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A mess. Paolo Costabili, giudice de' Savi in Ferrara

Y. H. S.

Magn. eques ac generose vir maior hon.— Io notifico a V. Mag. come doe fiate ho examinata la Venante rapita a' di passati dal fiolo di Piero Mazolo, la quale sempre me ha dito in presentia di sua madre, che già cinque anni fa lei è stata innamorata in epso fiolo di Piero Mazolo, et insino al principio d'esso innamoramento loro contrassero matrimonio insieme per parole: di presente et sempre sono stati in questo proposito et voluntade, et per questo el fiolo de dicto Pedro più volte è stato di maridarse in altre donne, sapendo essere sposo et marito de dicta Venante, et che inanti che lei fosse permessa in lo fiolo di Biaxio Fasolo, lei fue cognosciuta carnalmente dal dicto fiolo di Pedro Mazolo, et consentigli come in suo marito. Et così mi ha atestado el prete che la confessò questa quarexema haver inteso a la confessione da lei. Il perchè quanto a Dio è sua mogliere, et non può essere d'altri. Però serìa bene lassargelagoldere in pace, et perdonare a li incarzerati: et bene valete. Me raccomando a V. Mag. et ricomandovi questi poveri homeni.

(Ferrariae .......)

Ludovicus de Ariostisdoctor.

Ludovicus de Ariostisdoctor.

Al duca Ercole I d'Este in Ferrara

Illustrissimo Signor mio. — Abenchè io non abia in mi una minima sentilla che non sia certa che V. Ex. me abia per fidelissimo et integro servitore; pur non voria che il continuo reportare male d'altri in qualche cossa la facesse titubare. Ho presentito che a V. Ill. S. li è stato riporto ch'io non tegno le mie page, como doveria fare. Quanto ch'io creda che V. Ex. il creda, non credo che la il creda ponto[143]: ma per mio contento et per caricho de chi ha facto tale reporto, suplico a V. Cel. che i glie piaza espresse cometere al Capitano de Rezo che ogni settemana me facia la mostra, et che il refferischa s'io facio il debito, o non. — Ill. Signor mio, V. Ill. S. sa ch'io non li adimandai mai questo, nè altro officio; ma una volta me li son ben del tuto dado perchè la dispona de mi secondo che gli piage, et rendome certissimo che la non me ha dacto questo officio per arichirme, nè ancho io l'aceptai con quello animo, ma solum per satisfare a V. S. et il debito et onor mio, il quale estimo più che tuto l'oro del mondo. Cossì volesse Idio che ogni mio pensero fusse noto a V. Ex.Tuta via farò come dice Cato:Cum recte vivas, etc.; et anche estimarò queste zanze procedano più tosto da invidia che da altro, confortandomi in uno vulgare proverbio che dice: essere meglio invidia che cordoglio. Ma in vero s'io non sperasse che de questo officio me ne havesse a seguire più la gratia de V. Ill. S. che altro avanzo, io ne farìa assai male, chè per la fede che son christiano, oltra ch'io sia debito de le lire più de 160, ho spexo de i miei più de 50 ducati. Io avanzo assai quando io satisfacia al proposito de V. Ill. S.; a la quale sempre me raccomando.

Civitatelle Regij, 28 jan. 1473.

ServusNicolaus de Ariostiscomes.

Servus

Nicolaus de Ariostiscomes.

Alla duchessa Eleonora d'Aragona d'Este in Ferrara

Illustrissima Madona mia. — Hora mai V. Ill. S. può dire che se non havesse altre facende, per lezere le mie lettere la serìa ocupata: ma le cosse che se fano a bon fine sono de haver acepte; et questo che dirò non sia affine di laudarmi, ma per alebiarla di qualche affanno. Ritrovandomi qui, e tra gli altri disordini, ho ritrovato questo Rezimento essere tanto refesso, et massime il Podestà con el Massaro; e mi come quello che non penso pure che fusse suficiente adoperare se non cosse che siano a beneficio di V. Ill. S., e parendone che queste gare, massime a questi tempi, non se convengano; me sono operato a pazificare il Podestà con il Massaro: così per mia mezanità se sono restriti insiemee purgati li animi loro e rentigrati in bona amicitia. Spero che questa serà casone anche de resetare fra questo populo molti disordini principiati, como per mie lettere l'haverà intesa. Resta che V. Ex. facia che, sia chi se voglia, demeta le arme, et proibissa ad ogni persona a fare in casa loro guarnimento. Prego V. S. de questo me creda, e piutosto a mi che a quelli che impetrano simile gracie. La farà due cosse: la se asegurarà che non potrano così quando ne havesseno voglia machinare contra il Stato, e ogni altro non harà escusa de non volere deponere l'arme, nè de far guarnimento con poter dire: perchè non mi è così licito a mi como al tale, facendo questo? Non dubito che le cosse qui pigliaranno bono eseto. E mi die e nocte, quanto sarà capace il mio debole ingegno, mai me vederò stracho a fare l'opera de vero e buon servitore. A. V. Ill. S. sempre me raccomando.

Regii, 22 nov. 1482.

Ill. et Ex. D. D. V. Servus,Nicolaus de Ariostiscomes.

Ill. et Ex. D. D. V. Servus,

Nicolaus de Ariostiscomes.

A Beltrando Costabili in Roma

Rev. Pater, amice noster carissime, salut.— Quantunche ce rendiamo certi che per lettere de la Ex. del sig. Duca la Santità de Nostro Signore haverà inteso a pieno il caso occorso a lo Ill. sig. Don Julio nostro fratello; non di meno et per debito de la sirvitù nostra verso Sua Beatitudine et perchè questi ribaldi che hanno offeso il prefato sig. Don Julio già stettero a li servitij nostri, ni è parso per el megio de V. R. P. replicargliil medesmo brevemente. Et però da parte nostra, basati li piedi de Sua Santità, li fareti intendere, como ritrovandosi a Belreguardo el sig. Don Julio, et cavalchando a piacere su quelle campagne dopo megio dì, fu assaltato da quattro, già nostri familiari, quali el trassero da cavallo, et cum più percussioni cerchorno extinguerli la luce de li occhi[144], abenchè speramo pure che per gratia de Dio le cose passeranno bene. La causa di tal delicto et cosa facinorosa[145], per quanto havemo possuto intendere, è stata, che havendo inimicicie questi che diceámo esser de li nostri cum alcuni de la famiglia del sig. Don Julio, pareva che Sua Signoria li favoreggiasse extremamente contra li prefati; et intendendo costoro che pur erano qualche differentie fra el prefato signore nostro fratello e nui (per causa di quello preti vi scrivessimo), extimorno non ni haver a fare iniuria a nui offendendo Sua Signoria, et cusì se misero a fare una sceleranza tanto enorme[146]. Di che nui havemo preso quello dolore che sia possibile a pensare: e non sapemo che altra cosa ni havesse potuto incontrare a questo tempo che ne fosse di tanto affanno et angustia como è questo caso, che ni ha premuto et preme tanto, che ni fa uscire de li termini nostri. Imperò che, anchor che siamo persona ecclesiastica, non siamo restati fare ogni opera ad complacentia del prefato sig. Duca nostro fratello per havere ne le mani questi malfactori, quali per anchora non si sono potuti havere. Et tutto V. R. P. exponerà a la prefata Beatitudine cum la solitasua dexterità, cum significarli el cordoglio ne havemo; et raccomandandomi humilmente a li soi Santissimi pedi,valete.

Ferrariae, VIII novemb. M. D. V.

Hip. S. Luciae in Silice Diaconus Card. Esten.

Hip. S. Luciae in Silice Diaconus Card. Esten.

Fuori —Rever. Patri D. Beltrando Costabili Proton. Apost. ac Ducali Oratorio, amico nostro carissimo.

Rome — cito.

Rome — cito.

A Sigismondo Salimbeni in Venezia

Mess. Sigismondo. — Per la littera vostra de heri siamo advisati de la bona mente et dispositione de quella sereniss. Signoria et de li soi amorevoli et paterni ricordi per la instantia che facemo d'havere ne le mane quello Francesco Vergezino homo di pessima sorte, oltra il particulare delicto commesso in la persona de l'Ill. Don Julio nostro fratello; et appresso havemo inteso l'opera facta per il Reverendiss. Cardinale nostro fratello, cum quelle escusatione et persuasione che scriveti. E considerato bene il tutto, perseveramo pur in opinione et in desiderio di essere compiaciuti et de havere tale gratia: unde ve commettemo novamente, che debiate portarve a Sue Sublimità et ringratiarle de core et cum quanta maggiore efficatia sapeti, e cussì de le admonitione paterne come de la bona dimostratione che hanno facto et fanno verso Noi in questo caso, subiungendo che accumuleremo questa a le altre obligatione quali havemo cum epse: poi le pregareti, che ne vogliano fare questo apiacere, de darne el dicto malfactore in le forze nostre, come dal principio ne detteno intentione, quando gli facessemo intendere il caso. Nè voglianoavere rispecto a la interpositione del Reverendiss. Cardinale, perchè se bene Sua Signoria è figliuolo de la prefata sereniss. Signoria, Noi pur siamo il primogenito suo, et però meritamente dovemo essere preferiti et in amore et in compiacentia[147]; et se considerano la causa che ni move e quella che move il Cardinale, senza dubio iudicaranno la causa nostra dovere proponderare a la sua, cussì per essere justa come anchora honorevole; et insumma cognosceranno essere per seguire megliori effecti del darni dicto malfactore, che de l'opposito. Fareti adunque ogni possibile instantia opportuna et importuna per impetrare questa gratia, la quale cussì denominiamo, perchè sopra modo la desideramo et reputamo importarni a l'onore grandemente; et in bona gratia de la prefata Ill. Signoria ne raccomandareti.

Ferrariae, ij decemb. 1505.

Alfonsus dux Ferrariae.

Alfonsus dux Ferrariae.

Post scripta.— Quando havereti facto tutta la diligentia per havere dicto malfactore liberamente, se vedreti non potere obtenire, ovvero difficultarse molto questa materia et essere protracta in lungo, siamo contenti che permettiati a quella Ill. Signoria, obbligandoli la fede nostra de legale Signore, che, daendolo, non faremo de la persona del malfactore alcuna dispositione, se non quanto a Sue Sublimità piacerà; mostrando essere necessario per lo honore nostro che l'habiamo ogni modo ne le mane.

Fuori —Magnifico et Clarissimo Juriconsulto et Oratori nostro dilectissimo Sigismondo Salimbeno,

Venetiis — Cito cito.

Venetiis — Cito cito.

Al cardinale Ippolito d'Este in Ferrara

Rev. et Ill. S. mio observ. — Hieri cum la cavalcata hebbi lo invoglio de li privilegij antiqui, secundo me scrive V. R. S. per la sua de' 5 mandarme, et ho inteso quanto la scrive et li usarò circumpictione. Expectarò messer Carlo in lo aprire lo invoglio, et in sua presentia se incontrerà li pecci cum la lista mandata.

Ultra quello vedrà V. R. S. io scrivo a la Ex. del Sig. duca suo fratello, il papa nanti lo uscisse di camera hebbe a dirme anchora che io giurava non esser vero che V. R. S. se fusse intrusa ne la Abbatìa de Nonantula, et che pure lo è vero: et che quella sforciò li monaci, como loro diranno, la elligessero, et si fece ellegere: dicendo che quella voliva suscitare una pramatica al modo de Francia, et che la ge farìa per decta causa uno processo grande. Et che havendo voluto mandare il suo legato ad inventariare quelli fructi restati del morto, quella havìa comisso el ge fusse prohibito, como fu. Al che si vede che dubitandosi forsi per alcuni la Santità Sua non ge daesse alfine decta Abbatìa per le parole la usò a me, hanno cercato verificare le false informatione per questa via, del che io ne fu' advertito da lo auditore de la Camera; et io ne advertii mess. Ludovico Fabriano. Resposi che mess.Ludovico Areostoge havìa facto intendere como li monaci l'haviano ellecta, et che la non li havìa voluto audire, et se li havìa mandati dinanti, et che cussì stava la cosa. Ma rumpendomi la Santità Sua et non me lasciando dire, conclusi che io non iustificarìa altramente la S. V. R., ma lasciarìa fare a ley che lo sciaperìa ben fare, la quale era perdimostrarsi sempre cussì bon servitore suo, quanto sia chi la accusa; dicendo che imperò li voliva dare adviso del tutto: al che la repplicò non ne curare, et che la me lo diceva bene a quello fine. — Il tutto significoli, et de continuo mi recomando a la sua bona gratia.

Romae, X junij M. D. X.

E R. D. V.

ServusB. CostabiliEpis. Adrianensis.

Servus

B. CostabiliEpis. Adrianensis.

A Mess. Gherardo Saraceni in Ferrara

M. Patron mio obser. — Per non manchare del debito mio et di quanto vi promessi quando feci partita da vui, ve significo come Mess. Ludovico Ariosto è ritornato da Roma, qual fue mandato per li effecti che vui sapeti; et il riporto suo è questo: che gionto che fue a Roma incontinenti se apresentoe al Castello, facendo domandare audienza a N. S. il quale era per voler fare colatione, et la differì, et lo fece metter dentro. Al quale havendo presentato la lettera del Sig. Cardinale nostro de credenza, avante la legesse incontinenti li domandò dove se retrovava S. S. R. et como stava. Et havendoli lui resposto haverla lassata a Modena, et che tuttavolta veniva avanti, Sua Santità aperse la lettera, et domandò quello havea a dire. Et domandandoli epso Mess. Ludovico in nome di S. S. R. che li fusse alongato il termine per modo che quella potessi commodamente trasferirsi a Roma; allegando quella, sì per la indispositione della gamba sua, sì per el camino aspro che faceva, sì etiam per lo intensissimo caldo era,non potere nè essere possibile che fra il termine assignatogli nel breve se retrovassi a Roma, Sua Santità li respose non volerne far niente; et lui replicandoli, disse: «Ben, Padre Santo, che bisogna che 'l Cardinale se metta a crepare per venire, non havendo resguardo nè alla infirmità, nè perdonando ad alchuna fatica et disagio; se poi, quando sarà qui et ch'el sia passato il termine del tempo che quella ge ha concesso, non habbi facto cosa alchuna, et V. S. non resti satisfacta de Sua Sig. R.?» Alhora Sua Beatitudine respose: «Nui in scriptis non ge volemo altrimenti prorogare il termine; ma ben li dicemo et damo la fede nostra, che quando S. Sig. voglia venire et che cognosciamo cum effecto che la venga, li alongaremo il termine etXetXVgiorni, secundo che lei medesima vorà;» nè altro circha questo potette obtenere da Sua Beatitudine. Et essendo dipoi venuto alla parte del salvo conducto et dicendoli, «che Sua S. R. non lo domandava già perchè la non se cognoscesse innocente, et che la non fusse per iustificarsi gagliardamente delle imputationi che li erano date, et che la se defidasse della clementia de Sua Beatitudine, ma perchè universalmente ciascheduno la disuadeva ad andare a Roma, dicendoli che Sua Beatitudine la faria ponere in Castello, si etiam perchè la cognosceva quella prestare molto orechie alli malivoli soi; et che poi quando bene Sua Signoria se iustificava, la non faceva alchuna demonstratione contra a quelli che li porgevano il falso di lei, anci dipoi li prestava fede come prima: ultra di questo perchè Sua Signoria vedeva la Beatitudine Sua non solamente mostrarsi indegnata contra al Sig. Duca suo fratello, ma anchora mostrava voler male et odiare tutta la casa da Este; et però supplicava a Sua Beatitudine che li volesse concedere libero et autentico salvo conducto.» Quella respose, «che Sua Signoriaandasse pure liberamente et che non temesse di cosa alchuna, et che non li bisognava altro.»...

(Firenze, .. agosto 1510).

(Benedetto Fantino).

(Benedetto Fantino).

Al Cardinale Ippolito d'Este in Firenze

R.me etc. — Havemo havuto la lettera de V. S. de' 6 in ziffra, la quale è stata a pericolo de perderse, perchè il fu dato la catia a li cavallari, et lassati li cavalli intorno in le valle, et se ne sono venuti a piedi a salvamento.

Ni è stato dispiaciuto che in quella scaramuza fecero li nostri, non procedessero oltra, quando havessero potuto intrare in Modena insieme; come fa etiam de li 2000 fanti, che doveriano essere lì, non siano più che 1200.

Piacene che V. S. habia mandato al gran Maestro per havere fanti o dinari: quella non mancharà di replicare, perchè qua non è uno dinaro al mondo, et per la paga che correrà tra octo o vero X giorni al più, non sapemo come provederli, et se retrovamo desperati: sichè V. S. non manchi, per Dio, de solicitudine, et cum importunità per questo caso.

Et per li 2500 ducati che se ritrovano lìe per fare fanti, ne piace il pensiero di V. S. de farli in tempo che possino fare effecti. Non gli dicemo il tenirli strecti, poi che l'ha inteso la penuria in che siamo.

Non siamo andati a l'hospitale del Bondeno sì come gli scrivessemo, perchè le gente de' Venetiani sono ritornate a la Pelosella, come erano prima, et cum laarmata, la quale hanno in quelli canali lìe de dreto: imperò siamo necessitati a starsene, per vedere quello che vogliono fare.

De l'altre parte de la sua che contengono advisi, non accade dire altro, se non che la ringratiamo.

Ni è doluto che la cascata del cavallo gli habia facto male, et Dio sa quanto ne ha porto dispiacere: pur non essendo pegio de quello la ne scrive, tenimo la convalerà presto.

La mala intelligentia de quelli capitani non può se non nocere a le cose nostre, et se quelli fossero uniti cum questi, non gli seriano queste altercatione, perchè il capo gli serìa.

Lo Ill. nostro figliolo, Dio gratin, comenza ad entrare in boni termini; per il che speramo la totale salute sua, sì come ne dicono questi medici.

Ferrariae, 9 sept. 1510.

Alfonsusdux Ferrariae.

Alfonsusdux Ferrariae.

Al medesimo in Parma

R.me. — Questa mattina passassemo il Pò a la Pelosella cum questi sigg. capitani regij et cum bono numero de gente da piedi e da cavallo et artiglieria, et pigliassemo il camino nostro verso Pontechio, et gionti al passo, se ne presentète inanti de là del fiume frate Lunardo cum dui altri capitani cum circa 500 cavalli et alcuni falconeti a l'incontro del suo ponte, et comintiorno a tirare cum dicti falconeti: ma noi cum li nostri, per corresponderli, comintiassemo a scaricarli in modo che loro per lo meglio se posero in fuga tagliandoel ponte, et lassando li falconeti che furno quattro: et li Guasconi nostri, per non haversi ricordato li nimici de tagliare la corda de decto ponte, se misero a passare et andorno a ritrovare la armata, la quale se era retirata, et la conquistorno, che erano da 40 barche, e alcune barbote e ganzare, et tute le faremo condure fuori de li canali per haverle in nostra potestà, et quelle che non se poteranno condure le faremo brusare. Quelli da Rovigo già erano in via per portarne le chiave, et li inimici fugendo a Rovigo per intrare dentro, gli furno serate le porte incontro. Noi se ne ritornamo, et veniremo questa sera a la Zocha, et per sei ascolte che havemo pigliate de li inimici, se siamo chiariti de le gente loro. Il che significamo a la V. S. sapendo che l'haverà piacere de questa bona nova, come havemo anchora noi.

Ex villa Peloselle, XXIIIJ sept. 1510.

Alfonsusdux Ferrariae.

Alfonsusdux Ferrariae.

Al medesimo in Ferrara[148]

(sotto nome di Alessandro di Cremona)

R.me — Il Papa mi adimanda Ferrara et ne vorìa dare Asti per recompensa, de entrata de XV in XX mila ducati; et hora tanta intrata in terre di Romagna, sino ne daesse Asti, et vorìa li pregioni. Confessiamo don Ferrante esser vivo, et li negamo voler dare Ferrara, et per consequenter don Ferrante. Lo orator catholico dice che le genti Spagnole non ne seranno contra; et cussì ne afferma che ha parlato per nui gagliardamente.Jo. Cola dice che lo Imperator non vole il Papa habia Ferrara. Il sig. Alberto è ito al Burgense. V. S. facia mo con Burgensi quanto pò et che anche, se possibile è, scriva a la M. Catholica. Di Rubiera, quando V. S. non la potesse tenire, et noi se partessimo sconclusi, la potrìa dare a Vico, havendo a sperare in lo Imperatore. Quando se partiamo sconclusi non faremo compto andare più per vie directe, ma salvarci al meglio poteremo, et quanto più presto poteremo ridurci a Ferrara.

Romae, XVIJ junii M. D. XIJ.

Alfonsusdux Ferrariae.

Alfonsusdux Ferrariae.

Al medesimo in Ferrara[149]

Signor mio caro. — Non credo sia a l'omo vivo la maiore pena como è avere afano da morire con fatica del corpo. Paciencia sopra il scrivere al papa de sopraseder per fino me presenti ai soi pedi: non so se questo me posese essere de gran dano, per essere il tempo, como lo è, di fare il sale. Se porìa, parendo pur a la S. V. de calare in qualche cosa, se porìa dire (con quele parole saperìte metere insieme), che facendose sale, e per la iusticia fuse chiarito non se posese fare sale, tuto il sale avese da essere di Sua Santità: pur sempre me remeto a la S. V., chè me trovo inbalordito de sorta, che non ò bono judicio; cosa che però non ebi mai.

De quela cosa del M.... non lo credo, se bene lo doverìacredere per esere lui mato. Sopra quanto scrive Obizo[150]de abocarse la S. V. con il legato, piaceriame sumamente: quando la S. V. lo posese fare, quanto più presto tanto meio: pur me remeto.

A quelo dicono coloro del Papa, che Sua Santità sia intrata in loco de Veneciani per proibire il sale; se pote, acadendo, respondere: che lo facevano per forsa a non crederlo il Papa lo volìa, non lo volendo la iusticia.

Signor mio, son balordito da li canoni. Se questa mia starà male, e non responde a tute le parte, suplisca la S. V. como li pare. Li canoni tirano con il diavolo[151]; e, se non avese questo afano, mai fui più contento. Son doventato canonero vero, e fo il mio debito: li nostri canoni tirano benissimo 35, 40 bote il dì. Eri me fu morto un canonero: la S. V. non lo conose. Sono pasati l'Adise 26 pezi de artilarìa: il resto bate de canto de Porto, como vedereti per uno sbegazone de mia mano.

Me racomando a la V. S., e la prego me aiuti in quelo manco. La S. V. me racomandi a mess. Antonio in canto a Porto.

1º zugno (ex castris apud Liniacum) 1510.

V. A. F. (VostroAlfonsofratello).

V. A. F. (VostroAlfonsofratello).

Fuori —Al Rev.mo et Ill. Sig. mio fratello honor. il Sig. Cardinale de Este.

Ferrariae — Cito.

Ferrariae — Cito.

Processo contro monsignor Uberto da Gambara

Al Nome di Dio. Amen. — Adì 28 de zugno 1521, in casa del magnifico mess. Obizo da li Remi ducale segretario, in la sua camera terrena, dinanti al magnifico iureconsulto mess. Matheo Casella da Faenza ducale Consigliero di justitia, et in questa parte ducale judice et delegato ecc., come da sua delegatione appare per mano da epso mess. Obizo antedecto.

A perpetua memoria de le infrascritte cose trattate: Constituito il Capitaneo Rodolpho El, mediante il suo iuramento a lui prima delato, cum le interpretationi da maestro Joanne Grosso bombardiero et Zani de Malines, a li quali anchora è stà differito il iuramento de interpretare iustamente et referire quell'in italiano che esso Capitano in lingua sua thodesca li dirà; dice et riferisce:

Como Gianni de Malines mo fanno dui anni questo Natal proximo passato, ritornando ditto Gianni de Barbarìa, et essendo incontrato in monsignor Uberto da Gambara figliuolo del quondam.... nel territorio de Verona, ovvero de Brexa, il prefato Monsignor fece grande et bona cera ad esso Gianni, et dipoi ch'el ebbe inteso da esso Gianni ch'el voleva ritornare in Alemagna, li dixe che li voleva dimostrare un miglior partito, dicendoli ch'el voleva che l'andasse a Ferrara a ritrovare il capitano Rodolpho El suo patrone vechio, et fare intendere al predetto Capitano che, s'el voleva, lo acconzarìa con bonissima conditione con la Santità de Nostro Signore, et potrìa tore bona licentia dal Duca et andarsene perchè il Signor era persona misera et hortulano,et dal quale potrìa poco guadagnare: il che facendosi, prometteva a Gianni farli havere bona conditione da esso Nostro Signore. Et havendo ditto le preditte cose ad esso Capitano, esso Capitano rispose che lui era gentilhomo et persona solita a spendere assai dinari, per il che dagandoli il Duca XX ducati il mese di provisione, se ne potesse havere mazore dal Papa la accettaría, potendo havere bona licenza dal sig. Duca: per il che voleva che lui ritornasse cum lettere de credenza sua dal prefato Monsignore, et vedere se a Sua Signoria li bastava l'animo che Nostro Signore li daesse ducati 50 il mese di provisioni, et per levarlo li mandasse ducati cento, che lui andarìa, tolendo bona licentia dal prefato sig. Duca. E così detto Gianni ritornò da esso Monsignor cum ditte lettere di credenza a Varuolo de la Gisa, due milia longi da Bressa, et espose ad esso quanto li havea commisso esso Capitano; et allora il prefato Monsignor, havendo inteso la risposta del Capitano, disse ad esso Gianni: «Gianni, io t'ho a parlare in secreto, notificandoti che heri sira ebbi una staffetta da Roma; et alhora cominzò a dire al ditto Gianni qualmente la Santità di Nostro Signore non toleva Capitano alcuno se non facevano prima qualche apiacere a Sua Santità; et che quando il prefato Capitano facesse un apiacere a Sua Santità li farìa havere non solo 50 ducati, ma li farìa dare 300 ducati de provisioni il mese et altre cose assai ch'el seria sempre richo, così como S. Santità havea fatto al capitano Zucaro, al qual, per l'apiacere ha fatto a S. S., li dà 300 ducati il mese de provisioni, et niuno però li crida dreto per questo. Et il Capitano qual fa tanto conto de l'honore suo, et fa bene, non bisogna habia a dubitare de alcuno dishonore per servire il Papa, perchè non è put.... chi serve un homo secretamente, ma chi sta in bordello.» Al qualeMonsignore Gianni rispose: «che piacere era questo che Sua Signoria voleva che 'l Capitano facesse a Nostro Signore?»; et alhora 'l prefato Monsignor li dixe: «Sapi, Gianni, che Sua Santità vole fare guerra al Duca de Ferrara et già prepara gente per questo effetto, et sapemo ch'el Duca ha tutta la sua fede et speranza in el capitano Rodolpho El, qual li habii a menare gente et fantarìa de Alemagna. Potrìa esso Capitano nel suo ritorno ch'el farà cum ditti fanti fingere essere stato preso da le genti del Papa, e andare a li servitii de Sua Santità con li fanti che lui conducesse; et noi daressimo dinari in gran quantità sì ad esso Capitano como a le genti che lui conducesse. Et oltra li doni quali li darìa Sua Santità, li darìa provisione de 300 ducati el mese et farlo capitano de tutte le fantarìe tedesche che Sua Santità havesse.» Sopra di che Gianni rispose: «Non domandate simil cosa al Capitano, perchè non è homo da fare simil cosa, perchè sempre mai in Brexa, et in ogni altro loco et expeditioni dove lui è stato, ha fatto più conto de l'honore che de ogni altra cosa: ma che ben sapeva che quando il Capitano fosse a servitio di Nostro Signore, non mancarìa di servire Sua Santità in ogni occorrentia contro il Duca et contro qualunque altra persona.»

Il che intendendo esso Monsignore, pure instava che lui riportasse in suo nome ditte parole al ditto Capitano; et se bene il Capitano non volesse attendere a tal partito, non dovesse restare de dirge quanto per lui era stato commisso: commettendo ad esso Gianni, che de quanto havesse in risposta dal Capitano volesse advisargelo per una sua, la qual dovesse dar ad un suo staffiero qual a posta per questo mandarìa in casa del sig. Enea di Pii.

Et Gianni ritornato in Ferrara non volse già parlareal ditto Capitano di tal cosa, cognoscendo la sua bona natura; nondimeno fingendo haverli parlato, dixe al ditto staffiero, chiamato sopra nome Schiavon, che 'l Capitano non voleva per conto alcuno attendere a simil cosa, et lo dovesse dire al prefato Monsignore.

Dipoi la proxima quaresima seguente esso Monsignore da Gambara se trasferite a Ferrara, et alloggiò in casa del prefato sig. Enea, et mandò per il Capitano et lo convitò in casa de ditto sig. Enea, in presentia et a tavola del prefato sig. Enea. Et desinato, pigliò il Capitano et dixe volere andare a Francolino per andare a Venezia, et dixe al ditto Capitano nel zardino (presente Gianni preditto qual era interprete tra esso Capitano et ditto Monsignore) se li volea tocare la mano: al che rispose il Capitano, che molto voluntieri. Et così tocandoli la mano, Monsignor dixe verso esso Capitano: «Per l'amore vi porto, io vi voglio fare richo.» Al qual rispose il Capitano: «In che modo, Monsignore?» Rispose Monsignore, che lo voleva conzare cum la Santità del Papa, et farli dare magiore provisione che non haveva, et farlo star bene tutto il tempo de la vita sua. Al qual Monsignore esso Capitano rispose, che era contento, et lo pregava, pur che li fosse l'honore suo, facendoli havere bona provisione et havendo bona licenza dal sig. Duca, che le ne restarìa obligato. Et Monsignore rispose: «Como, Capitano, credete ch'io volesse cosa alcuna che fosse vostro dishonore, et che non gli fosse l'honor vostro? Lassative pur consigliare a me, e fati a mio modo, che farò ben di modo che serete richo et cum vostro honore.» Del che il Capitano restò contento, purchè li fusse l'honore suo, et non altrimente. Et fatto questo parlamento, se partirno d'insiemi.

Qui seguita narrando, che Gianni andò a Napoli e fu fatto dal Vicerè Castellano della Rocca di Sora ovestette due anni circa: Che nel frattempo Monsignor Gambara scrisse da Roma una lettera al Capitano Ello la quale si dice riportata in Processo, ma non vi si trova: Che il Gambara si portò a Ferrara in casa di Enea Pio ove feee chiamare il Capitano Ello per donargli a nome del Papa 100 scudi e rinnovargli la proposta che andando a far fanti pel Duca conducesse detti fanti dalla parte del Papa; al che il Capitano si rifiutò, accettando per altro i 100 scudi come due mesi anticipati di paga del servizio che fin d'allora si obbligava di prendere sotto il Papa: Che il Gambara passati i due mesi gli mandò altri 100 ducati per una nuova anticipazione di due mesi di paga, e fece dirgli a mezzo di un suo famiglio, che avrebbe accolto ai servigi del Papa anche il figlio del Capitano, ch'era a Cotrone, con 100 ducati al mese, purchè non si rifiutasse d'aiutarlo e dargli avviso, quando parerà tempo, in qual notte potesse venire con genti atte da Bolognaa pigliare il Duca con il Cardinale (insieme ad esso Capitano, acciò che la cosa vada più coperta per l'onor suo): e facendo che uno di questi due casi abbia effetto, cioè che 'l Duca o il Cardinale sia preso,gli offeriva a nome del Papa 3,000 ducati, più 100 al mese di provvisione propria, oltre quella pel figliuolo, e finalmente larghi compensi a coloro che avessero agevolata la cosa: Che il capitano Ello non ne volse sapere, ed anzi montò in collera, e fu a denunziare tutto ciò al Duca, il quale gli suggerì di lasciar correre la pratica, tenendolo informato: Che il Gambara più tardi chiamò Gianni da Napoli, scrivendo al Vicerè che gli dèsse licenza per un mese; e che essendosi Gianni portato a Roma, tornò a pregarlo di persuadere e guadagnare il capitano Ello, promettendo che il Papa darebbe a quello in regalo diecimila ducati, mantenendogli i 100di provvisione al mese, e farebbe inoltre il figliuolo di quello Cardinale[152], con altre promissioni a favore dello stesso Gianni. — E qui il Processo continuua di questo tenore:

Gianni rispose, che era per andare a riferire al Capitano quanto gli dicea Sua Signoria; ma che a fare simil effetto sarìa bono l'havesse simil parole dal Papa che li havesse a mantenere quanto li era promesso; et alhora esso Monsig. dixe: «Mo ben: io farò che tu parlerai questa sira al Papa, e così tu venirai a le XXIV hore, ch'io te introdurò al Papa.» Et così la ditta sira che fo al principio de januario de' 4 di esso, Gianni andette col prefato Monsig. al palazzo, et dipoi poco spatio fu introducto a li piedi di Sua Santità, et intrato dentro, et basatoli li pedi santissimi et beatissimi, Sua Santità l'interrogò se era quell'allievo del Capitano Rodolpho, a la cui Sua Santità Gianni rispose, sì; et alhora Sua Santità li dixe: «Avete ben inteso quel vi ha ditto il Protonotario di Gambara (qual era lì presente)? Ve basta l'animo che 'l Capitano lo farà? Se 'l Capitano farà quel che noi desideramo, adesso è il tempo de doventare richo, perchè s'el ne darà in le man il Duca di Ferrara, qual ogni modo deliberamo de havere, noi il faremo richo lui et voi; e tutto quel v'ha ditto Monsignore vi servaremo: et così state suso il petto nostro. Et hora è il tempo di fare simil cosa, perchè lo è morto il Cardinale et havemo il Marchese de Mantua da la nostra, et non ha amico alcuno, et lui è amalato de la persona, de maniera che questa cosa facilmente se potrìa condure, et tanto più che se farìa cum honore de esso Capitano, perchè se pigliarà ditto Capitano insieme col Duca. Nè dée pensare il Capitano, chequesto sia peccato alcuno, perchè Ferrara è nostra, et operando il Capitano ch'ella ne sia restituita, non fa peccato alcuno. Et per più sua certezza, quando se harà a confessare, dirà al prete che lui ha aiutato il patrone a ricuperare una possessione qual era occupata da altri, chè senza dubio il confessore lo absolverà et li dirà che non è peccato. Et tanto più il Capitano lo debe fare, chè 'l Duca è un miserazzo et un hortulano.» Et sopraggiunse Monsignore: «Et un buzarone.» Il Papa confirmò: «Cusì è la verità, che è il magior buzarone del mondo!» Et poi le predette cose et molte altre ditte per il Papa et Monsignore, esso Gianni promise di fare il possibile; et alhora il Protonotario dixe, replicando: «Su, hai mò inteso? Tu porai dire al Capitano, che tu l'hai de bocca del Papa.» Et così preseno bona licenza, et se ne partirno da Sua Santità...

Gianni avviandosi alla volta di Ferraragiunse a Bologna, e lìe inteso che 'l Duca havea mandato il Capitano a Trento per far fanti, lì andete drieto, e così lo ritrovò a Trento, et a quello narrò quanto havea in commissione et dal Papa et dal prefato Monsignore, persuadendolo a non attendere a simil pratica[153]; benchè fusse superfluo, perchè esso Capitano sempre fu de animo di non volervi attendere, stimando più l'onore suo che 'l resto. Et havendo inteso esso Capitano che i Svizzari non calavano più, ritornorno in compagnia a Ferrara et narrorno il tutto al Duca. Il qual, secondo che esso Capitano dice, in fin a quell'hora poca fede li havea prestato: ma mò avendo inteso quanto li havea referto Gianni, li comenzò a prestar fede; et volendoli Giannimostrarli le lettere scrittele in Sora per Monsignor de Gambara, il Duca non le volse vedere, dicendo prestarli fede assai: per il che vedendo Gianni che esse lettere, portate perchè le fossero testimonio, non esserli necessarie, le brusò[154].

Il Gambara tornò più volte a tentare il capitano Ello per mezzo di Gianni; e trovandosi a Bologna con quest'ultimo, saltò fuori col fargli il seguente progetto:

«Tu dirai al Capitano, che, volendo expedire questa cosa, il modo è questo: Che esso Capitano una domenica mattina fingendo andare a bevere cum li bombardieri che sono in Castel Tealdo, intrato dentro con alcuni suoi fidati occida detti bombardieri et ritenga in sè ditto ponte et porta, ritenendo cum sè quelli che li sono fidati, dandoli denari. Et noi avvisati da te, Gianni, qual volemo sii cum noi; perchè tu, venuto qui a Bologna il venere innanti a dirne como le cose sono in ordine per ditta domenica, noi, inteso questo, il sabbato che se fa il mercato faremo ritenere tutti li somieri, e fingendosi ch'el si sia fatto costione tra due gentil homini in Bologna, faremo serar le porte a ciò niuno possi uscire; et la notte cum fanti sopra ditti somieri, che non saranno manco di mille[155], et cum cavalli che non saranno meno di 500, quali tene il Papa qui in Bologna, et cum due mila fanti che condurà Ramazoto et altre gente atte a ciò, ci troveremo la matina al tempo debito al detto posto de Castel Tealdo, et gionti intraremo dentro, et de mano in mano ne seguitarà il Presidente de Bologna cum il popolo di Bologna et cum altra gente venuta de Romagna et de altro loco, et cosìla cosa riuscirà: et in la intrata nostra faremo correre 25 trombetti per Ferrara, gridandoChiesa Chiesa, et confortando ogniuno per parte de la Santità di Nostro Signore che non se movano: et per salvezza de honore del Capitano lo piglieremo anchora lui.»................

················

Resterebbe a dire come il progetto del Gambara fosse tirato in lungo d'intelligenza del Duca, per meglio indagarne l'importanza e diramazione, e come in questo mentre il capitano Ello potè carpire al Protonotario del Papa alcune migliaia di scudi. Il processo viene poi finalmente a concludersi con una lettera che si dice diretta dal capitano Ello al Gambara, intesa a sciogliere bonariamente ogni pratica; lettera che ci offre i particolari seguenti[156]:

«Prego V. S. che mai più non mi tenti de tal cosa, perchè io non la voglio fare; et ancho vi avviso che quando bene io la volesse fare non sarìa così facile come forsi voi pensati, perchè questo sig. Duca vive in grande zelosìa et quello Castel Tialdo se guarda con un altro modo che non soleva, et ogni dì se mutano le guardie, e nessuno sa quando debbia toccarli la guardia. Et quando Sua Signoria va fora de la terra, non sta mai che tre o quattro dì, et non se sa mai quando vole andare, se non all'improviso: et oltra la guardia de li alabardieri mena una compagnia de trenta cavalli leggeri et seco lance spezzate, et poi ancho più de 150 persone de la famiglia, che la maior parte sono apti a menar le mani. Et quando è a Belriguardo, quel palazzo è tanto (grande), che non bastariano tre millia uominia circondarlo; sì che uno che fusse dentro non potesse scampare. Et quando ancora va a Porto, sta in loco circundato di fossi, dove dieci homini bastariano a resistere contro mille. Et per venire a questi dui lochi bisogna passare il Po et traversare assai campagna, et le case se trovano spesse in modo che de dì non se potrìa far in effetto nessuno, et de notte li cani bastariano a discoprir ogni cosa: perchè ancho sempre S. S.riafa fare le sentinelle de notte alli suoi cavalli leggeri; et ancho in casa sempre de ogni hora de la notte sta gente levata de li suoi creati. Et quando va a Comachio sta in una casa in mezzo la valle, dove non se pò andare se non per canali stretti, et lì ha barca armata con falconetti et archibusi et fa fare sempre dì et notte le guardie verso Ravenna et verso Venezia.

«Et sappia che non bisogna pensare de fare adunar gente in Bologna per questo effetto sotto nessuna altra scusa, perchè io ho inteso per bona via che 'l sig. Duca ha in quella cittade tri o quattro gentilhuomini de li primi, suoi amici, che lo avvisano de tutto quello che se fa et se dice: et come se moveno fanti o cavalli da dieci in su, incontenenti S. S. sta con li occhi aperti per la zelosìa che ha; sì che non bisogna pensare che sia così facile.

«Prego V. S. che mai più no cerchi di mettermi in cosa che mi non ho mai fatto, nè homo de casa mia: et se V. S. me vole far bene, me ne faccia per altra via.

«Ho fatto scriver questa a uno mio fidato che sa italiano: e a V. S. me raccomando.»

La lettera non è che in forma di minuta, senza firma, e della mano medesima che stese questo abbozzo di Processo, il quale difetta pur esso di qualsiasi sottoscrizioneed autenticità, e così dei tredici documenti citati in appoggio del Processo, riscontrandovi solo gli spazi lasciati in bianco.

Translato di latino in vulgare di una Littera scripta dallo ill. sig. donno Alphonso da Este duca di Ferrara per sua iustificatione allo Imperatore, et mutatis mutandis agli altri Principi christiani.

Translato di latino in vulgare di una Littera scripta dallo ill. sig. donno Alphonso da Este duca di Ferrara per sua iustificatione allo Imperatore, et mutatis mutandis agli altri Principi christiani.

Perchè essendo io feudatario della Sancta Chiesa, come sono, penso che molti non solamente potriano maravigliarsi ma ancho biasimarme, ch'io mi fussi mosso in servitio et adiuto del Re christianissimo, nella guerra cominciata a' mesi passati contro Sua Maestà dal presente summo Pontefice Leone X, non sapendo la cagione che m'havesse inducto a farlo: io così come in questo caso tengo d'essere senza colpa et iustificato nel conspecto del divino tribunale, dinanzi al quale sono palesi li torti et le ingiurie che m'hanno provocato, così voglio rendere ragione del mover mio, et iustificarmi ancho presso tutti li principi christiani, il primo de' quali è la Cesarea et Catholica Maestà Vostra, della quale io fui et voglio esser sempre osservantissimo servitore. Per questa mia adunque, la quale con la debita reverentia mando in mio loco, la predicta Maestà V. Cesarea intenderà como quando el presente summo Pontifice fu exaltato a quella S. Sede, io n'hebbi una tale et tanta letitia, che non per mezo de' miei oratori, come si sole, ma personalmente andai a Roma a baciarli li piedi, et congratularmi con S. Santità. Et prima ch'io me partissi per tornare a Ferrara mi diede ferma speranza di restituirmi in breve la mia città di Reggio,la quale iniustamente da Papa Julio suo precessore insieme con la città di Modena mi era stata tolta sotto pretexto di uno monitorio sopra falsissime cause formato et fulminato contra me................................ Nel 1514 del mese di giugno per un breve sottoscripto de mano propria di S. Santità et delli Rev. Cardinali de' Medici, et de S. Maria in Portico, il qual breve è presso me, promise restituirmi la decta città di Reggio fra 5 mesi, et.... restai deluso.... Et quando il prefato PP. Leone fece la decta promissione di restituirmi Reggio, io feci con S. Santità, per mezzo del sig. Cardinale mio fratello, una compositione di levare del sale suo da Cervia per il mio Stato, la qual mi fu di molto peso et inextimabil danno, perchè volse che io me obligassi non farne a Comacchio, ove ne potrei fare ogn'anno grandissima quantitade..... Et essendo io in tractato di rihavere Modena, ch'era nelle mani dello Imperator Maximiliano di immortal memoria, avo paterno di V. Alteza, il prefato Papa Leone vi si interpose a disturbarmi la pratica, et procurare di havere essa Modena per sè... per una tal summa di dinari, che poco manco dava di rendita ogn'anno... Ma poi... col mezo de l'episcopo d'Adria orator mio per la decta restitutione presso S. Beatitudine, ella monstrò d'essere al tutto disposta reintegrarmi del mio, pagando io una buona summa di denari delli quali, secondo la compositione fatta, feci deposito et diedi buone cautioni in Fiorenza, et fu fatto lo instrumento per Pietro Ardinghello cittadino fiorentino et segretario di prefata S. Beatitudine, et era già publicato per tutto che le mie terre mi erano restituite; et nientedimeno fui ancho deluso ... et si diede a pensare di volermi togliere per qualunque modo potesse quello che mi restava. Et havendo per un amplissimo breve del 1515 tolto la protectionedi me et de' miei figliuoli et Stato, la quale protectione havea ancho tolto per il suprascripto breve del 1514..... ha sempre cercato capitulare a mia ruina........ Et ritrovandome io gravemente infermo lo inverno del 1519 et sendosi divulgata fama ch'io morrei di quella infirmitade, epso PP. Leone mandò lo episcopo di Ventimiglia, che sotto colore di voler fare altra impresa, fece adunatione di parecchie migliara di fanti sul Mirandulese nelle confine di Ferrara per assalirla et occuparla a l'improviso, o, se io fussi morto, per toglierla a' miei figliuoli, li quali per la loro innocentia et tenera etade non meritavano già una sì crudele ingiuria da Sua Beatitudine........................

Ma io ho ultimamente inteso, cognosciuto et toccato con mani che il prefato PP. Leone, non per colpa mia, ma per lo odio ch'el mi porta gratis, per via più detestanda ha teso insidie alla vita et Stato mio, et per mezo di scelerati soi ministri ha tentato di fare corrompere, con una grossa summa di denari et altre promissioni, alcuni miei stipendiati, in che ha speso miara di ducati. Ma quella infinita bontà che resiste alli iniqui pensieri de gli huomini, et difende la iustitia, non ha voluto che un così impio disegno sortisca effecto, perchè dalli decti miei stipendiati mi è stato rivelato il tutto. Et essendo di tale tractato conscie alquante persone, ho facto distendere in scripto tutto il processo della cosa che in autentica forma è presso me, et li testimonij de sì abominevole delitto son vivi, et con qualcuno di epsi el medesimo PP. Leone di bocca propria ha parlato sopra il detto tractato in modo da fare stupire chi lo intendesse. Onde vedendo io che colui che doverìa essere exemplo di virtute et sanctitade a tutto il mondo per lo adorando loco ch'el tiene, è caduto in così horrendo pensiero, nè sapendo più come difendermida tante insidie; è stato forza che la mia lunga et humil piacientia provocata tante volte con tante offese si sia alfine convertita in disperatione..... ben ch'io voglia persuadermi che le continuate instigationi et venenose lingue de' miei malivoli sian state quelle che habbino havuto forza de indurlo a fare contra me quanto è soprascripto...................................

Io mi sono bene (con mia gravissima displicentia) ridutto a fare questa excusatione, perchè non harei voluto dire di colui ch'è capo della nostra fede, cosa che tanto disdice in la sua suprema dignitade; ma credo di meritare perdono presso ognuno, se con iustitia et verità difendo me et l'honor mio: protestando però ch'io non sono per manchare mai verso la Santa Romana Chiesa di quella fede, osservantia et servitute che da ogni fidele vassallo et christiano se le deve. Supplico alla Cesarea et Catholica Maestà Vostra che, intendendo la innocentia mia, se degni averme non solamente per excusato ma ancho per raccomandato come osservantissimo suo vassallo et servitore, et per quanto specta a lei non voglia comportare ch'io sia con tanto odio iniquamente perseguitato. Et quando V. Altezza non si mova per la riverente servitù ch'io le porto, nè perchè io sia pur nato del sangue suo, oltra ch'io le sia vassallo, muovasi almeno per riverentia di Dio, il quale l'ha electa a così alta sede et factola si potente signore perchè ella favorisca la iustitia et non la lassi opprimere: et io me offero apparecchiato di far constare alla V. Imp. Maestade et a tutti gli altri Principi christiani quanto è suprascripto delli detti brevi, processo et testimonij a mia iustificatione, che non allego cosa che non sia verissima.


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