Insetti
Gl'insetti sono molti: rifacciamoci dal nominare i più comuni, i più conosciuti: le mosche, le formiche, le vespe, le zanzare, le pulci, ecc.
Quasi tutti questi animalini sono provvisti di sei zampette articolate e portano sul capo due antenne, che essi piegano e muovono a piacere. Ma vi voglio dare intorno ad essi delle notizie curiose che non possono fare a meno di divertirvi. Quando guardate qualche bella farfalla o qualche moscone, dall'ali scintillanti, dal volo rapidissimo, crederete certo che quella e questo sieno venuti al mondo a quel modo, cioè colle ali, colle antenne, e le zampettine, non è vero? Ebbene, qui sta l'errore.
Gl'insetti si riproducono per mezzo delle uova, e da queste si sviluppa da principio un bacherozzolo press'a poco eguale a quelli che troviamo pei campi o dentro ai frutti andati a male. Questi vermiciattoli che gli uomini dotti chiamonolarve, si mostrano vivaci e voracissimi: crescono rapidamente, mutano la pelle parecchie volte, finchè non sono sufficientemente sviluppati. Dopo essere stato larva per un dato tempo, l'insetto fa un altro mutamento; smette di mangiare, di muoversi e muta forma. Allora intorno al suo corpicino si va formando una specie di scorza o involucro, dove egli riposa come dentro una scatola; e spesso, oltre a questo involucro, c'è un guscio particolare che l'insetto fabbrica da sè. E l'insetto viene allora battezzato dai dotti con un altro nome: cioècrisalide. E quando lacrisalideè diventata un insetto perfetto, allora fende il guscio e esce all'aperto a prendersi la sua parte d'aria e di sole.
Da ciò vedete che prima di divenir farfalla, mosca, o, in una parola,insetto perfetto, il nostro animalino dev'esseruovo,larvaecrisalide. Spero che non dimenticherete queste piccole notizie, le quali vi gioveranno non poco, quando intraprenderete degli studi più importanti.
Dianzi parlandovi delle vespe, vi ho taciuto il nome di una specie di vespa, dalla quale l'uomo ritrae grandi vantaggi: intendo parlare dell'ape. Ne avete mai vedute?
Quando questi animalini si sono riuniti in un dato numero, ossia hanno formato unosciame, scelgono, per stabilirvi la loro dimora, un luogo oscuro, caldo e asciutto, o nella cavità d'un albero o in una spaccatura di roccia. Trovato il luogo adattato, che noi chiamiamoalveare, le api si mettono subito al lavoro: cominciano a ripulirlo da ogni immondizia e quindi, con una materia che esse stesse fabbricano, turano ogni buco, ogni apertura, lasciandone una sola per l'entrata e per l'uscita. Nell'interno della loro casina o alveare, costruiscono quindi un numero determinato di cellette a sei angoli, ossiaesagone, dove ripongono il miele e la cera che esse succhiano dai fiori.
Voi tutti conoscete la cera, la quale serve a tante applicazioni di medicina, di arti e mestieri, e illumina sì splendidamente le nostre chiese e le nostre sale: avrete anche assaggiato il miele, il dolcissimo miele: ma forse non avete saputo fin qui il nome dell'industre animaletto che ci procura questi tesori, ed è tenuto meritamente come simbolo d'operosità e di previdenza.
Nè, parlando degl'insetti, sarebbe bene tacervi il nome delfilugelloo baco da seta, la sola farfalla veramente utile all'uomo, il quale ritrae da essa lo splendido filo di seta che, tessuto, si trasforma in quelle ammirabili stoffe che si chiamanovelluto,raso,faille,moarè, ecc.
Questa farfalla è originaria di un paese molto lontano da noi, che si trova nell'Asia e si chiamaCinaoChina, ma ora è diffusa in tutta l'Europa. L'allevamento de' bachi da seta è sempre stato ed è tuttavia sorgente di molti guadagni in chi lo intraprende: esige però molte cure e molta pazienza.
Che ve ne pare, figliuoli, di questa lezioncina? L'avete trovata troppo lunga, troppo noiosa, troppo difficile? E vi sentireste in grado di risponder per benino alle seguenti domande?
Ditemi il nome di sei insetti, tra quelli che vi sono più famigliari.Come si riproducono gl'insetti? Da quanti stati passano prima di diventare tali quali li vedete?Ditemi, qualche cosa sull'ape: a quale altro insetto somiglia? Che nome prende una riunione d'api? Come si chiama il luogo dove le api fissano la loro dimora? Che ci danno le api?Che cosa ci dà il filugello? Di dove ci viene?
(Racconto d'una sorella).
Me ne ricordo: glie lo aveva ricamato la mamma nelle lunghe sere d'inverno, quando il babbo era in convalescenza di quella lunga, disperata bronchite. Il pover'uomo, tutto rinvoltato nel suo mantello bigio, leggeva lentamente, spiegandocele, alcune delle più divertenti favolette del Clasio, e io colla mia storia sacra sotto gli occhi, un po' mi commovevo sui casi pietosi delle pecorine, un po' riflettevo all'ingordigia di quel bighellone d'Esaù, che per un piatto di lenti aveva venduto il diritto di primogenitura.
Lui, il biondino, al quale era destinato il vestito bianco, se ne stava seduto comodamente sul seggiolotto e si divertiva a far fare il mulinello a un grosso bottone, infilato in una gugliata di refe. Gira, gira e gira, il bottone finiva sempre collo schizzargli nel naso e allora erano pianti, guai, disperazioni.
Il babbo, indispettito buttava in un canto il Clasio, la mamma pigliava in collo il bambino, e io profittava sempre di quella confusione, per chiuder la storia sacra e riponerla nel cantuccio più buio del salotto.
* * *
Lo rinnovò per ilCorpus-Domini, per il Corpus-Domini di prima, quando le strade erano seminate di lauro, le finestre inondate dal sole di maggio e le campane di Santa Croce annunziavano la festa del Signore. Lo vedo sempre, esile, grazioso, elegante, coi piedini irrequieti, calzati da due microscopiche scarpette di pelle lustra, col cappellino di paglia di Firenze, dalla tesa rialzata, dai bianchi nastri svolazzanti.
E la mamma! Come se ne teneva di quella creaturina! Quando qualcuno si soffermava a guardarla, la povera donna diventava rossa come una viola e sorrideva. Avrebbe sorriso a tutti, anche a un malfattore.
* * *
Sono passati tanti, tanti anni! Il babbo non legge più il Clasio e il posto di Guido è vuoto. Per un tacito accordo, il suo nome non è mai pronunziato.
Spesso la mamma interrompe il suo eterno lavoro a maglia e dice:
—Dovresti divagarti, Gemma... andare al teatro...
—Il mio posto è accanto a te, rispondo e li.—Parliamo pochissimo, ma c'intendiamo sempre.
Una sera, la pigionale del secondo piano venne a raccontarci il fatto d'un giovinetto discolo che sedotto da perfidi amici, aveva lasciato la casa paterna e, come Guido, se n'era fuggito lontano lontano, al di là dei monti.
La mamma faceva sforzi inauditi per non piangere e ci riuscì. Ma quando la pigionale ci ebbe lasciate, si alzò e andò in camera. Io le corsi dietro. Sapevo pur troppo quel che andava a fare. Aprì l'armadio e da un involto che sapeva di tanfo, tirò fuori un vestitino bianco, ingiallito dal tempo. Io nascosi il viso tra le mani e la mamma balbettò, piangendo dirottamente:
—Oh Guido, Guidino, perchè non sei morto?
* * *
Prima di andare a letto, pregai. Pregai per tutti i figliuoli buoni che sono, come voi, la gioia delle loro famiglie. Poi ripensai a Guido piccino, al suo vestitino bianco, immacolato, e pregai il Signore anche per lui.
La Gemma aveva messo da parte nientemeno che settantacinque centesimi; e con settantacinque centesimi si possono fare dimolte cose: si può comprare una bambola quasi vestita, un anellino quasi d'oro, un vezzo di perle quasi buone, o se no, un mezzo chilogrammo di biscottini.
Ma la Gemma aveva un'altra idea: voleva fare un regalo alla mamma e non sapeva proprio dove battersi il capo. Pensa e ripensa, si decise di confidarsi con la sua maestra. E questo è il partito più savio al quale possa appigliarsi una bambina imbarazzata.
La Gemma avrebbe voluto comprar tutto Firenze, e se tutto Firenze non c'entrava, si sarebbe contentata di una bella pelliccia di martora, col manicotto eguale. Ma la signora maestra che era una signorina di giudizio, fece osservare alla fanciulla, che con settantacinque centesimi non si compra neanche la fodera del manicotto.
—O allora?—fece la Gemma sgomenta.—Capirà, signorina, che io non posso regalare alla mamma una trombettina o una palla di gomma elastica!
—È vero anche codesto, rispose la maestra sopra pensiero. Poi, a un tratto, come colpita da un'idea improvvisa:
—Perchè, ora che sai far la maglia discretamente, non le regali un paio di calze, fatte con le tue mani?
—Un paio di calze! ripetè la Gemma, allungando, il labbro di sotto con un visibile segno di disgusto.—Non le pare un regalo troppo...troppo rozzo?
—No, rispose con serietà la maestra, no, fanciulla mia: quando un regalo, per modesto che sia, è offerto col cuore, non c'è rozzezza che tenga. Eppoi s'io fossi una mamma, preferirei che la mia figliuola, prima di applicarsi a dei gingilli eleganti ma inutili, si addestrasse nei lavori necessari.
—Facciamo dunque le calze! disse la Gemma, che poi in fondo era una bambina assai docile. Crede però che i soldi sieno sufficienti?
—Mi pare. Cinque once di cotone a quindici centesimi l'oncia, fanno per l'appunto settantacinque centesimi.
La Gemma battè le mani della contentezza e fece subito comprare il cotone.
La maestra le avviò la prima calza, le scrisse sopra un pezzetto di foglio le regole da osservarsi, e così la Gemma potè, a tempo avanzato, finire il suo lavorino.
Non è a dire se la mamma lo gradisse. Alcuni parenti le regalarono, per la sua festa, molte belle cose, fra le quali una pelliccia di martora col manicotto eguale. Ma nessun dono fu più caro alla mamma di quello al quale aveva lavorato la diletta sua figliuolina.
* * *
Ditemi un po', fanciulle: se io vi ricopiassi, qui sul libro, le regole date alla Gemma dalla maestra, non farei una cosa santa?
Io vedo già parecchie bambine che vanno dal merciaio a comprare... Basta! Non voglio essere indiscreta. So però di certo che questo raccontino vedrà fare molte paia di calze.
Ecco le regole:
«Prendendo del cotone inglese del numero 10, sarà necessario avviar la calza di 152 maglie.
«Si faranno 30 giri a 2 maglie diritte e a 2 maglie rovescie, alternativamente, per formare sul principio della calza una specie di elastico, che abbracci la gamba al disopra del ginocchio, onde illembo superiore della calza non s'arrovesci, nè s'incartocci. Poi si fanno le maglie tutte diritte, meno la riga deirovescini(costura della calza) per formare la quale bisogna fare una maglia rovescia ogni due giri, ma sempre sulla stessa riga.
«Fatti 60 rovescini, avremo circa 20 centimetri di calza, pezzo che cuopre il ginocchio e arriva al polpaccio della gamba: s'incomincia poi a stringere, calando 2 maglie, una per parte della costura, avvertendo di fare una maglia fra lo stretto e il rovescino; poi si fanno 5 rovescini e si stringe di nuovo, e così per 5 volte, di modo che dopo 25 rovescini, si avranno di meno 12 maglie comprese le prime 2, strette dopo i 60 rovescini; indi si stringe per otto volte ogni 4 rovescini, e faranno 28 maglie di meno: poi ogni 3 rovescini per 6 volte, ed avremo 40 maglie di meno: e per ultimo ogni 4 rovescini per 5 volte, e in tutto saranno 50 maglie di meno, il terzo cioè delle maglie dell'avviatura della calza, per cui rimarranno 102 maglie.
«Ora si ha coperto il polpaccio della gamba e si è al collo del piede, pel quale si fanno 30 rovescini prima di dividere le maglie per fare la staffa.
«Qui per tenere una regola approssimativa, che puòservire di norma anche per le calze di filo più grosso (per esempio di lana), o di filo più fino, per le quali occorrerebbe un minore, o maggior numero di maglie, faccio la somma dei diversi rovescini fatti lungo la calza.
«Dunque il numero dei rovescini lungo la calza è un terzo più del numero delle maglie dell'avviatura, ed il numero totale degli stretti (vedi sopra) è il terzo delle maglie dell'avviatura.
«Le 102 maglie rimaste si dividono nel seguente modo: 47, cioè 23 per parte della costura su due ferri per la staffa posteriore, e le altre 55 maglie si lasciano sugli altri due ferri per la staffa anteriore. La costura deve continuare sino alla fine del pedule.
«S'incomincia dalla staffa posteriore che, dovendosi eseguire con soli due ferri, si dovrà lavorare un ferro a diritto, e un ferro a rovescio, onde conservare il diritto e il rovescio della calza. Notisi però, che al principio ed alla fine dei ferri lavorati a rovescio, bisognerà fare 2 maglie diritte le quali formeranno altre due righe di rovescini per ornamento alla staffa. Di questi rovescini se ne faranno 23, poichè tante sono le maglie ai lati della costura, altrettanti dovranno essere i rovescini.
«Ora le 47 maglie bisognerà dividerle per fare il calcagno del pedule. Si dovranno tenere nel mezzo 27 maglie, cioè 13 per parte della costura e rimarranno 10 maglie per ciascun lato, le quali verranno strette una per volta coll'ultima maglia alla fine di ciascun ferro del calcagno, che si farà lavorando le 27 maglie.
«Fatti 10 rovescini, o venti ferri, chè tanti ne occorrono onde stringere le 10 maglie ai lati, si prenderanno sui ferri, come altrettante maglie, i 23 rovescini che si sono fatti ai lati della staffa, e con questi avremo in seguito i gheroncini, che dividono la staffa di dietro da quella davanti. Anzi siccomei gheroncini facilmente scarseggiano, così sarà bene nel prendere i 23 rovescini, crescere una maglia ogni 7 e ridurle a 26. Ora dobbiamo ancora riunire i quattro ferri della calza e lavorarla in tondo.
«Avremo dunque le maglie 55 lasciate per la staffa davanti, le 26 prese da un lato della staffa di dietro, le 27 del calcagno, le altre 26 della staffa posteriore, in tutto 134.
«Ora devesi osservare che le 26 maglie sono la base dei gheroncini, i quali si formano restringendo un punto ogni due giri di calza a ciascun lato della staffa davanti, che si va formando col progredir del lavoro. Avvertasi anche che per dare una bella forma al pedule, allorchè si saranno calati 15 punti da ciascun lato ai gheroncini, invece di stringere ogni 2 giri, si potrà stringere ogni 3 e così finchè si sono strette 25 maglie per completare i gheroncini, lasciando per il cappelletto 84 maglie che si lavorano senza interruzione sempre in tondo, e sempre conservando la riga dei rovescini sino alla punta della calza, per arrivare alla quale si faranno 36 rovescini, più o meno, secondo la lunghezza del piede.
«Per fare la punta della calza, ognuna ha un uso proprio, ma per finire la mia, ne darò uno, che parmi assai semplice.
«Dopo la riga dei rovescini, che qui cessa, si fa una maglia, poi si stringe una prima maglia, se ne fa un'altra, poi si stringe una seconda maglia; indi se ne fa un altra e si stringe una terza maglia. Abbiamo strette tre maglie, facendone sempre una fra uno stretto e l'altro. Si compie il giro, e giunti agli stretti si passa avanti sorpassandoli d'una maglia, indi si stringe per 3 volte, facendo sempre una maglia fra uno stretto e l'altro, come al giro antecedente, e così di seguito, fino a che si hanno 9 maglie sui ferri che si stringono tutte in una volta.[1]»
[1]Per questi particolari mi sono valsa del preziosoManualetto di lavori femminilidella signoraEmilia Thomas Fusi.
[1]
Per questi particolari mi sono valsa del preziosoManualetto di lavori femminilidella signoraEmilia Thomas Fusi.
La Sofia e la Matilde non poterono, per quel giorno, andar nel giardino a saltar sulla fune. Pioveva; e quando piove, il partito più savio per una bambina è quello di starsene in casa a fare i balocchi.
La mamma aveva messo a disposizione delle due sorelline un bel pezzo di tela, una matassa di cotone, dei ferri di calza, un uncinetto, del nastro bianco, del cordoncino, alcune striscie di stoffa e l'occorrente per cucire.
Pensarono di fare un po' di corredino alla bambola, alla bambola nuova, che doveva patire un gran freddo nella sua vesticciuola di tarlantana rossa, a picchiolini d'oro.
—Ci rifaremo dalla camicia, disse la Sofia. Mentre tu taglierai igheronie gli attaccherai alcorpo, io taglierò lospronee lemaniche.
—Dobbiamo guarnirgliela? chiese la Matilde.
—Sicuro. Adopreremo questobigherinovecchio che la mamma staccò ieri dalla suasottovita.
—Guarda se in questo pezzetto dipeloncinosi potesse ricavare un paio di mutande, Sofia!
—Eccome! Eccotele bell'e tagliate. Anzi, siccome mi paiono un po' lunghette, bisognerà far qualchetessiturasull'orlo.
—Brava. Ora stanno dipinte. E ora? Sarà necessario farle lafascetta?
—No davvero. Sai bene che la mamma non approva l'uso delbusto. Lestecchee lemollesaranno forse buone per chi ha dei chilogrammi di carne da buttar via, ma con unpersonalinosvelto qual'è quello della bambola, mi pare un di più. Facciamole piuttosto la camiciuola.
—Hai ragione. La camiciuola di lana, e dovrebb'esser sempre di lana, mantiene sul petto un calore temperato, eguale, e preserva chi la porta, dalle infreddature e dai reumi.
—Sentitela la chiacchierina! esclamò ridendo la Sofia, pare che reciti la lezione a mente. Da chi l'ha imparate, dica, tutte codeste belle cose?
—Le ho sentite dir dalla mamma. Ma perchè ora prendi i ferri da calza?
—Oh bella! Per farle le calze.
—Come glie le fai? Apeduleo collasoletta?
—A pedule. La soletta è comoda perchè, quand'è rotta, si scuce e si ricuce a piacere; ma il pedule è più elegante. Eppoi a tutti non piace di sentirsi fregare il disopra del piede da quelle benedettecosture...
—E se il pedule si romperà?
—Poco male,rifaremo i pezzi.
—Con che cosa glie le fermeremo, le calze?
—Le signore adoprano glielasticicon lafibbia, ma per la bambola basterà un po' di cordoncino.
—Dimmi un po', Sofia. Le calze devono esser fermate sopra o sotto il ginocchio?
—Sopra, sopra. È una sciatteria il far diversamente.
—Ora bisognerà pensare allasottana. Come glie la fai?
—Sgheronatae con duegale a pieghe.
—A guaìna o col cintolo?
—A guaìna. Siccome il davanti dev'esser liscio così, per mezzo della guaìna si portano lecrespetutte sul di dietro.
—Benone. Il vestito glie lo taglio io. Glie lo voglio fare intero, all'imperatrice: che te ne pare?
—Non è elegante, ma per bambine è assai conveniente. Ora i vestiti simontanosulle sottane di mussola o di cambrì. Glie lo fai liscio il vestitino?
—No: gli faremo duegaleda piedi, alcunestraliciaturee una gran fasciaannodatasopra un fianco.
—Benone. E io penserò al cappello. Ho qui un pezzetto di velluto verde, che messo sulfondocon un po' di garbo, farà la sua figura. Lo guarnirò con unfioccodi rasosopra coloree così avremo la bambola bell'e vestita.
* * *
Bambine, mi fate il piacere di dirmi se la vostra bambola è vestita come quella della Matilde e della Sofia?
Quella benedetta figliuola di stucco insudiciava un monte di roba, e la sua mammina era sempre a mutarla e a rimproverarla. Ma erano parole buttate al vento! La bambola aveva il vizio di star sempre in terra e d'insudiciarsi perciò le sottanine, le mutande, le calze è perfino la camicia! Aveva il vizio di armeggiar colla brace, colla cenere, con mille intrugli dai quali una bambola per bene dovrebbe star sempre lontana... Aveva il vizio... Ma a che stare ad enumerarvi tutti i vizi di questa personcina sciatta? Voi tutte, o bambine, che avete la disgrazia di possedere qualche bambola di questo genere, mi comprenderete!
La povera Matilde era costretta a fare il bucato una volta la settimana: e noi la troviamo precisamente nell'esercizio delle sue funzioni. Guardatela: essa classifica i panni sudici della sua bambina di stucco: due paia di lenzuola di lino: quattro federine collatrina, una coperta di picchè colbalzonedi cambrì, due sciugamani collafrangia, treberrettineda notte e unaccappatoioricamato. Sei camicie, partecollo spronee partecollo scollo tondo,a guaìna, tre sottane, dieci grembiulini bianchi!!, otto paia di calze e una vera piramide di pezzuole, di golette e di trine.
Quando la Matilde ebbe appuntati,coppiapercoppia, i fazzoletti, le calze, legolettee gli altri capi piùminuti, buttò tutti i suoi panni in unconchinopieno d'acqua pura e si mise asmollarli.Smollarevuol direinsaponarla biancheria estropicciarlaaffine di mandar via le macchie e l'unto.
Allorchè i panni furono bene smollati, la Matilde li dispose in un'altra piccola conca, elevata alquanto da terra, e forata in fondo, per lo scolo delranno: su questa biancheria, e ben distesi sopra alcuni piccolicanevacci, la nostra mammina distese due strati di cenere benestacciata, nella quale non si vedeva neanche un pezzettino di brace. Poi, coll'aiuto della donna di servizio, versò nella conca una data quantità di acqua bollente, la quale imbevve la cenere, filtrò a traverso la biancheria e venne a scolare fuori della conca, per mezzo del buco praticato in fondo. Sotto a questo buco, la Matilde aveva posto una conca più piccola, che riceveva il ranno, il quale rimesso via via sul fuoco a scaldarsi, veniva da lei versato regolarmente nella conca del bucato, finchè l'operazione non era finita. Per un bucato da persone grandi, bisogna durare almeno sette o otto ore, ma per far un bucatino da bambole, un'ora basta.
Dopo averlibolliti, la Matilderisciacquòi panni in un'altra conca piena d'acqua limpidissima, e messe da parte quelli destinati al turchinetto; quindi listrizzò, torcendolimoderatamente e li stese, dopo averli rovesciati, al sole.
Quando furono asciutti, li prese, li rimise in casa e fece la scelta tra i panni da stirare semplicemente, come camicie, mutande, sottane, fazzoletti e grembiuli: da stirar coll'amido, come goletti, manichini, gale e trine: da ripiegare, come le coperte, le lenzuola, i canevacci, ecc.
Che ve ne pare, bambine, della faccenda del bucato? Chi di voialtre si sentirebbe disposta a imitar la Matilde?
La bambina non stava nei panni dalla contentezza.—Come! diceva fra sè, io avrò una camera tutta mia, dove potrò lavorare, studiare e fare i balocchi, senza che nessuno venga a disturbarmi! Come la terrò bene la mia camerina! Già la mamma me la dà a questi patti. Appena levata,disfaròil mio letto e metterò le lenzuola e le coperte sulla finestra, affinchè prendano aria e sisciorinino! Se la finestradesse sulla strada, non starebbe bene: ma siccome è sul giardino, non c'è alcun inconveniente ascuotervila roba. Mentre il letto èrialzato,sbatteròper bene lapedana,annaffieròe porterò fuori di camera, affinchè la donna li ripulisca, i miei stivaletti e il lume. Quando ilpavimentodella camera saràprosciugato,spazzeròdopo averesmosso, ben inteso, tutte le seggiole, i panchetti e le altrebriccicheche mi darebbero noia. Dopo,rifaròil letto, badando che le materasse non faccianogobbi, che i lenzuoli sieno benestesi, e che la coperta nonciondolinè di qua, nè di là: poi,spolvererò, servendomi, come mi ha suggerito la mamma, d'un cencio leggermente umido; così eviterò di far delpolveronee d'ingoiarne!—Voglio che la mia camerina sia sempre linda!
—Lodo le tue buone disposizioni, Emilia, disse la mamma che aveva udito le ultime parole della fanciulletta. E perchè tu prenda sempre maggiore amore alla tua stanza, ho pensato di affidare alla tua buona volontà l'esecuzione d'un lavorino. Non metterti in pensiero: le lenzuola e le tende le cucirò io: tu penserai solamente allefedere, che sono le più facili ad eseguirsi. Tieni.—E la signora depose sul tavolino dell'Emilia un piccolo rotolo di tela, insieme a una federa bell'e cucita che doveva servir da mostra.—Poi uscì dalla stanza.
La bambina rimase un po' sgomenta. Era la prima volta che la mamma le affidava un lavoro così importante. Finchè si tratta di eseguire un lavoro preparato eimbastito, tutti i santi aiutano, ma tagliare! Lì stava l'imbroglio.
L'Emiliasvoltòlentamente il rotolo... e con sua grande sorpresa le cadde ai piedi un fogliolino scritto. Loraccattòcon premura e lesse:
Regole per fare una federa.—Oh sono a cavallo! esclamò lieta la giovinetta, e la mamma è veramente un angelo.
Ecco quel che c'era scritto nel fogliolino:
«Le federe sono molto più eleganti e precise quando sono chiuse coi bottoni, piuttosto che coi nastri; perciò, tagliandole, bisogna dare alla tela un quadrato alquanto prolungato: e quando si cuciono, occorre che una parte della federa, sia, almeno due dita, più lunga dell'altra. Dalla parte più corta, si fa un orlo destinato ai bottoni, e dall'altra, un secondo orlo assai largo per farvi gli occhielli. Quest'ultimo orlo che va a cercare i bottoni, rende alla federa il suo perfetto quadrato. Gli occhielli bisogna farli a traverso l'orlo e non per il lungo, poichè senza ciò, si aprirebbero continuamente.»
Ho io bisogno di dirvi, o bambine, che l'Emilia dopo poche ore, presentò alla mamma una federa esattamente eguale a quella statale offerta per campione?
Caro guancialino, morbido e caldo! Guancialino che la mamma ha empito per me di piuma finissima! Com'è soave la tua vista, quando fuori imperversa la tempesta!
Quanti poveri bambini, ignudi, senza casa e senza mamma, desidereranno invano un guanciale per nascondervi il visino paonazzo! Mamma, questo pensiero mi fa piangere.
Ma quando avrò pregato il buon Dio per quelle creaturine infelici, mi sentirò più sollevata e m'addormenterò contenta.
«Dio dei bambini, ascolta benigno le mie parole. Sento dire che sulla terra vi sono molti infelici senza tetto, senza famiglia, senza amore: consolali; perdona ai cattivi, premia i buoni e poni sotto la testa dell'orfanello un guancialino che lo faccia dormire.»
Mi sveglierò a giorno e vedrò il cielo azzurro, e il sole e i fiori gai. Mamma, un altro bacio. Mamma, buona notte.
Giorni sono, sul finir della scuola, mi avvidi che l'Ernestina aveva gli occhi rossi: gli occhi rossi, in una bambina, sono sempre indizi di pianto recente. Che cosa aveva avuto l'Ernestina? Chi aveva potuto farla piangere? Era d'un carattere così quieto, d'un fare così dolce, che nessuna delle sue compagne si sarebbe sentita il coraggio di molestarla. Dunque? Dunque... ve lo devo dire? la povera bambina eragelosa, era gelosa delle carezze che io faceva alla sua piccola amica Argene: e un giorno la udii lagnarsi in questi termini: «—Pare impossibile che la signora maestra, che è sempre così buona e imparziale, faccia tante carezze all'Argene; non dico che quella bambina sia cattiva: tutt'altro; ha anzi buon cuore, ingegno aperto, umore sempre allegro: ma non le si può stare accanto, tanto è vivace, turbolenta e chiacchierina. Chiacchierina poi!... Non è contenta fino a che non ha saputo il perchè di tutte le cose, e perfino quando legge s'interromperà cento volte per fare ora una domanda, ora un'altra. Ma a me, invece, che sto sempre zitta, che non mi muovo, che non alzo i miei occhi dal libro o dal lavoro, la signora maestra non pensa mai: e tutti i complimenti e le lodi sono per l'Argene!»
Ah povera Ernestina! Nessuno, più di me, sa apprezzare le tue buone qualità, la tua dolce indole, i tuoi modi gentili: ma tu non mostri alcun desiderio di sapere: ma tu resti insensibile alle bellezze della natura, ma tu, quando leggi, studi, o lavori, non chiedi mai la spiegazione di ciò che non intendi. Preferisci accumolare errore sopra errore, negligenza sopra negligenza, e taci, taci sempre. Invece l'Argene è tutt'altra cosa. Buona anch'essa come te, ha però il desiderio d'imparare, di trar profitto dai suoi studi: Non la trattiene la falsa vergogna di sembrare ignorante: essa sa che a scuola non ci vanno i dottori, e si lascia guidare dalla sua insaziabile curiosità. Dunque, mia cara Ernestina, invece di esser gelosa dell'Argene, procura d'imitarla. Domanda, domanda sempre spiegazione di quel che non sai o di quel che non intendi: Noi maestre vogliamo trattenerci con delle bambine, con de' ragazzi vivaci e svelti, non con dei pezzi di legno. Siamo intesi? Lo spero. Intantovi farò sapere che l'Argene colle sue domande insistenti, mi ha dato occasione di far quattro chiacchiere sopra argomenti, i quali non potranno far a meno di stuzzicare anche la vostra curiosità. Mi rifarò dal più importante. Noi tutti, grandi e piccini, dotti e ignoranti, ricchi e poveri, adopriamo la carta. Il poeta ci scrive i suoi canti, lo scolaro le sue lezioni, il filosofo le sue dimostrazioni, l'ignorante i suoi spropositi, il ricco le sue rendite, il povero i suoi dolori: Voi tutti sapete che questa carta preziosa si fa con stracci di lino o di cotone: ma lo sapete, non già per averci pensato o riflettuto; bensì per averlo sentito dire a qualcuno o per averlo ripetuto cento volte a pappagallo. Il ripetere ciò che si sente dire non è imparare. Bisogna che l'apprendimento di certe verità ci costi un po' d'attenzione e spesso un po' di fatica. Non date retta a chi vi dice che i fanciulli possono studiare giocando: si educano così i pappagalli e le scimmie, non i bambini. Ma torniamo alla carta. Credete voi che la carta ci sia stata sempre? No, cari. La carta, come tante altre utili cose di cui oggi non sapremmo fare a meno, è una invenzione quasi moderna.
Gli antichi popoli d'Egitto si servivano, per imprimere la loro scrittura, delle fibre d'una pianta acquatica dettapapyrus, papiro, da cui, forse, saranno derivatele voci francesi è inglesipapierepaper, che vogliono dircarta. Gli Egiziani trasmisero ai Romani le preparazioni che permettevano di trasformar le fibre vegetali del papiro in superfici pulite, bianche, pieghevoli. A quei tempi risale l'uso dellapergamena, specie di carta fatta con pelli di capra e di montone e detta così per essere stata inventata a Pergamo, città antichissima, di cui non restano neppure le rovine.
Memorie non indegne di fede ci assicurano che verso l'anno 95 di G. C. si cominciava nella Cina a fabbricar carta con stracci di seta: ed ecco che la scoperta della carta di stracci sarebbe passata dalla China in Europa. Comunque vada la cosa, è certo che la cartiera più antica d'Europa fosse eretta da un certoPace da Fabrianonella Marca d'Ancona. Dopo l'invenzione della stampa, le cartiere si moltiplicarono rapidamente.
Ma ora che conosciamo qualche particolare circa l'invenzione della carta, vediamo un po' come si fa a fabbricarla.
I cenci arrivano alla cartiera sudici e mescolati insieme. Dunque, prima di tutto, bisogna fare una scelta: buttar via gli stracci di seta e di lana, che non sono buoni per la fabbricazione della carta, e metter da parte quelli di canapa, di lino, e di cotone. Ma anche questi bisogna classificarli in vecchi o nuovi,in bianchi o colorati: e ad ogni diversa specie di cenci, corrisponderà, a lavoro finito, una diversa specie di carta. Nel mentre si attende a questa classificazione di cenci, bisogna scucirli, tagliar loro gli orli, le costure e staccare i bottoni. Questi lavori che richiedono molta pazienza e poca fatica, vengono generalmente affidati alle donne. Compiuta la separazione, i cenci son fatti bollire in un bucato di soda, che fa scomparire certi colori, scioglie le sostanze grasse appiccicate ai cenci e li purga: dopo si risciacquano nell'acqua pura.
Purificati in tal modo i cenci, bisogna disfarne i tessuti, disunire le fibre vegetali e mescolarle in modo da ricavarne una specie di pasta. A tal fine si ammontano i cenci in una gran vasca detta marcitoio, nella quale sono mantenuti sempre fradici, affinchè si decompongano.
Questa decomposizione si compie in un intervallo dai dieci ai venti giorni, secondo la temperatura del luogo, lo stato degli stracci ed il genere di carta più o meno bella che si vuole ottenere: in quel tempo il mucchio di cenci si è trasformato in poltiglia fetida: ora bisogna ridurla in una pasta atta a fornire la carta. A tal uopo, si tolgono i cenci dal marcitoio e si collocano in pile di pietra piene d'acqua, che si diconopile a cenci. Ciascuna di queste pile è guarnita di tre, o più mazze ferrate poste di fronte e messe in moto da un cilindro orizzontale, munito di altrettante sporgenze, che, girando continuamente, solleva e lascia poi ricadere alternativamente quelle mazze ferrate. Questa successione di cadute squassa fortemente i cenci, li riduce in pasta vie più assottigliata e li imbianca.
Abbiamo trasformato i cenci in pasta, ci resta da fare il meglio: trasformare la pasta in carta[2]. Questa meravigliosa trasformazione fu narrata egregiamente da un nostro grande poeta, Giuseppe Giusti, quando andò a vedere le cartiere del Cini a San Marcello, nella montagna pistoiese. Uditelo:
«...Noi arrivammo stracchi e affamati, e a farla apposta in quel momento la macchina non andava; ma il ministro della cartiera, che è un buon modenese, ci usò la cortesia di farla allestire, sebbene noi, aggiunta alla stanchezza e all'appetito anche la noia dell'aspettare, volessimo andar via a tutti i patti. Ed ecco, puliti i cilindri e ammannito il tutto, la macchina comincia a muoversi: vedere quello spettacolo e cessare la stanchezza fu tutt'una. Immagina due grandi stanze unite da più archi a rottura, l'una di solaio più alta che l'altra: nella superiore, vedi cinque grandi pile di pietra, nelle quali i cilindri triturano continuamente il cencio, e non ce ne vogliono di meno, perchè la macchina va con tanta rapidità, che una pila o due non basterebbero ad alimentarla. Triturato che è il cencio, e ridotto a una pasta liquida come un latte denso, passa per un canale nello stanzone più basso, ed è raccolto in due grandi tini, nei quali gira continuamente col moto generale dell'edifizio un ferro chiamato agitatore, acciò la pasta lasciata ferma non facciapresa. Sbocca da tino e si spande sopra una gran lastra di ferro, larga appunto quanto deve essere il telo della carta, e da quella lastra passa sulla tela d'ottone, che si ripiega continuamente in sè stessa, ed ha un moto ondulatorio. Dalla tela d'ottone è raccolta da un cilindro foderato di feltro, e quindi da altri due cilindri parimente foderati di feltro, che la strizzano e ne fanno scolare ogni umidità, e da questi passa per altri quattro o sei, sotto i quali vi è il vapore per asciugarla; scaturisce da questi, e passa bell'e asciutta e croccante, sopra due grandi cilindri a guisa d'aspo che la dipanano, e di là in una gran tavola a guisa di vassoio, sulla quale via via si taglia e si trasporta nei magazzini. Tutta questa operazione è l'affare di un minuto e mezzo o di due. Quella che stamane alle sette era un cencio, oggi alle quattro è una lettera bell'e impostata.»
Che ne dite, o figliuoli? Vi pare che la curiosità dell'Argene fosse giustificata? E vi pare, ditemi, un bell'atto di gratitudine verso i grandi lavoratori delle cartiere, quello di sciupar la carta continuamente, come fate voi?
Si alzi l'Ernestina e mi ripeta quanto ho raccontato fin qui.
[2]Besso.Le grandi invenzioni.
[2]
Besso.Le grandi invenzioni.
Che cos'è la spugna, questa spugna colla quale si lava il viso ai bambini e il marmo dei nostri tavolini?
La spugna è unanimale, forse la riunione di parecchi animaletti aggruppati gli uni agli altri: animaletti che i naturalisti designano col brutto nome diprotozoi.
La spugna, ordinariamente, ha forma rotondeggiante: è bruna, leggera, elastica: e le sue fibre sottilissime, strettamente incrocicchiate fra loro, formano dei grandi e piccoli buchi chiamatipori.
La spugna sta in fondo alle acque, e più specialmente in quelle del Mediterraneo e del Mar rosso: ma si trova anche in certi fiumi. Cerca il luogo che meglio le conviene, vi si abbarbica e a poco a poco avvolge nel suo tessuto gli scogli, le piante e perfino gli animali che le sono vicini.
I buchi, o fori, o pori della spugna comunicano tra loro, e finchè l'animale è vivo, l'acqua vi circola liberamente e dà a questo il nutrimento necessario.
Verso gli ultimi di aprile o i primi di maggio, si staccano dalla cavità delle spugne alcuni ovicini, i quali vengono trasportati dalla corrente a ineguali distanze.
Queste uova, non appena hanno trovato il luogo adatto, vi aderiscono e gradatamente divengono spugne: La spugna viva è ricoperta da uno strato di sostanza muccosa, appiccicaticcia, che si corrompe e si stacca dall'animale, non appena questo viene staccato dal fondo dei mari.
Le spugne possono essere di varie grandezze: ve ne sono delle piccolissime e di quelle così enormi, il cui volume supera perfino un metro di diametro. E se ve ne sono di ogni grossezza, hanno anche forme svariatissime.
Le spugne che vivono nei fiumi sono poco resistenti e non vengono adoperate in alcun uso: e poichè la pesca più abbondante di questi animali si fa, come vi ho detto, nelle tepide acque del Mar rosso e del Mediterraneo, così i pescatori di spugne sono quasi tutti Greci, Arabi e Messicani.
Le spugne si possono pescare in due modi: nel primo, gli uomini adatti a ciò, si tuffano sott'acqua, armati d'un grosso coltello, col quale tagliano le spugne aderenti agli scogli: il secondo sistema consiste nel lanciare su questi animali una specie d'uncino che vi si attacca e le strappa.
Ma questo secondo modo ha l'inconveniente di lacerar le spugne, le quali hanno allora un valore molto più piccolo di quelle pescate per mezzo dell'immersione.
Le belle spugne sono reputatissime in commercio e il loro prezzo giunge perfino a cento e centocinquanta lire il chilogrammo.
L'uso delle spugne, uso che rimonta alla più remota antichità, è oggi così comune, che i pescatori devastano, per soddisfarlo, il fondo dei mari.
E pensare che vi sono molti bambini di mia conoscenza i quali non solo hanno un sacro orrore della spugna, ma anche del.... (lo devo dire?) del sapone!
Alduccio era stato buono tutta la settimana: e siccome il sabato compiva i sett'anni, la sua zia gli fece un regalino, sospirato da mesi e mesi: una vaschettina di cristallo con due pesciolini rossi.
Non è a dirsi la contentezza di Aldo: vi basti ch'ei non lasciava un minuto i suoi nuovi ospiti, e che se non fosse stato per un riguardo alle loro abitudini, se li sarebbe perfino portati a dormire con sè.
Chi non s'è provato, almeno una volta in vita sua, a buttar qualche minuzzolo di pane a quegli animaletti? Chi non s'è divertito a vederli guizzare, sparire e ritornare a galla in un minuto? Cesarino, fratello minore di Aldo, non si contentava di guardarli: avrebbe voluto anche stuzzicarli, e un giorno, colto il momento che Aldo non badava alla vaschettina, vi buttò dentro un tappo.
—Zia, esclamò Aldo impaurito, mi fai il piacere di dare uno scapaccione a Cesarino? Dà noia ai pesci!
—Che cosa è avvenuto? chiese la zia premurosamente.
—Ha buttato loro addosso un tappo..... Ma guarda! Questa è curiosa! Perchè il tappo non va a fondo?
—Perchè il tappo è disughero, bambino mio: e il sughero resta sempre a galla.
—Che cos'è il sughero?
—Il sughero è la scorza o corteccia d'un albero, di una specie di quercie, il cui legno, come vedi, è leggerissimo.
—È certo, disse Aldo il quale pensò subito alle barchette, che il sughero, essendo legno, deve galleggiare sull'acqua. Ma come fanno gli uomini a levare il sughero dall'albero?
—Con un'ascia bene acuminata, gli operai praticano nell'albero un'incisione verticale (dall'alto in basso) avendo somma cura di non offendere una seconda corteccia verde, che si trova sotto il sughero e che più tardi, dopo dieci o quindici anni, diventerà sughero anch'essa.
Quando l'albero è molto grosso, l'operaio vi pratica parecchie incisioni verticali per non rompere la striscia di sughero che sta levando.
Poi fa altri tagli circolari, distanti l'uno dall'altro circa un metro, e quindi, insieme ad un altro operaio, solleva la scorza con precauzione, servendosi dell'altra estremità dell'ascia, assottigliata a tal'uopo.
—Ed è di quella scorza, zia, che si fanno i tappi?
—Sì, ma non tutta la corteccia può servire a far tappi: alcuni pezzi, per esser troppo scabrosi e ineguali, non possono venir lavorati. Quando il sughero è stato scalzato dall'albero, dev'essere immerso per qualche minuto nell'acqua bollente, la quale lo rende pieghevole, liscio e atto alla fabbricazione dei diversi oggetti.
Il primo strato di sughero è meno pregiato in commercio a causa della sua irregolarità e viene impiegato per gli usi marittimi.
Del sughero di migliori qualità si fanno tappi da bottiglie, boccette, vasi e boccali: e riunendone diverse strisce sopra un tessuto molto consistente, si fanno le cinture, come quella che ti mette la mamma quando fai il bagno; quella cintura ti sostiene sull'acqua e ti agevola l'apprendimento del nuoto.
—È proprio vero che il sughero sta a galla: ma io vorrei sapere perchè ci sta!
—Va a prendere un mezzo bicchiere d'acqua e raccatta alcuni sassolini nell'orto: vieni ora da me e stai attento: Io butto nel bicchiere un sassolino o due: vedi nulla? No; buttiamocene una manata: che cosa avviene?
—Avviene che l'acqua sale sale, fino all'orlo del bicchiere.
—Lo sai il perchè?
—No.
—I sassi, essendo più pesi dell'acqua, l'hanno scacciata dal luogo che occupava in fondo al bicchiere e l'acqua è stata respinta fino all'orlo. Se noi seguitassimo a buttar sassi, l'acqua, sempre maggiormente spostata, finirebbe col dar di fuori, e il bicchiere non conterrebbe più che sassi.
—Ora intendo, disse Aldo; i sassi sono più forti dell'acqua e la mandano via: l'acqua poi, alla sua volta, è più forte del sughero e manda via lui. Sarebbe come io, che sono più forte di Cesarino, gli dessi una spinta e lo mandassi via.
—Fortenon è la parola da usarsi. L'acqua non è più forte del sughero: è piùpesa. Tu, poi, sei di fatto più forte di tuo fratello e in questo caso la tua forza produrrebbe sopra Cesarino lo stesso effetto del peso dell'acqua sul sughero, poichè anche il peso è una forza.—
Così ebbe fine la lezioncina sul sughero. Io spero che voi, care bambine, sarete in grado di ripetermela. L'Ernestina si alzi e cominci.
Mi è stato ridetto che alcuni bambini della scuola se la passegiavano, ieri, con una pipa in bocca e col cappello su una parte; a tutt'uomo, in una parola. Fortuna che quelle pipe erano di zucchero! Ma se fossero state pipe davvero, di quelle pipe dove gli uomini ci pigiano il tabacco per fumarlo, oh allora non riderei, ve lo assicuro!
Non sapete, miei poveri piccini, ciò che è il tabacco, il tabacco col quale sono fatti quei sigaracci scuri, il cui odore produce le nausee, che hanno un sapore amaro, e macchiano di giallo la punta delle dita? Non lo sapete? Ve lo dirò io, ve lo dirò, perchè vi voglio bene e desidero che sappiate la verità: il tabacco, poveri bambini miei, èun veleno!
Anni e anni sono, un signore (dovrei dire un mostro!) volendo arricchirsi coi beni d'un suo fratello, pensò di ammazzarlo. Che cosa fece? Forzò quel fratello a bere dell'essenza di tabacco, e l'infelice, fulminato dal potentissimo veleno, morì all'istante.
Quando, invece di beverlo, si fuma il tabacco, ci avveleniamo lentamente, ma ci avveleniamo. A poco a poco, senza quasi che ce ne accorgiamo, lo spirito diviene grave, si perde la vivacità, la memoria, e le idee se ne vanno. Un languore profondo s'impadronisce di noi, diveniamo inetti ad ogni lavoro un po' serio e non siamo più buoni che a fumare. Si finisce col preferire il tabacco alla conversazione, alla società e perfino al cibo! Un vero fumatore è capace di barattare un pane per due sigari! E se alla sua mamma, a sua moglie e ai suoi figliuoli dà noia il fumo, peggio per loro! Quando non vuol far soffrire nessuno, se ne va fuori di casa, lontano, anteponendo il tabacco alla sua famiglia e al resto dell'universo.
Così il tabacco è un veleno per il corpo, un veleno per lo spirito, un veleno per il cuore.
Quando un giovinetto comincia a fumare, non se lo figura di dover giungere a queste tristi estremità: egli dice:Fumerò un pochino, ed è lo stesso come se si proponesse di metterper un pochinoun dito nell'ingranaggio d'una macchina. Il corpo va dietro al dito: o come se volesse appiccare unpo'di fuoco alla sua camera: Tutta la casa brucerebbe.
Fumando unpoco, si prende l'abitudine di fumarmolto: e quando si vorrebbe smettere, non è più tempo. L'abitudine è un tiranno.
Lo sapete, voi, che cos'è untiranno? No certo, fortunati bambini! È un padrone che ha su noi ogni potere: che ci toglie la libertà, e di uomini liberi e indipendenti, ci rende servi.
Spesso il tiranno è un uomo, un re, o un imperatore. Ma più frequentemente noi stessi siamo i nostri tiranni: e in questo caso il tiranno è unbisogno. Così, i bisogni di mangiare, di bere e di dormire, sono dei tiranni, poichè non possiamo opporre loro alcuna resistenza.
Voi stessi, ragazzi miei, ne avete fatta, chi sa quante volte, l'esperienza. Quando fate il chiasso o i balocchi, non li lascereste per nessuna cosa al mondo. Ma ecco che il bisogno di mangiare, ossia lafame, si fa sentire.... Allora smettete di fare il chiasso, lasciate in un canto i balocchi e correte dalla mamma a chiederle il pane.
E se proprio in quel punto i vostri compagni vi chiamano, v'implorano, per finir la partita cominciata, non gli ascoltate più, non intendete ragioni, non conoscete più nessuno: il tiranno della fame vi domina, vi opprime, vi costringe a mangiare. E siete talvolta sì affamati, che piangete d'ogni piccolo indugio.
E la sera a veglia, quando siete tutti riuniti, fratelli e sorelle, intorno a quella tavolona tonda, carica di stampe, di balocchi e di giornali, cominciate, a una cert'ora, a far delle piccole riverenze col capo: i vostri occhietti, prima sì ridenti, si appannano e diventano piccini: le vostre mani, pochi momenti avanti sì attive e battagliere, penzolano inerti dalla seggiola e lasciano cadere in terra la bambola o la pecorina. Il tiranno del sonno è giunto: e il sonno, come tutti gli altri tiranni, non soffre resistenza.
Addio balocchi, chicche, novelle e risate! Ecco i bambini bell'e addormentati: andate, ora, a proporre loro una partita di volano: raccontate loro la novella di Berlinda o offrite loro delle caramelle. Non vi odono più: non sono più padroni di fare quel che meglio piace loro! Il tiranno del sonno gli ha soggiogati.
È una cosa molto noiosa, non è vero, quella di venir sempre dominati dai nostri bisogni, e di non poter sbarazzarcene? Aggiungete che questi nostri tiranni ci costano un occhio del capo. Se si potesse calcolare tutto il denaro che ci ha fatto spendere, dacchè siamo al mondo, il bisogno di mangiare, di bere, di vestirci, di scaldarci, di ripararci dalle intemperie, di star puliti, ci sarebbe di che restare sorpresi.
Ah certo! Meno bisogni avremo e meglio sarà: Che dovremo dunque pensare di quelle persone, le quali non contente di dover soddisfare a tanti bisogni, ai quali non si può impor silenzio, se ne creano dei nuovi, prendendo delle abitudini dannose?
Tale è l'abitudine del fumare. Diviene un bisogno così imperioso, che spesso vince tutti gli altri! E pertanto qual differenza fra questo bisogno e quelli che abbiamo enumerato fin qui!
Se noi non avessimo mai fame, nè sete, nè sonno, nè voglia di far il chiasso, saremmo molto ammalati e moriremmo molto giovani. Quei tiranni, dunque, sono piuttosto dei benefattori, dei vigili custodi della nostra salute, incaricati dal buon Dio di avvertirci di quanto dobbiamo fare per conservarla.
Perciò, quando obbediamo regolarmente a questi bisogni naturali, stiamo bene e ci sentiamo lieti: cresciamo, siamo attivi, laboriosi, e c'interessiamo a tutte le cose nobili e buone.
Il bisogno di fumare, invece, è un tiranno egoista, che si compiace di veder trasformarsi in fumo il tabacco: e che, non solo non ci dà nulla in cambio di quel che ci prende: denaro, tempo, ingegno, salute; ma rende pestifero l'alito dei fumatori, e sparge sui loro abiti un odore irritante, che produce la tosse a chi sta loro vicino.
Vi sono altre persone che prendono il tabacco pel naso. Quello è in polvere e viene conservato nelle tabacchiere. I consumatori mettono nella scatoletta il pollice e l'indice e s'introducono lapresanelle narici, colla stessa disinvoltura colla quale voi mettereste in bocca una pallottola di zucchero.
E io conosceva un signore il quale, ogni volta che il caso lo faceva assistere a una tale operazione, esclamava: «Strana idea quella di respirar colla bocca e di mangiare col naso!» Un ragazzino, molto assennato e riflessivo, rispondeva a certi scioperati che volevano costringerlo a fumare e a stabaccare:—Ma vi pare ch'io voglia far del mio naso un letamaio e della mia bocca un camino?—
Infatti la bocca d'un fumatore diventa un vero camino: vi si forma la filiggine: i denti, di bianchi che erano, diventano tutti neri: e la bocca perde, oltre al suo più bell'ornamento, anche la freschezza ela salute, che alle labbra dei fumatori, ostinati suol venire quella schifosa malattia che si chiama «il cancro dei fumatori»!...
Ma voi mi chiederete perchè chi comanda non condanna tutti i negozianti di tabacco alla galera a vita?
Ciò gioverebbe assai poco, amici miei, poichè dopo loro ne verrebbero degli altri... Il vero mezzo di sopprimere il commercio del tabacco, sarebbe quello... che gli uomini sopprimessero essi stessi la loro cattiva abitudine e considerassero il tabacco solamente per quel che è: un medicinale.
Voi forse non saprete che tutti i veleni sono dei medicinali? Pericolosi per l'uomo che si sente bene, hanno la proprietà di guarirlo quand'è sofferente, e non c'è veleno il quale non corrisponda per le sue virtù sanatrici a qualche malattia.
Il tabacco sarebbe dunque, per sè stesso, una preziosa sostanza: e non è certo sua colpa se gli uomini, abusando dei doni divini, ne hanno fatto uno strumento di malattia e, spesso, di morte.
Il tabacco è una pianta: ha le foglie larghe, vellutate; e i suoi fiorellini, d'un bel colore di rosa, vi spiccano piacevolmente: l'odore, peraltro, è nauseante, poichè rammenta il profumo indebolito del tabacco secco.
I dotti hanno dato a questa pianta il nome dinicotina, ed ecco il perchè: Quattrocent'anni sono, un francese che si chiamava Nicot, fu mandato come ambasciatore dal re di Francia al re di Portogallo. In questo paese egli ebbe luogo di esaminare una pianta che gli Spagnuoli avevano importata dall'America e si chiamava tabacco. Siccome era una vera novità, il Nicot, per rendersi accetto alla madre del re di Francia, le mandò del tabacco in polvere, e, disgraziatamente, anche il seme del tabacco.
Questa regina, che si chiamava Caterina dei Medici, studiava molto i veleni, e il regalo del Nicot le giunse perciò assai gradito. E il tabacco venne chiamatoerba della reginao anche semplicementenicotina.
Tutto ciò avveniva nel secolo decimosesto: il mondo esisteva già da migliaia d'anni senza saper nulla del tabacco, e in quanto a salute ne aveva sempre goduta non è questa una graziosa risposta da farsi a quei fumatori, i quali pretendono di non poter vivere senza fumare?
Il tabacco cresciuto naturalmente s'inalza perfino a un metro e 50 cent., ma quando lo si coltiva per quell'uso famoso, non gli si permette d'inalzarsi tanto. Quando il tabacco ha raggiunto quel grado determinato di sviluppo, viene colto avanti la fioritura. I coltivatori cominciano dal farne seccare le foglie, poi le vendono ai fabbricanti che le tritano minutamente; questi fanno disseccare su grandi lastre riscaldate il tabacco da fumare, e ripongono in grandi vasi egualmente riscaldati quello da aspirarsi pel naso.
Coi processi di fabbricazione, le foglie del tabacco cambiano completamente di colore: di verdi, diventano scure, e prendono quell'odore acre, soffocante, che indispone quasi sempre tutti coloro che fumano per la prima volta.
Il fabbricante di tabacco è... indovinate! Il governo! Sì, è il governo che compra il tabacco ai coltivatori, lo fa fabbricare nelle sue manifatture, poi lo fa vendere dai tabaccai, sotto forma di tabacco da pipa, da naso, di spagnolette e di sigari.
Ed è sotto queste ultime forme, che il tabacco si mette in bocca e si mastica!
È proprio vero che allorquando ci mettiamo a far delle sciocchezze, non si sa mai dove andiamo a finire.
Il governo vigila la cultura del tabacco, per tema che venga venduto ad altri: ha creato degl'ispettori, i quali non solo contano le piante del tabacco seminate in un campo, ma il numero delle foglie d'ogni pianta. E questi ispettori non permettono a nessuno di coltivarne senza il loro permesso: e se qualcuno trasgredisce ai regolamenti, deve subire ammende,condanne, e ogni sorta di punizioni. Ah se i coltivatori, invece del tabacco, seminassero nei loro campi del buon grano, non avrebbero a sopportare simili persecuzioni. Coltiverebbero una pianta salutare, che nutre l'uomo e non già una pianta velenosa che gli avvelena lo spirito e il corpo: e l'agricoltura, invece di impoverire, (come avviene effettivamente nelle contrade ove si coltiva il tabacco) ritornerebbe ricca e prospera per il bene di tutti.
Facciamo voti, bambini, affinchè questo non sia un bello ma inutile sogno!