Amaro!

I metalli

Voi, ora, sarete curiosi di sapere di dove si leva quest'oro tanto prezioso. Ve lo devo dire? Sicavadi sotto terra. Così è, figliuoli. La terra non ci dà solamente le mèssi e i dolci frutti, ma anche tutto quanto ènecessario a far comoda e ben difesa la vita dell'uomo.

E non crediate che dalla terra si estragga solamente l'oro: oh vi si trovano ben altre cose! Dove metto il ferro? Il ferro non è bello come l'oro, anzi, se si ha da dire schiettamente è piuttosto bruttino, con quel suo colore bigiastro e tetro. Ma che vuol dir ciò? Non è mica l'apparenza quella che decide del valore reale d'una cosa! Anzi l'apparenza, spessissimo, è ingannatrice. Abbiatene un esempio in Paolino, che oggi non è potuto venire a scuola. Il poveretto è debole, malato, spaurito? ha un viso e due occhi che non promettono nulla. Eppure quanta bontà in quell'ottimo cuore! Quanta svegliatezza in quella mente! Chi potrebbe conoscerlo senza volergli bene? Chi vorrebbe preferirgli un fanciullo bello, ma cattivo, sgarbato e bighellone?

Riprendiamo il filo del discorso. Qui nella scuola ci sono punti oggetti di ferro? Guardiamo un po': oh sicuro! Gli arpioni a cui stanno attaccate le carte geografiche, le aste dalle quali pendono le tende, il paletto della porta e il grosso campanello che vi annunzia l'ora della ricreazione, sono di ferro.

Il ferro ci è molto più utile dell'oro; anzi, giacchè ci siamo, vi dirò che l'oro non è utile a nulla e ne potremmo fare a meno benissimo. Ma se venisse a mancarci il ferro! Come si fabbricherebbero gli arnesi necessari all'agricoltura? E senza il ferro e la vanga, come si potrebbe lavorar la terra? Non c'è mestiero, arte o applicazione di qualsiasi ramo della scienza che non si giovi del ferro: dal pesante martello del fabbro alla sottilissima lama con la quale il medico interroga la rete complicata de' nostri nervolini e de' nostri tendini, tutti gli arnesi per mezzo de' quali l'uomo studia e lavora, sono di ferro.

Onoriamo dunque il ferro. E onoriamo anche l'oro, purchè serva a ingentilire il costume, a incoraggiare le industrie, a premiare il lavoro: onoriamolo sopratutto, se nelle mani di chi lo possiede, diventa mezzo o strumento di carità.

Tanto il ferro che l'oro si chiamanometalli: nè sono soli: vi ha l'argento, il rame, il piombo, lo zinco, il mercurio e molti altri.

I luoghi della terra dai quali si estraggono i metalli si chiamanominiere. Ricordiamocene.

Vorrei dirvi ancora molte altre cosette sui metalli; ma mi accorgo che la lezione diventerebbe un po' troppo lunga e m'impedirebbe di raccontarvi la solita novellina. Peraltro, avanti di cominciarla, voglio assicurarmi se avete ben capito quello che vi ho spiegato.

Ditemi di che colore è l'oro e a quali usi serveSe uno di voi potesse disporre di una bella moneta d'oro, come la impiegherebbe?Com'è il ferro? A che serve? nominatemi dodici oggetti di ferro.Come si chiamano i luoghi della terra dai quali si astraggono i metalli?Ditemi il nome di sei metalli.

(Dagli appunti d'una maestra).

Non so in qual modo, ma i miei scolarini erano venuti a sapere che quel giorno era il mio compleanno. Me li vidi arrivare alla scuola col vestito delle feste e con un regalino tra le mani.

Chi mi portava una penna elegante, chi un libriccino da messa, chi un astuccio da lavoro, chi un bel mazzo di fiori freschi. Io fui consolata e attristata da quella vista: consolata perchè qualunque segno di gratitudine o d'affetto che mi venisse da quei buoni figliuoli mi toccava il cuore e mi faceva parer leggiero ogni sacrifizio: attristata, poichè pensavo che i denari occorsi in quelle compre, potevano venir destinati a più nobile uso. A ognimodo, accolsi serenamente quelle care dimostrazioni d'amore.

Chi mi portava una penna elegante, chi un libriccino da messa, chi un astuccio da lavoro, chi un bel mazzo di fiori freschi.

Un bambino solo, il più povero, non mi offrì nulla: ma dal suo contegno imbarazzato e dal suo visettomalinconico argomentai quanto dovesse soffrire. Lo chiamai e quando l'ebbi vicino me lo strinsi ripetutamente fra le braccia, baciandolo. Incoraggiato da quelle carezze, il poverino mi pose tra le mani un involtino e fuggì vergognoso.

Sorpresa e incuriosita, lo aprii senza che nessuno potesse accorgersene. Vi erano.... indovinate!.. Tre pallottoline di zucchero!

Lo richiamai subito da me.

—Lo sapevi che mi piacesse lo zucchero? gli chiesi sorridendo.

—Me lo sono figurato! Mi piace tanto a me!

—E tu, ripresi commossa, l'hai certo chiesto alla mamma e....

—No signora! replicò prontamente, non ho chiesto nulla a nessuno; glie l'ho serbato proprio io, dimio....

—Ma pure....

—La nonna, quando mi dà il caffè e latte, mi mette sempre nella chicchera due o tre pallottoline di zucchero per indolcirlo. Io ho levato lo zucchero....

—E il caffè e latte?... chiesi con la gola serrata.

—L'ho preso amaro!

* * *

Mario, piccolo Mario, dove sei tu? Forse il fumo delle officine avrà annerito il tuo viso d'angelo, forse aquest'ora lavorerai i campi dove biondeggia la messe e si matura, al sole, la vite, forse ti accoglieranno le navi avventurose dove il lavoro è sì duro, la speranza sì fallace....

Ma chiunque tu sii, operaio, agricoltore o uomo di mare, il tuo posto è fra i nobili cuori, per quali l'amore è sacrifizio, l'abnegazione, dovere.

Mario, piccolo Mario, se tu per un momento potessi entrare nella mia stanzetta da studio, vedresti molte carte, molti libri, molti ninnoli; e vedresti anche, custoditi in una piccola campana di vetro, tre pezzetti di zucchero, un nome, una data!

Stamattina una mia cara amica ha voluto regalarmi questo grazioso uccelletto. Guardatelo: è uncanarino. Ha le penne gialle, il becco e le gambettine color di rosa pallido; ha gli occhi neri, vispi, brillanti come due margherite. Ora non canta, perchè non ne ha voglia o forse perchè la vista di luoghi nuovi e di persone sconosciute lo intimidisce. Ma quando si sarà addomesticato con noi, allora sentirete. Altro che trilli e gorgheggi di un cantante! Vi parrà impossibile che da un corpicino così piccolo possa uscire tant'onda di melodia.

Ma già chi di voi non ha in casa qualche uccellino? Aldo ha unfringuello, Giovanni uncardellino, Tommaso unacutrettolae Gigino unusignuolo. Le care bestioline!

Non so se vi è mai occorso di fermarvi in Mercato, dove c'è una bella bottega, piena di uccelletti di tutti i colori, di tutte le forme, di tutti i paesi.

Dalfringuello marino, così grazioso nel suo mantello arancione a macchiette nere, al maestosouccello di paradiso, colle sue belle piume rosee, auree, infocate, ogni classe di questi gentili animali ha laggiù il suo rappresentante.

Ma gli uccelli dalle piume sì splendide non sono dei nostri paesi: essi ci vengono da regioni caldissime, dove il sole scintilla sulle sabbie color d'oro, dove i fiori hanno colori abbaglianti, dimensioni gigantesche, profumi acuti: e quanto più ardente è il clima dal quale ci vengono, questi leggiadri pellegrini, tanto più ricco e vivo è il colore delle loro piume.

Ci avete mai pensato, voi, al volo degli uccelletti, a questa loro mirabile attitudine, per mezzo della quale percorrono, in pochi minuti, tanta immensità di cielo?

Tutti voi conoscete certamente i piccioni, non è vero? E saprete forse che in tempi molto lontani dai nostri, si metteva a profitto la loro rapidità nel volo, per inviare messaggi, lettere, notizie da un paese all'altro. Ebbene: uno di questi messaggeri fa in un solo giorno più cammino di quello che possa farne un uomo in sei giorni.

Che ve ne pare? Quando studierete la storia naturale, imparerete come, oltre le penne, tutta la struttura del corpo dell'uccello, contribuisca a dargli quella grande leggerezza che agevola il suo volo.

Chi di voi non vorrebbe, per un giorno solo, diventare un uccelletto, sol per volare nel luogo o presso la persona che vi è più cara? Quanti bambini volerebbero dalla loro mamma lontana, o al paese dove sono nati e cresciuti e dove riposano in pace le ossa dei loro nonni!

Ma se a noi furono negate le ali, abbiamo però ilpensiero, il volatore instancabile, che non posa un minuto, e per il quale le immensurate distanze che ci dividono dalla stella più lontana, sono appena un punto, un atomo, un'ombra. Il pensiero corre ai cari assenti, ai morti, ai non nati: si sprofonda nelle viscere della terra, e vola al di là delle stelle: interroga il gracile organismo del fiorellino di campo, e s'inalza fino a Dio: e là solamente il gran pellegrino s'acqueta e riposa.

Che dirvi del canto onde queste soavi creature ravvivano e fan lieta la terra? Che diverrebbero senz'esso i nostri paesaggi e le nostre foreste? Quando, nel silenzio della notte, ogni cosa dorme nella natura, e la vita sembra ovunque sospesa, ad un tratto dal fitto del fogliame escono alcune note, le quali ora sono un sospiro, un lamento, un gemito: ora sono canti lieti, vivi, che ogni eco ripete e fa suoi.

E le case dei poveri, e tante misere stanzuccie di fanciulle malate, che diverrebbero se non le allegrasse talvolta il cinguettìo dellerondiniche han fatto il nido lì vicino, o il trillo cadenzato delcanarinoe delpassero?

E questi uccelletti, così agili al volo, così splendidi di piume, così abili nel canto, sono padri previdenti, mamme amorose, mariti esemplari. In loro la bontà è pari alla grazia, all'agilità, alla bellezza. Quale insegnamento per certi bei bambini di mia conoscenza!

Noi sappiamo che gli uccelli si riproducono per mezzo delleuova, le quali,covateda uno dei genitori, si schiudono a un'epoca determinata, per dare adito al nuovo piccino.

Ebbene: quando viene il tempo di deporre le uova, la femmina cambia le sue abitudini. Le piaceva il canto, l'allegro vagabondaggio sui clivi fioriti, il cinguettìo colle compagne? Dal momento che sta per diventar mamma, rinunzia alla libertà e non abbandona più le sue uova, finchè il calore continuo e prolungato del suo corpo non le abbia fatte schiudere.

Bisogna vederle quelle creaturine, nate d'allora! Incapaci di adoperare le zampe, senza penne e cogli occhi ancor chiusi, vengono nutrite nel nido dai loro genitori, finchè, coperte di piume, possono cominciare a far prova delle ali e trovarsi da sè il nutrimento che loro conviene. La madre dirige i primi loro passi e manda, per chiamarli, un grido particolare quando ha trovato del cibo. Se sono aggrediti, li difende valorosamente e fa mostra d'una meravigliosa accortezza.

Quando i piccini sono abbastanza forti per volar via, lasciano la famiglia e vanno a perdersi nel mondo, nel vasto mondo, dove, alla loro volta, diverranno anch'essi mariti e padri.

Io vorrei poter farvi vedere un nido non disegnato sulla carta, ma vero. Avreste di che rimaner sorpresi, ve lo dico io! Fino dal cominciar della primavera, gli uccellini raccolgono i materiali necessari alla fabbricazione della loro casina. Tutti portano il loro filo d'erba o il loro stelo di muschio. E bisogna vedere con qual maravigliosa maestrìa foggiano un cestino, lo nascondono in un cespuglio, lo appendono a un ramo e lo depongono sui cammini, contro i muri e contro i tetti.

E dire che ci sono dei bambini maligni, i quali si divertono a tormentare quei piccoli muratori, falegnami, tessitori, e rapiscono loro il frutto di tante cure, di tante trepidazioni! Io voglio molto bene ai fanciulli e sono indulgentissima per certe loro monellerie: ma quando ne commettono qualcuna, la quale sia indizio di perversità d'animo o di durezza di cuore, sono senza pietà e li punisco. Oh se li punisco!

C'è un bambino, laggiù in fondo, il quale mi chiede per la seconda volta se tutti gli uccelli volano. Eccomi a soddisfarti, amico mio. No, tutti gli uccelli non volano. Potrei, anzi, nominartene alcuni che per la struttura del loro corpo, non possono neanche inalzarsi da terra. Ma invece di sciorinarti una filza di nomi che presto dimenticheresti, mi limito a farti osservare il nostro gallo e la nostra gallina, i quali hanno abitudini terrestri.

Vi dirò anche che vi sono uccelli che vivono nell'acqua o in prossimìtà delle acque: le anatre, le oche, i cigni sono da annoverarsi tra questi.

Quando sarai più grandino, ti parleremo diffusamente di altri uccelli acquatici, fra i quali primeggia laFregata, che ha un'apertura d'ali di circa tre metri. Vivono nei mari dei paesi caldissimi e stanno lontane perfino due o trecento leghe dalla terra. Quando scoppia una burrasca, s'inalzano molto aldisopra della regione degli uragani, e aspettano, in quelle sfere altissime, che l'aria sia nuovamente tranquilla.

Fregata

I naviganti, colpiti dalla leggerezza del loro volo e dalle loro svelte forme, chiamano questi uccelli col nome diFregate, per paragonarli alle più eleganti e veloci delle nostre navi da guerra. Mercè le loro immense ali, possono sostenersi giorni intieri nell'aria, senza riposarsi un solo istante.

Osservate ora quest'altro uccello dal becco lungo, diritto e aguzzo; è unaCicogna; ha quasi un metro e venti centimetri di altezza e grandi ali robuste, le cui piume bianche hanno una specie d'orlatura nera. In generale queste bestie scelgono, per fabbricarsi il nido, luoghi più elevati: e siccome sono di natura molto socievole, così è frequente il caso di vederle stabilite, coi loro nati, sulla cima dei campanili e di altri edifizi.

Cicogna

Dotata di un'indole dolcissima, non è da maravigliarsi se la cicogna si affeziona all'uomo, al quale reca d'altra parte molti servigi, col distruggere parecchianimali nocivi all'agricoltura. E l'uomo la ricompensa dei suoi servigi, accordandole in ogni tempo aiuto e protezione.

Gru

Ecco un altro uccello, alto più d'un metro e mezzo, e dall'aspetto nobile e grazioso. Ha le piume del groppone mollemente ondeggianti e di un bel colore piombo cenere. È unagru. Questi animali, tenuti in grandissimo conto dagli antichi, i quali attribuivano loro virtù speciali, vivono nelle grandi pianure, interrotte da paludi e da frequenti corsid'acqua. C'è chi si nutre della loro carne, ma è dura e tigliosa.

Struzzo

Osservate ora lostruzzo, il voracissimo struzzo, che è l'uccello più grosso che si conosca. È alto più di tre metri e pesa perfino cinquanta chilogrammi. Eppoi dovete pensare che un solo uovo di struzzo equivale a venticinque uova di gallina. Scusate se è poco! Le piume di quest'uccello sono molto accreditate presso le signore, che ne guarniscono cappelli e ventagli.

Lo struzzo, per la sua straordinaria robustezza reca molti servigi all'uomo, il quale se ne serve frequentemente per cavalcatura. Ricordatevi però che siffatti uccelli non sono dei nostri paesi, e che da noi un uomo non vorrebbe certo darsi in ispettacolo, cavalcando uno struzzo! E ora, accanto allo struzzo gigante, siate contenti ch'io v'accenni il piccolissimoColibrì, ossia l'uccellino mosca. Pare impossibile, non è vero, che in un solo genere di animali, vi sieno tante prodigiose varietà di specie? E questa mirabile varietà d'organismi, di forme e di colori, che altro è, se non una splendida conferma dell'infinita sapienza di Dio, che si rivela in ogni opera della creazione?

L'uccello mosca! Ma è egli possibile immaginare, nel suo genere, una creaturina più leggiadra e più di questa perfetta, nella sua prodigiosa piccolezza?

Chi, se non un Divino Artefice, avrebbe potuto cospargere di tante fulgide gemme quei corpicciuoli delicati, che brillano nell'azzurro o si nascondono nel calice d'una rosa? E come se ne tengono della loro bellezza, i gentili animaletti! Si lisciano sempre le piume col becco e cercano di conservarne intatto lo splendore.

Colibrì

Vivaci oltre ogni dire e battaglieri, aggrediscono uccellimolto più grossi di loro, li tormentano, gli inseguono con persistenza, li minacciano negli occhi e riescono quasi sempre a metterli in fuga.

Aquila

Ma eccoci alla regina di tutti gli uccelli, alla terribile e maestosaaquila, i cui occhi, dicesi, sostengono, senza restarne abbagliati, lo splendore del sole. Dotata di una prodigiosa forza muscolare può lottare contro i più fieri uragani e varcare intere catene di monti con un camoscio o una pecora tra gli artigli.

L'aquila costruisce il nido nelle fratture di roccie inaccessibili, sul margine dei precipizi, in tutti quei luoghi, insomma, che l'istinto le suggerisce più acconci alla sicurezza dei suoi piccini.

Voracissima e crudele, essa non ha sdegnato neppure le vittime umane e spesso qualche innocente bambino è divenuto sua preda.

Nell'isola di Sike, in Scozia, una donna aveva lasciato in un campo un fanciulletto. Un'aquila prese il bambino cogli artigli, e attraversando un lago assai esteso, andò a deporlo sopra uno scoglio. Per fortuna, il rapitore fu veduto da alcuni pastori, che giunsero a tempo a salvare il fanciullo e riportarlo sano e salvo.

Ma basti di cose sì tristi. Gli animali obbediscono all'istinto, nè posseggono, come noi, quella guida preziosa che si chiamala ragione.

* * *

Io ho finito la mia lezioncina sugli uccelli, i quali oltre all'allegrarci col loro canto e colla loro bellezza, ci dannouno squisito nutrimento, piume meravigliose, utilità indiscutibili. Provatevi dunque a riandare quanto vi ho detto, e rispondete alle seguenti domande.

Ditemi il nome di dieci volatili.Gli uccelli dalle piume splendide di dove ci vengono?Che cosa potreste dirmi sul volo degli uccelli?Se uno di voi diventasse un uccellino, dove vorrebbe volare?Qual'è il volatore instancabile che non posa mai?Ditemi il nome di qualche uccello cantatore.Che cosa vi pare del canto degli uccelli?Come si riproducono gli uccelli?Che cosa fa la femmina degli uccelli, quando sta per diventar madre?Ditemi qualche cosa sopra i nidi degli uccellini.Tutti gli uccelli volano?Qual'è il nome del volatile domestico che non vola?Guardate il disegno che rappresenta la fregata e descrivetemela.Descrivetemi la cicogna o ditemi qualche cosa delle sue abitudini.Descrivetemi la gru e lo struzzo.Parlatemi dell'uccellino mosca.Descrivetemi l'aquila, dopo aver ben guardato il disegno.

Enrico voleva un gran bene alla sua mamma e avrebbe dato qualunque cosa per non sentirla tossire a quel modo.

—Perchè non ti compri le pasticche? le diceva: Perchè non prendi un po' di latte caldo, la sera, avanti di andare a letto? Perchè non cerchi di assuefarti all'olio di merluzzo? Anche la signora Maestra è guarita con l'olio di merluzzo.—

La mamma sorrideva e lo lasciava dire. Gli è che la povera donna, per la gran miseria, non aveva modo di curarsi, e se dopo aver pensato al pane e alla minestra, le rimaneva qualche centesimo, bisognava che lo serbasse per comprare i quaderni e i libri del bambino. Era tanto istruito quel ragazzo! Leggeva corrente in qualunque libro e perfino nello scritto era sempre il primo lui!

—È una tosse d'infreddatura, rispondeva labuona donna, passerà da sè. Io, intanto, non mi voglio intrugliare colle medicine.—

Enrico non era persuaso di quelle ragioni e cominciò a sospettare il vero. Già un bambino che legge in tutti i libri, sa anche leggere nel cuore della mamma, non vi pare?

Pensa e ripensa, gli venne un'idea, un'idea buona. La mamma gli dava tutte le mattine due centesimi per il companatico della merenda: se li mettesse da parte per sette o otto giorni, non sarebbe in grado di comprargliele lui le medicine? Con tre soldi si può scegliere!

Ecco perchè il nostro amico, dopo qualche giorno di questa risoluzione, uscì di casa tutto contento. Baciò la mamma e quando fu in fondo alla scala, le disse con una certa importanza:—Riguardati!—

Coi suoi tre soldi strinti nella manina destra, entrò nella farmacia più vicina e fattosi avanti con una tal qual dignità, disse allo speziale che era al banco:

—Vorrei una medicina per la mamma, che ha la tosse!

—Ce ne sono tante delle medicine! osservò il farmacista. Che cosa vuoi? polveri del Dower, pasticche di catrame, olio di merluzzo?

—Piglierò l'olio di merluzzo, rispose subito ilbambino, pensando alla guarigione della maestra. Me ne dia una boccetta.

Vorrei una medicina per la mamma, che ha la tosse!

—La vuoi piccola o grande?

—Grande, molto grande!

—Eccotela. Una lira e cinquanta!

Il bambino guardò stupefatto prima il farmacista, poi l'olio di merluzzo, poi un dottore che stava lì accanto al banco leggendo il giornale; e aprendo timidamente la manina balbettò:

—Ci ho tre soldi, interi!

Tanto il dottore che lo speziale, dettero in uno scoppio di risa e quest'ultimo fece l'atto di ripigliar la boccetta. Ma Enrico, piangendo a calde lacrime:

—Mi faccia il piacere di lasciarmela, supplicò, gliela pagherò a un po' per giorno, coi centesimi della merenda. Se sapesse quanto tosse la povera mamma! Sono un bambino per bene!—

Il farmacista gli pose tra le mani la boccetta e gli fece segna di andarsene, cosa che il ragazzo non si fece ripeter due volte: poi il degno uomo si chinò sotto il banco a raccattar della roba che non c'era. E il dottore? Oh il dottore aveva il viso interamente nascosto da quel suo gran giornalone.

Quei due uomini erano due babbi.

Guardate, bambini, questo bel grappolo d'uva! Io lo serbo, non già a chi sarà più buono, poichè la bontà trova in sè stessa il proprio premio, maa chi sarà più attento a questa lezioncina. E lo stare attenti non è difficile, specialmente quando in una lezione entrano in ballo delle cose così buone.

—Prima di tutto ditemi di che colore è quest'uva?

—Codest'uva è bianca.

—È vero. Ma tutta l'uva non è bianca. Ce n'è della nera, della rossiccia, della verdastra. E col colore diverso prende anche un nome diverso: Così c'è l'uva salamanna, l'uva moscatella, l'uva malaga, ecc. Se io vi domandassi come si chiama la pianta che da l'uva, che cosa mi rispondereste?

—Si chiama la vite.

—Ma bravi! La vite, dunque, ci dà l'uva. E l'uva, ditemi, ci serve solamente per frutta?

—No, signora. L'uva ci dà anche il vino.

—Mi accorgo di aver che fare con dei bambini che la sanno lunga, forse più lunga di me, e proseguirò senza fare altre interrogazioni.

Quest'uva dolce, saporita, che mangiamo tanto volentieri col pane, non è un fruttounicocome sarebbe una pera o una pesca. È composta di una certa quantità dichicchiriuniti sul prolungamento d'uno stelo della pianta, e forma il così dettograppolo.

Ogni chicco d'uva è ricoperto da una pellolina sottile che impedisce al sugo di sgocciolar fuori. Esso contiene deifiocinio semi che, nascosti nelterreno, riprodurrebbero la pianta che ci da l'uva e che si chiamavite.

Ma la vite non si riproduce col mezzo della sementa. Le ci vorrebbe troppo tempo prima di dar dei frutti. Ecco come si fa: si stende sul terreno un ramo di vite, senza staccarlo dal tronco oceppo, e si lascia l'estremità di questo ramo esposto all'aria e alla luce. Ben presto sulla parte del ramo nascosto nel terreno germogliano alcune radici e formano un nuovoceppo di vite.

La vite è una specie d'arbusto tortuoso, la cui scorza è ruvida e filamentosa: i suoi rami, lunghi e flessibili, ove fossero abbandonati a sè stessi, serpeggerebbero sul terreno: ma l'agricoltore li assicura lungo i muri o li raccomanda agli alberi, in modo che la vite possa allacciarsi ai loro rami e formarvi graziose ghirlande di pàmpani e di grappoli. La vite, lasciata crescere, forma le così dette pergole o pergolati, la cui ombra ci difende, nei giardini, dalle carezze troppo vive del sole.

Quasi sempre la vite è coltivata su terreni speciali, i quali prendono il nome divigneovigneti: e il ceppo è sostenuto da unpalo.

In autunno l'uva è matura: allora si procede allavendemmia, cioè alla raccolta dell'uva.

L'uva è versata in capacitini, dove vienepigiata, affinchè possa versare il sugo, il quale scolada una piccola apertura, praticata in fondo al tino. Allora viene travasato in altri grandi tini, dovesi riscalda da sè fino a bollire. E questa ebollizione naturale si chiamafermento.

Un grappolo d'uva

Fermentando, il sugo della vite cambia sapore e qualità. Era dolce: il fermento ha cambiato la sua dolcezza in forza, il suo zucchero inalcool. Eccolo diventatovino, quel vino che bevuto moderatamente, è la vigoria dei giovani, il balsamo dei vecchi, la salute di tutti; ma che, preso al di là del bisogno,ubriacae fa perder la ragione.

Bisogna dunque, saviamenteusaredei doni di Dio: maabusarne, mai!

* * *

E ora io mi trovo in un bell'imbroglio. Ho promesso il grappolo d'uva al bambino più attento. E tutti siete stati attenti. Dividere il grappolo in trenta parti non è possibile. Ne toccherebbe appena un chicco per uno. Dunque? Ma perchè Gino si alza? Vuol farmi una proposta? La faccia!

—Signora, c'è di là la povera custode della scuola, che ha la bambina malata. Vogliamo mandarglielo a lei?...

(Ricordi di un bambino).

La signora Leonarda con quel suo fare sostenuto mi faceva rabbia e io non la potevo soffrire. Tutti i miei compagni avevano una maestra giovane,bella, vestita bene, che sorrideva spesso, che regalava loro delle stampe o del soldatini. E a me, invece, la vecchia signora non usava che sgarbi e modi arcigni. È vero che a quei tempi ero un vero monello, senz'altra voglia addosso che quella di giocare a nocìno o di fare alla palla coi quaderni. Ma nonostante avrei preso di essere trattato meglio. Erano sempre gastighi, minaccie e scappellotti. Una volta sola, l'unica! che nel fare il chiasso m'ero quasi levato un occhio, la vidi agitata, piangente, starei per dire carezzevole. Mi prese sulle ginocchia brontolando e mi fasciò l'occhio sciupato. Io, intanto, da quello buono, vidi benissimo che le tremavano forte le mani.

Saranno state idee, ma quel tremolìo mi fece impressione, tanta impressione, che d'allora in poi mi messi in testa d'esser buono. Cominciai a tener di conto dei quaderni, a stare attento alle lezioni e infatti nella primadettaturafeci quindici sbagli solamente.

La signora Leonarda mi prese subito a ben volere, e una volta che venne nella scuola un signore tutto vestito di nero, mi fece alzare e gli disse delle parole in un orecchio. Il signore mi accarezzò e mi dette un bacio. Che cosa gli avrà mai detto?

Intanto la signora Leonarda si ammalò, chi dicevadi stenti, chi di vecchiaia. La mamma, un lunedì mi mandò a riprender la seggiolina per mettermi in un'altra scuola. Ci andai tutto allegro, perchè l'idea di mutare mi ha dato sempre un gran gusto.

Entrai nella scuola, dove avevo fatto tante birichinate, dov'ero stato sgridato, gastigato tante volte. Era vuota. Il sole entrava allegramente dal finestrone spalancato e tracciava larghe striscie d'oro sull'ammattonato rosso. Io presi la mia seggiolina e mi avviai all'uscio. A un tratto sentii come un gemito nella stanza accanto: era la voce della signora Leonarda che chiedeva da bere.

—O che l'hanno lasciata sola? dissi fra me. E senza stare a pensarci sopra, entrai in camera.

Era sola, infatti, la povera vecchia maestra. Mi avvicinai al suo letto in punta di piedi, e agguantato il bicchiere sul comodino, glie lo porsi.

Bevve avidamente fino all'ultimo sorso e ricadde sul guanciale senza riconoscermi.

In quel mentre entrò la donna che la custodiva. Io, non avendo più nulla che fare, uscii. Quando fui per la strada, colla mia seggiolina in braccio, mi parve che il cielo si fosse rannuvolato. Ma era sereno. Gli è ch'io lo guardavo a traverso le lacrime.

Lo vedete questo ramoscello adorno di foglie biancastre e carico di piccoli frutti ovali, d'un verde cupo? È un ramoscello d'olivo.

Proviamoci ad assaggiare una di queste olive. Dio, come sono amare! Non hanno certo il sapore di quelle belle olive che si mangiano col pane. Gli è che le prime sononaturalie le seconde sono state conservate insalamoiacioè nell'acqua salata, la quale ha tolto loro quel sapore amaro che le olive prendono maturando.

L'ulivo, chiamato dai nostri padri ilre degli alberi, è una grande risorsa pei paesi del mezzogiorno. Dove il clima è rigido e freddo, l'olivo non attecchisce, e per renderlo fecondo sarebbe necessario ripararlo dalle inclemenze della stagione. L'olivo si riproduce in più modi, ma il più semplice è quello di seminar sul terreno dei noccioli d'oliva. E quanto tempo deve scorrere prima che quel nocciolo nascosto sotto terra ci dia le anfore di olio finissimo o anche le olive da mettersi sotto sale! È anche da osservare che essendo il legno del nocciolo estremamente duro, bisogna, prima di riporlo nella terra, schiacciarlo; e aver molta cura di non offendere la mandorletta o germe, ilquale, trovandosi a contatto immediato col terreno, avrà uno sviluppo più facile e più pronto. Gli olivi seminati così, cominciano a venir fuori dopo due anni.

La raccolta delle olive si fa ordinariamente in novembre e dicembre: se l'albero non è alto, si colgono le olive con la mano: ma se i suoi rami sono molto elevati, siabbacchiacome si pratica con le noci e i castagni.

Tutto il lavoro non è però finito con la raccolta. Le ulive vengono schiacciate nelfrantoioe il primo olio che da esse è spremuto si chiamaolio vergine. Dalla pasta di quelle ulive medesime si ottiene quindi l'olio comune e, gradatamente, quello di qualità inferiore.

L'olio si conserva nei barili o in grandi vasi di terra verniciata, dettidamigiane. Gli ulivi hanno un anno di abbondanza su tre o quattro di sterilità, e perciò, tirando la media delle buone e cattive raccolte, si è potuto stabilire che un olivo produca quattro o cinque chilogrammi d'olio l'anno.

E questo ramo di agricoltura esige, oltre al lavoro e alla vigilanza, grandi tesori di pazienza e di tempo, poichè un olivo non è produttivo che verso i sei o sett'anni.

L'olivo è stato, fino dai tempi più remoti, il simbolo di sentimenti nobili e virtuosi. I Greciantichi pretendevano di averlo avuto da Minerva, dea della saviezza, e non ne permettevano la coltivazione che a persone onorevoli e della più specchiata probità.

Ricordate, nella storia di Noè, il ramoscello d'olivo portato dalla colomba?

E anche ai nostri giorni, non veneriamo forse l'olivo come un simbolo di pace e d'abbondanza?

Come sono le foglie e i frutti dell'olivo?Dove cresce l'olivo?Come si semina?Come si raccolgono le olive?Come si estrae l'olio dalle olive?Quali pensieri ha ispirato l'olivo ai nostri padri?

C'era una volta una bella bambina che si chiamava Livia: questa Livia stava un giorno alla finestra, aspettando una comitiva di bambine, che dovevano venir da lei a fare i balocchi. C'erano state anche la domenica avanti e s'erano tutte divertite a correr nel giardino, a ballare sul prato, a fare alle signore nei boschetti. Tutto questo perònon era nulla in confronto di quello che avevano fissato di fare la domenica dopo.

La domenica era venuta, ma le amiche si facevano desiderare. Come mai? Gli è che la prima volta era stato bel tempo: il sole splendeva in un cielo senza nuvole e un leggiero ventolino ne temperava l'ardore: quel giorno, invece, il cielo era bigio e l'acqua veniva giù a catinelle.

Oh benedetto sole! Perchè rimpiattarsi, quando vi sono tante bambine che ti invocano?

È vero, peraltro, che il sole brilla sempre, senza spengersi mai. Ma di quando in quando ce lo nascondono a noi quei grossi nuvoloni e vapori, che si sciolgono in acqua.

E allora non bisogna più fare i balocchi nel giardino: la terra è fradicia, fangosa, piena di pozzanghere: ci sarebbe il caso di prendere un reuma o un'infreddatura, e queste cose non piacciono molto alle bambine di giudizio.

Quando piove, bisogna rassegnarsi a fare il chiasso in una stanza: non c'è tanto posto quanto in un giardino, ma quando ci troviamo in buona compagnia, non è poi un gran male a stare un po' più vicini gli uni agli altri, non vi pare?

Eppure le amiche della Livia davano a credere di amare più il giardino che non la padroncina, la quale aveva un bell'allungare il collo fuori dellafinestra. Le bambine non si vedevano. Che le loro mamme non volessero farle uscire a quel tempaccio? Poteva anche darsi e in questo caso non c'era da ripigliarsela con nessuno.

Livia, tanto per ingannare il tempo, prese un libro e si provò a leggere. Ma quando non si ha la testa lì, impossibile di capire una sola parola: ella vide soltanto che in quella pagina l'argomento si aggirava sugli ombrelli da acqua.

La bambina posò il libro e si mise a guardar quelli che passavano dalla strada. Ce ne erano di tutti i colori e di tutte le forme.

La Livia ne aveva uno bellino, di seta scura, che poteva servire da sole e da acqua; ciò che i francesi chiamano unen-tous-cas(in ogni caso). Sapeva che l'ombrello è una specie di tenda di seta o di cotone, arrotondata in fondo, sostenuta in alto da unmanicoche si tiene in mano, e raccomandata a questo manico da otto o novesteccheche la sostengono.

Dicendo che questa tenda è arrotondata, intendo per la forma generale, poichè essendo la stoffa ben tirata sopra ogni stecca, ne viene che il limite estremo dell'ombrello forma come un festone con tante punte, quante sono le stecche. E siccome queste stecche, le quali possono esser di balena,di ferro e anche di legno, hanno una certa flessibilità, così l'ombrello, quand'è aperto, forma una specie di cupola.

La Livia aveva notato soprattutto le due molle fissate lungo il manico, e per mezzo delle quali l'ombrello si apre e si chiude: anzi le era spesso accaduto, aprendo con poca attenzione l'ombrello della mamma, di farsi male ai diti.

Quello che la nostra bambina non aveva mai osservato, si era la curiosa processione d'ombrelli che sfilava sotto la sua finestra.

Quella vista valse a farle passar la noia e a disporla all'indulgenza verso le piccole infedeli.

Pioveva sempre. Passò un giovinetto coll'ombrello chiuso e un libro aperto tra le mani: questo giovinetto aveva una fisonomia lieta, piacevole, tutta assorta nella lettura.

—Oh l'imprudente! pensò la Livia: te ne avvedrai di quel che succede quando si cammina senza badare dove si mettono i piedi!

Infatti, dopo pochi passi, una grondaia in rovina amministrò al povero scolaro un battesimo sì abbondante, che gli fu giocoforza pensare alla pioggia.

Dopo, passò una signora vestita elegantemente ma con l'ombrello spuntato e poco decente.

—Oh signora! pensò di nuovo la Lidia, codesto ombrello non corrisponde ai suoi nastri svolazzanti:prima bisogna pensare alle cose necessarie, poi a quelle superflue: e perchè lo tiene spuntato? Non ci ha aghi e refe a casa sua?

Un uomo sulla sessantina svoltò la cantonata ed entrò nella strada; aveva l'ombrello aperto, ma lo teneva appoggiato sulla spalla, con un certo fare incurante, che l'acqua gli schizzava tutta sul viso. Quel viso era dolce ma grave e pensoso: doveva essere qualche scienziato.

—Povero dotto, pensò ancora la Livia, perchè imiti quel filosofo dell'antichità, il quale per istudiare il cielo, non vide la buca, entro la quale poco mancò non si fiaccasse il collo?

Finalmente la Lidia, scorse una bambinuccia di otto o nove anni, che camminava, interamente nascosta da un immenso ombrello d'incerato. Era un ombrello scolorito, vecchio, goffo, ridicolo, un di quegli ombrelloni che si vedono talvolta a qualche vecchio e buon prete campagnuolo.

La Livia, a quella vista, si ebbe a sbellicar dalle risa. Era tanto grande, tanto grande, che pareva camminar solo, con l'aiuto di due piedini mal calzati, di cui la nostra curiosetta non poteva scorger che le punte.

Là vicino ci erano gli asili infantili. L'ombrellone entrò nella scuola e subito dopo ne uscì proteggendo una vera nidiata di creaturine piccine,che la sorella maggiore era andata a prendere. Quell'ombrellone rassomigliava a una grossa chioccia, che si sforzasse di proteggere dalla pioggia la sua covata di pulcini.

E la Lidia non rise più. L'ombrellone d'incerato diventava bello, aveva diritto a tutta la sua stima. E quando la bambina udì gli scoppi di risa che uscivano da quell'enorme tendone, non potè stare alle mosse e gli buttò un bacio.

Dopo, richiuse la finestra; e quando il sole tornò a brillare sui tegoli lucenti dei tetti e fra le screpolature del vecchio campanile, una fragorosa scampanellata annunziò a Lidia i suoi ospiti.

(Imitato dalla signora Pape-Carpentier).

Questo nome vi metterà forse di cattivo umore, perchè vi darà a supporre ch'io abbia intenzione di venirvi fuori con qualcuna di quelle parolone noiose che fanno spesso pigliare in uggia ai ragazzi la scuola, i libri e qualche volta anche la maestra. Ma mettete l'animo in pace. Io, quando sono in mezzo a voi, non so pensare che a delle cose carine e divertenti.

Questa parolainsettinon vi deve quindi spaventare. Ditemi, vi piacciono le farfalle, quelle belle farfalle bianche, rosse, azzurre, dorate, che svolazzano sui fiori e ne succiano il miele? Vi siete mai divertiti a correr loro dietro? Ne avete mai acchiappate? Avete mai posto mente alle loro belle ali variopinte, al loro corpicino esile e delicato? Quelle farfalle sonoinsetti, ossia appartengono a un genere di animaletti chiamatiinsetti.


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