LETTURA SETTIMA.L'ACQUA.

LETTURA SETTIMA.L'ACQUA.

Noi abbiamo veduto il Dio fuoco, il Dio Agni, il Dio generatore, il fuoco vitale uscire dalle acque; così, nella cosmogonia biblica,spiritus Dei ferebatur super aquas. Agni dicemmo pure identificarsi col sole generatore, ed un inno cosmogonico delRigveda(X, 72) ci rappresenta pure il sole che gli Dei fanno nascere dall'Oceano, in cui stava nascosto (atra samudre âgûlham â sûryam ag'abharttana). Nella cosmogonia dell'inno 121º del X libro del Rigveda, dedicato adHiranyagarbhaoGerme d'oro, leggiamo: «Quando le vaste acque penetravano il mondo, contenenti ilgarbha(il germe, Hiranyagarbha), generanti Agni, allora si svolse l'unico alito vitale degli Dei.» Il commentatore delÇatapatha BrâhmanaMahîdara[22]dichiara: «Nel principio questo mondo era tutto acque, solamente acqua.»[23]Un versetto dell'Atharvavedacompie la rappresentazione cosmogonica con le seguenti parole: «Le acque generanti un figlio fecero, nel principio, uscire un germe; di quello appena nato fu aureo il guscio.» Questo germe nato nelle acque prese pure il nome diPrag'âpatiosignore della generazione, che divenne uno degli appellativi del Dio Brahman, onde nella cosmogonia brâhmanica, ilBrahmândaoduovo di Brahmannato dalle acque corrispose perfettamente all'HiranyagarbhaoGerme d'orodella cosmogonia vedica. Questo uovo d'oro era, senza dubbio, nel primo concepimento, il sole. Ma la posteriore cosmogonia ne fece l'uovo cosmico, universale, in cui si comprende, da cui emerge l'universo, diviso in due parti, cielo e terra, sebbene gli stessi Commentatori indiani si trovino quindi imbarazzati a riconoscere la seconda metà dell'uovo nella terra, il cui colore non è d'oro, mentre l'uovo primo nato è tutto d'oro. Questo imbarazzo de' Commentatori ci giova per riconoscere nell'uovo primordiale un fenomeno celeste, l'Agni solare primo generato e primo generatore. Il concepimento di un cosmico uovo d'oro uscente dalle acque fu poi naturalissimo. Il caos si rappresenta come tenebroso. La tenebra si rappresenta come un mare. Dalla tenebra vien fuori la luce, dal mare tenebroso celeste vien fuori l'uovo d'oro. Quando, in Piemonte, i fanciulli, al cader della prima pioggia primaverile vanno intorno gridando:pieuv, pieuv, la galinafa l'oeuv (piove, piove, la gallina fa l'uovo), si saluta in quell'uovo della gallina celeste la risurrezione del sole. Quando, al risorgere del sole primaverile, ossia nella Pasqua di Resurrezione, si mangiano le uova di Pasqua, noi festeggiamo ancora l'uovo d'oro celeste che ritorna. L'uovo inaugura e fonda la vita; perciò, nell'uso popolare, ai giovani sposi, il giorno dopo il matrimonio, soglionsi offrire uova, per ridar loro, come si dice, le forze perdute; è ancora questo un augurio simbolico per la generazione. L'uovo divenne pure simbolo del bene. Con l'uovo incominciavano le antiche famiglie romane i loro banchetti (l'uso è pure rimasto in alcune odierne famiglie italiane), e poichè terminavano con la mela, nella loro esclamazione:ab ovo ad malum, l'uovo con cui si principiava rappresentava il bene, ilmalum, ossia la mela, venne talora a rappresentare il male. Dall'essersi immaginato come prima creazione l'uovo d'oro, dall'incominciarsi il giorno con l'apparire dell'aureo sole e dell'aurora si figurò molto naturalmente come prima età l'età dell'oro. Come la primavera è la gioventù dell'anno, così l'aurora od aurea è la prima età del giorno; e poichè, col levarsi del giorno e dell'anno tutto rifiorisce, tutto si ravviva, all'età dell'oro fatta discendere in terra si fece corrispondere un paradiso terrestre. Il giorno incomincia e finisce con un'aurora; e l'uomo trovando la prima luce in Oriente, l'ultima in Occidente, immaginò in Oriente, ossia al principio della vita, un paradiso, ed al fine della vita in Occidente, ove il sol muore, il giardino dell'Esperidi, ove si trovano le mele d'oro, un paradiso di beatitudine, ove anco le nostre nonne cattoliche ci hanno fatto sperare che troveremmo i pomi d'oro. Il melo delle Esperidi, come l'acqua della vita, si trova custodito da un drago; Atlante, una specie di Dio dell'oceano, è,come il vedico Varuna, reggitore del mondo; per i buoni ufficii di Atlante, Ercole, nella leggenda ellenica, può portar via dal giardino delle Esperidi, ossia delle occidentali, che hanno sede nell'Oceano occidentale, le tre mele richieste da Euristeo, il quale, come il solito re leggendario che ritorna nelle novelline popolari, spinge il giovine eroe ad imprese straordinarie, nella speranza di perderlo. Così da questa breve digressione, la quale ha per iscopo di mostrare non tanto l'affinità de' miti ellenici con gli indiani, che non può oramai più esser messa in dubbio, ma altra verità non meno schietta, che pure si dura ancora molta fatica ad ammettere, la presenza ne' miti greco-latini della maggior parte dei motivi che formano tuttora il fondo delle nostre novelline popolari, ci riconduce all'acqua mitica, dalla quale il sole Agni (chiamato pureapâm garbah, ossiagerme delle acque; l'Agni Savitarè chiamatoapâm napat) esce nel mattino, e nella quale il sole Agni si nasconde la sera. Abbiamo già avvertito come lo stesso oceano mitico si riproduce nel cielo nuvoloso, dal quale Agni il fuoco esce ora in forma di raggio solare o di sole, ed ora in forma di fulmine.

Leacquesono, per lo più, celebrate negli Inni vedici al plurale. Dove il Dio si manifesta come plurale, si comprende come la sua persona mitica non si possa manifestare viva e distinta. Il carattere è qualche cosa di singolare che spicca in quanto esso appartenga ai singoli; dov'esso si estende ai più, perde del suo splendore. Nel plurale i caratteri singolari non si distinguono, ed i caratteri generali, i quali soli vi si rivelano, non permettono al mito di balzar fuori vivace, colorito e potente. Per la stessa ragione rimasero nelRigvedaalquanto pallide le figure delleHaritas, nelle quali si riconobbero leCharites, le Grazie elleniche, degliAngiras,forme dell'Agni celeste, messaggieri, luminosi, delleApsarâse deiGandharvâsche oggi esamineremo, deiMârutasche studieremo nella Lettura seguente, deiRibhavasche ci occuperanno, quando toccheremo del DioTvashtar, e di alcuni altri collettivi divini. Egli è solamente quando alcuno di questi plurali si fece singolare e si distinse isolato, che si venne a noi disegnando una figura caratteristica. Nel 9º inno del X libro delRigvedadedicato alleacque, esse vengono salutate comeamorose madrie comedee; quindi si dice: «Il Dio Soma mi ha detto: trovarsi nelle acque tutti i rimedii ed il fuoco che porta salute a tutti. O acque, arrecate il rimedio per la guarigione del mio corpo, e perchè io possa vedere lungamente il sole. E quello che in me possa esservi di malato, o acque, portate via.» Da un inno del II libro dell'Atharvavedaapprendiamo come nel preparare un balsamo per le ferite s'invocava l'acqua della fonte che vien giù dalla montagna; e insieme con le acque le erbe, aventi esse pure virtù salutifere. Nello stesso inno si ricordano leupag'îkâs, come quelle che recano un rimedio dal mare; il professor Weber[24]avvicinò alla parolaupag'îkâ, con molta verosimiglianza, la voceupadîkâ, che denomina una specie di formiche. Dico con verosimiglianza, poichè il Dio Pluvio Indra ci si rappresenta egli stesso negli Inni vedici come formica, e, nel citato inno dell'Atharvaveda, dopo essersi ricordate le acque e le piante salutifere, si celebra per l'appunto il fulmine d'Indra che caccia via i mostri. La formica, nel mito, penetra nella tana del serpente guardiano delle acque, lo morde e lo costringe ad uscire; quando il serpente si muove, ed esce fuori della propria caverna, le acquevitali e salutifere si sprigionano. Secondo le nozioni indiane, quando le formiche mettono insieme le uova, viene la pioggia; e quando si trovano formicolai, è segno sicuro che l'acqua sta vicina. Quest'acqua non può essere l'acqua della terra, come il mare, da cui le formiche devono arrecare il rimedio, non può essere l'oceano terrestre. Qui ancora, osservandosi come l'adunarsi delle uova di formiche sopra la terra risponda al tempo delle prime pioggie primaverili, si vide nel Dio Pluvio Indra una formica celeste: i fulmini d'Indra penetrarono come formiche nella tana del serpente celeste, che teneva chiuse le acque, lo ferirono e lo fecero uscire, scatenando le acque. Così, per aver osservato che il canto del cuculo annunzia la primavera, il primo scoppio del tuono in primavera si paragonò in Grecia ed in Roma al canto del cuculo; e Giove Pluvio si rappresentò esso stesso in forma di cuculo, nella qual forma egli visita secretamente Giunone; ossia il luminoso, nella scura veste di cuculo canoro, come Dio tonante, si nasconde nel cielo.

Le acque e le erbe sono, come dicemmo, invocate insieme; entrambe appaiono salutifere; l'erba e la pianta contengono umori salutari; si celebra pertanto l'erba medicinale come l'acqua della salute. L'inno 17º del X libro delRigvedacanta con un solo versetto, insieme, le erbe lattifere ed il latte delle acque. Il cielo nuvoloso (come l'oceano luminoso mattutino) si rappresenta ora come vacca lattifera, ora come fiume che porta latte, ora come erba od albero stillante latte, e purificante.Payasvatî, ossialattifera, è chiamata l'oshadhi, ossial'erba;payasvatîè pure uno degli appellativi dato allariviera. E come tale gli corrisponde perfettamente laSarasvatîossiala fornita di umore, l'acquosa, della quale pure si fece una dea. LaSarasvatîrappresentò particolarmente ilfiume celeste; ed al pluralei fiumi celesti. Ma de' fiumi celesti la sede è varia: nella notte si ha particolarmente un Oceano, ma talora un fiume scuro, infernale; nel mattino e nella sera un fiume dalle onde luminose; nel cielo nuvoloso ora un oceano, ora molti fiumi. Ilfiume celesteper eccellenza si chiamò orasindhu, orasarasvatî; le due parole non valgono altro cheil fiume. Mentre adunque gli Ariani del Peng'ab occidentale che si trovavano presso il fiume Indo, non conoscendo ancora altro fiume più vasto, lo chiamaronoSindhu, ossia semplicementeil fiume, gli Ariani del Peng'ab occidentale denominavano un altro gran fiume col nome diSarasvatî, ossia ancora semplicementeil fiume. Ma nel cielo ilSindhue laSarasvatî, così al plurale come al singolare, espressero in origine la stessa cosa, la riviera, il fiume celeste, ossia la fiumana notturna, mattutina e vespertina, e quella che tra i fulmini si rovescia dal cielo sopra la terra in torrenti di pioggia.[25]Dato un carattere divino ai fiumi del cielo, anche i fiumi della terra, con quegli stessi nomi che ritornavano nel mito, divennero sacri. E come nel cielo è un mostro, un drago che trattiene le acque, finchè il Dio Pluvio non lo fulmina, così si suppose sopra la terra che alla guardia delle sorgenti de' fiumi stia un vecchio dragone. Come le acque celesti son celebrate negli Inni vedici quali divine purificatrici, così laSarasvatîe laGangâdivennero nell'India fiumi, ne' quali chi fosse disceso a bagnarsi non si mondava soltanto il corpo, ma anche l'anima. Perciò in un inno funebre dell'Atharvaveda(VIII, 2) s'invocavano come propizie le acque celesti. Le acque sono, come il fuoco, fecondatrici;dicemmo nella Lettura precedente del figlio considerato nella credenza indiana come il liberatore del padre; così l'inno 61º del VI libro delRigvedaci rappresenta un devoto Vadhryaçva, il privo di cavallo (ossia, possibilmente ancora, l'azzoppato, lo zoppo che non può più andare), il vecchio sole carico di debiti, a cui Sarasvatî dà un figlio di nome Divodâsa (il sole mattutino) che lo libera dai debiti. La via che Sarasvatî percorre è detta aurea (come quella dell'aurora e della nuvola aurea solcata dai fulmini); perciò essa lascia sopra le sue traccie dell'oro, onde ancora il suo appellativo dihiranyavarttini; in essa sono tutti i poteri vitali, ed essa viene perciò invocata, affinchèponga il germe(garbham dhehi Sarasvatî; Rigveda, X, 184); nè solo dà forza e vigore vitale agli uomini, ma agli stessi Dei, ad Indra, nella quale facoltà essa appare, presso ilYag'urvedabianco, come medichessa celeste (al pari dell'aurora) insieme coi due medici celesti e con gli Açvinâu, dei quali anzi (come l'aurora) è detta sposa, e con Varuna, reggitor delle acque (apsu râg'â), col quale concorre a generare Indra. Nella estrema mitologia vedica, Sarasvatî fu poi identificata conVac',[26]la parola, e quindila parola sacra, la preghiera, per un facile equivoco di linguaggio. La parolasaras, che entra a formare l'appellativosarasvatî, non significò soltantoacqua, masuono, voce, considerandosi, per comune etimologia, tanto lavocequanto l'acqua, comela scorrevole. Lasarasvatîofornita di scorrevolezzavalse per lo piùl'acquosa, ma talora dovette valer purela vocale, la sonante: nâdîola sonanteè il nome più comune che si dà in sanscrito alla riviera. E tanto più dovette l'equivoco mantenersi, contemplandosi la Sarasvatî celeste, ossia la nuvola che versa torrenti di pioggia, ma preceduta dal tuono. Venuta la tonante Sarasvatî a significare la parola sacra, la preghiera, l'immaginazione brâhmanica lavorò quindi sopra questa astrazione e l'isolò per modo dalla sua prima natura, che l'artificiale Sarasvatî brâhmanica non ha quasi più nulla di comune con la naturale Sarasvatî vedica. Lo stesso equivoco tra il Sindhu celeste ed il Sindhu terrestre ci si presenta nell'inno 75º del X libro delRigveda; ma ilSindhuconserva almeno sempre la sua natura di fiume. Riconosco ancora in esso il fiume celeste, quando esso ci si rappresenta come aggiogato ad un bel carro tirato da cavalli, ed accrescente forza agli eroi nella battaglia. I fiumi celesti, ossia le acque dell'Oceano celeste, le stesse che danno il nascimento ad Agni, il quale non solo nasce dalle acque, ma le protegge (Rigveda, VII, 47), accrescono forza ad Indra ed agli altri Dei guerrieri. L'onda celeste è perciò chiamataIndrapânaobevanda d'Indra. Quanto al bel carro, a cui s'aggiogano, esso è indubbiamente il carro solare. Al quale proposito giova ripetere come le acque celesti non appaiono soltanto nell'oceano notturno e nell'oceano nuvoloso, ma ancora nell'oceano di luce, nel roseo ed aureo cielo che si presenta il mattino ad Oriente, la sera ad Occidente. L'inno 47º del VII libro delRigvedaci fa sapere che il sole co' suoi raggi stende le acque, alle quali Indra apre una vasta corrente (Rigveda, VII, 47), le quali il toro o l'eccellente Indra fulminante divide (Rigveda, VII, 49). Qui abbiamo il cielo nuvoloso. Ma quando apprendiamoche nelle acque si rallegrano il reggitore Varuna, Soma, Agni e tutti gli Dei, ci conviene allargare il dominio delle acque nuvolose, sopra le quali il Dio fulminante impera. Varuna ci conduce perciò al cielo vespertino, Soma al cielo notturno; Agni Vâiçvânara ci rappresenta più tosto il cielo mattutino; esso trovasi perciò invocato, nell'Atharvaveda, come sole, ed invitatoa purificare co' suoi raggi. Così quel figlio delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello rosso, dalle belle piume, che s'accende senza combustibile, non può essere altro che il sole mattutino. Il figlio delle acque è chiamato per lo piùAgni; nell'inno 30º del X libro, esso appare col nome diSoma(che s'identifica ora con la Luna, ora col Sole), e si rallegra con le onde come un uomo insieme con belle giovani. «Le giovani (canta l'inno) s'inchinano al giovane, quando desideroso esso si accosta alle desiderose.»

Noi vediamo qui, dunque, le acque muoversi in forma di fanciulle verso un Dio. Questa prima immagine creò nel cielo tutto un ordine di esseri, che divennero popolari nella mitologia vedica e brâhmanica col nome diapsarâs, e nella mitologia greco-latina col nome dininfe. Ma, oltre le ninfe, la mitologia greco-latina conosce centauri, fauni, satiri, che vanno, per lo più, in compagnia delle ninfe; così la mitologia vedica e brâhmanica dà alle apsare come loro sposi igandharvâs. La parolaapsarâparrebbe valerela scorrente sopra le acque, ossial'andante sulle acque, etimologia che ci richiamerebbe alla nuvola scorrente sopra le acque, acquosa; la ninfa e la linfa avrebbero così fra loro molta analogia. Non debbo tuttavia tacere come il professor Weber[27]mantenga sempre per la voceapsarâla etimologia da lui data nel primo suo saggio, cioè dipriva di formaopsaras,la informe; altre etimologie furono proposte, secondo le quali l'apsarâpotrebbe valerela insaziabile, e quelladalle belle gote. Noi preferiamo la prima etimologia,ap-sarâ, ossial'acquosa, l'andante nelle acque, come nella vocegandharvavediamol'andante nei profumi, e poichè la parolaarva(dalla radicer'i,ar, «andare») valse quindi ad esprimere ilcavallo, anche ilgandharva, il centauro, prese forma ora d'ippocentauro, ora di onocentauro.[28]Contro l'etimologia dottamente grammaticale del professor Weber l'obiezione principale parmi possa esser questa: la forma femminina più luminosa, più bella dell'Olimpo vedico, quella che dovea meritare l'onore d'esser celebrata come la sposa, qual ballerina celeste, come la bella del Dio (l'aurora è anch'essa un'apsarâ), non potea chiamarsil'informe. Noi abbiamo già veduto la bella aurora saltatrice, danzatrice; così, poco sopra, vedemmo accennate le onde quali giovani piegantisi innanzi al giovane. Abbiamo qui dunque un primo elementare indizio delle ninfe celesti, delleapsaresaltellanti sulle acque, delle ballerine dell'Olimpo, che doveano poi assumere tanto splendore nella mitologia eroica del periodo brâhmanico. Tutto c'induce dunque a supporre non solo per le apsare brâhmaniche, ma ancora per le vediche, una forma molto corporea. La natura sensuale del Dio Indra fu la cagione principale della sua rovina dall'Olimpo vedico: così di tutti gli Dei l'Atharvavedaci fa sapere ch'essi hanno primi insegnato agli uomini i commercii carnali: «Gli Dei dapprima frequentarono le loro spose toccando i corpi coi corpi.» Anzi un poeta dell'Atharvavedafacarico ai diviniGandharvâsdi venir talora sulla terra (come gli Angeli della leggenda biblica) a sedurre le figlie de' mortali, mentre essi stessi hanno per loro proprie spose nel cielo le apsare. «Fattosi bello alla vista, il gandharva segue la donna: noi lo allontaniamo di qua con la sacra formola potente: Vostre spose sono le apsare, o Gandharvi, voi siete gli sposi; essendo voi immortali, non dovete andar dietro a donne mortali.» (Atharvaveda, IV, 37.)

Come qui appaiono i gandharvi quali seduttori delle donne mortali, così, nelle leggende brâhmaniche, appaiono spesso le apsare, come mandate dagli Dei sopra la terra per distrarre dalla penitenza, con le loro seduzioni, i devoti. Esse sono, per lo più, le rallegranti; ma alcuna volta non solo rallegrano, ma inebbriano, e nella ebbrezza ammolliscono. La loro natura è acquosa (il fuoco è un mascolino, l'acqua un femminino). Il loro soggiorno prolungato nel cielo porta l'umidità sopra la terra; onde comprendiamo il motivo, per cui nell'Atharvavedasi trovano pure scongiuri contro di esse, come quelle che possono portare l'uomo all'imbecillità, ossia turbarne la mente, onde il loro appellativo dimanomuhas; quando questo non venga loro dato per la loro relazione intima col gandharva lunare, e però il turbamento dell'intelletto non sia da attribuirsi all'influsso della luna sulla pazzia. Un altro degli appellativi vedici delle apsare èakshakâmâs, ossiaamiche dei dadi. Esse, in cielo, danzano, cantano e giuocano; perciò in un inno dell'Atharvaveda,[29]ilgandharvache ha la pelle color del sole, e l'apsarâ, sono insieme invocati a proteggereil giuoco dei dadi. Noi abbiamo sopra veduto come le giovani onde si piegano innanzi al giovine Soma. QuestoSomas'identifica col re de' Gandharvi,con lo sposo delle apsare, col gandharvaViçvâvasû, genio particolarmente lunare, guardiano delSoma, reggitore della pubertà e virginità delle donne, che deve perciò allontanarsi, quando questa si perde; poichè ilgandharvaama, protegge, custodisce, tiene gelosamente nascosta, la solaanavadyâol'innocente.

Quanto all'apsarâ, nell'Atharvavedaessa è chiamatanuvolosa, lampeggianteestellata. Qui abbiamo dunque una ninfa nella nuvola, ed una ninfa nella notte, ma vi è ancora un'apsarâ aurora, che mi pare indicata in quelle parole dell'inno 109º del VII libro dell'Atharvaveda; onde apprendiamo che le apsare si rallegrano nel tempo che passa fra l'offerta sacrificale e l'apparire del sole. Questo tempo è, per l'appunto, quello dell'aurora; l'inno stesso invita il fuoco a portare burro per le apsare. Ma il burro ed il fuoco, prima che manifestarsi nel sacrificio, si manifestarono nel cielo, il quale nel mattino incominciò ad apparire imburrato con l'alba, e quindi infuocato con l'aurora; il burro liquefatto dell'alba alimenta il fuoco dell'aurora, che il legno della selva notturna, distrutto dal fuoco stesso, non avrebbe più bastato ad alimentare. Per mezzo del burro si produce il fuoco, il ricco; come pertanto le acque, madri del fuoco, sono invocate per ottenere un figlio che liberi il padre dai debiti, così un poeta dell'Atharvavedainvita le apsare ad ungergli le manicon burro, affinchè egli possa, nel giuoco, vincere il suo avversario; in un altro inno dell'Atharvaveda[30]s'invitano le apsareUgrampaçyaedUgrag'ita riparare ai debiti che il giuocatore ha fatti coi dadi. L'apsarâdettapayasvatî(come lasarasvatî) vien chiamata essa stessasadhûdevinî, ossiabene giuocante; danza coi dadi; coi dadi si procura dei beni, per mezzo dellasua magia. Noi abbiamo qui la mobile, luminosa, danzante aurora, fornita di ricchezze, che diffonde la luce e la ricchezza nel mondo. A far poi apparire questa apsarâ come una giuocatrice celeste dovette pure concorrere, per molta parte, l'equivoco tra la radicediv, «splendere» e la radicediv, «giuocare» (cfr.jucundus, juvenis, pressojocus). L'auroradivo duhitare l'apsarâ sadhûdevinî, ossiabene giuocante, riuscirono una persona sola, con la quale si congiunge intimamente queldivodâsa, in cui io riconosco il sole mattutino, che, per grazia diSarasvatî(l'ap-sarâaurorapayasvatî, sadhûdevinî), libera il padre da' suoi debiti fatti probabilmente nel giuoco, ossia nella gara luminosa, nella gara de' raggi celesti, che fu il primo di tutti i giuochi, ossia di tutte le opere luminose; ilgiocoègioia; lagioia brilla. Ebrillochiamasi tuttora l'uomo vivamenteallegro. In Toscana, d'uomo contento dicesi ch'ei brilla; la gioia è splendida, il dolore è scuro. Il sole vespertino perde al giuoco luminoso il suo cavallo, divieneVadhryaçva; nelgiuocode' suoi raggi egli rimane perdente; il sole mattutinoDivodâsa, suo figlio, aiutato dalla giuocatrice o luminosa ninfa Sarasvatî, dall'aurora, guadagna quello che il padre avea perduto. La paroladivodâsa, vale propriamenteil servo del cielo, comeduhitar divas(l'aurora) valela figlia del cielo. L'aurora è protetta da Indra e dagliAçvin; cosìDivodâsaè protetto da Indra e dagliAçvin, che distruggono per lui le città demoniache celesti, ossia le tenebre mostruose della notte. Il padre di lui, che egli libera dai debiti, si chiamaVadhryaçva, oprivo di cavallo; ma prima di divenireVadhryaçva, chiamavasi inveceBahvaçva, ossiaavente molti cavalli(ossia, possibilmente ancora,il molto celere, ossiail potente corridoreodaçva), ch'egli doveva pure essere abilissimo a guidare. Il figlioDivodâsa, comeservo del cielo, protettodagli Dei, deve avere servito specialmente (come quasi sempre l'eroe nel periodo, in cui rimane nascosto) in qualità distallieredivino (Ercole spazza la stalla al re Augias); verso il mattino una fanciulla divina, un'apsarâdi nomeSarasvatî, lo rende felice, facendolo vincere al giuoco, e intendiamo al giuoco dei raggi solari; l'akshadivenne poiil dado, ma, prima di riuscire un dado, fu certamentela ruota, l'asse, l'occhioe probabilmenteil raggio luminosodell'occhio,il raggio penetrante. Il re Nala che perde, al giuoco dei dadi, il regno, che abbandona la sua bella sposa di notte nella selva piena di tigri e serpenti, che nel tempo della sua miseria si fa auriga, ossia guidator di cavalli, che riguadagna, al giuoco, il regno perduto e la sposa smarrita, ci offre una stupenda variante brâhmanica del mito vedico di Divodâsa figlio di Bahvaçva, divenuto, nel giuoco,Vadhryaçva, che riguadagna quello cheBahvaçvaavea perduto.

Ma una variante mitica della poetica leggenda della sposa perduta si trova nelRigvedastesso; ove l'inno 95º del X libro ci presenta un contrasto fra la ninfa Urvaçî e l'eroe divino Purûravas,il molto sonante(il vedico Gandharva,l'andante ne' profumi,[31]appare nel periodo brâhmanico presso il paradiso d'Indra, insieme con le apsare ballerine, comeun musico celeste, a quel modo con cui la ninfa acquosa Sarasvatî riesce la sonante e poi la Dea della parola, dell'eloquenza; Purûravas, il tonante sposo dell'apsarâ Urvaçî, è l'anello che congiunge il concepimento vedico col concepimento brâhmanicode' Gandharvi). La ninfa od apsarâ Urvaçî,la larga che s'avanza, una specie diPr'ithivî, dice di sè stessa, nel secondo versetto dell'inno 95º del X libro delRigveda: io arrivai come la prima delle aurore (prâkramisham ushasâm agriyeva); nel quarto versetto lo sposo suo Purûravas la chiamaaurora, come nel primo versetto l'ha chiamatafemmina crudele, perchè gli sfugge; e vorrebbe trattenerla, e la prega perchè s'arresti nella sua dimora, dove notte e giorno sarà colpita dalvaitasa(uno de' nomi vedici delphallos). Urvaçî gli fa osservare ch'ei l'ha visitata tre volte nel giorno; ch'egli è il padrone del suo corpo. Egli (ungandharva, come avvertimmo) si lagna che le fanciulle aurore si allontanino comecavalleattaccate ad un carro. Purûravas si rivolge a lei con parole conformi a quelle, con cui i devoti sopra la terra invocano l'aurora: Urvaçî cerca di consolarlo, egli si dispera; essa gli promette un figlio di nomeVasishtha(uno de' nomi di Agni e del Sole), e, per merito de' sacrificii del figlio, Purûravas può salire nel cielo e rallegrarvisi beato (prag'â te devân havishâ yag'ati svarga y tvam api mâdayâse).

Il mito della ninfa Urvaçî si svolse quindi largamente nelle leggende indiane, ed ebbe in Europa la fortuna di trovare un luminoso e geniale interprete nel professore Max Müller, che lo studiò in parecchie belle pagine degliOxford Essays.[32]È evidente che l'inno vedico ci presenta solamente alcuni frammenti mitici; gli elementi del mito non vi furono tutti raccolti; ecco ora in qual modo esso si è compiuto nelÇatapatha Brâhmana, in parte con nuovi elementi mitici non penetrati nell'inno vedico, ma persistenti nella tradizione orale, in parte per l'industria un po' arbitraria del Commentatore dell'inno vedico, che s'ingegnava di spiegarne i passirimasti oscuri. — Un'apsarâ chiamata Urvaçî amò Purûravas figlio d'Idâ, e, trovandolo, gli disse: «Abbracciami tre volte al giorno, ma non mai contro il mio volere, e ch'io non ti vegga mai senza le tue vesti reali.» Così ella visse a lungo con lui. Allora i suoi primi amici, i Gandharvâs, dissero: «Quella Urvaçî da lungo tempo rimane fra i mortali; facciamola tornare. Dove Urvaçî e Purûravas giacevano, vi era una pecora con due agnelli, ed i Gandharvâs ne rapirono uno.» Urvaçî disse: «Essi mi pigliano il mio caro, come se io vivessi dove non c'è un eroe, e nemmeno un uomo.» I Gandharvâs rapirono anche il secondo, ed essa ne fece ancora rimprovero allo sposo. Allora Purûravas guardò e disse: «Come mai il luogo ove io abito può esser privo d'un eroe o d'un uomo?» E, per non perdere tempo, nel cercare i proprii abiti, si alzò ignudo. Allora i Gandharvâs fecero splendere un raggio, e per quel raggio, come se fosse di giorno, Urvaçî vide suo marito ignudo. Allora essa scomparve: «ritornerò» disse, ed andò via. Allora egli pianse la sua amica perduta, e si recò presso il Kurukshetra. Trovasi colà un lago chiamatoAnyatahplakshapieno di ninfe, e mentre il re passeggiava sopra le sue rive, le ninfe scherzavano nell'acqua in forma d'uccelli (probabilmente cigni). Urvaçî scorse il re, e disse: «Ecco l'uomo, con cui ho abitato per tanto tempo.» Allora le compagne le dissero: «Mostriamoci ad esso.» Essa consentì, e le apsare si manifestarono.[33]Allora il re la riconobbe e disse: «Oh! sposa! resta, crudele; parliamo un poco. I nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non ci porteranno più tardi fortuna.» Essa gli rispose: «A che parlarmi? Io sono arrivata come la prima delle aurore.Purûravas ritorna nella tua dimora. Io sono difficile come il vento ad essere raggiunta.» Egli rispose dolorosamente: «Se è così, il tuo antico amico cada ora per non più ridestarsi; se ne vada egli lontano, lontano; egli cada come corpo morto, gli avidi lupi vengano a divorarlo.» Essa gli rispose: «Purûravas, non morire, non cadere, non ti divorino i lupi....» Ella alfine s'intenerì, e disse: «Vien da me l'ultima notte dell'anno; tu abiterai con me una notte, ed un figlio ti nascerà.» L'ultima notte dell'anno egli si recò alle auree sedi, e quando ei vi fu salito, gli mandarono Urvaçî. Allora essa disse: «I Gandharvâs ti permettono di fare un voto, ch'essi adempieranno; scegli.» Purûravas disse: «Scegli tu per me.» Ed ella: «Allora di' ai Gandharvâs: permettetemi di essere uno di voi.» Il giorno dopo, per tempo, i Gandharvâs gli accordarono un dono; ma quando egli ebbe detto: «Ch'io possa essere uno di voi,» essi risposero: «Il fuoco sacrificale, per grazia del quale l'uomo potrebbe divenir uno di noi, non gli è noto ancora.» Allora essi iniziarono Purûravas ai misteri del sacrificio; quando ei l'ebbe compiuto, divenne uno dei Gandharvâs. — Così la leggenda finisce come avrebbe potuto incominciare; cioè con un tonantePurûravas gandharvas(ossiacamminante nelle profumate acque celesti), naturale amico e sposo di un'apsarâ(ossiadi una scorrente sulle acque del cielo), di una ninfa celeste, la sede della quale ripetiamo essere stata triplice nel cielo, come è triplice la sede delle acque celesti, acque dell'oceano aureo luminoso, dell'aurora, acque dell'oceano nuvoloso, acque dell'oceano tenebroso.


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