II.Grandissima grazia d'ombre e di lumi s'aggiunge ai visi di quelli che seggono sulle porte di quelle abitazioni che sono oscure....Leonardo da Vinci.Ebbi un moto di sincera gioia quando riconobbi su la via di Rebursa Oddo e Antonello Montaga che, avendo saputo l'ora del mio arrivo, venivano a incontrarmi. Entrambi mi abbracciarono con effusione, mi diedero tutti i saluti di Trigento, mi rivolsero mille domande a un tempo; sembravano felici di rivedermi, anche più felici quando io espressi il proposito di rimanere nel paese a lungo.— Rimarrai con noi! — esclamò Antonello, come fuori di sè, stringendomile mani. — Tu sei mandato da Dio, dunque....— Bisogna che tu venga oggi stesso a Trigento, — disse Oddo interrompendo il fratello. — Tutti ti aspettano là. Bisogna che tu venga oggi stesso....Mi sembravano entrambi tenuti da un'agitazione strana, quasi febrile; avevano i gesti disordinati e un po' convulsi, la parola rapida e quasi ansiosa: l'aspetto di due prigionieri infermicci, esciti allora allora dal carcere come da un sogno opprimente, turbati e smarriti e quasi ebri nel primo contatto con la vita estranea. Come più io li guardava, più manifesti mi apparivano nelle loro persone i segni singolari; e cominciavano a darmi pena e inquietudine.— Non so, — risposi, — non so se oggi stesso potrò venire. Tante ore di viaggio mi hanno stancato. Ma domani...Provavo un bisogno vago di star solo, di raccogliermi, di assaporare quella malinconia ch'era caduta su me all'improvviso. I miei occhi cercavano il paese intorno per riconoscerlo. Veniva dalle cose verso di me quasi un'onda di memorie, che la presenza di quei due esseri dolorosi m'impediva di ricevere.— Allora — disse Oddo — verrai domattina a colazione da noi. Consenti?— Sì, verrò.— Tu non puoi imaginare come ti aspettino tutti, laggiù.— Non mi avevate dunque dimenticato.— Oh no! Tu ci avevi dimenticati.— Tu ci avevi dimenticati — ripetè Antonello, con un sorriso un po'convulso. — È giusto. Noi siamo sepolti.Gli accenti della sua voce mi colpivano più che le sue parole. Un'intensità singolare avevano i suoi accenti, i suoi gesti, i suoi sguardi, tutti i suoi atti, come quelli di un uomo posseduto da un morbo misterioso, tormentato da un'allucinazione continua, vivente in mezzo ad apparenze non percettibili dai sensi altrui. Non mi sfuggiva una specie di sforzo ch'egli faceva come per uscire da un'atmosfera che l'involgesse e per comunicar più da vicino con me. Un tale sforzo dava qualche cosa di contratto e di convulso a tutta la sua persona. La mia pena e la mia inquietudine crescevano.— Tu vedrai la nostra casa — egli soggiunse, con quel medesimo sorriso.Senza volere, domandai:— Come sta Donna Aldoina?Ambedue i fratelli chinarono il capo, non risposero.Si somigliavano. Erano, in fatti, gemelli: ambedue lunghi, magri, un po' curvi. Avevano gli stessi occhi chiari, la stessa barba rada e fine, le stesse mani pallide nervose e inquiete come quelle delle isteriche. Ma in Antonello i segni della debolezza e del disordine si mostravano più profondi e irreparabili. Egli era perduto.Nella pausa, invano io cercavo parole. Mi teneva una specie di stupore triste, quasi che su l'anima avessi tutto il peso del corpo stanco. Poichè la strada costeggiava una catena di rocce, il trotto dei cavalli risonando sul terreno duro svegliava gli echi nelle cavità deserte. Alla svolta, apparve nella valle il fiume rilucente per sinuosità innumerevoli. Chiusa nei meandri comeun'isola, apparve una massa biancastra di rovine.— Non è Linturno, là? — chiesi io riconoscendo la città morta.— È Linturno — rispose Oddo. — Ti ricordi? Una volta ci andammo insieme....— Mi ricordo.— Quanto tempo è passato!— Quanto tempo!— Ora non c'è molta differenza tra Linturno e Trigento — disse Antonello, toccandosi incertamente la barba su la guancia con le dita affilate, mentre i suoi occhi parevano perdere lo sguardo esteriore. — Domani vedrai.— Ma tu lo scoraggi! — interruppe Oddo, con una leggera irritazione. — Domani non verrà.— Verrò, verrò — assicurai, sforzandomi di sorridere e di vincere la mia tristezza medesima che più sichiudeva. — Verrò; e troverò bene il modo di rianimarvi. Mi sembrate un po' malati di solitudine, un po' depressi....Antonello, ch'era seduto di fronte a me, pose una mano sul mio ginocchio chinandosi fino a guardarmi nelle pupille, mentre il suo volto prendeva un'indefinibile espressione di sgomento e di ansietà, come s'egli avesse trovato nelle mie parole un senso spaventoso e volesse interrogarmi. E di nuovo quel suo volto bianco, che mi si avvicinava, pur nella luce diurna mi parve escire da un mondo in cui respirasse solo; mi suscitò l'imagine di quei volti emaciati e spiritali che escono soli dai fondi misteriosi dei quadri sacri anneriti dal tempo e dal fumo dei cèrei.Non fu se non un attimo. Egli si ritrasse e non parlò.— Ho portato meco i cavalli — io soggiunsi, dominando il mio turbamento. — Faremo grandi cavalcate, ogni giorno. Bisogna muoversi, scuotere la pigrizia e la noia. Come passate voi le ore?— Contandole — disse Oddo.— E le sorelle?— Oh quelle povere creature! — mormorò Oddo con un tremito di tenerezza nella voce. — Massimilla prega; Violante si uccide coi profumi che le manda la Regina; Anatolia.... Anatolia è quella che ci fa vivere, è la nostra anima, è per noi tutto.— E il principe?— È molto invecchiato; è diventato interamente bianco.— E Don Ottavio?— Non esce quasi mai dalle sue stanze. Abbiamo quasi dimenticato il suono della sua voce.— E Donna Aldoina? — stavo per chiedere di nuovo, ma mi trattenni; e tacqui.Eravamo nella valle ondulata del Saurgo, in una conca di tepore.— Com'è precoce qui la primavera! — esclamai, per un bisogno di consolare quei due dolenti e di consolar me medesimo. — In febbraio vedete i primi fiori. Non è già questo un privilegio? Voi non sapete godere delle cose che la vita vi offre. Mutate un giardino in una carcere per torturarvi.— Dove sono i fiori? — domandò, con quel suo sorriso penoso, Antonello.Cercammo tutt'e tre i fiori con gli occhi, per quella terra fulva e aspra come la giubba del leone, che sembrava fatta per nutrire le piante dall'aspetto arido e tormentato ma datrici d'un opulento frutto.— Eccoli! — gridai con un motovivo di piacere additando un filare di mandorli su un'eminenza che aveva la forma lunga e nobile di un'onda.— Sono nella tua terra — disse Oddo.Eravamo in fatti nelle vicinanze di Rebursa. La catena rocciosa con le sue cime frastagliate e aguzze piegava a destra, lambita dal Saurgo serpentino, sollevandosi a grado a grado verso il massimo culmine del monte Corace che scintillava al sole come un elmetto. A sinistra della strada il suolo svolgevasi ondulato ad imagine di una spiaggia coperta di larghe dune, trasformandosi poco lungi in una successione di colline fulve e gibbose come i cammelli del deserto.— Guarda, guarda! Un altro filare laggiù! — gridai scorgendo un'altra nube argentea e leggera di fiori. — Non vedi, Antonello?Egli non tanto guardava i mandorli quanto me, con un sorriso trepido e attonito, meravigliandosi forse della puerile allegrezza che suscitava a un tratto in me la vista dei primi fiori. — Ma qual più lieta accoglienza avrebbe potuto farmi la terra amata da mio padre? Qual più gentile spettacolo di festa avrebbe potuto offrirmi quel robusto paese dalle vertebre di roccia?— Se fossero qui Anatolia, Violante, Massimilla! — esclamò Oddo, a cui s'era comunicata la mia animazione impreveduta. — Ah se fossero qui!E la sua voce esprimeva il rammarico.— Bisogna condurle sotto i fiori — disse Antonello dolcemente.— Guarda quanti! — io seguitai, abbandonandomi al novissimo piacere con più confidenza perchè sentivo già di poterne trasfondere almeno una partein quelle povere anime chiuse. — Sono felice che sieno miei, Oddo.— Bisogna condurle sotto i fiori — ripetè Antonello dolcemente, come trasognato.Mi pareva che i suoi occhi febrili si rinfrescassero nella visione di quelle cose pure e che le sue parole piane mescolassero a quelle cose le imagini indistinte delle tre sorelle: “Massimilla prega; Violante si uccide coi profumi; Anatolia è quella che ci fa vivere, è l'anima nostra.„— Ferma! — ordinai al cocchiere, sollevandomi a un tratto, colpito da un pensiero subitaneo che mi fece gioire singolarmente. — Scendiamo; entriamo nel campo. Voglio che portiate a casa un fascio di rami. Sarà una festa, laggiù.Oddo e Antonello si guardarono un po' confusi, un po' sorridenti, quasi timidi,come dinnanzi a un fatto impensato e straordinario che nel tempo medesimo li sbigottisse e li empisse d'una sensazione deliziosa. Essi mi avevano mostrato il loro male, mi avevano rivelata la loro pena, mi avevano parlato del triste carcere ond'erano esciti e dov'erano per rientrare; ed ecco, su la via aperta, io li invitavo a riconoscere e a festeggiare la primavera: la primavera ch'essi avevano dimenticata, ch'essi parevano rivedere per la prima volta dopo lunghi anni e considerare con un misto di temenza e di allegrezza, come un miracolo.— Scendiamo!Non più io mi sentivo stanco, ma sentivo in me la consueta abondanza di vita e quella elevazione che dánno allo spirito gli atti spontanei di generosità. Io era liberale di me a quei due indigenti, li riscaldavo con la miafiamma, li abbeveravo col mio vino. Leggevo già nei loro occhi (ed essi mi guardavano quasi di continuo) una specie di sommessione e di dedizione fiduciosa. Essi già mi appartenevano entrambi; ed io poteva esercitare su loro il beneficio e il predominio senza fallire.— Che aspetti? Non discendi? — chiesi ad Antonello che, col piede sul predellino, pareva esitare come davanti a un pericolo.Egli aveva ancora quel suo sorriso contratto. Fece uno sforzo visibile nel mettere il piede a terra; vacillò come se nel calcolare l'altezza si fosse ingannato; e i suoi primi passi furono saltellanti e mal fermi. Lo aiutai nel varcare la callaia. Sentendo cedere le zolle, egli si soffermò; e, rivolto agli alberi fioriti, respirò forte, accolse tutta la bella apparenza ne' suoi occhi chiari, ne rimase quasi abbacinato.Io gli dissi, toccandogli il braccio:— Tu non ti ricordavi di queste cose. Oddo, ch'era già entrato nel frutteto, esclamò come ebro:— Ah se Violante fosse qui! Quest'odore val bene le essenze di Maria Sofia.Antonello ripetè dolcemente:— Bisogna condurle sotto i fiori.Pareva che il suono di queste parole gli avesse affascinato l'orecchio come una cadenza, fin dalla prima volta. La sua voce nel ripeterle aveva le stesse inflessioni. E io nel riudirle provai non so che turbamento, quasi che mi fossero dirette. Il desiderio di tagliare i rami, ch'era caduto dinnanzi a tanta bellezza vivente, mi risorse; e imaginai in confuso l'arrivo del gran dono primaverile al palazzo lùgubre nel crepuscolo.— Non c'è nessuno nelle vicinanze? — domandai, impaziente.Un colono sopraggiungeva di corsa. Ansando si curvò e si mise a baciarmi le mani con una specie di furia.— Taglia i più bei rami — io gli dissi.Era egli un magnifico esemplare della sua specie, degno abitatore di quella roggia terra sparsa di pietre focaie. Mi pareva in vero un superstite dell'antica razza lapidea di Deucalione. Brandì la róncola, e con colpi netti e rapidi si diede a mutilare le felici creature vegetali. Ad ogni colpo cadevano i petali meno tenaci e imbiancavano il suolo.— Guarda! — dissi ad Antonello accostandogli un ramo. — Hai tu mai conosciuta una cosa più delicata e più fresca di questa?Egli levò la debole mano feminina e toccò con la punta delle dita una corolla. Il suo gesto era quello dell'infermoo del convalescente che tocca una cosa viva con la vaga illusione che essa gli lasci nel contatto qualche piccola parte di vitalità come le farfalle lasciano la polvere labile delle loro ali. Egli si volse al fratello con una malinconia quasi tenera nel suo sorriso penoso:— Vedi, Oddo? Noi avevamo dimenticato, non sapevamo più....— Ma non vivete voi in un giardino? — io domandai meravigliandomi di quel loro stupore e di quella loro commozione innanzi a un semplice ramo di mandorlo come innanzi a una novità inopinata. — Non passate tutti i giorni tra le foglie e i fiori?— Sì, è vero — rispose Antonello. — Ma io non li vedevo più. E poi questi sono o mi sembrano, io non so,un'altra cosa. Non so dirti l'impressione che mi fanno. Tu non puoi comprendere.Poichè la ròncola risonava ancora, egli si volse verso il mandorlo che gemeva sotto i colpi. L'uomo, sollevato da terra, stringeva il tronco nella tenaglia delle gambe nerborute, avendo sul capo fosco come quel d'un mulatto la fresca nuvola argentina che tremava al luccichìo del ferro adunco.— Digli che cessi! — mi pregò Antonello. — Noi non potremo caricarci di tanti rami.— Vi farò portare dalla carrozza fino a Trigento, col carico.M'indugiavo tuttora a imaginare l'arrivo del dono primaverile innanzi ai cancelli del parco ove le tre sorelle attendevano. Le loro figure mi balenavano indistinte, pur con qualche lineamento che mi pareva di rinvenire nei ricordi della puerizia e dell'adolescenza. E il desiderio di rivederle, di riudire la loro voce, di ravvivare quei ricordialla loro presenza, di conoscere il loro male, di mescolarmi alla loro vita ignota mi cresceva a poco a poco e cominciava a prendere l'acutezza di un'inquietudine.Seguendo il mio pensiero e il mio sentimento (già la carrozza correva verso Rebursa), io dissi:— Un tempo, il parco di Trigento era pieno di giunchiglie e di violette.— Anche ora — disse Oddo.— C'erano grandi siepi di bosso.— Ci sono ancóra.— Mi ricordo bene dell'anno che arrivaste da Monaco per rimanere. Massimilla era molto malata. Accompagnavo a Trigento quasi ogni giorno mia madre....Noi eravamo immersi nella primavera. I rami di mandorlo ingombravano la carrozza: ne avevamo dietro le spalle, ne avevamo su le ginocchia.Il viso così bianco di Antonello m'appariva tra quella bianchezza odorosa più consunto; e la malinconia dei suoi occhi febrili, troppo in contrasto con quella vivente espressione di una gioventù sempre rinnovellata, mi si adunava intorno al cuore.— Peccato che tu non venga oggi a Trigento! — disse Oddo, con un profondo rammarico nella voce. — Mi dispiace di lasciarti.— È vero — aggiunse Antonello. — Ti abbiamo riveduto soltanto oggi, dopo anni, dopo anni di silenzio e di dimenticanza; e ora già ci sembra di non poter fare a meno di te.Essi proferivano le parole affettuose con quella semplicità e con quel candore che conservano gli uomini solitarii, non abituati alle simulazioni della vita comune. Sentivo già ch'essi mi amavano e che io li amavo, e che tranoi la grande lacuna degli anni si colmava a un tratto, e che la loro sorte stava per congiungersi alla mia sorte indissolubilmente. — Perchè la mia anima s'inclinava con tanta pena verso quei due vinti, si protendeva con tanto desiderio verso grazie e tristezze intravedute, mostrava tanta impazienza di versare la sua dovizia su quella povertà? Era dunque vero che la lunga e dura disciplina non aveva inaridite in lei le fonti spontanee della commozione e del sogno ma le aveva rese più profonde e più fervide. — Un vapore di poesia si diffondeva per me in quel pomeriggio di febbraio intiepidito dall'alito d'una primavera precoce. Il corso volubile del Saurgo a piè delle rocce plasmate dal fuoco; la città morta nel fiume impaludato; il vertice del Corace sfavillante come un elmetto su una fronte minaccevole; le fulve glebeseminate di selci risvegliatrici delle scintille dormenti; le viti e gli olivi contorti dall'atroce sforzo d'esprimere frutti così ricchi da membra così magre: tutti gli aspetti del paese intorno significavano la potenza dei pensieri nutriti in segreto, il mistero tragico dei destini compiuti, l'energia dolorosa, la constrizione tirannica, la passione superba, ogni più aspra e più rigida virtù della terra solitaria e dell'uomo solo. Pur nondimeno il più mite dei tepori primaverili si raccoglieva nell'austera chiostra; le fioriture argentee dei mandorli coronavano i poggi come le schiume coronano le onde; ai raggi obliqui i declivii qua e là prendevano l'apparenza morbida di un velluto disteso; i culmini delle rocce si convertivano in un oro quasi roseo, sul cielo che delicatamente inverdiva. L'influsso della stagione e la magia dell'ora potevanodunque addolcire il duro genio dei luoghi, velare di grazie quella fierezza, temperare quella violenza, versare un lene incantesimo in quel bacino foggiato con arte ignea dalla volontà terribile di un antico vulcano e poi con vece assidua corroso dalla cupidigia o arricchito dalla liberalità di un antico fiume.— Noi ci vedremo assai spesso — io dissi, dopo una pausa rispondendo alle parole buone. — Da Rebursa a Trigento la via è breve. E io so che in voi ho ritrovato due miei fratelli....Entrambi trasalirono, poichè un guardiano a cavallo oltrepassò di galoppo scaricando in alto la sua carabina per dare il segnale alle salve di saluto e di gioia. Rebursa si levava innanzi a me con le sue quattro torri di pietra, ancor bella e forte, mostrando ancora intatta l'impronta dell'orgoglio originario,distendendo la sua ombra e la sua dominazione su una gente gagliarda in cui l'obedienza e la fedeltà si trasmettevano di padre in figlio come caratteri della sostanza vitale.Ma mi strinse l'anima un'angoscia non provata da lungo tempo quando posi il piede su la soglia cosparsa di mirto e d'alloro, dove nessuna voce cara mi dava il benvenuto chiamandomi per nome. Le imagini dei miei morti mi comparvero a piè della scala e mi fissarono con gli occhi trascolorati, senza un gesto, senza un cenno e senza un sorriso.Più tardi, seguii con lo sguardo a lungo a lungo su la via di Trigento la carrozza che portava i due tristi malati quasi sepolti sotto i fiori. E la mia anima precorse al cancello del parco dove le tre sorelle attendevano — Anatolia, Violante, Massimilla! — ; e le intravidenell'atto di ricevere su le braccia protese il fresco dono della primavera; e cercò di riconoscere i nobili volti a traverso la siepe fragrante, cercò di scoprire la fronte di colei ch'ella avrebbe eletta per l'alleanza necessaria. Il crepuscolo cadendo aumentava quella strana e impreveduta agitazione del desiderio d'amore. Un'ombra azzurra occupava la valle del Saurgo, celava la città morta, ascendeva lentamente su per le aspre gradinate rocciose; ma come in cielo pullulavano gli astri così in terra s'accendevano fuochi di festa, divampavano, si moltiplicavano, formavano larghe corone. Soli, altissimi, estranei a quei segni della vita infera, quasi retrocessi nella lontananza d'un mito, quasi culminanti in un'atmosfera supraterrestre, i pinnacoli delle rocce risplendevano ancóra. E a un tratto fiammeggiarono come piropi, d'un lumeincredibile che durò pochi attimi; impallidirono, si fecero violacei, si confusero, si spensero. Ultima l'eccelsa punta del Corace restò di fiamma; acutissima ferì il cielo, simile al grido della passione senza speranza; poi, con la rapidità d'un baleno anch'essa si spense; entrò nella notte comune.“Se il rigore della tua lunga constrizione non avesse altro compenso che l'ineffabile turbamento a cui t'abbandoni da ieri, già dovresti teco medesimo rallegrarti di tanti sforzi compiuti„ mi diceva il demònico, la mattina seguente, cavalcando noi al passo verso il giardino chiuso. “Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione ti viene dal bisognoche provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace di alimentare mille esistenze. È ben questo il premio dei tuoi assidui sforzi: — ora tu possiedi l'impetuosa fecondità delle terre profondamente lavorate. Goditi dunque la tua primavera; rimani aperto a tutti i soffii; lasciati penetrare da tutti i germi; accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto. Omai il tuo primo cómpito è fornito. La tua natura, che tu hai resa integra e intensa, ti sia sacra. Rispetta i minimi moti del tuo pensiero e del tuo sentimento perchè ella sola li produce. Già che ella ti appartiene tutta quanta, ora tu puoi abbandonarti a lei e gioirne senza limiti. Tutto, ora, ti è permesso: pur quello che odiasti o disprezzasti in altrui: perocché tutto divenga nobilepassando a traverso la sincerità della fiamma. Non temere d'esser pietoso, tu che sei forte e che sai imporre il tuo dominio e il tuo castigo. Non avere onta delle tue inquietudini e dei tuoi languori, tu che ti sei fatta una volontà di tempra dura come le spade battute a freddo. Non respingere la dolcezza che t'invade, l'illusione che ti avvolge, la malinconia che ti attira, tutte le cose nuove e indefinibili che oggi tentano la tua anima attonita. Esse non sono se non le vaghe forme del vapore che si sviluppa dalla vita fermentante nelle profondità della tua natura ferace. Accoglile dunque senza sospetto, poichè non ti sono estranee nè ti diminuiscono nè ti corrompono. Ti appariranno forse domani come le prime annunziatrici velate di una natività che è nei tuoi voti.„Io non ho mai ritrovato di poi un'ora tanto deliziosa e tanto penosa a untempo. Non so se gli alberi carichi di fiori avessero della lor vitale potenza un senso così pieno come io aveva della mia in quel mattino limpido; ma certo ad essi mancava quella vasta e confusa ansietà in cui s'agitavano innumerevoli affetti e innumerevoli pensieri. Per prolungare la pena e la delizia io tenevo il mio cavallo al passo indugiandomi nella via, quasi che quell'ora dovesse chiudere per sempre una fase della mia intima vita e al mio giungere sul luogo destinato una fase nuova e imprevedibile dovesse aprirsi; di cui era già il presentimento oscuro in fondo alla mia ansietà che non si placava. Ad intervalli il soffio della primavera investendomi d'improvviso col suo susurro e col suo tepore pareva rapirmi in un etere di sogno, abolire in me per qualche attimo la coscienza della persona reale e infondermil'anima vergine e ardente d'uno di quelli amanti eroi che nelle favole cavalcano verso le Belle addormentate nei boschi. Non cavalcavo anch'io verso le principesse nubili, prigioniere nel giardino chiuso? E non forse ciascuna di loro nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo?Già m'apparivano quali le fingeva il mio desiderio e già l'imagine triplice suscitava dal mio desiderio la prima perplessità. Io mi chiedeva: “Chi sarà l'eletta?„, comprendendo in me, nel tempo medesimo, l'allegrezza nuziale dell'una e la sepolcrale tristezza delle altre, sentendo già in me tutti i germi delle inquietudini future, intravedendo già sotto la speranza il rammarico. E di nuovo mi attraversò lo spirito quel timore che una volta mi aveva turbato nel mezzo della mia opera volontaria: il timore delle forze cieche e fatali controcui qualunque più dura volontà si può infrangere; il timore del turbine fulmineo che in un attimo può avviluppare qualunque più tenace e audace uomo per trascinarlo ben lontano dalla mèta prefissa.Fermai il cavallo. La via in quel punto era deserta; il palafreniere mi seguiva a distanza. Un silenzio altissimo regnava i luoghi grandiosi e solitarii, rotto a intervalli dal susurro degli oliveti; una luce immobile illuminava tutto egualmente; e nella luce e nel silenzio, dalle ésili foglie alle rocce gigantesche, le cose apparivano disegnate con una nitidezza di contorni quasi cruda. Meglio sentii allora quel che di ambiguo era entrato in me. E pensai: “Non aveva io fino a ieri ottenuto nel mio spirito la stessa perspicuità mattutina che rivela tutte le linee di questa contrada alla mia vista attenta?E ora non nasconde la nuova ambiguità un qualche pericolo? Forse una troppo grande copia di poesia s'è accumulata in me, pericolosamente, nella solitudine; e deve spandersi senza misura. Ma, se io mi abbandono al torrente impetuoso, fin dove sarò trascinato? Gioverà forse ancóra la vigilanza contro la vita estranea; gioverà forse non entrare nel cerchio che mi si apre d'avanti all'improvviso come un'opera di magia per includermi.„ E il demònico mi ripetè con chiara voce: “Non temere! Accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.„Spinsi il cavallo al trotto, quasi con veemenza, come se in quel punto ungrande atto fosse stato risoluto. E Trigento apparve sul declivio del poggio con le sue case di pietra figliate dalle rocce tutelari. Alla sommità apparve l'antico palazzo col suo giardino murato che discendeva sul declivio opposto sino al piano dando imagine d'un vasto claustro pieno di cose obliate o estinte.Quando posi il piede a terra, d'avanti al cancello; udii la voce di Oddo che stava alla vedetta.— Benvenuto, Claudio!Egli mi corse incontro festoso come la prima volta, con le braccia tese.— Credevo che tu venissi più presto — disse con un tono di rimprovero. — Ti aspetto qui da due ore.— Mi sono indugiato per la via — risposi. — Ho voluto riconoscere gli alberi e i sassi....Con uno di quei suoi atti repentini e disordinati, misto di curiosità e di timidezza, egli si accostò al mio cavallo e gli palpò il collo.— Com'è bello! — mormorò, mentre sotto la sua mano pallida e gracile il collo dell'animale aveva una rapida vibrazione di sensibilità.— Lo potrai montare quando vorrai — io gli dissi. — Questo o un altro.— Credo che non mi reggerei più in sella — rispose. — Credo che avrei paura.... Ma vieni! Vieni! Sei aspettato.E mi condusse su per un viale compreso tra pareti di bosso indebolite dalla vecchiezza, sparse di radure profonde come buche, donde sembravami escissero freschi odori d'invisibili violette, strani come aliti giovenili in bocche deformi.— Iersera — diceva Oddo, un pocoin affanno — iersera con i tuoi mandorli portammo la gioia.... Che provammo quando rimanemmo noi due in fondo a quella carrozza, seppelliti sotto tutti quei fiori! Antonello era come un bambino. Non l'avevo mai veduto così....A intervalli le pareti verdi s'aprivano in archi scoprendomi allo sguardo lembi di terra erbosa ove qualche lunga ed esigua lista di sole fendeva l'ombra con un taglio netto.— Non l'avevo mai veduto così; non gli avevo mai sentito dire tante parole insensate....Urne di pietra dai larghi fianchi rotondi si alternavano con statue quasi vestite dai licheni, monche o acefale, in attitudini che mi parevano eloquenti. E alcune giunchiglie fiorivano presso i loro plinti.— Quando poi arrivammo qui, nonpotevamo scendere perchè i rami c'ingombravano. Le sorelle vennero a liberarci. Come erano felici! Risalirono cariche. Le sentivamo ridere su per le scalee. Tutte cose nuove, Claudio, per noi.Mi giungeva all'orecchio una voce soffocata; che era il chioccolio sommesso d'una fontana nascosta nella vicinanza. E un'ansietà indefinibile mi premeva il cuore.— Tutta la sera abbiamo parlato di te, ricordato tante cose del tempo lontano, fatto anche qualche sogno per l'avvenire. Chi avrebbe mai potuto imaginare il tuo ritorno? Ma nessuno di noi crede ancora che tu rimanga.... Ci sembra che, dopo qualche giorno, tu debba fuggire. Non è facile resistere a questa nostra vita. Massimilla, vedi, preferisce il monastero.... Non sai che Massimilla sta per lasciarci?Come io saliva rasente la parete vegetale, un forte sentore d'amarezza mi prendeva le nari emanato dalle piccole foglie nuove del bosso che brillavano in guisa di berilli tra il verde opaco. — Ah, ecco Violante! — esclamò Oddo toccandomi il braccio.L'apparizione improvvisa mi diede un gran palpito; e sentii che il mio volto si colorava.Ella era sotto un alto arco di bosso, con i piedi nell'erba; e un lembo di prato per l'apertura si dileguava, in liste d'oro, dietro la sua persona.Sorrideva senza avanzare, attendendo che noi le giungessimo da presso; e pareva ch'ella offrisse al mio sguardo attonito la sua bellezza intera in quell'attitudine calma, su quella soglia verde ove forse le sue dita avevano reciso le numerose viole che le ornavano la cintura. Mi tese la mano guardandomiin volto, e mi disse con una voce che era la perfetta espressione musicale della forma onde esciva:— Siate il benvenuto. Noi vi aspettavamo già da ieri. Oddo e Antonello ci portarono invece il vostro dono, che non fu meno gradito.Io le dissi:— Rientro nel vostro dominio dopo molti anni ricordandomi che ci venni la prima volta accompagnando mia madre, e già provo il rammarico d'esserne rimasto troppo tempo lontano. Partendo da Roma io sapevo che avrei trovato a Rebursa una casa vuota ma non sapevo che Trigento mi avrebbe compensato con tanta larghezza. Io vi debbo molta riconoscenza....— Vi dovremo noi riconoscenza — ella interruppe — se non vi parrà grave la nostra compagnia. Voi sapete che questo luogo è senza gioia.— Anche la tristezza ha la sua bontà per chi la sa gustare, non è vero?— Forse.— E poi, veramente, da che ho oltrepassato il cancello, io non ho qui se non sensazioni squisite. Questo grande giardino mi sembra delizioso. Come si può non sentire la poesia della sua vecchiezza? Ieri, quando vidi Oddo e Antonello pieni di meraviglia d'avanti a quei mandorli come se non avessero mai guardato un albero fiorito, pensai che qui tutto fosse arido e morto. Invece trovo qui dentro una primavera più dolce di quella che ho lasciata fuori. Non vi siete voi forse stancata a cogliere le mammole nell'erba? Ne avete carica la cintura!Ella sorrise abbassando gli occhi sul suo fianco e toccando con le sue dita nude le viole che l'ornavano.— Voi venite dalla città — ella dissecon quella sua voce sonora ma pur velata, in cui la ricchezza del timbro era un poco spenta come da un'incrinatura esilissima — voi venite dalla città e la campagna vi dà le sue primizie.— Non so; ma certe cose debbono sembrar sempre nuove.— Noi non le vediamo e non le amiamo più, certe cose — disse Oddo con malinconia. — Forse Violante non sente l'odore dei fiori che coglie.— È vero? — le chiesi volgendomi verso di lei, incontrando con gli occhi il suo profilo marmoreo reclinato sotto la capellatura voluminosa e divenuto impassibile come quello delle statue immortali.— Che cosa? — ella domandò, in atto di chi torni da un'assenza, non avendo udito le parole del fratello.— Dice Oddo che voi non sentitel'odore dei fiori che cogliete. È vero?Un tenue rossore le colorì il sommo delle gote.— Oh no! — rispose con una vivacità che contrastava i ritmi lenti cui pareva sottomessa la sua vita. — Non credete a Oddo. Egli dice così perchè io amo i profumi acuti; ma sento anche i più deboli, sento anche quelli delle pietre....— Delle pietre? — fece Oddo ridendo.— Che sai tu, Oddo? Taci.Eravamo su per le grandi scalee coperte di pergole, salienti in ordinanza simmetrica verso il palazzo; ed ella ascendeva tra noi due, con lentezza, di grado in grado. Poichè i gradi erano assai larghi, ella su ciascuno faceva un passo e si soffermava un istante prima di sollevare il piede sul rialto, successivamente; e la vicenda volevach'ella sollevasse sempre il medesimo piede. Affaticata dalla frequenza dell'atto, ella abbandonava alquanto il busto su la flessione del ginocchio rilasciando la volontà orgogliosa che pur dianzi ergeva la sua figura a similitudine del perfetto stelo. Una mollezza impreveduta ondeggiava allora nel corpo superbo; un ritmo nuovo ne rivelava le grazie quasi direi obedienti, le virtù pieghevoli di amore. Così forte era il potere emanato da quella creatura bella che io non sapevo distrarre i miei occhi dai suoi moti; e mi trattenevo in dietro per circondarla col mio sguardo intera. Ella pareva respingere il mio spirito verso l'epoca meravigliosa in cui gli artefici estraevano dalla materia dormente le forme perfette che gli uomini consideravano come le sole verità degne di essere adorate in terra. E io pensava, guardandola,salendo dietro la sua traccia: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio.„ E, mentre il suo capo sovrano passava nella luce come in un elemento natale, io sentivo che la sua bellezza era per attingere la perfezione della maturità, l'ora breve del massimo pregio; e ringraziavo la fortuna d'avermi concesso un tanto spettacolo. “Ah io l'adorerò ma non oserò amarla; non oserò guardare nella sua anima per sorprendere il suo segreto. Pure ogni suo moto rivela ch'ella è fatta per l'amore; ma per l'amore sterile, per la voluttà che non crea. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno.„Ella si arrestò impaziente dello sforzo, un poco anelante; e disse:— Come affaticano questi gradi! Facciamo una sosta qui, se non vi dispiace.— Antonello e Anatolia scendono — avvertì Oddo scorgendo i due vegnenti attraverso l'intrico della pergola nella scalea superiore. — Aspettiamoli.Veniva verso di noi quella che m'era stata rappresentata come la datrice di forza, la vergine benefica e possente, l'anima ricca e prodiga. Ella già appariva come un sostegno, poichè Antonello teneva il suo braccio sotto il braccio di lei misurando il suo passo incerto su la cadenza di quel passo sicuro.— Di quale fra noi — mi domandò Violante all'improvviso ma con un accento leggero che toglieva alla domanda ogni senso indiscreto — di quale tra noi avevate un ricordo meno confuso?Esitai un istante.— Non saprei dirvelo — risposi incerto, mentre il mio orecchio si tendeva al fruscio della veste di Anatolia. — Ma, senza dubbio, le figure del mio ricordo non hanno quasi nulla di comune con la realtà presente. Dal giorno che io mi allontanai, si è svolto per noi quel periodo della vita in cui le trasformazioni sono più rapide e più profonde....I due già sopraggiungevano. Anche Anatolia disse, tendendomi la mano:— Siate il benvenuto.E il suo gesto aveva una franchezza virile; e la sua mano nel contatto parve comunicarmi quasi direi un senso di forza generosa e di bontà efficace, parve d'improvviso infondere nel mio spirito una specie di confidenza fraterna.Era una mano spoglia di anelli, non troppo bianca, nè troppo allungata, marobusta nella sua forma pura, atta a raccogliere e a sostenere, pieghevole e ferma nel tempo medesimo, con un'impronta di fierezza sul dosso variato dai rilievi delle congiunture e dalle trame delle vene, con solchi di dolcezza nella palma concava e tiepida dove pareva risiedere un focolare irradiante di sensibilità.— Siate il benvenuto — disse la calda voce cordiale. — Voi ci portate da Roma il sole e la primavera....— Oh no! — interruppi. — Io trovo qui l'uno e l'altra. A Roma ho lasciato la nebbia e molte simili cose grige. Esprimevo dianzi il rammarico d'esser rimasto troppo tempo lontano.— Tu dovrai dunque compensarci della dimenticanza — fece Antonello, con quel suo sorriso penoso.— Come trovate Trigento? — mi domandò Anatolia. — Quasi in nullamutato; è vero? Voi venivate qui con vostra madre.... Ve ne ricordate bene; è vero? Noi non avremmo potuto dimenticarlo; nè potremo mai. Troverete qui, tra le cose rimaste intatte, la memoria della santa anima, di quella immensa bontà.Un silenzio grave seguì le sue parole evocatrici. Per qualche attimo il sentimento della morte, addensatosi intorno al mio cuore filiale, diede anche agli esseri e alle cose presenti un aspetto d'inesistenza. Mi parve, per qualche attimo, che tutto divenisse lontano e vacuo non meno di quel cielo ch'io vedevo impallidire a traverso le nude viti della pergola simili a una rete lógora. Ma nel dileguarsi dell'illusione breve, mi sentii più avvicinato a colei che l'aveva prodotta; e mi sentii incapace di disperdermi ancora in parole oziose, provando il bisogno dipenetrare nella verità di quella tristezza.— E Donna Aldoina? — chiesi a voce bassa, rivolto verso Anatolia, comunicando ora con lei sola.Non era ella forse la vera custode dell'abitazione oscura? Evocando la morta, non aveva ella medesima suscitato l'imagine della demente?— È rimasta così, sempre — rispose, a voce bassa anch'ella. — Meglio per voi non vederla, almeno per oggi. Vi farebbe troppa pena. E per noi, imaginate!, è il supplizio di tutti i giorni; un supplizio che dura da anni, senza tregua, disfacendoci l'anima....I suoi occhi in un batter di palpebre gittarono ad Antonello uno sguardo furtivo, dove io potei leggere il segreto terrore che le ispirava il povero infermo pericolante su l'orlo dell'abisso.— Non abbiamo mai avuto il coraggiodi separarcene, di allontanarla — soggiunse — perché non è violenta anzi è dolce. Qualche volta sembra guarita, ci dà quasi l'illusione d'un miracolo; ci chiama per nome, si ricorda d'un piccolo fatto lontano, ha il sorriso calmo. Benchè sappiamo oramai che tutto questo è un inganno, pure ogni volta la speranza ci fa palpitare, ogni volta l'ansietà ci soffoca. Voi comprendete....La sua voce nel dolore perdeva il suono come una corda che s'allenti.— Non è possibile confinarla nelle sue stanze, tenerla chiusa; non è possibile. Nè abbiamo cuore di sfuggirla quando si mostra, quando ci viene incontro, quando ci parla. Così, quasi di continuo, vive al nostro fianco, si mescola alla nostra esistenza....— Certi giorni — interruppe d'improvviso Antonello, quasi con impeto,come spinto da un'eccitazione infrenabile — certi giorni tutta la casa è piena di lei. Noi respiriamo la sua follia. Qualcuno di noi rimane ore ed ore a sentirla parlare, seduto di fronte a lei seduta, con le mani imprigionate in quelle mani che tremano.... Comprendi?Un nuovo silenzio, più grave, cadde su noi tutti. E ciascuno di noi soffriva riconoscendo in sé la realtà del dolore che le esili ombre azzurrine della pergola miste all'oro docile del sole involgevano come in un velario di sogno. S'udiva nel silenzio il suono d'un passo leggero che s'avvicinava su per le scalee di sotto. S'udiva a intervalli eguali uno scroscio sordo come d'un bacino che trabocchi. Una vibrazione misteriosa pareva salire dal giardino solitario. E io compresi come l'anima debole e triste potesse con quelle apparenze comporre il fantasma d'una vita innaturalee alimentarlo di sé e restarne sopraffatta.Così, subitamente, mi si rivelava nella sua atrocità il supplizio a cui il Destino aveva condannato quegli ultimi superstiti d'una stirpe caduta; e la figura evocata dalle parole d'una vittima certa mi appariva ingigantita sotto una luce tragica. Io vedeva nella mia imaginazione la vecchia principessa demente, seduta nell'ombra di una stanza remota, e uno de' suoi figli chino verso di lei, con le mani imprigionate nelle mani materne. L'atto della lugubre fascinatrice mi sembrava fatale e inesorabile. Mi sembrava ch'ella dovesse inconsciamente attrarre nella sua follia tutte le creature del suo sangue, l'una dopo l'altra, e che nessuna di loro potesse sottrarsi alla volontà cieca e crudele. Simile a una Erinni familiare, ellapresiedeva alla dissoluzione della sua progenie.Allora, a traverso l'arido intrico, guardai in alto il palazzo silenzioso che nella sua oscura profondità aveva chiuso sino a quel giorno tanta angoscia disperata e aveva nascosto tante lacrime inutili: — lacrime espresse da occhi puri e ardenti, degni di riflettere i più superbi spettacoli del mondo e di versare la gioia in anime di poeti e di dominatori.“Occhi della Bellezza!„ pensai riconducendo il mio sguardo verso Violante immobile. “Quale miseria terrena può velare lo splendore della verità che in voi riluce? Quale anima afflitta può disconoscere la virtù consolatrice che da voi fluisce?„ La mia sofferenza cessava subitamente come per il potere di un balsamo; le imagini torbide si dileguavano come un tristo vapore.Ella era immobile, seduta su un plinto di pietra che un tempo aveva forse sostenuto un'urna. Poggiato il gomito sul ginocchio, ella si reggeva il mento con la palma; e tutta la sua figura nell'attitudine semplice mi offriva quella successione di mute cadenze in cui è il segreto dell'arte suprema. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta. Su la sua fronte breve era visibile il riflesso della corona ideale ch'ella portava in sommo de' suoi pensieri; e i suoi capelli, costretti su la nuca in un gran nodo, parevano avere obbedito al ritmo che regola i riposi del mare.— Massimilla — disse Oddo annunziando la terza sorella.Io mi volsi e la vidi già prossima. Ella saliva gli ultimi gradi, col suo passo lieve, recando sul volto e in tutta la persona i vestigi del sogno incui s'era immersa, l'intima poesia dell'ora trascorsa con un libro fedele nella solitudine d'un recesso noto a lei sola.— Dove sei stata? — le chiese Oddo, prima ch'ella giungesse fino a noi.Ella sorrise con timidezza; e una tenue fiamma le tinse le gote ondulate.— Laggiù — rispose — a leggere.La sua voce era liquida e argentina tra le labbra esigue. Il suo libro aveva per segnale tra le pagine un filo d'erba.Come io m'inchinai, ella mi porse la mano continuando il suo sorriso timido. E parve risvegliare in fondo alla mia anima qualche cosa di quella tenera compassione da me provata nel tempo lontano verso la piccola inferma visitata da mia madre; poiché la sua mano era tanto gracile e soave che mi diede imagine d'uno di quei fini gigli, chiamati emerocàli, fiorenti per un giorno nelle arene calde.Com'ella non mi parlò, anch'io non seppi trovare le delicate parole che convenivano alla sua pavida grazia di ermellino.— Vogliamo dunque salire? — disse Anatolia volgendosi a me e rompendo con la sua voce chiara quella specie d'incantamento inerte che nel tepore della pergola i nostri pensieri e le nostre malinconie non esprimibili avevano formato vaporando. — Nostro padre ha molto desiderio di rivedervi.E riprendemmo insieme a salire per le scalee verso il palazzo.Le tre sorelle ci precedevano, l'una discosta dall'altra, prima Anatolia, Massimilla ultima, proferendo alcune parole, alternativamente, poiché il silenzio delle cose chiedeva il suono delle loro voci ed esse credevano forse dissipare di sul capo dell'ospite la tristezza del silenzio. Quelle brevi onde sonore, sgorgandodalle labbra che io non vedevo, dichinavano investendomi; e io salivo quindi nelle voci e nelle ombre virginee, come nelle parvenze d'un prestigio, attonito e perplesso. Ma se i tre ritmi al mio udito erano alterni, alla mia vista erano simultanei e continui, così che il mio spirito a volta a volta si tendeva curioso per distinguerli o si faceva quasi direi concavo per fonderli in una armonia profonda. E, come quelli episodii che nella fuga riempiono il silenzio del tema, gli aspetti delle cose al passaggio o le particolarità delle figure entravano ad arricchire il mio sentimento musicale, senza turbarlo. Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi su per le antiche scalee qua e là ancora ingombre dalle spoglie dell'ultimo autunno. La statua d'una ninfa giacente teneva nel sonno la testa china in atto di pena, poichéil sostegno del braccio mancava alla sua tempia maculata dal musco. In un vaso d'argilla rossastra, lungo come un sarcofago, occupato dalle dure erbe selvagge, una sola pianticella di giunchiglia fioriva debole e tremula fra l'invasione ostile. In una rovina del parapetto disgregato dalle radici penetranti dell'edera, appariva scoperto un canale interno simile a una arteria rotta; e vi si scorgeva il luccichio e vi si udiva il susurrio dell'acqua che scendeva a riempire il cuore delle fontane piangenti. Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi lungo la nostra salita. La statua, il fiore e l'acqua mi dicevano una medesima verità. E Violante e Massimilla e Anatolia si trasfiguravano nella mia mente per virtù di analogie misteriose.“O belle anime„ io pensava, misurando i ritmi della loro esistenza visibile“nella vostra trinità non è forse la perfezione dell'amore umano? Voi siete la forma triplice che finse il mio desiderio nell'ora della grande armonia. In voi tutti i bisogni della mia carne e del mio spirito più altieri potrebbero appagarsi; e, per l'opera ch'io debbo compiere, voi potreste divenire gli strumenti meravigliosi delle mie volontà e dei miei destini. Non siete voi quali io vi avrei create per ornare di una bellezza e di un dolore sublimi il mondo occulto di cui sono l'artefice infaticabile? Oggi non conosco di voi se non le sembianze e qualche parola fugace; ma sento che domani ciascuna di voi in tutto il suo essere corrisponderà all'imagine che dentro di me respira e palpita.„Così le tre sorelle salivano nella mia aspirazione e nella mia preghiera, ciascuna obbedendo alla musica segretache conduceva la sua vita verso il termine incognito. E le loro figure gettavano su la pietra grandi ombre.Quando posi il piede su la soglia, l'imagine fantastica della demente mi riapparve così viva e così fiera ch'io n'ebbi un segreto brivido. Tutto il luogo mi sembrò tenuto dalla sua dominazione sinistra, attristato e atterrito dalla sua onnipresenza. Mi sembrò di leggere nel volto dei figli la mia stessa inquietudine. E pensai che l'avremmo trovata in cima della scala ad aspettarci.Indovinando il mio pensiero, Anatolia mi disse piano, per rassicurarmi:— Non vorrei che temeste.... Voi non la vedrete.... Ho potuto fare in modo che non la vediate, in queste ore almeno.... Cercate di non pensarci, perchénon vi sembri troppo triste la nostra ospitalità.Antonello guardava su per le vetrate delle logge che circondavano il cortile, vigilando con quei suoi occhi inquieti su cui palpitavano di continuo i cigli.— Vedi l'erba? — esclamò Oddo, indicandomi il verde che cresceva lungo i muri, negli interstizii delle lastre.— Segno e augurio di pace — io dissi, cercando di scuotere da me l'oppressura e di risollevarmi. — Mi dispiacque di non trovarla ieri nel mio cortile. L'avevano tolta, mentre io l'avrei preferita alle foglie festive del mirto e del lauro. Bisogna lasciar crescere l'erba, specialmente nelle case troppo grandi. È una cosa viva di più.Il cortile era sonoro come una navata; e gli echi vi erano pronti a raccogliere pur le parole sommesse. Guardando la fontana muta, pensai le musichemisteriose a cui l'acqua avrebbe potuto invitare quegli echi attenti e favorevoli.— Perchè la fontana tace? — domandai, volendo cogliere tutte le occasioni per sostenere la causa della vita in quel claustro pieno di cose obliate o estinte. — Dianzi, su per la scalea, ho sentito correre l'acqua.— Rivolgetevi ad Antonello — disse Violante. — Egli ha imposto il silenzio.Il povero infermo si colorò lievemente nel volto e s'intorbidò negli occhi come chi sia per cedere a un impeto d'ira. Quasi pareva che la denunzia innocua di Violante gli facesse onta e dolore o che riaprisse una disputa già composta. Si contenne; ma il dispetto gli alterò la voce.— Imagina, Claudio, che le mie stanze sono proprio là — disse, indicando un lato della loggia — e chedi là si sente la fontana scrosciare come una cascata. Imagina! Un rumore che toglie il senno: incredibile. Già, non senti che rimbombo ha la voce qui? Di giorno!In tutto il suo corpo lungo e scarno vibrava l'avversione contro lo strepito, l'orrore nervoso, l'aborrimento invincibile di cui egli mi aveva già dato i segni il giorno innanzi nell'udire i colpi delle carabine e le grida umane.— Ma vorrei che tu sentissi, di notte — seguitò eccitandosi. — Vorrei che tu sentissi! L'acqua non è più l'acqua; diventa un'anima perduta che urla, che ride, che singhiozza, che balbetta, che sbeffa, che si lagna, che chiama, che comanda. Incredibile! Qualche volta, nell'insonnio, ascoltando, ho dimenticato che fosse l'acqua; e non ho potuto più ricordarmene.... Intendi?Egli s'arrestò d'un tratto, con unosforzo palese per dominarsi; e guardò Anatolia, smarritamente. La pena che contraeva il volto di lei scomparve sotto quello sguardo, s'internò, si nascose. Ed ella, come per dissipare il malessere che ci teneva tutti, disse con un'aria quasi gaia:— Veramente, Antonello non esagera. Volete che evochiamo l'anima perduta? È facile.Eravamo tutti là, presso la fontana arida. La sosta imprevista e le parole e l'aspetto del tormentato e la solennità del luogo chiuso e la freddezza argentina della luce che vi pioveva dall'alto e l'imminenza della metamorfosi parevano conferire a quella vecchia cosa inerte quasi il mistero d'un'opera di magia. La mole marmorea — componimento pomposo di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice ordine — sorgeva innanzi a noicoperta di croste grigiastre e di licheni disseccati, biancheggiante qua e là come il tronco del gáttice; e le sue molte bocche umane e bestiali parevano quasi aver conservato nel silenzio l'attitudine della liquida voce ultimamente prodotta.— Scostatevi — soggiunse Anatolia chinandosi verso un disco di bronzo che chiudeva un'apertura circolare nel lastrico presso il margine del bacino inferiore. — Do l'acqua.Ed ella mise le dita nell'anello che sporgeva dal centro del disco e tentò di sollevare il peso; ma, non riuscendo, si rialzò invermigliata nel volto dallo sforzo. Come io le venni in aiuto ed apersi, ella di nuovo si chinò e di sua mano ritrovò il congegno nascosto. Indietreggiammo entrambi, con un moto concorde, mentre s'udiva già borbogliare l'acqua saliente su per le vene della fontana esanime.E fu un attimo di aspettazione ansiosa, quasi che le bocche dei mostri dovessero dare un responso. Involontariamente io imaginai la voluttà della pietra invasa dalla fresca e fluida vita; finsi in me medesimo l'impossibile brivido.Le bùccine dei tritoni soffiavano, le fauci dei delfini gorgogliavano. Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un colpo di stocco vibrato contro l'azzurro; si franse, si ritrasse, esitò, risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell'aria, si fece adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto come lo schiocco d'una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come uno scroscio di risa poderose, fu come uno scoppio di applausi, fu come un rovescio di pioggia. Tutte le bocche diedero i loro getti, che si curvarono in arco a riempire le conche sottoposte. La pietrabagnandosi qua e là si copriva di macchie oscure, luccicava nelle parti levigate, si rigava di rivoli sempre più spessi: — infine gioì tutta quanta al contatto dell'acqua, parve aprire alle gocce innumerevoli tutti i suoi pori, si ravvivò come un albero beneficato da una nube. Rapidamente le cavità più anguste si riempirono, traboccarono, composero corone argentee di continuo distrutte, di continuo rinnovellate. Come si moltiplicavano i giochi istantanei giù per la diversità delle sculture, crescevano i suoni ininterrotti formando una musica sempre più profonda nel grande echéggio delle pareti. Gagliardi, su la volubile sinfonia dell'acqua cadente nell'acqua, dominavano gli scrosci e gli schianti dello zampillo centrale che frangeva contro le cervici dei tritoni i fiori miracolosi fiorenti d'attimo in attimo alla cima del suo stelo.— Senti? — esclamò Antonello che guardava quel trionfo con occhi di nemico. — Ti sembra tollerabile a lungo, questo frastuono?— Ah, io starei ore e giorni ad ascoltare — parvemi dicesse Violante mettendo su la sua voce un velo più grave. — Nessuna musica vale questa, per me.Ella era rimasta tanto vicina alla fontana che riceveva su la persona gli spruzzi dei getti, e aveva già i capelli sparsi d'un pulviscolo lucente. Il potere della sua bellezza anche una volta escludeva dal mio spirito qualunque pensiero estraneo, qualunque imagine discordante. Anche una volta ella m'appariva isolata e intangibile, fuori della vita comune, piuttosto simile a una finzione dell'arte che a una creatura di nostra specie. Tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della sua presenza poichè tutte si riferivano e si sottomettevanoe si accordavano alla sua bellezza. Come già il grande arco verde ch'erasi incurvato su lei nel primo apparire, come già l'antico plinto che l'aveva sostenuta, quel sonoro vase aperto verso il cielo sembrava creato per lei sola, sembrava rispondere perfettamente all'armonia ideale ch'ella effettuava con la sua semplice attitudine. Segrete affinità, non intelligibili, congiungevano al suo essere le cose più diverse, rapportavano i circostanti misteri al suo mistero. Poichè la natura aveva manifestato per mezzo di tal forma umana una sua idea di perfezione somma, sembravami che ogni altra idea racchiusa in ogni altro naturale involucro dovesse necessariamente servire come un segno per condurre lo spirito del contemplatore a comprender quella altissima ed unica. Onde avvenne che, considerando la vergine presso la fontana, io trovassie cogliessi una pura verità. “Quando la Bellezza si mostra, tutte le essenze della vita convergono in lei come in un centro; ed ella ha quindi per tributario l'intero Universo.„— Una delle nostre pene — mi diceva Oddo mentre salivamo per l'amplissima scala balaustrata sul cui silenzio gli svolazzi e i nuvoli delle allegorie secentesche simulavano la furia d'una bufera — una delle nostre pene è questo spazio; che ci dà una specie di smarrimento continuo e quasi un senso di diminuzione umiliante...Troppo ampio e troppo vacuo era infatti l'edificio. Restaurato nel secolo XVII e da ròcca feudale trasformato in villa di delizia, conservava tuttavia l'enormità formidabile delle sue mura e delle sue volte su cui le epochesuccessive avevano lasciato impronte varie di arte e di lusso talora in contrasto e talora sovrapposte. Il gran numero degli specchi, ond'erano coperte intere pareti, moltiplicava lo spazio all'infinito. E nulla era più triste di quei pallidi abissi illusorii che sembravano schiudersi in un mondo soprannaturale e allo sguardo dei viventi promettere d'attimo in attimo apparizioni funeree.— Claudio, figliuolo mio! — esclamò con voce commossa il principe Luzio, appena mi vide, venendomi incontro. — Caro, caro figliuolo!Sentii tremare quel vecchio corpo esausto, quando egli mi abbracciò e mi baciò in fronte con atto paterno. Tenendo ancora una mano su la mia spalla, egli mi fissò poi lungamente in volto come trasognato mentre nell'azzurro cinereo dei suoi occhi indeboliti passavaun'onda di memorie, di cordogli e di rimpianti.— Come rammenti tuo padre! — soggiunse con la voce sempre più affettuosa, comunicandomi la sua commozione. — È una somiglianza incredibile. Mi pare di rivedere Massenzio nella sua gioventù, quand'eravamo compagni nei Cavalleggieri della Guardia.... Mi pare di rivederlo vivo. Come gli somigli, figliuolo mio!Egli mi prese per la mano e mi condusse verso la finestra, quasi volesse appartarsi con me e attrarmi nella evocazione delle cose lontane.— Come gli somigli! — ripetè quando il mio volto gli apparve alla chiara luce. — Oh se l'anima benedetta vivesse ancora! Non doveva morire, mio Dio, non doveva morire.Egli scoteva il capo, in atto di rammarico, verso il fantasma di quella bellissimavita troppo presto recisa. E tanta era la sincerità del suo affetto che io ne fui penetrato sin nel fondo dell'anima; e non più mi sentii estraneo in quella casa dove io ritrovavo la memoria dei miei morti conservata così puramente.— Guarda — soggiunse il principe sfiorando con le dita i fili estremi della sua barba candida e sorridendo d'un sorriso in cui travidi un che della nobile dolcezza di Anatolia — guarda come sono invecchiato!Egli mostrava in tutta la persona un accasciamento penoso, ma lo splendore della canizie precoce conferiva alla sua testa una maestà veneranda; e nella fronte egli portava ancor vivida la nota ereditaria della sua stirpe dominatrice. Le sue mani, quasi per miracolo, non avevano sofferto alcuna ingiuria dalla malattia e dalla vecchiezza, non mostravanoalcuna deformazione senile. S'erano conservate belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo, quelle prodighe mani con cui il signore munifico aveva dissipato la ricchezza su la via dell'esilio per mantener più a lungo negli occhi del suo Re un riflesso della regalità caduta. E quasi a memoria dei tesori profusi risplendeva su l'anulare un cammeo.Quelle mani con i loro gesti lenti, mentre il torpido sangue si ravvivava al calore dei ricordi, parevano trarre da una zona d'ombra qualche lembo d'un mondo estinto; e tale officio le rendeva agli occhi del mio spirito più singolari. Quando il vecchio essendo seduto le posò lungo i bracciuoli, entrambe mi divennero simili a reliquie e io le considerai con un sentimento sconosciuto di rispetto quasi superstizioso. Esse fecero sì che in quell'ora iomi credessi di vivere nella mia poesia e non nella realtà degli atti, indicibilmente.Poichè il mio sguardo restava fisso nella gemma effigiata, il principe sorrise dicendo:— È il ritratto di Violante.E si tolse l'anello, e me lo porse.L'opera sottile era d'artefice antico, non indegna di Pirgotele o di Dioscoride; ma il divino lineamento medusèo, rilevato sul campo sanguigno del sardonio, corrispondeva con tanta perfezione alla sembianza della creatura superba che io pensai: “Veramente ella dunque illuminò l'arte delle età scomparse e da tempo immemorabile conferì alle materie durevoli il privilegio di perpetuare l'Idea ch'ella oggi incarna!„— La madre, quando incinse di lei, portava quest'anello — soggiunse ilprincipe col medesimo sorriso dolce — e lo guardava sempre.Per tali modi, a ogni momento, le concordanze delle cose ponevano il mio spirito in uno stato ideale che s'avvicinava allo stato del sogno e della prescienza pur senza attingerlo, porgendo esse una materia armonica alla mia sensibilità e alla mia imaginazione. E io assistevo in me medesimo alla continua genesi d'una vita superiore in cui tutte le apparenze si trasfiguravano come nella virtù di un magico specchio.Le tre elette creature parevano illuminarsi e oscurarsi vicendevolmente; e le ombre e i lumi avevano in loro le significazioni d'un linguaggio che io già interpretavo con una straordinaria lucidità come se da gran tempo mi fosse familiare. Onde io rimasi abbagliato nonsolo dai riverberi della roccia ma anche dai baleni confusi del mio pensiero percosso, quando Violante avvicinandosi a una finestra aperta mi mostrò uno spettacolo ch'ella avrebbe potuto creare con un gesto e mi disse:— Guardate.Era una finestra rivolta a settentrione, nella faccia del palazzo opposta al giardino; ed era spalancata su una voragine. Come mi sporsi, una specie di vibrazione impetuosa mi attraversò tutto l'essere esaltandolo d'improvviso al sentimento d'una grandezza muta e terribile.“È forse questo il vostro segreto?„ io chiesi alla rivelatrice; ma senza parole, tanto al suo fianco sembravami parlante il silenzio.Il dirupo scendeva quasi a picco, sotto i contrafforti massicci da cui era munita la muraglia settentrionale, profondandosifino a un aspro alveo biancastro che pur nella sua aridità minacciava le rovinose collere del torrente. Con la stessa violenza atroce e disperata con cui i fiumi di lava discesi al mare siciliano rimbalzarono si drizzarono si contorsero neri e rossi stridendo ruggendo fischiando al primo contatto dell'acqua, con la stessa violenza la roccia dalla bassura dell'alveo si rialzava e si scagliava contro il cielo opponendo alla muraglia costruita dagli uomini una massa gigantesca travagliata da un muto furore. Tutte le più crude convulsioni e contrazioni dei corpi posseduti da energie demoniache o da spasimi letali, tutte parevano fisse in quella compagine orrida come la balza ove Dante ebbe l'indizio dei nuovi martirii prima di giungere alla riviera del sangue custodita dai Centauri. Tutti i modi delle materie pieghevoli e scorrevolivi parevano finti a contrasto del duro sasso: i cirri delle capellature ribelli, i viluppi delle serpi azzuffate, gli intrichi delle radici divelte, gli avvolgimenti delle viscere, i fasci dei muscoli, i circoli dei gorghi, le pieghe delle tuniche, i rotoli delle funi. Il fantasma d'una turbolenza frenetica si levava da quella immobilità perfetta a cui il meriggio toglieva qualunque ombra. La palpitazione d'una febbre veemente sembrava compressa dalla crosta inerte.“È questo il vostro segreto?„ io ripetei alla rivelatrice, pur senza parole, poiché l'émpito interiore non mi consentiva di scegliere e di dominare i suoni della mia voce.Ella anche taceva, al mio fianco; e io non la guardava né ella mi guardava. Ma, stando noi reclinati verso la roccia multiforme, eravamo congiunti l'uno all'altra da quel fascino che accomunacoloro i quali leggono insieme in un medesimo libro. Noi leggevamo insieme in un medesimo libro affascinante e periglioso.Ella disse, ergendo il capo con un lieve sussulto:— Udite gli sparvieri?E cercammo entrambi con occhi allucinati le vette.— Udite!La roccia assaliva il cielo con un'arme irta di punte, maculata d'un color rossastro come di ruggine o di grumo; e i gridi degli uccelli predaci aumentavano l'impeto della sua fierezza.Allora una vertigine repentina m'investì, che era come l'orrore d'un desiderio e d'un orgoglio troppo vasti. Si risvegliò forse nelle radici stesse della mia sostanza l'ebrietà barbarica dei lontani padri, poiché l'indefinibile turbamento si tradusse in una successionefulminea d'imagini balenanti ove io vidi uomini che mi somigliavano irrompere nella città espugnata, saltare oltre i mucchi dei cadaveri e degli arredi, affondare le spade nelle carni con un gesto infaticabile, portare in arcione le donne seminude a traverso le lingue innumerevoli dell'incendio mentre il sangue saliva al ventre dei loro cavalli agili e crudeli come i leopardi.“Ah io avrei saputo possederti in mezzo alla strage, in un talamo di fuoco, sotto l'ala della morte!„ diceva in me l'antica anima a colei che mi stava da presso. “La mia volontà avrebbe saputo costringere al prodigio il mio corpo, e io mi sarei inerpicato su per le pietre lisce di questa muraglia difesa da mille balestre e pur vivo t'avrei tolta.„Pieni della desolazione magnifica e tremenda che s'esaltava nel cielo, i mieiocchi incontrarono il volto della vergine così violentemente irradiato dal riverbero che n'ebbero una gioia quasi dolorosa. E io provai un desiderio folle di stringere quella testa fra le mie mani di rovesciarla indietro, di accostarla al mio respiro, di investigarla sempre più da presso, d'imprimerne ogni linea nel mio pensiero, — non dissimile a colui il quale abbia rinvenuto sotto le glebe sterili il frammento sublime da cui il mondo riavrà la gloria di un'idea che pareva estinta.
Grandissima grazia d'ombre e di lumi s'aggiunge ai visi di quelli che seggono sulle porte di quelle abitazioni che sono oscure....Leonardo da Vinci.
Grandissima grazia d'ombre e di lumi s'aggiunge ai visi di quelli che seggono sulle porte di quelle abitazioni che sono oscure....
Leonardo da Vinci.
Ebbi un moto di sincera gioia quando riconobbi su la via di Rebursa Oddo e Antonello Montaga che, avendo saputo l'ora del mio arrivo, venivano a incontrarmi. Entrambi mi abbracciarono con effusione, mi diedero tutti i saluti di Trigento, mi rivolsero mille domande a un tempo; sembravano felici di rivedermi, anche più felici quando io espressi il proposito di rimanere nel paese a lungo.
— Rimarrai con noi! — esclamò Antonello, come fuori di sè, stringendomile mani. — Tu sei mandato da Dio, dunque....
— Bisogna che tu venga oggi stesso a Trigento, — disse Oddo interrompendo il fratello. — Tutti ti aspettano là. Bisogna che tu venga oggi stesso....
Mi sembravano entrambi tenuti da un'agitazione strana, quasi febrile; avevano i gesti disordinati e un po' convulsi, la parola rapida e quasi ansiosa: l'aspetto di due prigionieri infermicci, esciti allora allora dal carcere come da un sogno opprimente, turbati e smarriti e quasi ebri nel primo contatto con la vita estranea. Come più io li guardava, più manifesti mi apparivano nelle loro persone i segni singolari; e cominciavano a darmi pena e inquietudine.
— Non so, — risposi, — non so se oggi stesso potrò venire. Tante ore di viaggio mi hanno stancato. Ma domani...
Provavo un bisogno vago di star solo, di raccogliermi, di assaporare quella malinconia ch'era caduta su me all'improvviso. I miei occhi cercavano il paese intorno per riconoscerlo. Veniva dalle cose verso di me quasi un'onda di memorie, che la presenza di quei due esseri dolorosi m'impediva di ricevere.
— Allora — disse Oddo — verrai domattina a colazione da noi. Consenti?
— Sì, verrò.
— Tu non puoi imaginare come ti aspettino tutti, laggiù.
— Non mi avevate dunque dimenticato.
— Oh no! Tu ci avevi dimenticati.
— Tu ci avevi dimenticati — ripetè Antonello, con un sorriso un po'convulso. — È giusto. Noi siamo sepolti.
Gli accenti della sua voce mi colpivano più che le sue parole. Un'intensità singolare avevano i suoi accenti, i suoi gesti, i suoi sguardi, tutti i suoi atti, come quelli di un uomo posseduto da un morbo misterioso, tormentato da un'allucinazione continua, vivente in mezzo ad apparenze non percettibili dai sensi altrui. Non mi sfuggiva una specie di sforzo ch'egli faceva come per uscire da un'atmosfera che l'involgesse e per comunicar più da vicino con me. Un tale sforzo dava qualche cosa di contratto e di convulso a tutta la sua persona. La mia pena e la mia inquietudine crescevano.
— Tu vedrai la nostra casa — egli soggiunse, con quel medesimo sorriso.
Senza volere, domandai:
— Come sta Donna Aldoina?
Ambedue i fratelli chinarono il capo, non risposero.
Si somigliavano. Erano, in fatti, gemelli: ambedue lunghi, magri, un po' curvi. Avevano gli stessi occhi chiari, la stessa barba rada e fine, le stesse mani pallide nervose e inquiete come quelle delle isteriche. Ma in Antonello i segni della debolezza e del disordine si mostravano più profondi e irreparabili. Egli era perduto.
Nella pausa, invano io cercavo parole. Mi teneva una specie di stupore triste, quasi che su l'anima avessi tutto il peso del corpo stanco. Poichè la strada costeggiava una catena di rocce, il trotto dei cavalli risonando sul terreno duro svegliava gli echi nelle cavità deserte. Alla svolta, apparve nella valle il fiume rilucente per sinuosità innumerevoli. Chiusa nei meandri comeun'isola, apparve una massa biancastra di rovine.
— Non è Linturno, là? — chiesi io riconoscendo la città morta.
— È Linturno — rispose Oddo. — Ti ricordi? Una volta ci andammo insieme....
— Mi ricordo.
— Quanto tempo è passato!
— Quanto tempo!
— Ora non c'è molta differenza tra Linturno e Trigento — disse Antonello, toccandosi incertamente la barba su la guancia con le dita affilate, mentre i suoi occhi parevano perdere lo sguardo esteriore. — Domani vedrai.
— Ma tu lo scoraggi! — interruppe Oddo, con una leggera irritazione. — Domani non verrà.
— Verrò, verrò — assicurai, sforzandomi di sorridere e di vincere la mia tristezza medesima che più sichiudeva. — Verrò; e troverò bene il modo di rianimarvi. Mi sembrate un po' malati di solitudine, un po' depressi....
Antonello, ch'era seduto di fronte a me, pose una mano sul mio ginocchio chinandosi fino a guardarmi nelle pupille, mentre il suo volto prendeva un'indefinibile espressione di sgomento e di ansietà, come s'egli avesse trovato nelle mie parole un senso spaventoso e volesse interrogarmi. E di nuovo quel suo volto bianco, che mi si avvicinava, pur nella luce diurna mi parve escire da un mondo in cui respirasse solo; mi suscitò l'imagine di quei volti emaciati e spiritali che escono soli dai fondi misteriosi dei quadri sacri anneriti dal tempo e dal fumo dei cèrei.
Non fu se non un attimo. Egli si ritrasse e non parlò.
— Ho portato meco i cavalli — io soggiunsi, dominando il mio turbamento. — Faremo grandi cavalcate, ogni giorno. Bisogna muoversi, scuotere la pigrizia e la noia. Come passate voi le ore?
— Contandole — disse Oddo.
— E le sorelle?
— Oh quelle povere creature! — mormorò Oddo con un tremito di tenerezza nella voce. — Massimilla prega; Violante si uccide coi profumi che le manda la Regina; Anatolia.... Anatolia è quella che ci fa vivere, è la nostra anima, è per noi tutto.
— E il principe?
— È molto invecchiato; è diventato interamente bianco.
— E Don Ottavio?
— Non esce quasi mai dalle sue stanze. Abbiamo quasi dimenticato il suono della sua voce.
— E Donna Aldoina? — stavo per chiedere di nuovo, ma mi trattenni; e tacqui.
Eravamo nella valle ondulata del Saurgo, in una conca di tepore.
— Com'è precoce qui la primavera! — esclamai, per un bisogno di consolare quei due dolenti e di consolar me medesimo. — In febbraio vedete i primi fiori. Non è già questo un privilegio? Voi non sapete godere delle cose che la vita vi offre. Mutate un giardino in una carcere per torturarvi.
— Dove sono i fiori? — domandò, con quel suo sorriso penoso, Antonello.
Cercammo tutt'e tre i fiori con gli occhi, per quella terra fulva e aspra come la giubba del leone, che sembrava fatta per nutrire le piante dall'aspetto arido e tormentato ma datrici d'un opulento frutto.
— Eccoli! — gridai con un motovivo di piacere additando un filare di mandorli su un'eminenza che aveva la forma lunga e nobile di un'onda.
— Sono nella tua terra — disse Oddo.
Eravamo in fatti nelle vicinanze di Rebursa. La catena rocciosa con le sue cime frastagliate e aguzze piegava a destra, lambita dal Saurgo serpentino, sollevandosi a grado a grado verso il massimo culmine del monte Corace che scintillava al sole come un elmetto. A sinistra della strada il suolo svolgevasi ondulato ad imagine di una spiaggia coperta di larghe dune, trasformandosi poco lungi in una successione di colline fulve e gibbose come i cammelli del deserto.
— Guarda, guarda! Un altro filare laggiù! — gridai scorgendo un'altra nube argentea e leggera di fiori. — Non vedi, Antonello?
Egli non tanto guardava i mandorli quanto me, con un sorriso trepido e attonito, meravigliandosi forse della puerile allegrezza che suscitava a un tratto in me la vista dei primi fiori. — Ma qual più lieta accoglienza avrebbe potuto farmi la terra amata da mio padre? Qual più gentile spettacolo di festa avrebbe potuto offrirmi quel robusto paese dalle vertebre di roccia?
— Se fossero qui Anatolia, Violante, Massimilla! — esclamò Oddo, a cui s'era comunicata la mia animazione impreveduta. — Ah se fossero qui!
E la sua voce esprimeva il rammarico.
— Bisogna condurle sotto i fiori — disse Antonello dolcemente.
— Guarda quanti! — io seguitai, abbandonandomi al novissimo piacere con più confidenza perchè sentivo già di poterne trasfondere almeno una partein quelle povere anime chiuse. — Sono felice che sieno miei, Oddo.
— Bisogna condurle sotto i fiori — ripetè Antonello dolcemente, come trasognato.
Mi pareva che i suoi occhi febrili si rinfrescassero nella visione di quelle cose pure e che le sue parole piane mescolassero a quelle cose le imagini indistinte delle tre sorelle: “Massimilla prega; Violante si uccide coi profumi; Anatolia è quella che ci fa vivere, è l'anima nostra.„
— Ferma! — ordinai al cocchiere, sollevandomi a un tratto, colpito da un pensiero subitaneo che mi fece gioire singolarmente. — Scendiamo; entriamo nel campo. Voglio che portiate a casa un fascio di rami. Sarà una festa, laggiù.
Oddo e Antonello si guardarono un po' confusi, un po' sorridenti, quasi timidi,come dinnanzi a un fatto impensato e straordinario che nel tempo medesimo li sbigottisse e li empisse d'una sensazione deliziosa. Essi mi avevano mostrato il loro male, mi avevano rivelata la loro pena, mi avevano parlato del triste carcere ond'erano esciti e dov'erano per rientrare; ed ecco, su la via aperta, io li invitavo a riconoscere e a festeggiare la primavera: la primavera ch'essi avevano dimenticata, ch'essi parevano rivedere per la prima volta dopo lunghi anni e considerare con un misto di temenza e di allegrezza, come un miracolo.
— Scendiamo!
Non più io mi sentivo stanco, ma sentivo in me la consueta abondanza di vita e quella elevazione che dánno allo spirito gli atti spontanei di generosità. Io era liberale di me a quei due indigenti, li riscaldavo con la miafiamma, li abbeveravo col mio vino. Leggevo già nei loro occhi (ed essi mi guardavano quasi di continuo) una specie di sommessione e di dedizione fiduciosa. Essi già mi appartenevano entrambi; ed io poteva esercitare su loro il beneficio e il predominio senza fallire.
— Che aspetti? Non discendi? — chiesi ad Antonello che, col piede sul predellino, pareva esitare come davanti a un pericolo.
Egli aveva ancora quel suo sorriso contratto. Fece uno sforzo visibile nel mettere il piede a terra; vacillò come se nel calcolare l'altezza si fosse ingannato; e i suoi primi passi furono saltellanti e mal fermi. Lo aiutai nel varcare la callaia. Sentendo cedere le zolle, egli si soffermò; e, rivolto agli alberi fioriti, respirò forte, accolse tutta la bella apparenza ne' suoi occhi chiari, ne rimase quasi abbacinato.
Io gli dissi, toccandogli il braccio:
— Tu non ti ricordavi di queste cose. Oddo, ch'era già entrato nel frutteto, esclamò come ebro:
— Ah se Violante fosse qui! Quest'odore val bene le essenze di Maria Sofia.
Antonello ripetè dolcemente:
— Bisogna condurle sotto i fiori.
Pareva che il suono di queste parole gli avesse affascinato l'orecchio come una cadenza, fin dalla prima volta. La sua voce nel ripeterle aveva le stesse inflessioni. E io nel riudirle provai non so che turbamento, quasi che mi fossero dirette. Il desiderio di tagliare i rami, ch'era caduto dinnanzi a tanta bellezza vivente, mi risorse; e imaginai in confuso l'arrivo del gran dono primaverile al palazzo lùgubre nel crepuscolo.
— Non c'è nessuno nelle vicinanze? — domandai, impaziente.
Un colono sopraggiungeva di corsa. Ansando si curvò e si mise a baciarmi le mani con una specie di furia.
— Taglia i più bei rami — io gli dissi.
Era egli un magnifico esemplare della sua specie, degno abitatore di quella roggia terra sparsa di pietre focaie. Mi pareva in vero un superstite dell'antica razza lapidea di Deucalione. Brandì la róncola, e con colpi netti e rapidi si diede a mutilare le felici creature vegetali. Ad ogni colpo cadevano i petali meno tenaci e imbiancavano il suolo.
— Guarda! — dissi ad Antonello accostandogli un ramo. — Hai tu mai conosciuta una cosa più delicata e più fresca di questa?
Egli levò la debole mano feminina e toccò con la punta delle dita una corolla. Il suo gesto era quello dell'infermoo del convalescente che tocca una cosa viva con la vaga illusione che essa gli lasci nel contatto qualche piccola parte di vitalità come le farfalle lasciano la polvere labile delle loro ali. Egli si volse al fratello con una malinconia quasi tenera nel suo sorriso penoso:
— Vedi, Oddo? Noi avevamo dimenticato, non sapevamo più....
— Ma non vivete voi in un giardino? — io domandai meravigliandomi di quel loro stupore e di quella loro commozione innanzi a un semplice ramo di mandorlo come innanzi a una novità inopinata. — Non passate tutti i giorni tra le foglie e i fiori?
— Sì, è vero — rispose Antonello. — Ma io non li vedevo più. E poi questi sono o mi sembrano, io non so,un'altra cosa. Non so dirti l'impressione che mi fanno. Tu non puoi comprendere.
Poichè la ròncola risonava ancora, egli si volse verso il mandorlo che gemeva sotto i colpi. L'uomo, sollevato da terra, stringeva il tronco nella tenaglia delle gambe nerborute, avendo sul capo fosco come quel d'un mulatto la fresca nuvola argentina che tremava al luccichìo del ferro adunco.
— Digli che cessi! — mi pregò Antonello. — Noi non potremo caricarci di tanti rami.
— Vi farò portare dalla carrozza fino a Trigento, col carico.
M'indugiavo tuttora a imaginare l'arrivo del dono primaverile innanzi ai cancelli del parco ove le tre sorelle attendevano. Le loro figure mi balenavano indistinte, pur con qualche lineamento che mi pareva di rinvenire nei ricordi della puerizia e dell'adolescenza. E il desiderio di rivederle, di riudire la loro voce, di ravvivare quei ricordialla loro presenza, di conoscere il loro male, di mescolarmi alla loro vita ignota mi cresceva a poco a poco e cominciava a prendere l'acutezza di un'inquietudine.
Seguendo il mio pensiero e il mio sentimento (già la carrozza correva verso Rebursa), io dissi:
— Un tempo, il parco di Trigento era pieno di giunchiglie e di violette.
— Anche ora — disse Oddo.
— C'erano grandi siepi di bosso.
— Ci sono ancóra.
— Mi ricordo bene dell'anno che arrivaste da Monaco per rimanere. Massimilla era molto malata. Accompagnavo a Trigento quasi ogni giorno mia madre....
Noi eravamo immersi nella primavera. I rami di mandorlo ingombravano la carrozza: ne avevamo dietro le spalle, ne avevamo su le ginocchia.Il viso così bianco di Antonello m'appariva tra quella bianchezza odorosa più consunto; e la malinconia dei suoi occhi febrili, troppo in contrasto con quella vivente espressione di una gioventù sempre rinnovellata, mi si adunava intorno al cuore.
— Peccato che tu non venga oggi a Trigento! — disse Oddo, con un profondo rammarico nella voce. — Mi dispiace di lasciarti.
— È vero — aggiunse Antonello. — Ti abbiamo riveduto soltanto oggi, dopo anni, dopo anni di silenzio e di dimenticanza; e ora già ci sembra di non poter fare a meno di te.
Essi proferivano le parole affettuose con quella semplicità e con quel candore che conservano gli uomini solitarii, non abituati alle simulazioni della vita comune. Sentivo già ch'essi mi amavano e che io li amavo, e che tranoi la grande lacuna degli anni si colmava a un tratto, e che la loro sorte stava per congiungersi alla mia sorte indissolubilmente. — Perchè la mia anima s'inclinava con tanta pena verso quei due vinti, si protendeva con tanto desiderio verso grazie e tristezze intravedute, mostrava tanta impazienza di versare la sua dovizia su quella povertà? Era dunque vero che la lunga e dura disciplina non aveva inaridite in lei le fonti spontanee della commozione e del sogno ma le aveva rese più profonde e più fervide. — Un vapore di poesia si diffondeva per me in quel pomeriggio di febbraio intiepidito dall'alito d'una primavera precoce. Il corso volubile del Saurgo a piè delle rocce plasmate dal fuoco; la città morta nel fiume impaludato; il vertice del Corace sfavillante come un elmetto su una fronte minaccevole; le fulve glebeseminate di selci risvegliatrici delle scintille dormenti; le viti e gli olivi contorti dall'atroce sforzo d'esprimere frutti così ricchi da membra così magre: tutti gli aspetti del paese intorno significavano la potenza dei pensieri nutriti in segreto, il mistero tragico dei destini compiuti, l'energia dolorosa, la constrizione tirannica, la passione superba, ogni più aspra e più rigida virtù della terra solitaria e dell'uomo solo. Pur nondimeno il più mite dei tepori primaverili si raccoglieva nell'austera chiostra; le fioriture argentee dei mandorli coronavano i poggi come le schiume coronano le onde; ai raggi obliqui i declivii qua e là prendevano l'apparenza morbida di un velluto disteso; i culmini delle rocce si convertivano in un oro quasi roseo, sul cielo che delicatamente inverdiva. L'influsso della stagione e la magia dell'ora potevanodunque addolcire il duro genio dei luoghi, velare di grazie quella fierezza, temperare quella violenza, versare un lene incantesimo in quel bacino foggiato con arte ignea dalla volontà terribile di un antico vulcano e poi con vece assidua corroso dalla cupidigia o arricchito dalla liberalità di un antico fiume.
— Noi ci vedremo assai spesso — io dissi, dopo una pausa rispondendo alle parole buone. — Da Rebursa a Trigento la via è breve. E io so che in voi ho ritrovato due miei fratelli....
Entrambi trasalirono, poichè un guardiano a cavallo oltrepassò di galoppo scaricando in alto la sua carabina per dare il segnale alle salve di saluto e di gioia. Rebursa si levava innanzi a me con le sue quattro torri di pietra, ancor bella e forte, mostrando ancora intatta l'impronta dell'orgoglio originario,distendendo la sua ombra e la sua dominazione su una gente gagliarda in cui l'obedienza e la fedeltà si trasmettevano di padre in figlio come caratteri della sostanza vitale.
Ma mi strinse l'anima un'angoscia non provata da lungo tempo quando posi il piede su la soglia cosparsa di mirto e d'alloro, dove nessuna voce cara mi dava il benvenuto chiamandomi per nome. Le imagini dei miei morti mi comparvero a piè della scala e mi fissarono con gli occhi trascolorati, senza un gesto, senza un cenno e senza un sorriso.
Più tardi, seguii con lo sguardo a lungo a lungo su la via di Trigento la carrozza che portava i due tristi malati quasi sepolti sotto i fiori. E la mia anima precorse al cancello del parco dove le tre sorelle attendevano — Anatolia, Violante, Massimilla! — ; e le intravidenell'atto di ricevere su le braccia protese il fresco dono della primavera; e cercò di riconoscere i nobili volti a traverso la siepe fragrante, cercò di scoprire la fronte di colei ch'ella avrebbe eletta per l'alleanza necessaria. Il crepuscolo cadendo aumentava quella strana e impreveduta agitazione del desiderio d'amore. Un'ombra azzurra occupava la valle del Saurgo, celava la città morta, ascendeva lentamente su per le aspre gradinate rocciose; ma come in cielo pullulavano gli astri così in terra s'accendevano fuochi di festa, divampavano, si moltiplicavano, formavano larghe corone. Soli, altissimi, estranei a quei segni della vita infera, quasi retrocessi nella lontananza d'un mito, quasi culminanti in un'atmosfera supraterrestre, i pinnacoli delle rocce risplendevano ancóra. E a un tratto fiammeggiarono come piropi, d'un lumeincredibile che durò pochi attimi; impallidirono, si fecero violacei, si confusero, si spensero. Ultima l'eccelsa punta del Corace restò di fiamma; acutissima ferì il cielo, simile al grido della passione senza speranza; poi, con la rapidità d'un baleno anch'essa si spense; entrò nella notte comune.
“Se il rigore della tua lunga constrizione non avesse altro compenso che l'ineffabile turbamento a cui t'abbandoni da ieri, già dovresti teco medesimo rallegrarti di tanti sforzi compiuti„ mi diceva il demònico, la mattina seguente, cavalcando noi al passo verso il giardino chiuso. “Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione ti viene dal bisognoche provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace di alimentare mille esistenze. È ben questo il premio dei tuoi assidui sforzi: — ora tu possiedi l'impetuosa fecondità delle terre profondamente lavorate. Goditi dunque la tua primavera; rimani aperto a tutti i soffii; lasciati penetrare da tutti i germi; accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto. Omai il tuo primo cómpito è fornito. La tua natura, che tu hai resa integra e intensa, ti sia sacra. Rispetta i minimi moti del tuo pensiero e del tuo sentimento perchè ella sola li produce. Già che ella ti appartiene tutta quanta, ora tu puoi abbandonarti a lei e gioirne senza limiti. Tutto, ora, ti è permesso: pur quello che odiasti o disprezzasti in altrui: perocché tutto divenga nobilepassando a traverso la sincerità della fiamma. Non temere d'esser pietoso, tu che sei forte e che sai imporre il tuo dominio e il tuo castigo. Non avere onta delle tue inquietudini e dei tuoi languori, tu che ti sei fatta una volontà di tempra dura come le spade battute a freddo. Non respingere la dolcezza che t'invade, l'illusione che ti avvolge, la malinconia che ti attira, tutte le cose nuove e indefinibili che oggi tentano la tua anima attonita. Esse non sono se non le vaghe forme del vapore che si sviluppa dalla vita fermentante nelle profondità della tua natura ferace. Accoglile dunque senza sospetto, poichè non ti sono estranee nè ti diminuiscono nè ti corrompono. Ti appariranno forse domani come le prime annunziatrici velate di una natività che è nei tuoi voti.„
Io non ho mai ritrovato di poi un'ora tanto deliziosa e tanto penosa a untempo. Non so se gli alberi carichi di fiori avessero della lor vitale potenza un senso così pieno come io aveva della mia in quel mattino limpido; ma certo ad essi mancava quella vasta e confusa ansietà in cui s'agitavano innumerevoli affetti e innumerevoli pensieri. Per prolungare la pena e la delizia io tenevo il mio cavallo al passo indugiandomi nella via, quasi che quell'ora dovesse chiudere per sempre una fase della mia intima vita e al mio giungere sul luogo destinato una fase nuova e imprevedibile dovesse aprirsi; di cui era già il presentimento oscuro in fondo alla mia ansietà che non si placava. Ad intervalli il soffio della primavera investendomi d'improvviso col suo susurro e col suo tepore pareva rapirmi in un etere di sogno, abolire in me per qualche attimo la coscienza della persona reale e infondermil'anima vergine e ardente d'uno di quelli amanti eroi che nelle favole cavalcano verso le Belle addormentate nei boschi. Non cavalcavo anch'io verso le principesse nubili, prigioniere nel giardino chiuso? E non forse ciascuna di loro nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo?
Già m'apparivano quali le fingeva il mio desiderio e già l'imagine triplice suscitava dal mio desiderio la prima perplessità. Io mi chiedeva: “Chi sarà l'eletta?„, comprendendo in me, nel tempo medesimo, l'allegrezza nuziale dell'una e la sepolcrale tristezza delle altre, sentendo già in me tutti i germi delle inquietudini future, intravedendo già sotto la speranza il rammarico. E di nuovo mi attraversò lo spirito quel timore che una volta mi aveva turbato nel mezzo della mia opera volontaria: il timore delle forze cieche e fatali controcui qualunque più dura volontà si può infrangere; il timore del turbine fulmineo che in un attimo può avviluppare qualunque più tenace e audace uomo per trascinarlo ben lontano dalla mèta prefissa.
Fermai il cavallo. La via in quel punto era deserta; il palafreniere mi seguiva a distanza. Un silenzio altissimo regnava i luoghi grandiosi e solitarii, rotto a intervalli dal susurro degli oliveti; una luce immobile illuminava tutto egualmente; e nella luce e nel silenzio, dalle ésili foglie alle rocce gigantesche, le cose apparivano disegnate con una nitidezza di contorni quasi cruda. Meglio sentii allora quel che di ambiguo era entrato in me. E pensai: “Non aveva io fino a ieri ottenuto nel mio spirito la stessa perspicuità mattutina che rivela tutte le linee di questa contrada alla mia vista attenta?E ora non nasconde la nuova ambiguità un qualche pericolo? Forse una troppo grande copia di poesia s'è accumulata in me, pericolosamente, nella solitudine; e deve spandersi senza misura. Ma, se io mi abbandono al torrente impetuoso, fin dove sarò trascinato? Gioverà forse ancóra la vigilanza contro la vita estranea; gioverà forse non entrare nel cerchio che mi si apre d'avanti all'improvviso come un'opera di magia per includermi.„ E il demònico mi ripetè con chiara voce: “Non temere! Accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.„
Spinsi il cavallo al trotto, quasi con veemenza, come se in quel punto ungrande atto fosse stato risoluto. E Trigento apparve sul declivio del poggio con le sue case di pietra figliate dalle rocce tutelari. Alla sommità apparve l'antico palazzo col suo giardino murato che discendeva sul declivio opposto sino al piano dando imagine d'un vasto claustro pieno di cose obliate o estinte.
Quando posi il piede a terra, d'avanti al cancello; udii la voce di Oddo che stava alla vedetta.
— Benvenuto, Claudio!
Egli mi corse incontro festoso come la prima volta, con le braccia tese.
— Credevo che tu venissi più presto — disse con un tono di rimprovero. — Ti aspetto qui da due ore.
— Mi sono indugiato per la via — risposi. — Ho voluto riconoscere gli alberi e i sassi....
Con uno di quei suoi atti repentini e disordinati, misto di curiosità e di timidezza, egli si accostò al mio cavallo e gli palpò il collo.
— Com'è bello! — mormorò, mentre sotto la sua mano pallida e gracile il collo dell'animale aveva una rapida vibrazione di sensibilità.
— Lo potrai montare quando vorrai — io gli dissi. — Questo o un altro.
— Credo che non mi reggerei più in sella — rispose. — Credo che avrei paura.... Ma vieni! Vieni! Sei aspettato.
E mi condusse su per un viale compreso tra pareti di bosso indebolite dalla vecchiezza, sparse di radure profonde come buche, donde sembravami escissero freschi odori d'invisibili violette, strani come aliti giovenili in bocche deformi.
— Iersera — diceva Oddo, un pocoin affanno — iersera con i tuoi mandorli portammo la gioia.... Che provammo quando rimanemmo noi due in fondo a quella carrozza, seppelliti sotto tutti quei fiori! Antonello era come un bambino. Non l'avevo mai veduto così....
A intervalli le pareti verdi s'aprivano in archi scoprendomi allo sguardo lembi di terra erbosa ove qualche lunga ed esigua lista di sole fendeva l'ombra con un taglio netto.
— Non l'avevo mai veduto così; non gli avevo mai sentito dire tante parole insensate....
Urne di pietra dai larghi fianchi rotondi si alternavano con statue quasi vestite dai licheni, monche o acefale, in attitudini che mi parevano eloquenti. E alcune giunchiglie fiorivano presso i loro plinti.
— Quando poi arrivammo qui, nonpotevamo scendere perchè i rami c'ingombravano. Le sorelle vennero a liberarci. Come erano felici! Risalirono cariche. Le sentivamo ridere su per le scalee. Tutte cose nuove, Claudio, per noi.
Mi giungeva all'orecchio una voce soffocata; che era il chioccolio sommesso d'una fontana nascosta nella vicinanza. E un'ansietà indefinibile mi premeva il cuore.
— Tutta la sera abbiamo parlato di te, ricordato tante cose del tempo lontano, fatto anche qualche sogno per l'avvenire. Chi avrebbe mai potuto imaginare il tuo ritorno? Ma nessuno di noi crede ancora che tu rimanga.... Ci sembra che, dopo qualche giorno, tu debba fuggire. Non è facile resistere a questa nostra vita. Massimilla, vedi, preferisce il monastero.... Non sai che Massimilla sta per lasciarci?
Come io saliva rasente la parete vegetale, un forte sentore d'amarezza mi prendeva le nari emanato dalle piccole foglie nuove del bosso che brillavano in guisa di berilli tra il verde opaco. — Ah, ecco Violante! — esclamò Oddo toccandomi il braccio.
L'apparizione improvvisa mi diede un gran palpito; e sentii che il mio volto si colorava.
Ella era sotto un alto arco di bosso, con i piedi nell'erba; e un lembo di prato per l'apertura si dileguava, in liste d'oro, dietro la sua persona.
Sorrideva senza avanzare, attendendo che noi le giungessimo da presso; e pareva ch'ella offrisse al mio sguardo attonito la sua bellezza intera in quell'attitudine calma, su quella soglia verde ove forse le sue dita avevano reciso le numerose viole che le ornavano la cintura. Mi tese la mano guardandomiin volto, e mi disse con una voce che era la perfetta espressione musicale della forma onde esciva:
— Siate il benvenuto. Noi vi aspettavamo già da ieri. Oddo e Antonello ci portarono invece il vostro dono, che non fu meno gradito.
Io le dissi:
— Rientro nel vostro dominio dopo molti anni ricordandomi che ci venni la prima volta accompagnando mia madre, e già provo il rammarico d'esserne rimasto troppo tempo lontano. Partendo da Roma io sapevo che avrei trovato a Rebursa una casa vuota ma non sapevo che Trigento mi avrebbe compensato con tanta larghezza. Io vi debbo molta riconoscenza....
— Vi dovremo noi riconoscenza — ella interruppe — se non vi parrà grave la nostra compagnia. Voi sapete che questo luogo è senza gioia.
— Anche la tristezza ha la sua bontà per chi la sa gustare, non è vero?
— Forse.
— E poi, veramente, da che ho oltrepassato il cancello, io non ho qui se non sensazioni squisite. Questo grande giardino mi sembra delizioso. Come si può non sentire la poesia della sua vecchiezza? Ieri, quando vidi Oddo e Antonello pieni di meraviglia d'avanti a quei mandorli come se non avessero mai guardato un albero fiorito, pensai che qui tutto fosse arido e morto. Invece trovo qui dentro una primavera più dolce di quella che ho lasciata fuori. Non vi siete voi forse stancata a cogliere le mammole nell'erba? Ne avete carica la cintura!
Ella sorrise abbassando gli occhi sul suo fianco e toccando con le sue dita nude le viole che l'ornavano.
— Voi venite dalla città — ella dissecon quella sua voce sonora ma pur velata, in cui la ricchezza del timbro era un poco spenta come da un'incrinatura esilissima — voi venite dalla città e la campagna vi dà le sue primizie.
— Non so; ma certe cose debbono sembrar sempre nuove.
— Noi non le vediamo e non le amiamo più, certe cose — disse Oddo con malinconia. — Forse Violante non sente l'odore dei fiori che coglie.
— È vero? — le chiesi volgendomi verso di lei, incontrando con gli occhi il suo profilo marmoreo reclinato sotto la capellatura voluminosa e divenuto impassibile come quello delle statue immortali.
— Che cosa? — ella domandò, in atto di chi torni da un'assenza, non avendo udito le parole del fratello.
— Dice Oddo che voi non sentitel'odore dei fiori che cogliete. È vero?
Un tenue rossore le colorì il sommo delle gote.
— Oh no! — rispose con una vivacità che contrastava i ritmi lenti cui pareva sottomessa la sua vita. — Non credete a Oddo. Egli dice così perchè io amo i profumi acuti; ma sento anche i più deboli, sento anche quelli delle pietre....
— Delle pietre? — fece Oddo ridendo.
— Che sai tu, Oddo? Taci.
Eravamo su per le grandi scalee coperte di pergole, salienti in ordinanza simmetrica verso il palazzo; ed ella ascendeva tra noi due, con lentezza, di grado in grado. Poichè i gradi erano assai larghi, ella su ciascuno faceva un passo e si soffermava un istante prima di sollevare il piede sul rialto, successivamente; e la vicenda volevach'ella sollevasse sempre il medesimo piede. Affaticata dalla frequenza dell'atto, ella abbandonava alquanto il busto su la flessione del ginocchio rilasciando la volontà orgogliosa che pur dianzi ergeva la sua figura a similitudine del perfetto stelo. Una mollezza impreveduta ondeggiava allora nel corpo superbo; un ritmo nuovo ne rivelava le grazie quasi direi obedienti, le virtù pieghevoli di amore. Così forte era il potere emanato da quella creatura bella che io non sapevo distrarre i miei occhi dai suoi moti; e mi trattenevo in dietro per circondarla col mio sguardo intera. Ella pareva respingere il mio spirito verso l'epoca meravigliosa in cui gli artefici estraevano dalla materia dormente le forme perfette che gli uomini consideravano come le sole verità degne di essere adorate in terra. E io pensava, guardandola,salendo dietro la sua traccia: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio.„ E, mentre il suo capo sovrano passava nella luce come in un elemento natale, io sentivo che la sua bellezza era per attingere la perfezione della maturità, l'ora breve del massimo pregio; e ringraziavo la fortuna d'avermi concesso un tanto spettacolo. “Ah io l'adorerò ma non oserò amarla; non oserò guardare nella sua anima per sorprendere il suo segreto. Pure ogni suo moto rivela ch'ella è fatta per l'amore; ma per l'amore sterile, per la voluttà che non crea. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno.„
Ella si arrestò impaziente dello sforzo, un poco anelante; e disse:
— Come affaticano questi gradi! Facciamo una sosta qui, se non vi dispiace.
— Antonello e Anatolia scendono — avvertì Oddo scorgendo i due vegnenti attraverso l'intrico della pergola nella scalea superiore. — Aspettiamoli.
Veniva verso di noi quella che m'era stata rappresentata come la datrice di forza, la vergine benefica e possente, l'anima ricca e prodiga. Ella già appariva come un sostegno, poichè Antonello teneva il suo braccio sotto il braccio di lei misurando il suo passo incerto su la cadenza di quel passo sicuro.
— Di quale fra noi — mi domandò Violante all'improvviso ma con un accento leggero che toglieva alla domanda ogni senso indiscreto — di quale tra noi avevate un ricordo meno confuso?
Esitai un istante.
— Non saprei dirvelo — risposi incerto, mentre il mio orecchio si tendeva al fruscio della veste di Anatolia. — Ma, senza dubbio, le figure del mio ricordo non hanno quasi nulla di comune con la realtà presente. Dal giorno che io mi allontanai, si è svolto per noi quel periodo della vita in cui le trasformazioni sono più rapide e più profonde....
I due già sopraggiungevano. Anche Anatolia disse, tendendomi la mano:
— Siate il benvenuto.
E il suo gesto aveva una franchezza virile; e la sua mano nel contatto parve comunicarmi quasi direi un senso di forza generosa e di bontà efficace, parve d'improvviso infondere nel mio spirito una specie di confidenza fraterna.
Era una mano spoglia di anelli, non troppo bianca, nè troppo allungata, marobusta nella sua forma pura, atta a raccogliere e a sostenere, pieghevole e ferma nel tempo medesimo, con un'impronta di fierezza sul dosso variato dai rilievi delle congiunture e dalle trame delle vene, con solchi di dolcezza nella palma concava e tiepida dove pareva risiedere un focolare irradiante di sensibilità.
— Siate il benvenuto — disse la calda voce cordiale. — Voi ci portate da Roma il sole e la primavera....
— Oh no! — interruppi. — Io trovo qui l'uno e l'altra. A Roma ho lasciato la nebbia e molte simili cose grige. Esprimevo dianzi il rammarico d'esser rimasto troppo tempo lontano.
— Tu dovrai dunque compensarci della dimenticanza — fece Antonello, con quel suo sorriso penoso.
— Come trovate Trigento? — mi domandò Anatolia. — Quasi in nullamutato; è vero? Voi venivate qui con vostra madre.... Ve ne ricordate bene; è vero? Noi non avremmo potuto dimenticarlo; nè potremo mai. Troverete qui, tra le cose rimaste intatte, la memoria della santa anima, di quella immensa bontà.
Un silenzio grave seguì le sue parole evocatrici. Per qualche attimo il sentimento della morte, addensatosi intorno al mio cuore filiale, diede anche agli esseri e alle cose presenti un aspetto d'inesistenza. Mi parve, per qualche attimo, che tutto divenisse lontano e vacuo non meno di quel cielo ch'io vedevo impallidire a traverso le nude viti della pergola simili a una rete lógora. Ma nel dileguarsi dell'illusione breve, mi sentii più avvicinato a colei che l'aveva prodotta; e mi sentii incapace di disperdermi ancora in parole oziose, provando il bisogno dipenetrare nella verità di quella tristezza.
— E Donna Aldoina? — chiesi a voce bassa, rivolto verso Anatolia, comunicando ora con lei sola.
Non era ella forse la vera custode dell'abitazione oscura? Evocando la morta, non aveva ella medesima suscitato l'imagine della demente?
— È rimasta così, sempre — rispose, a voce bassa anch'ella. — Meglio per voi non vederla, almeno per oggi. Vi farebbe troppa pena. E per noi, imaginate!, è il supplizio di tutti i giorni; un supplizio che dura da anni, senza tregua, disfacendoci l'anima....
I suoi occhi in un batter di palpebre gittarono ad Antonello uno sguardo furtivo, dove io potei leggere il segreto terrore che le ispirava il povero infermo pericolante su l'orlo dell'abisso.
— Non abbiamo mai avuto il coraggiodi separarcene, di allontanarla — soggiunse — perché non è violenta anzi è dolce. Qualche volta sembra guarita, ci dà quasi l'illusione d'un miracolo; ci chiama per nome, si ricorda d'un piccolo fatto lontano, ha il sorriso calmo. Benchè sappiamo oramai che tutto questo è un inganno, pure ogni volta la speranza ci fa palpitare, ogni volta l'ansietà ci soffoca. Voi comprendete....
La sua voce nel dolore perdeva il suono come una corda che s'allenti.
— Non è possibile confinarla nelle sue stanze, tenerla chiusa; non è possibile. Nè abbiamo cuore di sfuggirla quando si mostra, quando ci viene incontro, quando ci parla. Così, quasi di continuo, vive al nostro fianco, si mescola alla nostra esistenza....
— Certi giorni — interruppe d'improvviso Antonello, quasi con impeto,come spinto da un'eccitazione infrenabile — certi giorni tutta la casa è piena di lei. Noi respiriamo la sua follia. Qualcuno di noi rimane ore ed ore a sentirla parlare, seduto di fronte a lei seduta, con le mani imprigionate in quelle mani che tremano.... Comprendi?
Un nuovo silenzio, più grave, cadde su noi tutti. E ciascuno di noi soffriva riconoscendo in sé la realtà del dolore che le esili ombre azzurrine della pergola miste all'oro docile del sole involgevano come in un velario di sogno. S'udiva nel silenzio il suono d'un passo leggero che s'avvicinava su per le scalee di sotto. S'udiva a intervalli eguali uno scroscio sordo come d'un bacino che trabocchi. Una vibrazione misteriosa pareva salire dal giardino solitario. E io compresi come l'anima debole e triste potesse con quelle apparenze comporre il fantasma d'una vita innaturalee alimentarlo di sé e restarne sopraffatta.
Così, subitamente, mi si rivelava nella sua atrocità il supplizio a cui il Destino aveva condannato quegli ultimi superstiti d'una stirpe caduta; e la figura evocata dalle parole d'una vittima certa mi appariva ingigantita sotto una luce tragica. Io vedeva nella mia imaginazione la vecchia principessa demente, seduta nell'ombra di una stanza remota, e uno de' suoi figli chino verso di lei, con le mani imprigionate nelle mani materne. L'atto della lugubre fascinatrice mi sembrava fatale e inesorabile. Mi sembrava ch'ella dovesse inconsciamente attrarre nella sua follia tutte le creature del suo sangue, l'una dopo l'altra, e che nessuna di loro potesse sottrarsi alla volontà cieca e crudele. Simile a una Erinni familiare, ellapresiedeva alla dissoluzione della sua progenie.
Allora, a traverso l'arido intrico, guardai in alto il palazzo silenzioso che nella sua oscura profondità aveva chiuso sino a quel giorno tanta angoscia disperata e aveva nascosto tante lacrime inutili: — lacrime espresse da occhi puri e ardenti, degni di riflettere i più superbi spettacoli del mondo e di versare la gioia in anime di poeti e di dominatori.
“Occhi della Bellezza!„ pensai riconducendo il mio sguardo verso Violante immobile. “Quale miseria terrena può velare lo splendore della verità che in voi riluce? Quale anima afflitta può disconoscere la virtù consolatrice che da voi fluisce?„ La mia sofferenza cessava subitamente come per il potere di un balsamo; le imagini torbide si dileguavano come un tristo vapore.
Ella era immobile, seduta su un plinto di pietra che un tempo aveva forse sostenuto un'urna. Poggiato il gomito sul ginocchio, ella si reggeva il mento con la palma; e tutta la sua figura nell'attitudine semplice mi offriva quella successione di mute cadenze in cui è il segreto dell'arte suprema. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta. Su la sua fronte breve era visibile il riflesso della corona ideale ch'ella portava in sommo de' suoi pensieri; e i suoi capelli, costretti su la nuca in un gran nodo, parevano avere obbedito al ritmo che regola i riposi del mare.
— Massimilla — disse Oddo annunziando la terza sorella.
Io mi volsi e la vidi già prossima. Ella saliva gli ultimi gradi, col suo passo lieve, recando sul volto e in tutta la persona i vestigi del sogno incui s'era immersa, l'intima poesia dell'ora trascorsa con un libro fedele nella solitudine d'un recesso noto a lei sola.
— Dove sei stata? — le chiese Oddo, prima ch'ella giungesse fino a noi.
Ella sorrise con timidezza; e una tenue fiamma le tinse le gote ondulate.
— Laggiù — rispose — a leggere.
La sua voce era liquida e argentina tra le labbra esigue. Il suo libro aveva per segnale tra le pagine un filo d'erba.
Come io m'inchinai, ella mi porse la mano continuando il suo sorriso timido. E parve risvegliare in fondo alla mia anima qualche cosa di quella tenera compassione da me provata nel tempo lontano verso la piccola inferma visitata da mia madre; poiché la sua mano era tanto gracile e soave che mi diede imagine d'uno di quei fini gigli, chiamati emerocàli, fiorenti per un giorno nelle arene calde.
Com'ella non mi parlò, anch'io non seppi trovare le delicate parole che convenivano alla sua pavida grazia di ermellino.
— Vogliamo dunque salire? — disse Anatolia volgendosi a me e rompendo con la sua voce chiara quella specie d'incantamento inerte che nel tepore della pergola i nostri pensieri e le nostre malinconie non esprimibili avevano formato vaporando. — Nostro padre ha molto desiderio di rivedervi.
E riprendemmo insieme a salire per le scalee verso il palazzo.
Le tre sorelle ci precedevano, l'una discosta dall'altra, prima Anatolia, Massimilla ultima, proferendo alcune parole, alternativamente, poiché il silenzio delle cose chiedeva il suono delle loro voci ed esse credevano forse dissipare di sul capo dell'ospite la tristezza del silenzio. Quelle brevi onde sonore, sgorgandodalle labbra che io non vedevo, dichinavano investendomi; e io salivo quindi nelle voci e nelle ombre virginee, come nelle parvenze d'un prestigio, attonito e perplesso. Ma se i tre ritmi al mio udito erano alterni, alla mia vista erano simultanei e continui, così che il mio spirito a volta a volta si tendeva curioso per distinguerli o si faceva quasi direi concavo per fonderli in una armonia profonda. E, come quelli episodii che nella fuga riempiono il silenzio del tema, gli aspetti delle cose al passaggio o le particolarità delle figure entravano ad arricchire il mio sentimento musicale, senza turbarlo. Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi su per le antiche scalee qua e là ancora ingombre dalle spoglie dell'ultimo autunno. La statua d'una ninfa giacente teneva nel sonno la testa china in atto di pena, poichéil sostegno del braccio mancava alla sua tempia maculata dal musco. In un vaso d'argilla rossastra, lungo come un sarcofago, occupato dalle dure erbe selvagge, una sola pianticella di giunchiglia fioriva debole e tremula fra l'invasione ostile. In una rovina del parapetto disgregato dalle radici penetranti dell'edera, appariva scoperto un canale interno simile a una arteria rotta; e vi si scorgeva il luccichio e vi si udiva il susurrio dell'acqua che scendeva a riempire il cuore delle fontane piangenti. Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi lungo la nostra salita. La statua, il fiore e l'acqua mi dicevano una medesima verità. E Violante e Massimilla e Anatolia si trasfiguravano nella mia mente per virtù di analogie misteriose.
“O belle anime„ io pensava, misurando i ritmi della loro esistenza visibile“nella vostra trinità non è forse la perfezione dell'amore umano? Voi siete la forma triplice che finse il mio desiderio nell'ora della grande armonia. In voi tutti i bisogni della mia carne e del mio spirito più altieri potrebbero appagarsi; e, per l'opera ch'io debbo compiere, voi potreste divenire gli strumenti meravigliosi delle mie volontà e dei miei destini. Non siete voi quali io vi avrei create per ornare di una bellezza e di un dolore sublimi il mondo occulto di cui sono l'artefice infaticabile? Oggi non conosco di voi se non le sembianze e qualche parola fugace; ma sento che domani ciascuna di voi in tutto il suo essere corrisponderà all'imagine che dentro di me respira e palpita.„
Così le tre sorelle salivano nella mia aspirazione e nella mia preghiera, ciascuna obbedendo alla musica segretache conduceva la sua vita verso il termine incognito. E le loro figure gettavano su la pietra grandi ombre.
Quando posi il piede su la soglia, l'imagine fantastica della demente mi riapparve così viva e così fiera ch'io n'ebbi un segreto brivido. Tutto il luogo mi sembrò tenuto dalla sua dominazione sinistra, attristato e atterrito dalla sua onnipresenza. Mi sembrò di leggere nel volto dei figli la mia stessa inquietudine. E pensai che l'avremmo trovata in cima della scala ad aspettarci.
Indovinando il mio pensiero, Anatolia mi disse piano, per rassicurarmi:
— Non vorrei che temeste.... Voi non la vedrete.... Ho potuto fare in modo che non la vediate, in queste ore almeno.... Cercate di non pensarci, perchénon vi sembri troppo triste la nostra ospitalità.
Antonello guardava su per le vetrate delle logge che circondavano il cortile, vigilando con quei suoi occhi inquieti su cui palpitavano di continuo i cigli.
— Vedi l'erba? — esclamò Oddo, indicandomi il verde che cresceva lungo i muri, negli interstizii delle lastre.
— Segno e augurio di pace — io dissi, cercando di scuotere da me l'oppressura e di risollevarmi. — Mi dispiacque di non trovarla ieri nel mio cortile. L'avevano tolta, mentre io l'avrei preferita alle foglie festive del mirto e del lauro. Bisogna lasciar crescere l'erba, specialmente nelle case troppo grandi. È una cosa viva di più.
Il cortile era sonoro come una navata; e gli echi vi erano pronti a raccogliere pur le parole sommesse. Guardando la fontana muta, pensai le musichemisteriose a cui l'acqua avrebbe potuto invitare quegli echi attenti e favorevoli.
— Perchè la fontana tace? — domandai, volendo cogliere tutte le occasioni per sostenere la causa della vita in quel claustro pieno di cose obliate o estinte. — Dianzi, su per la scalea, ho sentito correre l'acqua.
— Rivolgetevi ad Antonello — disse Violante. — Egli ha imposto il silenzio.
Il povero infermo si colorò lievemente nel volto e s'intorbidò negli occhi come chi sia per cedere a un impeto d'ira. Quasi pareva che la denunzia innocua di Violante gli facesse onta e dolore o che riaprisse una disputa già composta. Si contenne; ma il dispetto gli alterò la voce.
— Imagina, Claudio, che le mie stanze sono proprio là — disse, indicando un lato della loggia — e chedi là si sente la fontana scrosciare come una cascata. Imagina! Un rumore che toglie il senno: incredibile. Già, non senti che rimbombo ha la voce qui? Di giorno!
In tutto il suo corpo lungo e scarno vibrava l'avversione contro lo strepito, l'orrore nervoso, l'aborrimento invincibile di cui egli mi aveva già dato i segni il giorno innanzi nell'udire i colpi delle carabine e le grida umane.
— Ma vorrei che tu sentissi, di notte — seguitò eccitandosi. — Vorrei che tu sentissi! L'acqua non è più l'acqua; diventa un'anima perduta che urla, che ride, che singhiozza, che balbetta, che sbeffa, che si lagna, che chiama, che comanda. Incredibile! Qualche volta, nell'insonnio, ascoltando, ho dimenticato che fosse l'acqua; e non ho potuto più ricordarmene.... Intendi?
Egli s'arrestò d'un tratto, con unosforzo palese per dominarsi; e guardò Anatolia, smarritamente. La pena che contraeva il volto di lei scomparve sotto quello sguardo, s'internò, si nascose. Ed ella, come per dissipare il malessere che ci teneva tutti, disse con un'aria quasi gaia:
— Veramente, Antonello non esagera. Volete che evochiamo l'anima perduta? È facile.
Eravamo tutti là, presso la fontana arida. La sosta imprevista e le parole e l'aspetto del tormentato e la solennità del luogo chiuso e la freddezza argentina della luce che vi pioveva dall'alto e l'imminenza della metamorfosi parevano conferire a quella vecchia cosa inerte quasi il mistero d'un'opera di magia. La mole marmorea — componimento pomposo di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice ordine — sorgeva innanzi a noicoperta di croste grigiastre e di licheni disseccati, biancheggiante qua e là come il tronco del gáttice; e le sue molte bocche umane e bestiali parevano quasi aver conservato nel silenzio l'attitudine della liquida voce ultimamente prodotta.
— Scostatevi — soggiunse Anatolia chinandosi verso un disco di bronzo che chiudeva un'apertura circolare nel lastrico presso il margine del bacino inferiore. — Do l'acqua.
Ed ella mise le dita nell'anello che sporgeva dal centro del disco e tentò di sollevare il peso; ma, non riuscendo, si rialzò invermigliata nel volto dallo sforzo. Come io le venni in aiuto ed apersi, ella di nuovo si chinò e di sua mano ritrovò il congegno nascosto. Indietreggiammo entrambi, con un moto concorde, mentre s'udiva già borbogliare l'acqua saliente su per le vene della fontana esanime.
E fu un attimo di aspettazione ansiosa, quasi che le bocche dei mostri dovessero dare un responso. Involontariamente io imaginai la voluttà della pietra invasa dalla fresca e fluida vita; finsi in me medesimo l'impossibile brivido.
Le bùccine dei tritoni soffiavano, le fauci dei delfini gorgogliavano. Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un colpo di stocco vibrato contro l'azzurro; si franse, si ritrasse, esitò, risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell'aria, si fece adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto come lo schiocco d'una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come uno scroscio di risa poderose, fu come uno scoppio di applausi, fu come un rovescio di pioggia. Tutte le bocche diedero i loro getti, che si curvarono in arco a riempire le conche sottoposte. La pietrabagnandosi qua e là si copriva di macchie oscure, luccicava nelle parti levigate, si rigava di rivoli sempre più spessi: — infine gioì tutta quanta al contatto dell'acqua, parve aprire alle gocce innumerevoli tutti i suoi pori, si ravvivò come un albero beneficato da una nube. Rapidamente le cavità più anguste si riempirono, traboccarono, composero corone argentee di continuo distrutte, di continuo rinnovellate. Come si moltiplicavano i giochi istantanei giù per la diversità delle sculture, crescevano i suoni ininterrotti formando una musica sempre più profonda nel grande echéggio delle pareti. Gagliardi, su la volubile sinfonia dell'acqua cadente nell'acqua, dominavano gli scrosci e gli schianti dello zampillo centrale che frangeva contro le cervici dei tritoni i fiori miracolosi fiorenti d'attimo in attimo alla cima del suo stelo.
— Senti? — esclamò Antonello che guardava quel trionfo con occhi di nemico. — Ti sembra tollerabile a lungo, questo frastuono?
— Ah, io starei ore e giorni ad ascoltare — parvemi dicesse Violante mettendo su la sua voce un velo più grave. — Nessuna musica vale questa, per me.
Ella era rimasta tanto vicina alla fontana che riceveva su la persona gli spruzzi dei getti, e aveva già i capelli sparsi d'un pulviscolo lucente. Il potere della sua bellezza anche una volta escludeva dal mio spirito qualunque pensiero estraneo, qualunque imagine discordante. Anche una volta ella m'appariva isolata e intangibile, fuori della vita comune, piuttosto simile a una finzione dell'arte che a una creatura di nostra specie. Tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della sua presenza poichè tutte si riferivano e si sottomettevanoe si accordavano alla sua bellezza. Come già il grande arco verde ch'erasi incurvato su lei nel primo apparire, come già l'antico plinto che l'aveva sostenuta, quel sonoro vase aperto verso il cielo sembrava creato per lei sola, sembrava rispondere perfettamente all'armonia ideale ch'ella effettuava con la sua semplice attitudine. Segrete affinità, non intelligibili, congiungevano al suo essere le cose più diverse, rapportavano i circostanti misteri al suo mistero. Poichè la natura aveva manifestato per mezzo di tal forma umana una sua idea di perfezione somma, sembravami che ogni altra idea racchiusa in ogni altro naturale involucro dovesse necessariamente servire come un segno per condurre lo spirito del contemplatore a comprender quella altissima ed unica. Onde avvenne che, considerando la vergine presso la fontana, io trovassie cogliessi una pura verità. “Quando la Bellezza si mostra, tutte le essenze della vita convergono in lei come in un centro; ed ella ha quindi per tributario l'intero Universo.„
— Una delle nostre pene — mi diceva Oddo mentre salivamo per l'amplissima scala balaustrata sul cui silenzio gli svolazzi e i nuvoli delle allegorie secentesche simulavano la furia d'una bufera — una delle nostre pene è questo spazio; che ci dà una specie di smarrimento continuo e quasi un senso di diminuzione umiliante...
Troppo ampio e troppo vacuo era infatti l'edificio. Restaurato nel secolo XVII e da ròcca feudale trasformato in villa di delizia, conservava tuttavia l'enormità formidabile delle sue mura e delle sue volte su cui le epochesuccessive avevano lasciato impronte varie di arte e di lusso talora in contrasto e talora sovrapposte. Il gran numero degli specchi, ond'erano coperte intere pareti, moltiplicava lo spazio all'infinito. E nulla era più triste di quei pallidi abissi illusorii che sembravano schiudersi in un mondo soprannaturale e allo sguardo dei viventi promettere d'attimo in attimo apparizioni funeree.
— Claudio, figliuolo mio! — esclamò con voce commossa il principe Luzio, appena mi vide, venendomi incontro. — Caro, caro figliuolo!
Sentii tremare quel vecchio corpo esausto, quando egli mi abbracciò e mi baciò in fronte con atto paterno. Tenendo ancora una mano su la mia spalla, egli mi fissò poi lungamente in volto come trasognato mentre nell'azzurro cinereo dei suoi occhi indeboliti passavaun'onda di memorie, di cordogli e di rimpianti.
— Come rammenti tuo padre! — soggiunse con la voce sempre più affettuosa, comunicandomi la sua commozione. — È una somiglianza incredibile. Mi pare di rivedere Massenzio nella sua gioventù, quand'eravamo compagni nei Cavalleggieri della Guardia.... Mi pare di rivederlo vivo. Come gli somigli, figliuolo mio!
Egli mi prese per la mano e mi condusse verso la finestra, quasi volesse appartarsi con me e attrarmi nella evocazione delle cose lontane.
— Come gli somigli! — ripetè quando il mio volto gli apparve alla chiara luce. — Oh se l'anima benedetta vivesse ancora! Non doveva morire, mio Dio, non doveva morire.
Egli scoteva il capo, in atto di rammarico, verso il fantasma di quella bellissimavita troppo presto recisa. E tanta era la sincerità del suo affetto che io ne fui penetrato sin nel fondo dell'anima; e non più mi sentii estraneo in quella casa dove io ritrovavo la memoria dei miei morti conservata così puramente.
— Guarda — soggiunse il principe sfiorando con le dita i fili estremi della sua barba candida e sorridendo d'un sorriso in cui travidi un che della nobile dolcezza di Anatolia — guarda come sono invecchiato!
Egli mostrava in tutta la persona un accasciamento penoso, ma lo splendore della canizie precoce conferiva alla sua testa una maestà veneranda; e nella fronte egli portava ancor vivida la nota ereditaria della sua stirpe dominatrice. Le sue mani, quasi per miracolo, non avevano sofferto alcuna ingiuria dalla malattia e dalla vecchiezza, non mostravanoalcuna deformazione senile. S'erano conservate belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo, quelle prodighe mani con cui il signore munifico aveva dissipato la ricchezza su la via dell'esilio per mantener più a lungo negli occhi del suo Re un riflesso della regalità caduta. E quasi a memoria dei tesori profusi risplendeva su l'anulare un cammeo.
Quelle mani con i loro gesti lenti, mentre il torpido sangue si ravvivava al calore dei ricordi, parevano trarre da una zona d'ombra qualche lembo d'un mondo estinto; e tale officio le rendeva agli occhi del mio spirito più singolari. Quando il vecchio essendo seduto le posò lungo i bracciuoli, entrambe mi divennero simili a reliquie e io le considerai con un sentimento sconosciuto di rispetto quasi superstizioso. Esse fecero sì che in quell'ora iomi credessi di vivere nella mia poesia e non nella realtà degli atti, indicibilmente.
Poichè il mio sguardo restava fisso nella gemma effigiata, il principe sorrise dicendo:
— È il ritratto di Violante.
E si tolse l'anello, e me lo porse.
L'opera sottile era d'artefice antico, non indegna di Pirgotele o di Dioscoride; ma il divino lineamento medusèo, rilevato sul campo sanguigno del sardonio, corrispondeva con tanta perfezione alla sembianza della creatura superba che io pensai: “Veramente ella dunque illuminò l'arte delle età scomparse e da tempo immemorabile conferì alle materie durevoli il privilegio di perpetuare l'Idea ch'ella oggi incarna!„
— La madre, quando incinse di lei, portava quest'anello — soggiunse ilprincipe col medesimo sorriso dolce — e lo guardava sempre.
Per tali modi, a ogni momento, le concordanze delle cose ponevano il mio spirito in uno stato ideale che s'avvicinava allo stato del sogno e della prescienza pur senza attingerlo, porgendo esse una materia armonica alla mia sensibilità e alla mia imaginazione. E io assistevo in me medesimo alla continua genesi d'una vita superiore in cui tutte le apparenze si trasfiguravano come nella virtù di un magico specchio.
Le tre elette creature parevano illuminarsi e oscurarsi vicendevolmente; e le ombre e i lumi avevano in loro le significazioni d'un linguaggio che io già interpretavo con una straordinaria lucidità come se da gran tempo mi fosse familiare. Onde io rimasi abbagliato nonsolo dai riverberi della roccia ma anche dai baleni confusi del mio pensiero percosso, quando Violante avvicinandosi a una finestra aperta mi mostrò uno spettacolo ch'ella avrebbe potuto creare con un gesto e mi disse:
— Guardate.
Era una finestra rivolta a settentrione, nella faccia del palazzo opposta al giardino; ed era spalancata su una voragine. Come mi sporsi, una specie di vibrazione impetuosa mi attraversò tutto l'essere esaltandolo d'improvviso al sentimento d'una grandezza muta e terribile.
“È forse questo il vostro segreto?„ io chiesi alla rivelatrice; ma senza parole, tanto al suo fianco sembravami parlante il silenzio.
Il dirupo scendeva quasi a picco, sotto i contrafforti massicci da cui era munita la muraglia settentrionale, profondandosifino a un aspro alveo biancastro che pur nella sua aridità minacciava le rovinose collere del torrente. Con la stessa violenza atroce e disperata con cui i fiumi di lava discesi al mare siciliano rimbalzarono si drizzarono si contorsero neri e rossi stridendo ruggendo fischiando al primo contatto dell'acqua, con la stessa violenza la roccia dalla bassura dell'alveo si rialzava e si scagliava contro il cielo opponendo alla muraglia costruita dagli uomini una massa gigantesca travagliata da un muto furore. Tutte le più crude convulsioni e contrazioni dei corpi posseduti da energie demoniache o da spasimi letali, tutte parevano fisse in quella compagine orrida come la balza ove Dante ebbe l'indizio dei nuovi martirii prima di giungere alla riviera del sangue custodita dai Centauri. Tutti i modi delle materie pieghevoli e scorrevolivi parevano finti a contrasto del duro sasso: i cirri delle capellature ribelli, i viluppi delle serpi azzuffate, gli intrichi delle radici divelte, gli avvolgimenti delle viscere, i fasci dei muscoli, i circoli dei gorghi, le pieghe delle tuniche, i rotoli delle funi. Il fantasma d'una turbolenza frenetica si levava da quella immobilità perfetta a cui il meriggio toglieva qualunque ombra. La palpitazione d'una febbre veemente sembrava compressa dalla crosta inerte.
“È questo il vostro segreto?„ io ripetei alla rivelatrice, pur senza parole, poiché l'émpito interiore non mi consentiva di scegliere e di dominare i suoni della mia voce.
Ella anche taceva, al mio fianco; e io non la guardava né ella mi guardava. Ma, stando noi reclinati verso la roccia multiforme, eravamo congiunti l'uno all'altra da quel fascino che accomunacoloro i quali leggono insieme in un medesimo libro. Noi leggevamo insieme in un medesimo libro affascinante e periglioso.
Ella disse, ergendo il capo con un lieve sussulto:
— Udite gli sparvieri?
E cercammo entrambi con occhi allucinati le vette.
— Udite!
La roccia assaliva il cielo con un'arme irta di punte, maculata d'un color rossastro come di ruggine o di grumo; e i gridi degli uccelli predaci aumentavano l'impeto della sua fierezza.
Allora una vertigine repentina m'investì, che era come l'orrore d'un desiderio e d'un orgoglio troppo vasti. Si risvegliò forse nelle radici stesse della mia sostanza l'ebrietà barbarica dei lontani padri, poiché l'indefinibile turbamento si tradusse in una successionefulminea d'imagini balenanti ove io vidi uomini che mi somigliavano irrompere nella città espugnata, saltare oltre i mucchi dei cadaveri e degli arredi, affondare le spade nelle carni con un gesto infaticabile, portare in arcione le donne seminude a traverso le lingue innumerevoli dell'incendio mentre il sangue saliva al ventre dei loro cavalli agili e crudeli come i leopardi.
“Ah io avrei saputo possederti in mezzo alla strage, in un talamo di fuoco, sotto l'ala della morte!„ diceva in me l'antica anima a colei che mi stava da presso. “La mia volontà avrebbe saputo costringere al prodigio il mio corpo, e io mi sarei inerpicato su per le pietre lisce di questa muraglia difesa da mille balestre e pur vivo t'avrei tolta.„
Pieni della desolazione magnifica e tremenda che s'esaltava nel cielo, i mieiocchi incontrarono il volto della vergine così violentemente irradiato dal riverbero che n'ebbero una gioia quasi dolorosa. E io provai un desiderio folle di stringere quella testa fra le mie mani di rovesciarla indietro, di accostarla al mio respiro, di investigarla sempre più da presso, d'imprimerne ogni linea nel mio pensiero, — non dissimile a colui il quale abbia rinvenuto sotto le glebe sterili il frammento sublime da cui il mondo riavrà la gloria di un'idea che pareva estinta.