Stampata in Ferrara, del mese de novembre 1521.
Stampata in Ferrara, del mese de novembre 1521.
Resposta alla invectiva qui annexa di don Alfonso già duca di Ferrara, publicata contro la sancta et gloriosa memoria di Leone PP. X, sotto pretexto de una Littera scripta alla Cesarea Maestà. — Translata di latino in vulgare.
Resposta alla invectiva qui annexa di don Alfonso già duca di Ferrara, publicata contro la sancta et gloriosa memoria di Leone PP. X, sotto pretexto de una Littera scripta alla Cesarea Maestà. — Translata di latino in vulgare.
Non è alcuna maraviglia, sacratissimo et victoriosissimo Cesare, se don Alphonso da Este, già duca de Ferrara per beneficio et gratia della Sancta Sede Apostolica, sendose manifestato ribelle di epsa, et atroce inimico del summo Pontefice et de V. M., si sforzi con bugie retrovare scuse, con le quali possi al manco apparentemente con parole palliare et difendere le sue male opere, sendo consueto a ciascuno che fa quel che non debbe, o nascondere li soi peccati potendo, o, sendo palesi, affaticarse ritrovar cause per le quali dimonstri non voluntariamente, ma sforzato, o per errore o caso, essere cascato in epsi. Ma ben è forte da maravigliarse habbi presumpto alla M. V. sapientissima indrizzare queste sue calunniose, mendace et sacrilege littere..... Chè pur gran cosa è (o Alfonso d'Este) se siete stato sempre sì obbediente et fidele alla Sede Apostolica, como scrivete, che doi sommi Pontifici tanto gravi et successivi ve habbino declarato inimico publico de Sancta Chiesa, excomunicato et maledecto, cioè Julio et Leone, maxime sendo a voi questo ultimo tanto benevolo avanti pervenesse al summo pontificato, et anchor nel principio d'epso (come dicete). Certo è cosa aliena dal senso humano, che gratis et senza scusa, alcuno deventi inimico del proximo; ma molto più che 'l grand'amico se facciinimico spontaneamente. Però se inimico vi s'è facto, d'amico ch'el vi fusse, voi l'havete indocto a così fare, continuando nel concepto odio verso l'Apostolica Sede, contra la quale erigeste le corna a tempo della sancta memoria de Julio, ch'anchor lui nell'initio del suo pontificato ve amò et gratificò, et era compatre del sig. vostro patre: ma con la ingratitudine vostra, liberato che vi hebbe dalla subiectione de' signori Venetiani, andaste a toglier protectione de' principi extranei, dalla qual insuperbito, accresceste datij et gabelle, publicaste legge et edicti contra la iurisditione del vostro supremo signore, presumeste voler far il sale, che mai epsi signori Venetiani vi havevano permesso, a chi non erave subdito, et contra il diritto del vostro natural principe, in tanto preiudicio della Camera apostolica, usurpar voleste quelle regalìe, che sono riservate ai supremi Signori in tutti i regni et parte del mondo. Per la qual vostra cupidità che non tentaste? Che lasciaste a fare contra la povera Chiesa et vostro principe? Primo seminaste la guerra, poi el scisma, et con le arme apertamente l'esercito scismatico in persona adiustate. Sallo Bologna che dall'obbedientia della Chiesa con scismatici rivoltaste; sallo Ravenna che spogliaste; sallo Romagna nella qual tante rapine faceste.............. Sforzaste Julio ad esservi inimico, parimente havete forzato Leone, il quale, como mansuetissimo, nel principio del suo pontificato pensò con dolcezza et beneficij retraherve da quel mal animo, da quel confirmato odio teneate verso la Chiesa de Dio et sua S. Sede, nella qual epso presidea.....................
Et perchè costui (Alfonso d'Este) tanto se querela di questo Reggio, nominandolo terra sua, como se da soi maggiori fusse stata edificata, et per naturale et antiqua successione li pervenesse, parmi necessario aprirecomo epsa terra fusse occupata da casa sua, non son molti anni, et le ragioni li pò pretendere. Manifestissima cosa è Reggio essere delli antiqui beni della Chiesa Romana, contenuta nell'Exarcato de Ravenna, et per più concessioni et donationi facte da Romani Imperatori ad epsa Chiesa; ben che poi per discordie successe tra alcuni summi Pontifici et electi Imperatori sia stata certo tempo posseduta in nome dell'Imperio, et penultimamente dalla casa de' Visconti et dal duca Jo. Galeazzo conte de Vertus, a morte del quale per l'avol de don Alfonso, marchese Nicolò, fu a tradimento occupata insieme con Parma, tagliato a pezzi messer Otto Terzo suo compatre, custode de quella città, ricercato venir a Rubera ad amichevole parlamento, ma da Parmesani cognosciuto, di sabito fu repulso, havendo lassato epso Jo. Galeazzo Philippo Maria suo figlio di tenera età, impotente a conservare et difendere l'amplo Stato paterno perturbatoli da diversi tiranni, et dall'ill. Signoria di Venetia, et così per occasione delle continue guerre tra epsa Signoria et duca Philippo fu retenuta occupata dal decto marchese Nicolò, senza alcun titolo: la qual poi dalla sancta memoria di PP. Julio per la ribellione de don Alphonso et esser scismatico, che è tocco di sopra, fu in guerra recuperata per la Chiesa, con permissione et consenso della gloriosa memoria del divo Maximiliano Imperatore, avolo di Vostra Maestà del qual extano le littere. Il che lui dice essere stato facto iniustamente, sotto pretexto de un monitorio etc. Si mo: è iniusto o iuxto recuperare alla Sancta Sede el suo occupatoli indebitamente da un ribelle et scismatico in guerra iustissima? È si chiaro che non bisogna explicarlo. Et tamen costui exclama, como si jure divino questa città fusse sua, quale suo avo a tradimento rubò.......................
L'altra querela, Cesarea Maestà, è da Modena, ove dice che tractando lui rehaverla, sendo pervenuta alle mani de Maximiliano Imperatore di perpetua memoria, el PP. se li interpose con procurare d'haverla epso, et che non la pigliò per la Sede Apostolica, et la hebbe a vil pretio, poco più di quello se ne cavava ciascun anno d'entrata, et promisse al Card. suo fratello darla poi a lui, et che nol fece etc. Al che si responde prima a l'ultimo, quanto sia della promessa, che pure adduce il fratello per testimonio, a chi non sarebbe da prestar fede: poi dato l'havesse promesso incautamente per importunità, obligato era a non servarla per le sopra allegate ragioni. Circa el contracto, dico che forte se n'inganna, anzi principalmente da S. Santità fu facto per la Chiesa: ma si lui non sa la forma di epso, ricerchila. Quanto al pretio el fu quello se convenne tra le parte, et de che se contentò la Cesarea Maestà de gloriosa memoria, qual fu anchora più volte per darla gratis, ma pigliò quella summa di denari per adiutarsene al bisogno della guerra contra Venetiani. Ma questo non appartiene a lui: sia stato il pretio grande o piccolo, unum est che fu maggiore assai di quello dice, anzi in molti anni la intrata non ascende a quella summa. Ben è vero che al tempo la occupava lui, per tiraneggiare li populi e mungerli sino al sangue, ne cavava fructo assai maggiore di quello facea la Cesarea Maestà quando la tenea, nè di poi la S. Sede, chè il simil anchor facea di Reggio............... Nè in epsa pò don Alphonso pretendere veruna altra ragione che simile a quella di Reggio, perchè pure da soi maiori fu rubata, scacciando li Vicarij Imperiali che la governavano ne' tempi perturbati. Non havendo adunche lui megliore ragioni in Modena che in Reggio, et la Sede Apostolica le medeme, sendo stata recuperatanella dicta guerra et per quelle istesse cause; se di sopra havemo declarato et provato iustamente esserli stato levato Reggio, et recuperato per la Chiesa, viene anchora ad essere provato el simile de Modena, et molto più adgiongendosi la vendita et contracto facto per la Cesarea Maestà, il quale per ogni ragione havea potuto fare, dato che colui fusse stato prima vero feudatario senza esserne decaduto, como era per molto grave colpe, perchè havendo epso il feudo, el Signore d'epso, che l'havea recuperato, ne potea fare il suo beneplacito.
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Ma perchè si parla di Ferrara, ragionevol cosa è, sì como di Modena et di Reggio si è facto, declarare como iniustamente nel principio pervenesse in potere di questi da Este et con maggior iniustitia et iniquità sia stata poi ritenuta. Già notissimo è Ferrara essere delle certe et antique cose della S. Chiesa, posseduta centinara d'anni dal tempo de Carlo Magno sin che fu occupata per costoro, circa el tempo che Pontifici stavano in Avignone, sendo stati posti stipendiati alla custodìa di epsa città contro un certo Salinguerra cittadino che se era elevato in tiranno: ma quelli che la doveano defendere la usurporno, sendo le cose della Chiesa travagliate. La qual alquanto respirando non volendo tolerare tanto iniuriosa iactura, scacciogli, recuperando la città: ma poi pur epsi la reoccuporno, con adiuto de' tiranni circumvicini, che in quel tempo molti se n'erano elevati in quelle bande per le perturbationi della Chiesa et dell'Imperio, como acader sole che sempre tiranni pululano, afflicti e principi che li hanno a reprimere: et così correndo tal vicissitudine per alcuni anni, furno scacciati più volte hor per el Pelagura Legato de Bologna, hor per altri ministri della Sede Apostolica et excomunicati, como ne appare anchor el processo nell'Archiviode Avignone. Ma di poi, sondo pur la corte absente, et oppresso il Stato ecclesiastico dalla potentia de' Visconti, parve al summo Pontifice defferir la lor punitione ad altro tempo più comodo, tolerandoli cum conditione pagassero dieci mila ducati de annuo censo alla S. Sede, per attendere al più importante: et così la obtennero con iniqui principii, primo a tradimento, poi per violentia et necessità, confirmandoseli nel funesto tempo che in breve successe del scisma, che durò tanti anni. Et non contenti di questo, alquanto di poi usurporno Argenta all'Arcivescovato di Ravenna, per il che furno di novo excomunicati et astrecti a restituirla; ma appresso la reoccuporno; et non satii usurporno anchor Comacchio et Lugo. Dipoi cominciando a rehaverse la S. Sede, sendo le cose della Chiesa anchor debile, se son mantenuti con appoggiarse sempre a chi inimicava ad epsa Sede, con procurare al continuo stesse bassa et travagliata, ad ciò non havesse facultà di ripetere el suo, et cercato ognhora diminuire quel censo, secondo le occasioni o necessità de' summi Pontifici, che se li sono offerte. Tanto che da diecimila ducati, l'hanno reducto a nulla, cioè a cento, che ultimo li fu concesso da PP. Alexandro quando don Alphonso pigliò sua figlia spuria per moglie, nella qual occasione anchora usurpò Cento et la Pieve, terre del Vescovato de Bologna, quantunche epso Alexandro avanti tal contracto havesse statuito et tractato recuperar Ferrara alla Chiesa, como prima di lui Sixto et Pio pessime disposto verso el duca Borso, secondo le sue epistole attestano. Tacio li precedenti per non tanto extenderme, sendomi stato bisogno summariamente quasi texere una historia, per far cognoscere quanto iniquamente sia stata usurpata et retenuta epsa città de Ferrara a la Sancta Sede, lassando anchora de scrivere quante volte sia devoluta, sìper le rebellioni de' maggiori de don Alphonso, como per essere mancata la linea loro legittima, chè al più del tempo bastardi hanno signoreggiato in epsa casa: della quale se si volessero contare le sanguinolente et abominevole tragedie, le occisioni, li stupri, se maraviglierebbe ognuno che tanta iniquità fosse perdurata sino a questi tempi; quali, et per non esser troppo longo, et per non voler toccare cose calunniose, non pertinenti alla resposta, preterisco: ma le historie de' moderni scriptori, communi ad ognuno, ne sono piene. Questo non lassarò, per far a proposito, che l'avo de costui, march. Nicolò, sendo bastardo, lassò Ferrara per testamento al march. Leonello pur bastardo suo figlio, Modena al Sig. Hercole patre de don Alphonso, Reggio, che havea occupato lui, al Sig. Sigismondo figlio legitimo; et epso mar. Leonello morendo lassò il Stato di Ferrara al Sig. Nicolò suo figlio legitimo, nato de matre della casa del march. de Mantoa, al quale il sig. Hercole la occupò, et ad epso suo nepote crudelmente fece tagliare il capo. Parimente levò Reggio al sig. Sigismondo suo fratello: et si alcuno volesse defendere questa occupatione, allegando el bastardo non poter succedere nel Stato, che dirà egli di Reggio che era lassato al legitimo, et cosa acquistata di novo per el testatore? Poi se li responde che parimente el march. Nicolò avo non potea tenere Ferrara per essere bastardo, et però nulla ragione li potea anchora havere el figlio legitimo; et si titulo alcuno o investitura li acquistò per sè et il figlio bastardo, como fece per epso march. Leonello, che lui solo qualche ragione pretendere li potea, et nulla il signor Hercule, et non dimeno el figlio legitimo d'epso signor Leonello decapitò con levarli el Stato.... Di san Felice gli è chiaro che antiquamenteera infeudato a' signori di Carpi predecessoridelsig. AlbertoPio.
L'ultima querela di don Alphonso, sacratissima Maestà, è troppo abominevole, impia et scelesta: non li parendo assai haver calunniato il buon Pontifice, descrivendolo ingrato, fedifrago, cupido, iniusto, ardisce anchora accusarlo de crudeltà, facendolo sicario et sanguinolento. Temerità tanto grande et impietà, che non meritarebbe risposta de parole, ma di debito supplicio. Al che la vita innocentissima de PP. Leone nota a l'universo da sè responde et purga; oltra che la calunnia da lui non se prova nè cum effecti, nè cum argumenti nè alcuna coniectura; ma sol exagera la cosa con parole grave, exordiendo che S. Santità l'havea in odio gratis: cosa aliena non solo da li efferati homini, che non portano odio si non per qualche causa, ma anchora dalli bruti animali; et lo impone ad una natura tanto mansueta, suave et benefica, et dice havere toccato con mano S. Beatitudine per mezo de' scelerati soi ministri con via detestanda haverli poste insidie nella vita, allegando di ciò havere testimonij soi famigliari, et stipendiati, tentati per tale effecto, et esserne facto processo, quale ha appresso di sè con epsi testimonij vivi, con alcuno de' quali el PP. istesso ha parlato di bocca propria sopra decto tractato, in modo da far stupire chi lo intendesse. Per certo subtile inventione, exquisita astutia, ma mal colorita fabula!.................................. A voi dico, don Alphonso: Chi sarebbe questi se maraviglierebbono, si non li grossieri, incapaci et sciocchi, che havendo voi conficto uno processo, stato iudice et parte, electi testimonij vi son piaciuti, che l'havessi exteso a vostro modo? Maraviglia sarebbe che havendo facta la ribaldaria, non vi fussi sforzato farla compitaet apparente quanto poteate. Ma non vedete voi che quanto la confingete più atroce, per movere li affecti de chi leggesse le vostre Littere, tanto la rendete men verisimile? Chè non vi havendo altro argomento nè prove (chè ben sapete vostri famigliari non fanno fede nè processo facto avanti voi et vostri iudici, in casa vostra et in causa propria) doveate tutto affidarve in la verisimilitudine, volendo allucinare la mente di qualcuno? Questi testimonij che dicete essere vivi, con li quali ha parlato el Papa, o sono vostri ministri et famigliari, o soi. Si de' vostri, non è da credere che un principe sì prudente et circonspecto, qual era Sua Santità, anchor havesse tal animo, si fusse confidato dirlo a loro: si erano de' soi, non è verisimile l'havessero palesato a voi, con tradire un suo sì gran patrone: poi, si così è, produceteli, comparischino questi vostri egregi testimonij, et se cognoscerà la vostra iniquità et sceleraggine; chè me sforzate pure a così dire, parlando voi tanto inhonesto et sordidamente del summo Pontifice vostro supremo Signore. Doveate questo processo far produrre et estenderlo davanti altro tribunale che'l vostro, che non se sa (pur sono astrecto toccare delle cose che tacere volevo) come se formano li processi in casa vostra? Sannolo li infelici vostri fratelli crudelmente incarcerati tanti anni sono: sallo el sangue et le viscere de quelli poveri gentiluomini dilacerati.....................
Quanto a l'antiqua amicitia adducete tra casa de' Medici et vostra.......... se li eravate amico, perchè faceste in Francia appresso el re Loysi et reverendissimo Rhoano Legato tanti mali officij contra loro? Bisogna adunche dire, o che mai li fuste amico, ma della fortuna loro quando era florida, et li voltaste le spalle como la se mutò, o che siate stato perverso et malvagioa non subvenire e vostri amici in le necessità; ma, che è peggio, adiutare a perseguitarli, et voi istesso a procurarli el male: et questo quanto all'antiqua amicitia basti....... mai la vostra amicitia fu utile ad alcuno, dannosa sì, per non risguardar in epsa si non quanto serve al vostro commodo......................... Ma el mendace ha fronte a dire tutto quello pare li venga bene, maxime quando non l'ha a provare altrimente; per il che presume poi anchora dire epso medemo PP. Leone havere affirmato, che iniustamente Julio el perseguitava, chè troppo è ridiculo che S. Santità qual era Legato del PP. et in facto all'occhio vedea le sue pessime opere, più volte narrate, la union cum scismatici, le insidie facea al Stato de Bologna et di Romagna, dicesse el PP. indebitamente perseguitarlo. Pur, adducendo il Cardenale suo fratello per testimonio, se li vuol credere; maxime se li occhi di don Julio suo fratello lo consentessero!
............ L'eredità sua (del card. Ippolito) qual tutta era de beni ecclesiastici (che ben sa delli paterni epso non hebbe mai alcuna parte), sì grossa summa de denari, tanti altri beni de ogni sorte che a maior valore ascendono de cento miara de ducati, se ha usurpati, che tucti perveneano al summo Pontifice, et nientedimeno gli l'ha permessa, sino a riportarse a Ferrara quella parte n'haveva in Roma! È questo picciol dono? beneficio da tacere? inditio de mala voluntà verso lui, et di volerli toglier Ferrara? chè pur l'anno passato fu questo; anchor che S. Santità sapesse epso Cardenale essere morto repentinamente senza poter testare (oltra che non havea sufficiente facoltà), quantunque lui facesse scrivere un testamento falso, per potere sotto qualche colore occupare quelli beni, contra il quale vi eranoli testimonij parati a provare la falsità: et questo beneficio con li altri tace, non volendo essere meno ingrato con la lingua che con le opere.
Volse (Alfonso) implicitamente diminuire l'authorità pontificia, accostandose alla venenata doctrina de l'heretico Martino Luther, la quale però sin l'anno passato per molti giorni fece publice predicare in Ferrara et anchora in Venetia, ben che non tanto apertamente, dal suo barbato frate Andrea da Ferrara de l'ordine d'heremitani, che anchora maiori errori publicò delli lutherani. Onde mandando il PP. a comandarli lo facesse pigliare, epso obedire nol volse, ma lo fece nascondere: colpa anchora maiore delle altre per essere causa d'heresìa, per la qual sola meritava essere privato (di Ferrara) et severissime punito..................
Accusa, invictissimo Cesare, questo inimico da V. Maestà la gloriosa memoria de PP. Leone in queste sue Littere publicate de poi la morte di epso (ben che ad ciò il tutto sia mendace, la data sia facta avanti il suo deflendo caso, cioè di novembre: ma niuno se ritrovarà a chi tal Littere siano pervenute a mano, si non molti giorni de poi mancò S. Santità); accusalo de inconstantia, de perfidia, de cupidità, de iniustitia, de crudelità: fallo un sicario, un homicida; cosa pur troppo aliena, appresso ad ognuno che l'ha cognosciuta, da quella mitissima, dolcissima et beneficentissima natura, qual da posteri serà celebrata et predicata como cosa rarissima et singulare[157], morta che serà l'invidia et odio d'alcuni; chè satisfare et contentare ogn'uno non se pò per chi administra magistrati et potissime grandi, quanto quello del summo pastore et de Vostra Maestà.
Dovea bastare a don Alphonso, volendo calonniare el bon Pontifice, dire non li havere servate le promesse, non voluto donargli Reggio, havere tentato ricuperare Ferrara, non permesseli la regalie del sale; et ahstenerse dire haverlo voluto fare amazare, farlo un crudele et sanguinario tiranno; chè le prime cose appresso alcuni forsi sarebbono parse verisimile: ma quest'ultima denota il tutto essere conficto et mendacio evidentissimo.
Excusatione chiama un libello famoso, un parlare sì petulante et temerario, una invectiva piena de tante calunnie, ove parla de' summi Pontifici con quel poco respecto farebbe d'alcuno infame et vil plebeio, d'uno de' ministri del suo macello o fucina; ove lo chiama ingrato, perfido, doloso, periuro, sicario et homicida... ha dato a cognoscer il rancore esser radicato contra la S. Sede, perseguitare la Chiesa Romana con li Pontifici, et che tale serà verso il successore qual è stato contra Julio et Leone, della cui morte si è pur troppo dishonestamente rallegrato, facendo dimostrationi tanto aperte et inreverenti contra chi pure li era Signore et tenea il loco de Dio in terra, con donare il nuncio li portò la nova (contra il costume della sua avaritia) grossamente di vaso di argento et altre cose, aprire le prigioni, intonar l'aere di sono di bombarde, et fare altri segni da quasi essere impazato. Dal qual furore mosso, parendoli, vacante Sede, più agevolmente poterli nocere, ritornò fori con le arme hostilmente, quale il S. Pontifice li havea represse, repigliando il Finale et san Felice destitute de presidio, et oppugnando Cento et altre terre, parte cum arme, parte cum pratiche et tradimenti; benchè di Cento custodito non li reuscì, nè di Cotignola: de Luco sì con littere falsificate, et del Frignano et alcuni altri lochi. Di Reggio et Modena nonparlo, per le quali occupare nulla arte o fallacia ha pretermessa, prohibendoli l'avaritia havere unite forze per oppugnarle, credendose però quelle havea doverli bastare (congionte con le Franzese che oppugnavano Parma) conseguite l'havessero.............
V. Maestà farebbe iniuria........ si lo esaudisse, ma molto più a sè stessa, tolerando un crudele tiranno, inimico della S. Sede, del Sacro Imperio et de V. Maestà, alla quale pur debbe CCCC milia ducati, usurpatore de' beni d'altri, che, como narrato è, non tiene nè pretende in cosa alcuna ove habbi veruna ragione; havendo rubato et occupato ad altri quanto questa casa ha mai posseduto: Ferrara alla Chiesa, Modena et Reggio al sacro Imperio, Comacchio pure alla Chiesa et a' Rhavennati, Poleseno de Rovico a' Paduani, Graffignana a' Lucchesi, Frignano a varie famiglie de gentili homini per loro annichilate, Argenta et Luco all'Arcivescovato de Rhavenna, san Felice a' Carpesani, Brixello a' Coregeschi, Bagnacavallo alli Barbiani, Nonantula all'Abbatia. Le quali cose lui vorrebbe tenere occupate, et ne parla como si fussero sue cum ogni antiquo et novo iusto titulo, et tamen in Ferrara non ne ha alcuno: primo rubata, poi con violentia occupata, appresso decaduta, ultimo lui privatone da doi summi Pontifici per iustissime cause sopra narrate. In Modena et Reggio manco, quali pure nel principio furno usurpate al Sacro Imperio, che poi ne son decaduti per censi non pagati et multiplice rebellioni. Et lui oltra le medeme cause essere stato scismatico, haverle perse in iusta guerra, ultimo permesse et contractate per el divo Maximiliano Imperatore alla S. Sede Apostolica, restituendola nelle sue antique ragioni, parimente manco in le altre cose minori sopra narrate, nelle quali particularmente discorrere sarebbe tedioso.
Però la Maestà V. qual è posta da Dio nel più sublime loco per essere executor della iustitia, extirpatore et profligatore de' tiranni, protector della S. Sede Apostolica, defensore et administratore del Sacro Imperio, da epsa Sancta Sede in primis oppressa, li vien supplicato dal venerando spirito del buon PP. Leone suo amantissimo patre sì vituperosamente iniurato, dal Sacro Imperio, da tutti l'Imperiali d'Italia, da' poveri subditi et altri violentati da la tirannide de costui, non voglia patire che più perduri tanta iniustitia, iniquità, impietà: che più persista questa voragine de avaritia, questo insidiatore della S. Chiesa Romana, del Sacro Imperio, de ogni nobilità et de tutti i boni, per essere lui perversissimo: ma voglia levare questa pietra de scandalo de Italia, con liberare quelli miseri populi dal suo tirannico iugo, et restituire la S. Sede Apostolica in le sue ragione, mettendola in quiete et pace: qual mai haverà perstando questo suo atrocissimo inimico con potentia et Stato.
In Roma, a' di VI di gennaro M.D.XXII.
Alla marchesana Isabella Estense Gonzaga in Mantova
Ill.aSig.aet patrona mia observ. — Benchè io da me stesso mi cognosca havere habuto molto de l'aseno verso V. Sig., non di mancho non restarò de fare un bon animo como e non fusse quello, faciendo intendere a quella che epsa me è debitora de uno bussolo de compositione et de una bochaleta de acqua che sia bona; perchè io non la voglio de acqua de cisterna, como fu quella de Camilazo: ma la S. V. lo ha trattato proprio como elmerita, perchè la adopera simile cossa in concubine sporche, che pure a dirlo el me vene angostia. Sì prego V. S. a non me manchare de la promessa, perchè io serìa desfato; perchè la desgratia mia si ha voluto che da poi che la S. V. me attachò quello sudore de man abe reguardo che sempre el me sta la mano sudoloxa, che el m'è forza quando io vo a concubine prima tignire sempre la mano uno pezzo a frescho: per modo che se io non me aiuto con qualcossa che amorzi quello sudorozo, io non achataria asena nè vacha che me levasse. Si V. S. intende el bisogno, così io mando uno messo a posta. Prego la Ex. V. a darli bona expeditione, perchè in vero la cossa importa. Non dirò altro, si non che a V. S. Ill. con tutto il core me raccomando.
In Ferrara, adì VII di junio M. D. 5.
Di V. Ex.
ServoRainaldo Ariosto.
Servo
Rainaldo Ariosto.
Al duca Alfonso I d'Este in Ferrara[158]
Ill. et Ex. Sig. colendiss. — Fui alla comedia domenica sera, et feceme intrare Monsig. de' Rangoni[159]dove era Nostro Signore con questi suoi Reverendissimi Cardinali gioveni in una anticamera di Cibo[160], et lì pasegiavaN. S. per lassar introdure quella qualità di homini li parea; et intrati a quel numero voleva S. Santità, se avviamo al loco de la comedia, dove il prefato N. S. si pose a la porta, e senza strepito, con la sua benedictione, permesse intrare chi li parea; et introssi ne la sala, che da un lato era la sena et da l'altro era loco facto de gradi dal cielo de la sala sino quasi in terra, dove era la sedia del Pontifico: quale, di poi forno intrati li seculari, intrò et posesi sopra la sedia sua quale era cinque gradi alta de terra, et lo seguitorno li Reverendissimi con li Ambasatori, et da ogni lato de la sedia si poseno sicondo l'ordine loro. Et seduto il populo, che potea esser in numero de dui milla homini, sonandosi li pifari, si lassò cascare la tela, dove era pincto Fra Mariano[161]con alcuni diavoli che giugavano con esso da ogni lato de la tela, et poi a mezzo de la tela v'era un breve che diceva:Questi sono li capreci di Fra Mariano. Et sonandosi tutavia et il Papa mirando con el suo occhiale la sena che era molto bela, de mano de Rafaele, et representava bene per mia fe forme[162]de prospective, che molto forno laudate: et mirando anchora il cielo che molto si representava belo, et poi li candeleri che erano formati in litere, che ogni litera substenìa cinque torcie, et diceano LEO X. PON. MAXIMVS, sopragionse el Nuncio in sena, et recitò l'argumento, in demostrare che Ferrara era venuta lìe sotto fede deCibo per non tenersi de minor vaglia di Mantua, che era stà portata l'ano passato da S.aMaria in Portico[163]: et bischizò sopra il titolo de la comedia, che è de'Suppositi, de tal modo che 'l Papa ne rise assai gagliardamente con li astanti; et per quanto intendo se ni scandalizorno Francesi alquanto sopra quelliSuppositi[164]. Se recitò la comedia et fu molto bene pronuntiata; et per ogni acto se li intermediò una musica de pifari, de cornamusi, de dui corneti, de viole et leuti, de l'organeto che è tanto variato de voce che donò al Papa Monsig. Ill. de bona memoria[165], et insieme vi era un flauto et una vece che molto bene si commendò. Li fo ancho un concerto de voce in musica, che non comparse per mio iuditio cossì bene come le altre musice. L'ultimo intermedio fu la moresca, che si representò laFabula de Gorgon, et fu assai bella; ma non in quella perfectione ch'io ho visto representare in sala de Vostra Signoria; et con questa se finè: et li audienti si comentiornoa partire, e in tanta presia et calca, che per mia sorte fui spinto a traverso una bancheta, et portai pericolo de non rompermi una gamba, de modo ch'io fui necessitato dire:guarda la mia gamba;et lo replicai più de quatro volte. Al Bondemonte[166]fu data una grande ciucata per uno Spagnolo[167], et in quello che esso comentiava a menar pugni contra lo Spagnolo palafrenero, fui adiutato a livarmi: ma certo è ch'io passai gran pericolo de la gamba; et ne havi da Nostro Signor recompenso de una larga benedictione, con una bona ciera. Et passati ne le camare ove eran preparate le tavole de la cena, me incontrai in Monsignor de' Rangoni et Salviati ch'io era con il Nuntio venuto de Madama[168]che si chiama Lanfranco Spinola: et il prefato Rangoni me disse: «La vostrafè rara[169].» Et io respondendoli: «Molto bene, Monsignor, lafede raraè quella che è preclara et pretiosa.» Et alhora Salviati disse: «Lui dice el vero, tanto più che le belle inventione vengono da Ferrara.» Et alhora parlàmo de Mess. Ludovico Ariosto, et quanto vale in questa arte. Dipoi se retiràmo il prefato Mess. Lanfranco et io; et parlando de questa comedia, si dolea che a la presentia de tanta Maestà si recitasseno parole che non fosseno honeste; et invero in quel principio gli sono alcune parole rematici. Esso con M. Poitom et un altro francese andorno a cena con il Bondemonte; et benchè il Bondemonte invitasse anchome in quel instante cossì là, deliberai refiutarlo et andarmine a la mia ceneta. Il giorno avante de quella sera si corsero li cavalli, et poi comparve una compagnia de gieneti, capo Mons. Corner, vestiti a la Moresca variamente, et dipoi un'altra tuta a la Spagnola vestita de raso alesandrino con fodra de cangiante capino et saio, capo Serapica[170]con molti camareri al numero questa de vinti cavali, a la quale el Papa havia donato per ciascuno quarantacinque ducati; et certamente che era bela livrea con stafieri et trombeti vestiti de quelli medesimi colori de seda: et gionti in piacia comentiorno a due a due a correre verso la porta del palazo ove stava il Papa ad alcune fenestre: et facta questa corsa per ambe le compagnie, la Serapica se ritirò da l'altro lato de la piacia et la Cornera verso San Pietro. Et la Serapica prese le cane, et vene ad assaltare la Cornera che havea anchora lei le cane, et slanciate le cane la Serapica contra la Cornera, essa poi la inseguitò con le sue cane: et cossì ferno per volte assai l'uno contra l'altro, che era piacevole vedere et non pericoloso, et eravi de molto belli cavali et cavale gienete. Il giorno seguente se travagliorno con li tori, et io era con il sig. Mess. Antonio, sicondo scrissi, et si amaciorno tre homini, et quatro feriti da li tori, et cinque cavali forno feriti et dui ne sono morti; et fra li altri un de Serapica che era belissimo gineto, et lui fu butato in terra et passò gran pericolo, perchè il toro vi era intorno, et se non fosse stà stimulato con ferite non se gli levava da presso, che lo amaciava. Et intendo che 'l Papadicea,povero Serapica, et molto si dolea. Li morti forno portati in campo sancto per mundarvi (sic) le osse. La sera intendo si recitò una certa comedia de un frate, el quale havea factoUno arboro de male(?)[171], et per non esser successa a molta satisfacione, il Papa in cambio de Moresca fece balciar questo bom frate sopra una coltra, et dete una gran panciata sopra el tabulato de la sena. Dipoi li fece tagliar tute le strenghe intorno et tirare le calcie a li calcagni, et il bom frate ne morsicò de quelli palafreneri tre o quatro de mala sorte, et fu necessitato tandem a montar a cavalo[172], et cum le mane li forno date tante sculaciate che, siccomo mi è referto, li sono bisognate molte ventose et su la schena et su le chiape, et stassi in lecto et non bene. Dicesi che 'l Papa lo fece fare in exempio de altri frati a ciò se levino de pensier de non farli veder sue fraterie. Pur questa Moresca lo fece assai bem ridere. — Hozi veramente si è corso a l'Anelo denanti la porta del palazo, stante il Papa a quelle finestre, et con li prezi già scripti, adiunctoli urinali; et poi si sono corsi li bufoli, che è gran piacere a vedere quelle bestiacie correre, che per un poco vano in anti et poi tornano a drieto, et quando giongeno al palio, inanti lo possano tocare, li vol del tempo assai, chè mo vanno un passo inanti et quatro in drieto, et de modo sterno in contrasto a quella asesa, che l'ultima vi gionse fu quella andò inanti et have il palio, et forno in numero diece, et per mia fe che fu gran solazo. Me ritirai poi a casa de Bembo[173], et visitaiSua Signoria, che vi era lo episcopo Bajosa[174], et non si parlò se non de mascare et cose piacevole: et ancho si parlò quanto bene et vertuosamente V. Ex. fa instituire li figliuoli: et molto lauda V. S. il prefato Mess. Pietro, et dice esservi gran servitore. Altro non ho; et per esser la sera de carnevale son stato in questa cianciarìa; et a V. S. humilmente sempre mi raccomando: che 'l Signor Dio la conservi felicissima.
De Roma, adì VIII marzio M. D. XVIIII,hora 4ª noctis.
De V. S. Ill.
ServoAlphonso Pauluzo.
Servo
Alphonso Pauluzo.
Fuori —A lo Ill.moet Ex.moS.rmio col.moil Sig. Duca de Ferrara.
Supplica ad Ercole II Duca di Ferrara
Ill. et Ex. Sig.
Expongono a V. Ex. li fedelissimi sudditi et servitori suoi Gabriele, Galasso, Alessandro fratelli, et Virginio lor nepote de li Ariosti, che essendo sin de l'anno 1519 morto mess. Rainaldo lor fratello consobrino, et essi rimasi suoi heredi ab intestato, con l'altra eredità, come di cosa sua, pigliarono pacifica possessione d'alcune terre arative, prative et d'altra sorte, poste nel territorio di Bagnolo, quali, già molti et molti anni sono, furono concesse a livello da l'Ill. duca Hercoleavo di V. Ex. a mess. Francesco Ariosto scalco alhora di sua Ill. S. et padre di detto mess. Rainaldo. Et essendo stati già parecchi giorni in quieta possessione di queste terre, dal quondam mess. Alfonso Trotto alhora fattore generale, forono, senza nessun colore di ragione, de facto et ingiustissimamente non solo spogliati del possesso di detti beni, ma insieme con quelli de i frutti anchor ch'erano avulsi a solo alla morte di mess. Rainaldo. Onde di ciò dolendosi i poveri servitori all'Ill. padre di V. Ex., et supplicandogli, che poi che dal suo fattore era stato lor fatto così expresso et manifesto torto, si degnasse dare loro qual si volesse altro giudice dal fattore in fuori, dinanzi a cui s'havesse a conoscere et decidere di ragione questa causa, non potero ottenerlo; anzi Sua Ex. gli rimesse pur a detto fattore. Onde non potendo essi farne altro, forono sforzati cominciare la lite in Camera, dove fu agitata, et instrutto il processo, publicati li testimonij, et condotta la causa sino alla sententia: alla quale instando essi, il fattore per l'odio che portava gratis a mess. Lodovico, et per rispetto di lui a tutti gli altri presenti fratelli, non comportò mai che se ne potesse vedere il fine; ma quando con una cavillatione, quando con un'altra, maxime allegando l'absentia di mess. Ludovico Cato consultore de la Camera, che la maggior parte di quelli anni stette sempre hora appresso 'l Papa, hora l'Imperatore, et ultimamente oratore appresso il Re christianissimo andò sempre diferendo questa expeditione ingiustissimamente, et con extremo danno de i poveri supplicanti. Quali veggendo apertamente inimico alla lor giustizia colui a chi erano sforzati domandarla, hanno lasciato passare molti anni senza instare più per la expeditione di detta causa: et se in questo tempo pur hanno in essa processo a qualche atto di ragione, è stato più tosto per tenerla vivaet in memoria del mondo, che perchè ne sperassero nessun bon fine.
Non sono però mai stati senza speranza che'l tempo apportasse un dì occasione, che le sue ragioni havessero ad havere più giusto et benigno giudice che alhora non haveano. La quale poi che finalmente è giunta, et che V. Ex. non meno per merito de le sue infinite virtù che per debito de la paterna successione et primogenitura è collocata nel suo ducal seggio, ricorrono a lei come a desiderato et lungamente aspettato lor refugio i servitori presenti, supplicandola che non voglia più comportare che siano, come sono stati già quindeci anni, stratiati et menati in lungo da le cavillationi et calumnie si del Fattore passato come d'altri procuratori, notari et agenti de la sua ducal Camera; ma si degni commettere per suo rescritto alli presenti Mag. suoi Fattori et altri a chi spetta, che reiecte le cavillationi et calumnie, debbano finalmente con effetto et con celerità terminare pro iustitia detta causa, attento che già più anni sono si trova instrutta, publicati li testimonij et fatto ciò che è da fare.
Il che essi riceveranno in singolar gratia da lei, la quale Dio lungamente conservi in quella felicità ch'ella stessa desidera.
Factores generales supplicantibus justitiam faciant, causamque ipsam expediant, reiectis calumniis et cavillationibus quibuscumque. Ita ut supplicantibus ipsis iusta querela locus relinquatur.
Factores generales supplicantibus justitiam faciant, causamque ipsam expediant, reiectis calumniis et cavillationibus quibuscumque. Ita ut supplicantibus ipsis iusta querela locus relinquatur.
XXIII decembris 1534.
Bartholomeus Prosperi.
Bartholomeus Prosperi.