto ha un verbo che da solo lo irraggia di gloria significando come l'audace morisse per non mancare al proposito tenuto da ogni Cantelmo: che è quel di persistere pur contro la peggior morte nel posto ove uno collochi sé riputandolo il più bello. Nell'assalto egli aveva al suo fianco un compagno. Come entrambi furono sopra al nemico,Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.Egli restò, uno contro mille. E il divino Ludovico pone la sua figura bella e cruenta sul principio di un canto ove Bradamante fa prodigi con la sua lancia d'oro. Ma la morte di Alessandrosomiglia quella di un semidio. A Fornovo, nel più forte della battaglia, scoppia un uragano e il Taro straripa con terribile violenza. Alessandro scompare d'improvviso, come uno di quelli antichissimi eroi ellenici che un turbine sollevava dalla terra assumendoli trasfigurati nel Cielo. Il suo corpo non si ritrova nè sul campo nè in altro luogo. Ma egli vive, vive nei secoli, d'una vita più intensa della nostra. Di lui non l'effigie soltanto ha tramandato sino a me il Vinci, ma la vita, la vera vita. Ah, caro padre, se voi aveste veduto una sola volta l'imagine non avreste potuto dimenticarla. È indimenticabile. Nessuna cosa al mondo ha per me un egual pregio, e nessun tesoro mai fu custodito con più appassionata gelosia. Chi mi ha dato la forza di sostenere una così lunga solitudine e una così dura constrizione? Chi ha infusonel mio spirito, pur tra i più aspri rigori della disciplina quella specie di sobria ebrezza che fa sembrar leggero qualunque sforzo? Chi se non egli Alessandro? Egli rappresenta per me la potenza misteriosamente significativa dello Stile, non violabile da alcuno e neppur da me medesimo nella mia persona mai. Tutta la mia vita si svolge sotto il suo sguardo seguace; e, in verità, caro padre, chi resiste alla prova assidua di un tal fuoco non è degenere. “O tu, sii quale devi essere!„ ecco il suo quotidiano ammonimento. Ma, mentre egli così m'incita ad integrarmi, anche mi tiene dinnanzi agli occhi la visione di un'esistenza superiore alla mia in dignità e in forza. E sempre io penso a Colui che deve venire.M'arrestai, sentendo che la mia voce si mutava, temendo che traboccasse aun tratto l'onda che mi riempiva il cuore. E così profondamente l'anima del vecchio comunicava con la mia, che in quel punto egli fece l'atto involontario di tendere verso di me le due mani.— Poichè è necessaria una volontà duplice a crear quest'Uno, che deve avanzare i suoi creatori, — io soggiunsi quasi a voce bassa, inclinandomi verso di lui — non potrei ambire a un'alleanza più alta di quella che mi darebbe il diritto di chiamarvi padre come vi chiamo...E, vinto dalla commozione, rimasi inclinato stringendo nelle mie le sue mani che tremavano, mentre egli mi sfiorava la fronte con le labbra senza dir parola. Ma udii nel silenzio, pur tra i palpiti del mio cuore e il respiro affannoso del padre, il lievissimo passo di Anatolia che usciva dalla stanza.— Andava ella a piangere in disparte? — La sua imagine, che avevo veduta immobile e bianca nell'ombra, scintillò nel mio cielo interiore come una costellazione di lacrime. — Andava ella a piangere sola? Forse ella stava per incontrare su la sua via le sorelle... — Quel dubbio mi turbò a dentro, d'improvviso. Il mio sguardo cadde sul cammeo che splendeva nella mano paterna.E, mentre saliva dal giardino chiuso il profumo della sera, mi si spandeva per l'anima un sentimento oscuro come di un fascino che s'addensasse intorno a me con la lentezza di quell'ombra crepuscolare.Quale intanto era il cuor di colei che stava per dipartirsi? In quali modi la sua mistica vita si disponeva intorno al ricordo dell'ora suprema segnata dallo stilo sul marmo luminoso?ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.Ella era forse tornata più d'una volta al piccolo cimitero dei tassi e degli anemoni; e novellamente forse aveva posto le sue gracili mani sul quadrante per patirne il calore; e forse aveva ripensato la mia esortazione. “Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra....„ E più d'una volta forse, coperta con la palma la cifra indicatricedell'ora divina, ella aveva atteso palpitando nel gran silenzio per veder l'ombra dello stilo attingere l'estremità dell'anulare come in quel giorno di sogno; e forse aveva pianto perché il prodigio d'amore non s'era rinnovato.SINE SOLE SILEO.Io congiungeva l'imagine della custode di erbarii fintami da Oddo e l'imagine di quella triste anima errante intorno all'orologio solare che aveva segnato per lei l'ora della beatitudine invano. E pensavo: “Se io possedessi la potenza di foggiarti un bel fato in quella guisa che l'artefice forma la cera obbediente, o tu che mi venisti incontro uscendo da un orto arido ove un voto funebre ti aveva chiusa, Massimilla, io così compirei con la morte la tua figura ideale, conl'opportuna morte io compirei la tua perfezione; poiché nessun'altra ora ti attende, in cui tu possa trovar qualche pregio, essendo tu giunta una volta in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare. Io farei che, guidata dal divino ricordo, tu ritornassi al luogo ove in sogno io colsi i coronali anemoni per versarli sul tuo capo, e quivi tu ritrovassi presso il marmo orario l'attitudine armoniosa in che prima io ti lodai. E l'attimo in cui il punto d'ombra attingesse l'estremità dell'anulare, quello sarebbe della tua morte. Allora io medesimo, sotto l'immobile sguardo della cariatide prostrata, vorrei cavar la fossa per il tuo frale; e ti vorrei comporre come le gentili donne composero Beatrice nella visione di Dante, e coprirti anche la testa di quel loro velo. Ma non porrei la crocesul tuo sepolcro né altro segno pio; sì bene, per incidervi un epitaffio degno della tua gentilezza, evocherei l'ultimo figliuolo delle Grazie nato in Palestina come il tuo Sposo celeste: un cantore di fanciulle colpite da morte precoce, Meleagro di Gadara, ghirlandato di giacinti, dal flauto soave. — O Terra, universal madre, salute! Sii or tu leggera per questa vergine: tanto poco ella pesò su te! — „Così mi piaceva ornare il sentimento ch'ella m'inspirava e convertire in poesia la sua tristezza.— Il bulbo di narcisso nell'erbario ha germogliato per la terza volta? — le domandai d'improvviso un giorno, mentre eravamo su le acque del Saurgo in vicinanza della città morta.Ella si turbò tutta, e mi guardò con occhi quasi sbigottiti.— Come sapete?Io sorrisi e ripetei:— Ha dunque germogliato?— No, non più! — ella rispose chinando la faccia.Eravamo soli in una piccola scafa che io stesso guidava con l'unico remo. Violante, Anatolia e Oddo erano in altri battelli condotti dai navalestri. Il fiume era quivi così largo e lento che somigliava quasi uno stagno; e una innumerevole greggia di ninfee lo ricopriva. I grandi fiori candidi a foggia di rose galleggiavano tra le foglie lucide esalando un'umida fragranza che pareva posseder la virtù di dissetare.Quivi Simonetto aveva compiuto le sue erborazioni, nell'autunno micidiale. Io imaginavo la figura del giovine erborista chino su le acque ad esplorare il limo, nel tempo in cui le ninfee stavano per nascondersi. Il suohortus siccusdoveva certo conteneregli esemplari inerti di tutta quella flora acquatica diffusa intorno alla ruina.Come gli occhi di Massimilla seguivano i moti dei mio remo che a quando a quando fendevano qualche foglia o spezzavano qualche stelo, io dissi pianamente:— Pensate a Simonetto?Ella trasalì.— Come sapete? — mi chiese di nuovo, agitata, coprendosi di rossore.— So da Oddo....— Ah! — fece ella senza dissimulare il suo rammarico per questa mia consapevolezza che pareva ferirla. — Oddo vi ha raccontato....Ella si chiuse in un silenzio che io indovinavo quanto le fosse penoso. Fermai il remo per qualche istante; e il leggerissimo legno restò immobile tra quell'immenso candore di corolle vive.— Lo amavate molto? — domandai alla taciturna, con una dolcezza che forse le ricordò i nostri primi colloquii.— Come amo Oddo, come amo Antonello — rispose con un tremito nella voce, senza sollevare le palpebre.Dopo un intervallo, le domandai:— Entrate nel monastero per sacrificarvi alla sua memoria?— No, non per questo. Sarebbe omai troppo tardi....— Perché, dunque?Ella non rispose. Ma io guardai le sue mani che si contraevano come per un bisogno di torcersi; e compresi tutta l'involontaria crudeltà della mia domanda inutile.— È vero che siete risoluta a partire fra pochi giorni? — soggiunsi quasi timidamente.— È vero.Le labbra le tremavano, impallidite.— Oddo e Anatolia vi accompagneranno?Ella accennò col capo, serrando la bocca come per contenere un singulto.— Perdonatemi, Massimilla, se vi ho fatto male — io le dissi con una commozione profonda, sentendo una pesante tristezza piombare su me d'improvviso.— Tacete, vi prego! — ella supplicò con una voce irriconoscibile. — Non mi fate piangere! Che penserebbero le sorelle? Non potrei nascondere le lacrime.... E mi sento soffocare.Il grido di Oddo ci richiamava, dalle rovine. Già Anatolia e Violante avevano messo il piede nella città morta. Un uomo con la sua scafa veniva verso di noi, giudicando forse l'indugio causato dalla mia inesperienza nellospingere il legno fra l'intrico delle ninfee.“Ah, sempre io porterò in me il rammarico d'averti perduta!„ io dicevo in silenzio a colei che stava per dipartirsi. “Vorrei vederti composta nella perfezione della morte piuttosto che saperti diminuita in un'esistenza difforme a quella che il mio amore e la mia arte ti promettevano. E forse tu mi avresti indotto a esplorare qualche lontanissima regione del mio mondo, che senza di te rimarrà forse abbandonata e incolta....„Il naviglio scorreva su la nivea greggia lievemente: pel solco i calici e le foglie ondeggiavano lasciando scorgere nella limpidità cristallina la pallida selva degli steli, pallida e pigra come se la nutrisse il limo letèo. La ruina di Linturno, tutta abbracciata dalle acque e dai fiori, aveva nellasua secolare inerzia lapidea l'apparenza d'una congerie di grandi scheletri infranti. Non è nelle orbite dei teschi umani tanta vacuità esanime quanta era nei cavi di quelle pietre consunte, imbianchite come ossa dalle brume e dalle canicole. E io pensai che traghettavo una vergine morta.Poi tutto fu tocco dalla mia tristezza, in quel pomeriggio senza nube. Vagammo lungamente per l'antica ruina, cercando i vestigi della vita scomparsa. Erano vestigi incerti, che suscitavano discordi fantasmi. — Una teoria di giovinetti inghirlandati discendeva al fiume paterno cantando per offerirgli le intonse chiome crescenti? O una processione bianca di catecumeni, nutriti di latte e di miele come pargoli, vi discendeva per ricevere il battesimo? — Un'oscura leggenda di martiri diffondeva su i ruderi paganiuna specie di santità dolorosa. “Martyris ossa jacent....„ leggemmo su un frammento di sarcofago; e qua e là nelle sparse pietre effigiate ritrovammo gli emblemi e i simboli ambigui: l'aquila di Giove e il leone di Cibele assoggettati agli Evangelisti; le viti di Dioniso piegate ad esprimere il verbo del Salvatore; il cervo di Diana significante l'anima sitibonda; il paone di Era, la gloria dell'anima risorta. A quando a quando un colubro sbucava di tra i sassi e gli sterpi dileguandosi rapido come una saetta. Un uccello invisibile imitava stranamente lo strepito delle tabelle che indicano l'ora nel silenzio del Venerdì Santo.— E la vostra grande Madonna dov'è? — mi chiese Anatolia, ricordandosi delle mie lontane parole.Cercammo fra le macerie un tramite per giungere alla basilica diruta,che era all'estremità dell'isoletta, sul ramo del Saurgo contiguo alle rocce.— Forse l'acqua c'impedirà di passare — dissi io, scorgendo presso le mura un luccichio di specchi.Il fiume in fatti aveva inondato una parte della ruina sacra; e una selva acquatica vi ramificava in pace. Ma scoprimmo una breccia, e per quella potemmo penetrare nell'absida. Ciascuna delle tre sorelle entrando si fece il segno della croce, tra un gran frullo d'ali.V'era una frescura umida in una luce glauca e palpitante. L'absida e qualche pilastro della nave centrale, rimasti in piedi, formavano una specie di antro che le acque avevano invaso fin presso la mensa diserta dell'altare; e una moltitudine di ninfee, più ampie e più bianche di quelle su cui avevamo navigato, si addensava come inadorazione a piè della grande Madonna musiva che sola occupava il concavo cielo d'oro. Ella non portava su le sue braccia l'Infante, ma era sola e tutt'avvolta in un'ammantatura di color plumbeo come in un'ombra di lutto; e un profondo mistero di dolore era nei suoi occhi larghi e fissi. Su su per la curva dell'arco le rondini avevano composto una gentile corona di nidi, seguendo l'ordine delle parole scritte in giro.QVASI PLATANVS EXALTATA SVM JVXTA AQVAS.E quivi le tre vergini insieme s'inginocchiarono e pregarono.“Se noi ti lasciassimo in questo asilo, con le ninfee e con le rondini!„ pensai guardando Massimilla che nella preghiera pareva inchinarsi sempre più verso la terra. “Tu vi abiteresti come una najade romita che avesse obliatoArtemide per adorare la dolorosa divinità novella.„ E io imaginava la sua metamorfosi: — compiuti i suoi riti solitarii tra il coro delle rondini, ella s'immergeva nelle acque e discendeva alle radici dei fiori....Ma nulla veramente quivi ai miei occhi vinceva di bianchezza una nuca quasi oppressa dal peso d'una capellatura più densa dei grappoli marmorei che ornavano la fronte dell'altare. Per la prima volta io vedeva Violante in ginocchio; e quell'atto era così disdicevole alla qualità della sua bellezza, che io ne soffrivo come di una disarmonia; e con una strana inquietudine aspettavo ch'ella si levasse di tra i due paoni simbolici che in mezzo ai grappoli aprivano le loro penne occhiute.Prima delle altre ella si levò, con una di quelle stupende movenze percui la sua bellezza pareva superar sé stessa in quella guisa che una luce continua sembra crescere se d'un tratto renda una scintillazione.Exaltata juxta aquas!Al ritorno ella venne meco sul fiume, seduta su la piccola prora di contro a me che in piedi spingevo il battello col remo. Un turbamento invincibile mi teneva, mentre mi riapparivano nella memoria la mano imperlata di sangue e il roveto carico di fiori. Da quell'ora lontana, per la prima volta io mi ritrovava solo con Violante, a viso a viso.— Ho una gran sete — ella disse inclinandosi in dietro verso l'acqua con una movenza che nell'esprimere il desiderio pareva quasi agguagliarla all'elemento fluido e voluttuoso.— Non bevete di quest'acqua! — iola pregai, vedendo ch'ella si nudava le mani.— Perché?— Non ne bevete!Allora ella immerse le mani ignude, recise una ninfea, e si chinò a respirarne l'umidità fragrante. Pareva che intorno a noi una trepidazione indistinta invadesse la greggia floreale. Come il sole era caduto dietro le rocce, un riflesso roseo appena percettibile cadeva dal cielo vespertino su l'innumerevole candore.— Guardate le ninfee! — esclamai, fermando il remo. — Non vi sembra che in questo momento abbiano una straordinaria espressione di vita?Ella immerse di nuovo le mani fino ai polsi e le tenne abbandonate, carnei fiori natanti; e, mentre il suo sguardo correva su la moltitudine commossa, il sorriso della sua bocca era così divinoche la mia anima volle attribuirgli la virtù del prodigio.Veramente ella era degna di operare tutte le meraviglie e di sottomettere alla sua bellezza pur l'anima delle cose. Io non osavo dir parola, tanto al suo fianco parevami parlante il silenzio. Ma, stando noi chini verso l'acqua, eravamo congiunti l'uno all'altra da un fascino non dissimile a quello che ci aveva accomunati il primo giorno in conspetto della rupe ardente. Non stridevano sul nostro capo gli sparvieri ma garrivano le rondini a volo gittando a tratti dai loro bianchi petti quasi un lampo.— Ebbene? Non ci moviamo? Non avete più forza? — mi disse ella rivolgendosi, con un accento indefinibile d'irrisione, e penetrandomi in fondo agli occhi. — Non vedete che gli altri battelli sono già discosti?Considerò la flottiglia per un poco, corrugando leggermente la fronte.— Anatolia ci richiama — soggiunse. — Affrettatevi!Il Saurgo sembrava allargarsi nel tramonto, dileguarsi in una infinita lontananza, riacquistare la forza della sua correntìa, promettere di condurci in paesi più belli. E in quella creatura sovrana, tutta inclinata verso quel grande e dolce fiume roseo dall'ardor della sete come da un violento desiderio di fluidità conforme alla sua essenza voluttuosa, era tal mistero di bellezza e di poesia che la mia anima si protese verso di lei col più fervente atto di adorazione.— Guardate! — mi disse allora la rivelatrice, mostrandomi lo spettacolo ch'ella avrebbe potuto crear con un gesto. — Guardate!Intorno a noi, su l'acqua scorsa daun leggero brivido, le corolle vive si chiudevano con un moto quasi labiale, esitavano per qualche istante, si ritraevano, si sommergevano, scomparivano sotto le foglie, l'una dopo l'altra o insieme a gruppi, come se dal profondo una virtù sonnifera le attirasse. Larghe plaghe rimanevano deserte, ma talvolta quivi nel mezzo una sola ninfea s'attardava effondendo la sua estrema grazia in quell'indugio. Una vaga malinconia fluttuava su l'acqua nel punto ove scompariva ciascuna delle ritardanti. E sembrava, allora, che pel grande e dolce fiume roseo incominciassero a vaporare i sogni notturni della moltitudine sommersa.Ma su la vetta del Corace fu l'apparizione impreveduta per cui si determinarono le nostre sorti ultimamente.Avevamo fatta una sosta a Scultro per visitarvi l'antichissima badia dove si conservano i resti del mausoleo suntuoso, opera di Maestro Gualtiero d'Alemagna, elevato da una Cantelma a memoria di sé medesima e de' suoi tre figli: da quella magnificaDomina Ritache, sposata a Giovanni Antonio Caldora, fu madre del gran condottiere Jacopo. E io e Anatolia eravamo rimasti ultimi nella cappella umidiccia a contemplare la figura supina del giovine eroe tutto chiuso in arme grave sino alla gola ma scoperto il capo chiomato che riposa così regalmente sul guanciale marmoreo.Poi, dopo un lungo tratto, avendo lasciato le mule in un pianoro, eravamo giunti su per un calle aspro e angusto al ciglio settentrionale del cratere primitivo cangiato nel lago a cui Secli dà il nome. Ai nostri piedi avevamo,da una banda, la valle fulva del Saurgo; dall'altra, i forti sproni che la maggiore giogaia protende nelle sottoposte pianure limitate dal mare in lontananza. Su le nostre teste, dall'immenso cristallo ceruleo pendevano alcune nuvole quasi immobili, coerenti e abbaglianti come acervi di neve.Seduti su i macigni, guardavamo in silenzio. Violante e Massimilla apparivano affaticate; e Oddo non riusciva ancora a calmare il suo ànsito. Ma Anatolia andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori.Era in me un'inquietudine confusa e ineguale, che talvolta s'addensava fino a opprimermi come un'angoscia. Io sentivo che omai l'ora della scelta mi stava sopra inevitabile e che non potevo più indugiarmi nelle vicende tormentose e dilettose del desiderio e della perplessità né più studiarmi difondere in una armonia i tre nobili ritmi. Per l'ultima volta in quel giorno le tre beatrici m'apparivano congiunte, sotto la luce d'un medesimo cielo. — Qual tempo era trascorso dall'ora prima in cui salendo per le antiche scalee, nelle voci e nelle ombre virginee come nelle parvenze d'un prestigio, tra i segni dell'abbandono e della dimenticanza, avevo composta la prima musica e compiuta la prima trasfigurazione? — Al dimane il maldurevole incanto sarebbe caduto, e per sempre.Io sentivo omai la necessità di ripetere con la viva voce ad Anatolia le parole già da me rivolte in silenzio alla pura imagine segreta ch'era stata testimone del mio colloquio col padre. — Pur dianzi, nella cappella deserta, al conspetto di quella tomba elevata dalla fede di una virago, non avevamo ambedue comunicato in un medesimosentimento e in un medesimo pensiero? Pur dianzi io le avevo detto, senza parole: “Anche tu potresti essere una genitrice di eroi, o consapevole. Io so che tu hai raccolta la mia volontà e l'hai riposta nel tuo cuore fedele, dov'ella fiammeggia come un diamante. So che, in sogno, tu hai vegliato tutta una notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, tu reggevi nelle tue palme la sua anima tangibile come una sfera di cristallo; e il tuo petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.„Io sentivo omai la necessità di scambiare con lei la promessa sicura, già che ella era sul punto di partire con la monacanda e col fratello in ben triste viaggio. Ma la mia inquietudine si faceva grave come un'angoscia, quasi che un pericolo vero mi soprastasse.E non potevo non riconoscerne la causa nel turbamento che Violante mi dava di continuo con ogni suo atto.Era là sotto di noi, nella valle, la ruina di Linturno, simile a un mucchio di pietre bianche, simile a un lembo scoperto del greto, in mezzo alle dolci acque morte; dove ella pur jeri, quasi per un duplice prodigio, aveva incantato le ninfee e la mia anima. Ancora ella m'incantava, se i miei occhi la guardavano. Seduta sul macigno come il primo giorno sul plinto, ella era simile alle statue immortali. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta, come in quel giorno; e ripensai: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammail'onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno....„Con un impeto interiore, come per liberarmi da un giogo, balzai in piedi; e, rivolto a colei che andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori, dissi:— Giacché non siete stanca, Anatolia, volete salire con me fino alla cima?— Eccomi pronta — assentì ella, con la sua chiara voce cordiale; e, accostandosi a Massimilla, le depose nel grembo i piccoli fiori.Violante rimase nella sua attitudine, tenendo fra le dita il suo velo: — impassibile, come se non avesse inteso. Ma io sentivo che le sue pupille non guardavano le cose, e mi turbai come se giungesse sino a me un raggio del fascino emanato dalla profondità occulta in cui era fisso il suo sguardo.— Non tardate a discendere! — fece Oddo con suono di preghiera,mostrando nel suo volto scarno il malessere che gli davano quelle alture: quasi un timore continuo della vertigine. — Noi vi aspettiamo.La cima del Corace insorgeva contro il cielo nuda e acuta come un elmetto, inclinata alquanto verso austro; e il tramite per giungervi correva lungo la costola ripida, angusta quasi come uno scrimolo, ond'erano spartiti nettamente i due pendii. Così difficile era quivi il passo e così periglioso che io offersi ad Anatolia la mia mano per sostegno ed ella vi poggiò la sua mentre vacillava su le asperità della roccia sorridendo. Eravamo già fuor d'ogni vista, liberi e soli, dominatori dello spazio immenso. Ci pareva che ogni respiro purificasse il sangue nelle nostre vene e alleggerisse il peso della nostra carne. E l'aroma essenziale che il fuoco del sole esprimeva dalle rareerbe alpestri, simile a un farmaco possente, accelerava il ritmo della nostra vita.Ci soffermammo, colti da una sùbita ambascia: e le nostre mani, poichè troppo forte s'erano strette, si disciolsero. Io guardai negli occhi la mia compagna, ma ella non sorrise più. Il suo volto divenne grave, quasi triste, come adombrato da un rammarico.— Fermiamoci qui — ella mormorò abbassando le palpebre. — Non posso andare più oltre....— Ancora un tratto — io le dissi incalzato da un desiderio veemente di giungere — pochi passi ancora, e tocchiamo la cima!— Non posso andare più oltre — ella ripeté, con una voce spenta che non pareva più la sua, passandosi le mani su la faccia come per toglierne qualche cosa che l'ingombrasse.Poi tentò di sorridermi.— Che strana illusione! — soggiunse. — La cima è ancora lontana. Par sempre di toccarla e, come più si sale, più diventa lontana....Poi, dopo una pausa in cui ella parve ascoltare il suo cuore profondo:— E v'è qualche anima che soffre, laggiù.Volse la fronte oscurata da un pensiero, verso il luogo dove le sorelle aspettavano.— Torniamo in dietro, Claudio — soggiunse con un accento che io non dimenticherò mai perché mai voce umana espresse in sì breve suono un sì gran numero di cose recondite.— Cara, cara Anatolia! — io proruppi prendendole le mani, tutto pieno del sentimento straordinario che mi davano quelle sue semplici parole in cui era per me l'indizio indubitabiled'un atto interiore quasi divino. — Lasciate che prima io vi ripeta quel che già più d'una volta vi ha detto il mio silenzio.... Dove potrei offrire la mia fede più degnamente che qui, in questa altezza, a voi che siete la più alta delle creature, Anatolia?Ella si coprì di pallore, non come chi oda un annunzio di gioia a lungo aspettato e invocato, ma come chi riceva in una parte vitale un colpo invisibile; e, se bene all'apparenza rimanesse immobile, fu gettata in ispirito verso di me da non so qual brivido pauroso, da non so qual movimento istintivo d'orrore — che io non percepii con gli occhi ma con uno di quei sensi ignoti che talvolta si manifestano su la trama dei nervi umani in una vibrazione istantanea e scompaiono per sempre lasciando la coscienza attonita.Ella volse intorno a sé uno sguardo pieno d'inquietudini indefinibili.— Voi parlate come se fossimo soli, — disse smarritamente — come se io fossi sola.... come se io fossi sola....— Anatolia, che avete mai? — le chiesi, turbato da quel suo turbamento inesplicabile, dall'alterazione profonda del suo volto, dall'incoerenza delle sue parole.E un pensiero balenò su la mia incertezza. — Non forse era stata assalita d'improvviso, ella assuefatta per tanti anni alla sua cupa carcere, ella rassegnata martire fra le antiche mura, non forse d'improvviso ella era stata assalita da quel terrore misterioso, da quella specie di pánico che regna nelle solitudini dei monti ardui e taciturni? — Certo, ella era in balìa del fascino terribile; e il suo spirito vi si smarriva.Un fierissimo spettacolo avevamo ai nostri piedi, da ogni banda, nella cruda luce. La catena delle rupi, tutta palese nella sua sterilità desolata fino agli estremi gioghi, si propagava come una immensa adunazione di cose gigantesche e difformi rimasta per lo stupore degli uomini a vestigio di una qualche titanomachia primordiale. Torri dirute, muraglie fendute, cittadelle abbattute, cupole sfondate, portici pericolanti, colossi mútili, prore di vascelli, dorsi di mostri, ossature di titani, tutte le enormità simulava la compagine formidabile con i suoi rilievi e i suoi anfratti. Così limpide erano le lontananze che io distinguevo ogni contorno come se avessi sotto gli occhi infinitamente ingrandita la roccia che Violante mi aveva mostrata dal davanzale con un gesto creatore. Le più remote punte si disegnavano sul cielo con la medesimaasprezza precisa che avevano da presso gli scoscendimenti del cratere al riverbero del sole. Smisurata bocca, il cratere orbicolare si spalancava con una specie di veemenza vorticosa nel suo giro, a similitudine di un gorgo, se bene inerte. Grigio in parte come la cenere, rossastro in parte come la ruggine, era qua e là interrotto da lunghe zone candide e riscintillanti come il sale, che l'acqua adunata al fondo rispecchiava nella sua immobilità metallica. E, di contro a noi, pendulo dall'orlo su l'abisso, simile a un gregge impietrito, era Secli: il villaggio solingo come un eremo, ove un piccolo popolo industre attende da tempo antichissimo a far corde di minugia per gli strumenti di suono.— Voi siete affaticata — io dissi alla cara compagna cercando di trarla verso un macigno che mi pareva potessealmeno da un lato impedirle la vista del vuoto e ridarle col contatto il senso della stabilità. — Voi siete affaticata, Anatolia, e questa fatica è insolita per voi, e questo spettacolo è forse un poco spaventoso.... Appoggiatevi qui, e chiudete gli occhi per qualche minuto. Io sto accanto a voi. Ecco il mio braccio. Saprò ricondurvi senza pericolo. Chiudete ora gli occhi, per qualche minuto....Ella tentò ancora di sorridermi.— No, no, — ella disse — non vi date pensiero, Claudio.Poi, dopo una pausa, con la voce mutata e divenuta quasi segreta:— È un'altra cosa.... Se chiudessi gli occhi, forse potrei vedere....Il mio cuore tremava come una foglia a un soffio sconosciuto. E, se bene il volto di Anatolia si fosse ricomposto in una tristezza grave ma calma e pertutta la figura di lei fosse diffuso un sentimento di dominazione sul Male, io per analogie indistinte ripensai le ansie repentine di Antonello e quelle sue inquietudini ch'erano infallibili avvisi e quelle preveggenze che illuminavano i suoi pallidi occhi.— Avete compreso, Anatolia? — io le domandai, prendendole una mano poiché eravamo addossati al macigno l'uno a fianco dell'altra. — Avete compreso che voi, voi sola, siete la compagna che il mio cuore nominò, in quella sera, quando il padre mi baciava la fronte per consentire? Voi vi alzaste e usciste dalla stanza, lieve come uno spirito; e io, non so perchè, imaginai la vostra faccia tutta bagnata di lacrime.... Ditemi se piangeste, Anatolia, e se il mio sogno vi fu caro!Ella non rispose; ma, tenendo io la sua mano, mi parve che il più purosangue del suo cuore affluisse all'estremità delle sue dita magneticamente.— Quella sera — io soggiunsi per inebriarla di speranza — tornando a Rebursa, vidi brillare la Stella in cima a una delle mie vecchie torri; e tanta fede la vostra presenza aveva infusa nella mia anima, che io considerai il caso come un presagio divino! Da allora, io congiungo due imagini in quello splendore.... Voi sapete quale sia l'altra. Riodo le prime parole che voi mi rivolgeste là su la scalea: parole evocatrici di “una immensa bontà„. In tutto quel giorno l'imagine evocata non si distaccò dal vostro fianco per mostrarmi la sua elezione. Ella medesima, in una prossima sera mi accompagnerà alla dimora che fu piena del suo sorriso e che oggi è deserta.... Guardate, laggiù!Ella guardò le torri lontane di Rebursanella conca profonda ove le nuvole pendule stampavano larghi cerchi d'ombra; ma il suo sguardo trascorse a Trigento, e nell'intervallo i segni di una ineffabile violenza interiore passarono sul suo volto. Ella scosse il capo, sciogliendo la sua mano dalla mia.— M'è vietata la felicità — disse con una voce dolorosa ma sicura, tenendo sempre gli occhi intenti al giardino delle sue pene, alla casa del suo martirio. — Anch'io, come Massimilla, mi sono consacrata; e anche il mio voto è inviolabile. E non è soltanto un atto della mia volontà, Claudio. Ora sento che è un sacrificio necessario, a cui non potrò sottrarmi. Voi avete udito dianzi il suono della mia risposta, quando mi avete invitata a salire con voi fino alla cima. Avete veduto quanto mi paresse leggero da prima il salire con voi, col sostegno della vostramano. Ma poi.... non ho potuto andare più oltre; non abbiamo raggiunta la cima. Vedete: sono qui, inchiodata a un macigno. Voi mi fate un'offerta di cui voi medesimo non conoscete il pregio come io lo conosco; ed eccomi oppressa da una tristezza tanto grave che temo di non poterla sostenere, io che non ho mai avuto paura di soffrire!Non osavo interromperla nè più toccarla. Una specie di timor religioso mi occupava. Con una commozione più forte di quella che m'aveva sollevato nella sera solenne, pur senza rivolgermi io sentivo palpitare al mio fianco non so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine custodite sotto i veli nei penetrali dei templi. La voce parlava quasi nel mio orecchio, e nondimeno mi veniva da un'infinita lontananza. Semplici erano le parole; ma esse erano proferite su le sommità dellavita, là dove l'anima umana non giunge se non per trasfigurarsi in ideale Bellezza.— Guardate, laggiù! Guardate la casa dove sin dal primo giorno noi vi abbiamo accolto come un fratello, dove nostro padre vi ha accolto come un figliuolo, dove voi avete ritrovata intatta la memoria dei vostri cari morti. Guardate quanto sembra discosta! Pure, io la sento congiunta a me da mille legami invisibili ma più forti di qualunque catena. Mi sembra che, anche di qui, la mia vita si mescoli tutta a quel poco di vita che soffre laggiù.... Ah, forse voi non potete comprendere! Ma pensate, Claudio, l'atrocità del destino che ci sta sopra; pensate quella povera madre demente, quel vecchio accasciato ed esausto, quella vittima che trema di continuo su l'orlo della follia, e quell'altra ancora, che sta sotto lastessa condanna, e l'orrore del contagio, e la solitudine, e le angustie.... Ah, voi non potete comprendere! Fin dal primo giorno io ho temuto di rattristarvi; e ho cercato di risparmiarvi le peggiori afflizioni, di nascondervi le peggiori miserie; ho cercato sempre di frammettermi tra voi e la nostra sciagura. Poche volte, o forse mai, voi avete respirato la vera tristezza della nostra casa. Noi vi abbiamo condotto all'aperto, tra i fiori che per voi solo abbiamo ripreso ad amare; e nel nostro giardino abbandonato voi avete potuto far rivivere qualche cosa morta... Ma pensate lo strazio nascosto! Voi non potete vedere; ma io vedo di qui tutto quel che accade là dentro, come se le mura fossero di vetro e io le toccassi con la mia fronte. Pare che la vita sia sospesa: il padre e il figlio sono chiusi nella medesima stanza enon osano uscire e non osano parlare e ascoltano tutti i rumori, e l'uno accresce la sofferenza dell'altro, ed entrambi aspettano il mio ritorno, privi d'ogni forza, e tendono l'orecchio sperando di riconoscere la mia voce e il mio passo. Edellaè smaniosa, mi cerca per tutti gli anditi, per tutte le stanze, mi chiama ad alta voce, si ferma davanti a una porta chiusa e si mette a origliare o a battere; e, di dentro, le mie due povere anime odono il suo ansare, e sussultano ad ogni colpo, e non sanno se non guardarsi negli occhi, con che strazio, mio Dio!Ella si mise le mani alle tempie con un gesto istintivo, quasi per comprimervi una ripercussione di dolore; mentre tutto il suo corpo, distaccatosi dal macigno, s'inclinava verso il lontano luogo del supplizio. E per qualche istante, stretto alla gola dall'angosciach'ella mi aveva comunicato, chino nella sua stessa attitudine, anch'io rimasi sospeso su l'orlo del precipizio, con lo sguardo fisso alla dimora lontana dove quelle anime penavano.— Pensate — ella riprese a dire, con la voce omai rotta — pensate, Claudio, quel che accadrebbe di loro se io non fossi più là, se io li abbandonassi! Anche quando io m'allontano per poco, provo non so che rammarico, non so che rimorso. Ogni volta che varco la soglia per uscire, un presentimento funesto mi stringe il cuore; e mi sembra che, rientrando, io debba trovare la casa piena di grida e di pianti....Un tremito indomabile ora la scoteva tutta quanta, e i suoi occhi si dilatavano come se una visione truce li riempisse d'orrore.— Antonello... — balbettò; e perqualche istante non potè proferire altra parola.Io la guardava con una indicibile angoscia; e pativo nella mia anima le contratture delle sue care labbra. E la visione ch'era nei suoi occhi passava nei miei; e io rivedevo il volto bianco e consunto di Antonello, e il battito rapido delle sue palpebre, e il suo sorriso penoso, e i suoi gesti disordinati, e le onde di terrore che investivano d'improvviso il suo corpo lungo e magro squassandolo come una canna fragile.— Antonello.... ha tentato di morire.... Lo so io sola.... Nessun altro lo sa; neppure Oddo. Guai!Ella tremava, senza potersi dominare, addossata al macigno.— Una sera, Dio mi avvertì, Dio mi mandò.... Sia lodato sempre!... Entrai nella sua stanza.... e lo trovai....Soffocata, ella si toccava la gola con le dita convulse smarritamente, come se ora quel laccio stringesse lei medesima: tremante, disfatta, senza più coraggio dinnanzi al ricordo, ella che aveva saputo reprimere le sue grida alla vista del tramortito, suscitare da' suoi propri polsi una forza virile, compiere l'opera senza chiedere aiuto, nascondere in sé l'orribile segreto, vivere poi con la tragica imagine impressa nell'anima, di timore in timore, d'ansia in ansia! Così, nella sua verità sublime, ella mi si rivelava devota disperatamente a un affetto che aveva la sua radice nel più profondo e più sacro istinto dell'essere. La voce del sangue pareva gridare da tutte le sue vene; i legami del sangue tenevano ogni sua fibra. Ella era nata per portare i dolci e tremendi vincoli sino alla morte. Ella era disposta a consumarsicome un olocausto per nutrire la fiamma vacillante del suo focolare. “Di quale inaudito amore amerebbe ella dunque la creatura delle sue viscere?„— Voi parlate d'abbandono — io le dissi facendo uno sforzo penoso per esprimermi poichè ogni espressione di me sembravami inopportuna e debole dinnanzi alla grandezza e alla bellezza di quel sentimento rivelato — voi parlate d'abbandono, Anatolia; e dimenticate che anch'io fin dal primo giorno ho creduto di ritrovare nella vostra casa il mio padre, le mie sorelle, i miei fratelli; e non sapete come anche nel mio cuore sia una pietà filiale e fraterna, non comparabile alla vostra che è sovrumana, ma pur degna di servirla nell'atto....Ella scosse il capo.— Ah, Claudio — rispose, con undolente sorriso delle sue labbra aride — la vostra generosità v'illude. Ho ancora l'anima allucinata dalla fiamma dei vostri sogni ma turbata da non so qual violenza contenuta e quale ardore pericoloso che di tratto in tratto apparivano in voi. Una volontà di lotta e di predominio vi agita; e voi vorrete con ogni mezzo costringere la vita a mantenervi le sue promesse. Siete giovine, e fierissimo del vostro sangue, e padrone della vostra forza, e sicuro nella vostra fede. Chi può assegnare un limite alla vostra conquista?Ella aveva infuso nell'ultime parole la virtù della sua voce limpida e calda, come per una sollevazione subitanea; e, dal fremito che n'ebbi, io compresi qual valida incitatrice di energie avrebbe potuto essere ella che, pur nella sua bontà e nella sua pazienza,possedeva l'istinto primario della sua razza imperiosa.— Ma imaginate, Claudio, un conquistatore che tragga dietro di sé un carro pieno d'infermi e che si prepari a combattere contemplando i loro visi consunti, ascoltando le loro lamentazioni! Potete imaginarvelo? Se la vita è crudele, colui che è risoluto ad affrontarla deve necessariamente assumere la qualità della nemica; e ogni impaccio o prima o poi susciterà il suo fastidio e la sua collera....Ella era riuscita a reprimere l'eccesso della sua commozione; e ancora mi si mostrava nella sua fermezza coraggiosa, parlando senza tremito.— Io stessa, io stessa non diverrei forse un giorno smemorata? non mi sentirei presa tutta quanta dai nuovi affetti, dalle nuove cure, e dall'ebrezza delle vostre speranze? Troppoè grande il compito che voi volete assegnare alla compagna dei vostri sforzi, Claudio. Le vostre parole sono nella mia memoria.... Ahimè, non è possibile alimentare nel tempo medesimo due fiamme! La nuova diventerebbe in breve così vorace che io dovrei sacrificarle tutti i beni della mia anima. E l'antica è così fievole che basta ch'io volga altrove il capo perchè si spenga.Tacque, riabbassando la fronte. Ma con un atto repentino, come assalita di nuovo dalle prime inquietudini, si guardò intorno; e qualche moto delle sue labbre aride mi rivelò la sua sete. Poi si volse verso di me e, fissandomi nelle pupille con una specie di violenza interiore, mi domandò:— Veramente il vostro cuore mi ha scelta? Avete scrutato il vostro cuore sino al fondo? O un'illusione vi fa velo?Mi turbarono così forte quel suo sguardo e quel suo dubbio improvvisi, che io mi sentii impallidire come s'ella m'avesse accusato di menzogna.— Anatolia, che dite mai?Ella si distaccò dal macigno, diede qualche passo incerto; si soffermò come a tendere l'orecchio, inquieta, agitata.— V'è qualche anima che soffre, per queste vie — ripetè con l'accento della prima volta; e restò per alcuni attimi perplessa, mentre la sua mano faceva verso la sua fronte un gesto vago.Poi, rivolgendosi a me, rapidamente, ansiosamente, quasi che ella fosse incalzata e temesse di non aver tempo a pronunziar le parole:— Domani io partirò. Bisogna che io accompagni Massimilla. Non ho il coraggio di lasciarla partir sola col fratello. Bisogna che io l'accompagnifino alla porta del suo ritiro. Ella va a pregare per noi.... So che non va come a una consolazione ma come a una morte; e perciò è necessario ch'io l'assista. Tutto finisce per lei. Io resterò lontana alcuni giorni. Per alcuni giorni una di noi sarà sola a Trigento.... E la primogenita: ha quasi un diritto.... Ella è degna.... Non so; il cuore vi dirà qualche cosa, forse la verità.... Vi giuro, Claudio, che io pregherò, con quanto fervore ho nell'anima, perchè tornando io sappia che tutto fu risoluto secondo il bene d'ognuno.... Chi sa! Forse un gran bene è sopra di voi. Io credo nella vostra Stella, Claudio. Ma per me c'è un divieto.... Non so dire, non so dire.... C'è un'ombra su la mia volontà.... Dianzi m'è venuta una strana paura, e poi.... una tristezza, una tristezza che non conoscevo ancora....Ella s'arrestò, anelante, smarrita, misera, come se riacquistasse il sentimento dell'infinita desolazione che s'allargava intorno a noi, nell'implacabile arsura.— Anche voi, come soffrite! — mormorò, senza guardarmi.E tendendomi ambe le mani, con il suo sforzo supremo:— Ora, addio! Bisogna tornare indietro. Grazie, Claudio. Ricordatevi sempre di me come d'una sorella devota. La mia tenerezza non vi verrà mai meno....Voltò il viso perchè gli occhi le si empivano di lacrime; e io le baciai ambe le mani.— Addio! — ella ripetè, facendo l'atto di avviarsi alla discesa; ma vacillò sul sasso.— Vi prego, Anatolia, rimanete ancora! — io supplicai, sorreggendola. — Ancoraqualche minuto, qui, all'ombra, perchè possiate riprendere un po' di forza.... La discesa è aspra.— Ci aspettano! Ci aspettano! — ella balbettò, quasi fuori di sè, comunicandomi la sua ansietà frenetica. — Andiamo, Claudio! Mi appoggerò a voi. Se indugiassi ancora, mi sentirei più male, non potrei più dare un passo.... Ah che orribile sete!Io vedevo bene che la sua povera bocca ardeva di sete; e così angosciosa era la pietà che mi stringeva, ch'io mi sarei aperta una vena per dissetarla. Nessuna traccia di acque, intorno. Sole, in fondo al cratere estinto, le acque del lago che parevano piombo incandescente. Rapide imagini mi attraversarono il cervello, come in un delirio di febbre: il grande fiume roseo coperto di ninfee, Violante inclinata sul bordo del battello, il suo volto chinoa respirare l'umidità del fiore, la durezza d'un suo sguardo acuita dai sopraccigli contratti....Ma trasalimmo, sotto un'onda di suono improvvisa che giungeva fino a noi da un'ignota origine. Così grave era il silenzio negli alti deserti, che ci pareva non violabile; e, per lo smarrimento dei nostri sensi, quella infrazione inattesa ci percosse da prima come un fatto straordinario. Anatolia si strinse al mio braccio, interrogandomi con gli occhi dilatati.— Secli — io le dissi, riconoscendo la natura del suono. — Le campane di Secli....E stemmo in ascolto, l'uno a fianco dell'altra, chini verso il cratere sonoro, nell'ombra che il macigno gettava su le nostre teste.Sonoro come un gigantesco timpano, il cratere vacuo ripercoteva le ondedei metalli vibranti confondendole in un cupo rombo continuo che si propagava per la solitudine di luce indefinitamente. Per tutta la solitudine, ove la materia originale splendeva impietrita nelle sue mille espressioni di furia e di dolore, per la valle fulva solcata dal fiume serpentino, per le propagini alpestri declinanti fino al mare lontano, per ogni luogo la voce di bronzo modulata dalla terribile bocca ignea diffondeva la sua parola misteriosa. Più oltre ancora sembrava giungere, ancora più oltre, nello spazio senza fine, nelle plaghe d'oltremonte e d'oltremare, là dove la mia vista si perdeva stanca, là dove trascorreva come un vento carico di polline un mio pensiero informe e incoercibile ma pur dotato d'un'oscura virtù creatrice. Un gran sentimento confuso — in cui si agitavano innumerevoli cosedi dolore e di gioia, di passato e d'avvenire, di morte e di vita — mi travagliava la coscienza e sembrava dilatarla e approfondarla come fa dell'oceano la tempesta.Attonito, io guardai il lago inferno, opaco e inerte come l'occhio cieco d'un mondo sotterraneo; e riguardai il cratere vorticoso in cui l'impeto del fuoco primitivo era rimasto fisso come la contrattura d'uno spasimo estremo rimane talvolta su le labbra del cadavere. Ed il mio sguardo si fermò su le umili case di Secli, su quel fragile nido umano che appena appena si distingueva dalla roccia a cui era sospeso. Ed ebbi la visione fantastica di quel popolo inconsapevole e taciturno, intento da tempo antichissimo a ridurre le viscere degli agnelli in corde musicali destinate ad esprimere nel linguaggio dell'arte le più alte aspirazionidella vita e a inebriarne miriadi di sconosciute anime nel mondo.Continuava, continuava il rombo, senza pause, eguale, nell'aria infiammata. E, poiché la mia compagna era immobile al mio fianco, io non osavo parlare, nè rompere il fascino. Ma d'improvviso ella si rivolse scoppiando in singhiozzi, come se in quel punto ella avesse veduto il termine di un'agonia. Con la faccia tra le palme, contro il macigno, ella singhiozzava disperatamente.— Anatolia, Anatolia, che avete mai? Rispondetemi, Anatolia! Ditemi una sola parola!E, non resistendo allo strazio, feci l'atto di prenderle i polsi per scoprirle la faccia.Udii da presso il rumore d'un passo veloce su le pietre, un respiro affannoso; travidi un'ombra.— Voi, Violante?Ella aveva su per la roccia ripida lo slancio elastico di una fiera, in tutta la persona qualche cosa di ostile e di malefico. Portava il capo tutto avviluppato nel suo denso velo azzurro, per modo che il volto rimaneva nascosto come da una maschera fin sotto il mento e gli occhi rilucevano a traverso il tessuto.Si fermò presso il macigno, ostile, arrovesciando in dietro il capo come chi sia per rimaner soffocato. Ella certo si sentiva soffocare, ma non si sbendò. La veemenza dell'anelito le sollevava il seno e faceva palpitare il velo; un fremito infrenabile le scoteva le mani coperte di guanti lacerati: lacerati forse contro i sassi aguzzi, in qualche caduta perigliosa.— Vi abbiamo aspettato — disse alfine, con la voce rotta che un pocosibilava — vi abbiamo aspettato molto.... Non vedendovi più tornare, io mi sono mossa... per incontrarvi....Scorgevo il moto delle sue labbra convulse, a traverso il velo; indovinavo la trasfigurazione della sua faccia sotto quella soffocante maschera azzurra ch'ella non voleva sollevare. E l'émpito interiore cresceva così violento d'attimo in attimo, che non m'era possibile disserrar le labbra. Ma sentivo che non su me soltanto la necessità del silenzio era caduta.Passava continuo su le nostre teste il rombo del bronzo, ripercosso dal cratere.Anatolia aveva cessato di singhiozzare; ma le tracce del pianto restavano sul suo volto, e rosse apparivano le palpebre ch'ella teneva socchiuse.— Andiamo — disse piano, senza guardare nè me nè la sorella.E in silenzio ci avviammo giù per la discesa, accompagnati dal rombo, nella desolazione della luce.Straziante discesa, che pareva non dovesse aver mai fine! Elle andavano innanzi o rimanevano in dietro, secondo le vicende del cammino; e io sorreggevo ora l'una ora l'altra, se vacillavano. Ad ogni tratto il cuore mi si stringeva, per la paura di vederle mancare. Quando le campane di Secli tacquero, avemmo un sollievo illusorio; ma sùbito ci accorgemmo che nella quiete dell'aria l'affanno palese dei nostri respiri aumentava la nostra sofferenza, e ci parve di udire troppo distintamente il rombo delle nostre vene.Con una pertinacia selvaggia, sotto la sua maschera azzurra Violante resisteva alle soffocazioni. Certo, una sete orribile le ardeva la gola: come a me, come alla sorella. Quando nelsoccorrerla le prendevo la mano, vedevo per le lacerature del guanto un po' del suo sangue su la pelle scalfita; e, con un turbamento profondo, ripensavo il roveto carico di fiori.Più tardi, nel pianoro dove i miei uomini attendevano con le mule e dove sostammo arsi dalla sete e affranti dalla fatica, io composi per l'ultima volta in una armonia infinitamente bella e dolorosa la bellezza e il dolore delle tre principesse.

— Voi siete, con me, convinto — soggiunsi — come ogni eccellenza del tipo umano sia l'effetto di una virtù iniziale che per innumerevoli gradi,d'elezione in elezione, giunge alla sua intensità massima e si manifesta ultimamente nella progenie col favore delle congiunture temporanee. Il valor del Sangue non è soltanto vantato dal nostro orgoglio patrizio, ma è pur anche riconosciuto dalla più severa dottrina. Il più alto esemplare di coscienza non potrà apparire se non alla cima di una stirpe che si sia elevata nel tempo per un'accumulazione continua di forze e di opere: alla cima di una stirpe in cui sieno nati e si sieno conservati per un lungo ordine di secoli i sogni più belli, i sentimenti più gagliardi, i pensieri più nobili, i voleri più imperiosi. Considerate ora una gente di remotissima origine regale, fiorita al sole latino in una terra felice rigata dai ruscelli di una nova poesia. Traspiantatasi in Italia, ella vigoreggia con talrigoglio che in breve tempo nessun'altra può sostenerne il paragone. “Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro„ ha sentenziato il Vinci. E quella gente sembra aver posto a principio della sua grandezza una sentenza anche più ardua: “Tristo è quel figliuolo che non avanza il padre suo„. Per uno sforzo concorde e ininterrotto, di genitura in genitura ella va elevandosi verso le superiori apparizioni della vita. In tempi di cieca ira, in cui la ragione non s'affida se non all'arme, ella già sembra comprendere “che quegli uomini, che sopra gli altri hanno vigore di intelletto, sono degli altri per natura signori„. E fin dall'inizio la sua disciplina ha un carattere intellettivo e par dettata da Dante, consistendo nel ridurre in atto sempre tutta la potenza dell'intelletto possibile, in prima a speculare e quindi per questoad operare. Tanto negli offici più gravi, quanto su i campi più sanguinosi, quanto nelle feste più liberali, ovunque ella primeggia: ottima egualmente nel capitanare gli eserciti, nel governare gli stati, nel condurre le ambascerie, nel proteggere gli artefici e i saggi, nell'erigere i palazzi e le chiese. A tutta la vita italiana nelle sue più diverse forme ella si mescola; in ogni più fresca fonte di cultura ella s'immerge. Vivere è per lei affermarsi e accrescersi di continuo, è lottare e vincere di continuo: vivere è per lei predominare. Un formidabile istinto di dominio la scaglia innanzi senza tregua, mentre un lucido e sicuro pensiero dirige l'impeto durevole. E sempre — come quelli arcieri prudenti che il Machiavelli dà in esempio — ella pone la mira assai più alto che il luogo destinato. Tanto i suoi fattisono insigni che i maggiori poeti ne perpetuano la fama, e gli scrittori d'istorie li paragonano a quelli dei capitani antichi e li arrecano ad esempio dei venturi. Tuttavia sembra che la sua virtù non siasi ancor manifestata intera, non abbia ancora attinto l'altezza insuperabile; sembra che le sue energie accumulate debbano, domani o fra un secolo o nel tempo indefinito, espandersi in una suprema apparizione...

—Cave adsum!— interruppe il principe sorridendo d'un magnifico sorriso. — Non è forse l'impresa di cotesta tua gente?

— Ella potrebbe anche portar l'impresa dei Montaga — io risposi pronto. —Sub se omnia.

Il principe s'inchinò con un atto che valeva da solo a dimostrare come la mia risposta non fosse una semplice cortesia, ma bene si addicesse alla dignitàdel suo gran nome. Egli mi riappariva simile all'imagine che di lui era rimasta nella mia memoria al tempo della puerizia: bellissimo esemplare di una superiore umanità, manifestante in ogni suo atto la sua essenza diversa, il sentimento della sua assoluta separazione dalla moltitudine, dai comuni doveri, dalle comuni virtù. Sembravami ch'egli avesse potuto scuotere dalla sua anima il peso della sciagura che l'accasciava e risollevarsi in tutta la sua prestanza virile, quasi assumendo la qualità meravigliosa delle sue mani: di quelle sue mani belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo, ministre superstiti di una liberalità non paragonabile se non all'antica “che per piccoli servigi amava ricompensar grandemente„.

Volgeva l'ultima ora della luce; e dai cieli accesi l'annunziazione dell'Estatediscendeva sul giardino gentilizio ove tra l'odore austero dei bossi centenarii le statue — pallide e pur vigili come memorie in un'anima fedele — evocavano con i loro gesti i fantasmi dell'abolita grandezza. Ma di là dal claustro si apriva l'immensa corona di rocce foggiata dal fuoco primordiale, così aspra e superba che sembrava degna di sostener su ciascuna delle sue punte un Prometeo incatenato.

Quelle punte aveva io veduto fiammeggiare nel cielo della prima sera come piropi, d'un lume incredibile, e la più alta restar di fiamma su l'ombra comune, acutissima ferire il cielo simile al grido della passione senza speranza. Solo io era in quel crepuscolo remoto, e le tre principesse misteriose erano lungi nel loro chiuso giardino, e la mia sorte era ancor estranea alle sorti loro. Ma ecco, in una simigliantecongiuntura di cose, stava per effettuarsi il fato presentito in quella prima agitazione del mio desiderio; io stava per proferire una parola solenne e irrevocabile. — Era io dunque escito d'ogni perplessità? Fra le tre beatrici che in quella lontana sera io aveva creduto intraveder nell'atto di ricevere su le braccia protese il mio dono primaverile, una alfine era da me eletta per l'alleanza necessaria? E io avrei dunque proferito il suo nome al conspetto del padre? — Un nuovo turbamento m'invase; e mi parve che Anatolia nell'ombra non fosse più sola, ma che le sorelle fossero venute in silenzio a sedersi presso di lei e che i loro occhi fossero sopra di me intentissimi.

Come mi volsi, scorsi nell'ombra la figura immobile e bianca; e ogni altra imagine si disperse, e ogni vana inquietudine cadde.

Ella era il simbolo vivente della securità, era la Vegliante e la Tutelare. Con la sua forza e la sua pazienza, al lume del suo proprio sorriso, ella aveva saputo convertire il dolore in un'armatura adamantina che la rendeva invincibile. Ella era fatta per custodire, per alimentare e per difendere sino alla morte quel ch'era commesso alla sua fede. E io la vidi un'altra volta — nel mio sogno — vegliare con la pura fronte raggiante di presagi sul figlio del mio sangue e della mia anima.

Allora dalle radici stesse della mia sostanza — là dove dorme la virtù indistruttibile degli avi — sorse e andò verso l'eletta la volontà di crear quell'Uno in cui dovevano trasmettersi tutte le ricchezze ideali della mia gente e le mie proprie conquiste e le perfezioni materne. Profondissimo mi divenne allora il sentimento di dipendenza originariache legava il mio essere attuale agli antenati più lontani; e, come la cima dell'albero compendia in sé tutta la vita del tronco ramoso fino alle estreme radici, io sentii vivere in me tutta la stirpe, che la morte non aveva distrutta se non nelle specie corporee, nelle forme transitorie delle generazioni. E la pienezza e la veemenza di quella vita parevano abolire i limiti del mio natural potere.

— Voi avete riconosciuto in me dianzi, non senza un'ombra di severità, il discendente di Gian Paolo Cantelmo — io dissi al principe sorridendo. — Bisogna ch'io confessi che nella mia Casa gli esempi di disobbedienza e di ribellione al Re non sono rari. Ma v'è il Leon rosso che li giustifica; e voi certo non ignorate la patente ch'ebbero i Cantelmi da Carlo II d'Inghilterra. Di antichissimo sangue regio, essi non hannomai potuto facilmente rassegnarsi a non considerare il Re come un loro eguale. Sembra, anzi, che essi non combattano mai altro avversario con tanto ardore con quanto combattono il Re. E, se Gian Paolo turba i sonni a Ferdinando d'Aragona e umilia Alfonso, Giacomo I e Menappo abbattono in Benevento Manfredi, Giacomo VIII guerreggia con fortuna contro Ladislao a fianco di Braccio da Montone e dello Sforza, Antonio si oppone a Renato d'Angiò. E in ogni Cantelmo una tendenza originale a far parte da sé solo, a separarsi, a ben determinar la persona e la potestà proprie. Sembra che ognuno fondi la concezione della sua dignità sul fermissimo convincimento “che l'essere uno è radice dell'essere buono e che ciò che è buono è tale perchè consiste in uno„. In questo io riconosco con gioia uno dei caratteri essenziali del dominatorea venire: del Monarca, del Despota. Ma v'ha anche un'altra singolarità che mi conforta, ed è la gran somma delle signorie raccolta nelle mani dei Cantelmi in terra latina. Si può dire che, in diversi tempi e partitamente, essi abbiano tenuto il governo di tutta Italia. Giacomo I è ambasciatore di pace alla Repubblica di Genova, è Vicario in Lombardia, Capitan generale nella Marca d'Ancona, Viceré negli Abruzzi; Giacomo II è Vicario e Podestà di Firenze; Bonaventura VIII, Viceré di Sicilia; Rostaino VII, Capitan generale della Serenissima, Senatore di Roma.... Ovunque essi esercitano l'imperio e, nell'esperimento dei popoli diversi, apprendono a “ben conoscere come gli uomini s'abbino a guadagnare o perdere„. Ovunque anche combattono e lasciano la vita nell'atto di compiere un qualche prodigio: “il buon Cantelmo„, immortalenel verso del Tasso, tinge di suo sangue regio le mura di Gerusalemme; Giacomo II muore in pro dei Fiorentini contro Castruccio Castracane; il primo duca di Sora Nicolò muore alla difesa di Costantinopoli con Costantino Paleologo; Ascanio muore nelle acque di Lepanto a fianco di Don Giovanni d'Austria; Bonaventura VIII è da Carlo V reputato degno della difesa di tutto l'Impero, e di lui dice l'Imperatore che lo eleggerebbe a suo campione se dovesse rischiar la corona in una giostra; il grande Andrea dà l'esempio straordinario di una vita intesa tutta a combattere senza mai tregua, dalla primissima giovinezza fino all'ultimo respiro.... Ecco, veramente, il tipo più compiuto che sia escito fino ad oggi dalla mia razza. Andrea è uno dei più alti eroi della volontà e della constrizione. Tralasciamo il novero delle suefortune. In Italia, in Germania, in Fiandra, in Francia, in Ispagna, quasi innumerevoli sono le città e i luoghi da lui acquistati e aggiunti al Cattolico Impero, gli assedii posti e sostenuti. Egli è il Poliorcete per eccellenza, negli stratagemmi maestro fecondo quant'altri mai, ardentissimo e prudentissimo nel tempo medesimo, “scorgendosi in lui„ come dice uno dei suoi storici “unite tutte quelle doti e qualità ch'in altri più illustri Capitani separatamente osservate si sono„. Ma quel che ai miei occhi lo innalza sopra tutti è l'inaudito rigore della disciplina a cui egli sottoponeva sé medesimo e le sue milizie. Certi suoi tratti di severità m'inebriano più che la vista delle bandiere da lui tolte ai nemici. Comandando sempre milizie senza paga e male in arnese, egli riesce ad averle in pugno pronte e diritte come una spada sola. Nessunomai conobbe meglio di lui il modo d'imprimer sé stesso su la condotta altrui. Eloquente e nervoso nel discorso, egli preferisce pur sempre alla virtù della parola la diretta efficacia dell'esempio. Va sempre innanzi alle sue schiere, a piedi quando guida i fanti; dorme sempre vestito; non mangia e non beve se non quel che mangiano e bevono i suoi soldati; è il primo sempre all'assalto, l'ultimo a ritirarsi; coperto di ferite rifiuta di deporre l'armatura; sul campo della vittoria o nella città espugnata, non tocca mai bottino. E nella guerra delle Fiandre si rende così terribile che le madri, per ottenere obbedienza dai fanciulli, li spaventano col suo nome. Può un uomo determinar la sua propria effigie con un rilievo più schietto e più gagliardo? Escì mai da conio medaglia battuta conimpronta più fiera? Nel suo secolo Andrea è soprannominato novello Epaminonda. Ebbene, anche in questo infaticabile guerriero risalta il carattere intellettuale della stirpe. Non pure egli è dottissimo nelle lingue, matematico insigne, maestro di architettura militare, scrittore di scienza bellica, ma è buon conoscitore e splendido proteggitore delle arti liberali. Eritio Puteano dedicandogli un'opera latina lo invocaArmorum gloria, Litterarum tutela. Cornelio Scheut d'Anversa offrendogli un suo libro di disegni capricciosi lo rappresenta Eroe cultor di eleganze fra le armi,Heros inter arma elegantias colens. Prosegue Andrea in questo la tradizion familiare, alla cui origine risplende inghirlandata Fanetta Cantelma, Dama di Romanino, poetante “con un certo furor divino„ tra i lauri di Provenza in una Corte d'Amore.E non sembra siasi anche trasmessa in lui qualcuna delle attitudini prodigiose per cui Alessandro si eleva tra i discepoli del Vinci a Milano? Egli imagina novissime forme di fortificare; costruisce su la Mosa il celebre Forte chiamato a gloria del suo inventore il Forte Cantelmo; fabbrica armi strane che ai contemporanei paiono quasi magiche.... Non v'è qualche cosa di leonardesco in questi suoi ingegni, che ricorda Alessandro?

Avevo proferito il nome di Colui che vivendo in continua comunione col mio spirito era da me tenuto come il Genio della stirpe destinato a risorgere un giorno su dal tronco superstite in un'apparizione di vita sublime. “O tu, sii quale devi essere„. Sotto il suo sguardo e sotto il suo ammonimento erasi determinato in linee definitive il mio cómpito; ed ecco, nell'orain cui stava per risolversi una grande cosa, egli ponevasi al mio fianco. Io l'aveva dinnanzi agli occhi vivo, come se la sua mano pallida e tirannica fosse poggiata allo spigolo del tavolo che m'era da canto e quivi posassero la statuetta di Pallade e la melagrana dalla foglia aguzza e dal fiore ardente. “O tu, sii quale devi essere„. E un'altra figura giovenile, che sembrava il minor fratello di lui, gli si teneva di contro come un riflesso.

— Alessandro ed Ercole! Ecco i due purpurei fiori succisi che due divini artefici, Leonardo e Ludovico, raccolsero e commutarono in indistruttibili essenze. Andrea Cantelmo quando morì aveva già manifestato tutte le sue energie ch'egli portava in sé; e la morte lo colse al limitare della vecchiezza, coperto di gloria, súbitodopo quell'assedio di Balaguer che fu la massima delle sue imprese eroiche. Ma questi due, affacciatisi alla vita con le mani colme di tutti i semi della speranza, avevano dinnanzi a loro ogni più vasta possibilità. Le loro teste giovenili parevano fatte per portar la corona regale, l'antica corona già portata dai padri. In un d'essi il Vinci divinava il futuro fondatore di un nuovo principato, il Tiranno trionfante che doveva imporre alle moltitudini il giogo di quella Scienza e di quella Bellezza a cui il grande maestro aveva iniziato il discepolo prediletto. Ma la sorte volle differire il compimento della profezia. Entrambi gittarono la loro vita nel primo impeto, poiché un troppo veemente ardore li divorava: Ercole nelle arene del Po contro gli Schiavoni; Alessandro su le rive del Taro alla battagliadi Fornovo. Ricordate i versi con cui l'Ariosto celebra il bellissimo figliuolo di Sigismondo Cantelmo?

Il più ardito garzon che di sua etadeFosse da un polo a l'altro e da l'estremoLito de gli Indi a quello ove il Sol cade....

Il più ardito garzon che di sua etade

Fosse da un polo a l'altro e da l'estremo

Lito de gli Indi a quello ove il Sol cade....

Troppo la sua morte fu crudele! Nell'incursione temeraria fatto prigioniero, ebbe il capo tronco su lo scalmo d'un naviglio, che servì di ceppo, al conspetto del padre. Imagino che il sangue irruppe dal taglio come una fiamma e bruciò il fianco della galèa. Non imagino, anzi, ma vedo. Qual prodigiosa e terribile tempesta di giovinezza dovette esser quella che provocò il colpo di sprone, onde il cavallo fu lanciato a furia contro il riparo del nemico! Ah, caro padre, ho conosciuto anch'io qualcuna di tali tempeste e la sa il mio cavallo e lasanno le macerie della campagna di Roma... Certo, Ercole in quell'attimo si sentiva degno di stringere fra i suoi ginocchi la fiera alata che nacque dal sangue di Medusa.Cave adsum!Celebrandolo, l'Ariosto ha un verbo che da solo lo irraggia di gloria significando come l'audace morisse per non mancare al proposito tenuto da ogni Cantelmo: che è quel di persistere pur contro la peggior morte nel posto ove uno collochi sé riputandolo il più bello. Nell'assalto egli aveva al suo fianco un compagno. Come entrambi furono sopra al nemico,

Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.

Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.

Egli restò, uno contro mille. E il divino Ludovico pone la sua figura bella e cruenta sul principio di un canto ove Bradamante fa prodigi con la sua lancia d'oro. Ma la morte di Alessandrosomiglia quella di un semidio. A Fornovo, nel più forte della battaglia, scoppia un uragano e il Taro straripa con terribile violenza. Alessandro scompare d'improvviso, come uno di quelli antichissimi eroi ellenici che un turbine sollevava dalla terra assumendoli trasfigurati nel Cielo. Il suo corpo non si ritrova nè sul campo nè in altro luogo. Ma egli vive, vive nei secoli, d'una vita più intensa della nostra. Di lui non l'effigie soltanto ha tramandato sino a me il Vinci, ma la vita, la vera vita. Ah, caro padre, se voi aveste veduto una sola volta l'imagine non avreste potuto dimenticarla. È indimenticabile. Nessuna cosa al mondo ha per me un egual pregio, e nessun tesoro mai fu custodito con più appassionata gelosia. Chi mi ha dato la forza di sostenere una così lunga solitudine e una così dura constrizione? Chi ha infusonel mio spirito, pur tra i più aspri rigori della disciplina quella specie di sobria ebrezza che fa sembrar leggero qualunque sforzo? Chi se non egli Alessandro? Egli rappresenta per me la potenza misteriosamente significativa dello Stile, non violabile da alcuno e neppur da me medesimo nella mia persona mai. Tutta la mia vita si svolge sotto il suo sguardo seguace; e, in verità, caro padre, chi resiste alla prova assidua di un tal fuoco non è degenere. “O tu, sii quale devi essere!„ ecco il suo quotidiano ammonimento. Ma, mentre egli così m'incita ad integrarmi, anche mi tiene dinnanzi agli occhi la visione di un'esistenza superiore alla mia in dignità e in forza. E sempre io penso a Colui che deve venire.

M'arrestai, sentendo che la mia voce si mutava, temendo che traboccasse aun tratto l'onda che mi riempiva il cuore. E così profondamente l'anima del vecchio comunicava con la mia, che in quel punto egli fece l'atto involontario di tendere verso di me le due mani.

— Poichè è necessaria una volontà duplice a crear quest'Uno, che deve avanzare i suoi creatori, — io soggiunsi quasi a voce bassa, inclinandomi verso di lui — non potrei ambire a un'alleanza più alta di quella che mi darebbe il diritto di chiamarvi padre come vi chiamo...

E, vinto dalla commozione, rimasi inclinato stringendo nelle mie le sue mani che tremavano, mentre egli mi sfiorava la fronte con le labbra senza dir parola. Ma udii nel silenzio, pur tra i palpiti del mio cuore e il respiro affannoso del padre, il lievissimo passo di Anatolia che usciva dalla stanza.— Andava ella a piangere in disparte? — La sua imagine, che avevo veduta immobile e bianca nell'ombra, scintillò nel mio cielo interiore come una costellazione di lacrime. — Andava ella a piangere sola? Forse ella stava per incontrare su la sua via le sorelle... — Quel dubbio mi turbò a dentro, d'improvviso. Il mio sguardo cadde sul cammeo che splendeva nella mano paterna.

E, mentre saliva dal giardino chiuso il profumo della sera, mi si spandeva per l'anima un sentimento oscuro come di un fascino che s'addensasse intorno a me con la lentezza di quell'ombra crepuscolare.

Quale intanto era il cuor di colei che stava per dipartirsi? In quali modi la sua mistica vita si disponeva intorno al ricordo dell'ora suprema segnata dallo stilo sul marmo luminoso?

ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.

ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.

Ella era forse tornata più d'una volta al piccolo cimitero dei tassi e degli anemoni; e novellamente forse aveva posto le sue gracili mani sul quadrante per patirne il calore; e forse aveva ripensato la mia esortazione. “Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra....„ E più d'una volta forse, coperta con la palma la cifra indicatricedell'ora divina, ella aveva atteso palpitando nel gran silenzio per veder l'ombra dello stilo attingere l'estremità dell'anulare come in quel giorno di sogno; e forse aveva pianto perché il prodigio d'amore non s'era rinnovato.

SINE SOLE SILEO.

SINE SOLE SILEO.

Io congiungeva l'imagine della custode di erbarii fintami da Oddo e l'imagine di quella triste anima errante intorno all'orologio solare che aveva segnato per lei l'ora della beatitudine invano. E pensavo: “Se io possedessi la potenza di foggiarti un bel fato in quella guisa che l'artefice forma la cera obbediente, o tu che mi venisti incontro uscendo da un orto arido ove un voto funebre ti aveva chiusa, Massimilla, io così compirei con la morte la tua figura ideale, conl'opportuna morte io compirei la tua perfezione; poiché nessun'altra ora ti attende, in cui tu possa trovar qualche pregio, essendo tu giunta una volta in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare. Io farei che, guidata dal divino ricordo, tu ritornassi al luogo ove in sogno io colsi i coronali anemoni per versarli sul tuo capo, e quivi tu ritrovassi presso il marmo orario l'attitudine armoniosa in che prima io ti lodai. E l'attimo in cui il punto d'ombra attingesse l'estremità dell'anulare, quello sarebbe della tua morte. Allora io medesimo, sotto l'immobile sguardo della cariatide prostrata, vorrei cavar la fossa per il tuo frale; e ti vorrei comporre come le gentili donne composero Beatrice nella visione di Dante, e coprirti anche la testa di quel loro velo. Ma non porrei la crocesul tuo sepolcro né altro segno pio; sì bene, per incidervi un epitaffio degno della tua gentilezza, evocherei l'ultimo figliuolo delle Grazie nato in Palestina come il tuo Sposo celeste: un cantore di fanciulle colpite da morte precoce, Meleagro di Gadara, ghirlandato di giacinti, dal flauto soave. — O Terra, universal madre, salute! Sii or tu leggera per questa vergine: tanto poco ella pesò su te! — „

Così mi piaceva ornare il sentimento ch'ella m'inspirava e convertire in poesia la sua tristezza.

— Il bulbo di narcisso nell'erbario ha germogliato per la terza volta? — le domandai d'improvviso un giorno, mentre eravamo su le acque del Saurgo in vicinanza della città morta.

Ella si turbò tutta, e mi guardò con occhi quasi sbigottiti.

— Come sapete?

Io sorrisi e ripetei:

— Ha dunque germogliato?

— No, non più! — ella rispose chinando la faccia.

Eravamo soli in una piccola scafa che io stesso guidava con l'unico remo. Violante, Anatolia e Oddo erano in altri battelli condotti dai navalestri. Il fiume era quivi così largo e lento che somigliava quasi uno stagno; e una innumerevole greggia di ninfee lo ricopriva. I grandi fiori candidi a foggia di rose galleggiavano tra le foglie lucide esalando un'umida fragranza che pareva posseder la virtù di dissetare.

Quivi Simonetto aveva compiuto le sue erborazioni, nell'autunno micidiale. Io imaginavo la figura del giovine erborista chino su le acque ad esplorare il limo, nel tempo in cui le ninfee stavano per nascondersi. Il suohortus siccusdoveva certo conteneregli esemplari inerti di tutta quella flora acquatica diffusa intorno alla ruina.

Come gli occhi di Massimilla seguivano i moti dei mio remo che a quando a quando fendevano qualche foglia o spezzavano qualche stelo, io dissi pianamente:

— Pensate a Simonetto?

Ella trasalì.

— Come sapete? — mi chiese di nuovo, agitata, coprendosi di rossore.

— So da Oddo....

— Ah! — fece ella senza dissimulare il suo rammarico per questa mia consapevolezza che pareva ferirla. — Oddo vi ha raccontato....

Ella si chiuse in un silenzio che io indovinavo quanto le fosse penoso. Fermai il remo per qualche istante; e il leggerissimo legno restò immobile tra quell'immenso candore di corolle vive.

— Lo amavate molto? — domandai alla taciturna, con una dolcezza che forse le ricordò i nostri primi colloquii.

— Come amo Oddo, come amo Antonello — rispose con un tremito nella voce, senza sollevare le palpebre.

Dopo un intervallo, le domandai:

— Entrate nel monastero per sacrificarvi alla sua memoria?

— No, non per questo. Sarebbe omai troppo tardi....

— Perché, dunque?

Ella non rispose. Ma io guardai le sue mani che si contraevano come per un bisogno di torcersi; e compresi tutta l'involontaria crudeltà della mia domanda inutile.

— È vero che siete risoluta a partire fra pochi giorni? — soggiunsi quasi timidamente.

— È vero.

Le labbra le tremavano, impallidite.

— Oddo e Anatolia vi accompagneranno?

Ella accennò col capo, serrando la bocca come per contenere un singulto.

— Perdonatemi, Massimilla, se vi ho fatto male — io le dissi con una commozione profonda, sentendo una pesante tristezza piombare su me d'improvviso.

— Tacete, vi prego! — ella supplicò con una voce irriconoscibile. — Non mi fate piangere! Che penserebbero le sorelle? Non potrei nascondere le lacrime.... E mi sento soffocare.

Il grido di Oddo ci richiamava, dalle rovine. Già Anatolia e Violante avevano messo il piede nella città morta. Un uomo con la sua scafa veniva verso di noi, giudicando forse l'indugio causato dalla mia inesperienza nellospingere il legno fra l'intrico delle ninfee.

“Ah, sempre io porterò in me il rammarico d'averti perduta!„ io dicevo in silenzio a colei che stava per dipartirsi. “Vorrei vederti composta nella perfezione della morte piuttosto che saperti diminuita in un'esistenza difforme a quella che il mio amore e la mia arte ti promettevano. E forse tu mi avresti indotto a esplorare qualche lontanissima regione del mio mondo, che senza di te rimarrà forse abbandonata e incolta....„

Il naviglio scorreva su la nivea greggia lievemente: pel solco i calici e le foglie ondeggiavano lasciando scorgere nella limpidità cristallina la pallida selva degli steli, pallida e pigra come se la nutrisse il limo letèo. La ruina di Linturno, tutta abbracciata dalle acque e dai fiori, aveva nellasua secolare inerzia lapidea l'apparenza d'una congerie di grandi scheletri infranti. Non è nelle orbite dei teschi umani tanta vacuità esanime quanta era nei cavi di quelle pietre consunte, imbianchite come ossa dalle brume e dalle canicole. E io pensai che traghettavo una vergine morta.

Poi tutto fu tocco dalla mia tristezza, in quel pomeriggio senza nube. Vagammo lungamente per l'antica ruina, cercando i vestigi della vita scomparsa. Erano vestigi incerti, che suscitavano discordi fantasmi. — Una teoria di giovinetti inghirlandati discendeva al fiume paterno cantando per offerirgli le intonse chiome crescenti? O una processione bianca di catecumeni, nutriti di latte e di miele come pargoli, vi discendeva per ricevere il battesimo? — Un'oscura leggenda di martiri diffondeva su i ruderi paganiuna specie di santità dolorosa. “Martyris ossa jacent....„ leggemmo su un frammento di sarcofago; e qua e là nelle sparse pietre effigiate ritrovammo gli emblemi e i simboli ambigui: l'aquila di Giove e il leone di Cibele assoggettati agli Evangelisti; le viti di Dioniso piegate ad esprimere il verbo del Salvatore; il cervo di Diana significante l'anima sitibonda; il paone di Era, la gloria dell'anima risorta. A quando a quando un colubro sbucava di tra i sassi e gli sterpi dileguandosi rapido come una saetta. Un uccello invisibile imitava stranamente lo strepito delle tabelle che indicano l'ora nel silenzio del Venerdì Santo.

— E la vostra grande Madonna dov'è? — mi chiese Anatolia, ricordandosi delle mie lontane parole.

Cercammo fra le macerie un tramite per giungere alla basilica diruta,che era all'estremità dell'isoletta, sul ramo del Saurgo contiguo alle rocce.

— Forse l'acqua c'impedirà di passare — dissi io, scorgendo presso le mura un luccichio di specchi.

Il fiume in fatti aveva inondato una parte della ruina sacra; e una selva acquatica vi ramificava in pace. Ma scoprimmo una breccia, e per quella potemmo penetrare nell'absida. Ciascuna delle tre sorelle entrando si fece il segno della croce, tra un gran frullo d'ali.

V'era una frescura umida in una luce glauca e palpitante. L'absida e qualche pilastro della nave centrale, rimasti in piedi, formavano una specie di antro che le acque avevano invaso fin presso la mensa diserta dell'altare; e una moltitudine di ninfee, più ampie e più bianche di quelle su cui avevamo navigato, si addensava come inadorazione a piè della grande Madonna musiva che sola occupava il concavo cielo d'oro. Ella non portava su le sue braccia l'Infante, ma era sola e tutt'avvolta in un'ammantatura di color plumbeo come in un'ombra di lutto; e un profondo mistero di dolore era nei suoi occhi larghi e fissi. Su su per la curva dell'arco le rondini avevano composto una gentile corona di nidi, seguendo l'ordine delle parole scritte in giro.

QVASI PLATANVS EXALTATA SVM JVXTA AQVAS.

QVASI PLATANVS EXALTATA SVM JVXTA AQVAS.

E quivi le tre vergini insieme s'inginocchiarono e pregarono.

“Se noi ti lasciassimo in questo asilo, con le ninfee e con le rondini!„ pensai guardando Massimilla che nella preghiera pareva inchinarsi sempre più verso la terra. “Tu vi abiteresti come una najade romita che avesse obliatoArtemide per adorare la dolorosa divinità novella.„ E io imaginava la sua metamorfosi: — compiuti i suoi riti solitarii tra il coro delle rondini, ella s'immergeva nelle acque e discendeva alle radici dei fiori....

Ma nulla veramente quivi ai miei occhi vinceva di bianchezza una nuca quasi oppressa dal peso d'una capellatura più densa dei grappoli marmorei che ornavano la fronte dell'altare. Per la prima volta io vedeva Violante in ginocchio; e quell'atto era così disdicevole alla qualità della sua bellezza, che io ne soffrivo come di una disarmonia; e con una strana inquietudine aspettavo ch'ella si levasse di tra i due paoni simbolici che in mezzo ai grappoli aprivano le loro penne occhiute.

Prima delle altre ella si levò, con una di quelle stupende movenze percui la sua bellezza pareva superar sé stessa in quella guisa che una luce continua sembra crescere se d'un tratto renda una scintillazione.Exaltata juxta aquas!

Al ritorno ella venne meco sul fiume, seduta su la piccola prora di contro a me che in piedi spingevo il battello col remo. Un turbamento invincibile mi teneva, mentre mi riapparivano nella memoria la mano imperlata di sangue e il roveto carico di fiori. Da quell'ora lontana, per la prima volta io mi ritrovava solo con Violante, a viso a viso.

— Ho una gran sete — ella disse inclinandosi in dietro verso l'acqua con una movenza che nell'esprimere il desiderio pareva quasi agguagliarla all'elemento fluido e voluttuoso.

— Non bevete di quest'acqua! — iola pregai, vedendo ch'ella si nudava le mani.

— Perché?

— Non ne bevete!

Allora ella immerse le mani ignude, recise una ninfea, e si chinò a respirarne l'umidità fragrante. Pareva che intorno a noi una trepidazione indistinta invadesse la greggia floreale. Come il sole era caduto dietro le rocce, un riflesso roseo appena percettibile cadeva dal cielo vespertino su l'innumerevole candore.

— Guardate le ninfee! — esclamai, fermando il remo. — Non vi sembra che in questo momento abbiano una straordinaria espressione di vita?

Ella immerse di nuovo le mani fino ai polsi e le tenne abbandonate, carnei fiori natanti; e, mentre il suo sguardo correva su la moltitudine commossa, il sorriso della sua bocca era così divinoche la mia anima volle attribuirgli la virtù del prodigio.

Veramente ella era degna di operare tutte le meraviglie e di sottomettere alla sua bellezza pur l'anima delle cose. Io non osavo dir parola, tanto al suo fianco parevami parlante il silenzio. Ma, stando noi chini verso l'acqua, eravamo congiunti l'uno all'altra da un fascino non dissimile a quello che ci aveva accomunati il primo giorno in conspetto della rupe ardente. Non stridevano sul nostro capo gli sparvieri ma garrivano le rondini a volo gittando a tratti dai loro bianchi petti quasi un lampo.

— Ebbene? Non ci moviamo? Non avete più forza? — mi disse ella rivolgendosi, con un accento indefinibile d'irrisione, e penetrandomi in fondo agli occhi. — Non vedete che gli altri battelli sono già discosti?

Considerò la flottiglia per un poco, corrugando leggermente la fronte.

— Anatolia ci richiama — soggiunse. — Affrettatevi!

Il Saurgo sembrava allargarsi nel tramonto, dileguarsi in una infinita lontananza, riacquistare la forza della sua correntìa, promettere di condurci in paesi più belli. E in quella creatura sovrana, tutta inclinata verso quel grande e dolce fiume roseo dall'ardor della sete come da un violento desiderio di fluidità conforme alla sua essenza voluttuosa, era tal mistero di bellezza e di poesia che la mia anima si protese verso di lei col più fervente atto di adorazione.

— Guardate! — mi disse allora la rivelatrice, mostrandomi lo spettacolo ch'ella avrebbe potuto crear con un gesto. — Guardate!

Intorno a noi, su l'acqua scorsa daun leggero brivido, le corolle vive si chiudevano con un moto quasi labiale, esitavano per qualche istante, si ritraevano, si sommergevano, scomparivano sotto le foglie, l'una dopo l'altra o insieme a gruppi, come se dal profondo una virtù sonnifera le attirasse. Larghe plaghe rimanevano deserte, ma talvolta quivi nel mezzo una sola ninfea s'attardava effondendo la sua estrema grazia in quell'indugio. Una vaga malinconia fluttuava su l'acqua nel punto ove scompariva ciascuna delle ritardanti. E sembrava, allora, che pel grande e dolce fiume roseo incominciassero a vaporare i sogni notturni della moltitudine sommersa.

Ma su la vetta del Corace fu l'apparizione impreveduta per cui si determinarono le nostre sorti ultimamente.

Avevamo fatta una sosta a Scultro per visitarvi l'antichissima badia dove si conservano i resti del mausoleo suntuoso, opera di Maestro Gualtiero d'Alemagna, elevato da una Cantelma a memoria di sé medesima e de' suoi tre figli: da quella magnificaDomina Ritache, sposata a Giovanni Antonio Caldora, fu madre del gran condottiere Jacopo. E io e Anatolia eravamo rimasti ultimi nella cappella umidiccia a contemplare la figura supina del giovine eroe tutto chiuso in arme grave sino alla gola ma scoperto il capo chiomato che riposa così regalmente sul guanciale marmoreo.

Poi, dopo un lungo tratto, avendo lasciato le mule in un pianoro, eravamo giunti su per un calle aspro e angusto al ciglio settentrionale del cratere primitivo cangiato nel lago a cui Secli dà il nome. Ai nostri piedi avevamo,da una banda, la valle fulva del Saurgo; dall'altra, i forti sproni che la maggiore giogaia protende nelle sottoposte pianure limitate dal mare in lontananza. Su le nostre teste, dall'immenso cristallo ceruleo pendevano alcune nuvole quasi immobili, coerenti e abbaglianti come acervi di neve.

Seduti su i macigni, guardavamo in silenzio. Violante e Massimilla apparivano affaticate; e Oddo non riusciva ancora a calmare il suo ànsito. Ma Anatolia andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori.

Era in me un'inquietudine confusa e ineguale, che talvolta s'addensava fino a opprimermi come un'angoscia. Io sentivo che omai l'ora della scelta mi stava sopra inevitabile e che non potevo più indugiarmi nelle vicende tormentose e dilettose del desiderio e della perplessità né più studiarmi difondere in una armonia i tre nobili ritmi. Per l'ultima volta in quel giorno le tre beatrici m'apparivano congiunte, sotto la luce d'un medesimo cielo. — Qual tempo era trascorso dall'ora prima in cui salendo per le antiche scalee, nelle voci e nelle ombre virginee come nelle parvenze d'un prestigio, tra i segni dell'abbandono e della dimenticanza, avevo composta la prima musica e compiuta la prima trasfigurazione? — Al dimane il maldurevole incanto sarebbe caduto, e per sempre.

Io sentivo omai la necessità di ripetere con la viva voce ad Anatolia le parole già da me rivolte in silenzio alla pura imagine segreta ch'era stata testimone del mio colloquio col padre. — Pur dianzi, nella cappella deserta, al conspetto di quella tomba elevata dalla fede di una virago, non avevamo ambedue comunicato in un medesimosentimento e in un medesimo pensiero? Pur dianzi io le avevo detto, senza parole: “Anche tu potresti essere una genitrice di eroi, o consapevole. Io so che tu hai raccolta la mia volontà e l'hai riposta nel tuo cuore fedele, dov'ella fiammeggia come un diamante. So che, in sogno, tu hai vegliato tutta una notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, tu reggevi nelle tue palme la sua anima tangibile come una sfera di cristallo; e il tuo petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.„

Io sentivo omai la necessità di scambiare con lei la promessa sicura, già che ella era sul punto di partire con la monacanda e col fratello in ben triste viaggio. Ma la mia inquietudine si faceva grave come un'angoscia, quasi che un pericolo vero mi soprastasse.E non potevo non riconoscerne la causa nel turbamento che Violante mi dava di continuo con ogni suo atto.

Era là sotto di noi, nella valle, la ruina di Linturno, simile a un mucchio di pietre bianche, simile a un lembo scoperto del greto, in mezzo alle dolci acque morte; dove ella pur jeri, quasi per un duplice prodigio, aveva incantato le ninfee e la mia anima. Ancora ella m'incantava, se i miei occhi la guardavano. Seduta sul macigno come il primo giorno sul plinto, ella era simile alle statue immortali. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta, come in quel giorno; e ripensai: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammail'onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno....„

Con un impeto interiore, come per liberarmi da un giogo, balzai in piedi; e, rivolto a colei che andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori, dissi:

— Giacché non siete stanca, Anatolia, volete salire con me fino alla cima?

— Eccomi pronta — assentì ella, con la sua chiara voce cordiale; e, accostandosi a Massimilla, le depose nel grembo i piccoli fiori.

Violante rimase nella sua attitudine, tenendo fra le dita il suo velo: — impassibile, come se non avesse inteso. Ma io sentivo che le sue pupille non guardavano le cose, e mi turbai come se giungesse sino a me un raggio del fascino emanato dalla profondità occulta in cui era fisso il suo sguardo.

— Non tardate a discendere! — fece Oddo con suono di preghiera,mostrando nel suo volto scarno il malessere che gli davano quelle alture: quasi un timore continuo della vertigine. — Noi vi aspettiamo.

La cima del Corace insorgeva contro il cielo nuda e acuta come un elmetto, inclinata alquanto verso austro; e il tramite per giungervi correva lungo la costola ripida, angusta quasi come uno scrimolo, ond'erano spartiti nettamente i due pendii. Così difficile era quivi il passo e così periglioso che io offersi ad Anatolia la mia mano per sostegno ed ella vi poggiò la sua mentre vacillava su le asperità della roccia sorridendo. Eravamo già fuor d'ogni vista, liberi e soli, dominatori dello spazio immenso. Ci pareva che ogni respiro purificasse il sangue nelle nostre vene e alleggerisse il peso della nostra carne. E l'aroma essenziale che il fuoco del sole esprimeva dalle rareerbe alpestri, simile a un farmaco possente, accelerava il ritmo della nostra vita.

Ci soffermammo, colti da una sùbita ambascia: e le nostre mani, poichè troppo forte s'erano strette, si disciolsero. Io guardai negli occhi la mia compagna, ma ella non sorrise più. Il suo volto divenne grave, quasi triste, come adombrato da un rammarico.

— Fermiamoci qui — ella mormorò abbassando le palpebre. — Non posso andare più oltre....

— Ancora un tratto — io le dissi incalzato da un desiderio veemente di giungere — pochi passi ancora, e tocchiamo la cima!

— Non posso andare più oltre — ella ripeté, con una voce spenta che non pareva più la sua, passandosi le mani su la faccia come per toglierne qualche cosa che l'ingombrasse.

Poi tentò di sorridermi.

— Che strana illusione! — soggiunse. — La cima è ancora lontana. Par sempre di toccarla e, come più si sale, più diventa lontana....

Poi, dopo una pausa in cui ella parve ascoltare il suo cuore profondo:

— E v'è qualche anima che soffre, laggiù.

Volse la fronte oscurata da un pensiero, verso il luogo dove le sorelle aspettavano.

— Torniamo in dietro, Claudio — soggiunse con un accento che io non dimenticherò mai perché mai voce umana espresse in sì breve suono un sì gran numero di cose recondite.

— Cara, cara Anatolia! — io proruppi prendendole le mani, tutto pieno del sentimento straordinario che mi davano quelle sue semplici parole in cui era per me l'indizio indubitabiled'un atto interiore quasi divino. — Lasciate che prima io vi ripeta quel che già più d'una volta vi ha detto il mio silenzio.... Dove potrei offrire la mia fede più degnamente che qui, in questa altezza, a voi che siete la più alta delle creature, Anatolia?

Ella si coprì di pallore, non come chi oda un annunzio di gioia a lungo aspettato e invocato, ma come chi riceva in una parte vitale un colpo invisibile; e, se bene all'apparenza rimanesse immobile, fu gettata in ispirito verso di me da non so qual brivido pauroso, da non so qual movimento istintivo d'orrore — che io non percepii con gli occhi ma con uno di quei sensi ignoti che talvolta si manifestano su la trama dei nervi umani in una vibrazione istantanea e scompaiono per sempre lasciando la coscienza attonita.

Ella volse intorno a sé uno sguardo pieno d'inquietudini indefinibili.

— Voi parlate come se fossimo soli, — disse smarritamente — come se io fossi sola.... come se io fossi sola....

— Anatolia, che avete mai? — le chiesi, turbato da quel suo turbamento inesplicabile, dall'alterazione profonda del suo volto, dall'incoerenza delle sue parole.

E un pensiero balenò su la mia incertezza. — Non forse era stata assalita d'improvviso, ella assuefatta per tanti anni alla sua cupa carcere, ella rassegnata martire fra le antiche mura, non forse d'improvviso ella era stata assalita da quel terrore misterioso, da quella specie di pánico che regna nelle solitudini dei monti ardui e taciturni? — Certo, ella era in balìa del fascino terribile; e il suo spirito vi si smarriva.

Un fierissimo spettacolo avevamo ai nostri piedi, da ogni banda, nella cruda luce. La catena delle rupi, tutta palese nella sua sterilità desolata fino agli estremi gioghi, si propagava come una immensa adunazione di cose gigantesche e difformi rimasta per lo stupore degli uomini a vestigio di una qualche titanomachia primordiale. Torri dirute, muraglie fendute, cittadelle abbattute, cupole sfondate, portici pericolanti, colossi mútili, prore di vascelli, dorsi di mostri, ossature di titani, tutte le enormità simulava la compagine formidabile con i suoi rilievi e i suoi anfratti. Così limpide erano le lontananze che io distinguevo ogni contorno come se avessi sotto gli occhi infinitamente ingrandita la roccia che Violante mi aveva mostrata dal davanzale con un gesto creatore. Le più remote punte si disegnavano sul cielo con la medesimaasprezza precisa che avevano da presso gli scoscendimenti del cratere al riverbero del sole. Smisurata bocca, il cratere orbicolare si spalancava con una specie di veemenza vorticosa nel suo giro, a similitudine di un gorgo, se bene inerte. Grigio in parte come la cenere, rossastro in parte come la ruggine, era qua e là interrotto da lunghe zone candide e riscintillanti come il sale, che l'acqua adunata al fondo rispecchiava nella sua immobilità metallica. E, di contro a noi, pendulo dall'orlo su l'abisso, simile a un gregge impietrito, era Secli: il villaggio solingo come un eremo, ove un piccolo popolo industre attende da tempo antichissimo a far corde di minugia per gli strumenti di suono.

— Voi siete affaticata — io dissi alla cara compagna cercando di trarla verso un macigno che mi pareva potessealmeno da un lato impedirle la vista del vuoto e ridarle col contatto il senso della stabilità. — Voi siete affaticata, Anatolia, e questa fatica è insolita per voi, e questo spettacolo è forse un poco spaventoso.... Appoggiatevi qui, e chiudete gli occhi per qualche minuto. Io sto accanto a voi. Ecco il mio braccio. Saprò ricondurvi senza pericolo. Chiudete ora gli occhi, per qualche minuto....

Ella tentò ancora di sorridermi.

— No, no, — ella disse — non vi date pensiero, Claudio.

Poi, dopo una pausa, con la voce mutata e divenuta quasi segreta:

— È un'altra cosa.... Se chiudessi gli occhi, forse potrei vedere....

Il mio cuore tremava come una foglia a un soffio sconosciuto. E, se bene il volto di Anatolia si fosse ricomposto in una tristezza grave ma calma e pertutta la figura di lei fosse diffuso un sentimento di dominazione sul Male, io per analogie indistinte ripensai le ansie repentine di Antonello e quelle sue inquietudini ch'erano infallibili avvisi e quelle preveggenze che illuminavano i suoi pallidi occhi.

— Avete compreso, Anatolia? — io le domandai, prendendole una mano poiché eravamo addossati al macigno l'uno a fianco dell'altra. — Avete compreso che voi, voi sola, siete la compagna che il mio cuore nominò, in quella sera, quando il padre mi baciava la fronte per consentire? Voi vi alzaste e usciste dalla stanza, lieve come uno spirito; e io, non so perchè, imaginai la vostra faccia tutta bagnata di lacrime.... Ditemi se piangeste, Anatolia, e se il mio sogno vi fu caro!

Ella non rispose; ma, tenendo io la sua mano, mi parve che il più purosangue del suo cuore affluisse all'estremità delle sue dita magneticamente.

— Quella sera — io soggiunsi per inebriarla di speranza — tornando a Rebursa, vidi brillare la Stella in cima a una delle mie vecchie torri; e tanta fede la vostra presenza aveva infusa nella mia anima, che io considerai il caso come un presagio divino! Da allora, io congiungo due imagini in quello splendore.... Voi sapete quale sia l'altra. Riodo le prime parole che voi mi rivolgeste là su la scalea: parole evocatrici di “una immensa bontà„. In tutto quel giorno l'imagine evocata non si distaccò dal vostro fianco per mostrarmi la sua elezione. Ella medesima, in una prossima sera mi accompagnerà alla dimora che fu piena del suo sorriso e che oggi è deserta.... Guardate, laggiù!

Ella guardò le torri lontane di Rebursanella conca profonda ove le nuvole pendule stampavano larghi cerchi d'ombra; ma il suo sguardo trascorse a Trigento, e nell'intervallo i segni di una ineffabile violenza interiore passarono sul suo volto. Ella scosse il capo, sciogliendo la sua mano dalla mia.

— M'è vietata la felicità — disse con una voce dolorosa ma sicura, tenendo sempre gli occhi intenti al giardino delle sue pene, alla casa del suo martirio. — Anch'io, come Massimilla, mi sono consacrata; e anche il mio voto è inviolabile. E non è soltanto un atto della mia volontà, Claudio. Ora sento che è un sacrificio necessario, a cui non potrò sottrarmi. Voi avete udito dianzi il suono della mia risposta, quando mi avete invitata a salire con voi fino alla cima. Avete veduto quanto mi paresse leggero da prima il salire con voi, col sostegno della vostramano. Ma poi.... non ho potuto andare più oltre; non abbiamo raggiunta la cima. Vedete: sono qui, inchiodata a un macigno. Voi mi fate un'offerta di cui voi medesimo non conoscete il pregio come io lo conosco; ed eccomi oppressa da una tristezza tanto grave che temo di non poterla sostenere, io che non ho mai avuto paura di soffrire!

Non osavo interromperla nè più toccarla. Una specie di timor religioso mi occupava. Con una commozione più forte di quella che m'aveva sollevato nella sera solenne, pur senza rivolgermi io sentivo palpitare al mio fianco non so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine custodite sotto i veli nei penetrali dei templi. La voce parlava quasi nel mio orecchio, e nondimeno mi veniva da un'infinita lontananza. Semplici erano le parole; ma esse erano proferite su le sommità dellavita, là dove l'anima umana non giunge se non per trasfigurarsi in ideale Bellezza.

— Guardate, laggiù! Guardate la casa dove sin dal primo giorno noi vi abbiamo accolto come un fratello, dove nostro padre vi ha accolto come un figliuolo, dove voi avete ritrovata intatta la memoria dei vostri cari morti. Guardate quanto sembra discosta! Pure, io la sento congiunta a me da mille legami invisibili ma più forti di qualunque catena. Mi sembra che, anche di qui, la mia vita si mescoli tutta a quel poco di vita che soffre laggiù.... Ah, forse voi non potete comprendere! Ma pensate, Claudio, l'atrocità del destino che ci sta sopra; pensate quella povera madre demente, quel vecchio accasciato ed esausto, quella vittima che trema di continuo su l'orlo della follia, e quell'altra ancora, che sta sotto lastessa condanna, e l'orrore del contagio, e la solitudine, e le angustie.... Ah, voi non potete comprendere! Fin dal primo giorno io ho temuto di rattristarvi; e ho cercato di risparmiarvi le peggiori afflizioni, di nascondervi le peggiori miserie; ho cercato sempre di frammettermi tra voi e la nostra sciagura. Poche volte, o forse mai, voi avete respirato la vera tristezza della nostra casa. Noi vi abbiamo condotto all'aperto, tra i fiori che per voi solo abbiamo ripreso ad amare; e nel nostro giardino abbandonato voi avete potuto far rivivere qualche cosa morta... Ma pensate lo strazio nascosto! Voi non potete vedere; ma io vedo di qui tutto quel che accade là dentro, come se le mura fossero di vetro e io le toccassi con la mia fronte. Pare che la vita sia sospesa: il padre e il figlio sono chiusi nella medesima stanza enon osano uscire e non osano parlare e ascoltano tutti i rumori, e l'uno accresce la sofferenza dell'altro, ed entrambi aspettano il mio ritorno, privi d'ogni forza, e tendono l'orecchio sperando di riconoscere la mia voce e il mio passo. Edellaè smaniosa, mi cerca per tutti gli anditi, per tutte le stanze, mi chiama ad alta voce, si ferma davanti a una porta chiusa e si mette a origliare o a battere; e, di dentro, le mie due povere anime odono il suo ansare, e sussultano ad ogni colpo, e non sanno se non guardarsi negli occhi, con che strazio, mio Dio!

Ella si mise le mani alle tempie con un gesto istintivo, quasi per comprimervi una ripercussione di dolore; mentre tutto il suo corpo, distaccatosi dal macigno, s'inclinava verso il lontano luogo del supplizio. E per qualche istante, stretto alla gola dall'angosciach'ella mi aveva comunicato, chino nella sua stessa attitudine, anch'io rimasi sospeso su l'orlo del precipizio, con lo sguardo fisso alla dimora lontana dove quelle anime penavano.

— Pensate — ella riprese a dire, con la voce omai rotta — pensate, Claudio, quel che accadrebbe di loro se io non fossi più là, se io li abbandonassi! Anche quando io m'allontano per poco, provo non so che rammarico, non so che rimorso. Ogni volta che varco la soglia per uscire, un presentimento funesto mi stringe il cuore; e mi sembra che, rientrando, io debba trovare la casa piena di grida e di pianti....

Un tremito indomabile ora la scoteva tutta quanta, e i suoi occhi si dilatavano come se una visione truce li riempisse d'orrore.

— Antonello... — balbettò; e perqualche istante non potè proferire altra parola.

Io la guardava con una indicibile angoscia; e pativo nella mia anima le contratture delle sue care labbra. E la visione ch'era nei suoi occhi passava nei miei; e io rivedevo il volto bianco e consunto di Antonello, e il battito rapido delle sue palpebre, e il suo sorriso penoso, e i suoi gesti disordinati, e le onde di terrore che investivano d'improvviso il suo corpo lungo e magro squassandolo come una canna fragile.

— Antonello.... ha tentato di morire.... Lo so io sola.... Nessun altro lo sa; neppure Oddo. Guai!

Ella tremava, senza potersi dominare, addossata al macigno.

— Una sera, Dio mi avvertì, Dio mi mandò.... Sia lodato sempre!... Entrai nella sua stanza.... e lo trovai....

Soffocata, ella si toccava la gola con le dita convulse smarritamente, come se ora quel laccio stringesse lei medesima: tremante, disfatta, senza più coraggio dinnanzi al ricordo, ella che aveva saputo reprimere le sue grida alla vista del tramortito, suscitare da' suoi propri polsi una forza virile, compiere l'opera senza chiedere aiuto, nascondere in sé l'orribile segreto, vivere poi con la tragica imagine impressa nell'anima, di timore in timore, d'ansia in ansia! Così, nella sua verità sublime, ella mi si rivelava devota disperatamente a un affetto che aveva la sua radice nel più profondo e più sacro istinto dell'essere. La voce del sangue pareva gridare da tutte le sue vene; i legami del sangue tenevano ogni sua fibra. Ella era nata per portare i dolci e tremendi vincoli sino alla morte. Ella era disposta a consumarsicome un olocausto per nutrire la fiamma vacillante del suo focolare. “Di quale inaudito amore amerebbe ella dunque la creatura delle sue viscere?„

— Voi parlate d'abbandono — io le dissi facendo uno sforzo penoso per esprimermi poichè ogni espressione di me sembravami inopportuna e debole dinnanzi alla grandezza e alla bellezza di quel sentimento rivelato — voi parlate d'abbandono, Anatolia; e dimenticate che anch'io fin dal primo giorno ho creduto di ritrovare nella vostra casa il mio padre, le mie sorelle, i miei fratelli; e non sapete come anche nel mio cuore sia una pietà filiale e fraterna, non comparabile alla vostra che è sovrumana, ma pur degna di servirla nell'atto....

Ella scosse il capo.

— Ah, Claudio — rispose, con undolente sorriso delle sue labbra aride — la vostra generosità v'illude. Ho ancora l'anima allucinata dalla fiamma dei vostri sogni ma turbata da non so qual violenza contenuta e quale ardore pericoloso che di tratto in tratto apparivano in voi. Una volontà di lotta e di predominio vi agita; e voi vorrete con ogni mezzo costringere la vita a mantenervi le sue promesse. Siete giovine, e fierissimo del vostro sangue, e padrone della vostra forza, e sicuro nella vostra fede. Chi può assegnare un limite alla vostra conquista?

Ella aveva infuso nell'ultime parole la virtù della sua voce limpida e calda, come per una sollevazione subitanea; e, dal fremito che n'ebbi, io compresi qual valida incitatrice di energie avrebbe potuto essere ella che, pur nella sua bontà e nella sua pazienza,possedeva l'istinto primario della sua razza imperiosa.

— Ma imaginate, Claudio, un conquistatore che tragga dietro di sé un carro pieno d'infermi e che si prepari a combattere contemplando i loro visi consunti, ascoltando le loro lamentazioni! Potete imaginarvelo? Se la vita è crudele, colui che è risoluto ad affrontarla deve necessariamente assumere la qualità della nemica; e ogni impaccio o prima o poi susciterà il suo fastidio e la sua collera....

Ella era riuscita a reprimere l'eccesso della sua commozione; e ancora mi si mostrava nella sua fermezza coraggiosa, parlando senza tremito.

— Io stessa, io stessa non diverrei forse un giorno smemorata? non mi sentirei presa tutta quanta dai nuovi affetti, dalle nuove cure, e dall'ebrezza delle vostre speranze? Troppoè grande il compito che voi volete assegnare alla compagna dei vostri sforzi, Claudio. Le vostre parole sono nella mia memoria.... Ahimè, non è possibile alimentare nel tempo medesimo due fiamme! La nuova diventerebbe in breve così vorace che io dovrei sacrificarle tutti i beni della mia anima. E l'antica è così fievole che basta ch'io volga altrove il capo perchè si spenga.

Tacque, riabbassando la fronte. Ma con un atto repentino, come assalita di nuovo dalle prime inquietudini, si guardò intorno; e qualche moto delle sue labbre aride mi rivelò la sua sete. Poi si volse verso di me e, fissandomi nelle pupille con una specie di violenza interiore, mi domandò:

— Veramente il vostro cuore mi ha scelta? Avete scrutato il vostro cuore sino al fondo? O un'illusione vi fa velo?

Mi turbarono così forte quel suo sguardo e quel suo dubbio improvvisi, che io mi sentii impallidire come s'ella m'avesse accusato di menzogna.

— Anatolia, che dite mai?

Ella si distaccò dal macigno, diede qualche passo incerto; si soffermò come a tendere l'orecchio, inquieta, agitata.

— V'è qualche anima che soffre, per queste vie — ripetè con l'accento della prima volta; e restò per alcuni attimi perplessa, mentre la sua mano faceva verso la sua fronte un gesto vago.

Poi, rivolgendosi a me, rapidamente, ansiosamente, quasi che ella fosse incalzata e temesse di non aver tempo a pronunziar le parole:

— Domani io partirò. Bisogna che io accompagni Massimilla. Non ho il coraggio di lasciarla partir sola col fratello. Bisogna che io l'accompagnifino alla porta del suo ritiro. Ella va a pregare per noi.... So che non va come a una consolazione ma come a una morte; e perciò è necessario ch'io l'assista. Tutto finisce per lei. Io resterò lontana alcuni giorni. Per alcuni giorni una di noi sarà sola a Trigento.... E la primogenita: ha quasi un diritto.... Ella è degna.... Non so; il cuore vi dirà qualche cosa, forse la verità.... Vi giuro, Claudio, che io pregherò, con quanto fervore ho nell'anima, perchè tornando io sappia che tutto fu risoluto secondo il bene d'ognuno.... Chi sa! Forse un gran bene è sopra di voi. Io credo nella vostra Stella, Claudio. Ma per me c'è un divieto.... Non so dire, non so dire.... C'è un'ombra su la mia volontà.... Dianzi m'è venuta una strana paura, e poi.... una tristezza, una tristezza che non conoscevo ancora....

Ella s'arrestò, anelante, smarrita, misera, come se riacquistasse il sentimento dell'infinita desolazione che s'allargava intorno a noi, nell'implacabile arsura.

— Anche voi, come soffrite! — mormorò, senza guardarmi.

E tendendomi ambe le mani, con il suo sforzo supremo:

— Ora, addio! Bisogna tornare indietro. Grazie, Claudio. Ricordatevi sempre di me come d'una sorella devota. La mia tenerezza non vi verrà mai meno....

Voltò il viso perchè gli occhi le si empivano di lacrime; e io le baciai ambe le mani.

— Addio! — ella ripetè, facendo l'atto di avviarsi alla discesa; ma vacillò sul sasso.

— Vi prego, Anatolia, rimanete ancora! — io supplicai, sorreggendola. — Ancoraqualche minuto, qui, all'ombra, perchè possiate riprendere un po' di forza.... La discesa è aspra.

— Ci aspettano! Ci aspettano! — ella balbettò, quasi fuori di sè, comunicandomi la sua ansietà frenetica. — Andiamo, Claudio! Mi appoggerò a voi. Se indugiassi ancora, mi sentirei più male, non potrei più dare un passo.... Ah che orribile sete!

Io vedevo bene che la sua povera bocca ardeva di sete; e così angosciosa era la pietà che mi stringeva, ch'io mi sarei aperta una vena per dissetarla. Nessuna traccia di acque, intorno. Sole, in fondo al cratere estinto, le acque del lago che parevano piombo incandescente. Rapide imagini mi attraversarono il cervello, come in un delirio di febbre: il grande fiume roseo coperto di ninfee, Violante inclinata sul bordo del battello, il suo volto chinoa respirare l'umidità del fiore, la durezza d'un suo sguardo acuita dai sopraccigli contratti....

Ma trasalimmo, sotto un'onda di suono improvvisa che giungeva fino a noi da un'ignota origine. Così grave era il silenzio negli alti deserti, che ci pareva non violabile; e, per lo smarrimento dei nostri sensi, quella infrazione inattesa ci percosse da prima come un fatto straordinario. Anatolia si strinse al mio braccio, interrogandomi con gli occhi dilatati.

— Secli — io le dissi, riconoscendo la natura del suono. — Le campane di Secli....

E stemmo in ascolto, l'uno a fianco dell'altra, chini verso il cratere sonoro, nell'ombra che il macigno gettava su le nostre teste.

Sonoro come un gigantesco timpano, il cratere vacuo ripercoteva le ondedei metalli vibranti confondendole in un cupo rombo continuo che si propagava per la solitudine di luce indefinitamente. Per tutta la solitudine, ove la materia originale splendeva impietrita nelle sue mille espressioni di furia e di dolore, per la valle fulva solcata dal fiume serpentino, per le propagini alpestri declinanti fino al mare lontano, per ogni luogo la voce di bronzo modulata dalla terribile bocca ignea diffondeva la sua parola misteriosa. Più oltre ancora sembrava giungere, ancora più oltre, nello spazio senza fine, nelle plaghe d'oltremonte e d'oltremare, là dove la mia vista si perdeva stanca, là dove trascorreva come un vento carico di polline un mio pensiero informe e incoercibile ma pur dotato d'un'oscura virtù creatrice. Un gran sentimento confuso — in cui si agitavano innumerevoli cosedi dolore e di gioia, di passato e d'avvenire, di morte e di vita — mi travagliava la coscienza e sembrava dilatarla e approfondarla come fa dell'oceano la tempesta.

Attonito, io guardai il lago inferno, opaco e inerte come l'occhio cieco d'un mondo sotterraneo; e riguardai il cratere vorticoso in cui l'impeto del fuoco primitivo era rimasto fisso come la contrattura d'uno spasimo estremo rimane talvolta su le labbra del cadavere. Ed il mio sguardo si fermò su le umili case di Secli, su quel fragile nido umano che appena appena si distingueva dalla roccia a cui era sospeso. Ed ebbi la visione fantastica di quel popolo inconsapevole e taciturno, intento da tempo antichissimo a ridurre le viscere degli agnelli in corde musicali destinate ad esprimere nel linguaggio dell'arte le più alte aspirazionidella vita e a inebriarne miriadi di sconosciute anime nel mondo.

Continuava, continuava il rombo, senza pause, eguale, nell'aria infiammata. E, poiché la mia compagna era immobile al mio fianco, io non osavo parlare, nè rompere il fascino. Ma d'improvviso ella si rivolse scoppiando in singhiozzi, come se in quel punto ella avesse veduto il termine di un'agonia. Con la faccia tra le palme, contro il macigno, ella singhiozzava disperatamente.

— Anatolia, Anatolia, che avete mai? Rispondetemi, Anatolia! Ditemi una sola parola!

E, non resistendo allo strazio, feci l'atto di prenderle i polsi per scoprirle la faccia.

Udii da presso il rumore d'un passo veloce su le pietre, un respiro affannoso; travidi un'ombra.

— Voi, Violante?

Ella aveva su per la roccia ripida lo slancio elastico di una fiera, in tutta la persona qualche cosa di ostile e di malefico. Portava il capo tutto avviluppato nel suo denso velo azzurro, per modo che il volto rimaneva nascosto come da una maschera fin sotto il mento e gli occhi rilucevano a traverso il tessuto.

Si fermò presso il macigno, ostile, arrovesciando in dietro il capo come chi sia per rimaner soffocato. Ella certo si sentiva soffocare, ma non si sbendò. La veemenza dell'anelito le sollevava il seno e faceva palpitare il velo; un fremito infrenabile le scoteva le mani coperte di guanti lacerati: lacerati forse contro i sassi aguzzi, in qualche caduta perigliosa.

— Vi abbiamo aspettato — disse alfine, con la voce rotta che un pocosibilava — vi abbiamo aspettato molto.... Non vedendovi più tornare, io mi sono mossa... per incontrarvi....

Scorgevo il moto delle sue labbra convulse, a traverso il velo; indovinavo la trasfigurazione della sua faccia sotto quella soffocante maschera azzurra ch'ella non voleva sollevare. E l'émpito interiore cresceva così violento d'attimo in attimo, che non m'era possibile disserrar le labbra. Ma sentivo che non su me soltanto la necessità del silenzio era caduta.

Passava continuo su le nostre teste il rombo del bronzo, ripercosso dal cratere.

Anatolia aveva cessato di singhiozzare; ma le tracce del pianto restavano sul suo volto, e rosse apparivano le palpebre ch'ella teneva socchiuse.

— Andiamo — disse piano, senza guardare nè me nè la sorella.

E in silenzio ci avviammo giù per la discesa, accompagnati dal rombo, nella desolazione della luce.

Straziante discesa, che pareva non dovesse aver mai fine! Elle andavano innanzi o rimanevano in dietro, secondo le vicende del cammino; e io sorreggevo ora l'una ora l'altra, se vacillavano. Ad ogni tratto il cuore mi si stringeva, per la paura di vederle mancare. Quando le campane di Secli tacquero, avemmo un sollievo illusorio; ma sùbito ci accorgemmo che nella quiete dell'aria l'affanno palese dei nostri respiri aumentava la nostra sofferenza, e ci parve di udire troppo distintamente il rombo delle nostre vene.

Con una pertinacia selvaggia, sotto la sua maschera azzurra Violante resisteva alle soffocazioni. Certo, una sete orribile le ardeva la gola: come a me, come alla sorella. Quando nelsoccorrerla le prendevo la mano, vedevo per le lacerature del guanto un po' del suo sangue su la pelle scalfita; e, con un turbamento profondo, ripensavo il roveto carico di fiori.

Più tardi, nel pianoro dove i miei uomini attendevano con le mule e dove sostammo arsi dalla sete e affranti dalla fatica, io composi per l'ultima volta in una armonia infinitamente bella e dolorosa la bellezza e il dolore delle tre principesse.


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